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Full text of "Le Stanze di messer Angelo Ambrogini Poliziano"

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LE  STANZE 
E'  ORFEO  E LE  RIME. 


Prossima  pubblìcssione. 


PROSE  VOLGARI  INEDITE 

F. 

POESIE  LATINE  EDITE  E INEDITE 

DI  MK3PEB 

ANGELO  AMBROGINI.  POLIZIANO 

AGGIUNTI  OLI  EPIGRAMMI  GREVI. 

Con  illustrazioni 

e doetijnenti  nuovi  intorno  all’  Autore  e alla  Corto  Medicea  del  Secolo  XV 

PER  CUBA 

IV  ISIDORO  DEL  LUNGO. 


Un  volume. 


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LE  STANZE 


L' ORFEO  E LE  RIME 


DI  MESSEIl 

ANGELO  AMBROGINI  POLIZIANO 

UIVKODTK  81’  I CODICI  E SU  LE  ANTICHE  STAMPE 
E ILLUSTRATE  ' 

CON  ANNOTAZIONI  DI  VABII  E NUOVE 

DA 

GIOSUÈ  CARDUCCI. 


Volume  unico. 


FIRENZE, 

G.  .BARBÈRA,  EDITORE. 
1863. 


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Proprietà  letteraria  dell'  Kditore 
(J.  R. 


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DELLE  POESIE  TOSCANE 

DI  * 

MESSER  ANGELO  POLIZIANO 

DISCORSO. 

“ E rinnova  in  suo  stil  gli  antichi  tempi.  „ 
Stanze  per  la  Giostra,  II,  15. 


Pouziajo. 


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I 


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DELLE  POESIE  TOSCANE 


DI  MESSER  ANGELO  POLIZIANO. 


I. 

Il  secolo  df-cimoquinto  in  Italia. 

La  letteratura  della  confederazione. 
Firenze,  il  Medici,  il  Poliziano. 


« Ora  è mancata  ogni  poesia 

E vote  son  le  case  di  Parnaso.... 

Come  deggio  sperar  che  surga  Dante, 

Che  già  chi  il  sappia  legger  non  si  trova?.... 

Sonati  sono  i corni 
D’  ogni  parte  a ricolta  : 

La  stagione  è rivolta  : 

Se  tornerà  non  so;  ma  credo  tardi.1  » 

Così  Franco  Sacchetti  in  una  deploratoria  per  la  morte  del 
Boccaccio  proferiva  le  novissime  parole  su  la  grande  lettera- 
tura del  secolo  XIV,  e significava  insieme  il  tristo  presenti- 
mento, radamente  vano,  che  ha  de’  suoi  successori  ogni  ge- 
nerazione vigorosa.  E di  vero,  come  disco  su  la  fine  del  corso 
segna  ancora  per  la  forza  del  primo  impulso  alcuni  giri  nella 
rena,  poi  vacilla,  poi  cade  ; così,  su  ’l  declinare  del  trecento 
c ’l  cominciare  del  secolo  di  poi,  l’ italiana  letteratura.  Ija  vi- 
sione allegorica  di  Dante  già  scolorata  nel  Qtiadriregio  finisce 
di  abbuiarsi  in  alcuni  poemi  a pena  nominati  dai  dotti:  il  psi- 
cologismo elegiaco  del  Petrarca  già  svaporato  nelle  eleganti 

■ K.  Sacchetti,  in  Rime  di  duo  dii  Pisioia  ed  idtri  del  secoli  XIV, 
Firenze,  Barbèra,  1863,  |>ag.  52$  (E<liz.  Diamante). 


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ANGELO  POLIZIANO. 


Vili 

fantasiucce  del  Montemagno  inacidisce  tra  le  frasi  sforzate 
di  Cino  Rinuccini  e svanisce  nelle  lievi  imitazioni  di  Giusto 
de’  Conti  : del  Boccaccio  chi  intese  i fini  riposti,  chi  prose- 
gui la  vera  e larga  rappresentazione  dei  sensibili  ? rimase  lo 
stile,  miseramente  balbettato  da  pochi,  nobilmente  ripreso 
da  Battista  Alberti,  cagione  ai  più  di  affettazione  e di  falsità. 
Nè  potea  avvenire  altramente.  Quei  tre  miracoli  del  trecento, 
quantunque  traessero  intenzioni  e modi  dall’  età  loro,  tutta- 
via nella  concezione  dell’arte  e nell’  uso  della  dottrina  troppo 
avanzarono  i contemporanei  : i quali  nè  vollero  più  dopo 
tanto  esempio  seguitare  le  sole  tradizioni  del  medio  evo, 
nè  seppero  con  adeguate  forze  aiutare  e continuare  il  rin- 
novamento da  quelli  operato  : si  contentarono  alle  forme,  ri- 
producendole per  difetto  d’  attitudine  e d’ abito  contraffatto 
e immiserite.  Ebbe  in  somma  il  triumvirato  ammirazione 
amorosa  anzi  adorazione  dagli  Italiani,  non  lasciò  scuola. 

Subito  dopo  la  morte  del  Boccaccio  [1375]  cominciano  a 
dimostrarsi  due  tendenze  e due  fatti  generali,  che  svolgen- 
dosi per  cento  anni  dipoi  costituiscono  il  carattere  lettera- 
rio del  quattrocento.  Per  una  parte,  la  tradizione  popolare 
e borghese  mista  di  sentimenti  religiosi  e romanzeschi  non 
senza  attingere  più  di  una  volta  dalla  realità  pura,  già  so- 
praffatta nel  trecento  dallo  splendore  del  triumvirato,  si 
risente  ora,  ripiglia  forza  e si  slancia  libera  e riposata  nel 
campo  : indi  le  leggende  sacre  e cavalleresche,  e,  loro  no- 
vella veste,  i poemi  in  ottava  rima  e le  rappresentanze  ; indi 
la  satira  del  Burchiello  e de’  suoi  imitatori  ; le  laude,  le 
ballate,  i canti  carnescialeschi,  le  barzellette,  gli  strambot- 
ti ; generi  tutti  che  male  disprezzati  dai  critici  e dai  cerca- 
tori d’  eleganze  son  pure  il  patrimonio  poetico  proprio  del 
quattrocento  e ne  rendono  la  vita  e 1’  arte,  ricongiungen- 
dosi a un  tempo  per  la  ingenuità  e la  franchezza  delle 
forme  al  puro  trecento.  Per  un’  altra  parte,  i letterati,  con- 
sapevoli segretamente  a sè  stessi  della  insufficienza  loro  a 
emulare  gli  esempi  dei  grandi  antecessori,  si  dettero  più  to- 
sto a tesaurizzare  di  cognizioni  e di  scienza,  per  la  quale 
specialissimamente  più  che  per  la  potenza  delle  invenzioni 
eran  venuti  in  ammirazione  alla  loro  età  i tre  illustri  fio- 
rentini; si  dettero  a riprendere  l’opera  della  ristorazione 


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ANGELO  POLIZIANO. 


IX 


romana  da  quelli  con  devoto  ardore  incominciata  ma  ri- 
masta ben  di  qua  dal  termine  di  perfezione  a cui  aveau 
condotto  il  rinnovamento  italiano.  Ed  ecco;  per  un  Te- 
trarca che  andava  frugando  le  città  dei  barbari 1 in  cerca 
di  qualche  opera  obliata  di  Cicerone  ; per  un  Boccaccio  che 
salia  trepidante  di  gioia  nella  biblioteca  di  Montecassino,  e 
tra  l’ erba  cresciuta  grande  sul  pavimento,  mentre  il  vento 
soffiava  libero  per  le  finestre'  scassinate  e le  porte  lasciate 
senza  serrami,  scotendo  la  polvere  da  lunghi  anni  ammon- 
tata su’  volumi  immortali,  sdegnavasi  di  trovarli  mancanti 
de’  quadernetti  onde  la  stupida  ignoranza  de’  monaci  avea 
fatto  brevi  da  vendere  alle  donne  ; * per  uno,  dico,  ecco  sor- 
gerne le  diecine,  affrontando  pericoli  di  lunghi  viaggi,  pas- 
sando monti  e mari,  peregrinando  poveri  e soli  per  contrade 
inospitali,  fra  popoli  o avversi  o sospettosi  e de’  quali  non  sa- 
pevan  la  lingua,  fra  Tedeschi,  fra  Turchi.  Andavano,  dicean 
essi,  a liberare  i gloriosi  padri  dagli  ergastoli  dei  Germani  e 
dei  GaUi :3  E i baroni  dai  torrazzi  del  castello  e i servi  dalla 
gleba  rideano  forse  a veder  passare  quegl’  italiani  magri, 
con  lo  sguardo  fisso,  con  1’  aria  trasognata,  e sabre  affannosi 
le  scale  ruinate  di  qualche  abbazìa  gotica,  e scenderne  rag- 
gianti con  un  codice  sotto  il  braccio  : ridevano,  e non  sa- 
peano  che  da  quel  codice  era  per  uscire  la  parola  e la  li- 
bertà, che  dovea  radere  al  suolo  quell?  torri  e spezzare 
quelle  catene;  non  sapevano  che  quei  poveri  stranieri  erano 
i vati  d’  un  dio  ancora  ignoto  ma  prossimo  successore  del 
dio  medioevale,  con  la  cui  sanzione  voi  servi  eravate  dati 
cibo  ai  mastini  del  barone,  e le  vostre  donne  arse  per  istre- 
ghe  dai  monaci.  Anche  oggi  del  fanatismo  erudito  del  quat- 
trocento si  ride  in  Italia  con  ingiustizia  e con  ingratitudine 
da  quelli  che  ne  godono  i frutti  : se  ne  ride  più  saporita- 
mente  dai  più  ignoranti.  Ma.  è forza  ammirare  la  fede  e la 
rehgione  che  ebbe  per  la  scienza  il  secolo  XY,  quando  leggesi 
come  il  Guarino  veronese,  perdute  per  naufragio  due  casse 
di  libri  che  avea  recati  da  Costantinopoli,  incanutì  dal  cor- 

1 Petrarca,  Seni!.,  XV,  I.  3 Poggio,  Orali o in  fan.  .V.  A’1’- 

- Benvenuto  da  Imola,  Cameni.  cali  [Op.  cilit.  Basii.,  1538.  pag. 
Parad.,  XXII.  272.1 


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X 


AN'CELO  POLIZIANO. 


doglio; 1 * come  il  Panormita  per  comperare  un  codice  di  Tito 
Livio  vendè  un  podere,  forse  quel  de’  suoi  vecchi  ; * come  gli 
antichi  manoscritti  ruhavansi  con  lo  stesso  senso  di  devo- 
zione che  alcuni  secoli  innanzi  le  reliquie  dei  santi  ; 3 e,  a 
quella  guisa  che  alcuni  secoli  innanzi  T un  re  mandava  al- 
1’  altro  per  dono  preziosissimo  qualche  frammento  del  legno 
della  croce,  così,  a questo,  la  repubblica  di  Lucca  attestava 
la  sua  gratitudine  al  duca  Filippo  Maria  di  Milano  col  pre- 
sente di  due  codici  ; * e Cosimo  de’  Medici  per  tessera  di 
pace  inviava  ad  Alfonso  di  Napoli  un  Tito  Livio,  aperto  su- 
bito con  avidità  grande  dal  re  contro  l’ avviso  de’  cortigiani 
e dei  tisici,  i quali  coi  sospetti  d' allora  lo  pregavano  badasse 
bene,  in  quel  libro,  dono  d’  un  nemico,  potersi  nascondere 
un  veleno  che  solo  aspirato  uccidesse  l’uomo.!  Veramente 
fu  cotesta  una  crociata  della  civiltà  ; come  quella  fratellanza 
negli  studi  umani  per  mezzo  della  lingua  latina  fu  quasi 
un  cattolicismo  letterario  contro  la  barbarie  e la  tirannia 
spirituale.  E altiera  testimonianza  ne  dà  Poggio  Braccioimi, 
quando  in  mezzo  a’  chierici  del  concibo  di  Costanza  e 
a'  masnadieri  di  Sigismondo  imperatore  osava,  solo  forse 
in  Europa,  venerare  la  gran  figura  di  Girolamo  da  Praga 
dinanzi  al  rogo  e accoglier  nel  cuore  gli  ultimi  accenti 
dell’inno  che  tra  il  vortice  delle  fiamme  attizzate  dallo 
scettro  e dal  pastorale  il  martire  del  libero  esame  innalzava 
al  trono  di  Dio.”  Ma  si  oppone:  cotesto  furore  dei  quattro- 
centisti italiani  per  1’  antichità  fu  intempestivo,  venne  a in- 
terrompere il  filo  delle  tradizioni  nazionali  nell'  arte  del  me- 
dio evo,  ne  impedì  lo  svolgimento.  Io  come  italiano  non  so 
pur  ammettere  il  dubbio  se  fosse  o no  stato  espediente  alla 
originalità  delle  letterature  europee  che  nulla  rimanesse 
nulla  si  ritrovasse  dell’  antichità  greca  e romana  : nego 
poi  che  il  movimento  erudito  del  secolo  XV  fosse  intempe- 
stivo e fuori  della  tradiziou  nazionale.  Nelle  rivoluzioni 
italiane  del  medio  evo  tutto  fu  restaurazione,  o almeno  come 


1 Politico  Vinmio,  in  Mnffci,  Ve- 
ro»a  illuxlr .,  puri,  jl,  pag.  134. 

s Panormila,  Epist.,  V,  118. 

5 TiraLosclii,  SI.  Irli.  it.  MCCCC- 
»ll),  lil>.  I,  cap.  IV,  Si  VII. 


k Tominasi,  al  1430,  in  Caa là, 
Si.  degl'  hai  in  ni,  cnp.  CXXI. 

5 Crinito,  Imn.  rl.xc.,  XVIII,  IX. 

6 Poggio, Optra,  301-à  : Sltcpiicrd, 
Vi  lo  di  Poggio,  cap.  II. 


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ANGELO  POLIZIANO. 


NI 


restaurazione  fu  sentito  e operato  dai  nostri.  Dante  credeva 
nell’impero  romano  reduce  con  Cesare,  quando  che  fosse,  in 
Campidoglio,  e scriveva  latino  : come  latino  scriveva  il  Pe- 
trarca, aspettando  che  e’  ritornasse  lingua  civile  dell’  Italia 
innovata  e affrettando  co’  voti  la  repubblica  degli  Scipioni.  1 
cronisti  del  secolo  XIII  chiamano  Firenze  la  figliuola  di  Ro- 
ma, la  dicono  fabbricata  a immagine  di  Roma  da  Cesare,  nei 
feudatari  di  Fiesole  infesti  al  comune  non  sanno  vedere  che 
i discendenti  di  Catilina  nemici  ereditari  al  senato  ; i no- 
bili del  primo  cerchio  vantali  sè  di  puro  sangue  romano  : 
adunque  il  Poliziano  la  potea  ben  aneli’  egli  chiamare  città 
meonia potea  ben  dire,  come  avrebbe  detto  Catullo  della 
Roma  de’  tempi  suoi,  essere  in  essa  trasportata  con  tutto  iì 
suo  suolo  e con  ogni  supellettile  Atene.1  E se  i Pavesi  celebra- 
vano fino  al  secolo  passato  offici  di  santo  a Boezio,6  se 
Mantova  tenea  per  santo  il  suo  Virgilio  e della  immagine  di 
lui  improntava  le  monete  e le  libere  bandiere  adornava  e 
nella  festa  di  san  Paolo  cantava  un  inno  ove  esso  l'apo- 
stolo delle  genti  era  introdotto  a piangere  sul  mausoleo 
del  poeta,’  se  Dante  d’ accordo  col  tempo  suo  metteva  in  pa- 
radiso Traiano,6  qual  meraviglia  che  il  Ficino  tentasse  di 
frammettere  all’ufficiatura  ecclesiastica  qualche  sentenza  di 
Platone  ? 6 E se  Pomponio  lieto,  per  l’ amore  dell’  antichità 
romana  a cui  avea  consacrato  il  suo  libero  e fiero  animo  e la 
povera  vita,  mutava  in  gentili  i nomi  cristiani  degli  ascritti 
alla  sua  academia,  se  partiva  il  tempo  per  calende,  se  nell’  an- 
nuale dell’  edificazione  di  Roma  si  prostrava  co’  suoi  dinanzi 
alla  statua  di  Romolo  Quirino  ; non  era  ciò  una  conseguenza, 
fantastica  se  volete,  ma  pur  conseguenza,  dell’  essere  stato  il 
rinascimento  italiano  inauspicato  nel  nome  di  Roma  antica,  fin 
dal  giorno  che  il  monaco  di  Brescia  in  cospetto  della  città 
degli  apostoli  e dei  martiri  gridava  al  popolo,  Rialziamo  il 


• Poliziano,  Rmlitut,  versai!  Pmc. 
5 Poliziano,  in  Piateci  nrt  Hnmer. 

[Opera,  l.ugiluni,  ap.  Seti.  Gry- 
phiiim.  1539, t ILE  citiamo  sempre 
ila  questa  edizione], 

* Tirabosclii,  Si.  Irli,  hai.,  dalla 
rovina  dell’impero  occidentale  al 


mclxxxiii,  iti»  i.  cup.  iv,  55  VII. 

* Bettinelli,  Sulle  Intere  e te  arti 
mantovane,  Disc.  I e nota  c. 

s Dante,  Purg.  X,  76;  Par.  XX. 
15. 

15  Tira  boschi,  Si.  Ini.  it.  JICCCC- 
MD,  lib.  Il,  cap.  Il,  SS  XXJ. 


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x;i 


ANGELO  POLIZIANO. 


Campidoglio,  si  restituiscano  il  senato  1’  ordine  equestre  ii 
consolato  i tribuni?  Il  movimento  classico  adunque  del  se- 
colo XV  procede  dirittamente  dal  movimento  politico  del  XII. 
dal  risorgimento  cioè  del  principio  romano  indigeno  contro  il 
principio  germanico  feudale  e contro  il  papato.  £ quanta  sia 
la  gloria  in  cotestà  ultima  conseguenza  della  rivoluzione  dei 
comuni  apparirà  facilmente  a chi  ripensi,  come  l’ Italia,  nel 
medesimo  tempo  che  apriva  con  Colombo  un  nuovo  mondi) 
alle  industrie  e ai  commerci,  rivelava  pure  e restituiva  alla 
ragione  alla  fantasia  all’  arte  alla  scienza  il  mondo  antico  ; 
e 1'  uno  e 1’  altro  donava  all’  Europa. 

Cosi  ; tra  perchè  la  poesia  borghese  e popolare  trasse  a 
sè  le  moltitudini  al  cui  intendimento  agguagliavasi  senza 
richiederne  sforzi,  e perchè  i dotti  non  curarono  di  indiriz- 
zarsi al  popolo  reputando  la  erudizione  sola  degna  a cui 
s'attendesse,  quando  il  ricordarsi  era  ammirato  più  che  l'in- 
ventare, e la  dottrina  pareva  creazione  ; avvenne  che  nei 
primi  cinquanta  o sessanta  anni  del  secolo  XV  non  esistesse 
letteratura  propriamente  nazionale  in  lingua  italiana  ; quella 
intendo  che  al  di  sopra  delle  divisioni  di  scuole  e di  classi 
si  fa  specchio  al  pensiero  della  nazione,  ne  sèguita  i movi- 
menti, ne  rappresenta  l’ideale.  Del  che  è a ricercar  la  ra- 
gione anche  nelle  condizioni  politiche. 

La  letteratura  del  secolo  XIII  e XIV,  come  scintilla  dal- 
l’ attrito  di  due  massi,  come  fulmine  dallo  scontro  di  due 
nubi,  proruppe  dai  contrasti  della  chiesa  con  l’ impero,  e 
poi  del  popolo  con  la  chiesa  e l’ impero,  e poi  della  plebe 
col  popolo  : 1‘  elemento  indigeno  contro  il  germanico,  la 
borghesia  contro  la  feudalità,  il  laicismo  contro  la  chieresia, 
la  ragione  contro  l’ autorità,  il  reale  contro  l’ ideale,  il  sen- 
timento contro  le  convenzioni  e il  misticismo,  ecco  i veri 
moventi  di-  quella  letteratura.  Ma  il  papato,  diviso  per  70 
iutieri  anni  fra  due  o tre  contendenti,  schiaffeggiato  da  tutti 
i principi  e dai  preti  stessi  nei  concilii  di  Costanza  e Basi- 
lea, mentre  un  soldato  di  ventura  assidevasi  nella  Marca 
funesta  agl’ imperatori  del  secolo  XIII  segnando  le  lettere 
Eg  Girifalco  nostro  firmiano  invito  Petro  et  Pavlo  ; 1 il  papato, 


1 Muclimclli,  Isl.  fior.  V. 


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ANGELO  POLIZIANO. 


XIII 


non  che  delle  ire  di  Dante  e del  Petrarca,  era  riuscito  inde- 
gno oramai  degli  sghignazzamenti  del  Boccaccio  e del  Sac- 
chetti: Papa  Mai-tino  Non  vale  un  quattrino,'  questo  distico 
intonato  dietro  al  successore  di  Gregorio  VII  d’ Innocenzo  III 
di  Bonifacio  Vili  dai  ragazzi  della  guelfa  Firenze,  ecco  il 
séguito  dell’  invettiva  di  san  Pietro  nel  XXVII  del  Paradiso, 
ecco  la  sola  poesia  degna  del  papato  nel  secolo  XV.  E l’im- 
pero? A chi  importava  più  dell’impero  in  Italia?  L’ultimo 
dei  Lussemburghesi,  di  quella  casa  che  tanti  odii  e amori 
di  sè  aveva  eccitato  nel  secolo  antecedente,  Sigismondo, 
mercanteggi  pure  a sua  posta  le  alleanze,  ingrossi  gli  stati 
ereditari,  faccia  il  gendarme  ai  preti  di  Costanza  ; l’ Italia 
sa  a pena  che  egli  esista.  E già  la  democrazia  avea  da  per 
tutto  ceduto  il  luogo  ai  tiranni,  che  fatalmente  escono  di 
lei  ov’ella  è male  ordinata,  mutatisi  in  principi,  o la  invida 
e paurosa  borghesia  le  avea  levato  in  contro  i signori.  Ri- 
cordate come  finisse  Michele  di  Landò,  il  Cavaignac  dei 
Ciompi,  per  merito  di  aver  salvato  i borghesi  dalle  vendette 
plebee,  da  essi,  come  al  solito  e sempre,  cacciato  in  esilio? 
La  stessa  oscurità  che  è su  la  fine  dell’  eroe  popolare  in- 
volge il  lento  venir  meno  della  democrazia  fiorentina.  Spa- 
ventata co’  supplizi,  dispersa  per  gli  esilii,  lusingata,  do- 
mata forse  con  la  miseria,  la  plebe  tace  s’allontana  sparisce: 
nè  si  mostra  più  che  per  bestemmiare  i vinti,  per  applau- 
dire i vincitori  padroni  : sottentrano  le  oligarchie,  e quindi 
la  prevalenza  d’ un  uomo,  d’  una  famiglia.  Nè  i principi  eb- 
bero o sentirono  più  le  grandi  ambizioni,  onde  dai  politici 
troppo  spesso,  e pur  troppo  anche  dai  poeti,  si  fan  perdo- 
nare la  tirannia:  niuno  di  essi  dopo  Giovan  Galeazzo  Vi- 
sconti ordinò  al  suo  gioielliere  la  corona  d’ Italia.  Battaglie 
ingloriose  degli  Angioini  tra  loro  nel  mezzogiorno  e nel  cen- 
tro, poi  d’ Angioini  e d’  Aragonesi  ; schermaglie  tra  il  senato 
veneto,  la  cui  cupidigia  non  può  chiamarsi  ambizione  perchè 
troppo  egoistica,  e la  debolezza  di  Filippo  Maria  Visconti 
e l’ astuzia  di  Cosimo  dei  Medici  : e scorazzare  delle  ma- 


1 E aggiungevano  in  lode  di  Beac- 
elo da  Montone  : Diaccio  valnile  — 
Che  vince  ogni  genie.  E come  se 


ne  .sdegnasse  il  papa  vedi  in  Leo- 
nardo Aretino,  De  temporibus  suis, 
pag  83. 


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XIV 


ANGELO  POLIZIANO. 


snade  di  ventura  da  una  parte  ad  un’  altra,  e sorgerne  un 
prode  o fortunato  od  accorto  e giungere  al  regno  : ecco  i 
fatti  della  metà  prima  del  secolo,  ecco  stimoli  e occasioni  e 
argomenti  per  la  letteratura  nazionale.  In  verità  la  sola  let- 
teratura possibile  a cotesti  anni  fu  quella  degli  antiquari, 
che  nel  fervore  dei  ritrovamenti  e nell’  adorazione  del  pas- 
sato non  avean  agio  da  riguardare  al  presente,  o non  se  ne 
accorgevano,  o solo  ne  coglievano  le  apparenze  mobili  e 
false.  Pure  accenti  profondi  di  sdegno  e d’amore,  quasi  eco 
d’un  altro  tempo,  a quando  a quando  s’udirono;  che  a noi 
non  è dato  raccogliere.  Del  resto  quelli  stessi  antiquari  con 
lo  strumento  della  critica  preparavano  l’ avvenire. 

Ma  il  necessario  procedere  degli  avvenimenti  cagionò 
verso  la  metà  del  secolo  un  mutamento  notevolissimo,  nè  forse 
avvertito  abbastanza,  nelle  condizioni  così  civili  come  lettera- 
rie d’ Italia.  E prima  di  tutto  per  la  occupazione  di  Costanti- 
nopoli [1453]  la  patria  nostra  divenne  sola  erede  e conserva- 
trice della  civiltà  antica  come  già  era  la  ordinatrice  della 
nuova.  Quindi  lo  stimolo  a una  letteratura  più  operosa  e vitale, 
fatto  poi  maggiore  dalla  invenzione  della  stampa  [144...  1450] 
che  ben  presto  dalla  Germania  passò  fra  di  noi  [14(55].  Ag- 
giungasi che  il  fine  dello  scisma  occidentale  [1438]  rendè 
stabile  a Roma  il  papato  e una  successione  di  pontefici  mi- 
gliori; che  rimpiantamente  degli  Aragonesi  in  Napoli  [1441] 
e degli  Sforza  in  Lombardia  [1447]  e la  nuova  dignitàclegli 
Estensi  [1450]  e l’ affermarsi  dei  Medici  in  Firenze  determi- 
narono meglio  i limiti  e le  relazioni  dei  maggiori  Stati  d’Ita- 
lia: onde  si  condusse  questa  a più  pacifico  e ordinato  vivere, 
e sotto  1*  ombra  della  confederazione  si  aprirono  quei  qua- 
ranta anni  di  florida  se  non  gloriosissima  indipendenza  tanto 
ricordati  e lamentati  poi  dal  Machiavelli  e dal  Guicciardini. 
In  cotesta  quiete,  confortata  dalla  prosperità  materiale,  ral- 
legrata dai  sollazzi  dalle  feste  dalle  magnificenze  civili  e 
principesche,  la  poesia  italiana  risalì  dalle  strade  e dal  fi- 
piazze  nei  palagi  e nelle  reggie;  dove  strinse  o raffermò 
un’  alleanza  un  po’  servile,  a dir  vero,  come  avviene  ai  po- 
tentati freschi,  con  la  classica  letteratura.  E come  la  con- 
federazione ebbe  specialmente  tre  centri  intorno  a cui  si 
raccolsero  le  forze  minori,  Napoli  pel  mezzogiorno,  Mi- 


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ANGELO  POLIZIANO. 


XV 


lano  pel  settentrione,  Firenze  pel  mezzo  così  tre  scuoio 
o tre  capitali  ebbe  la  letteratura  della  confederazione  ; 
Napoli,  con  is foggio  di  erudizione  e lussuria  di  forme 
procedente  stretta  nell’  imitazione,  che  diè  poi  il  Sanazzaro 
non  Milano  che  troppo  poco  aveva  nel  Bellincioni  e nel  Vi- 
sconti ed  era  riserbata  capitale  ad  un  posteriore  rinno- 
vamento, ma  Ferrara  co’ suoi  duchi  già  ospiti  dei  trovato- 
ri, con  le  sue  tradizioni  cavalleresche  e 1’  aria  signorile  e 
magnifica,  che  aprì  splendidamente  col  Boiardo  1’  età  della 
poesia  lombarda  ; e Firenze  in  ultimo,  sempre  democra- 
tica per  una  parte,  per  l’altra  coutemperatrice  dei  diversi 
elementi  nell’  arte  a quel  modo  che  nell’ordine  politico  era 
col  Medici  conservatrice  dell’ equilibrio.  E questo  contem- 
peramento venia  necessario  e fu,  come  vedremo  a suo  luogo, 
più  profittevole  che  non  il  famoso  equilibrio. 

Perocché'  bisognava  anzi  tutto  rifarsi  da  capo,  e sveller 
via  il  pregiudizio  che  solo  il  latino  fosse  strumento  degno 
dell’  arte  e l’ italiano  dovesse  abbandonarsi  alla  plebe  o ado- 
perare al  più  nelle  cose  da  baia.  Il  quale  pregiudizio  nato 
dall’idea,  continua  in  Italia,  della  ristorazione,  per  cui  amore 
il  volgar  nostro  fu  l’ultimo  scritto  de’ neolatini  nè  Dante 
stesso  in  principio  lo  reputò  atto  ad  altro  che  a dir  versi 
di  amore  alle  donne;  cresciuto  pe’ dispregi  che  il  Petrarca 
e il  Boccaccio  affettavano  verso  le  opere  loro  italiane;  tanto 
più  acquistava  terreno,  quanto  la  gloria  dello  scriver  latino 
estendevasi,  e libri  latini  uscivano  ad  illustrare  per  poco 
tutto  lo  scibile,  e quella  morta  favella  piegavasi  mirabilmen- 
te agli  usi  ai  bisogni  anche  ai  piaceri  del  giorno  per  opera 
di  veri  e forti  ingegni  come  il  Poggio  o il  Pontano.  Onde 
soema  la  meraviglia  che  in  Firenze  stessa  eruditi  e racco- 
glitori di  codici,  come  Nicolò  Niccoli,  si  sdegnassero  chi- 
altri  trovasse  del  mirabile  e del  raro  nel  Petrarca  e nel 
Boccaccio  e massime  in  Dante.  Come?  cotesto  ignorante  [re- 
rum  omnium....  ignarum ],  cotesto  spropositato  \errantein\.  cote- 
sto rozzo  che  non  si  vergogna  di  scrivere  così  inettamente  in 
latino,  prepósto  a Virgilio?  uno  che  mostrò  non  aver  pur 
toccato  guel  che  al  suo  tempo  rimaneva  dei  libri  pagani,  ex  ih; 
maxime  aks  boa  DEPENDKBAT?  uno  che  avea  leggicchiato  sol- 
tanto quolibeta  fratrum  atque  huimmodi  molestine?  Fuori  il 


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XVI 


ANGELO  POLIZIANO. 


barbaro  dal  concilio  de’ letterati!  lascisi  ai  calzolai  ai  fornai 
e a si  fatta  gentuccia,  dappoiché  ha  parlato  in  modo  che  sem- 
bra aver  voluto  esser  dimestico  a questa  razza  di  uomini.1  (Po- 
vero e dotto  messer  Nicolò,  certo  fornai  e calzolai  non  leg- 
gevano del  suo  latino).  Aggiungasi  la  generazione  dei 
grammatici  che  di  latino  teneano  scuola,  i quali  per  quel- 
T amore  che  l’ uom  prende  alla  sua  professione  o mestiere 
non  si  restavano  dallo  screditar  il  volgare  : onde  sin  qualche 
anno  al  di  qua  del  secolo  XV  attesta  il  Varchi  che  « la  lin- 
gua fiorentina,  come  che  altrove  non  si  stimasse  molto,  era 
in  Firenze  per  la  maggior  parte  in  dispregio  : e mi  ricordo 
io,  quando  era  giovanetto,  che  il  primo  e più  severo  co- 
mandamento  che  facevano  generalmente  i padri  a’  figliuoli  e 
i maestri  a’  discepoli  era,  che  eglino  nè  per  bene  nè  per  male 
non  leggessono  cose  volgare,  per  dirlo  barbaramente  come 
loro  : e maestro  Guasparri  Mariscotti  da  Marradi,  che  fu  nella 
gramatica  mio  precettore,....  avendo  inteso  una  volta  in  non 
so  che  modo  che  Schiatta  di  Bernardo  Bagnesi  e io  leggevamo 
il  Petrarca  di  nascoso,  ce  ne  diede  una  buona  grida  e poco 
mancò  non  ci  cacciasse  di  scuola.8  » 

E tuttavia  era  pur  sempre  Firenze  che  attemperando 
gli  antichi  elementi  co’ nuovi  potesse  restituire  in  dignità  la 
lingua  volgare;  Firenze  che,  purissimo  e fiorito  eziandio  di 
nuove  eleganze  e per  nuovi  scorci  e atteggiamenti  vago  e 
potente,  conservava  su  la  bocca  del  suo  popolo  il  parlare- 
dei  Boccaccio  e del  Sacchetti  ; che  lo  scrivea  con  freschezza 
da  non  invidiare  il  secol  d’ innanzi  con  gli  autori  suoi  popo- 
lani, fra’  quali  candidissimo  così  in  prosa  come  in  versi  il 
Beicari;  Firenze  a cui  eran  gloria  civile  i grandi  scrittori 
del  trecento,  e fin  di  su  la  cattedra  ove  interpetravasi  Ome- 
ro, in  una  di  quelle  prolusioni  che  composte  in  squisitissi- 
mi versi  latini  lasciano  argomentare  quanta  fosse  la  educa- 
zione e il  gusto  de’ nuovi  ateniesi,  amava  sentirsene  ripetere 
i nomi  a canto  a’  semidei  e vati  antichi  dalla  coloritrice  fa- 
condia del  Poliziano: 

• N'ec  (amen  allgerum  fra  tu  l .1  ti  m hoc  miniere  Dantem 
Per  Slygn  per  stellas  mrtliiqne  per  ardua  moni is 


1 Leon.  Aretino,  Dio/,  ad  Pnr.  HistriHWSj  I.  1 Varchi,  fircu/.,  quesito  Vili. 


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ANGELO  POLIZIANO. 


XVII 


Pulcbra  Bentricis  sul)  virginia  ora  volunlein  ; 

Quique  cupidineiiin  repetit  Pelrareba  Irium plium, 

El  qui  bis  q ii i il i s ceiituin  argomenta  diebus 
Pingil,  et  ob'Ciiri  qui  semina  inonslrat  amoris  : 

Umle  libi  immensa?  teniunt  prceconia  laudi*. 

Ingeniis  opibusqtic  potrns  Florenlia  mater.1 *  » 

Qualche  grammatico  adunque  o qualche  puro  antiquario  po- 
tea  in  Firenze  disprezzare  le  glorie  nuove;  non  altri.  Onde 
fin  dal  principio  del  secolo  lo  iscentifico  e circospetto  uomo  Cino 
Rinuccini  componeva  una  invettiva  contro  a certi  calunniatori 
ili  Dante  e di  messer  Francesco  Petrarca  e di  messer  Giovanni 
Boccaccio,  i nomi  de’ quali  per  onestà  si  tacciono.'  E Francesco 
Filelfo,  l’alacrissimo  e litigioso  Filelfo,  il  quale  contentava 
Dante  in  Santa  Maria  del  Fiore,  recitò  il  21  decembre  del  1450 
una  orazione  in  difesa  dell’  Alighieri  « chiamato  da’  miei  igno- 
rantissimi emoli  poeta  da  calzolai  e da  fornai  : 3 » il  quale  Fi- 
lelfo adornò  poi  di  comenti  assai  strani  anche  i Trionfi  del 
Petrarca,  e compose  XLVffl  canti  d’ ottava  rima  intorno  San 
Giovanni  Battista.  E l’ Alighieri  e il  Petrarca  erano  da  Cristo- 
foro  Landini  illustrati  pubblicamente  nello  Studio  fiorentino 
insieme  con  Virgilio  ed  Orazio:  e dell’uno  e dell’altro  tesseva 
Leonardo  Bruni  con  grande  affetto  e con  sufficiente  eleganza 
italiana  le.  vite.  E il  Benivieni  poteva,  salutando  la  grande 
ombra  del  fuoruscito  bianco,  laudare  il  popolo  fiorentino  che 

• del  tuo  pregio 

Dellu  ina  glori»  oguor  si  Tu  più  lidio  : 

* Quindi  non  sol  gli  cuor  del  suo  eoltegio 

M.i  le  porle  li  muri  i pii  vi  meli  li 
Dell’  immugiiic  Ina  s’  bau  fallo  fregio.1  - 

In  fine  Lorenzo  de’  Medici,  prima  assai  del  Castiglione  e del 
Bembo,  difese  dalle  accuse  degli  eruditi  P uso  della  lingua  to- 
scana, ne  celebrò  le  lodi,  discorse  dei  metri*  osò  anteporre  il 
Petrarca  a tutti  gli  erotici  latini,  gloriò  come  senza  compara- 
zione la  poesia  di  Dante,  come  sola  al  mondo  la  invenzione  e la 
copia  del  Boccaccio,  e dei  minori  e più  antichi  raccolse  le  rimo 


1 Poliziano.  tilricin. 

- Mebus,  V.  Ambr.  Cninnlilnlen- 

sìt,  Klorenlin,  ex  lyp.  cesareo, 
MDCCMX,  pag.  CLXXYI. 


1 Ibidem. 

i G.  Benivieni,  Cantico  in  Inule 
(li  D.  Alighieri  ; Opere,  Venezia, 
Zoppino,  1522. 


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XVIII 


ANGELO  POLIZIANO. 


o le  illustrò  con  una  prosa  che  è primo  esempio  della  critica 
nostra.1  Ma  già  Cristoforo  Landino,  cominciando  a leggere  in 
Studio  i sonetti  del  Petrarca,  avea  dimostrato  che  la  lingua 
toscana  cosi  nei  principii  e negli  incrementi  come  nei  pregi 
non  differiva  dalla  latina,  che  bisognava  però  sottoporla  a 
regole  di  grammatica  e di  retorica  come  della  latina  fu  fatto, 
e con  lo  studio  di  questa  alimentarla  continuamente  e affor- 
zarla: quali  glorie  future  se  ne  avessero  con  ciò  ad  aspet- 
tare, darne  segno  abbastanza  le  glorie  passate.  E qui  disa- 
mina le  più  illustri  opere  del  tre  e quattrocento:  nè  sarà 
inopportuno  riferirne  alcuni  giudizi  « E ne’  nostri  tempi 

avete  avuto  Leonardo  Aretino  et  alquanti  altri Ma 

uomo  che  più  industria  abbia  messo  in  ampliare  questo 
lingua  che  Battista  Alberti  certo  credo  che  nessuno  si  tro- 
vi. Leggete,  vi  priego,  i libri  suoi  e molti  e di  varie 
cose  composti;  attendete,  con  quanta  industria,  ogni  elo- 
quenzia  composizione  e degnità  che  appresso  ai  Latini  si 
truova,  si  è ingegnato  a noi  trasferire.  E Matteo  Palmieri 
ne’  suoi  dialoghi  può,  non  solamente  per  la  gravità  delle 
sentenze,  ma  per  ordinato  disposizione  e per  ornata  e florida 
elocuzione,  ritener  gli  auditori.  Nè  è da  stimare  poco  Bo- 
naccorso  da  Montemagno  in  quelle  concioni  le  quali  in  laude 
di  giustizia  per  antica  consuetudine  a tutti  e’maestrati  della 
città  si  fanno.  E questo  in  prosa....  Scrisse  versi  Lionardo 
già  detto,  el  quale,  benché  forse  non  adempiesse  ogni  leggia- 
dria, pur,  perchè  di  dottrina  e d’  arte  si  vede  pienissimo, 
gioverà  più  a chi  vorrà  essere  elegante...  Ha  scritto  Batti- 
sta Alberti  egloghe  et  elegie  tali,  che  in  quelle  molto  bene 
osserva  e’ pastorali  costumi,  et  in  queste  è maraviglioso  in 
esprimere  anzi  quasi  dipignere  gli  affetti  e perturbazioni 
amatorie.  Ha  sciatto  Lionardo  detto  non  solamente  in  questi 
nostri  usitati  d’undici  sillabe,  ma  versi  saffici  et  eroici:  il 
quale,  perchè  è uomo  acutissimo  e pieno  di  leggiadria,  ha 
comodamente  potuto  tutti  gli  ornamenti  e colori,  e’ quali  sono 
ne’ latini  versi  in  che  lui  è excellentissimo,  porre  nella  nostra 
lingua  e trasferire.  Hanno  scritto  e forse  anche  oggi  scrivono 


1 Lorenzo  ile'  Aledici,  Onnrn in  alle  rime  od  Epittuln  al  tignar  Fede- 
rigo / nella  nostra  edizione  delle  Panie,  1869  (Ediz.  Diamante). 


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ANGELO  POLIZIANO. 


XIX 


alcuni  altri  ; e’  quali,  perchè  non  mancano  di  dottrina,  facil- 
mente possono  la  vena,  la  quale  da  natura  hanno  abondante, 
redurre  a perfezione.  Ma  questi  sono  pochi  e più  radi  che 
le  porte  di  Firenze*Tutta  l’altra  turba,  perchè  sanza  bussola 
navica  e sanza  il  timone,  può  forse  delle  sette  una  sola  volta, 
per  buono  occhio  e naturale  prudenzia,  scorgere  il  porto  e 
conducersi  a salute.'  » Da  tutto  ciò  può  inferirsi  come  in 
Firenze  erano  e tradizioni  e intendimenti  e facoltà  per  rile- 
vare la  lingua  italiana  nella  sua  dignità  e per  elevarla  ancora 
al  grado  di  lingua  dotta  al  pari  della  greca  e della  latina. 

In  secondo  luogo  gli  studi  classici  troppo  erano  stati  ar- 
denti ed  esclusivi,  sì  che  non  dovessero  potentemente  avere 
influito  su  quel  poco  d’italiano  che  seguitavasi  a scrivere 
da’ letterati.  Quindi  le  rimembranze  non  solo,  e le  più  lon- 
tane, degli  autori  greci  e latini,  ma  il  colorito  antico  le  frasi 
lo  formule  le  voci  il  giro  lo  atteggiamento  del  periodo  i 
metri  trasportavansi  così  crudi  e secchi  nell’  italiano,  alla 
cieca,  senza  ombra  di  ragionamento  nè  di  gusto;  le  intiere 
proposizioni  latine  si  mescolavano  alle  volgari,  anche  nelle 
lettere  domestiche.  Quanta  fosse  cotesta  confusione  e quale 
la  dotta  barbarie,  meglio  che  dalle  parole,  resulterà  dagli 
esempi.  E troppi  ne  somministran  le  poesie  del  secolo:  an- 
che Feo  Beicari,  che  è la  candidezza  stessa  quando  scrive 
vite  di  santi  e rappresentazioni,  diviene  goffo  e contorto  al 
pari  degli  altri,  se  pon  mano  a scrivere  sonetti,  cioè  a poe- 
tar dottamente.  Di  tali  esempi  ne  riporterò  due,  dei  più 
significanti  per  la  natura  delle  composizioni  da  cui  li  tol- 
go. Nel  1441,  a’  conforti  di  Leon  Battista  Alberti  e di  Pier 
dei  Medici,  per  sollevare  gli  animi  occupati  dalla  guerra  col 
duca  di  Milano  e per  onorare  la  presenta  di  Eugenio  IV 
pontefice,  fu  dagli  officiali  dello  Studio  di  Firenze  bandita 
una  gara  di  poesia  volgare  : argomento,  la  vera  amicizia  ; 
luogo  della  recita,  Santa  Maria  del  Fiore  ; premio,  una  co- 
rona di  argento  lavorata  a guisa  di  lauro  ; giudici,  i segre- 
tari del  papa.  Avvenne  la  recitazione  il  22  di  ottobre  : eran 


1 Laudino,  Oraziane  quando  co- 
minciò a leggere  in  Studio  » to- 
iletti del  Petrarca  ; ili  Sliiccllanea 


di  cote  inedite  o rare  per  Fran- 
cesco Corazzini,  Firenze,  Baracchi, 


1853. 


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XX 


ANGELO  POLIZIANO 


presenti  la  signoria  e l’ arcivescovo  della  città,  1’  ambascia- 
tore di  Venezia,  gran  numero  di  prelati,  il  popolo  fioren- 
tino. Or  bene  : in  quella  chiesa  dove  spiegavasi  al  popolo 
Dante,  dinanzi  a quel  popolo  che  interveniva  alle  rappre- 
sentazioni del  Beicari  e ne  cantava  le  laudi,  messer  Lionardo 
Dati  fiorentino  leggeva  una  sua  scena  di  versi  esametri  e saf- 
fici, ove  è introdotto  Mercurio  che  fra  l’ altre  belle  cose  dice  : 

• Tra  gli  celesti,  del  Nilo  c Pullade  figlia, 

Una  dea  escelle,  die  formosissima  vince, 

0 non  inen  clic  Venus,  tanta  sua  forma  decora. 

Passeggia  il  cielo,  ino  sopra  dove  l'arduo  fenile 
Elùdano,  ino  donde  al  cielo  le  Pleiadi  sotto 
Cinsero,  ino  donile  gli  dii  la  sguoi  dauo  tutti 
Vestita  e nitida,  distinta  in  mille  colori, 

Dell'iris  succinta,  il  clic  suo  lembo  rilesse 
Di  gemme  e d'oro  lustro  non  men  clic  l’ Orioli  : 

E circuulesla  è d'ogni  mirabile  fatto. 

Questa,  suo  uffizio.  manifesta  l'aurea  porta 
Dell'oceano  a quelli  alipedi  clic  il  putto  superbo 
Fetonte  strinse,  di  sé  mal  guida  nocenle  : 

Mostra  col  dito  lor  qual  via  girino  canti 
Mezzo  il  Zodiaco,  lo  sonno  e notte  fuggendo  : 

E poscia,  quando  sizienti  bramano  posa, 

Snoda  loro  crini,  e di  suave  papavero  quelli 
Pascendo  o di  pampineo  pendente  racemo. 

Questa  il  cciso  coro  chiama  Cronissa  pudica; 

Quando,  benché  sia  Caron  suo  coniuge  solo 
E vecchio  e cano  e non  esorabile  sempre, 

Pur  da  mille  vaghi  miserandi  spesso  richiesta 
Nullo  gratifica,  sorda,  incorrotta,  severa: 

E più  Ira  I'  altre  iddrc  Faturina  mareggia.1  • 

Vero  è che  all’  ultimo  i preti  aggiudicarono  la  corona  d*  ar- 
gento alla  chiesa  *di  Santa  Maria,  cioè  a sè  stessi.  Ancora  : 
Francesco  Colonna,  monaco  autore  d’ un  romanzo  allegorico 
rimpinzato  d’erudite  lascivie,  Hipnerotomachia  Poìiphili,  che 
pare  avesse  una  certa  popolarità  fra  gli  eleganti,  perocché 
il  Castiglione  su  i primi  del  cinquecento  ricorda  « alcuni  che 


1 Abbiamo  seguito  la  lezione  che 
ne  dette  il  doti.  A.  Bonucci,  ristam- 
pando questo  fra  gli  altri  coiuponi- 
incnti  dell’  Accademia  Coronaria  nei 


Documenti  al  suo  Discorso  /tetta  vita 
c ditte  opere  iti  L.  lì.  Alberti  in 
Opere  Viitijnri  dell’  Alberti,  Ionio  I. 
Firenze,  Galileiana,  I8W. 


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ANGELO  POLIZIANO. 


XN1 


scrivendo  e parlando  a donne  usano  sempre  parole  di  Poli- 
filo,'  » così  incominciava  descrivendo  l’aurora:  « Phoebo  in 
quel  bora  manando,  che  la  fronte  di  Matula  Leucotliea  can- 
didava fora  già  dall’  oceane  onde,  le  volubile  rote  sospese 
non  dimostrava,  ma  sedulo  cura  gli  sui  volucri  calmili,  Pyroo 
prima  et  Eoo,  alquanto  apparendo,  ad  dipingere  le  lycophe 
quadrige  della  figliola  di  vermigliante  rose  velocissimo  in- 
sequentila  non  di  morava.5  » 

Ora,  per  tór  via  questa  strana  mistura  di  due  forme, 
questa  superfetazione  del  morto  sul  vivo,  questa  orribile 
congiunzione  mezenziana  nell’arte,  da  cui  minacciava  uscire 
un  mostro  che  con  la  sua  gravezza  inerte  avrebbe  soffocato 
ogni  vitalità  del  pensiero  italiano,  non  bastava  ritornare  alla 
tradizione  scritta  del  trecento  (pur  troppo  il  Boccaccio,  non 
tanto  nel  Decamerone  quanto  nei  romanzi  in  prosa  mi- 
nori, avea  già  avviato  i letterati  per  quello  sdrucciolo)  ; bi- 
sognava piuttosto  attingere  alla  fonte  viva  dell’uso,  chiedere 
al  popolo  di  quella  forza  ed  eleganza  nativa  eh’  ei  per  ven- 
tura conservava  tuttora.  E questo  non  altrove  si  potea  far 
che  in  Firenze.  Ma  con  ciò  un  nuovo  pericolo  era  d’  uopo 
causare,  e riparare  ad  un  altro  inconveniente.  Per  una  parte, 
il  popolo  toscano,  abbandonato  a sè  stesso,  senza  più  una 
norma  letteraria  che  gli  venisse  dall’alto,  aveva  nel  campo 
della  lingua  sbizzarrito  a baldanza  ; certe  forme  esterne 
erano  state  gagliardamente  sconnesse  ; una  selva  di  desi- 
nenze che  in  opera  letteraria  apparivano  men  graziose,  di 
elissi  e di  iperbati  che  acquistavan  vivezza  alla  parola  par- 
lata ma  intorbidavan  la  scritta,  di  catacresi  e di  troncamenti 
a pena  avvertiti  nella  poesia  cantata  ma  duri  e strani  in 
quella  da  leggere,  tutto  ciò  dai  poeti  popolari  passava  nei 
letterati.  E per  un’  altra  parte,  non  essendo  più  sorto  in 
Toscana  per  quasi  un  secolo  uno  scrittore  da  trarre  a sè 
l’ attenzione  di  tutta  Italia  quasi  norma  vivente  dell’  uso 
moderno,  i letterati  delle  altre  provincie,  come  prevalendosi 
dei  diritti  della  confederazione,  trasportavano  nelle  scritture 
quanti  loro  piacevano  e occorrevano  vocaboli  e frasi  e idio- 

1 Castiglione,  Il  Corlegiano , III. 

! La  l/ypntrolomachià  di  Poliphilo  : Venezia,  1515. 

Poliziano.  4 


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XXII 


ANGELO  POLIZIANO. 


tismi  del  proprio  dialetto  : basti  ricordare  un  per  tutti,  il 
dottissimo  e ingegnosissimo  Boiardo.  Così  quella  unità  im- 
pressa alle  forme  della  lingua  dai  potenti  del  trecento  era 
rotta  ; disconosciuta  quella  supremazia  toscana,  la  quale, 
senza  che  niun  pensasse  ad  imporla  e nessuno  ad  avver- 
tirla, era  stata  volontariamente  e concordemente  accettata 
dagli  scrittori  tutti  nel  secolo  precedente  ; quella  conve- 
nienza mirabile  delle  imitazioni  con  la  novità,  dell’  uso  con 
la  dottrina,  del  parlare  di  vena  improvviso  con  lo  scrivere 
nella  riflession  meditato,  della  libertà  dell’individuo  con  la 
norma  ideale  della  nazione,  era,  o pareva,  miseramente  perduta. 
A ricostituirla,  il  ritornare  solamente  all’  uso  di  un  popolo 
non  valeva,  potea  forse  nuocere  ; volevasi  che  sorgesse  ad 
esempio  un  ingegno  di  tanto  privilegiato,  che  in  lui  le  fa- 
coltà più  diverse  e ineguali  si  temperassero  a mirabile  ar- 
monia, imitatore  e inventore,  improvvisatore  e squisito  ma- 
neggiatore di  stile,  scrittor  popolare  e scrittore  dotto,  poeta 
e critico. 

E non  bastava.  Imperocché  la  dissuetudine  dello  scrivere 
italiano  avea  portato  lo  stento;  e la  ricerca  delle  peregrinità 
nella  imitazione  de’  classici,  lo  sforzo  : i quali  due  vizi  si 
mascheravano,  come  sempre,  d’  una  pretensione  che  volea 
esser  grandezza  ed  era  tumidità.  Al  che  se  aggiungasi  la  ere- 
dità che  alla  poesia  italiana  derivava  dalle  convenzioni  già 
accademiche  de’ provenzali,  dal  misticismo  de’ contemporanei 
di  Dante,  dal  psicologismo  del  Petrarca,  avremo  la  ragione 
delle  arguzie  delle  esagerazioni  delle  sottigliezze  che  tanto 
più  fiorirono  nella  poesia  del  quattrocento  quanto  meno  era 
l’ intimo  fervore  con  cui  essa  si  coltivava.  Che  se  in  ultimo 
ripenseremo  quale  ardore  di  comporre  e ricomporre  di  com- 
pilare e tradurre  e leggere  romanzi  invase  a quegli  anni 
gl’italiani  non  affatto  letterati, . troveremo  forse  in  cotesto 
genio  il  principio  delle  stravaganze  e delle  sorprese,  con  cui, 
trascurando  lo  stile,  volle  prendere  la  mente  dei  leggitori  il 
volgo  dei  lirici  su  ’l  finire  del  secolo.  Ecco  perchè  taluno,  po- 
sando gli  occhi  su  i canzonieri  del  Ceo  del  Notturno  del- 
l’Aquilano del  Sasso  del  Cornazzano  del  Tebaldeo,  s’ammira 
di  trovarvi  a più  luoghi  gli  antesignani  del  seicento.  E al 
pervertirsi  dello  stile  e dei  sentimenti  seguitò,  come  di  ra- 


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ANGELO  POLIZIANO. 


xxi:i 


gione,  il  pervertimento  de’  giudizi.  Così  un  contemporaneo 
del  Cornazzano  lo  celebrava  altro  Dante  o Petrarca  ne’  versi 
volgari'  e anche  al  tempo  del  Varchi  rimanevano  di  quelli  che 
tenevan  più  bello  stile  quel  del  Geo  o del  Serafino  che  quello  del 
Petrarca  o di  Dante}  11  Pico  poi  (ed  egli  non  avea  bisogno  di 
accattar  favori,  nè  può  supporsi  che  volesse  adulare  un  suo 
•eguale)  mette  francamente  le  rime  del  Medici  innanzi  a 
quanto  scrissero  Dante  e il  Petrarca  « perchè  al  Petrarca, 
die’  egli,  mancano  le  cose  cioè  i concetti,  e a Dante  le  parole! 
cioè  1’  eloquenza  : » e,  com’  è curioso  a notare  1'  acutezza  di 
certi  appunti  che  fa  al  Petrarca,  così  non  è senza  utilità 
T avvertire  che  nel  confronto  ei  s’è  lasciato  prendere  più  alle 
appariscenze  che  alle  virtù  vere  dello  scrivere  di  Lorenzo.”  E 
qui  a richiamare  le  menti  sviate  occorreva  più  che  mai  quello 
uomo  di  mirabile  temperamento,  .che  sapendo  distinguere 
negli  scrittori  antichi  e moderni  il  vero  e il  bello  dal  falso 
e dal  deforme  desse  alla  letteratura  cólta  un  esempio  e una 
norma  universalmente  accettabile. 

E quell’uomo  fu  Angelo  Poliziano.  A un  più  potente  di 
lui  ; a tale  che,  essendo  collocato  nella  più  alta  dignità  della 
sua  patria  ed  esercitando  magnificamente  verso  ogni  maniera, 
di  letterati  e di  lettere  protezione  e larghezza,  valea  a far 
accogliere  come  dettati  i suoi  consigli,  come  legge  l’esempio; 
a Lorenzo  de’  Medici  in  somma  era  serbato  il  vanto  di  re- 
vocare in  onore  appresso  i dotti  la  lingua  italiana  : ed  egli, 
cittadino  di  Firenze,  uscito  di  casa  popolare,  e nipote  a Co- 
simo che  pur  tra  le  severe  cure  della  nuova  potenza  trovava 
tempo  a compor  versi  nella  lingua  materna,1  e figlio  alla 
Lucrezia  Tornabuoni  pia  e semplice  poetessa,  compiè  que- 
sto come  gentile  dovere  verso  la  patria  sua  e la  famiglia. 
Ma  quel  fiore  squisito  del  sentimento  che  si  chiama  buon 
gusto,  quell’  armonia  dell’  ingegno  che  si  chiama  giudizio, 
non  la  dà  la  potenza  e la  ricchezza  : ed  un  povero  giovi- 
netto venuto  a città  in  cerca  di  fortuna  da  un  comune 
del  dominio  dovea  essere  il  felice  dittatore  del  buon  gusto 

1 Alberto  ila  K: palla,  in  Script.  * G,  Pico,  Epittola  ; Oj»ora,  3 IH. 
rer.  itnlie.,  XXIII,  934.  k Vedi  una  cunzone  attribuita  a 

* Varchi,  Ercol.,  dopa  il  principio.  Cosimo  nel  Poligrafo,  Milano,  4813. 


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XXIV 


ANGELO  POLIZIANO. 


t:  del  giudìzio  dilli'  Italia  aspettato  : egli,  ricongiungendo  la 
nuova  letteratura  all’  ultima  tradizione  del  Boccaccio  e le 
liellezze  dei  classici  rinfrescando  nella  viva  lingua  dell’uso, 
dovea  aprire  la  bella  età  del  perfezionamento-  e della  forma. 
Questo  intese  il  cinquecento,  quando  riconobbe  (piasi  con- 
corde il  Medici  e il  Poliziano  a suoi  precursori,  e per  bocca 
del  Varchi  sentenziò:  « Kgli  [ il  Mal  ivi  | con  uiesser  Agnolo 
Poliziano  furono  i primi  i quali  cominciassero  nel  comporre 
a ritirarsi  e discostarsi  dal  volgo,  e,  se  non  imitare,  a volere 
o parere  di  volere  imitare  il  Petrarca  e Dante,  lasciando  in 
parte  quella  maniera  del  tutto  vile  e plebea.'  » Con  quali  instru- 
menti e per  quali  modi  operasse  il  Poliziano  questa  felice  rea- 
zione nell'  arte  italiana,  mi  proverò  di  mostrare  nel  séguito 
di  questo  discorso.  Dove  solo  quel  tanto  che  conferisca  a 
porre  in  più  chiara  luce  il  poeta  italiano  riferirò  dalla  storia 
dello  scrittore  latiuo  e dalla  vita  dell'  uomo  ; perocché  un 
lungo  discorrere  del  primo  troppo  sarebbe  alieno  dal  mio 
argomento;  del  secondo  han  trattato  a sufficienza  ilMenche- 
nio  ■ il  Secassi1  il  Bonafous  ; ' e più  intieramente  sopra  docu- 
menti e notizie  ora  per  la  prima  volta  raccolte  e con  severo 
giudizio  raffrontate  ne  parlerà,  spero,  fra  breve  1"  amico  mio 
Isidoro  Del  Lungo. 


' II. 

Lk  Stanze  per  j.a  giostra.  — L‘  Orfeo. 


Ho  detto  che  il  Poliziano  congiunse  la  seconda  età  lettera- 
ria all’  antecedente  con  riprendere  la  tradizione  del  Boccac- 


cio. Perocché  quell’  accordo  tri 

1 Varchi,  Ere  alano,  nelle  prime 
pagine. 

i Triti.  Oli.  Menckcnius.  Hi» furia 
l 'ita  et  in  tiferà s tnerilorum  Ang. 
Polmoni,  Lipftice,  MDCCXXXVI. 

* Secassi,  Viin  di  A.  Poliziano, 


l’ antico  ed  il  nuovo,  che  era 

premessa  all  eili/.,  delle  Stanze  falla 
in  Bergamo  dal  Laiiecllotti  nel  174!) 
alla  eomin.  del  1TG5  e a molte  alile. 
k Ji.  A.  Bonafous,  De  Ang.  Pulì- 
tiani  cita  et  npeributt  ditquisitio- 
ne»,  Paris,  Firmili  Didot,  IS15. 


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ANGELO  POLIZIANO. 


XXV 


pur  nel  fonilo  di  tutte  le  fantasie  del  medio  evo.  primo  con 
intenzione  d'  artista  1’  avea  tentato  il  Boccaccio;  quando  nella 
Teseide  e nel  Filostrato  vestì  gli  eroi  del  tempo  degli  Epi- 
goni e della  guerra  troiana  con  le  fogge  della  Tavola  ro- 
tonda e dei  Paladini,  e per  converso  nel  Filocopo  drappeggiò 
classicamente  il  moresco  Fiorio  ; e più  ancora  quando  nel- 
P Ameto  condusse  le  ninfe  di  Teocrito  e di  Virgilio  a dan- 
zare all’  ombra  de’  pioppi  per  entro  le  vallette  di  Fiesole, 
fondendo  nel  terzetto  di  Dante  e nell’ottava  il  puro  esa- 
metro di  Virgilio  o il  più  eterogeneo  di  Ovidio.  Per  egual 
modo  il  Poliziano  sollevò  un  avvenimento  borghese  al  tono 
della  tromba  epica;  su  i palchi  della  rappresentanza,  tra 
gli  addobbi  provenienti  tuttora  dalle  sagrestie,  introdusse  i 
pastori  siracusani  e la  vergine  dei  misteri  traci  ; e all’  inferno 
terribile  e grottesco  dei  frati  e di  Dante  e dell’  Orcagna  so- 
stituì il  classico  inferno  delle  Metamorfosi.  Mescolanza  di 
fantasie  che  necessariamente  condusse  a una  nuova  tempera 
di  sentimenti  d’ immagini  e di  stile,  tra  1’  arte  di  percezione 
e quella  di  riflessione,  fra  il  puro  naturalismo  e P ideale  del 
trecento,  tra  Omero  e Dante,  tra  Virgilio  e il  Petrarca,  tra 
Ovidio  e il  Boccaccio.  La  mescolanza  passò:  rimase  la  tem- 
pera dello  stile  e segnò  la  nuova  età,  del  perfezionamento. 

Una  giostra  in  Firenze  su’l  cadere  del  secolo  XV:  misero 
argomento  di  poesia  esornativa.  Vero  : ma  e quale  altro  po- 
tea  eleggerne  a tali  tempi  un  tal  uomo?  Angelo  Ambrogini. 
nato  a Montepulciano  di  onesta  ma  povera  famiglia  [14  lu- 
glio 1454]  e tenero  ancora  venuto  a Firenze  in  cerca  di  studi 
e di  fortuna,  non  ebbe  certo  quell’  arcana  e profonda  neces- 
sità di  poesia  che  assediava  di  visioni  P anima  giovinetta  di 
Dante,  che  soffermava  in  un  presago  desiderio  di  raccogli- 
mento e di  solitudine  il  Petrarca  fanciullo  tra  le  rupi  di 
Valchiusa  : non  P ebbe,  è troppo  candida  confessione  quella 
eli’  ei  fa  a quattordici  anni  nel  suo  primo  epigramma  latino. 
Una  volta,  egli  dice,  mi  fu  caro  lo  studio  : « invida  sed  me 
Paupertas  laceros  terruit  uncta  sinus:  » or  dunque,  poi- 
ché il  poeta  è favola  al  volgo,  « Esse  reor  satius  cedere 
temporibus.'  » Quella  vaghezza  che  dalle  lezioni  platoniche 

1 Poli limili»,  E pigra  m.  liba- : Opera,  cil.  cil.,  voi.  II.  E ili  qui  inumili 


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XXVI 


ANGELO  POLIZIANO. 


del  Ficiuo  e dalle  peripatetiche  dell’ Argiropulo  lo  ritraeva 
ai  blandimenti  di  Omero, 1 quel  cominciare  fanciullo  dalla 
traduzione  dell’  Iliade  in  versi  latini  di  splendidissima  pro- 
fusione, annunziano  più  che  altro  il  sentimento  della  for- 
ma del  colorito  e dell’  armonia.  Nobilissimo  sentimento  ; ma 
che  ricerca  per  espandersi  nell’  opera  la  quiete  e gli  agi  : 
secura  quies come  diceva  yirgilio;  vatum  pretiosa  quies,3  co-' 
me  dirà  poi  anche  il  nostro  nella  villetta  di  Fiesole.  Per 
acquistarsi  cotesta  quiete,  per  possedere  cotesta  villetta,  bi- 
sognava farsi  largo,  mettersi  in  vista,  accostarsi  ai  potenti, 
perchè  piacere  ai  potenti  è non  ultima  lode .'  Ecco  dunque, 
come  Stazio  in  Roma,  così  l’Ambrogini  in  Firenze  cercare 
immagini  e suoni  per  ogni  occasione  e per  ogni  fattarello 
magnatizio  ; per  la  morte  d’  un’  Albizzi  fidanzata  a un  Della 
Stufa  ; per  casa  Benivieni,  tutta  medici  e poeti  ; per  Pietro 
Riario  nipote  di  Sisto  IV  e Cardinal  di  San  Sisto.  Nella  co- 
stui venuta  [1473]  a prender  possesso  dell’  arcivescovato  di 
Firenze,  il  tempo  era  per  caso  tra  nuvolo  e sereno  ; e il 
poeta  canta  che  il  sole  vuole  e vedere  e insieme  non  offen- 
dere Sisto,  il  massimo  Sisto,  « Spes  hominum  prima..,  prima- 
que  cura  deum  : » entrato  in  città,  si  rovescia  un  acquazzone 
che  mette  fine  alla  siccità  ; ed  ecco  il  poeta  gridare  al  mi- 
racolo, e « An  quisquam  neget  esse  deum  te  Xyste  tenen- 
tem  Imperium  terris  imperiumque  polo  ? » Ma  ai  Medici 
sopra  tutto,  ai  due  giovani  eredi  della  famiglia  munifica,  si 
addisse  il  nuovo  Stazio,  minore  di  sei  anni  a Lorenzo  e sol 
d’  uno  a Giuliano.  E non  solamente  fu  panegirista  delle  azioni 
pubbliche  buone  o no,  come  il  sacco  di  Volterra,  ma  e su  ’l 
ritratto  della  fanciulla  quce  est  in  deliciis  e su  ’l  fonte  d’ Am- 
bra e sur  un  pioppo  rinverdito  dinanzi  al  palazzo  di  Via 
Larga,  su  tutto  in  somma,  fe  versi.  Vede  Lorenzo  in  villa 
che  con  certe  frasche  di  quercia  si  ripara  il  capo  dal  sole? 
ed  egli,  lì  su’  due  piedi,  all’  improvviso  : « Quam  bene  glandi- 
fera cingis  tua  tempora  quercu,  Qui  civem  servas  non  modo 


rilando  o riportando  versi  Ialini  del 
N.  A.  sema  particolar  noia  inten- 
diamo di  questo  libro. 

1 Polilianus,  .Visetti.  etiti.  I,  sub 


Imeni  ; Opera,  edizione  eil.,  voi.  I. 

* Yirgilius,  Georg.  Il,  467. 

9 Polilianus,  Rutlicut  ; Op.  II. 

* lloratius,  t'pist.,  I,  xvu,  36. 


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ANGELO  POLIZIANO. 


XXVII 


sed  populum.  » Arriva  a Lorenzo  un  cane  di  Spagna  il  quale 
strangola  le  fiere  ma  non  tocca  l’ uomo  ? sta  bene  : questo  cane 
è proprio  il  fatto  vostro,  magnifico  padrone  : « Sic  tua  nam 
sontes,  Laurenti,  pcena  coércet;  Sic  referunt  abs  te  proemia 
digna  pii.  » Una  volta  il  Magnifico,  provveduta  alla  meglio 
di  viveri  la  città  che  pativa  di  caro,  se  ne  va  a Pisa;  deh,  pel 
bene  universale,  non  vi  si  trattenga  egli  di  troppo  : c’  è il  ri- 
sico, s’  e’  non  torna  presto,  che  Firenze  tutta  desideri  d"  es- 
sere più  tosto  morta  di  fame  : « Heu  quid  agis  ? patriae,  Lau- 
rens,  te  redde  gementi:  Non  facta  est  donis  lsetior  illa  tuis. 
Moesta  dolet,  malletque  famem  perferre  priorem  Quam  desi- 
derium  patria  ferre  tui.  » Per  Giuliano,  col  quale  l’ aveva  me- 
glio dimesticato  1’  eguaglianza  dell'  età,  faceva  anche  di  più. 
In  nome  e in  persona  di  lui  innamorato  scriveva  canzoni  ele- 
ganti, che  in  fine  riuscivano  a questo  : « Non  m’ esser  dunque 
avara  Di  quel  vero  piacer  che  solo  è il  tutto,  E fa’  che  dopo 
i fiori  io  colga  il  frutto  : 1 » ma  la  mano  del  poeta  adulatore 
scoprivasi  alle  lodi  soverchie  del  signore  innamorato  messe 
in  bocca  a lui  stesso.  Quando  poi  la  bella  donna  moriva  nel 
fior  dell’  età,  il  poeta  non  solo  mettea  in  versi  latini  un  pen- 
siero suggeritogli  da  Giuliano  per  l’ epitaffio,  ma  l’ esequie  di 
lei  accompagnava  con  un  epigramma  degno  dell’  Antologia  ; 
che  il  lettore  vedrà  volentieri,  trattandosi  della  Simonetta 
celebrata  nel  poema  della  giostra  : 

• Dmn  pulcra  cfTertur  nigro  Simonella  ferelro 
Rlandus  et  exanimi  spirai  in  ore  lepos; 

Nactus  Amor  lempus  quo  non  sibi  turba  caverei, 
lecit  ab  occlusis  mille  faces  oculis; 

Mille  animos  cepit  viventis  imagine  visus; 

Ac  morii  insultnns  — Est  me»,  dixit,  adbuc; 

Est  mea,  dixit,  adbuc:  noudum  totani  eripis  Ulani  : 
llla  vel  exanimis  militai  ecce  mibi.  — 

Dixit,  et  iiigemuit:  ncque  cniin  satis  opta  triumpbis 
llla  puer  vidit  tempora  sed  lacrymis.  • 

Peccato  che  l’autore  di  sì  eleganti  versi  volesse  poi  emulare 
non  solo  le  scurrilità  e le  immondezze  ma  l’ improntitudine 
di  Marziale  stendente  la  mano  al  soldo  ! A te,  scriveva  egli 
un  giorno  al  Medici,  a te  il  mio  verso,  a te  tutto  serve  il 

1 Vedi  in  questa  edizione  fra  le  Hi me  Va  rie  la  cauz.  I c la  noia. 


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XXVIII 


ANGELO  POLIZIANO: 


mio  ingegno.  Ma  ride  il  popoletto,  perchè  il  mio  vestito 
mostra  le  corde  e dalle  scarpe  rattoppate  escon  le  dita  a go- 
dere dell’  aria  aperta  : ride  e mi  tiene  per  poeta  ignorante, 
che  non  abbia  saputo  piacerti.  Tu  al  contrario  mi  versi  lode 
su  lode  dal  pieno  petto.  Ora,  se  vuoi  che  ti  sia  creduto  e che 
restin  le  ciancie,  « Laurenti,  vestes  iam  mihi  mitte  tuas.  » 
Anche  Lutero  scrivea  a non  so  quale  Elettore,  che  la  sua 
guarnacca  era  sdrucita,  e che  gli  mandasse  del  drappo  nero 
per  farsene  un’  altra  : 1 ma  il  frate  tedesco  non  avrebbe  chie- 
sto dei  soldi  col  vocabolo  proprio  e materiale,  cera,  come  il 
canonico  di  Firenze.  Il  quale  così  scherzava  su  ’l  Cardinal  di 
San  Sisto  che  pe’  due  epigrammi  riportati  più  sopra  lo  avea 
sol  ringraziato:  « Verba  dedi  Xisto,  decet  luce  dare  dona  poe- 
tam:  -.dira  decet  Xistum  reddere;  verba  refert;  » e metteva 
di  mezzo  Francesco  Salviati,  quello  stesso  della  congiura 
de’  Pazzi,  perchè  ricordasse  al  cardinale  che  « nullo  hic  vates 
est  taraen  re  re  gravis:  » e in  fine  con  cinica  impudenza  con- 
chiudeva <*  Dicenti  te  Xiste  deum  si  dona  dedisses  Qu*  petit, 
iam  te  diceret  esse  Jovem.  » Vergogne  queste  scusate  in 
parte  dal  costume  letterario  del  secolo.  Ma  quanto  piace  e 
quanto  è onorevole  al  Poliziano  P affezione  sincera  e profonda 
che  gli  crebbe  sempre  più  per  Lorenzo,  il  quale  ne  sostentò 
gli  studii  e lo  ricettò  ben  presto  in  sua  casa  ! affezione  mista 
di  gratitudine  d’  ammirazione  d’  amicizia,  in  cui  si  sente  e 
la  venerazione  dell’ inferiore  e la  tenerezza  dell’ uguale  ; affe- 
zione di  cui  il  buon  poeta  diè  così  ardita  prova  nel  fatto 
dei  Pazzi  e che  tutta  risplende  in  quel  bellissimo  epigramma 
scritto  all’  improvviso  nell’  occasione  che  non  potea  salutare 
il  Medici  di  ritorno  in  Firenze  dal  pericoloso  congresso  con 
Ferdinando  di  Napoli. 

• O ego  (piani  cupio  redueis  conlingrre  dexiram 
Laureali  et  Itelo  (licere  Itelus  uve. 

Maxima  sed  dcnsuiii  copioni  vix  atrio  volgila, 

Tuia  snliitnntum  vocibus  aula  fremii. 

Uudiipic  purpurei  Mediceli)  pia  turba  scintila 
Stai  cimi  ni  : cunctis  celsior  ipsc  palei. 

Quid  faciaui*  accedalo?  Ncipieo,  velai  invida  turba. 

Alluipiar?  Al  pavido  lor|>el  in  ore  sonila. 


’ J.  Michelet,  M tinnir  et  ile  iMlìtrr. 


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ANGELO  POLIZIANO. 


WIN 


Aspiciam?  Licei  lioc,  telo  noi»  vertice  supra  est: 

Non  ornile  ofTìciiim,  turba  molesta,  negus. 

Aspice  sublimi  quelli  vertice  fumlit  bonorem, 

Sidereo  qmintiini  spargit  ab  ore  iubar. 

Quie  redncis  facies!  Isetis  qunm  lielus  amicis 
Rcspondet  nutii  lumino  voce  manu  ! 

Nil  agimus:  cupio  sulilnm  de  more  salutem 
Dicere  et  oIRciuni  persoluisse  nienm. 

Ile,  ilici  versus,  Medicique  luce  «licite  nostro: 

Angelus  lioc  millit  Politianus,  ave.  • 

a* 

Nè  meno  singolare  è quest’  altro  in  cui  con  ardore  quasi  di 
amante  canta  gli  occhi  del  suo  protettore  ed  amico  come 
fonte  a sè  d’ ispirazione  e poesia  : 

• Nesrio  quos  media  cicli  de  sede  pelitos 
Limi i n i bu s radios  siispicor  esse  tuis 
Nani  quotics  oculos  in  me"  convertis  umicos, 

Complector  cniictas  pectore  lutitias: 

Tum  faciles  siibciint  uniste,  lune  ipse  videtur 
Purus  apollinei  sideris  esse  nilor. 

At  quolies  oculos  a me  dcDectis  aniicos, 

Complector  niillas  pectore  lactitias: 

Non  faciles  siibeunt  uniste,  non  ipse  videtur 
Purus  apollinei  sideris  esse  nitor. 

Cu r ergo  averlis,  Laurenti,  lumina?  Rodile, 

Rodile  meis,  quaeso,  lumina  luininibiis; 

Laelitias  milii  reibie  meas;  reilde,  inviale,  imi  sa  s 
Qiias  Ina  mi  rapinili  lumina;  seti  propcra.  • 

Dal  che  tutto  è dato  rilevare  come  in  quel  tempo  e a tal 
uomo  una  giostra  di  cui  riportò  l1  onore  un  de’  Medici  potesse 
ben  parere  degnissimo  argomento  epico,  e si  spiegano  le 
adulazioni  e i sentimenti  insieme  di  vera  affezione  per  la 
famiglia  dittatoria  dei  quali  è sparso  il  poema. 

Sia  quando  veramente  combattè  Giuliano  la  giostra  cele- 
brata, e quando  fu  scritto  il  poema?  Alla  critica  del  quale 
rileva,  più  che  a primo  tratto  non  apparisca,  la  questione 
cronologica;  risoluta,  parmi,  per  ogni  parte  dall’amico  mio 
Del  Lungo  nella  seguente  illustrazione  che  ha  voluto  gentil- 
mente concedermi. 

« fi  opinione  volgarissima  .che  il  Poliziano  scrivesse  le 
Stanze  fra  i quattordici  e i quindici  anni  : li  storici  e li  edi- 
tori si  trasmisero,  l’uno  all’altro,  questa  notizia,  senza  cer- 


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XXX 


ANGELO  POLIZIANO. 


carne  fondamento  ne1 * *  fatti  e nel  testo,  anzi  neanco*curandosi 
se  e fatti  e testo  la  combattevano.  Pensando  le  cagioni  di 
questo  universale  errore,  mi  par  di  trovarle  in  ciò;  che, 
1",  si  confuse  la  giostra  di  Giuliano  cantata  dal  Poliziano  con 
quella  di  Lorenzo  cantata  da  Luca  Pulci,  che  fu  nel  69 
quando  appunto  il  Poliziano  era  su’  quindici  anni; ‘2'',  furono 
frantesi  ed  anche  storpiati 1 i versi  delle  st.  4 e 5,  1.  I;  dove 
si  trovò  volentieri  una  spiegazione  della  prima  fortuna  del 
poeta  presso  i Medici,  della  quale  non  ci  restano  documenti 
positivi;  3'*,  si  stette  agli  editori  antichi  contemporanei  del- 
l’autore, che  danno  il  poema  alla  sua  prima  adolescenza ; le 
quali  parole  pur  conviene,  dinanzi  all’  autorità  dei  docu- 
menti, dichiarare  o inesatte  o false.  Dubitarono  alcuni,’ 
a’  quali  quella  non  pareva  poesia  da  quindici  anni  ; e conget- 
turarono, ciascuno  a modo  suo.  Di  tutti  (anche  de’ recenti, 
come  lo  svelto  francese  signor  Bonafous)  più  coscienzioso  il 
Menke  : scriptorem  qui  hunc  exsolvat  nodum,  ego  quidem  scio  nul- 
lum .*  Nè  poteva  davvero  sciogliersi,  anche  rettificando  li  er- 
rori, senza  aiuto  di  documenti  originali  ed  autentici.  I quali 
io  ho  trovati  ; e buoni,  credo,  a exsolvere  nodum. 

» La  bella  Simonetta,  la  leggiadra  ninfa  del  poema,  morì 
la  notte  dal  26  al  27  aprile  1476  d’etisia.  Lorenzo  era  a Pisa; 
e riceveva  notizie  di  lei  giorno  per  giorno,  e da  più  d’ uno.4 
Dunque  le  Stanze  furono  certamente  scritte  dopo  quella  data, 
perchè  il  cenno  della  morte  di  Simonetta  [II,  35,  segg.]  si 
vede  bene  esser  venuto  di  getto,  non  esser  una  giunta  poste- 
riore. Infatti,  se  messer  Angelo  avesse  scritto  le  Stanze  a 
quindici  anni  nel  69,  anno  della  giostra  di  Lorenzo,  perchè 
sarebbe  tornato  sette  anni  dopo  a innestar  versi  in  un  poe- 
metto rimasto  incompiuto  ? e qual  cagione  di  lasciarlo  incom- 
piuto, a lui  giovinetto  che  dicono  sperava  da  quei  versi  la 
protezione  e il  pane?  Di  più:  il  Poliziano  [I,  6]  chiama  il 
trofeo  di  Giuliano  U secondo  ; cioè,  come  bene  spiegano  i co- 


1 Vedi  a pag.  5 di  questa  edizio- 

ne, nelle  note 

1 De’  quali  è giustizia  ricordare 
Gingucné,  flint,  liti,  d’ Italie,  prem. 
purtie,  eli.  XX;  e Giudici,  Si.  della 

lelt.  ito/  , cop.  X. 


* llitlnria  vita  A.  P.,  pag.  4i. 

* Archivio  Mediceo  avanti  al  Prin- 
cipato, filza  XXXIII.  I documenti 
che  qui  si  citano  saranno  pubbli- 
cali con  le  Prole  volgari  del  nostro 
autore. 


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ANGELO  POLIZIANO. 


XXXI 


montatori,  venuto  dopo  quel  di  Lorenzo  : anzi  [II,  6]  della 
giostra  del  69  parla  come  di  cosa  passata  da  lungo  tempo  ; e 
questo  anche  riconoscono  i cementatori.  I quali  poi  trovano 
ne’ versi  E posto  il  nido  in  tuo  felice  Ugno  Di  roco  augel  di- 
venti un  bianco  cigno  [I,  5]  un  desiderio  e una  preghiera  del 
poeta  (un  po’  da  accattone)  d’ entrare  in  casa  Medici  ; il  che 
manderebbe  veramente  le  Stanze  alla  prima  giovinezza  anzi 
alla  fanciullezza  d’ Agnolo.  Ma  que’  versi  non  dicono  altro  se 
non  che  egli  desidera  di  cantar  le  gesta  di  Lorenzo,  com’ora 
canta  quelle  di  Giuliano  ; che  concorda  con  gli  altri  : Ma 
mentre  all’  alta  impresa  tremo  e bramo  E son  tarpati  i vanni 
al  bel  desio,  Lo  glorioso  tuo  fratei  cantiamo  [1, 6].  Da’ quali,  in- 
tendendo dell’  entrare  in  casa  e non  del  cantare  Lorenzo,  non 
so  quale  senso  sia  possibile  raccapezzare;  perchè  un  poema 
è sì  un’  alta  impresa,  non  l’ essere  ammesso  in  una  corte.  E 
in  quel  della  stanza  innanzi,  Di  roco  augel  ec.,  quanto  meglio 
s’ intende  che  il  soggetto  dovesse  ispirarlo  anziché  la  casa  ! 
e Ugno  è il  lauro  stesso,  cioè  Lorenzo  ; non  la  casa,  che  il  poeta 
proprissimo  avrebbe  chiamata  il  campo  o il  giardino  dove 
l’ albero  era  cresciuto.  Ed  anco  è da  osservare  rivolgersi  il 
poeta  a Lorenzo  come  a principal  cittadino  della  repubblica 
[I,  4]  ; che  non  lo  avrebbe  fatto  nel  69,  vivente  il  padre  di 
lui  Piero.  Inoltre  v’  è chi  dice  dover  esser  state  scritte  le 
Stanze  avanti  il  matrimonio  di  Lorenzo  con  la  Clarice  Orsini, 
che  fu  nel  giugno  69, l’ anno  della  sua  giostra  ; e questo  per- 
chè il  Poliziano  accenna  liberamente  [II,  4]  gli  amori  del  Ma- 
gnifico con  la  Lucrezia  Donati.  Ma  a chi  sa  che  semplice  e in- 
nocente cosa  fosse  presso  i nostri  antichi  amor  di  poeti,  come 
già  quello  de’  trovatori  provenzali,  da  non  destar  nè  gelosia 
nelle  mogli  o nei  mariti  nè  Scandalo  nel  modesto  pubblico  ; 
a chi  ricorda  che  nè  Dante  si  tolse  a musa  la  moglie  sua  ma- 
donna Gemma,  nè  il  Petrarca  mai  si  dolse  che  Laura  fosse 
moglie  del  barone  Ugo  ; a noi  dico,  che  ci  ricordiam  di  que- 
sto, qual  valore  può  avere  una  simile  opposizione  ? Tanto  è 
vero  del  carattere  meramente  poetico  di  quest’amore,  che 
Lorenzo  non  si  cura  neanco  di  parlarne  con  verità.  Infatti 
nel  Comento  sopra  alcuni  de1  suoi  sonetti1  ei  dice  che  la  Lu- 


• Poeti  e di  l.ortnso  il  magnifico;  Vinegia,  Aldo,  lóti. 


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XXXII 


ANGELO  POLIZIANO. 


crezia  gli  piacque  la  prima  volta  dopo  la  morte  della  Simo- 
netta [a  c.  129]  ; che  certamente  è la  Simonetta  la  fanciulla 
morta  d’ aprile  [a  c.  124].  E lo  dice,  perchè  troppo  bene  gli 
torna  tessere  questa  gentile  istoria,  che  dalla  pietà  d’  una 
estinta  fa  nascere  l’ amore  : non  che  sia  vero  ; perchè,  se  fosse, 
egli  non  avrebbe  rivolto  il  pensiero  e i versi  alla  Donati  se 
non  dopo  il  76,  laddove  che  le  facesse  la  corte  fin  d'  avanti 
il  67  si  cava  dalla  Giostra  di  Luca  Pulci  [st.  VII].  Il  quale  anche 
racconta  che  avanti  a quel  67,  celebrandosi  le  nozze  di  Brac- 
cio Martelli,  v'intervenne  la  Lucrezia  [Vuoru  luce  rinata  di 
Piccarda ] con  una  sua  sorella  che  pare  si  chiamasse  Costan- 
za; ed  ivi  Lorenzo  prometteva  a lei,  come  li  antichi  cava- 
lieri, di  far  la  giostra,  ritardata  poi  due  anni  da  guerre  fio- 
rentine [st.  Vili,  segg.;  e CLVII]. 

» Ma  torniamo  alle  Stanze  ; le  quali  poiché  per  cagion 
della  Simonetta  non  possono  secondo  i documenti  essere 
scritte  se  non  dopo  al  76;  e le  difficoltà  che  si  opporrebbero 
a questa  nuova  cronologia,  dico  le  difficoltà  nate  per  colpa 
de’  cementatori,  cadono  innanzi  a uno  studio  più  accurato 
del  testo;  vediamo  pur  con  la  scorta  de’ documenti  a quale 
anno  dopo  il  76  dobbiamo  registrarle. 

» Però  innanzi  di  procedere  a questa  ricerca  è debito  lo 
avvertire,  che,  se  l’ argomento  tratto  dalla  morte  della  Simo- 
netta non  mandasse  necessariamente  le  Stanze  al  di  qua 
del  76,  avremmo  e da  cronisti 1 trascurati  affatto  dai  dotti 
contenditori  e da  documenti ! che  la  giostra  la  quale  prese 
nome  da  Giuliano,  perch’egli  n’ebbe  il  primo  premio  e ve- 
stiva una  ricca  armadura  (ed  ho  anche  il  nome  del  cavallo, 
V Orso),  fu  a’ 28  di  gennaio  del  75.  Sicché  dovremmo  conchiu- 
dere col  Palermo,'  che  questa  sia  la  giostra  cantata  dal 
Poliziano.  Ma  la  data  della  morte  della  Simonetta,  ripeto, 
ce  lo  impedisce;  non  volendo  dire,  come  l’ Emiliani  Giudici, k 
che  il  Poliziano  scrivesse  le  Stanze  qualche  tempo  dopo  fatta 
la  giostra,  perchè  ci  pare  che  abbiano  molti  caratteri  di 
poesia  d’ occasione.  Tutt’al  più  potremmo  concedere  che  il 

1 l.ionarilo  Morelli,  nelle  Delizia  * Ardi.  Mal.  ci!.,  fil/u  XXVI. 

degli  Eruditi  Toscani  ,*  Bcnciiello  * Manoscritti  Palatini,  1,  387. 

Dei,  «iti.  magliabrchittHO • * Stana  della  lei  ter.  ilul.,  loc.  cit. 


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ANGELO  POLIZIANO. 


XXXIII 


Poliziano,  incominciate  nel  75  per  cotesta  giostra  le  sue  Stan- 
ze, fosse  appunto  al  libro  secondo  quando  la  Simonetta  mo- 
riva. Ma  non  parrà  soverchio  ch’egli  ponesse  da  quindici 
mesi  sol  nel  primo  libro,  egli  che  improvvisava  l’ Orfeo?  e che 
dal  76  al  78  non  conducesse  il  poemetto  oltre  a quel  libro 
secondo?  Invece  ponendo  le  Stanze  dopo  il  70,  oltre  al  ri- 
spondere alla  data  di  quella  morte,  la  ragione  dell’essere 
state  interrotte  si  trova  nella  celebre  congiura  de’  Pazzi: 
come  ero  per  dimostrare.  Ma  ho  voluto  interporre  questa 
osservazione  e per  giustizia  e perchè  si  vegga  come  anche 
da  un  altro  lato  potrebbe  chiarirsi  falsa  1’  opinione  di  chi  fa 
scrivere  al  Poliziano  le  Stanze  nel  quindicesimo  anno.  Or  cer- 
chiamo l'anno  vero. 

» I buoni  editori  antichi,  quelli  che  pur  respingevano  le 
Stanze  alla  ‘prima  adolescenza,  alla  st.  35  del  1.  II  [Sotto  cotali 
ambagi  al  giovinetto  Fu  mostro  de’  suoi  fati  il  leggier  corso,  ec.] 
pongono  per  rubrica,  Pronostico  verissimo  della  morte  di  Tu- 
lio:  e i moderni  non  avvertirono  che  così,  salvo  far  profeta 
il  poeta,  si  portano  le  Stanze  dopo  la  congiura  de’  Pazzi  che 
fu  nel  78.  ila  un  poema  d'amore  e di  giostre  dopo  la  morte 
dell’eroe  sarebbe  stato  una  sconcezza,  e nel  Poliziano  un 
vizio  eh’ ei  non  ebbe:  1*  ingratitudine.  Quei  versi,  frantesi 
dall’antica  interpetrazione  pe’ moderni  non  rettificata,  par- 
lano, chi  ben  guarda,  non  della  morte  di  Giuliano  ma  sempre 
ili  quella  della  Simonetta:  Troppo  felice  [Giulio],  se  nel  suo 
diletto  Non  mettea  morte  acerba  il  crudel  morso ; dove  il  suo  di- 
letto morso  dalla  morte  non  può  intendersi  la  sua  propria 
vita,  ma  sì  1’  amor  suo  troncato  dall’  acerba  fine  della  Simo- 
netta. Si  dirà  che  incominciare  il  poema  dopo  la  morte  della 
Simonetta  sconveniva  tanto  quanto  scriverla  dopo  la  morte 
di  Giuliano.  No  : che,  come  l’ amore  non  finisce  con  la  morte 
ma  anche  oltre  la  tomba  dura  e inspira,  così  può  esser  can- 
tato; e questo  concetto  è chiaramente  espresso  nella  visione 
del  1.  II,  specialmente  alla  st.  34,  dove  si  vede  la  Simonetta 
sviluppandosi  dalla  nube  di  morte  sorgere  in  forma  di  dea 
lieta  e felice;  F prender  lei  di  sua  vita  governo,  E lui  con 
seco  far  per  fama  eterno.  Adunque  la  data  del  poemetto  è fra 
il  26  d’aprile  1476  che  la  Simonetta  morì  e (strana  coinci- 
denza) il  26  d’ aprile  1478  che  fu  ucciso  Giuliano.  Ora  da  due 


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XXXIV 


ANGELO  POLIZIANO. 


documenti 1 risulta  che  ne’  primi  mesi  appunto  del  78  fatale 
fu  fatta  in  Firenze  una  giostra,  per  la  quale  al  Magnifico  si 
mandavano  cavalli  e giostranti  da  molti  signori  e condottieri 
d’ Italia  ; e in  questa  Giuliano  maneggiava  un  valente  ca- 
vallo, che,  lui  morto,  era  chiesto  a Lorenzo  per  una  giostra 
corsa  nel  giugno  a Ferrara.  Chi  potrà  dubitare,  stretti  nel 
breve  giro  di  due  anni,  -che  quella  fosse  appunto  la  giostra 
di  Giuliano  cantata  da  messer  Angelo?  la  quale  dovette,  se- 
condo il  costume,  esser  tenuta  tra  il  gennaio  e’1  febbraio 
del  78.  Il  Poliziano  avrà  incominciato  subito  il  poemetto  : e i 
due  canti  furono  lavoro  de’  tre  mesi  sino  all’  aprile,  quando 
il  pugnale  de’  Pazzi  troncò  a un  tempo  la  vita  del  giovane  e 
il  canto  del  suo  amico  e cliente.  E questa  è dell’  essere  rima- 
sto incompiuto  cagione  che  appaga  noi  curiosi  ricercatori 
de’ tempi  passati,  e ci  par  giusta  ed  onorevole  quale  sarà 
sembrata  a’  contemporanei  ; laddove  chi  faccia  scrivere  le 
Stanze  al  Poliziano  giovinetto  non  troverà  mai  perchè  non 
fosse  continuata  quella  elegantissima  poesia.  Il  Poliziano,  dopo 
il. 26  aprile  1478,  lasciò  la  cetra  e li  allori;  e vestito  a lutto 
incise  con  lo  stilo  dell’  istorico  la  sanguinosa  congiura.  Il  fe- 
dele cortigiano  proseguiva  l’ opera  : i suoi  eroi  erano  i mede- 
simi, la  forma  sola  mutata.  Abbiam  torto  a dire  incompiuto 
il  poemetto  ; fu  continuato  e compiuto,  e nell’  anno  stesso  : 
la  sua  continuazione  è il  Coniurationis  Pactiancc  Commenta- 
rium.  » 

Allorché  dunque  l’ Ambrogini  pose  mano  alle  Stanze,  egli 
avea  già  condotto  assai  innanzi  la  versione  latina  dell’  Ilia- 
de : 5 il  che  attesta  egli  stesso  su  ’l  bel  principio  del  poema, 
dove  tocca  della  intermissione  che  gli  convien  fare  dell’  an- 
tica opera  per  amor  della  nuova.’  La  quale  attestazione  se 
riscontrisi  col  ricordo  che  il  poeta  fa  del  suo  lavoro  omerico 
nell’elegia  in  morte  dell’ Albiera  [1473]  non  che  all’ accenno 


« Arch.  1U,J.  di.,  filza  XXXVI. 

5 Pliil.  Jac.  Bergomensis,  in  Sap- 
pi. Clironic.,  pag.  43à,  ricorda  sex 
saltati  //omeri  libro « ab  ipso  [Po- 
liliano]  adirne  e graco  verso * exa- 
melris.  Di  quattro,  cioè  ilei  II,  III,  IV, 
V,  pubblicò  la  verdone  dai  codd.  Va- 


ticani Ang.  Mai  nello  Spieltegium  Ho- 
manum,  Roma;  MDCCCXXXIX.  Pure 
letterati  cliiarissimi  ritengono  tutta- 
via come  perduta  questa  versione; 
fra  gli  altri  il  Bonafous  nelle  cit.  Di- 
sijuisilioiies  de  A.  P.  vita. 

* Si.  giostr.,  I,  7. 


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ANGIOLO  POLIZIANO. 


XXXV 


dell’impresa  di  Volterra (1472)  come  recente  nel  carme  onde 
si  accompagna  a Lorenzo  la  versione  del  IV  libro  ed  in  fine 
colla  pi(i  solenne  allusione  alla  giostra  di  Lorenzo  [1469]  nello 
altro  carme  dedicatorie  del  II 

libi  numera  Marita 

Siiti  animo,  eflusis  agorcs  sublimis  baln-nta 
Cornipeuem,  loto  cetlcntes  atipiore  lui-mas 
Impellessi  melili  ni  l simulacro  ingenita  pugna; 

Area  magna  Crucis,  clini  te  sublime  volanleiu 
Fmnlenteinqiie  cquilcs  et  magno  roborc  dinas 
Miscenlem  pugnas,  elypeos  galeasquc  ruenlem, 

Elalo  speclabat  ovans  Florenlia  vulUr.  •) 

ne  riuscirà  che  la  versione  dell’  Iliade  fu  1’  opera  perenne  e 
amorosa  di  quei  sette  anni  della  gioventù  di  Angelo  che  in- 
tercedono dal  1470  al  1478.  Non  altro  che  un  giovenile  e quasi 
temerario  ardimento  1 parve  quella  al  poeta,  quando  fu  in  lui 
cresciuta  con  gli  anni  la  venerazione  agli  antichi:  ma  il  Fi- 
cino  rapitone  in  ammirazione  « Tu  mitri  nelle  tue  case,  scri- 
veva al  Medici,  quell’  omerico  giovinetto,  Angelo  Poliziano, 
ad  esprimere  in  latini  colori  la  greca  persona  di  Omero.  Ed 
egli  la  esprime,  e,  che  è mirabile,  in  sì  tenera  età  di  tal  guisa 
la  esprime,  da  far  dubitare,  a cui  non  sapesse  Omero  essere 
stato  greco,  qual  sia  lo  originale  e quale  1’  Omero  ritratto.5  » 
Certo  è uno  stupore  tanta  copia  di  armonia  e d’ eloquio  latino, 
tanta  franchezza  di  tocchi  e facoltà  di  colorire  e di  ornare  : 
ma  la  versione  è forse  troppo  latina,  sì  che  possa  rendere 
intiera  l’imagine  del  vate  fatale.  Potè  vasi  fare  altrimenti? 
ne  dubito.  Pure  con  maggior  cura  delle  forme  greche  se  con 
minore  vivezza  tradusse  al  medesimo  tempo  [penepucr  adhuc\ 
1’  Amor  fuggitivo  di  Mosco,  serbate  non  solo  le  sentenze  ma  i 
numeri  ancora  e quasi  tutti  ì lineamenti ,s  tanto  che  la  versione 
latina  sorpassa  di  soli  tre  esametri  il  testo  greco.  E scrisse 
fin  dal  diciassettesimo  anno  greci  epigrammi  : fra  i quali  lo- 
dano gl’  intendenti  l’ orazione  a Dio  composta  nel  diciot- 
tesimo [1472]  e,  del  vigesimo  [1475],  i versi  elegiaci  su  la 
morte  di  Teodoro  Gaza  : quello  su  la  Venere  emergente,*  fatto 

1 Polilianiis,  Orai,  in  rxpnsil.  Ho-  3 l’ulitiamis.  Epitl.,  VII,  14. 
meri  ; Op.  11.  * Confronta  la  Si.  della  Giotlr., 

1 Ficinus,  Spisi.  I.  I.  101. 


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XXXVI 


ANGELO  POLIZIANO. 


in  prova  con  gli  antichi  dell'  Antologia  e dall’  autore  stesso 
eletto  fra  i pochi  che  mandò  a leggere  a Codro  Urceo,  era  van- 
tato dall’  Urceo  come  superiore  a’  modelli.1  Di  tutti  giudi- 
cava lo  Scaligero,*  non  avere  il  Poliziano  nè  pur  fatt’  uomo 
scritto  egualmente  bene  i latini;  secondo  lo  Sdoppio,”  non 
cedono  il  vanto  a niuno  de’  greci. 

E molto  anche  compose  a quella  età  in  poesia  latina:  ma 
l' elegia  in  morte  dell’  Alleerà  * merita  singolarmente  che  noi 
vi  attendiamo.  Scritta  nel  1473,  diciottesimo  anno  del  poeta. 
piata,  numerosa,  candida,  arguta,  efficace,  degna  in  tutto  di 
tant’  uomo,  tale  insomma  che  lo  Scaligero,  del  quale  sono  le 
lodi,  avrebbe  voluto  averla  fatta  innanzi  a quella  che  dicesi  man- 
data da  Ovidio  a Liria  su  la  morte  di  Druso * (e  il  paragone 
con  Ovidio  torna  meglio  che  quel  con  Callimaco  inventato  ret- 
toricamente  dal  Fabbroni)  ; ” l’elegia  in  discorso  è proprio 
l' imagine  anticipata  del  poema  per  la  giqstra.  La  stessa 
macchina  mitologica:  qui  è la  dea  Ramnusia  che,  per  odio 
del  soverchio  favore  onde  i mortali  circondano  la  vergine 
fiorentina,  chiama  la  febbre  ed  il  morbo  contro  di  lei;  come 
là  è Cupido  che  manda  la  formosa  cerva  e poi  Simonetta  a 
rivocare  il  superbo  Giulio  dagli  studii  di  Diana  a quelli  di  Ve- 
nere. Lo  stesso  elegante  anacronismo  del  rappresentare  co- 
stumanze fatti  e luoghi  putrii  e moderni  con  le  tinte  d’altro 
tempo  e d’ altri  paesi  : Eleonora,  figliuola  di  Ferdinando  di 
Napoli,  venendo  sposa  ad  Ercole  duca  di  Ferrara,  s’ intrat- 
tenne in  Firenze  il  giorno  di  san  Giovanni  : ciò  è detto  nei 
tre  distici  appresso  : 

• Annua  pelliti  referentem  sacra  Joannis 
Exlulcrat  roseo  Cynlliius  ore  «limi: 

Ginn,  celebre*  linqiiens  Sircmiin  nomine  inuros 
Herculeu mqne  petcns  regia  naia  torum, 

Caini iila  Syllame  vestigio  protinus  urbi 
Intulerat,  lunga:  fessa  labore  vite  » 


' Pulilianus,  £/)<*.,  V,  S. 

1 J.  C.  Scaliger,  Poetica,  VI. 

3 G.  Scioppius,  Parad.  liicr.,  V. 
.Tulio  Ctesari  Capaccio  ncap.  Anche  le 
epistole  greche  scritte  più  tarili  pa- 
revano ail  A.  Mainino  [ Spiti . VII,  "1 


Incoro  non  d'  noni  romano  ino  d’  at- 
tico c sempre  vissuto  in  Alene. 

3 Pulilianus,  Op.  Il,  23;). 

5 <1.  C.  Scaliger,  Poetices,  VI. 
c Fubbroni,  Elogio  di  A.  Polizia- 
no, Parma,  1800. 


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ANGELO  POLIZIANO. 


XXXVII 


E chi  fosse  curioso  di  sapere  come  si  possa  dire  o uon  dire 
nel  linguaggio  de’  classici  Borg’ Ognissanti  e il  Prato,  oda  qua  : 

• Est  via,  Paulbtigiam  Syllani  nomine  diclini; 

Omnibus  bic  supcris  tempia  dicala  inicanl 

Qnam  propc  ridente»  snbmitlunl  pi-ala  colores, 

Pictai|uc  fiorifero  germine  vernai  burnus.  • 

Così  nel  poema  italiano  1 chiama  etnisca  Leda  la  pia  Lucrezia 
Tornabuoni;  ed  era  antonomasia  da  non  compiacersene  trop- 
po il  magnifico  Piero  : così,  quando  Giulio  risvegliasi  dal  sonno 
e dalla  visione,  * Già  tutto  jiarea  d’ oro  il  monte  Oeta; ! » ove 
il  poeta  avrebbe  fatto  bene  a spiegarci  che  cosa  avesse  a fare 
l’Oeta  monte  di  Tessaglia  con  Giuliano  de’ Medici  dormiente 
nel  palazzo  di  Via  Larga,  dalle  cui  finestre  certo  non  vedea 
le  cime  fatte  celebri  dalla  pira  di  Ercole.  Meglio,  e con  quella 
solenne  gravità  latina  che  a simili  casi  si  affa  e che  troppo  si 
desidera,  colpa  forse  lo  argomento;  nelle  Stanze,  vengono 
descritte  le  esequie  cristiane: 

• Praecedit  i,iin  pompa  frequens:  inni  nursi»  sncerdos 

Verini  cauli:  sacri»  lurribus  «era  gongili.... 

OnmL  cerali»  radiai  funalibiis  ara, 

Omni»  odorati»  ignibus  ara  calci: 
jElernamque  camini  requiem  Ittccmquc  vcrendi 
Sacricubc  cl  ly  in  pii  i s corpus  inane  rignnt.  » 

in  fine  nell’  uno  e nell’  altro  poema  è il  medesimo  lusso  di 
descrizione  e di  personificazioni  allegoriche,  le  stesse  tinte 
accese  e il  colorir  largo  e ardito,  e il  calore  e la  copia  e la 
verità  degli  affetti  naturali.  Certo  il  lettore  ricorda  il  ritratto 
della  Simonetta  nel  primo  della  Giostra:  eccogli  adesso  anche 
quel  dell’  Albiera,  sorella  maggiore,  in  poesia,  della  Simo- 
netta : 

• Emical  ante  alias  vultu  pulclierrima  uympbns 

Albiera,  el  trcmulum  spargit  ab  ore  iubar. 

Aura  quali!  fuso»  ili  candida  terga  capillos; 

Irrndiaut  dolci  lumina  nigra  face. 

Tamque  siias  vinci!  comites  quani  lueifer  ore 

Purpureo  rutila ns  nslra  minora  premit.  „ • 

Allenili  Albicram  speclant  iuvenesque  senesque  : 

Ferreus  est  quei»  non  forma  pudorve  movet. 

i Si.  gintlr.,  I.  3.  1 Si.  gioslr..  Il,  3S. 

Poi. iiisvo.  c 


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XXXVIII 


ANGELO  POLIZIANO. 


Meiitibns  Albieram  taetis  plausuque  secondo. 

Albieram  nutu  lumiue  voce  probant.... 

Condor  crai  dolci  sufTusus  sanguine,  qualem 
Alba  fcrunt  rubris  Ulta  niixla  rosis. 

Ut  nilidom  lati  radiabant  sidus  ocelli:  . 

. Siepe  Amor  accensas  retulit  inde  face*. 

Soluerat  effusos  quolies  sine  lege  cupillos, 

Infesta  est  trcpidis  viso  Diana  feris: 

Si  ve  iterimi  adduclos  fulvom  collegi!  in  annuii, 

Compia  cytheriaco  est  pectine  visa  Venns, 

Usque  illam  parvi  furlim  coinponere  Amores 
Suiit  soliti  et  facili  Gratin  blanda  munii, 

Atqne  bonor  et  teneri  iam  rana  modestia  vultus 
Et  decor  et  probilas  purpurcusqne  pudor, 

Casta  (ides  risusqoe  liilaris  moresqne  pudici 
liicessusque  deccus  nndaque  simplicilas.  » 

Ma  in  tutte  le#  Stanze  non  è mai  tanto  affetto -quanto  nei 
(listici  in  cui  si  narrano  gli  ultimi  istanti  e gli  addii  dell’  Al- 
bizzi  : pure  da  qualche  emistichio  chi  ben  guardi  vedrà  emer- 
gere la  imagine  della  ninfa  in  triste  nube  avvolta  e udrà  ({uni- 
che verso  sonare  le  parole  d’ Euridice  ritratta  dall'aure  aperte 
all’  inferno  : 

■ Iam  decima  infuustam  referebat  lampade  lucem 
Cynthius  et  picea  texerat  ora  face: 

Cum  miserie  extremus  iam  prcsserat  horror  ocello*  ; 

Fugerat  lieu  vultus,  fugerat  ore  color. 

Aspicit  illa  tumen  dolcrm  moritura  maritum, 

Illuni  acie  solum  deficiente  notai. 

Illius  asprctu  inorienlia  lumina  pasciti 
Mens  illuni  e media  morte  reversa  videi. 

Quis  libi  mine,  Sismunde,  dolor,  coni  virginia  arlns 
Aspiceres  anima  iam  fngienle  mori? 

Non  tainrii  illa  tui,  non  ilio  oblila  paventimi, 

Te  vocat:  et  la  Ics  fundit  ab  ore  sotios. 

— Pars  animo;  Sismunde  mele,  si  coniogis  in  le 
Quicquam  iuris  liahcnt  ultima  verba  tote, 

Farce,  prccor,  lacrymis.  Vjxi,  ciirsumque  peregi  : 

Iam  procul  a vobis  me  rnea  fata  vocant. 

Immatura  quidem  morior:  sed  poro  sub  timbras 

Discedam,  et  nollis  sordida  de  maculis 

Farce,  precor,  lacrymis,  coniux:  sic  Icetus  in  aurus 
F.vadct  tenues  spiritus  inde  meus. 

Mirsla  sed  amborum  nimis  ali  nimis  ora  parentiim 
Solare.  lieu  nostro  (orpet  ili  ore  somis; 


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ANGELO  POLIZIANO. 


XXXI.V 


Heu  rapior.  Tu  vive  milii,  libi  marina  vivant. 

Caligai»!  oculi  ium  ntibi  morie  grnves. 
lamqiie  vale,  o coniux;  cliariqiic  valete  parenles. 

Heu  plorili  Itine  nigra  c'ondila  norie  feror.  — 

Sic  ait;  et  diileem  moriens  complrxa  mariluni 
Labitur,  inqne  ilio  corpus  inane  iaeel. 

Corpus  inane  iaeel,  cara  cervice  recumbens 
Coniugis • 

E perchè  queste  citazioni  mi  par  che  debbano  compiere 
nella  mente  del  lettore  la  imagine  del  Poliziano  poeta  non 
forse  intiera  ne’  soli  versi  italiani,  riferirò  anche  l’ insigne 
descrizione  del  trasporto  : 

• lam  virgo  efTerltir  nigro  composta  feretro, 

Deserlas  homili  fronde  retinola  romas. 

Heu  ubi  nunc  blandi  risus,  ubi  duleia  verità 
Qme  polerant  ferri  frangere  diiritiem  ? 

Lumina  sidereas  ubi  mine  lorqiienlin  flammasf 
Heu  libi  puniceis  (emula  labra  rosisi 
Proli  superi,  quid  non  Immilli  brevis  eripit  bora! 

Ab  miseri,  soniuus  et  levis  umbra  stimus. 

Non  lanini  aut  niveos  pallor  inula  vera!  arlus, 

Ani  gelido  miuries  sederai  ore  fcrnvis: 

Sed  formosa  levein  inori  est  imilula  sojiorèiu  : 

Is  nitidus  vullus  oraque  languor  Label. 

Yirgitica  sic  leda  maini  rundentia  langueat 
Liliaque  et  uiveis  lexla  corona  rosis.  • 

Negli  ultimi  versi  li  lettore  ha  di  certo  notato  più  d*  una  re- 
miniscenza della  morte  di  Laura,  coni’  è descritta  ne’ Trionfi: 
e altri  concetti  petrarcheschi  si  rinvengon  più  sopra,  come: 
« Ne  geme  : cum  dulce  est  vivere,  dolce  mori  est  » e « Credo 
ego  iam  divùm  n moina  pos,so  mori.  » Tal  congiunzione  delle 
due  lingue  e delle  due  poesie,  apprese  ad  ammirare  egual- 
mente alla  scuola  del  Laudino,  annunzia  il  compositoi’  della 
Giostra  ; il  quale  apparisce  già  tutto  con  le  sue  virtù  ed  i 
suoi  vizi  nell’epicedio  latino.  E alla  scorta  .mistura  delle 
diverse  maniere  di  Lucrezio  di  Virgilio  e d’ Ovidio  che  è già 
mirabile  nell’  epicedio  e sarà  in  più  larghe  proporzioni  me- 
glio mirabile  nella  Giostra,  a quella  felicità  dell1  appropriar- 
si senza  uno  "sforzo  al  mondo  le  più  belle  imagini  e dizioni 
dei  più  differenti  autori  come  fossero  la  naturai  veste  del 
suo  concetto,  a quella  sapienza  dell’  imitare  rimanendo  ori- 


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XI,  ANGELO  POLIZIANO. 

ginale,  il  giovane  <la  Montepulciano  crasi  da  lunga  mano 
addestrato  nella  palestra  del  tradurre  l’ Iliade.  Con  1q  scri- 
vere nelle  due  lingue  classiche  ei  s’era  fatto  succo  e sangue 
delle  inenarrabili  bellezze  antiche,  le  avea  pronte  e ordi- 
nate nella  niente  da  venirgli  al  primo  istante  su  la  lingua  e 
su  la  penna,  come  gli  utensili  della  casa  all’  occhio  della 
massaia  diligente.  AH’  uso  dell’  eleganze  più  vive  e casalinghe 
era  poi  fatto  sciolto  dalla  conversazione  fiorentina,  dallo  stu- 
dio, ben  supponibile  in  uno  scolare  del  Landino  protetto  dal 
Medici,  dei  tre  grandi  trecentisti,  e dal  comporre  in  fine  etl 
improvvisare  ballate  e rispetti  nelle  liete  brigate.  Così  su  i 
ventiquattro  anni  s’ intende  e si  spiega  la  composizione  dellé 
Stanze  per  la  giostra.  Ma  chi  ha  creduto  alla  precocità  delle 
Stanze  su  qualunque  altra  prova  d’ingegno  del  giovine  scrit- 
tore, colui  ha  creduto  un  di  quei  miracoli  che  la  critica  dee 
nettamente  rifiutare..  È ammissibile,  se  volete,  a quattordici 
anni  quella  dovizia  delle  più  riposte  erudizioni  letterarie  ; ma 
non  tanta  copia  di  imagini  squisitamente  delineate,  non  tanta 
vivezza  e sapienza  d'imitazione  di  refusione  di  rinnovamento, 
nel  primo  saggio  di  uno  scolare.  A quattordici  anni  si  potrà 
scrivere  con  facile  'eleganza  in  una  lingua  morta,  della  quale 
con  l’ ardore  dell’  adolescenza  si  son  mandati  alla  memoria  i 
più  purgati  scrittori:  non  si  crea  però  uno  stile  in  una  lin- 
gua parlata,  alla  quale  due  autori  come  Dante  e Petrarca 
hanno  dato  impronta  propria  : un  poema,  che  mutando  le 
fonile  della  poesia  nazionale  segni  una  nuova  età  letteraria, 
non  si  fa  a quattordici  anni. 

Educato  a tanta  eleganza  di  lettere,  è naturale  che  il  Po- 
liziano dovesse  anche  nell’invenzione  e disposizione  riuscire 
al  tutto  diverso  da  quelli  che  nel  trattare  consimili  argo- 
menti lo  avean  preceduto.  Tacendo  d’una  Descrizione  del 
giuoco  del  calcio,'  composta  su’l  principio  del  secolo  XV  e af- 
fatto borghese  nell’argomento  e nello  stile  non  senza  una 
tal  naturale  ed  efficace  eleganza  ; abbiamo  due  descrizioni 
di  nobili  giostre  sol  di  qualche  anno  anteriori  a quella 
del  Poliziano;  e tutte  due,  come  il  Giuoco  del  calcio , in  ot- 


1 Pubblicala  nel  Horgliini,  giornale  filologico,  anno  I,  nnm.  I,  Firenze, 
gennaio  1863. 


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ANGELO  POLIZIANO. 


XLI 


tave;  perocché  l’ottava  rima  era  ornai  il  metro  della  narra- 
zione e della  descrizione,  massime  per  li  argomenti  che 
più  voloansi  divulgare.  Luca  Pulci  celebrò  la  giostra  te- 
nuta su  la  piazza  di  Santa  Croce  il  7 febbraio  1468  (stile 
fiorentino)  della  quale  ebbe  il  premio  Lorenzo  de’  Medi- 
ci.1 L’  autore  del  Giriffo  Cale  anco  pretese  di  dare  al  poemetto 
una  intonazione  cavalleresca  : ponendo  causa  alla  giostra  una 
ghirlanda  di  viole,  dal  giovine  Medici  in  una  festa  per  le 
nozze  di  Braccio  Martelli  domandata  in  dono  a « Quella  che 
il  lauro  suo  giovinetto  ama,  D’  ogni  grazia  dal  ciel  sol  coro- 
nata, ilei  nobil. sangue  di  Piccarda  nata,  » a Lucrezia  Donati 
cioè,  la  donna  poetica  dello  sposo  di  Clarice  Orsini.  Ella,  sè- 
guita  il  Pulci, 

. Ella  rispose  con"  destre  parole, 

E pronai  (ma  'I  suo  priego  gli  comanda! 

. Clie  gli  iniproiiictta,  se  impetrar  la  vòlc, 
di'  al  campo  verrà  presto  armato  in  sella 
E per  umor  di  lei  porterà  ipiella. 

E missegliela  in  testa  con  un  riso, 

Con  parole  modeste  e si  soave. 

Clic  si  potrà  vedere  il  paradiso 
E sentir  Gabriel  (pianilo  disse  Ave. 

. Costui,  elle  mai  da  lei  iloti  Ila  diviso 

E del  suo  cor  gli  Ini  donalo  la  chiave, 

Accettò  il  dono  si  grazioso  c degno, 

Ifi  prosper  fati  c di  vittoria  segno.  » 

Ma  non  dura  su  questo  tono:  il  poeta  del  Driadeo  e delle 
Eroidi  si  ricorda  spesso,  dopo  l’ invocazione  ad  Apollo,  della 
sua  mitologia,  e sempre  sgraziatamente.  Paragonisi  in  prova 
la  st.  XXV  del  Poliziano  che  tutti  abbiamo  a mente  [Zefiro 
già....]  con  questa  del  Pulci  : 

• Era  tornata  tutta  allegra  Prugne. 

Ben  clic  piangessi  la  sua  Filomena: 

Amor  suoi  ceppi  preparava  c gogne, 

I gioghi  i lacci  et  ogni  sua  catena; 

E Pan  sentii  sonar  mille  rampogne: 

Era  di  Bori  ogni  campagna  piena: 

Vedenusi  Salir  dolcemente  iddee 
Seguir  pc’  boschi  e Brindo  e Napee.  • 

1 Lucu  Pulci,  l.n  giutlra  iti  L.  ilei  ilnlici’mrstii  ih  rimo.  La  primu  edi- 
zione è senza  nota  d'anno  c di  luogo.  Fu  ristampata  nel  Iò72  dai  Giunti. 


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XI.  II 


ANGELO  POLIZIANO. 


Più  grazioso  e in  carattere  è il  fratello  dell'  autor  del  Mor- 
yaiite,  quando  dalla  natura  sua  fiorentina,  non  ostante  la 
grand’aria  che  s’è  dato,  è tratto  a scherzare  su’l  proprio  ar- 
gomento. Nell’  aspettativa  del  torneo,  la  loquace  curiosità  dei 
fiorentini,  mercatanti  che  non  rifinivan  di  parlare  d’  anni  e 
colpi  di  lancia,  è finamente  voltata  in  burla. 

• A ugni  canto  ricrescea  la  voce: 

Chi  è chi  è il  giostrante  a Santa  Croce? 

E tutto  il  popol  correva  a vedere.... 

E si  sentimi  mille  vaglie  novelle, 

E bugio»  di  libbra  a Rigoletlo,' 

Al  corazzalo,  a quel  die  fu  le  selle: 

* Non  si  sarebbe  un  ver  per  nulla  detto. 

Quivi  ermi  gran  dispute  di  rotelle, 

Di  reste,  di  bracciale  e di  roecello; 

E molto  d'  Anton  Bosco!  si  parlava: 

E così  il  tempo  lieto  oltre  passava. 

E si  diceva  di  Mariti  Giovanni, 

Delle  sue  opre  gin  tanto  famose  : 

Di  Cinrpellone  e ile*  suoi  lunghi  alt, inni, 

Come  in  su'l  campo  fc  mirabil  cose; 

E di  molti  altri  già  ne’ passali  anni 
L’ auliche  pruove  degne  e bellicose: 

Ma  sopra  tutti  gli  altri  a mio  parere 
I Burlassi  1 si  facenn  valere. 

Era  il  quinto  alimento  s i Burlassi: 

Non  risponderai)  più  se  non  per  lezio....  * 

Pochi  momenti  innanzi  la  giostra, 

« Ermi  tolte  le  dame  al  dirimpetto: 

• Però,  prima  eli’  egli  entrino  in  prigione, 

Credo  eli’  ogni  giostrante,  poverello  !, 

Arti  voluto  un  bacio  alla  franciosa 
Che  in  ogni  guancia  lasciassi  la  rósa.  ■ 


1 Cioè:  in  bottega  di  Rigoteilo  e 
del  coruzzuio,  ec. 

* « Burlassi  si  chiamavano  coloro 
i (piali  mettevano  in  campo  i gio- 
stranti c stavano  loro  d’ intorno  dan- 
do lor  colpi  e ainniae-lrimdogli, 
come  fanno  oggi  i padrini  a coloro 


che  si  debbono  combattere  in  Ulce- 
ralo. • Varchi,  Errnlann.  Anloo  Bo- 
scoli,  Giovanni  Marino.  Ciurpcllune 
doveano  essere  uomini  il'  urmc  in 
fama  a quel  tempo. 

9 Alimento  ; fiorentinismo  : ele- 
mento. 


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ANGELO  POLIZIANO. 


NLlll 


E più  i Beoni  che  non  la  Tavola  rotonda  ricorda  un  de’ gio- 
stranti : 

« Or  ritorniamo  al  badalone,1  a Cino; 

Che,  reggendo  Lo  re  oro  non  si  rizza, 

Si  pose  a boera  un  gran  fiasco  di  vino 

E beve!  lutto  quanto  per  la  stizza 

Ad  ogni  gioco  Cino  volea  bere » 

Lunga  del  resto  la  enumerazione  de’ giostranti  (fra  i (piali 
la  mente  del  lettore  si  ferma  su  Francesco  e Guglielmo  dei 
Pazzi  che  ora  in  un  giuoco  d’ armi  come  poi  in  politica  ten- 
nero infelicemente  il  campo  contro  Lorenzo,  su  Iacopo  .di 
Poggio  Bracciolini  futura  vittima  auch’  egli  della  congiura, 
su  Bernardo  Rucellai  il  Sallustio  di  Firenze  visitato  da  Era- 
smo a cui  per  timore  di  barbarismi  non  volle  parlar  latino,  su 
Pagol  Antonio  Soderini  il  grave  oratore  della  democrazia 
nel  1495);*  prolisse  e minute,  uè  qualche  capestreria  della  lin- 
•gua  nativa  scema  loro  fastidio,  le  descrizioni  di  tutti  i cavalli, 
e degli  arnesi  dei  fornimenti  delle  divise  oltre  ogni  credere 
magnifiche  e preziose,  e di  tante  stranissime  insegne  (in  al- 
cuna paioli  prevenute  le  burle  del  Tassoni:  Pier  Vespucci,  a 
mo’ d’ esempio,  « Aveva  nello  scudo  figurata  Un  ancudine  in 
mar  che  andava  a vela.  »)  La  poesia  risorge  alcun  poco  all’ ap- 
parire in  campo  di  Lorenzo  dei  Medici.  Oh  il  Sacchetti  ed  il 
Pucci  e i poeti  popolari  del  trecento  non  si  sarebbero  compia- 
ciuti poi  tanto  in  cotesto  giovine  di  vent’anni  che  spendea  die- 
cimila fiorini  di  suggello  per  una  festa,  che  veniva  in  giostra 
adornato  della  divisa  dei  fiordiligi  donatagli  con  privilegio  da 
Lnigi  XI  il  Tiberio  di  Francia  e vestito  delle  armi  mandategli 
a posta  dal  duca  Galeazzo  il  Caligola  di  Milano,  che  mutava 
due  cavalli,  presente  l’uno  del  re  Ferdinando  di  Napoli  e l’al- 
tro del  duca  Borso  d’Este.  Ma  il  discendente  d’ una  casa  di 
grandi,  il  gentiluomo  decaduto  e fatto  cortigiano  di  mercanti, 
cantava  : 

« Dopo  tanti  splendor  veniva  il  sqle; 

Dopo  la  leggiadria,  la  gentilezza; 

La  rosa  dopo  il  giglio  e le  viole  ; 

Lorenzo  armalo  con  molta  fierezza 


1 Badalone.  Come  non  sia  soprannome  del  nominalo  Cino,  varrebbe  ositi. 
tu,  perdir/iornn.  * Guicciardini,  Si.  d' hai..  II. 


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XI.IV 


ANGELO  POLIZIANO. 


Sopra  un  cavai  clic  salta  quanto  c’  véle 
E tanto  I'  aria  quanto  il  terrei)  prezza  : ■ * 

E come  giunse  in  sulla  piazza  quello. 

Olii  ilice  — E’ pare  Annibal.  — chi  — Marcello.... 

E mi  parca  sentir  sonar  Misetio, 

Quando  su  ’l  campo  Lorenzo  gingnea 
Sopra  un  cavai  die  tremar  fa  il  terreno  : 

E nel  suo  bel  vessillo  si  vedrà 
» Di  sopra  un  sole  e poi  I'  arcobaleno, 

Dove  a lettere  il’  oro  si  leggea 
Le  iems  BEVtEsr; 1 clic  può  interpretarsi 
Tornare  il  tempo  e ’l  secol  rinnovarsi. 

Il  campo  è paonazzo  d’  min  banda, 

Dall’  altra  è bianco  ; e presso  n uno  alloro 
Colei  clic  per  esempio  il  ciel  ei  manda 
Delle  bellezze  dello  eterno  coro, 
di’  uvea  tessuta  mezza  una  grillando, 

Vestita  lutti»  azzurro  e be’ fior  d’oro: 

Ed  era  questo  alloro  parte  verde, 

E parte  secco  già  suo  valor  perdo.*... 

Vedesti!  mai  (alcoli  calare  a piombo 

E poi  spianarsi  c batter  forte  I’  ale,  , 

C’  In»  tratto  fuor  della  schiera  il  colombo? 

Cosi  Lorenzo  Benedetto  assale. 

Tanto  elle  l’aria  fa  fischiar  pel  rombo: 

Non  va  sì  presto  folgor  non  clic  strale. 

Denotisi  colpi  che  parvon  d’  Achille, 

E balza  un  Mongibel  fuor  di  faville.... 

E inaino  al  fin.  come  virile  amante. 

Tenne  la  lancia  e ’l  forte  scudo  al  petto. 

Tenne  lo  fede  del  suo  amor  costante-, 

Alle  percosse  a ogni  cosa  ha  retto 
Con  animo,  che  certo  al  suo  adamante 
Si  poiria  comparar  del  giovinetto; 

Cli’  era  al  principio  del  ventesimo  anno, 

Quando  fu  paziente  a tanto  affanno.  • 

Ma,  quando  a Lorenzo  è aggiudicato  il  premio,  un  elmetto 
fornito  d’argento  con  un  Marte  per  cimiero,  la  piaggeria  li- 
rica dgl  Pulci  diviene  spropositata  come  la  sua  erudizione  ; 

« Ora  ha’  tu  la  grillando  meritala, 

Làuro  mio,  de'  fioretti  novelli  : 

Ora  ha  luogo  la  fede  accetta  e data 
In  rasa  già  del  tno  Braccio  Martelli: 

1 Era  il  motto  preso  da  Lorenzo,  per  quella  giostra. 


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ANGELO  POLIZIANO. 


XLV 


Or  tanto  Cifra  per  te  Pia  chiamala. 

Che  versi  inai  non  s' udiron  si  belli: 

E)  pregheremo  il  ciel  sopr’  ogni  cosa 
Clic  la  tua  bella  dea  li  sia  pietosa. 

E qualche  slrul  sarà  nella  farètra. 

Che  scalderà  nel  cor  questa  fenice. 

Scgnerem  I’  eia  tua  con  bianca  pietra, 

Clic  lungo  tempo  possi  esser  felice. 

Noi  sonerem  si  dolce  nostra  cetra, 

Che  Pia  ritolta  a Piolo  Euridice: 

Noi  li  farem  qui  divo  e sacro  in  cielo 
E ’l  simulacro  ancor,  come  già  a Belo. 

Abbili.  Emilio  e tu  Marcello  e Scipio, 

1 tuoi  trionPi  senza  invidia  in  Roma; 

0 quel  clic  liberò  'I  popol  mancipio 
(E  tolse  al  Capilolio  si  gran  soma  : 

Perchè  tu  fosti,  o mio  Lauro,  principio 
Di  riportar  te  stesso  in  su  la  otiioma,' 

Di  riportare  onor  vittoria  e insegna 
Alla  casa  de’  Medici  olla  e degna.  » 

Più  prolisso  versificatore,  e infinitamente  più  noioso  del  Pulci, 
è un  Francesco  fiorentino,  cieco  poverello  che  abitava  in  Cento  ; 
il'  quale  in  ben  204  stanze  fece  la  descrizione  del  torneamento 
combattuto  in  Bologna  nel  1470  d’ ordine  di  Giovanni  II  Ben- 
ti voglio.’  Il  poemetto  è del  genere  popolare,  ma  basso:  questa 
è la  mossa  del  racconto  : 

• Nella  ditta  città  di  tanta  fama 

Di  casa  Bentnogli  un  gentiluomo 
(M  esser  Giovanni  il  sedalo  lo  chinina: 

D’  ogni  virtù  fu  l’excellentc  pomo), 

Per  inverdir  di  sua  casa  la  rama, 

Ordinò  lui,  io  vi  dirò  el  conio, 

Un'  altra  trionfante  c magna  festa 

Con  I’  arme  in  dosso  e con  l’  elmetto  in  lesta. 


Vatlrana,  e una  in  casa  i conti 
Malvezzi  Campeggi  di  Bologna.  Vedi 
un  discorso  del  comineudalur  An 
Ionio  Berlolotii  nell’  Eccitamento. 
giornale  filologico  bolognese.  An- 
no I [1858],  novembre,  lo  per  le  ci- 
tazioni mi  servo  del  cod.  cari.  COI 
della  Biblioteca  universitaria  di  Bo 
legna. 


1 Bisticcio  che  viene  a significare, 
riportar  la  corona  di  lauro;  poiché 
l.anro  era  il  nome  poetico  di  Lo- 
renzo. 

1 II  poemetto  è stampato  • senza 
nota  d’anno  di  luogo  e d' impressore 
c senza  I tolo.  La  stampa'  è delle 
più  rare,  tallio  che  due  sole  co- 
pie se  uc  conoscono;  una  nella 


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XLV1 


ANGKLO  POLIZIANO. 


Accano  i Bolognesi  un  capitano 

di’  ei  a nell’  urini  un  nomo  rtiliicoiulo. 

Messer  Giovanni  lo  prese  per  inuno 
Con  un  parlare  splendalo  e giocondo, 

E si  gli  disse  — 0 gentiloiu  soprano, 

YV  clic  la  nostra  fuma  voli  al  mondo 
Per  onorar  la  festa  di  lui  sunto 
Petronio  nostro » 

Ma  anche  il  cieco  di  Bologna  ha  la  stessa  smania  che  il 
Pulci  per  l’erudizione  mitologica.  Invoca,  è vero,  secondo 
il  costume  dei  poeti  popolari,  la  Vergine  Maria  nel  principio 
e nel  mezzo  della  sua  storia;  e al  Bentivoglio  su  l’incomin- 
ciar la  giostra  fa  indirizzare  una  preghiera  a Dio;  ma  nella 
stessa  ottava  non  manca  di  fargli  supplicare  l’ onnipotente 
Marte  che  gli  sia  in  soccorso,  « Come  tu  fosti  al  gran  troiano 
Enea,  Che  per  I.avina^lette  morte  rea  A Turno  re  sì  potente  e 
gagliardo.  » I)‘  un  eavaliero  per  nome  Teseo  è detto,  « Che 
' rinnovò  la  fama  in  su  lo  spazzo  Di  quel  che  combattè  per 
Andriana  f Ariadna]  In  Greti,  per  la  bella  candiana,  E dette 
morte  dentro  all’  alberinto  Al  maledetto  mostro.  » In  para- 
gone del  fornimento  d’  un  altro  cavaliere,  « Certo  Minerva 
perduto  n’  aria,  E Proserpina  con  sua  leggiadria  Non  so  se 
avesse  fatto  tal  lavoro.  » Altrove  il  combattimento,  preve- 
nendosi una  celebre  comparazione  dell’  Ariosto,  « La  fucina 
parea  di  Mongibello,  Dove  lavora  quel  fabbro  Vulcano.  » Se 
non  che  al  eantor  popolare  meglio  piace  la  erudizione  mito- 
logica e storica,  se  mescolata  alla  cavalleresca  o sotto  le  sem- 
bianze della  cavalleria  mascherata:  è la  tradizione  dei  ro- 
manzi del  secolo  innanzi.  Udite:  « Costui  sì  rassembrò  nel 
suo  venire  Un  nuovo  Arcita  in  la  città  tebana,  Che  per  Emi- 
lia lui  volse  morire,  Che  mai  si  vide  greca  sì  soprana.  » In 
altro  luogo,  a rispetto  de’  cavalieri  bolognesi,  « Cesare  im- 
perador  dentro  a Tessaglia  Assai  non  si  adoprò  contro  a’  ne- 
mici, Come  scrisse  Lucano  di  gran  vaglia  Istorico:  » ma  poi 
cita  subito  dopo  anche  il  re  Mambrino.  Un  giostrante,  « Pa- 
reva Ettorre  sopra  a Galateo,  » e un  altro  « Alessandro  im- 
perier  di  Macedona  Sopra  BucifalaSse  suo  cavallo.  » E così 
seguita  tutto  in  descrizioni  ed  enumerazioni  come  il  Pulci  ; 
se  non  che  ha  su  questo  il  vantaggio  che  fa  tenere  a’  suoi 
battaglieri  dicerie  di  22  ottave  per  volta.  Ed  al  Pulci  assorni- 


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ANGELO  POLIZIANO. 


XLVH 


glia,  salvo  la  maggior  goffaggine,  nell’  adoperarsi  a mettere 
in  vista  ed  in  gloria  il  Bentivoglio,  il  signore  magnifico:  po- 
vero cieco! 

» Ben  li  puoi  confortare,  o vrcchiurclla 

città  ditta  Bologna, 

C"  hai  un  figliuolo  nella  tua  gonnella 
Che  li  Leva  da  dosso  ogni'  vergogna. 

Per  lutto  el  inondo  di  lui  si  favella: 

Bisuona  la  sua  (romba  e non  zampogna; 

La  Sua  lucerna  accende  ogni  tuo  lume  ; 

Vaso  d’  ogni  viriti  e buon  costume; 

Qual  è di  le  il  ver  lucente  specchio. 

È stata  la  sua  casa  sempre  mai 

E sempre  mai  sarà 

Che  in  giubilo  ti  tiene  scili’  affanni  : 

Priega  che  viva  el  buon  messer  Giovanni.  • 

Così  i signori,  i quali  avrebbon  voluto  ma  non  osavano 
iincora  chiarirsi  principi,  quelle  feste  e pompe  facevano,  co- 
me notò  il  Machiavelli,  per  « dare  che  pensare  agli  uomini 
qualche  cosa,  che  levassero  i pensieri  dello  stato.1  * Più  tardi, 
nel  1495,  il  Savonarola  figurando  ai  Fiorentini  il  ritratto 
morale  del  tiranno,  cioè  di  Lorenzo  de’  Medici,  queste  fra  le 
altre  proprietà  ne  assegnava:  «E  molte  volte,  massime  in  . 
tempo  di  abbondanza  e di  quiete,  l’ occupa  [il  popolo]  in  spet- 
tacoli e feste,  acciocché  pensi  a sè  e non  a lui : » ancora: 

« U tiranno  in  ogni  cosa  vuole  esser  superiore,  etiam  nelle 
cose  minime,  come  in  giocare,  in  giostrare,  in  far  correre  c;v- 
• valli:....  ed  in  tutte  le  altre....  nelle  quali  accada  concorren- 
za cerca  sempre  di  essere  il  primo.*’  > E le  intenzioni  dei 
tiranni  erano  per  la  parte  loro  aiutate  da’  poeti,  dei  quali  è 
colpa  troppo  frequente  lasciarsi  abbagliare  a quel  che  appar 
di  fuori  e in  servizio  della  potenza  e della  fortuna  discono- 
scere la  verità  e la  virtù.  Che  se  questa  accusa  sembrerà 
troppo  generale,  le  citazioni  da’ due  poemi  mostreranno  al- 
meno che  sarebbe  ingiusto  aggravarne  troppo  il  solo  Poli- 
ziano. Del  resto,  tornando  al  tranquillo  ragionare  dell’  atte, 
quelle  citazioni  non  appariranno  soverchie  a provare  che,  se 


1 Machiavelli,  Itlnr.  fior.,  VII. 

* Savonarola,  Troll,  circa  il  reggini,  c gor.  della  chiù  ili  Fir.t  II,  tu. 


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X I.,  Vili 


ANGELO  POLIZIANO. 


comune  era  allora  l' andazzo  delle  reminiscenze  classiche  e 
della  mitologia,  dalla  moda  all’  arte  ci  corre,  e che  il  poema 
del  Poliziano,  sebbene  scritto  quasi  a un  tempo,  lasciando  da 
parte  il  cieco  da  Cento,  con  quello  del  Pulci,  sembra,  come 
ben  disse  il  Roscoe,'  posteriore  d’  un  secolo  in  materia  di 
gusto. 

Pel  genere  delle  invenzioni  e pel  modo  della  trattazione 
esso  è calcato  su  lo  stampo  dei  carmi  encomiastici,  misti  di 
favola  e di  lirica,  che  abbondano  nella  letteratura  latina  da 
Stazio  fino  all’  ultima  decadenza  del  secolo  V.  Nel  poema  to- 
scano come  nelle  selve  latine  del  nostro  autore  Stazio  e Clau- 
diano  appariscono  essere  fra  gli  antichi  quelli  che  più  ab- 
biano avuto  parte  nel  formare  a un  peculiar  modo  di  conce- 
zioni la  sua  fantasia.  E sarebbe  curioso  e utile  indagare 
perchè  nel  medio  evo  e nel  primo  rinascimento  siano  stati 
sentiti  e imitati  gli  autori  della  decadenza  coi  loro  di- 
fetti che  avventano,  più  che  non  la  squisita  verecondia  di 
stile  del  secolo  d’oro;  Seneca  più  di  Cicerone,  più  Ovidio  e 
Lucano  che  Virgilio  e Tibullo,  Claudiano  più  d’ Orazio.  11 
nostro  non  potea  forse  per  cagione  dell’  argomento  ricor- 
rere ad  altri  esempii.  Ma  quanta  vivezza  e calore  e movi- 
mento dirimpetto  alla  rigidità  e al  tono  rettorico  de’  suoi 
maestri!  quanta  varietà  nella  dovizia  delle  imitazioni!  quanta 
prontezza  e felicità  nell’ assimilarsi  e ricreare  l’altrui!  Giu- 
liano dispregiator  d’ Amore  e de’  suoi  seguaci  [I,  8-16]  è 
beu  l’ Ippolito  d’  Euripide  e in  parte  il  Narciso  di  Ovidio: 5 
ma  alcune  tinte  tolte  a imprestito  dal  pittore  della  bella  ri- 
trosa d’ Avignone  fan  perdere  all’  indagatore  le  traccie  'del 
primo  originale.  Nelle  lodi  della  vita  campestre  messe  in 
bocca  al  cacciatore  leggiadro  [I,  17-21]  sentirai  da  principio 
T eco  dell’  epodo  d’  Orazio  3,  e della  Georgica  ; * ma  nel  bel 
mezzo  un  paesaggio  toscano  ritratto  al  naturale  con  pen- 
nello che  prenunzia  quel  de’ fiamminghi  cancella  la  prima 
sensazione.  E il  soliloquio  di  Cupido  che  medita  la  vendetta 
[I,  2,3-24]  e la  descrizione  della  caccia  [1,25-33]  ricorderanno, 
se  volete,  un.  po’ troppo,  quello  il  prologo  di  Venere  all’  Ip- 


' Roscoe,  Vita  di L.  il Nagn.fC  II.  * llorulitis,  E/uxl. , Il 
1 Ovidius,  Melavi. , III,  388.  * Yirgilius,  Georg.,  ||,  458  cl  scqq. 


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ANGELO  POLIZIANO 


XLIX 


jtolito  coronato  e la  parlata  onde  Giunone  apre  la  favola  del- 
l' Eneide,'  e questa  tutt’  insieme  la  caccia  di  Didone  ’ 1’  altra 
del  cignal  caledonio  * e la  più  antica  di  Ulisse.*  Che  importa? 
ciò  non  impedisce  che  nelle  Stanze  appresso  la  invenzione 
-della  cerva  messa  da  Amore  innanzi  a Giuliano  per  isviarlo 
dalla  caccia  e condurlo  in  parte  ov’  egli  vegga  la  bella  Simo- 
netta [I,  34-37]  non  trasporti  la  mente  del  leggitore  per 
mezzo  a’  romanzi  d’  avventura  e agli  inganni  tesi  all’  amato 
cavaliere  da  alcuna  bella  fata,  benché  la  immagine  della 
cerva  sia  composta  dello  stesso  liete  aere  onde  Apollo  e 
Venere  presso  Omero  e Virgilio  5 compongono  le' false  ima- 
gini  degli  eroi  da  loro  protetti  per  sottrarre  i veri  alle  fu- 
rie de’  nemici.  Nel  ritratto  poi  della  ninfa  e nell’  innamora- 
mento di  Giuliano  par  che  il  poeta  abbia  còlto  da  Saffo  e da 
Tibullo,  da  Virgilio  e da  Ovidio  il  purissimo  fiore  del  sensi- 
bile: nè  gli  bastò,  che  non  volesse  giovarsi  ancora  di  quel 
che  la  sensazione  della  natura  esterna  d’  accordo  col  senti- 
mento intimo  spirò  a’  provenzali,  e delle  astrazioni  dei  Ca- 
valcanti e del  misticismo  di  Dante  e del  psicologismo  del  Pe- 
trarca;-sempre  avendo  la  mente  a trascegliere  quel  che  in 
essi  segna  come  l’ ultimo  limite  della  perfezion  naturale.  Per- 
chè la  imagine  della  Simonetta,  delle  più  belle  della  nostra 
poesia,  è soavemente  colorita  quanto  l’ Aleina  e l’ Armida,  ma 
non  sensuale  com’  esse  ; è pura  ad  un  tempo  e serenamente 
pensosa,  ma  non  trasparente  troppo  ed  aerea  come  quasi 
sempre  la  Portinari  e talvolta  l’avignonpse:  ella  è nella  cima 
del  naturale;  è una  statua  greca,  una  statua  di  Canova;  una 
Ebe,  una  Psiche,  moventesi  col  passo  di  dea  per  un  fiorente 
paesaggio  di  primavera.  Nella  pittura  del  poeta  quattrocen- 
tista la  natura  sente  la  presenza  della  dea,  o meglio  sente  hi 
parte  di  sè  deificata:  « Ridegli  attorno  tuttala  foresta,  E quanto 
può  sue  cure  disacerba"  » : « Ogni  aura  tace  al  suo  parlar  di- 
vino, E canta  ogni  angelletto 7 » : « Mosse  sopra  1’  erbetta  i 
passi  lenti  Con  atto  d’  amorosa  grazia  adorno  ; Feciono  i bo- 


1 Yii'gilius,  .tu.,  I.  37  cl  seqq 
! Virgili!)*,  /tu  , IV,  130  et  scqq. 
* Ovidi'is,  ilei.,  VI.  415  et  seqq. 
k Hjm.,  Orfy*s.,XIX.  t28  et  seqq. 


5 II  imeni,.  II.,  V,  432  et  seqq. 
Yirgilius,  /tn.,  X,  C35  et  seqq. 

* Si.  gimlr  , I.  43. 

" Si.  gimlr.,  I,  il. 


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L 


ANGELO  POLIZIANO. 


schi  allor  dolci  lamenti,  E gli  augelletti  a pianger  comincior- 
no  ; Ma  l’ erba  verde  sotto  i dolci  passi  Bianca  gialla  vermi- 
glia azzurra  tassi.’  » Riguardiamo  con  amore  a questa  figura, 
perchè  essa  è forse  il  tipo  intiero  della  poesia  del  Poliziano  ; 
essa  testimonia  il  giovine  e puro  rinascimento,  la  dignità. re* 
stituita  alla  materia  alla  carne  alla  forma  contro  l’asceti- 
cismo  macerante  e l’ idealismo  estenuante  del  medio  evo  : 
considerandola  voi  sentite  che  1’  età  di  Giotto  e di  frate  An- 
gelico, per  i quali  tutta  la  vita  della  figura  è confinata  nel 
raggiar  della  fronte  e negli  occhi  contemplanti,  è finita;  sen- 
tite e riconoscete  Masaccio  il  Rosselli  il  Perugino- e Raffael- 
lo : Tiziano,  Giulio  Romano,  Guido  Reni  verranno  più  tardi, 
e con  essi  o poco  innanzi  l’ Ariosto  ; verranno  i Caracci,  ed 
il  Tasso. 

Ma  non  altro  che  il  prologo  dell’azione  abbiamo  veduto 
fin  qui  : col  volar  d’ Amore  al  regno  di  sua  madre  [I,  68]  par- 
rebbe che  dovesse  entrarsi  in  materia.  Non  è vero:  ci  si  fa 
innanzi  un  episodio,  cioè  una  descrizione  che  sarìa  parsa  ster- 
minata anche  a Ovidio  come  quella  che  prende  52  ottave;  il 
più  gran  difetto  e insieme  il  più  gran  pregio  del  poema  to- 
scano. E la  descrizione  del  regno  e del  palagio  di  Venere 
[L,  69-120]  che  il  nostro  poeta  ha  trasportato  di  piauta  dalle 
Nozze  di  Onorio  e Maria  di  Claudiano,-  se  non  quanto  ha  tolto 
qualche  materiale  prezioso  da  Sidouio  Apollinare, * il  pagano 
vescovo  di  Clermont  che,  non  potendo  eleganza,  sfoggiò  lusso, 
com’è  de’barbari,  ne’puoi  epitalamii.  Ma  i 47  versi  di  Claudiano, 
già  molti,  come  han  potuto  allargarsi  a 52  ottave  ? Per  la  to- 
pografìa del  dolce  regno,  come  per  la  descrizione  degli  alle- 
gorici abitatori,  s’ è aggiunta  qualche  tinta  da’ Trionfi  del 
Petrarca.'  Il  giardin  de’  Feaci «che  nei  versi  d’Omero  an- 
cor verdeggia, B » e il  georgico  latino  ove  descrive  le  pian- 
te, e il  poeta  delle  metamorfosi  ove  di  esse  e de’  fiori  narra 
le  origini,  hanno  ammirabilmente  arricchito  la  flora  e le  fauna 
del  Poliziano.  Il  quale,  a cantare  come  animali  contrarissimi 


1 Si.  giatlr.,  I,  62. 

1 Clnuilinnus,  Spilli.  Honor.  Aug. 
et  Mar.,  47  et  seqq. 

* Siilonitis  ApolHnaris.  Spilli,  Rii- 
rieii  cl  lOer.,  14  et  seqq. 


1 Petrarca,  Tr.  Am.  IV,  400  e 
segg. 

4 Homerus,  Odyss.,  VII,  414  et 
seqq. 

• Algarotti,  Episl.,  V. 


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ANGELO  POLIZIANO. 


LI 


fra  loro  di  natura  e d’ istinti  vivano  in  miracoloso  accordo 
nel  regno  di  Venere,  ha  certo  avuto  il  primo  concetto  dalle 
mitiche  descrizioni  dell’  età  dell’  oro.  E una  ve  n’  ha  singo- 
larissima nella  seconda  Selva  il’  amore  di  Lorenzo  de'  Medici  ; 
fra  la  quale  e le  Stanze  è in  certe  descrizioni  e similitudini 
sorprendente  la  somiglianza  : a modo  di  esempio,  la  compa- 
razione della  tigre  a cui  sono  portati  via  i figliuoli,  celebre 
in  mólti  poeti  latini  e che  messer  Angelo  imitò  specialissi- 
mameute  da  Claudiano  1 * * e da  messer  Angelo  l’ Ariosto,5  è 
pure  con  le  stesse  rime  nella  Selva  del  Medici.  Qual  prima 
fosse  scritto  de’  due  poemi,  non  è certo  ; ma  è certo  che  Lo- 
renzo avanzava  di  qualche  anno  il  Poliziano,  ed  è probabile 
che  il  cliente  volesse  lusingare  il  patrono  imitandone  la  poe- 
sia, come  fe  il  Pulci  nella  Deca  da  Decornano.  A ogni  modo, 
per  un  altro  argomento  delle  novità  dal  Poliziano  portate 
nella  poesia  del  suo  tempo,  si  paragonino  alle  lor  sorelle  della 
Giostra  queste  ottave  del  Medici.5 

« E si  polca  vedere  iu  una  sloppia 
Col  lupo  lieta  star  la  pecorella. 

Senza  sospetto  I’  un  dell1  altro  in  coppia  ; 

Non  fero  il  lupo  allor,  non  timida  ella. 

Nò  la  volpe  era  maliziosa  e doppia: 

E non  bisogna  clic  la  villanella 
Pei  polli  tenga  ’l  boto!  clic  la  cacci; 

Ma  par,  se  pur  vi  vien,  festa  li  facci. 

La  lepre  e 'I  bracco  in  un  cespuglio  giace;1 
L’  un  non  abbaia,  e I'  nitro  ancor  non  geme. 

Tra  il  veltro  e ’l  cavriol  e ’l  cervo  è pace. 

Nè  alcun  ne'  piè  veloci  spera  o teme  : 

Scherzai»  tra  lor,  e provocai-  lor  piacè 
Talor  l’un  l’altro;  C,  se  corrono  insieme. 

Non  corron  per  fuggire  il  fiero  morso 
Ma  sol  per  superar  I’  un  1’  altro  in  corso ... 

Non  era  ancor  nel  petto  de’ mortali 
Di  carne  saziar  la  fera  voglia. 

Pel  nutrimento  diventinm  bestiali, 

Cile  il  sangue  uman  di  sua  natura  spoglia: 

Quinci  guerra  è Ira  l’uomo. e gli  animali: 


1 Claiidiauus.  Rupi.  Pro*.,  Ili,  263 

et  seqq. 

1 Ariosto,  Ori.  fur.  XVIII,  35: 


1 L.  de’ Medici.  Srlr.  d' am..  Il; 
pag.  207  della  ediz.  Barbèra,  tS.it). 
* Cfr.  Si.  qìostr.,  I,  SS. 


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MI 


ANGELO  POLIZIANO. 


Quinci  fugge  lo  uccel  di  logliu  in  fogli», 

_ E si  lamenl»  con  picloso  strido 

Quando  non  trova  i cari  figli  al  nido. 

Non  si  sentiva  il  doloroso  belo 

Della  madre  che  perde  il  caro  agnello: 

La  vacca  non  empieo  ili  mugghi  il  cielo, 

Tornando  senza  il  figlio  dal  macello.1 * * *  > 

Ma  chi  di  questi  paragoni  si  diletta  e vi  studia  le  diverse 
sembianze  del  sentimento  e del  costume  letterario  d’ un  se- 
colo ricerchi  anche  nel  Morgante  le  42  ottave  del  canto  XV 
ove  si  descrivono  le  classi  e gl’  individui  del  regno  animale 
come  sono  contesti  nel  prezioso  padiglione  da  Luciana  do- 
nato a Rinaldo.  Ora:  questo  amore  alla  descrizione,  quasi  scien- 
tifica, quasi  a catalogo,  delle  produzioni  diverse  della  natura, 
animali,  piante,  fiori,  pietre  preziose,  è egli  una  ricordanza 
o come  uno  strascico  della  tradizione  del  medio  evo  ? il  quale, 
mentre  considerava  la  natura  con  lo  stupore  del  fanciullo  e 
il  terror  del  selvaggio,  preso  a mano  dalla  magia  e dall’alchi- 
mia fu  di  su  le  soglie  della  curiosità  naturale  ove  si  presenta 
la  scienza  trasportato'  nei  penetrali  della  poesia  ove  delle 
percezioni  imperfette  si  ricompongono  i fantasmi  : onde  pro- 
vennero i tanti  bestiarii  della  poesia  francese  del  secolo  XII 
e XIII,5  primi  elementi  del  roman  de  renarte  di  La  Fontaine: 
e i trattati  su  la  virtù  delle  pietre  preziose,  tradotti  poi  nella 
poesia  allegorica  dell’  autore  dell’  Intelligenza , ' e che  sì  gran 
parte  ebbero  ne’  palagi  incantati  de’  poemi  romanzeschi  del 
secolo  XVI.  0 sì  veramente  quell’  ardore  di  mettere  in  mo- 
stra a ogni  poco  quasi  l’inventario  delle  produzioni  naturali 
fatto  dalla  fantasia  più  che  dalla  scienza  era  egli  un  presen- 
timento del  mondo  antico  itr  presenza  allo  scoprimento  del 
nuovo;  il  quale  con  la  sua  fecondità  portentosa  dovea  di  gran 
lunga  avanzare  quanto  avevano  di  bello  di  ricco  e di  orribile 
immaginato  i filosofi  i poeti  ed  i maghi  della  Grecia  e dei 
mezzi  tempi  ? 

Alla  descrizione  del  giardino  seguita  quella  del  palagio  di 


1 Cfr.  Si.  gioì  ir.,  I,  20.  21. 

* Per  esempio,  di  Philippe  de 

Thuuu. 

s /.'  Intelligenza,  poema  attribui- 


to a D uo  Compagni  ; in  Ozanain. 
Doni  in.  inai,  pour  scriir  à l'Iiitl 
tilt,  ile  l’it.,  Paris,  Lecoffre,  Ì850 
[Le  ir» tanta  pietre  della  corono]. 


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ANGELO  POLIZIANO. 


LUI 


Venere  e specialmente  degl’  intagli  che  adornan  le  porte.  E 
già  questo  ricorrer  della  poesia  alle  arti  sorelle,  che  comin- 
cia negli  scudi  di  Achille  1 e di  Ercole 1 imitati  poi  in  quel 
d’  Enea3  da  Virgilio  che  pure  sa  muover  le  lacrime  su  la 
morte  di  Troilo  dipinta  nel  tempio  di  Cartagine,4  era  natu- 
rale presso  un  popolo  tutto  spontaneo  intendimento  dell'arte 
come  l’ italiano  : quindi  sin  dalla  fine  del  duecento  l’ autore 
del  poema  in  nona  rima  per  epilogare  le  imprese  romanze- 
sche di  tutti  i cicli  le  pone  istoriate  nelle  pitture  e negli  in- 
tagli del  palagio  della  Intelligenza;  ' e chi  non  ha  a mente  i 
versi  ove  Dante  raccoglie  da  tutta  la  storia  allegorie  morali 
per  iscolpirle  con  la  sua  penna,  fiera  come  lo  scalpello  di  Mi- 
chelangiolo,  nei  balzi  del  purgatorio? 8 Se  dunque  di  questo 
bello  artificio  si  erano  giovati  i contemporanei  di  Niccolò, 
di  Andrea,  di  Giotto;  ben  doveva  esso  arridere  alla  fantasia 
d’ un  poeta  del  secolo  che  si  aprì  col  Ghiberti  e con  Dona- 
tello. E da  vero  che  in  cotesti  intagli  più  che  altrove  mai  si 
dimostrò  il  Poliziano  artista  di  stile  ammirabile.  Esiodo  e 
Ovidio,  gl’inni  omerici  e gli  epigrammi  dell’Antologia,  Teo- 
crito e Mosco  gli  prestano,  è vero,  le  linee  elementari  ; ma 
come  non  le  riempie  egli,  per  cavarne  qua  una  scena  bac- 
chica ove  l’ endecasillabo  tumultua  salta  e barcolla  come  i 
satiri  ebri,  là  un  ratto  di  Europa  ove  geme  come  le  com- 
pagne della  vergine  fenicia  rimaste  su’l  lido;  spirando  di 
per  tutto  verità  e vita  la  rima  del  quattrocento,  come 
l’ opera  di  disegno  più  miracolosa  del  secolo  di  poi  ! Altrove 
la  penna  del  poeta  par  cangiata  nello  stilo  greco,  e che  egli, 
futuro  divinatore  della  potenza  di  Michelangiolo  a cui  se- 
dicenne suggeriva  la  pugna  di  Ercole  co’  Centauri,"  stu- 
penda prova  del  titano  fanciullo,  dalla  sua  cameretta  voglia 
quasi  contender  con  Fidia  e con  Prassitele  a scolpire  la  pura 
imagine  della  Venere  anadiomene,  come  già  Virgilio  avea 
conteso  co’ tre  scultori  rodiani  a rappresentare  in  carta  il 


* Homerus,  II., XVIII,  478  et  sec[|. 
! llesiodus,  Seul.  Ilei'*. 

5 Virgilius,  Vili,  626  et 

SC.|q. 

k Virgilius,  /En.,  I,  .466  et  segg. 

* !■’  Intelligenza , eilil.  cit.  Fu  di 

l'OUIIA.IO. 


recente  ristampimi  ila  G.  Duelli  in 
.Milano  nella  Oiblinleca  rum. 

D ulie,  Purg.,  X,  31  e segg.  ; 
XII,  16  e segg. 

Vasari,  Vito  di  MichcUmgiu!  ■>, 
in  prjnc. 

d 


v 


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I.IV 


ANGELO  POLIZIANO. 


faticoso  e terribile  gruppo  del  Laocoonte.  E di  tale  onore 
reso  dall1  arte  della  parola  a quella  del  disegno  sembra  che 
Raffaello  volesse  rimeritare  il  Poliziano,  quando  da1  versi  di 
lui  traducea  ne1  suoi  colori  la  bella  Galatea  del  palazzo  chi- 
giano.1 

Uscendo  del  lungo  episodio  e rivenendo  alla  materia  epi- 
ca, il  ritorno  di  Amore  al  regno  di  Venere  e i vanti  di  lui  e 
le  lodi  e i consigli  della  madre  e la  spedizione  dei  piccoli 
Amori  a destare  nei  cuori  giovanili  l' ardore  delle  giostre 
|I,  121-11,  21]  son  tutti  espedienti  imitati  da’ poemi  epitala- 
mici dei  latini,  nei  quali  eran  solenni  queste  cure  e viaggi  e 
consultazioni  di  Venere  di  Cupido  d’ Imene  per  conciliare  gli 
amori  e le  nozze  ; tanto  che  dopo  Stazio,  che  primo  gli  mise 
in  giuoco,’  tutto  n'  è pieno,  da  Claudiano 1 fino  a1 4  tre  santi 
vescovi,  Sidonio  Apollinare, ^Felice  Ennodio,5  Venanzio  For- 
tunato.6 E forse  da  questa  rassomiglianza  della  Giostra  con 
gli  antichi  epitalami  e dall’accenno  agli  amori  di  Lorenzo 
nel  lib.  II  avvenne  che  il  Varillas,  confondendo  le  sue  ricor- 
danze e dove  non  si  ricordava  inventando,  con  la  franchezza 
onde  molti  della  sua  nazione  mascherano  l’ ignoranza  delle 
cose  forestiere,  nomina  un  epitalamio  composto  dal  Poliziano 
in  versi  degni  del  secol  d'  Augusto  per  le  nozze  di  Lo- 


1 Dolce,  Ditti,  tifila  pili.,  pag.  53 j 
Milano.  Daclti,  i$63. 

2 Stnlius,  Sylv .,  I,  ii,  51  et  seqq. 
* Claudionus,  Epith.  Honor.  Awj. 

et  Mar.,  1)7  et  seqq. 

4  Sidon  Apollinaris,  Epith.  Ru- 


rio.  ri  ther.,  53  et  seqq. 

5  >1.  Felix  Ennodius,  Epith.  dì- 
cium  Mgxìuio,  v.  53  et  seqq.  Co- 
stili, vcspovo  di  Pavia  e santo,  co'i 
fa  parlare  ad  Amore  intorno  alla 
virginità  nel  senso  cristiano  : 


u Perdidimus,  genitrix,  virtutis  premia  rostri». 

Iam  nusquam  Cytherea  sonai  ; ridetnr  Antonini 
Fabula,  nec  proles  nascenti  sufficit  rovo. 

Frigida  consumens  multorum  possidet  artus 
Virginità»  fervore  novo:  sublimi»  carnem 
Vota  doninnt,  mundus  tenni  vix  nomine  constat. 
Primevi  tremulo»  factis  imitantur  ephebi  : 

Rara  per  immenaos  swclorum.  respice.  campo» 
Coniugii  messisi  per  tìores  sola  vctustis 
Exserit  albentes  ieiuna  et  pallida  canoa. 

• Una  fides,  rerum  nulla  dulcedine  flecti, 

Et,  si  quid  teneros  potuit  transducere  moras, 
Preceptis  calcare  malia  : aervatur  nhiquo 
lnstitiuin  ; culpa  est  thalamos  nominasse  pudico.  « 


6  Venautiu<  Fortunatus,  Poematum,  V,  i,  2». 


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ANGELO  POLIZIANO. 


r.v 


renzo  de'  Medici  con  Clarice  Orsini,1 * * 4  e il  Menkenio  con  la 
dabbenaggine  d’ un  tedesco  erudito  perde  il  tempo  a ri- 
cercar le  tracce  di  quell’  epitalamio.*  Del  resto  nel  congresso 
di  Amore  con  Venere  l’ autor  nostro  si  tenne  stretto  a Stazio 
ed  a Claudiano,  se  non  quanto  gli  avanzò  d’  eleganza.  Come 
pure  dall’  invio  d’ Iride  alla  casa  del  Sonno  ordinato  da  Giu- 
none nelle  Metamorfosi,1  se  non  dalle  più  solenni  fantasie  epi- 
che,* imitò  il  moversi  di  Pasitea  per  ingiunzione  di  Venere  a 
mandare  i sogni  che  con  le  loro  imagini  destino  in  Giuliano 
la  voglia  di  mostrarsi  armato  nel  campo  [II,  22-26].  Più  ori- 
ginale ma  senza  attrattiva,  se  non  dove  a rappresentare  la 
vicina  morte  di  Simonetta  conferiscono  Virgilio  con  la  serena 
tristezza  della  sua  Euridice5  e Dante  con  i portenti  apocali- 
ptici  della  Vita  nuova*  è la  visione  di  Giuliano  [II,  27-38].  Con 
la  quale  e con  T orazione  a Pallade  di  lui  che  svegliato  si  pre- 
para all’  armi  finisce  [II, 38*46]  o,  meglio,  è interrotto  il  poema; 
o sia  che  il  poeta  stesso  disperasse  e s’ infastidisse  dell'  argo- 
mento tutto  encomiastico  e descrittivo;  o sia  da  recarne  la 
causa  al  pugnale  del  Bandini  che  luccicò  terribile  fra  1’  enco- 
miato e P encomiatore.  Angelo  allora  porse  la  mano  allo  /stilo 
deir  i storico , come  dice  il  Del  Lungo,  e quindi  anche  un  poco  alla 
cetera  d’ Orazio.  E perchè  l'ode  a Gentile  vescovo  d’ Arezzo  è 
quasi  il  compimento  della  Giostra  ; e perchè  a giudizio  del  lati- 
nista Fabbroni  « può  stare  a confronto  delle  bellissime  del  can- 
tor  di  Venosa;7  » e perchè  chi  ha  letto  la  biografia  del  Poli- 
ziano scritta  in  elegante  latino  dal  Donafous  non  pianga  col 
benemerito  Francese  la  perdita  del  carmen  de  lidia  ni  cade;'1 
eccoti,  o benigno  lettore,  sotto  gli  occhi  quella  ode  o carme  che 
voglia  dirsi; 

> Gentile*,  animi  maxima  par*  mei, 

Communi  niminin  sorte  quid  ongrris! 

Quid  curis  animimi  Itignbribns  Ieri*, 

El  me  discrucius  simul! 


1 Varillas,  Anctd.  de  Florence,  I.  I, 
pag.  40;  La  Haye,  1684. 

4 Mcnckrnius,  l)c  viti  Any.  Voi., 
pag.  38. 

* Ovitl i us.  Melant.,  XI, 583  et 

4 Homerus,  lliad..  II.  in  princ. 

4 Virgilio*,  Georg  , IV.  49G.  Con 


franta  la  Giostro,  st.  Il,  verso  33. 

6 Oolite,  Vili  Suora,  § xsiii. 
Cfr.  Ii'onlrn , ||,  34. 

’ Eabbroni,  Mogio  del  Poliziano , 
Parma,  1800. 

s Bonafuiis,  De  .1.  P.  vita  ce.,' 
cap.  XXIII. 


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L VI 


ANGELO  PÓLIZIANO. 


Passi  digua  quidem  perpetuo  smini? 

Lucili  ; qui  medi i s,  lu  u miseri,  sacris 
Illuni  illuni  iuvenein  vidimus,  o uefas, 

Straluni  sacrilega  inalili. 

At  soni  attonito  quse  ilare  pectori 

Solameli  va  leu  ut  plurima  : noni  super 
Est  qui  vel  gremii»  crcveril  ili  tuo 
Laurcns,  Etruriae  caput  : 

Laiirens  quelli  pali-ire  caclicoliiin  pater 
Tutum  terrifica  gorgone  presti lii  ; 

Quelli  tuscus  pai-iter  quein  venelus  leo 
Serrani  et  ilraeo  penigli, 
liti  bellipolens  excubat  Hercules, 

■ Ili  faliferis  militai  nrculius; 
lllis  mittit  equos  Francia  niartios, 

Telix  Francia  regibus. 

Circunislant  popiitus  niurmure  dissono, 

Circiimslant  iuveiiem  purpurei  palres. 

Causa  vinciinus  et  robore  niilituni. 

. li  IO  stai  lupiter,  liac  favet. 

Quare,  o rum  misera  quid  libi  urenia, 

Si  nil  proHcinius  ? quia  potius  gravi» 

Abslersisse  liono  Uetitur  die 
Auiles  nuli! In  pecloris? 

Nani,  euin  ioni  geliilos  umbra  rcliquerit 
Artus,  non  dolor  liane  perpctuiis  retro 
Mordoccsve  trabunt  sollicitudiues 
Mentis  curai|uc  pervieni.1  * 

Certo  il  lettore  avrà  notato  quel  Felix  Francia  regibus;  de- 
siderio a un  tempo  e rimpianto.  In  materia  almeno  di  re  la 
Francia  non  era  più  barbara  per  messer  Angelo  ; a cui  non 
doveauo  attalentare  di  molto  le  città  tumultuose  ed  instabili, 
uve  un  bel  giorno  ai  colpi  menati  di  sotto  mano  alla  libertà 
dagli  ambiziosi  e dai  tiranni  i cittadini  rispondono  con  colpi 
di  pugnale  o al  meno  al  meno  di  pietre.  I siletizii  del  dispoti- 
smo si  affanno  meglio  tigli  ozii  delle  Muse,  secondo  una  co- 
• mane  sentenza  dei  letterati  di  corte. 

Ma  che  le  Stanze  venissero  così  presto  interrotte,  io 
non  saprei  poi  farne  tante  querimonie.  Se  il  poeta  negli 
altri  libri  si  fosse  lasciato  andare,  come  portavaio  la  na- 
tura sua,  a quelle  lungaggini  che  nella  materia  dilettevo- 

' Pulilianus,  Fptgram.  Iti. 


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* ANGELO  POLIZIANO.  LVII 

lissima  del  primo  si  comportano  volentieri,  non  so  che  sa- 
rebbe avvenuto  della  sua  fama:  un  giuoco  d’armi  del  resto 
descritto  dal  classico  messer  Angelo,  posto  pure  che  ei  non 
discendesse  mai  alle  volgari  enumerazioni  di  Luca  Pulci,  si 
può  tener  quasi  per  certo  che  non  avrebbe  retto  al  confronto 
dèi  combattimenti  dell’  Ariosto  e del  Tasso,  b^n  altri  mae- 
stri di  arme  e con  altri  eroi  tradizionali  alla  mano.  Un  pa- 
negirico in  più  canti  saria  stato  un  noioso  poema  di  più,  letto 
soltanto  dagli  eruditi  ; e già  nel  secondo  libro  la  poesia  scade 
in  paragone  del  primo.  Mentre,  così  com’  è,  quel  frammento 
è di  fama  quasi  popolare,  e in  opera  di  stile  sta  veramente 
fra  le  rarissime  preziosità  delle  lettere  nostre.  Non  ha  l’ al- 
tissima perfezione  delle  Georgiche  e nè  men  quella  dell’  Amin- 
ta; poemi  ambedue  che  segnano  il  colmo  del  buon  gusto  nelle 
due  età  più  polite  della  doppia  letteratura  d’ Italia.  Oltre  le 
più  rilevanti  sconvenienze  nell’ imitazion  generale  e nell’or- 
ditura del  poema  che  dal  fin  qui  discorso  dovrebbono  risul- 
tare a bastanza,  qualche  piccolo  difetto  di  versificazione  e di 
stile  è pur  notato  nelle  Stanze.  Altri  vi  riprende  il  frequente 
uso  degli  sdruccioli,  basso  suono  in  grave  argomento  : ma  a 
cui  ne’  suoni  cerca  anzi  tutto  la  varietà,  a cui  le  rime  sdruc- 
ciole piacciono  a’  lor  luoghi  in  Dante  e nell’  Ariosto,  piace- 
ranno anche  nel  Poliziano.  Altri  torce  il  naso  a certe  desi- 
nenze in  orono  delle  terze  persone  plurali  dei  perfetti,  e ap- 
punta messer  Angelo  che  egli  imitasse  gli  antichi  più  che  ad 
elegante  poeta  si  convenisse  : dovea  piuttosto  accusarlo  che 
egli  scrivesse  la  lingua  parlata  al  tempo  suo,  perchè  allora 
non  era  ancor  l’ Italia,  grazie  a Dio,  caduta  sì  basso,  che  ci 
fosse  questa  maladizione  del  dovere  imitare  anohe  la  lingua. 

Con  più  ragione  è ripreso  di  parecchi  latinismi;  ma  nè  pure 
ai  migliori  è concesso  scuotere  in  tutto  il  giogo  del  proprio 
secolo  ; e di  qualche  ridondanza  a danno  dell’  efficacia  e della 
proprietà  ; e di  pochi  sgradevoli  accoppiamenti  di  suoni  ; e 
della  sconvenienza  di  certe  imagini,  come  là  dove  assolili-  « 
gliò  i pargoletti  Amori  ad  altrettanti  galeotti  [II,  2].'  Ma 


' Per  lulli  questi  appunti  voli  5 12  ; c «lisi.  III.  c.  IV.  § I,  c c.  Vili, 

Quadrio.  Slnr.  e rag.  d' ggui  pne».,  J 2 ; c «lisi.  IV,  cap.  I,  2,  e 

v.  I,  I.  Il,  disi.  I,  cap.  I,  S 1 ; e c.  Il,  cap.  Ili,  § G. 


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LVIII 


ANGELO  P0LIZI4.N0. 


il  carattere  speciale  dello  stil  della  Giostra  è in  questo, 
che  posto  l’ autore  tra  il  finire  di  una  età  letteraria  pri- 
mitiva e originale  cosi  nell’  inventare  come  nello  esprimere 
e ’l-  cominciare  d’  una  età  d’  imitazione  e di  convenienza 
tiene  del  rozzo  e del  vigoroso  dalla  prima  come  dell’  ag- 
graziato e del  morbido  dalla  seconda.  Gli  ultimi  vestigi  della 
prima  età  scompariranno  mano' a mano  più  sempre  nelle 
Api  del  Itucellai,  nel  Tirsi  del  Castiglione,  nella  Coltivazione 
dell’  Alamanni  : la  seconda  poi  risponderà  tutta  pura  nella 
Xinfa  tiberina  del  Molza  e nello  stupendissimo  Aminta  : la 
Giostra  apre  la  serie.  Del  resto  quel  misto  di  grazia  e di  for- 
za, di  finezza  e d' ingenuità,  conferisce  non  poco  alla  origina- 
lità nell'  imitazione  che  niuno  può  disdire  al  Poliziano.  La 
quale  io  credo  che  sia  anche  aiutata  dal  metro  che  il  poeta 
si  elesse.  Portar  tanta  ricchezza  di  rimembranze  e d’ imita- 
zioni nell’  ottava,  non  veramente  fino  allora  nobilitata,  era 
un  dissimularla  : più,  coi  varii  ondeggiamenti  e movimenti 
d’  armonia  che  primo  il  Poliziano  fece  prendere  a quel  metro, 
giunse  a ricoprire  i suoni  diversi  dell’ esametro  antico  e della 
terzina  e della  canzone  che  pure  dalle  molteplici  imitazioni  do- 
vevano emergere.  E questo  del  perfezionamento  dell’  ottava 
è vanto  singolarissimo  del  Poliziano.  Prender  l’ ottava,  diffusa 
e sciolta  quale  lasciolla  il  Boccaccio,  che  nato  gran  prosatore 
e specialmente  narratore  la  segnò  troppo  della  sua  impronta  : 
stemperata,  quale  dal  Pucci  in  poi  1’  avean  ridotta  i poeti 
popolari  ; rotta,  quale  dal  dialogo  delle  rappresentanze  era 
dovuta  uscire;  aspra  in  fine  e ineguale,  quale  sotto  il  rude 
piglio  del  Medici,  tiranno  anche  delle  rime,  avea  dovuto 
farsi  per  divenir  lirica  ; prenderla,  dico,  in  simili  condizioni, 
e con  1’  unità  d’  armonia  darle  il  carattere  metrico  suo  pro- 
prio che  ha  poi  sempre  conservato,  mettervi  dentro  tanta 
varietà  concorde,  vibrarla,  allargarla,  arrotondarla,  disten- 
derla, imporle  il  raccoglimento  del  terzetto  e l’ ondeggia- 
mento della  stanza,  la  risolutezza  del  metro  finito  e la 
fluidità  del  perenne,  farla  eco  a tutti  i suoni  della  natura  e 
della  fantasia,  dal  sussurrare  delle  piante,  dal  gemere  del- 
P aure,  dal  canto  dell’  usignolo,  fino  al  tripudio  bacchico, 
alla  foga  della  galea,  alla  tromba  di  Megera  ; e ciò  un  gio- 
vine, e da  sè  solo  senza  predecessori;  mentre  a condurre  la 


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ANGELO  POLIZIANO. 


1,1  \ 

canzone  e il  sonetto  alla  sua  perfezione  dai  tentativi  di  Fe- 
derigo II  e Pier  delle  Vigne  occorse  un  secolo  e due  scuole 
diverse,  di  Guittone  e del  Guinicelli,  e in  fine  due  uomini 
come  l’ Alighieri  e il  Petrarca  : ciò  per  me  è un  miracolo 
più  grande  che  non  sarebbe  1’  avere  il  Poliziano  scritto  le 
stanze  a quattordici  anni,  e tale  che,  ove  ogni  altro  argo- 
mento mancasse,  attesterebbe  la  gran  facoltà  poetica,  almeno 
esterna,  del  mio  autore.  Al  Giordani  il  verso  del  Poliziano 
qualche  volta  pareva  duro  ; ' nè  io  il  negherò,  recandone  pure 
al  secolo  la  cagione:  ma  certo  non  è mai  dura  l’ottava,  la  quale 
pare  a me  che  raccolga  le  due  doti  diverse  di  quella  dell’ Ario- 
sto e dell’  altra  del  Tasso  : grave  e sonora,  ma  non  tornita  e 
rimbombante  come  la  seconda  ; libera  e varia,  ma  non  sover- 
chio disciolta  come  la  prima  ; 1’  ottava  del  Poliziano,  dov"  è 
proprio  bella,  supera  a parer  mio,  quelle  de’  due  grandi 
epici  ; è 1’  archetipo  dell’  ottava  italiana. 

Dopo  tutto  ciò  non  si  aspetti  il  lettore  che  io  gli  riferisca 
i diversi  giudizi  dei  critici  su  le  Stanze  per  la  giostra:  i più 
altro  non  sono  che  ripetizioni  delle  stesse  forinole,  fe  tutti 
forse  li  comprende  quel  del  Giraldi:  « Furono  le  prime  che 
comparissero  degne  di  loda  e che  portassero  con  esso  loro 
spirito  e grandezza  poetica.  Per  le  quali  merita  più  lode 
forse  esso  Poliziano  che  per  gli  altri  versi  che  nella  lingua 
latina  scrisse,  ov’  ebbe  de’  pari  e de’  superiori  ne’  tempi  suoi  : 
ma  non  ebbe  egli  uno  che  nelle  stanze  di  gran  lunga  gli  si 
potesse  appressare;  di  tanto  avanzò  egli  ognuno  che  insino 
a’ suoi  tempi  aveva  scritto,  accompagnando  in  guisa  l’arte 
colla  natura  e le  sentenze  colla  elezione  delle  parole  quanto 
pativa  l’età  nella  quale  egli  scrisse,  che,  ancora  che  nelle 
descrizioni  e negli  episodii  si  diffonda  più  del  giusto,  cosa 
che  forse  avrebbe  corretta  se  avesse  finito  l’opera,  riuscì  me- 
raviglioso.1 » 

Intorno  all’  Orfeo  sarà  men  lungo  il  discorso  ; avendo  esso 
con  le  Stanze  una  medesima  elementare  composizione  e un 
egual  processo  d’imitazioni.  L’autore,  che  volea  condannata 
T opera  sua  al  fine  del  protagonista,  ad  essere  lacerata,  dice 


' Giordani,  Lell.  al  March,  ili  Maturane,  14  febbr.  1 808  ; A|i|icnd.  alle 
Oj>cre,  Milano,  Sanvilo,  1862.  1 C.  Giraldi,  Dite,  romani.,  48. 


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LX 


ANGELO  POLIZIANO. 


averla  composta  a requisizione  del  reverendissimo  cardinale 
mantovano , in  tempo  di  due  giorni,  intra  continui  tumulti.'  Ciò, 
secondo  le  ricerche  del  Bettinelli, 1 * * 4 dovette  essere  del  1472  ; 
quando  il  Cardinal  Francesco  Gonzaga  venne  da  Bologna, 
ov’  era  legato  apostolico,  in  Mantova,  e v’  entrò  in  tutta  la 
pompa  della  nuova  dignità  il  22  d’agosto,  « coir  trionfi  et  ma- 
gnificenzie  fatte  in  quell’ anno  c nel  seguente,  con  maghi  pa- 
sti e cene.  » Così  il  contemporaneo  Schivenoglia  citato  dal 
Bettinelli.  Il  quale  dal  non  ricordare  il  cronista  nelle  venute 
successive  del  cardinale  a Mantova  altre  siffatte  magnificenze 
deduce  che  l’ Orfeo  fosse  una  di  quelle  feste  del  1472  : un 
po’ lestamente,  a dir  vero.  Non  però  sono  molto  gravi  le  dif- 
ficoltà opposte  dal  'rimboschi. :i  Il  cronista  mantovano,  os- 
serva il  Tiraboschi,  afferma  che  il  cardinale  Gonzaga  fece  la 
solenne  entrata  del  1472  in  compagnia  dei  Fichi  : ora  Gio- 
vanni Pico  nel  72  contava  nove  anni  ; inverosimile  che  un 
fanciullo  facesse  parte  dell’ accompagnamento.  Ma  anzi  tutto  il 
cronista  mantovano  nomina  i Fichi  e non  Giovanni  Fico  ; 
poi,  deto  pure  che  non  vi  fossero  i Fichi,  ciò  non  porta  che 
non  vi  fosse  il  Poliziano  e non  potesse  scrivere  F Orfeo.  Fure 
il  Poliziano  non  aveva  allora,  seguita  il  Tiraboschi,  che  di- 
ciotto anni  : come  potea  essere  trascelto  a comporre  una 
azione  teatrale  ? come  poteva  sì  felicemente  riuscirvi  ? Ma 
che  ? l’ omerico  giovinetto  il  quale  traduceva  già  l’ Iliade, 
che  l’ anno  di  poi  doveva  scrivere  l’epicedio  dell’  Albiera,  che 
presto  avrebbe  improvvisato  in  greco  e in  latino  fra  la  calca 
e passeggiando,*  che  passeggiando  avrebbe  dettato  in  pochi 
giorni  la  versione  d’ Erodiano, s non  sarebbe  riuscito  a com- 
porre nella  lingua  materna,  congegnando  le  ricordanze  declas- 
sici che  più  gli  facevano  a.1  caso,  una  favola  sì  semplice  come 
l’ Orfeo  massime  nella  prima  lezione  ? E perchè  non  poteva 
essere  trascelto  a comporla,  egli  toscano,  scolare  del  Landino, 


1 Poliziano,  Irti,  al  Canale  [ire • 
posta  all’  Orfi-o. 

1 Bettinelli,  Orile  lei/,  e dell9  orti 
mantovane , Disc.  I e noi;»  H. 

* Tiraboschi.  St.lett.  il  al.,  MCCCC- 
JID.  1.  111.  c.  Ili,  $ XXXV. 

4 Ricorditi  l’rpigr.  Ialino  pel  ri 


torno  di  Lorenzo. e vcdttei  fra  i greci 
quello  che  Ita  per  argomento  • .TL - 
dein  Rcparalaì  inambulans  nniicis 
stipntus  luec  compositi  ex  tempore.  » 
* Polinomi*,  Efiist.  Amlr.  Magna* 
ìi imo  clic  precede  la  versione  latina 
di  Erodiano. 


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ANGIOLO  POLIZIANO. 


I.XI 


diente  dei  Medici,  con  bella  fama  di  poeta  nelle  due  lingue 
dotte  e nella  volgare  ? Certo  è ad  ogni  modo  che  la  compo- 
sizione non  può  rimandarsi  oltre  il  1483,  in  cui  il  Cardinal 
Gonzag*  morì  : sì  che,  essendo  le  Stanze  composte  nel  78  o 
almeno  dopo  il  76,  ne  viene  che  1’  Orfeo,  il  quale  tanto  fedel- 
mente ne  riproduce  i modi  e lo  stile,  di  poco  le  precedesse  o 
seguisse,  ed  ei  riman  sempre  il  primo  vero  tentativo  dram- 
matico italiano  d’  argomento  non  sacro. 

Perocché  le  Rappresentazioni,  cioè  a dire  i drammi  del  tem- 
po, per  quanto  non  vi  mancassero  le  parti  comiche  e profane 
anzi  v’ahondasse  la  satira,  mal  sapevano  ancora  staccarsi 
dalla  chiesa,  culla,  presso  ogni  nazione,  del  dramma.  Non  che 
le  tradizioni  del  teatro  civile  fossero  spente  in  Italia  ; ma  gli 
esperimenti  non  furono  mai  altro  che  letterari,  e si  facevano 
in  latino.  Così  andarono  perdute  per  la  nazione,  lasciando 
dell’  Achilleide,  la  Ezzellinide  d’ Albertino  Mussato,  argo- 
mento nazionale  conformato  esternamente  al  modello  di  Se- 
neca ; e,  qualunque  siasi,  il  dialogo  in  prosa  su  la  ruina  della 
città  di  Cesena  [1351 1 il  quale  nei  manoscritti  è attribuito  al 
laureato  Francesco  Petrarca  e i dotti  vorrebbono  dare  a Co- 
luccio Salutati  ; ' e la  tragedia  che  Giovanni  Mangiai  della 
Motta  afferma  aver  composta  su  ’l  caso  di  Antonio  della 
Scala,  quando  gli  fu  tolto  il  dominio  di  Verona  ; 4 e l’ altra  in 
cinque  atti  ed  in  giambici  di  Lodovico  da  V ezzano  su  ’l  so- 
stenimento e ’l  supplizio  di  Iacopo  Piccinino  ordinato  da  Fer- 
dinando I aragonese  [1461],  nella  quale  più  che  le  mutazioni 
della  scena  sarebbe  curioso  a vedere  il  colloquio  fra  il  re  ed  il 
boia,”  messi  a un  egual  grado  come  presso  a poco  avrebbe  poi 
desiderato  il  De  Maistre;  e in  fine  la  Historii  boetica,  cioè  la 
presa  di  Granata  narrata  a dialogo  in  prosa  latina  da  Carlo 
Verardi  e rappresentata  a Roma  in  casa  del  cardinale  Raf- 
faello Riario  nel  1492,  dove  nello  stesso  anno  fu  recitato  an- 
che il  Fernandus  servatile  pur  ideato  dal  Verardi  e steso  in 
esametri  dal  nipote  di  lui  Marcellino.*  Rappresentazioni  que- 


* Giudici,  Si.  del  lenirò  in  Italia, 
CB|).  VI,  $ 7,  n-  1. 

! Tirabusciò,  Si.  leu.  il.,  MCCC- 
CCCC  I.  Ili,  c.  in.  § xxv. 

5 Napoli  Siunorclli, S(.  crii,  de' tea- 


tri, III,  62  La  tragedia  del  ila  Vcz- 
zauo  è manoscritta  nell'  Estense. 

* Ambedue  sono  a stampa.  Vedi 
Tiraboschi,  MCCCC-1ID,  I.  Ili,  c.  tu, 
8 XXXI. 


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I.XII 


ANGELO  POLIZIANO. 


ste  di  avvenimenti  storici  e.  che  più  rileva,  contemporanei, 
come  in  italiano  non  seppero  poi  farne,  o male,  i drammatici 
posteriori.  Ricorclansi  commedie  morali  ed  allegoriche,  ma 
pure  in  prosa  latina,  incominciando  dalla  perduta  ifi  iloloffia 
che  il  Petrarca  giovine  scrisse  per  sollazzare  il  cardinale  Co- 
lonna, ’ e discendendo  per  una  commedia  di  Pier  Paolo  Yer- 
gerio  ad  iuvenum  more*  corrigendo s*  e per  la  Philogenia 
d’  Ugolino  Pisani  di  Parma  scritta  circa  il  1430  7 sino  a un 
quasi  contemporaneo  del  Poliziano,  Batista  Alberti  che  ven- 
tenne compose  il  Philodoxos  con  eleganza  bastante  a farlo 
credere  anche  dall’  Aldo  opera  d’  un  Lepido  comico  antico.  1 * * * 
Men  lontane  per  l’ argomento  dalla  commedia  propriamente 
detta  par  che  fossero  la  Polissena  di  Leonardo  Bruni,5  la 
Fraiuliphila  d'Antonio  Tridentone  di  Parma6  e i Lustis 
ebriorum  di  Siccio  Polentone  tradotti  poi  in  prosa  italiana  e 
col  titolo  di  Catinia  stampati  in  Trento  nel  1482.7  Ignoi'o 
qual  sia  propriamente  l’argomento  dell’  Armiranda  di  Gian 
Michele  Alberto  da  Carrara  divisa  in  atti  e scene  e che  in 
una  didascalia  alla  foggia  classica  dicesi  recitata  « Ludis  Me- 
galensibus,  Calixto  III  sacerdote  max.,  Friderico  III  caesare, 
Francisco  Foscareno  Venet.  duce,  Benedicto  Victurio  et  Leo- 
nardo Contareno  Patavii  prtetoribus  : 8 » ma  certo  d’ argo- 
mento mitologico  è la  Progne  di  Gregorio  Corraro  morto 
nel  1466,  edita  in  Venezia  nel  1558  e indi  a poco  dal  Domeni- 
chi  volgarizzatore  spacciata  per  sua.”  E in  Mantova,  ove 
il  Corraro  giovinetto  di  18  anni  scriveva  la  Progne  latina,  10 
Angelo  Poliziano,  su  la  stessa  età,  pochi  o niun  forse  cono- 
scendo degli  esperimenti  anteriori,  gittava  nelle  forme  ita- 
liane della  sacra  rappresentazione  1’  Orfeo  ; primo  passo  a 
rendere  secolare  il  dramma.  Al  che,  presso  un  popolo  che  del 


1 Peli-arca,  Fami!.,  II,  7;  VII,  18. 
! A.  Zeno,  Dittrrl.  «<>*«.,  I,  59. 
É manoscritta  nell'  Ambrosiana. 

5  Tirabusciò,  MCCCC-MD,  I.  Ili, 

C.  III.  § XXIX. 

* L B.  Alberti,  Opere  v Iguri, 
T.  I ^Firenze,  1813],  pag.  cxx  x, 
e Oiicnrto  proemiile  di  A Bj- 
liucei. 

5 Tirabusciò,  I.  c.  Fu  stempiila  più 


volle  in  Lip-ia  su’ primi  del  sec.  XVI. 

6 AITÒ.  Sri  ili.  pur  uiìq  , , II,  219. 

7 A.  Zeno,  /Vfi/r  (tir  Fior/  senza  ilei 
Ftinluiiini , I,  358. 

8 Tiraboscbi.  I.  e.  Conservavasi  nel 
see.  passato  in  Bergamo  presso  Gius. 
Bcliramclli. 

9 Tiraboscbi,  I.  c. 

10  Bettinelli,  n.  G.  al  Disc.  I Sulle 
tellcro  c le  orli  munlovnne. 


i 


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AXGEI.0  POLIZIA.NO. 


LXIII 


teatro  civile  non  aveva  notizia,  le  feste  de'  principi  furono 
necessarie  o utili  al  meno. 

Sia  dunque,  poiché  degli  Amori  di  Venere  e Marte  del 
Medici  1 2 3 non  avanza  che  un  frammento  nè  potrebbesi  d’al- 
tra parte  accertarne  l’ anteriorità,  e poiché  non  sappiamo  che 
sia  il  lemsale  composto  in  volgare  dal  tragico  Leonardo  Dati 
pel  secondo  certame  coronario  di  Firenze/  sia  dunque  fra  le 
altre  lodi  d’ Angelo  Poliziano  anche  questa  dell’ aver  fatto 
secolare  il  teatro.  Ma,  se  la  si  vuole  esagerare  tino  a ricono- 
scere nell’  Orfeo  il  primo  esempio  del  dramma  propriamente 
detto,  si  corre  pericolo  di  cadere  nel  falso.  Potrete,  e per 
P argomento  patetico  e per  la  catastrofe  e per  la  divisione 
in  atti  nella  lezione  dell’  Affò,  chiamarlo  tragedia.  Potrete, 
per  la  parte  che  v’  hanno  i pastori  e le  driadi,  chiamarlo  fa- 
vola pastorale  e considerarlo  come  l’ antecedente  dell’  Aminta 
e del  Pastor  fido.  Potrete,  per  la  canzone  di  Aristeo  e pe’cori 
delle  ninfe  e delle  baccanti,  vantarlo  il  primo  melodramma  : a 
e un  maestro  di  musica,  il  signor  Germi,  potrà  vestirlo  d’ar- 
monie, aprendo  forse  un  nuovo  campo  o uno  obliato  ria- 
prendone all’  arte  sua.  E il  signor  Giovan  Battista  Mameli, 
a cui  debbo  questa  ultima  notizia/  avrà  ben  ragione  di  am- 
mirare la  creazione  di  certi  caratteri  e la  sapienza  della  fa- 
vola ; nel  terzo  atto,  il  satiro  MnesiUo,  abbozzo  di  quelle 
figure  le  quali  aspettavano  intiera  vita  da  Shakspeare,  nè 
uomo  nè  bruto,  che,  ammirando  in  principio  lo  ingegno  e 
rinnegandolo  poi  perchè  noi  può  seguitare,  rappresenta 
il  volgo  degli  uomini  ; nel  quarto,  spettacoloso  e insieme 
commovente,  Orfeo  in  presenza  della  morte,  come  l’ arte 
umana  dinanzi  alle  forze  della  natura,  con  l' illusione  della 
vittoria,  sin  che  Tesifoue,  la  realità,  non  sorga  a folgorarlo 
col  vero  * Più  non  venire  avanti  ; anzi  il  piè  ferma  ; La 
legge  dell’  abisso  è immota  e ferma  ; » nel  quinto,  1’  uomo 


1 L.  de’  Medici,  Poesie  ; Barbè- 
ra. 1S59,  pag.  2óó. 

2 L.  B.  Alberti,  Detta  trnnq,  del- 
Panimn  ; Opere,  l.  I,  ed.  cit.  La 
tragedia  dei  Dati  si  dice  esistere  nelle 
Biblioteche  di  Firenze. 

3 Idee  tulle  dei  critici  del  sec.  pas- 


sato. Vedi  la  pref.  dell’  AITÒ  AVOrfeo. 

4  Notizia  e giudizi!  del  sig.  Ma- 
meli  ricavo  da  un  ms.  da  lui  in- 
viato alla  Direzione  drl  Pnliiiano, 
giornale  clic  pubbl ica vasi  in  Firenze 
nel  1859:  il  qual  ms.  ritrovai  tra  i 
Togli  di  quel  periodico  di  breve  vii». 


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LXIV  ANGELO  POLIZIANO. 

che  grande  d’ ingegno  e di  sventura  si  separa  dal  consorzio 
umano,  apparendogli  questo  come  un  baccanale , e ne 
rompe  le  leggi,  e la  società,  la  quale,  attingendo  la  vita 
e il  piacere  da  ciò  che  è principio  di  dolore  a certi  uomini 
fatali,  quel  loro  dolore  non  intende  e del  loro  disprezzo 
si  vendica;  e la  vendetta,  atroce  e orribile  nel  modo,  è 
pur  giusta  "e  legittima.  Tutto  ciò  sarà  vero  e bello:  e nel- 
T Orfeo  un  occhio  acuto  scorgerà  elementarmente  i varii  ge- 
neri del  dramma.  Ma  non  però  cessa  1’  Orfeo  di  essere  in 
sostanza  una  rappresentazione  : e come  tale,  invece  del  pro- 
gressivo svolgimento  dei  caratteri  e del  loro  contrasto,  non 
altro  dà  che  una  narrazione  in  dialogo,  la  quale,  dove  la 
passione  cresca,  assorge  alla  lirica  ; e del  fatto  non  è colto  il 
momento  supremo  per  raccogliervi  intorno  le  circostanze 
secondarie,  ma  è cronologicamente  esposto  in  tutte  le  sue 
parti  ; e la  scena  è immobile,  e,  là  dove  Orfeo  prega  dinanzi 
alle  porte  dello  inferno  serrate  e Plutone  con  Proserpina 
consultano  al  di  dentro,  è duplice  e parallela  : delle  unità  di 
luogo  e tempo  non  è pur  da  parlare.  La  differenza  tra  1’  Or- 
feo e P altre  rappresentanze  è in  questo,  che  il  Poliziano  alle 
storie  de’  due  Testamenti  e alle  leggende  ha  sostituito  la 
egloga  ; v'  ha  portato  maggior  poesia  di  forma  e di  stile, 
non  però  maggior  verità  o passione  fi  dialoghi  tra  padre  e 
figlio  nel  Sacrificio  d’  Abramo  e certi  luoghi  della  Stella  val- 
gon  bene  gli  eleganti  lamenti  del  poeta  trace),  e più  varietà 
di  metri  per  segnare  il  passaggio  da  una  condizione  di  per- 
sone a un’  altra  da  uno  ad  altro  affetto  ; ha  dato  larga 
parte  alle  formo  liriche,  trattate  del  resto  da  gran  maestro. 

Ma  dunque,  mi  si  opporrà,  tu  non  fai  nessuna  differenza 
tra  il  rozzo  Orfeo  delle  vecchie  stampe  e 1’  Orfeo  più  culto 
più  ragionevole  qual  fu  pubblicato  dall’  Affò  ? non  rifiutando 
P uno  o T altro,  come  spieghi  questa  duplicità  d’  un  medesi- 
mo componimento , queste  due  diverse  lezioni  ? L*  una  e 
l’ altra  lezione  sostanzialmente  sono  una  stessa  cosa,  una 
rappresentazione  ; se  non  che  nella  seconda  riconosco  qual- 
che variazione  e qualche  novità  puramente  accessoria.  Io 
non  credo  col  padre  Affò 1 che  1’  Orfeo  quale  è nelle  antiche 


1 AITÒ,  prefu*,  all*  Orf in,  da  noi  ristampala  'limami  al  secondo  Orfeo. 


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ANGELO  POLIZIANO. 


LXV 


stampe  e nel  codice  cliigiano  sia  un  raffazzonamento  di  taluno 
che  avendo  avuto  parte  o essendo  intervenuto  alla  recita  tra- 
scrivesse varii  pezzi  e gli  accozzasse  a caso,  surrogando  del 
proprio  ove  la  memoria  falliva.  Perchè  a cui  consideri  1’  Orfeo 
come  una  rappresentazione  non  faran  quel  gran  caso  che  al 
padre  Affò  certe  incoerenze  e sconvenienze  che  ei  va  notando 
sottilmente  nell’  antica  lezione.  A me  già  non  fa  caso  nè  pur 
che  Orfeo  venga  fuori  con  la  lira  in  mano  a cantare  per  bocca 
dell'  attore  Baccio  Ugolini  in  un’  ode  saffica  le  lodi  del  car- 
dinale di  Mantova.  Quando  il  dramma  è fatto  per  le  feste 
dei  potenti  nè  altro  diventa  il  teatro  che  un’  appendice  della 
corte,  usò  sempre  che  un  dei  personaggi,  mitologico  o sto- 
rico o di  qual  tempo  si  voglia,  faccia  qualche  allusione  o in- 
dirizzi apertamente  qualche  tronfia  adulazione  al  monarca, 
massime  su  ’l  fine  nella  licenza.  Tali  anacronismi  e sconve- 
nienze non  offendono  il  buon  gusto  nè  pur  de’  più  schivi 
poeti  delle  età  regolari,  ed  abbian  pur  nome  Molière  Ra- 
cine  Metastasio  Monti  ; allorquando  1’  unico  ascoltatore  in 
cui  tutto  converga  è Luigi  XIV  o Maria  Teresa  o Napo- 
leone. Il  Poliziano  aveva  a quei  giorni  scritta  un’  ode  la- 
tina pel  cardinale  di  Mantova  ; la  festa  era  fatta  pel  car- 
dinale di  Mantova  : per  escusarsi  presso  i dotti  d’ aver 
composta  una  favola  in  stilo  volgare  e per  fare  ammirar 
l’ ode  a più  numeroso  uditorio,  qual  migliore  occasione 
del  poetico  personaggio  d’ Orfeo  a cui  commetterne  la  de- 
clamazione ? Dante  stesso,  oltre  i versi  latini  sparsi  qua  e 
là  per  la  commedia,  aveva  messo  un  intero  terzetto  latino 
nel  VII  del  Paradiso.  E gli  angeli  e i santi  delle  rappresen- 
tazioni non  spippolavano  di  quando  in,  quando  in  mezzo  alle 
ottave  volgari  versetti  della  Bibbia  nel  latino  della  Volgata  ? 
E nelle  stesse  rappresentazioni  i dottori  non  erano  intro- 
dotti a parlare  un  barbaro  latino  e per  di  più  rimato  in 
versi  endecasillabi  a foggia  d’  ottava  ? ' E nelle  lettere  fami- 
liari non  usavasi  mescolare  al  volgar  casalingo  il  latino  più  o 
meno  elegante  delle  scuole  ? Altro  è che  una  cosa  non  piac- 
cia a noi  del  secolo  XIX,  altro  è che  non  potesse  stare  nel  XV. 
Io  m’ immagino  i furiosi  battimani  e il  mormorio  di  ammi- 


1 Vedi  la  Rappresentazione  dei  selle  Dormienti. 


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I XVI 


ANGELO  POLIZIANO. 


razione  in  che  scoppiò  il  dotto  uditorio,  quando  Baccio  Ugo- 
lini, vestito  alla  greca  della  bianca  stola  sacerdotale,  col  lau- 
ro intorno  al  capo  giovanile  e la  dotta  lira  alla  mano,  scen- 
dea  dal  monte  intonando  con  voce  piena  e concitata  quei 
saffici  elegantissimi  : 

• • 'Curre  Lini  loto  violenliis  amilo, 

0 saci'is  Alitici  celebrale  Alusis  ! 

Ecce  Atieccuas  libi  mine  Maroqiie 
Comigit  uni! 

lumque  vicinas  libi  subita!  mula* 

Ycl  Padus  limilo  resonatis  olore, 

Qiiamlibet  flenlcs  animosus  alnos 
Aslraque  iaclet.  > 

( ’on  buona  pace  adunque  del  dottissimo  padre  Affò,  io  per 
me  ritengo  che  l1  Orfeo,  qual  è nel  codice  elogiano  e in  tutte 
le  vecchie  stampe  con  sempre  innanzi  la  lettera  al  Ca- 
nale ove  l’ autore  significa  il  suo  desiderio  che  la  favola  fusse 
di  subito  non  altrimenti  che  esso  Orfeo  lacerata,  sia  propria- 
mente quello  che  il  Poliziano  in  tempo  di  dui  giorni  in  tra 
continui  tumulti  compose.  E con  la  fretta  potrebbero,  chi 
volesse,  scusarsi  quelle  mende  che  offendean  tanto  1'  Affò. 
Ma,  non  ostante  la  riprovazione  severa  dell’  autor  suo,  V Or- 
feo girò,  e se  ne  sparse  la  fama  : e venne  tempo  che  fu 
richiesto  al  Poliziano  per  rappresentarsi  magnificamente 
all’  occasione  di  feste  in  qualche  corte  d’ Italia.  E allora 
P autore  tornò  su  1’  opera  giovenile,  la  ripulì,  la  variò,  P ac- 
crebbe : qualche  sconvenienza  che  troppo  saltava  agli  oc- 
chi fu  tolta  via;  l’ode  pel  cardinale,  che  non  v!  avea  più 
luogo,  sparì  e fu  messo  in  sua  vece  l’ elegantissimo  coro 
delle  Driadi  : ma  notate  che  non  sparirono  mica  i versi  la- 
tini d’  Ovidio  posti  in  bocca  d1  Orfeo  uscente  dall’  inferno, 
che  altri  anzi  se  ne  aggiunsero  da  Claudiano  : tanto  è vero 
che  il  latino  non  dava  noia.  Di  ciò  io  suppongo  che  resultasse 
la  seconda  lezione,  1’  Orfeo  tragedia,  tanto  predicata  dal  bene- 
merito Affò.  Ciò  dovette  essere  dopo  il  1480,  quando  Pomponio 
Leto  in  Roma  facea  dai  suoi  accademici  recitare  le  commedie 
di  Plauto  in  latino,  ed  Ercole  I duca  di  Ferrara  si  compiaceva 
a veder  rappresentati  nel  cortile  del  suo  palagio  i Menechmi  da 
sè  stesso  volgarizzati  [148(5]  e V Anfitrione  voltato  in  terza  rima 


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ANGELO  POLIZIANO. 


LXVIt 


ila  Pandolfo  Colleuucclo  e la  Casina  e la  Mostellaria  pur  in  ter- 
za rima  da  Girolamo  Berardo,  ed  altre  favole  del  comico  Sarsi- 
nate  tradotte  da  Battista  Guarino.1  E chi  sa  che  il  Poliziano 
non  l’acconciasse  P Orfeo  a punto  in  servizio  della  corte  di  Fer- 
rara, tutta  ardente  dall’  86  in  poi  per  le  classiche  rappresenta- 
zioni ? Darebbe  cagione  a sospettarne  il  fatto  che  ambedue  i 
codici  i quali  contengono  la  seconda  redazione  sono  reggia- 
ni, cioè  del  dominio  estense.  E così  P Orfeo  riuscirebbe  sem- 
pre più  collegato  con  alcune  delle  favole,  che  tanto  gli  somi- 
gliano per  la  forma  esterna,  composte  pure  in  quel  torno  ad 
istanza  del  duca  Ercole  e alla  corte  di  lui  rappresentate  ; £ 
il  Cefalo,  a mo’  d’ esempio,  di  Niccolò  da  Correggio,  diviso 
per  cinque  atti  d’ottava  rima  non  senza  qualche  coro  [1186]; 
il  Timone  cavato  da  un  dialogo  di  Luciano  e ridotto  in 
cinque  atti  di  terza  rima  dal  Boiardo;  il  Filostrato  e Fan- 
fila,  che  altro  non  è,  mutati  i nomi  moderni  in  antichi,  se 
non  il  principe  di  Salerno  ridotto  pure  in  cinque  atti  di 
terza  rima  con  canzonette  a guisa  di  cori  da  Anton  da  Pi- 
stoia, e il  Demetrio  re  di  Tebe  dal  medesimo  nelle  medesime 
guise  versificato.  A ogni  modo,  e nelle  ricordate  favole,  e nel 
Melandro  e nel  Riso  scritti  da  Alessandro  Caperano  durante 
il  pontificato  di  Alessandro  VI  e intitolati  Commedie,  bosche- 
reccia 1’  una,  1’  altra  pastorale,  e nel  Filolauro  atto  tragico 
di  Bernardo  Filostrato , e nell’  Amaranto  del  Casalio  mi- 
sta di  ottava  e di  terza  rima  ; in  tutto  in  somma  quello  ef- 
fimero teatro  d’ egloghe  che  occupò  le  due  ultime  decadi 
del  secolo  XV  e fu  passaggio  dalle  rappresentanze  sacre  un 
po’  meno  ecclesiastiche,  come  il  S in  Giovanni  e Paolo  dei  Me- 
dici, alla  Sofonisba  del  Trissino  e alla  Rosmunda  del  Ilucel- 
lai  ; 1’  Orfeo  del  Poliziano,  che  è certamente  la  prima  favola 
composta,  dee  avere  avuto  gran  parte  a determinarne  il  ge- 
nere i modi  la  versificazione. 

Ma  non  avvertita  finora  dai  bibliografi  e dagli  eruditi  è 
una  terza  redazione  dell’  Orfeo  nel  codice  riccardiano  2723  ; 
dove  mancano  l’ ode  e i distici  di  Claudiano  e di  Ovidio, 

1 Tirabosclii,  I.  c..  S xxxu.  (trio,  Sonia  e ragione  d' ogni  poi- 

1 Per  tutte  queste  favole  vedi  ii'it,  libro  III,  disi,  tu,  cap.  iv  pal- 
li Tirnboscbi  nel  1.  c.:  c il  Qua-  tic.  I 


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LXVUI 


ANGELO  POLIZIANO. 


mancano  le  tre  ottave  (l’ una  nella  preghiera  d’ Orfeo  « Non 
bisogna  per  me,  Furie,  mugghiare  » e 1’  altre  in  un  dialogo 
fra  Plutone  e Minos)  che  nella  rappresentanza  richiedevano 
probabilmente  duplicità  di  scena.  Questa  semplificazione  fu 
forse  tentata  in  servizio  del  popolo,  che  non  potea  nè  inten- 
dere il  latino  classico  nè  sfoggiare  di  apparati.  Perchè  1’  Or- 
feo .(udite  qua,  o intarsiatori  di  ballate  e poesie  popolari 
condannate  a morire  asfittiche  nei  gabinetti  delle  signore 
dopo  i trenta  anui  letterate,  e voi  contraffattori  di  rispetti 
e stornelli  destinati  ad  annoiare  la  gente  con  l’accompa- 
gnatura dell’  inevitabile  pianoforte)  1’  Orfeo  piacque  al  po- 
polo. E dovea  essere  : quella  discesa  all’  inferno  dovè  toc- 
carne la  fantasia,  perchè  facea  parte  delle  sue  tradizioni  : 
quella  ricchezza  e volubilità  d’  armonia,  quella  facile  scorre- 
volezza di  versificazione,  quella  colorita  e semplice  eleganza, 
è ciò  che  anzi  tutto  ricerca  nella  poesia  il  popolo  italiano. 
Nè  a provare  la  popolarità  che  ebbe  un  tempo  1’  Orfeo  io  mi 
appoggio  solamente  su  la  redazione  del  codice  fiorentino,  che 
tuttavia  non  saprei  come  spiegare  altrimenti  ; perocché  non 
pare  ammissibile  una  corruzione  arbitraria  in  un  codice  di 
Firenze,  dimora  dell'  autore,  e de’  tempi  dell’  autore,  in  un 
codice  così  bello  compito  autorevole.  Ma  ricordo  le  varie  edi- 
zioni che  dell’  Orfeo  a parte  dalle  Stanze  furon  fatte  nel  cin- 
quecento e da  tipografie  conosciute  negli  annali  bibliografici 
per  le  produzioni  di  sole  quelle  opere  che  avevano  spaccio  fra 
il  popolo:  ricordo  che  la  fama  dell’  Orfeo  era  passata  fin  nei  con- 
venti delle  monache  ; il  che  non  si  può  spiegare  più  colle  rap- 
presentanze di  corte  ; tanto  che  una  suora  del  cinquecento  tro- 
vava modo  di  accoppiare  alla  recita  dell’  uffizio  della  madonna 
le  rimembranze  un  po' profane  del  coro  delle  baccanti,  scriven- 
done questa  imitazione  o copia  variata  a foggia  di  brindisi: 

■ Bacco,  Bacco,  cvoè! 

C.lii  vuol  bever  venga  a me. 
l'ho  voto  già  il  me’ corno: 

Volta  un  po  ’l  bottaccio  in  qua: 

Questo  mondo  gira  attorno, 

E ’l  cervello  a spasso  va. 

Ognun  gridi  qua  e là, 

Come  vede  fare  a me. 


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ANGELO  POLIZIANO. 


LXIX 


Bacco,  Bacco,  cvoè  ! 

Bacco,  Bacco,  evuè  ! 

Chi  vuol  bcvcr,  venga  a me. 

Ogmm  grilli,  Bacco,  te; 

Ognun  Bacco,  Bacco,  Bacco; 

E pur  cacci  ilei  vin  giù  : 

Po’  col  sonno  farem  Bacco. 

Bei  fu  e tu  e tu: 

I'  non  posso  Ballar  più. 

Ognun  grilli,  Bacco,  te. 

Bacco,  liuè  Ime  Ime! 

Ognun  gridi,  Bacco,  le!  • 

Ricordo  in  fine  la  redazione  popolare  dell’  Orfeo  a guisa  di 
Storia  in  ottave  semplici  ma  non  ineleganti,  alle  quali  sono 
frammiste  in  modo  da  non  produrre  sconcio  le  più  splendide 
stanze  del  Poliziano.  Che  la  Historia  e favola  d‘  Orfeo  stam- 
pata in  Firenze  presso  al  Vescovado  nel  1558,  la  quale  inco- 
mincia ■*  0 buona  gente,  e’  fu  già  un  pastoi’e,  » sia  il  più  an- 
tico esempio  d’ una  siffatta  popolar  redazione,  non  oserei 
affermare  ; non  essendomi  avvenuto  di  vederla  mai  altro  che 
citata  dal  Libri  in  alcuno  de’  suoi  cataloghi.'  Ma  la  Storia 
d’  Orfeo  dalla  dolce  lira  si  ristampa  tuttodì  ne’  soliti  quader- 
netti di  carta  straccia  su  cui  si  perpetuano  fra  le  generazioni 
del  contado  i poemetti  e le  leggende  del  secolo  XV  : e la  più 
recente  edizione  è la  pratese  del  1860.  E che  la  composizione 
è antica  e che  certo  ha  spiriti  di  poesia  e d’ eleganza  anche 
ne’ luoghi  non  imitati,  lo  provano  le  ottave  che  quasi  intro- 
duzione al  fatto  trasportato  intieramente  dalla  favola  del  Po- 
liziano contengono  lo  innamoramento  d’ Orfeo  in  Euridice. 

« Costui  suonava  tanto  dolcemente. 

La  sua  viola,  che  facea  fermal  e 

Del  nume  ad  usrollar  l'acqua  corrente, 

Placava  i venti  e la  tempesta  in  mure  : 

Uccelli  alberi  sussi  ed  ogni  gente 
Venivano  ad  udire  Orfeo  suonare, 

E chi  slava  ascoltar  si  dolce  suono 

Lasciava  ogni  altra  cosa  in  abbandono 

E principiò  dolcemente  a suonare, 

E cantando  dicea  queste  parole. 

* C.  Libri,  Catalogne  del  tì>57. 

Poliziìso.  e 


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LXX 


ANGELO  POLIZIANO. 


— 0 ninfa  di  bellesin  singolare 

Che  splendi  più  che  il  bel  carro  del  sole, 

E gli  occhi  tuoi  m’  bau  fatto"  innamorale  : 

E poi  clic  amore  e lo  mio  fato  vuole 
Ch’io  t'ami  sopra  ogni  altra  bella  cosa, 

Consenli  di  esser  tu  mia  cara  sposa. 

Sappi  eli’  io  son  flgliuol  del  biondo  Apollo 
E di  Calliope  di  Mcnone  figlia. 

Posto  in’  avete  mi  laccio  d’ oro  al  cullo  ; 

Cliò  sol  voi  amo,  e non  è maraviglia. 

Un  cor  di  sasso  si  farebbe  mollo 
Per  tua  figura  candida  e vermiglia  : 

Tu  sola  sei  per  cui  io  vo  penando 
E notte  c giorno  Euridice  chiamando. 

Tu  se’ colei,  che  m’hai  rubato  e tolto 
Co’  lui  begli  occhi  il  cuore  c I’  alnia  mia. 

Volgi  vèr  me  quel  risplendente  volto, 

Qual'  è specchio  di  vera  leggiadria  : 

Cliè,  pria  che  sia  il  nodo  d’  amor  sciolto, 

Perderà  Giove  l’ alta  monarchia  : 

In  vita  ti  sarò  servo  visibile 
E dopo  morte  se  sarà  possibile. 

lo  benedico  I’  arco  di  Cupido 

E la  saetta  che  impiagò  il  mio  core, 

Ove  la  fiamma  ha  fatto  eterno  nido, 

Acciò  eh’  io  arda  sempre  per  tuo  amore  : 

Ma  nel  tuo  cor  gentil  tutto  mi  fido, 

Clic  sol  mi  accetti  per  tuo  servitore: 

Cli’  io  son  figliuol  del  Sol  come  t’ho  dello, 

E per  ciò  t’  amo  ancor  con  puro  affetto.  • 

l’or  saggio  poi  del  come  il  redattor  popolare  riduca  in  ottave 
i varii  metri  del  Poliziano,  ecco  il  canto  d’ Aristeo  : 

« Diceva:  — Gir  lontano  mi  bisogna: 

Misero  me  !,  tu  non  mi  vuoi  ascoltare. 

Dirò  ai  prati  alle  selve  mie  parole. 

Poi  che  ascoltar  la  ninfa  non  le  vuole. 

La  bella  ninfa  è sorda  al  mio  lamento, 

Il  suon  di  nostra  fistola  non  cura. 

Di  ciò  si  lagna  il  mio  cornuto  armento, 

Nè  vuol  bagnar  il  muso  in  acqua  pura: 

Vedi  se  bau  di  me  pastor  tormento, 

Toccar  non  vón  la  tenera  verdura; 

Tanto  del  suo  pastor  doglia  li  prende. 

Che  ognun  urlando  per  selve  s’ estende. 


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ANGELO  POLIZIANO. 


LXXl 


Ben  si  cura  1’  armento  del  pastore  ; 

La  ninfa  non  si  cara  dell'  amante, 

La  Leila  ninfa  che  ha  di  sasso  il  core, 

Ansi  è di  ferro  o vero  di.  diamante. 

Per  dare  ad  Aristco  maggior  dolore, 

Ella  fugge  da  me  sempre  volante; 

E non  mi  vai  pregar  sua  dolce  faccia  : 

Par  che  sia  lupo  cui  si  dia  la  caccia. 

Digli,  zampogna  mia,  come  via  fugge 
Cogli  unni  insieme  la  bellezza  snella, 

E digli  come  il  tempo  ci  distrugge 
E che  la  persa  età  mai  rinnovella. 

Ora  che  il  fido  amante  per  lei  strugge, 

Digli  che  sappia  usar  sua  forma  bella, 

Ed  or  che  luce  più  che  in  cielo  il  sole, 

E che  sempre  non  son  rose  e viole. 

E non  6 tanto  il  mormorar  piacevole 
Delle  f reseli’  acque  che  d’uu  sasso  piomba. 
Nè  quando  soffia  un  ventolino  agevole 
Era  le  cime  de’ pini  e quivi  romba, 

Quanto  la  rima  mia  è sollazzevole; 

E sua  dolcezza  per  lutto  rimbomba, 

Salvo  all’  orecchie  sue  pietose  e degne  ; 

Che  non  la  senta  o par  ch’ella  si  sdegne.  » 


Nel  racconto  delia  morte  di  Euridice  sono  francamente  inne- 
state due  ottave  di  M.  Angelo  : ma  il  rapsodo  mostra  Itene 
eli'  ei  sapeva  fare  anche  del  suo,  e qualche  tocco  pittoresco 
della  narrazione  è forse  più  potente  che  non  le  lamentazioni 
del  dramma  : 

• Orfeo  slava  in  cima  di  un  bel  molile 
Ed  aspettavo  la  sua  cura  sposa, 

Cantando  e poi  suonando  a lieta  fronte 
Versi  latini  con  fueciu  amorosa: 

Fu  fatta  scura  la  sua  chiara  fronte 
Da  un’  ambasciata  trista  e dolorosa 
Della  sua  donna  clic  morta  se  ’n  giace  ; 

Al  clic  turbala  fu  ogni  sua  pace. 

Grillici  novella  ti  riporla,  Orfeo, 

Clic  la  tua  ninfa  è già  morta  e defunta. 

Ella  fuggiva  l'amante  Arisleo; 

Ma,  quando  fu  sopra  la  valle  giunta. 

Da  un  serpente  velenoso  e reo  , 

Ch’era  tra' fiori  c Torbe  al  piè  fu  punla  : 


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LXXII 


ANGELO  POLIZIANO. 


E lauto  aspro  fu  il  crude!  morso. 

Che  mi  un  tempo  fìlli  ili  vita  il  corso. 

Ali,  quando  intese  la  trista  novella 
E vide  morta  la  sua  cara  sposa, 
l’arcagli  al  cor  sentir  cento  coltella  ; 

Doglia  non  ebbe  mai  tanto  noiosa. 
Korlemenle  di  cuor  piangeva  ella, 

Che  ogni  fredd'  alma  avria  falla  pietosa* 
Con  lacrime  infinite  assai  si  duole, 

E piangendo  direa  queste  parole. 

— Dolce  mia  ninfa,  dolce  mia  donzella, 

Cogliendo  andavi  i limi  intorno  al  monte: 
Giammai  Ycner  non  fu  come  te  bella, 

Più  dolce  io  alto  c più  superbii  in  fronte^ 

Cantando  avevi  si  dolce  favella 

Che  i li ii mi  mormorar  facevi  e il  fonte. 

Di  rose  e neve  il  volto,  e d’  òr  la  testa  ; 
Tutta  vezzosa  sotto  bianca  vesta. 

Cara  diletta  c dolce  mia  consorte, 

Pace  e conforto  ch’eri  del  mio  core, 

Chi  mi  t'ha  tolta,  e chi  t'ha  dato  morte? 
Dime  eli'  io  son  privato  del  mio  amore  ! 
Sfortunato  destino,  infausta  sorte, 

Perchè  oscuralo  mele  il  mio  splendore? 
Oimè  dolente  lasso  c sventurato, 

D' ogni  mio  bene  c pace  son  privato.  ! — 
Orfgo  in  braccio  lieti  morta  costei, 

Piangendo  con  parlare  assai  pietoso, 
Dicendo  — Teeo  io  morir  vorrei, 

Clic  senza  le  vivrò  sempre  noioso.  — 

E riguardando  vide  al  piè  di  lei 
Il  morso  del  serpente  velenoso. 

Ed  aggiunge  dolor  sovra  dolore 
E doglia  sopra  doglia  e pena  al  core. 

— Oimè  misero,  oimè,  diceva  Orfeo, 

Clic  in  pianto  è convertila  la  mia  musa  ! 

Maledetto  1’  ingegno  di  Perseo 

Che  sparse  tutto  il  sangue  di  Medusa, 

Di  cui  s’ ingenerò  I*  animai  reo 
Clic  d’  Euridice  la  vita  ha  confusa! 
Maledetto  sie  tu  crudcl  serpente, 

Che  tribolato  m’  hai  eternamente  ! 

Occhi,  piangete;  e in  sospirosi  omei 
Piangi,  cor  mio,  c’hai  lecita  cagione, 

Piangi  e sospira,  eli’  è morta  colei 
Ch’  era  tua  pace  e tua  consolazione. 


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ANGELO  POLIZIANO. 


I.W'.II 


0 puri  onnipotenti  e veri  ilei, 

Deli  premiavi  ili  me  compassione  : 

* Prego  la  vostra  deità  gradila, 

Cile  facciate  costei  tornare  in  vita.  — 

Orfeo  si  mise  in  terra  giHoccliionc 
Pregando  li  su|i«rui  c magni  dèi, 

— Di  me,  dicendo,  abitiate  compassiono. 

Restituite  in  vita  ora  colei.  — 

Ma  in  vano  il  suo  pregar  al  (in  reslòne,  , 

Trovandosi  con  pene  e affanni  rei  ; 

K di  ipiet  corpo  bello  c delicato 
Rimase  Orfeo  dolente  e abbandonalo.  > 

Nella  discesa  all' inferno  non  osò  il  Poliziano  particoleggiarc 
di  molto  : glie  lo  vietò  forse  la  forma  del  dialogo  e forse  all- 
eile il  rispetto  a certe  convenienze  classiche.  Ma  il  cantore 
del  popolo,  dall’  arte  cristiana  avvezzato  ad  ammirar  con  or- 
rore l’ inferno  nelle  tante  rappresentazioni  così  della  parola 
etime  dei  colori,  si  compiace  di  allargare  e caricare  un  poco 
il  disegno  di  quel  che  egli  chiama  V autore  : 

• Nella  caverna  entrò  con  bassa  fronte  : 

Sempre  gettando  gran  sospiri  andava  ; 

Ed  al  limile  arrivò  dove  Carolilo 
A seder  nella  sua  barca  si  slava. 

. Qual  disse  — Tu  uoii  sei  delle  dcfonlc 
Aline,  né  puoi  passar  quest’  onda  prava. 

Tornali  indietro,  cominciò  a gridare, 

Clic  (pii  per  niente  non  si  può  passare.  — 

Orfeo  vedendo  quella  faccia  orribile 
E la  barba  orrendissima  ed  oscura, 

Quasi  temette;  ed  è cosa  credibile, 

Vedendo  un’  aspra  e si  bruita  figura. 

Pur  come  saggio  si  mostrò  sensibile, 

E cantando  (lice a con  voce  pura 
— 0 gran  Caronte,  non  ti  conturbare, 

Ma  logli  udire  un  poco  il  mio  parlare. 

Sappi  per  certo  eli’  io  non  soli  venuto 
Vivo  all'inferno  senza  gran  mistcrio. 

E’  mi  bisogna  andar  dinanzi  a fiuto. 

Clic  di  parlarli  lui  grande  desiderio. 

Onde  li  prego  clic  mi  doni  aiuto: 

Dammi,  Caronte,  tanto  refrigerio, 

Di  In  mi  passa  eoo  benigno  amore 
Tanto  clic  parli  al  bcuigno  signore.  — 


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Lxxrv 


ANGELO  POLIZIANO. 

E lauto  dolcemente  lo  pregò 
Con  dolce  suono  c canto  sì  soave, 

Tal  clic  Carolile  poi  si  umiliò 
E volentier  lo  messe  nella  nave: 

Dall’  altra  banda  subito  il  passò 
Sicuramente  fuor  dell1  onde  prave. 

Orfeo  grazie  li  rese  a capo  cliino. 

Lasciò  Caronte  e proseguì  il  cammino. 

E proseguendo  per  I’  infrenai  lane, 

Per  I’ aer  fosco  senti  ben  gridare 
Dell’  anime  dannale  triste  c vane 
Che  soli  poste  quaggiù  pel  lor  peccare. 
Tanto  ebe  giunse  dove  il  Ccrber  enne. 
Quando  clic ’l  vide,  cominciò  a latrare; 
Aperse  le  tic  bocche  maledette  ; 

Orfeo,  vcdendol  sì  orribil,  temette. 

Pur  com’era  magnanimo  c grillile 
Incominciò  l’ islriimento  a suonare, 

E cantando  dicco  con  voce  umile 
— Cerbero  cane,  non  ti  conturbare, 

Non  impedir  l’ animo  mio  gentile, 

Lasciami  in  cortesia  oltre  passare; 
di’  io  vo  solo  a veder  la  donna  mia. 

Deli  lasciami  passare  in  cortesia. 

Pietà  senti  d’  un  misero  amatore  : 

Pietà  vi  prenda,  o spiriti  infernali. 

Quaggiù  m’Iia  scorto  solamente  Amore. 
Volalo  son  quaggiù  con  le  sue  ali. 

Posa,  Cerbero,  posa  il  Ino  furore; 

Clic,  quando  intenderai  tutti  i miei  mali, 
Non  solamente  tu  piangerai  meco 
Ma  ognuno  eli’ è quaggiù' nel  regno  cieco.  — 
Ma  non  giova  ad  Orfeo  il  bel  parlare. 

Alti  quanto  sono  le  Furie  sdegnate  ! 

Chi  lo  minaccia  c par  li  voglia  dare. 

Ma  Orfeo  sempre  con  parole  grate 
Favella  : e,  se  non  fosse  il  suo  suonare 
Clic  in  qualche  parte  Cavea  addormentale, 
Certo  I’  avriano  nell’  andar  percosso. 

Chi  mostra  serpi,  e chi  dall’  ira  è mosso. 

- Non  bisogna  per  me.  Furie,  trovare, 

Diceva  a loro  Orfeo,  lauti  serpenti. 

Se  voi  sapeste  le  mie  doglie  amare, 

Voi  compagnia  fareste  a’ miei  lamenti. 
Dunque  lasciale  il  misero  passare, 

C'  ha  il  ciel  nemico  c tutti  gli  clementi 


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ANGELO  POLIZIANO. 


LX  XV 


Kntrar  vorrc'  a ’mpclrnr  mercè  ila  morie  : 
Dunque  mi  aprile  le  ferrale  porle.  — 

L lauto  fu  dolcissimo  il  suo  priego, 

Clic  non  pii  seppe  Cerbero  disdire 
E non  pii  fece  di  andar  più  nirgo 
JWa  fascinilo  a suo  modo  oltre  transire. 

Orfeo  lo  ringraziò  col  capo  piego, 

E il  viaggio  si  accinse  a proseguire  ; 

E tanto  camminò  prr  l'acr  crosso, 

Clic  giunse  presto  dove  sta  Minosse. 

E quel  demonio,  quando  vide  Orfeo, 

Con  voce  orribil  cominciò  a gridare 
Dicendo  — Ab  traditor  malvagio  e reo, 

Clic  vivo  in  pezzi  li  voglio  smembrare.  — 
Orfeo  adoperò  il  stil  pegaseo: 

Suonando  cominciò  cosi  a cantare 
— Minosse,  abbi  di  me  compassione, 

Cli*  io  qui  non  vengo  senza  gran  ragione.  — 
Pillimi,  sentendo  il  grande  contrastare 
E il  ilulce  suono  con  tanto  rumore, 

— Clic  cos’  è questo  ? cominciò  a gridare  ; 
Pure  dii  è dentro  voglia  uscir  di  fuorc. 
Andate  tulli  quanti  a riguardare, 

Sappiate  d'  onde  vico  si  fatto  orrore  ; 

Cli’  io  vo‘ sapere  clic  cosa  vi  siu 
Clic  conturbando  va  mia  fantasia. 

Citi  c costui  clic  con  si  dolce  nota 
Move  l'abisso  e con  l'ornala  cetra? 
lo  vedo  fissa  d' Issìon  la  ruota  : 

Sisifo  lascia  ancora  la  sua  pietra, 

E le  Relidi  stali  coll'  urna  vuota, 

Nè  più  l’acqua  di  Tantalo  si  arretra: 

Vedo  Cerbero  con  Ire  boccile  intento, 

E le  Furie  acquietar  l'aspro  lamento.  — 
Costui  si  vien  eontra  legge  de’ Futi 

Clic  non  mandali  quaggiù  carne  non  morta, 
Minosse  ilice:  o Piolo,  ai  condannali 
Per  lòr  il  regno  qualche  inganno  porla. 

Gli  altri  clic  similmente  son  passali, 

Cumc  costui,  la  intcrminubil  porta, 

Sempre  fermio  con  vergogna  e danno  : 

Sii  cauto,  Plulon,  clic  qui  c’  è inganno.  — 
l'acca  si  dolce  Orfeo  la  melodia, 

Clic  ogni  tristezza  Tacca  lacrimare; 

E pregava  Minos  con  voce  pia, 

Dicendo  — In  carità  lasciami  andare, 


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LN  X VI 


ANGELO  POLIZIANO. 


Cliè  vo'  anilare  a veder  la  donna  min, 

Cliè  senza  lei  non  posso  un’ora  stare.  — 

E furon  tanti  i pregili,  che  Miuosso 
Di  lasciarlo  passar  fu  a -pietà  mosso.  » 

E in  queste  ottave  paiommi  anche  curiose  e importanti  acl 
avvertire  le  deformazioni  dell'  inferno  dei  gentili  operate  dal 
sentimento  popolare  nel  medio  evo.  Ma  il  materialismo  cri- 
stiano passa  ogni  segno,  là  dove,  per  restituire  la  moglie  ad 
Orfeo,  Plutone 

* Fece  levare  a una  caverna  un  sasso, 

Donde  Euridice  fuori  fece  uscire.  » 

Nel  resto  la  storia  popolana  dell’anonimo  procede  di  pari 
] tasso  con  là  favola  del  poeta  di  corte. 

Così  con  ambedue  i poemi,  il  descrittivo  e il  drammatico, 
il  Poliziano,  per  usare -la  felice  metafora  del  Giovio, portò  fra 
il  popolo  i jtiii  stupendi  fiori  eletti  da’  preci  e da’  latini.'  Perchè 
opera  di  verso  al  par  delle  Stanze  dottissima  è la  favola  d’ Or- 
feo, derivata  quasi  letteralmente  per  molta  parte  da  Virgilio 
e da  Ovidio,  tutta  imitazioni  di  Teocrito  e di  Mosco;  e il 
coro  .delle  Driadi  e quello  delle  Baccanti  sono  nella  lettera- 
tura italiana  i più  antichi  e più  eleganti  esempii  della  lirica 
propriamente  classica  ; e nell’  ultimo  i critici  del  secolo  pas- 
sato riconoscono  V origine  della  poesia  ditirambica,  coltivata  . 
poi  con  industria  più  o meno  felice  ma  sempre  eruditissima 
nelle  due  età  clic  a noi  precedettero.  In  fine,  anche  alla  favola 
di  Orfeo  si  pud  applicare  quel  che  delle  Stanze  giudicava  Ugo 
Foscolo:  « Gli  spiriti  e i modi  della  lingua  latina  de’ classici 
erano  già  stati  trasfusi  nella  prosa  dal  Boccaccio  e da  altri. 
Ala  il  Poliziano  fu  il  primo  a trasfonderli  nella  poesia  ; e vi 
trasfuse  ad  un  tempo  quanta  eleganza  potè  derivare  dal  greco. 
Inflitti  non  v’  è lingua  che  come  l’ italiana  possa  imbeversi  di 
(pianto  v’è  di  semplice  e d’amabile  e d’energico  nelle  forme 
e negli  accidenti  della  greca,  segnatamente  in  poesia  ; e se 
potesse  ottenere  la  stessa  prosodia  e lo  stesso  genere  di  versi 
e potesse  ad  un  tempo  liberarsi  dalla  necessità  degli  articoli, 
forse  non  avrebbe  da  invidiare  alla  greca.5  » E qui  sta  la 

1 loviits,  Elng.  i/oci.  viv.,  Hiisileie,  MDLXI. 

2 Foscolo,  Sitfìu  lingua  Uni.,  Discorso  V ; Op.  [Firenze. Le  Mounier,  1851],  IV. 


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ANGELO  POLIZIANO. 


LXXVII 


meraviglia  ; come,  non  ostante  i classicissimi  studi  dei  quali 
sa  pur  pompeggiarsi,  il  Poliziano  riuscisse  poeta  popolare 
a’ suoi  giorni,  e di  fama  quasi  popolare  sieno  tuttora  le  Stanzi'; 
delle  quali  come  di  parecchie  ballate  la  grazia  e la  bellezza 
nativa  è palese  a tutti  i leggitori  senza  bisogno  di  dissertazioni 
che  insegnino  a gustarle.  Onde  ciò  ? e come  ? Notisi  bene  che 
in  alcuna  sua  epistola  il  Poliziano  si  chiarisce  apertamente  av- 
verso alla  imitazione  esclusiva  di  un  solo  autore  ; 1 e che  i cin- 
quecentisti alle  poesie  latine  di  lui  preferivano  di  gran  lunga 
le  poesie  del  Pontano  e del  Sanazzaro,’  perchè  in  queste  gusta- 
vano Orazio  Tibullo  e Virgilio  ed  in  quelle  1’  erudizione  loro 
sdegnavasi  di  non  rinvenire  i vestigi  speciali  di  alcuno.  Peroc- 
ché il  Poliziano,  tutti  conoscendo  da  gran  filologo  gli  scrittori 
antichi  e di  tutti  con  1’  assimilazione  del  buon  gusto  fattosi 
succo  vitale,  niuno  poi  ne  imitava  particolarmente  ; forte  co- 
m’era di  dottrina  e d’ingegno  osava  improntare  del  proprio 
stampo  anche  quella  morta  favella,  osava  darle  movimenti  suoi 
proprii  e stendere  su’l  verso  antico  un  colorito  novello.  L’uo- 
mo dunque  che  così  padroneggiava  il  latino  è facile  a immagi- 
nare con  qual  procedimento  si  facesse  imitatore  in  italiano. 
Erano  bellezze  da  mille  anni  antiche,  e nel  suo  verso  apparimi 
nate  oggi  : erano  imagini  un  po'  appannate  un  po’  stropic- 
ciate dalla  man  grave  degli  scoliasti  e degli  imitatori,  e nelle 
sue  rime  rifiorivano  splendide  e fragranti,  come  rose  e viole 
dopo  una  pioggia  di  primavera  : Omero  prendea  la  sembianza 
di  Dante,  Virgilio  quella  del  Petrarca  ; e nel  tutto  era  Ange- 
lo. 1'  omerico  giovinetto,  che  rinnovava  il  linguaggio  poetico 
d'Italia.  « Tentammo....  di  non  macchiare  la  castità  latina  con 
le  inette  peregrinità  uè  con  le  figure  grecizzanti,  se  tali  non 
fossero  che  s’abbiano  oramai  per  accolte;  tentammo  clic  le 
due  lingue  serbassero  la  medesima  chiarezza  le  medesime 
eleganze  e il  senso  e l’indole  loro:  niuna  iucresciosaggine  di 
vocabolo,  niuna  ansietà  faticosa.3  » Qui  il  critico  spiega  da 
vero  il  poeta:  e queste  parole  onde  messer  Angelo  dichiarava 
il  modo  da  sè  tenuto  nel  far  latino  Erodiano  segnano  la  dif- 


1 Polii iitnus,  Epitl..  Vili,  IG. 

2 Fin  i quali  il  (ìiruldi  ne’  Din 
It  fjlii  sh’  poeti  latini  [0|>.  Il,  535]. 


' Polii  iamis,  All  Iiihoc.  Vili,  ile- 
. dieuloria  della  vei'»ionp  d’ Elodia- 
no. 


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LXXV1II 


ANGELO  POLIZIANO. 


ferenza  che  è dal  classicismo  dell’ autor  delle  Stanze  a un  clas- 
sicismo più  recente  di  cui  la  cima  e lo  sdrucciolo  a un  tempo 
sono  le  Grazie  del  Foscolo. 


III. 


Bibliografia  belle  Stanze  e dell’ Orfeo. 
Nuove  cure  date  loro  in  questa  edizione. 


Que’ lettori,  se  pure  una  prefazione  merita  lettori,  a cui  della 
bibliografia  importa  tanto  o quanto,  possono  saltare  a piè  pari 
questo  capitolo  e il  quinto.  Nei  quali  io  descrivo  tutti  i mano- 
scritti e le  stampe  che  sono  a mia  cognizione,  per  ora  delle 
Stanze  e dell’  Orfeo,  più  avanti  delle  li  ime:  e ciò  per  render 
ragione  del  modo  da  me  tenuto  nel  dar  novamente  alla  luce 
le  poesie  del  Poliziano,  e per  sodisfazione  di  coloro  che  re- 
putano essere  la  bibliografia  rispetto  alla  storia  letteraria 
quello  stesso,  che  la  statistica  rispetto  alla  civile. 

Codici. 

Primo  è da  notare  il  cartaceo  in  foglio  che  si  conserva  nella 
Biblioteca  riccardiana  di  Firenze  segnato  di  numero  2723  e 
intitolato  liime  del  Poliziano,  di  Lorenzo  de1  Medici,  di  Dante, 
e d’ altri.  Oltre  le  Stanze  con  rubriche  e l 'Orfeo  che  a quelle  se- 
guita molto  più  semplice,  come  già  notammo,  di  quello  sia  nel 
cod.  chigiano  e nelle  stampe,  contiene  molti  rispetti  e can- 
zoni a ballo  del  N.  A.,  e 1’  ode  Inni  corna  gracidile  scritta 
nel  1482  che  è fra  le  opere  latine  a stampa  del  Poliziano,  la 
epistola  all’  illustrissimo  signor  Federigo  insieme  col  raccolto 
rolgare  mandatogli  dal  Magnifico  Lorenzo  male  attribuita  al 
Poliziano  e da  me  già  ristampata  conforme  alla  lezione  di 
questo  cod.  nelle  Poesie  di  Lorenzo  de1  Medici  [Barbèra,  1859], 
poi  una  breve  prosa  latina  die  dicesi  composta  prò  quodam 
adolescente  in  gymnasio  pisano  de  laudibus  artium  liberalium 
e incomincia  Si  mea  spante  tantum  hoc  suscepissem,  la  quale 


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ANGELO  POLIZIANO. 


LXXIX 


con  siffatto  principio  non  trovasi,  eli’  io  mi  sia  accorto,  tra  le 
opere  latine  dell’autore,  in  fine,  dopo  diverse  poesie  del  No- 
stro e d’  altri,  la  lettera  a Filippo  Beroaldo  che  incomincia 
Certiorem  me,  prima  del  1.  VI  fra  le  epistole  stampate.  Questa 
è certamente  autografa,  come  ricavasi  dal  confronto  d’ altri 
scritti  di  man  del  Poliziano  e dalle  frequenti  cassature  e cor- 
rezioni sopra  linea  di  parole  e frasi  intiere,  quali  non  pos- 
sono farsi  che  dall’  autore.  Il  Lami  nel  Catalogo  riccardiano 1 
sembra  ritenere  per  autografo  il  cod.  intiero,  citandolo  sotto 
la  rubrica  Angelus  Politianus  in  questa  guisa,  Mime  et  Epistola 
ad  Pii.  Beroaldum,  autographos  : nella  quale  opinione  credo  sia 
solo.  A carte  97  tergo  trovasi  scritto  : 14S7.  Questo  libro  c (li 
Frane.0  di  L."  di  Bernardo  dei  Medici  e degli  amici  sua:  ma 
specialmente  negli  ultimi  fogli  il  ,cod.  è miscellaneo.  Pur  que- 
sta data  ed  altre  note  messe  in  fronte  a certe  poesie  ano- 
nime e di  diversa  mano  su  la  fine  mostrano  il  manoscritto 
esser  stato  compilato  nelle  due  ultime  decadi  del  secolo.  Ve 
n’ è del  1488:  la  più  recente  « A dì  Vili  di  febbraio  1496  » 
sta  in  fronte  a un  sonetto  caudato  allusivo  ai  turbamenti 
mossi  da  fra  Girolamo.  Tuttavia  la  scrittura  delle  Stanze, 
dell’Orfeo  e d’  alcune  fra  le  rime  assomiglia,  se  vuoisi,  a quella 
del  Poliziano  (il  che  non  fa  maraviglia  a chi  abbia-  notato 
come  nella  seconda  metà  del  secolo  XV  le  varie  mani  di  scrit- 
tura per  poco  non  appaiono  uguali);  ed  è certo  del  mede- 
simo tempo.  Ancora,  1’  osservare  nel  1.  II  della  Giostra  non 
trascritti  della  st.  xii  che  i primi  tre  versi  e della  xiv  non 
più  che  il  primo  e lasciato  in  bianco  lo  spazio  pe’  rimanenti 
faccia  sospettare  non  forse  sia  il  ms.  una  copia  fatta  imme- 
diatamente dalla  scrittura  autografa;  e che  delle  lacune  sia 
tale  la  causa,  o che  1’  autore  non  avesse  in  quel  primo  com- 
piute per  anche  le  due  stanze,  o che  aH’emanuense  non  fosse 
chiaro  lo  scritto  originale.  Mi  fa  inclinare  alla  prima  opinione 
il  ricordarmi  d’  aver  notato  quelle  due  stesse  lacune  in  un 
piccol  frammento  delle  Stanze  che  vidi  di  fuga  fra  alcune 
vecchie  carte  nella  Palatina  di  Firenze.  Per  tutte  queste  ra- 
gioni credo  di  non  andar  lungi  dal  vero  ritenendo  il  cod. 


1 Lami,  CulalnQMi  cmlirum  manuieriplneum  qui  in  kihliutlieea  riccar- 
( liana  Floreali*  alisei  v tallir  ; Libili  ni,  MDCCLYI. 


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I.XXX  ANGELO  POLIZIANO. 

lice.  2723  come  il  più  antico  e autorevole  fra  quelli  che  con- 
tengono rime  del  Poliziano.  Peccato  che  per  guasto  cagiona- 
to dall’  umidità  manchi  la  prima  carta  che  conteneva  le  6 ot- 
tave onde  comincia  il  poema,  e nelle  4 carte  seguenti  sieno 
danneggiate  le  estremità  inferiori  per  modo  che  si  deside- 
rano per  intero  o patiron  difetto  in  più  versi  le  ottave  9,  12, 
15,  18,  21,  24,  27,  30,  33.  Tuttavia  a questo  difetto  ripara  un 
altro  codice  pur  cartaceo  ed  in  foglio  che  si  conserva  anch’esso 
nella  Riccardiana  sotto  il  n®  1576  : è un  quaderno  rilegato  col 
volgarizzamento  delle  Metamorfosi  per  Arrigo  Simintendi, 
di  lettera  meno  antica  ma  non  posteriore  agli  ultimi  anni  del 
secolo  XV,  e contiene  solo  il  primo  delle  Stanze. 

Uno  de’  primi  luoghi  e forse  il  primo  dopo  il  riccar.  2723 
parrebbe  che  per  ragione  di  antichità  spettasse  al  cod.  reg- 
giano descritto  dall’  Affò.  Conteneva  questo  in  origine  oltre 
l’ Orfeo  anche  le  Stanze  barbaramente  staccatene  per  rilegarle 
in  un  volume  miscellaneo,  e fra  esse  nel  1.  I una  v’  era  non 
compiuta  come  le  due  del  li  nel  riccardiano.  L’ Aflò,  del 
quale  mal  saprebbesi  desiderare  più  autorevole  giudice,  ai 
caratteri  e alla  carta  lo  teneva  per  copiato  « nel  più  bel  fiorire 
del  Poliziano.  » Fu  in  principio  del  P.  Giambatista  Cattaneo 
minor  osservante  ; passò  poi  nel  convento  di  quell’  ordine  in 
Reggio  che  s’ intitolò  di  Santo  Spirito  ; ove  potò  osservarlo 
l' Affò  che  ne  trasse  1'  Orfeo  di  più  larga  e corretta  lezione. 
Degli  ultimissimi  anni  del  secolo  XV  o forse  dei  -primi  del  XVI 
pare  allo  stesso  Affò  un  altro  codice  acquistato  e posseduto 
nel  secolo  scorso  da  un  amico  suo,  il  dottor  Buonafede  Vitali 
da  Busseto  ; e del  quale  ei  ci  dice  che  insieme  con  molte 
opere  in  verso  di  quel  tempo  conteneva  1’  Orfeo  di  lezione 
quasi  al  tutto  consimile  al  già  citato  reggiano,  àia  per  mag- 
giori notizie  sopra  ambedue  rimando  il  lettore  alla  prefazione 
del  padre  Affò  all’  Orfeo  nella  stampa  del  1777  fedelmente 
riprodotta  in  questo  volume.1  Io,  per  cercare  ch’abbia  fatto, 
non  son  venuto  a capo  di  conoscere  1’  esito  dei  due  codd. 
citati  e illustrati  dal  dotto  parmigiano.  Veramente  sospetto 
che  il  cod.  reggiano  primo  sia  passato  a far  parte  d’ un  mi- 

1 Affò  P.  Ireneo,  Prefazione  oli  'Orfeo:  della  presente  ediz.  pag.  12.5 
c segg. 


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ANGELO  POLIZIANO. 


LXXXt 


scellaneo  conservato  nella  Palatina  di  Modena  sotto  il  nu- 
mero DOCCI,  il  quale  fra  parecchi  drammi  della  fine  del 
quattrocento  e di  poi  contiene  anche  Angelus  Pólitianus,  Or- 
feo, Tragedia  ; che  è lo  stesso  titolo  dato  alla  favola  del  Poli- 
ziano nel  ms.  veduto  in  santo  Spirito  dall’  Affò.  E il  titolo 
l’ ho  ricavato  dal  Catalogo  manoscritto  della  Estense  ; ove 
alla  parte  IV  [Codd.  italici]  il  codice  è descritto  « chart.  in  4", 
partim  srec.XVII  et  partim  XV.»  Di  più  non  so  ; non  avendo 
potuto  averlo  nelle  mani,  incassato  com’è  tuttora  con  gli  al- 
tri a causa  della  traslocazione  di  quella  celebre  biblioteca. 

Al  ms.  del  Bonafede  apparisce  essere  coetaneo  il  cod.  51 
della  Oliveriana  di  Pesaro,  « prezioso  e perchè  scritto  con 
bella  lettera  e perchè  porta  l’ autorevole  data  del  1503.  » 
Salvator  Betti,  del  quale  sono  queste  parole,  ne  dette  le  va- 
rianti in  una  sua  lettera  al  conte  Francesco  Cassi,  pubblicata 
nel  Saggiatore  che  usciva  nel  1819  in  Firenze.  E le  ripro- 
dusse con  belle  considerazioni  nel  Giornale  arcadico  1 in  oc- 
casione che  le  poesie  del  Poliziano  furono  ristampate  dal  Sil- 
vestri. 

Pregevolissimo  e de’  più  ricchi  fra’  codd.  che  lian  versi  del 
N.  A.  si  celebra  dagli  eruditi  il  membranaceo  in  forma  di  8', 
conservato  nella  Biblioteca  chigiana  di  Roma  sotto  il  n"  2333 
secondo  il  Serassi, i e,  secondo  il  Poggiali,  segn.  M.  4.  81. 1 
Contiene,  oltre  le  rime  delle  quali  non  mi  occupo  per  ora,  la 
Giostra  e 1'  Orfeo.  Nel  fine,  di  mano  diversa  da  quella  che  co- 
piò le  poesie,  è scritto  : Faxii  Julii  de  Medicis  de  Floren- 
tia.  M.  D.  XXX.  Ma  questa  data  è letta  per  1520  dal  Poggiali 
e dai  fiorentini  edd.  delle  Rime  ‘ che  più  volte  citano  nelle 
note  il  cod.  chigiano.  E qui  mi  giovi  avvertire  subito,  che, 
essendomi  nel  1858  indirizzato  per  la  collazione  di  quel  co- 
dice all’  egregio  sig.  ab.  Luigi  Fratini  che  allora  dimorava  in 
Roma  ed  egli  prestandosi  con  tutta  gentilezza,  alle  sue  ri- 
cerche fu  risposto  che  da  circa  20  anni  era  stato  perduto. 


’ S.  Beiti,  in  Giornate  arcadico. 
Anno  ISSO,  t.  XXIX,  p.  205. 

1 P.  A.  Serassi,  l'ila  di  Angelo 
Poliziano  in  fine,  alla  pcnullima 
nota. 

* G.  Poggiali,  Serie  dei  testi  di 


lingua  {Livorno,  Masi,  1813],  voi.  I, 

pag.  206. 

4 Rime  di  A.  Poliziano,  con  iilu- 
sl razioni  ili  V.  Nannncci  e di  L.  Cium- 
poiini  [Firenze,  Carli,  1S14J,  t.  Il, 
p.  143,  nota  183. 


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LXXX1I 


ANGELO  POI.IZIANO. 


Stampe.  — Prima  età. 

Dividendo  le  stampe  delle  Stanze  e dell'  Orfeo  in  tre  età 
principali,  a risparmio  di  parole  per  me  e a render  più  fa- 
cili le  ricerche  degli  studiosi  ; nella  prima  età  comprendo 
quelle  che  si  fecero  dal  14-94  al  1541.  Delle  quali,  senza  niuna 
eccezione  o con  rarissime,  tali  sono  le  note  comuni.  Le  Stanze 
hanno  sempre  rubriche  marginali  che  dichiarano  le  descri- 
zioni le  comparazioni  i passaggi  ec.,  come  leggonsi  pure  nel 
ricc.  2723  e come  il  Poliziano  usava  apporre  a ogni  opera 
sua  : V Orfeo  vi  è senza  distinzione  d’atti,  col  titolo  di  Favola  o 
di  Feda,  più  breve  e più  semplice  di  quello  soglia  leggersi 
dopo  l’ Affò  : oltre  a ciò  contengono  la  stanza  dell’Eco  [Che 
fai  tu  Eco...]  e la  ballata  che  incomincia  Non  potrà  mai  dire 
Amore.  Così  quelle  stampe  che  procedono  dalla  prima  bolo- 
gnese del  Benedetti,  e sono  le  più: alcune  altre  che  derivano 
dalla  bolognese  del  Bazaleri  [1503]  contengono  anche  la  can- 
zone Io  son  constretto.  La  lezione  potrebbe  affermarsi  che  è 
in  tutte  la  stessa;  le  pochissime  varietà,  quando  non  sieno 
errori  tipografici,  essendo  appena  notabili.  Ber  la  descrizione 
mi  aiuterò  del  catalogo  del  Volpi,1 *  non  che  del  Gamba  5 del 
Brunet 3 * del  Libri k del  Batines. 5 

1494.  Cose  volgare  | del  Politiaxo.  In  fine.  Qui  fmischono 
le  stanze  còposte  eia  m esser  Angelo  Politiano  facte  per  la  gio- 
stra de  Giuliano  fratello  del  Magnifico  Lorenzo  di  Medici 
de  Fiorèzi  insieme  con  la  festa  de  Orpheo  et  altre  gentileze 
stampate  curiosamente  a Bologna  per  Platone  delti  Bcnedicti 
impressore  accuratissimo  del  Anno.  M.  cccc.  Lcx.vx  UH  a di 
none  de  agosto,  fi  in-8"  grande  a forma  di  quarto  ; in  ca- 
ratteri rotondi;  di  tre  ottave  per  carta;  senza  numeri  nè  ri- 


1 Cululogo  di  alcune  delle  prin- 
cipali edizioni  delle  Stanze  di  A.  P. 
» accolte  per  lo  più  da  A.  Zeno  c 
ora  corretto  accresciuto  cd  illustrato 
da  l).  G.  V ; nella  edizione  comi- 

Diana  delle  Stanze  del  1751. 

s Gamba,  Serie  dei  testi  di  lingua , 

Venezia,  Gondoliere,  1839,  pag.  232 

e srgg. 


3 B ninni,  Vantici  ila  libraire  ec  , 
Paris,  Silvestre,  18-13,  t.  III. 

* Cntaloguc  de  la  Rihliothègue  de 
V.  L‘"  [Paris,  Silvestre,  1547}, 
Poètes  poligraplies,  XVe  siede. 

5 C.  De  Batines,  Bitiliografm  delle 
antiche  rappresentazioni  italiane  . 
Firenze,  Società  tipografica,  1852. 
Parte  II,  Serie  l. 


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ANGELO  POLIZIANO. 


LXXXI1I 


chiami;  di  42  carte  segnate  A-F.  [Registrimi.  ABCDEF. 
Tutti  sono  quaterni , excepto  D che  è terno  et  F che  è duerno ]. 
La  prima  carta,  segnata  A,  bianca  al  verso,  ha  il  titolo  : la 
seconda,  una  dedicatoria  di  Alessandro  Sarzio  ad  Antonio 
Galeazzo  Bentivoglio  arcidiacono  di  Bologna.  Vengono  in 
primo  luogo  le  Stanze  sotto  l’ ultima  delle  quali  si  legge, 
La  soprascripta  opera  dallo  auctore  non  fu  finita  ; quindi  su  l 
primo  foglio  della  segnatura  E,  senza  titolo  alcuno,  con  la 
lettera  di  Angelo  Poli t inno  a messer  Carlo  Canale,  comincia  la 
Favola  di  Orfeo ; seguitano  la  stanza  dell’  Feo  e la  canzonetta 
di  quattro  strofe.  Tale  è la  rarissima  edizione  del  Benedetti, 
che  fu  d’  esempio  a tutte  le  posteriori  fiuo  all’  Aldo.  Qualche 
varietà  è da  notare  tra  la  copia  posseduta  e descritta  dal  com- 
menti. Bertoloni 1 e quella  che  conservasi  nella  Palatina  di 
Firenze.  La  copia  del  Bertoloni  porta  nella  prima  carta  il 
titolo  come  noi  l’ abbiam  riferito  ; la  copia  della  Palatina  ha 
in  vece  Le  cose  volgari  | de  M.  Angelo  Politiano  : la  copia 
del  Bertoloni  ha  nella  seconda  carta  la  lettera  dedicatoria 
come  quella  veduta  dal  Gamba;  la  Palatina,  no:  Qri  fini- 
scilo no  legge  in  fine  la  copia  Bertoloni,  e con  essa  quella  ve- 
duta dal  Gamba;  Qua  finiscliono  la  copia  di  Palatina  e quella 
veduta  dal  Brunet.  I)i  queste  differenze  giudichino  i biblio- 
fili. La  lettera  del  Sarzio,  del  quale  il  Poliziano  su  ’1  pubbli- 
care V anno  innanzi  1’  Erodiano  pei  tipi  dello  stesso  'Bene- 
detti scriveva  ad  Andrea  Magnanimo  che  per  l’ opera  della 
correzione  « magia  idoneum  habere  magisque  ex  usu  tuo  ne- 
minem  possis  quam  Alex.  Sartium  civem  tuum,  literatum 
hominem  nostrique  studiosum,  tum....  neutiquam  in  amici 
negotio  domitautem,*  » merita  d’ esser  riprodotta  anche  come 
documento  storico. 


1 A.  Bcrtol.  Nuova  Serie  dei  letti  1 Politinnus,  Spiti.  And.  Magnn- 
di  lingua  descritti  fecondo  la  tuo  pio-  «imo,  innanzi  alla  versione  Ialina 

pria  collezione,  Bologna,  Sassi,  18 1G.  di  Erodiano. 


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LXXXIV 


ANGELO  POLIZIANO. 


Alexandro  Sartia  allo  illustre  & reverendissimo  An 
tonio  Galeazo  Bentivogli 

l’rotonotario  Apostolico  & Archidiacono  di  Bologna  Salute. 

A questi  giorni  passati,  Reverendissimo  Monsignore,  mi  ca- 
pitorno  alle  titani  certe  stanze  del  mio  & tuo  gentilissimo  Poli- 
tiano, non  infima  gloria  della  veramente  magnifica  & nobile 
famiglia  de?  Medici  sempre  con  la  illustre  Bentivoglia  felicissi- 
ma coniuncta  ; le  quale  lui  già  per  la  giostra  del  Magnifico 
Giuliano  de’  Medici  nella  sua  prima  adólesccntia  compose;  ben- 
ché per  alcuni  o rispetti  o impedimenti  non  condusse  al  fine.  Ma 
pure , cosi  come  erano  imperfecte  & incorrette,  parevano  a me 
molto  elegante  et  belle,  piene  d’ inventione,  piene  di  dottrina  & 
di  leggiadria;  tanto  eh:  io  giudicai  fussc  gran  male  ch’elle 
si  a vessino  a perdere  ne  v missino  qualche  volta  a luce.  Per  que- 
sto le  ho  date  ad  imprimere  a Plato  de’  Benedicti,  e sotto  queste 
mie  grosse  ma  poche  parolette  alla  Signoria  tua  Reverendissi- 
ma intitolate.  La  qual  cosa  ho  facto  per  satisfare  a quelli  che  di 
simile  gentileze  si  dilettano  & honorare  te  mio  observantissimo 
patrone  almeno  nelle  piccole  cose,  poi  che  nelle  grande  non  posso. 
Credo  ancora  che,  se  alquanto  al  Politiano  dispiacerà  che  queste 
sue  stanze  da  lui  già  disprezate  si  stampino,  pur  all’  incontro 
gli  piacerà  che,  havendosi  una  volta  a divulgare,  sotto  el  titolo  & 
nome  di  tua  Signoria  si  divulghino  ; alla  quale  lui  come  sono  io 
buon  testimone  è deditissimo.  La  festa  ancora  di  Orpheo , quale 
già  compose  a Mantova  quasi  all’  improvviso,  sarà  insieme  im- 
pressa con  epse,  perche  e cosa  lei  ancora  a giudicio  delli  intelli- 
genti molto  vaga.  L’una  & l’altra  sono  certo  che  sarà  gratissima 
alla  prefata  Signoria  tua,  se  non  per  altro,  almeno  per  la  qualità 
dello  auctore;  perchè  de’  valenti  Intorniai  ancora  e’ primi  disgros- 
samenti sogliono  piacere.  Ma  da  me  ti  priego,  Reverendissimo 
mio  patrone,  volentieri  & con  serena  fronte  accepti  questo  benché 
piccolissimo  segno  di  grandissima  fede;  misurando  non  la  fa- 
coltà di  Alexandro  Sartio  tuo  servitore  ma  la  sua  volontà  : el 
quale  sempre  ti  si  raccomanda.  Vale. 

140...  Cose  volgare  del  | Politiano.  Tale  è il  vero  titolo, 
quale  lo  riporta  anche  il  Libri  nel  suo  Catalogo,  sul  retto 


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ANGELO  POLIZIANO. 


LXXXV 


della  pi-ima  carta,  di  questa  edizione  senza  luogo  ed  anno, 
citata  primieramente  dall’  Audifredi 1 che  la  credè  di  stam- 
pator  fiorentino  e anteriore  alla  precedente:  il  che  fu  negato 
dall’  Allo  e dall’  abate  Michele  Colombo  in  una  scrittura  di 
cui  mandò  copia  al  Gamba.*  In  4”;  di  caratteri  tondi;  di  24  ri- 
ghe per  pagina  ; di  42  pag.  segn.  A-F  ; essa  è,  salvo  il  difetto 
della  soscrizione,  similissima  all’  antecedente.  11  frontespizio 
è lo  stesso  che  quel  della  copia  Bertoldni  : il  titolo  delle 
Stanze  in  maiuscole  rosse,  quale  lo  riporta  anche  l’Audi- 
fredi,  Stanze  di  mf.sser  Angelo  Pò  | lijiano  cominciate  pek 

LA  | GIOSTRA  1>EL  MASNIFIOHO  | (tIVLIANO  DI  PlERO  DE  | MEDICI 
« è,  parola  per  parola  e riga  per  riga,  quel  medesimo  in 
maiuscole  rosse  posto  in  cima  alla  seconda  carta  nell’ediz. 
del  1494.  » Così  anche  il  Batines,  il  quale  aggiunge  che, 
se  questa  edizione  esiste  di  fatto,  dee  piuttosto  essere  uscita 
da’torchi  di  Bologna  che  di  Firenze,  contrariamente  all’  Au- 
difredi e al  Brunet  che  la  credono  fiorentina.  La  edizione 
esiste  certo:  oltre  la  copia  citata  dal  Libri  nel  suo  catalogo, 
una  ne  ho  veduta  nella  Biblioteca  marucelliana.  Ma  parmi 
giusta  la  osservazione  del  Libri:  « En  lisant  avec  attention  ces 
diverses  descriptions,  on  pourrait  concevoir  quelques  doutes 
sur  l’existenoe  de  deux  éditions  distincteai.et  il  serait  pos- 
sible  qu'un  exemplaire  défectueux  de  l’édition  de  1494  eut 
donne  liéu  à l’annonce  de  l’édition  sane  date.  » • 

149....  La  giostra  di  Givliano  | de  Medici.  In  fine:  Fini- 
scono testarne  della  giostra  di  Giuliano  de  Medici  hgstoriate 
&belle,  composte  da  inesser  Angelo  da  Montepulciano  : & insieme 
con  queste  la  festa  di  Orplieo  et  altre  gentilezze,  chose  certame  te 
dilectcvole  et  uaghe,  come  chi  leggiera  potrà  chiaramente  com- 
prendere. Di  quest’  altra  ediz.  dello  scorcio  del  sec.  XV'  è 
un  bell’  esemplare  nella  Palatina  di  Firenze,  proveniente 
dal  Poggiali  * che  la  crede  di  stampa  fiorentina.  È in  4°;  in 
caratteri  tondi,  di  36  versi  per  pagina,  di  30  carte  non  nu- 
merate e segnate  a — diii  : vi  sono  quattro  figure  per 
la  Giostra,  e subito  sotto  la  prima  è impressa  la  lettera 

— — , , * — 

1 AodiflVcdi,  Specimen  /| islnrien-eritieum.  editi,  italicarum  teee.  XV,Roms, 
rx  lypographio  Paleariniano,  5IDCCXC1V,  pag.  392. 

2 Gamba,  Serie,  le.  * Tetti,  I,  260. 

Poi.  GUANO.  / 


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LXXXVl 


ANGELO  POLIZIANO. 


del  Sarzio  al  Bentivoglio  ; e sei  per  la  Favola  che  comincia 
alla  c.  6 della  segn.  c senza  titolo  e con  la  lettera  al  Canale. 

1508.  Cose  Volgari  del  | Celeberrimo  Mks  | ser  Angelo 
Po  |’  litiano  No  ha  | mente  Ih  | i’resse.  In  fine:  Finiscono 
le  stanze  della  giostra  di  Giuliano  di  Medici  Composte  da  inesser 
Angelo  da  Monte  pulciano:  & insieme  la  festa  di  Orpheo  et  altre 
gentilezze,  cose  certamente  dilectevole.  Et  stampate  in  Bologna 
per  Caligida  di  Bazalcri.  a dì  .22  di  Zug.  M.  D.  III.  È in  8”,  in. 
caratteri  tondi,  col  titolo  in  gotico  rosso  e il  frontespizio  sto- 
riato ; di  39  carte  e una  bianca  in  fine,  non  numerate  e segnate 
A-E4.  Alle  Stanze  precede  la  lettera  del  Sarzio  al' Bentivoglio, 
nella  quale  il  nuovo  stampatore  cambiò  le  parole,  le  ho  date  ad 
imprimere  a Plato  de  Benedicti,  in  queste,  le  ho  date  ad  im- 
primere a Caligala  di  Bazaleri,  senza  curarsi  che  nella  lettera 
del  Sarzio  parlandosi  del  Poliziano  come  vivo  troppo  era 
agevole  scoprite  la  impostura.  È la  prima  edizione  che  oltre 
la  stanza  dell’  Eco  e la  canzonetta  contenga  la  lunga  canzone  : 
Io  son  constretto. 

1503 In  Bologna,  per  Platoncm  de  Benedietis.  In  4° 

[Audiffredi]. 

1504.  Cose  volgari  | del  celeberrimo....  Venetia,  Man- 
frina Bòno  de  Monferra.  li  18  ' [Catalogne  de  M.  L***,  129]. 
« La  quale  edizione,  comecché  legga  alla  veneziana  alcuni 
vocaboli,  non  ha  per  altro  quei  brutti  concieri  delle  più 
moderne  edizioni,  e potrebbe  giovare  assai  a restituire  alle 
stanze  del  Poliziano  la  suà  forma  natia.  Le  maniere  che  il 
Betti  nel  suo  dotto  ed  elegante  discorso  intorno  al  Poliziano 
dice  aver  veduto  in  un  codice  di  Pesaro,  si  riscontrano  in 
quella  veneziana  stampa.  » Così  il  Fornaciai!  e la  osser- 
vazione si  può  estendere  a tutte  le  stampe  precedenti  la 
rivista  e corretta  da  Tizzone  Quietano. 

1505.  .• In  (ine:  Stampate  in  Venetia  per  maestro 

Manfredo  di  Bonello  de  Monfcrjrato  1505  a dì  X del  mese  de 
octobro.  In  81*.  Ristampa  dell’  edizion  Bazaleri  : nel  titolo  in 
luogo  di  Politiano  leggesi  Policiano. 

150 In  Firenze  per  Bernardo  Zucchetta  a peti- 

1 Fornuciiii'i.  \otn  I al  Ditcorto  I del  incerchio  rigore  dei  grommati- 
ti, Luce»,  Giusti,  1847. 


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ANGELO  POLIZIANO. 


LXXXVII 


tione  di  Francesco  di  Jacopo  Focato  el  Conte.  S.  A.  In  8\  «-Rara 
ediz.  de'  primi  anni  del  secolo  XVI  citata  dall’  abate  Zap- 
poni,' il  qual  nota  che  in  questa  edizione  e nella  seguente  si 
trova  per  V Orfeo  qualche  ottava.più  che.  in  tutte  le  altre,  cioè 
anche  le  moderne  » (Batines].  Si  tratta  d’ un’  ottava  e mezzo 
in  cui  Orfeo  accenna  ad  amori  maschili  : le  quali  si  trovano  non 
solo  nelle  due  citate  dallo  Zannoni  ma  in  tutte  le  vecchie  stam- 
pe.Furon  tolte  via  dalla  edizion  cominiana  del  1749  : l1  Affò  nel 
suo  nuovo  Orfeo  del  1771  una  ne  raffazzonò  alla  meglio, 
un’altra  omise;  riferendola  però,  a mo’  de’  Gesuiti  ohe  facean 
l’ edizioni  in  usum  Delphini,  nelle  note.  S’ intende  che  noi 
nella  presente  edizione  le  restituimmo  alla  sincera  lezione 
e le  riponemmo  ambedue  ai  lor  luoghi.' 

1512.  Staze  pi  Miss.  An  | gelo  Politiao....  Cu  Gkaxia 
& Piti  | vilegio.  In  fine  : Impresso  in  Sena  per  Symionc  di  Nic- 
colò: et  Giovanni  di  Alix andrò  Librai.  FI  di  Carnouale  che  fu 
a dì  . 9 . di  Febraio.  M.  D.  XII.  In  8”,  con  titolo,  gotico  e 
frontespizio  istoriato,  in  carattere  tondo,  di  36  carte  non 
numerate  e segn.  A-Iii.  Erra  il  Brunet  citando  questa  e la  edi- 
zione per  Bernardo  Zucchetta  come  contenenti  il  solo  Orfeo. 

1513.  Le  cose  vulgari  | pel  Politiano.  In  fine  : In  Vcne- 
tiaper  Zorzi  di  Ruseoni  milanese  a dì  14  di  marzo : In  8°  : dopo 
il  frontespizio  ha  un  epitafio  del  Poliziano  in  versi  lAtini  per 
Jacobum  PhUippum  Pellibusnigris  Troianum  ed  un  sonetto  in 
morte  del  medesimo  : ha  pur  la  lettera  del  Sarzio  nella  quale 
con  la  solita  impostura  se  gli  fa  dire  eh’  ei  desse  le  cose  del 


1 Ab.  Znimoiii,  nell' Alpe,  n.  Vili, 
marzo  180(5. 

1 Quel  severissimo  moralista  di 
scuola  foscoliana,  die  è il  chiarissi- 
mo Emiliani  Giudici,  a questo  passo 
dell’  Orfro  inveisce  contro  il  Po- 
liziano come  panegirista  della  pe- 
derastia. [St.  del  leni.  Hai.,  cap.  V]. 
Ma  il  Poliziano  non  fece  in  quelle 
ottave  altro  thè  seguitare  la  tradi- 
zione di  tutta  l' antichità,  la  qua- 
le riguardò  Orfeo  come  introdut- 
tore del  turpe  peccato  c n questa 
cagione  riportò  la  sua  morte.  Ba- 


stino quei  versi  delle  Mrlnmor- 
fitti  [X.  8S]  * lite  ctiam  Thracum 
populis  fon  autor  nmorent  In  le- 
nrros  transferre  ruarcs  citraque  iu- 
ventam  .-Elalis  breve  ver  et  priinos 
carpere  flores.  » Oso  dir  anzi  clic, 
se  il  porta  non  accennava  a cotesto 
infamia,  non  sarebbe  secondo  le  leg- 
gi dell’  urte  giustificala  la  morte 
data  ad  Orfeo  dalle  Baccanti;  la 
quale,  susseguendo  subito  a que’mn- 
laugurati  versi  sotto  gli  occhi  dello 
spettatore  o del  leggitore,  salva  la 
morale  e rivendica  la  società. 


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LXXXVUI 


ANGELO  POLIZIANO. 


Poliziano  a imprimere  a Niccolò  Zoppino  ; dal  che  si  ricave- 
rebbe che  questa  fosse  la  prima  delle  edizioni  procurate  dallo 
Zoppino.  « Non  si  può  leggere  per  gl’ innumerabili  errori,  ma 
pure  alle  volte  ha  giovato  alla  prima  comipiana  [Volpi].  » 

1513.  La  giostra  di  Giuliano  | ixe  Medici.  In  fine  : Fine 
della  Giostra  di  Giuliano  de  Medici  & Lafabula  di  Orpheo 
cóposte  da . M.  Angelo  Politiano  | Stampate  in  Firenze  per  Gian- 
stephano  di  Carlo  da  Pavia  astOza  di>  ser  Piero  Patini  da 
Pescia  questo  di  xv.  Dottobre  M.  D.  XIII.  È in  4“  ; di  bel 
carattere  tondo  \ in  ottima  carta  ; materiale  ristampa  della 
terza  senza  data  del  sec.  XV  ; con  lo  stesso  numero  di 
carte  e di  figure  in  legno:  in  fine  stanno  le  due  impronte 
consuete  delf  editore  col  motto  Piscia.  Questa  edizione  non 
servì  di  innanzi,  come  afferma  il  Batines,  a quella  del  Cornino, 
sì  bene  il  Cornino  ne  stampò  le  varie  lezioni  in  calce  alla 
sua  edizione  del  1751  e del  65.  Erra  di  nuovo  il  Batines 
affermando  citata  dalla  Crusca  la  edizione  del  Bacini. 

1515 In  fine  : In  Venetia  per  Zorzi  de  Rusconi  ad 

instanza  di  Niccolò  Zoppino  e Vincenzo  compagno  a di  14  mar- 
zo... Gubernante  inclyto  principe  Leonardo  Laurcdano.  In  8". 

1516.  Cose  volgare  del  celeberrimo  | messer  Angelo 
Pollicia  | no  novamente  impressb.  In  fine  : Stampato  in  Ve- 
netia pet  Marchio  Sessa  & Pietro  di  Ravani  bcrsano  compagni. 
Nel  M.  1).  XVI.  a di  XI novembrio.  In  8":  seguita  l’edizione  del 
Ilazaleri  1505:  ha  1’  epitafio  di  Filippo  Pellibusnigris  e la  let- 
tera del  Sarzio  con  la  solita  finzione  dello  Zoppino.  . • 

1518.  Stanze In  fine  : Impresse  in  Firenze 

per  Bernardo  di  Philippo  di  Giunta.  NéUanno  del  Signore. 
M.  1).  XVIII.  Septèbre.  In  8”  ; in  carattere  tondo,  di  36  carte 
non  numerate  e segnate  A-Iii.L’  Orfeo  comincia  alla  4a  c.  del 
foglio  Gt  II  Brunet,  certo  per  errore,  le  assegna  sol  35  carte. 

1518.  Le  cose  volgari  | del....  ; zoee  stantie  e canzone  pa- 
storale ed  altre  cose  elegantissime,  nuovamente  stampate  è ben 
corrette.  In  fin  e:  In  Venetia  per  Zorzi  de  Rusconi,  a di  20  del 
mese  di  ottobre.  In  8°.  Per  Canzoni  pastorali  s’ intende  l’ Orfeo. 

1519  Impresse  nell’  inclita  città  di  Milano  per 

Giovanni  di  Castiglione  adi  28  di  decembre.  In  8'1  [Volpi]. 

1520  In  Bologna  per  Hieronymo  di  Benedetti. 

In  8°  [Brunet  e Batines].  • , 


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AXCELO  POLIZIANO. 


LXXXIX 


1521.  Stanze  di  messek  | Anghlo  Politi  | ano  oo>u\  | 
CIATE  ...  In  fine  : Fine  della  Giostra  di  Giuliano  de  Medici 
&la  fabula  di  Orpheo  'composte  da  . M.  Angelo  Politiano  Stam- 
pate  per  Nicolò  Zopino  e Vincentio  cbpagno  nel . MGCCCC.  xxi. 
adi  xxx  de  Agosto  Begnante  lo  inclito  principe  Messer  Antonio 
Grimani.  in  8',  in  carattere  corsivo  di  40  carte  non  nu- 
merate e segnate  A-Eut»,  l’ ultima  delle  quali  bianca’  ; col 
titolo  inquadrato  e una  figura  in  legno  innanzi  l’ Orfeo  che 
incomincia  alla  seconda  carta  della  segnatura  I).  Sopra  la  so- 
scrizione  è l’insegna  dell’  impressore,  un  Sàn  Niccolo  sedente. 
La- lettera  delSarzio  seguita  all’  Orfeo,  e dopo  v’è  l’epitafio 
del  Pellenegri  e‘  il*  sonetto. 

1523....  Nella  Biblioteca  di  G.  S.  [Gasp.  Selvaggi],  png.  204, 
Napoli  1Ò30,  si  cita  un’  edizione  di  Venezia,  Zoppino,  1523,  da  , 
me  non  conosciuta  [Batines]. 

1524 Stampate  nella  inclita  Citta  di  Venetia,  per 

Nicolò  Zopino  e Vicentio  compagno  nel . M.  I).  XXIIII.  Adi  XII. 
De  Marzo.  Begnante  lo  inclito  Principe  messer  Andrea  Gritti. 
In  8".  E una  ristampa  di  quella  del  1521:  ne  ricavo  l’epitafio 
latino  come  documento  : il  sonetto,  oltre  che  meschinissimo,  è 
orribilmente  guasto  nella  seconda  quartina. 

EPITAPHIUM 

ANGELI  POLICIANI 

Per  lacobum  •PhUippum  Pdlibus-nigris  troianum. 

■ Lee I or  ; Pullirianus  entheolus, 

Cnius  poeticos  legis  libellos 
Quos  liaec  tempora  nostra...  ' possimi 
Antiquis  bene  comparare  libri*  ; 

* • Qui ’lusns  tenero*  facetinsque 

Scripsit,  delirium  novelli  sororuro, 

. Crocea!  ae  roniule®  pater  Titilli®  : 

Qui  cui»  Calliope  levare  tristi 
Curas  ex  animo  solebat  omnes  ; 

Utms  qui  calami  sevcrioris 
Gamici  nomine  ; dormii.  Eu  sepulcrum.  » 


1 Manca  qualche  piede  alla  misura  del  verso. 


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xc  , ANGELO  POLIZIANO. 

1537.  .......  Stampate  nella  inclita  Citta  di  Vendici 


per  Nicolo  d’ Aristotele  détto  Zopino  nel  Anno  M.  D.  XXX  VII. 
Del  mese  ili  Febtaro.  In  8 '.  Ristampa  dèlie  edizioni  del  21  e 24. 

1539.  Giabdi  | no  n’  amore  | di  misser  Angelo  Fogliano 
nuovamente  stampato.  In  fine:  Venetia ; ad  instantia  di  Si- 
ti ieri  fiorentino,  MDXXXIX  : in  8’.  Sono  stampate  a parte 
dal  poema,  le  Ottave  69-120  del  lib.  I della  Giostra  che  con- 
tengono la  descrizione  del  regno  di  Venere. 

Seconda  Età. 

Appartengono  a questa  età,  che  può  denominarsi  aldina, 
le  stampe  della  Giostra  uscite  dal  1541  a tutto  il  1612.  Han 
ciò  -di  comune,  che  contengono  le  sole  Stanze  senza  le 
rubriche  marginali,  senza  1’  accompagnamento  della  lettera 
del  Sarzio  o d’ epitafìo  latino  o sonetto,  senza  F ottava  su 
F eco  e la  canzonetta  : la  lezione  è notabilmente  modificata 
o alterata  in  tutte,  ma  non  in  tutte  affatto  la  stessa;  poche 
e poco  conosciute  sono  in  questi  62  anni  le  stampe  dell’t trfeo. 
Dicemmo  che  la  seconda  età  può  denominarsi  Aldina  : ed  in 
vero  accettata  come  norma  nelle  ristampe,  citata  dagli  acca- 
demici della  Crusca,  cercata  predicata  gloriata  da  bibliofili  e 
bibliografi  fu  ed  è per  questa  e la  seguente  età  F edizione 
delle  Stanze  eseguita  da' figliuoli  d’Aldo  nel  1541.  Pure  gli  Aldi 
non  avean  fatto  che  ricopiare  un’oscura  e ignobile  edi- 
zione anteriore  : la  quale,  benché  non  contenuta  proprio  nei 
termini  da  me  assegnati  alla  seconda  età,  tuttavia,  perchè 
non  avvertita  non  che  imitata  nell2  età  • antecedente  ma, 
così  conv  era,  ricopiata  dagli  Aldi  che  dettero  norma,  ripeto, 
a tutte  le  posteriori  edizioni  fino  a’ nòstri  giorni,  si  può  e 
si  deve  tenere  come  quella  che  apre  le  due  età  moderne  delle 
stampe  della  Giostra.  Ed  è la  seguente. 

1526.  Le  Stan  | zi  bellissime  | di  messere  An  | gelo  Poli- 
tiano  | da  messer  Tizzo  | ne  Gatetano  di  Fo  | fi  diligente- 
mente reviste.  In  fine:  Impresse  in  Vinegia  ne  la  fucina  di  me 
< riacopo  da  Lecco  ne  tanno  M.  CCCCC.  XXVII.  et  finite  hoggi 
che  è il  primo  di  febraro.  In  8"  : carte  24,  segn.  A-F  ii,  non 
numerate  ; ò stanze'per  pagina:  alcune  linee  del  frontespizio 
sono  in  color  rosso  : dopo  la  soscrizione  v’  è figurata  in  legno 


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ANGELO  POLIZIANO. 


XCI 


la  impresa  (lei  Pegaso  : contiene  solamente  le  Stame.  E,  poiché 
tanta  è lii  stima  che  si  ha  della  stampa  d’ Aldo  di  cui  questa  è 
1'  innanzi,  non  sarà  inutile,  benché  nel  comento  sottoposto 
alle  Stanze  abbiamo  notate  le  varietà  delle  diverse  edizioni, 
riferir  qui  alcuni  esempi. della  grande  e goffa  licenza  che 
si  prese  messer  Tizzone  a correggere  le  stanze  del  Poliziano. 

Nella  dedicatoria  adunque  allo  eccellente  signor  Mario  Savor- 
gnano  messer  Tizzone  ci  fa  sapere  che,  pervenutegli  nSUe 
mani,  molto  lacerate,  le  stanze  di  messere  Angelo,  egli,  avendo 
apparato  ne’  primi  anni  ad  esser  pietoso,  subito  vedutele,  sa- 
pendo usar  la  pietà,  divenne  pietosissimo  in  sanar  lor  piaghe 
ingiustamente  fatte.  E della  pietà  resta  indelebile  argomento 
lo  strazio  da  lui  menato  per  entro  le  Stanze,  come  dell’  abi-  i 
lità  a levarsene  correttore  la  eleganza  e la  sintassi  della  de- 
dicatoria. Ma,  oltre  la  presunzione  del  Gaietano,  avea  la  revi- 
sione quale’  altra  causa.  Dopo  il  Bembo  specialissimamente, 
la  lingua  toscana  diventò  lingua  della  naziofte:  se  non  che, 
per  ridurla  a condizione  di  lingua  comune  almeno  nella  scrit- 
tura, convenne  sottoporla  a leggi  o regole  che  furono  ricavate 
non  dal  popolo  toscano  ma  da  due  scrittori  esclusivamente,  il 
Boccaccio  e il  Petrarca  ; né  sempre  bene.  Ne  conseguì  che  indi 
in  poi  la  lingua  scritta  molto  perdé  dell’  agilità  e ingenuità 
primitiva  e dovè  procedere  compassata  e guardinga.  E il  peggio 
fu  che  alle  nuove  regole  fu  dai  nuovi  regolatori,  i quali  sor- 
gevano d’ogni  parte  e d’ogni  maniera,  dato,  come  oggi 
direbbesi,  un  effetto  retroattivo  : p però,  a tór  via  ogni  traccia 
dell’  antica  schiettezza  che  troppo  oramai  odorava  di  villa,' 
gli  antichi  scrittori  furono  rivisti  e corretti  a libito  de’ nuovi 
Priseiani.  E a tal  revisione  soggiacquero  a punto  le  Stanze 
.del  Poliziano  per  opera  di  messer  Tizzone.  Tutto  quel  che 
sapeva  del  luogo  e del  tempo  in  cui  furono  composte,  i fio- 
rentinismi, gli  idiotismi,  le  irregolarità,  si  volle  spazzar  fuori: 
si  volle  imporre  il  giogo  della  grammatica  a chi  era  .nato  a 
dare  esempi  alla  grammatica:  dove  il  numero  del  verso 
paresse  troppo  aspro  o languido,  fu  disteso  e rincalzato  con 
nuove  parole.  Si  sa  che  i Fiorentini  usavano  terminare  in  ono 
ed  (irono  le  terze  persone  plurali  di  certi  verbi  che  nella  lin- 
gua comune  escono  in  ano  ed  ùrono  : e il  Poliziano  anche  in  ciò 
seguitava  l’ uso  fiorentino.  Ora  questi  fiorentinismi  putivano 


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xcu 


ANGELO  POLIZIANO. 


al  filologo  romanesco;  e li  cacciava  a furia.  Ma  talvolta  av- 
venia  che  quelle  uscite  fossero  in  fina  d’ un  verso  e ne  di- 
pendessèro  le  rime  seguenti  o si  collegassero -loro  le  ante- 
cedenti: e il  bravo  grammatico  allora  rifaceva  i versi»  al 
Poliziano.  E come  li  rifacesse,  sentite.  Alla  st.  lxi  del  I 
sono  in  fine  dei  versi  un  crono  e un  schierano  e in  mezzo. 
« Sentito  il  segno,  al  cacciar  posa  ferono.  » Che  fa  il  cor- 
rettore ? emenda  le  desinenze  fiorentinesche,  e con  fìden- 
ziana  eleganza  rifa  il  latino  al  Poliziano  : « Sentito  il  seguo, 
al  cacciar  fine  imperano.  » Gli.  ultimi  due  versi  della  lxii 
dicono  : « Le  lunghe  voci  ripercosse  .abondond,'  E Iulio 
Iulio  le  valli  rispondono.  » Che  è questo?  grida  il  franco 
correggitore  ; e d’un  tratto  maestro  di  penna,  « ubo  tuia  no 
E Giulio  par  che  le  valli  rispondano.  » Bravo  messer  Tiz- 
zone ! che  orecchie  ! E questo  pare  arride  poi  spesso  al  pir- 
ronista grammatico,  il  quale  par  tema  sempre  pel  genere 
umano  eh’  e’  udii  si  lasci  andar  troppo  agl'  inganni  de’  sensi. 
Onde,  quando  il  poeta  nella  st.  ex  del  I afferma  « D ’ in- 
torno a lui  [Polifemo]  le  sue  pecore  pascono  » con  un  verso 
la  cui  lenta  armonia  lascia  la  immaginativa  spaziare  su  la 
distesa  del  gregge  ciclopico,  egli  all’  incontro  il  da  ben  cri- 
tico, per  amore  d’  un  cascono  che  è due  versi  di  sopra,  in- 
clina a dubitare,  e stringendo  le  labbra  e crollando  un  poco 
la  testa  dice  :■  * Presso  a sè  par  sue  pecore  che  pascano  : =» 
il  quale,  come  sentite,  è verso  degnissimo  del  Poliziano.  Fi- 
nalmente alla  st.  xxvi  del  II  v’  ha  un  allacciano  e un  im- 
bracciano, che  fanno  rima  con  ffiacciono.  Yolevansi  levar  via, 
e-  si  fece  con -questo  elegante  concierò  del  v.  2 ove  era 
giacciono  : « Quando  senza  sospetto  par  che  giacciano.  » 
Dalle  correzioni  recate  finora  nessuno  supporrebbe  mai  che 
il  correttore  fosse  molto  tenero  della  bella  armonia.  E pure 
questa  è una  delle  tante  volte  in  cui  le  supposizioni  riescono 
raen  che  vere.  Egli  il  correttore  esercita  su  i versi  del  po- 
vero messer  Angelo  un  veramente  superlum  aurium  iudicium : 
avvezzo  forse  al  compassato  numero  di  inons.  Bembo,  quel 
che  non  gli  si  confà,  odia  come  aspro  e cadente.  Udite  : 
messer  Angelo  scrive  [li.  6]  « L’armi  lucenti  sue  sparger  un 
lampo  Che  faccia  l’ aer  tremar  di  splendore.  » Ohibò  ! e’  si  vo- 
lea  dire  « Che  faccian  tremar  l’ aere  di  splendore.  » E pure  in 


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ANGELO  POLIZIANO. 


ACUÌ 


quella  posa  inaspettata  della  sillaba  quarta  e nella  velocità  de- 
gli altri  suoni  sentiasi  e quasi  vedeasi  la  vibrazione  e retrazione 
dei  raggi.  Altrove  il  Poliziano  per  accompagnare  col  suouo 
l’ imagine  di  qualcosa  di  lento  di  fosco  di  nebuloso  dice  stu- 
pendamente: « E già  de’ sogni  la  compagnia  negra:  » dove 
.l’armonia  strascicata  è un  artifizio  da  maestro.  Ma  quell’ac- 
cento dissimulato  della  nona  sillaba  è in  vece  pel  correttore  un 
peccato  mortale  : e da  bravo  accomoda  tutto  con  un  arcaismo, 
« E già  de’  sogni  la  compagna  negra.  » E sì  che  aveva  fresco 
fresco  un  esempio  di  mons.  Bembo  : 1 « Dolce  mormorio  di 
fontana  viva  » e,  che  è più,  dell’ Ariosto:  « Che  balte  cime  con 
mormorii  lieti  Fan  tremolar  «dei  faggi -e  degli  abeti.5  » 
D’ altri  guasti  non  si  potrebbe  indovinare  la  cagione,  se 
non  recandola  all’ignoranza.  Per  esempio:  il  Poliziano,  descri- 
vendo il  cipresso  che  fu  già  bel  giovine  secondo  la  mitologia, 
dice,  seguitando  Ovidio,  « Bagna  Cipresso  ancor  pel  cervio  gli 
occhi  Con  chiome  or.  aspre  e già  distese  e bionde  : » e il  corret- 
tore racconcia  « Chiome  or  aspre  or  già  distese  e bionde:  » e 
addio  l’allusione  delicata  al  giovine  che  era  richiesta  dal  verso 
antecedente,  e addio  il  buon  -senso.  Altrove  intorno  a Venere 
emergente  il  Poliziano  seguendo  l’inno  omerico  dipinge 
« L’ Ore  premer  1’  arena  in  bianca  veste.  » Il  correttore  pare 
che  non  conoscesse  nè  pur  d’ udita  queste  Ore  vestite,  e 
sostituisce  loro  nulladimeno  che  l’ onore  ; « L’  onor  premer 
P arena  ec.  » Il  Poliziano,  accennando  ad  una'  costellazione 
diversa  da  Boote,  e dal  carro,  dice  « E già  il  carro  stellato 
Icaro  inchina  il  correttore  facendo  tutt’uno  d’ Icaro  e di 
Boote,  « E già  il  carro- stellato  al  coro  inchina.  » Altra  volta 
il  correttore  viola  egli  la  grammatica,  lasciando  sospeso  il 
senso.  Venere  prega  Pasitea  che  in  vii  a Giuliano  il  Sonno 
. [II.  22]  : « Fa’ che  Mostri  al  bel  Iulio  tale  imago  Che  ’l  faccia 
di  mostrarsi  al  campo  vago  : » e -il  correttore'  cambia,  « Che 
faccia  dimostrarsi  al  campo  vago.  » Questi  sono  alcuni  fra  i 
molti  esempi  dell’  intierezza  e legittimità  d’una  lezione  pas- 
sata agli  onori  di  vulgata. 

1541.  Stanze  di  m esser  Angelo  | Politiano  cominciate...: 

• P.  Brinilo.  Son.  Paolo  v'  invila  qui, in  [lime,  Bergumo,  Loncellotti,  1753. 

* Ariosto,  Orlando  Furioso,  VI,  24. 


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XCIV 


ANGELO  POLIZIANO. 


M.  D.  XLI.  Sopra  la  data  l’impresa  dell’àncora.  In  fine:  ABOD. 
Tutti  sono  quaderni.  In  Vinegia,  nell’  anno  M.  I).  XXXXI. 
In  casa  de’  fi  glicoli  di  Aldo-.  Ili  8°;  di  bel  carattere  corsivo: 
con  tre' Ottave  per  pagina  e cc.  32  numerate  da  una  parte 
sola  e registi-.  A-D  iiij  ; nella  prima  sta  il  titolo,  nell’  ul- 
tima la  soscrizione. 

1544.  E con  lo  stesso  formato  e numero  di  carte  e per  gli 
stessi  caratteri  è ripetuta  colla  data  del  M.  D.  XLIIII  In  Vi- 
negia senz’  altra  nota.  Della  presente  edizione  (faccio  tutto 
uno  delle  due  stampe,  perchè  nella  lezioné  sono  una  di  fatto) 
i Volpi  dicono  che.  è « nitida  e molto  più  corretta  di  tutte 
le  precedenti,  benché  essa  pure  abbia  i suoi  gran  nei  » e che 
di  essa  principalmente  si  son  serviti  per  la  prima  loro  ri- 
stampa. E certo  per  regolarità  di  grafia  avanza  senza  pa- 
ragone tutte  le  stampe  antecedenti.  Del  resto  riproduce  fe- 
delmente con  giunta  di  qualche  nuovo  concierò  la  edizione 
rivista  dal  Gaetano.  Pure  fu  citata  dagli  Accademici  della 
Crusca,  i quali,  non  ostante  la  loro  schifiltà  verso  i non  to- 
scani, accettaron  questa  volta  per  gemme  fiorentine  i vetri  di 
messer  Tizzone  da  Poti. 

155.. .  La  | rappresentazione  del  j la  Favola  d’  Orfeo , | 
Composta  da  messer  Agnolo  Politiano  Nuovamente  ristampata. 
Senza  nota,  ma  del  sec,  XVI:  in  4°;  di  carte  5,  non  nani., 
a 2 col.,  più  una  bianca  in  fine;  con  3 fig.  Nel  retro  della 
prima  c.  v’  è la  lettera  al  Canale  senza  intitolazione  di  sorta. 

1558.  Una  ediz.  dell’ Orfeo,,  forse  anteriore,  di  Firenze,  1558, 
in  4',  è notata  nel  Cat.  Pugne  del  1827,  N"  3731  [Batines].  E 
di  quest’  anno  il  Libri  [Catal.]  cita  un’  Historia  d’  Orfeo  pub- 
blicata in  Firenze  presso  il  Vescovado,  che  incothincia  « 0 
buona  gente,  e’  fu  già  un  pastore.  » 

15.. .  La  historia  et  favola  d’ Orfeo  il  quale  per  la  morte  di 
Euridice  fu  forzato  andare  nel  inferno,  et  impetro  gratin  di 
Plutone.  Ad  istanza  di  Iacopo  Perini.  In  4 '.  S.  A.  Ediz.  fior, 
del  sec.  XVI,  nel  Cat.  la  Vallière,  n"  3735  [Batines]., 

1558.  Stanze...  Vengono  subito  dopo  quelle  del  Bembo  [Nel- 
V odorato]  in  Stanze  di  diversi  illustri  poeti,  di  nuovo  ristampate, 
con  V aggiunta  d’ alarne  stanze  non  più  vedute,  raccolte  da  M.  Lo- 
dovico Dolce  a commodità  et  utile  de  gli  studiosi  di  poesia  toscana. 
In  Vinegia,  appresso  Gabriel  Giolito  de  Ferrari  [in  12°]  e in 


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ANGELO  POLIZIANO. 


XCV 


1560 . Prima  parte  delle  Stanze  di  diversi  {[lustri  poeti.  Rac- 
colte da  M.  Lodovico  Dolce  ec.  Nuovamente  ristampate  et  con 
diligentia  riviste  & corrette.  In  Venezia,  appresso  Gabriel  Giolito 
de  Ferrari  ; in  12°  ; e ivi  stesso-  nello  stesso  formato  1563-65, 
1569,  1570,  1575  e [appresso  i Crioliti]  1581.  Queste  varie  ri- 
stampe rispetto  alla  lezione  si  possono  considerare  come  una 
sola  edizione,  nella  quale  il  Dolce  raccolse  tutti  o qua&i  tutti  i 
concieri  di M. Tizzone  e dell’  Aldo  e n’aggiunse  de’ suoi.  F uno- 
tato  dal  Volpi,  il  quale  pur  s’aiutò  delle  stampe  de’  Gioliti  per 
le  cotniniane  : « Ci  siamo  accorti  del  troppo  ardore  del  Dolce 
o di  qualch’  altro  in  aver  voluto  mutar  molte  voci,  che  si  pos- 
sono difendere  coll’autorità  di  Dante  e d’altri  ottimi  toscani 
scrittori,  a capriccio  : come  labbia  sing.  in  labbia  plur.,  reddito 
in  tornato,  bobolce  in  bifolce  ; come  pure  in  aver  dato  a qualche 
verso  altro  giro.  » Il  quale  ultinlo  non  fu  tanto  ardire  del 
Dolco  quanto  di  messer  Tizzone.  Oltre  a ciò  ebbe  il  Dolce  certi 
capricci  di  mutamenti  tutti  suoi,  ne’  quali  però  non  da  altri  fu 
seguito  che  dal  Sérmartelli:  per  es.,  alla  st.  xvi  del  lib.  I legge 
nbligate  vostra  alta  natura  in  vece  di  obliate  ; alla  cxxv  dove 
Venere  domanda  al  figliuolo  « Fai  tu  di  nuovo  in  Tiro 
mugghiar  Giove?*»  egli  mette  in  toro  mugghiar.  Più  no- 
tevole è la  correzione  alla  st.  vii  del  lib.  I,  dove  il  Poli- 
ziano, secondo  un’  antica  e poetica  tradizione  che  nelle  isole 
de’  beati  assegnava  la  più  bella  delle  eroine  al  più  forte  de- 
gli- eroi,  ' avea  scritto  : « E se  qua  su  la  fama  il  ver  rim- 
bomba Che  la  figlia  di  Leda,  o sacro  Achille,  Poi  che  il  corpo 
lasciasti  entro  la  tomba,  Ti  accenda  ancor  d’amorose  faville...» 
Quando  mai  s’è  detto  che  Achille  fosse  innamorato  di  Elena? 
(pensò  il  Dolce  che  avea  ridotto  Omero  in  poemi  d’ ottava  rima 
come  Dio  vuole):  Polissena  dovevate  dire,  messer  Angelo.  E 
l’ iustancabil  poligrafo  rifece  il  latino  al  traduttore  d’Omero 
al  poeta  dell’  A mbra  al  critico  delle  Miscellanee  in  questo  mo- 
do: « Che  d’  Ecuba  la  figlia,  o sacro  Achille.  » Fa  mera  viglia 
però  thè  abbiano  approvala  e ritenuta  nelle  loro  edizioni  la 
correzion  del  Dolce  uomini  dottissimi,  come  i Volpi  comen- 
tàtori  inesauribili  di  poeti  latini,  come  il  Strassi,  e,  sol  però 
nella  prima  edizione  delle  Stanze  da  lui  annotata,  il  Nannucci. 

1568.  Stanze  di....  fatte  per....  Nmvamente  ristampate  et 
corrette.  In  Fiorenza  appresso  Bartolommeo  Sermartelli.  In  8". 


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XCVI 


■ANGELO  POLIZIANO. 


Nella  lezioue,  come  notò  il  Gamba,  s’accosta  frequentemente 
all’  aldina  e più  ancora  alle  stampe  del  Dolce  : non  ha  di 
suo  che  qualche  varietà  insignificante.  Precede  alle  Stanze 
una  dedicatoria  dello  stampatore  che  riferiamo  • come  docu- 
mento storico. 

Al  molta  magnifico  M.  Bernardino  di  M.  Niccolò  de’  Medici 
signor  suo  osservandiss. 

Si  come  non  ha  dubbio  che  il  primo  il  quale  altamente  can- 
tasse in  stanze  o vero  ottava  rima  (la  quale  marniera  di  versi, 
come  eroici  toscani,  è oggi  sommamente  in  pregio)  fa  il  dot- 
tissimo messer  Angelo  da  Montepulciano,  il  quale  visse  ne’  fe-. 
licissimi  tempi  del  magnifico  e gran  Lorenzo  de1  Medici,  splen- 
do fe  non  pure  di  questa  nostta  patria  ma  di  tutta  l’Italia;  cosi 
è vero,  a giudizio  de’  migliori,  che  'le  dette  sue  Stanze,  fatte  per 
la  giostra  del  Mag.  Giuliano,  sono  e sempre  mai  saranno, 
fra  le  migliori  che  mai  siano  state  fatte,  annoverate.  Anzi  ardirò 
dire,  per  quello  che  ho  molte  volte  inteso,  che  fuori  quelle  del  dot- 
tissimo Lodovico  Martelli  e del  Bembo  (dicano  pure  che  loro 
piace  alcuni ) elleno  sono  sanza  contrasto  l»  migliori.  E se  ben 
pare  che  in  alcun  luogo  manchi  loro  un  non  so  che  di  grande 
e d’ osservanza  che  hanno  poi  ne  i loro  somiglianti  poemi  usata 
gli  altri,  ninno  se  ne  dee  maravigliare  ; quando  e verissimo  che 
pure  aff  ora  cominciarono -,  in  gran  parte  per  opera  e studio 
di  esso  Poliziano,  a rifiorire  e risorgere  nella  nostra  dolcissima 
e leggiadrissima  lingua  le  poesie  toscane,  state  infino  allora, 
per  poca  cura  de’  nostri  avoli,  per  ispazio  di  moltissimi  anni,  in 
poco  conto.  Non  è,  dico,  gran  fatto  che  abbiano  gli  altri  che 
sgno  stati  dopò  messer  Agnolo  alquanto  meglio  le  loro  cosi  fatte 
rime  arricchite  & ornate;  essendo,  come  si  dice  in  proverbio, 
assai  facile  aggiugnere  alle  cose  da- altri  state  trovate.  Ma  la- 
sciando oggimaUdi  fare  intorno  a ciò  più  lungo  discorso;  avendo 
io  ristampate  le  dette  Stanze,  per  compiacere  a molti  che  amano 
di  averle  da  i volumi  dell’  altre  separate;  ho  pensato,  ragionan- 
dosi in  esse  dei  fatti  egregi  de  gli  antichi  eroi  della  vostra  il- 
lustrisi. famiglia,  ch’elle  vadano  questa  volta  fuori  sotto  il 
nome  vostro.  Perciocché,  se  bene  elle  non  sono  cosa  nuova,  elle 
sono  tuttavia  si  fatte,  che  sempre  come  e nuove  e dottissime 


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ANGELO  POLIZIANO. 


XCVII 


deono  essere  dagli  studiosi  delle  cose  toscane,  come  voi  siete,  e 
vedute  e ricevute  volentieri. 

Di  Firenze,  il  dì  primo  d’agosto  MDLXVIII. 

Di  V.  molto  magnifica  Signoria  ser. 

Bartolomeo  Sermartelli. 

1577 Ristampate  dallo  stesso  tipografe  e 

nello  stesso  formato,  col  registro  A-Dii.  Fu  creduta  dal  Volpi 
l’ ultima  edizione  delle  Stanze  innanzi  alla  prima  cominiana. 
Ma,  le  abbiamo,  e non  avvertite  da  bibliografi, 

1612 Nuovamente  stampate  e ricorrette.  In  Fi- 

renze, nella  stamperia  Sermartelli,  MDCXII.  In  8'.  Precede  una 
dedica  così  fatta  : 

Al  moli’  illustre  sig.  cavaliere  Pierfrancesco  Castelli 
signor  mio  osservandissimo. 

La  gioventù  fiorentina  à sempre  tenuto  in  gran  pregio  le  poe- 
sie di  messere  Agnolo  Poliziano  e particolarmente  le  Stanze  che 
egli,  compose  per  la  giostra,  del  magnifico  Giuliano  de’ Medici; 
perchè  sino  a quel  tempo  non  si  erano  vedute  ottavi  rime  che 
tanto  calessino  come  queste.  Ora,  dovendosi  elleno  ristampare 
nella  nostra  stamperia,  dove  moli  anni  sono  furono  due  altre 
volte  stampate,  ò pregato  mio  padre  che  si  contenti  che  le  por- 
tino in  fronte  il  nome  di  V.  S.  moli  illustre.  E questo  ò fatto 
per  mostrargli  segno  se  ben  piccolo  dell’  affezzione  eh’  io  gli  porto 
e del  desiderio  che  ù di  servirla  come  è mio  debito  ; sì  come  an- 
cora spero  con  maggiore  occasione  sodisfarmi,  se  il  signore  Dio 
mi  concederà  vita.  Vostra  Signoria  gradisca  V affetto  e mi  tenga 
nella  sua  grazia. 

Di  Firenze,  li  13  di  maggio  1617. 

Di  V.  S.  Molto  III. 

Cugino  e Servitoir 

• Bartolomeo  Sermartelli.  ■ 

« 1617 Firenze.  In  8*.  È ristampa  dell’antecedente. 

1653.  La  historia  di  Orfeo.  Trevigi.  In  4°  ; di  4 cc.  a 2 coj.; 
con  fig.  al  frontespizio  [llatines],  • 


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XCVIIt  . 


ANGELO  POLIZIANO. 


Terza  Età. 

Alla  terza  età,  che  si  può  denominare  cominiana,  appar- 
tengono le  edizioni  delle  Stanze  e dell*  Orfeo  uscite  dal  1728 
in  poi.  Le  note  particolari  alle  edd.  di  questa  età  sono,  che 
nelle  Stanze  è conservata  dal  più  al  meno  la  lezione  del  testo 
aldino,  nell’  Orfeo  si  seguitano  i testi  antichi  fino  al  1777  e 
indi  in  poi-  prevale  il  nuovo  testo  dell’  Affò  ; si  comincia  ad 
aggiungere  alle  due  opere  maggiori  alcune  rime,  e dal  1812 
in  poi  si  raccolgono  tutte  o quasi  tutte.  Ma  delle  rime  non 
dobbiamo  in  questo  capitolo  intrattenerci. 

1728.  L’  elegantissime  | Stanze  . .• ridotte  ora 

col  riscontro  di  varie  antiche  edizioni  alla  loro  vera  lezione,  e ac- 
cresciute di  una  canzone  e di  varie  notizie.  In  Padova,  presso 
Giuseppe  Cornino.  In  8’.  L’ediz.  è curata  dai  fratèlli  Volpi; 
che  seguirono  il  testo  aldino  e quel  del  Dolce  1570,  e dis-‘ 
sero  d’ aver  avuto  sotto  occhio  anche  una  stampa  fiorentina 
del  1513,  ma  non  vi  ricorsero  mai  o quasi  mai  : e fu  citata 
dagli  Accademici  della  Crusca. 

1747.  . . . .’ . colla  vita  del  Poliziano  scritta  dal  sig. 
Abate  Pierantonio  Serassi.  In  Bergamo,  appresso  Pietro  Lan- 
cellotti.  Ediz.  magnifica  in  4°  gr.,  in  grosso  e nitido  carattere 
j Volpi].  Il  testo  non  è che  ristampato  dall’antecedente:  alle 
Stanze  va  aggiunta  la  Ninfa  Tiberina  del  Molza. 

1749.  Orfeo  | Favola  di  messe»  | A.  P.  \ diligentemente 
corretta  \ e ridotta  alla  sua  vera  lezione.  Sta  in  fin*  di  II  Ci- 
clope d’ Euripide  nuovamente  tradotto  e illustrato,  pubbli- 
cato in  Padova,  appresso  Giuseppe  Cornino ; in-8°. 

La  Favola  | di  | Orfeo  composta  da  m.  | A.  P.  | e ridotta 
ora  per  la  prima  volta  alla  sua  vera  e sincera  lesione.  In  Pa- 
dova. Appresso  Giuseppe  Cornino.  In-8”,  di  pagg.  24.  E la 
stessa  già  pubblicata  in  fine  del  Ciclope ; se  non  che  qui 
precede  un  avviso  dello  stampatore  e una  testimonianza  del 
Menckenio  intorno  all’  Orfeo.  Nell’  avviso  si  dice  che  la  edi- 
zione è stata  tolta  dalla  fiorentina  del  1513  a stanza  di  ser 
Piero  Pacini  da  Pescia,  « ....  in  virtù  di  cui  si  restituirono 
parecchi  versi,  si  emendarono  più  e più  errori....,  si  “adot- 
tarono varii  antichi  vocaboli  e maniere  di  dire  che  allora 


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ANGELO  POLIZIANO. 


XCIX 


da’  migliori  autori  si  usavano,  si.  sono  sbenditi  però  gli  ac- 
cozzamenti latini  delle  et,  et,  mp  ec.(  come  pure  Y el  perii; 
la  terminazione  in  e del  -plural  femminino  (e.  g.  dolce  pa- 
role...) » Il  lìatiries  avverte:  « In  quest’anno  medesimo  si 
fecero  due  edd.  della  Favola  d’ Orfeo,  con  lo  stesso  numero' 
ili  pagine  ciascheduna  ; e si  discernono  da  questo,  che  una 
è segnata  solo  .della  lettera  A,  dove  .1’  altra  di  A e 15. 
Di  questa  ediz.  ne  fu  tirata  una  copia  in  pergamena,  pos- 
seduta ora  dal  march.  Trivqlzio  a Milano,  e degli  esemplari 
in  carta  turchina,  in  carta  fine  e in  carta  romana  grande.  » 
1751.  L’  elegantissime  | Stanze Ridotte  ora  cqI  riscon- 

tro di  carie  antiche  editami  alla  loro  vera  licione  e accresciute 
d’  una  canzone  e di  varie  notizie.  Edizione  II  padovana  ad  cre- 
nata delti  vita  dell’  autore  scritta  dall’  ah.  - 1J.  14.  Serqssi.  Pa- 
dova, appresso  Giuseppe  Cornino.  In-4"  Le  varianti  sono  tratte 
dalla  stampa  fior,  del  1513  (gli  edd.  avvertono  .da  quella 
appariranno  le  Stanze  tali  e quali  uscirono  dalla  penna  del 
Poliziano.  » ()  allora  perphè  non  ristamparle  così  a dirit- 
tura?) e dalla  sermartelliana  del  1577.  La  canz.  è Monti 
valli  antri  colli  già  pubbl.  dal  Creschnbeni  nell’  Ist.  della  vol- 
par poesia  : v’  è la  stanza  dell’  eco  e la  canzònetta  ; v’  è l’ epi- 
tafìo  latino  del  Pellenegri;  e v’è  V Orfeo,  come  fu  stampato 
dallo  stesso  Cornino  nel  1749.  Segue  alla  Vita  un  catalogo 
delle  varie  edizioni  delle  Stanze  già  raccolto  da  A.  Zeno  ed 
ora  accresciuto  dal  Volpi.  Di  questa  edizione  furono  fatte  due 
ristampe  dai  Remondini.  Venezia,  1761,  8 ’ Razzano,  1821,8". 

1753.  Stanze  ....  In  Stanze  di  M.  Agnolo  Poliziano,  di  M.  Pie- 
tro Bembo,  e di  M.  Luigi  Tansillo,  riviste  e corrette  sopra  v arii 
antichi  testi  a penna  ed  alla  loro  vera  lezione  ridotte  da  un  acca- 
demico della  Crusca.  In  Fiorenza.  Iu-8°  Può  darsi  che  l’editore 
cruscante  abbia  rivedute  su  vari  testi  a penna  le  stanze  del 
Bembo  e del  Tansillo  : certo,  quanto  a quelle  del  Poliziano, 
si  attenne  strettissimamente  alla  lezione  del  Dolce  e del  Ser- 
martelli.  . * 

1765.  L’  elegantissime  — Stanze  — ....  colli  giunta  dcl- 
l’ Orfeo  e di  altre  cose  volgari  del  medesimo  autore  non  più  stam- 
pate. Padova,  Cornino.  In-8'.  Tutto  a cura  del  Serassi.  Dopo 
una  dedicatoria  dell’  autore  viene  la  Vita  già  dal  Serassi  det- 
tata e ora  nuovamente  accresciuta  e illustrata;  vi  sono  i so- 


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c 


AGGELO  POLIZtVNO. 


liti  testimonii,  il  catalogo  e le  varianti  del  poema  come  nel- 
l'edìz.  del  1751.  V’è  la  favola  dell’  Orfeo,  ridotta  ora  vera- 
mente la  prima  volta  alla  sua  sincera  lezione  secondo  il  cod. 
chigiaiió  2333.  Delle  altre  poesie  volgari  parleremo  altrove. 

1769.  Stanze In  1 {accolta  di  Stanze  dei  migliori  italiani 

poeti.  Verona,  P.  A.  Berno.  In-8". 

1766.  L’Orfeo  | tragedia.  | ....  tratta  ger  la  prima  volta  da 
due  retasti  dodici  ed  alla  sua  integrità  e perfezione  ridotta  ed  il- 
lustrata dal  R.  P.  Ireneo  Affò,  e data  in  luce  dal  P.  Luigi  An- 
tonio di  Ravenna.  In  Venezia,  appresso  Giovanni  Vitto.  « In-4°  : 
di  VI-96  pagine,  più  una  carta  per  l’errata.  Eccellente  ediz*. 
adottata  dai  moderni  edd.  : è accompagnata  da  varianti  tratte 
da  due  codd.,  uno  della  bibliot.  del  Convento  di  Santo  Spirito 
in  Reggio,  e l’altro  posseduto  da  Buonafede  Vitali -di  Bus- 
seto.  In  fine  vi  ha  delle  Osservazioni  -del  p.  Affò  sulla  Favola 
di  Orfeo,  r [Batines.]  • • 

1782.  Stanze  ....  In  Poesie  di  diversi  autori.  Londra.  Si 
rende  in  Livorno  presso  Gio.  Tommaso  Masi  e C.  In-8’ 

1785 ■ in  Poemetti  del  secolo  XF-XVJ,  Venezia,  Anto- 

nio Zatta  [t.  X del  Parnàso  italiano  raccolto  dal  Rubbi].  In-8’ 
1792.  Le  | Stanze  | ....  di  nuovo  pubblicate.  Parma,  Nel 
Regai  Palazzo,  do’  tipi  bodoniani.  Splendida  edizione,  in-4" 
e in  8’  reale,  di  c.  xix-60:  del  primo  formato  furono  ti- 
rati 162  esempi.,  dodici  dei  quali  in  carta  velina  e qual- 
cuno in  caratteri  maggiori;  nel  formato  in-8  uno  ne  fu  ti- 
rato in  drappo  argentino  per  la  Raccolta  Poggiali,  che  trovasi 
ora  nella  Palatina  di  Firenze.  Precede  una  dedica  del  Bodoni 
al  conte  Cesare  Ventura  e la  lettera  di  Alessandro  Sartio. 

1794.  Stanze riscontrate  di  nuovo  co’  testi  migliori  e 

diligentemente  rivedute.  Firenze,  Nella  Stamperia  Granducale. 
In  4'  gr.  Magnifica  ediz.  che  in  generale  seguita  la  lezione  di 
Aldo  e in  alcuni  pochissimi  luoghi  quella  delle  vecchie  stampe. 

1797i ....  Parma,  Bodoni.  In-8'  gr.  Terza  ristampa  bodo- 
niana, della  quale  furono  tirati  due  esemplari  in  seta  ed  uno 
in  pergamena  pel  duca  d’Abrantes. 

1797 Venezia,  Carlo  Palese.  In-8”.  Edizione  di  lusso 

per  nozze.  . * 

1797.  ...'.-111  Poemetti  Italiani,  Dada  Società  letteraria  di 
Torino  ; t.  I.  In-8'. 


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ANGELO  POLIZIANO.  CI 

1801 [con  1'  Orfeo  ed  altre  rime]  in  Poesie  del  Magni- 

fico Lorenzo  de1  Medici  e di  altri  suoi  amici  e contemporanei. 
Londra,  Nord  ini  e Dulau.  In-8'. 

1804  Poma,  Caetani.  In-8‘1.  « Rara  ed  eccellente  edi- 

zione fatta  sopra  un  cod.  chigiano  [2333]  per  le  cure  di 
varie  valenti  persone  e per  quelle  singolarmente  del  dottis- 
simo conte  Luigi  Biondi  » [Betti].  Contiene  le  Stanze  e la 
canzone  Monti,  valli  ec. 

1805  Firenze,  Molini,  Laudi  e C.n  In  foL  [unitamente 

all’  Aminta  del  Tasso,  1804],  con  ritratto  inciso  in  rame  da 
Pietro  Bettelini  sopra  un  disegno  di  P.  Krmini.  Precede  una 
dedica  al  march.  L.  Giraldi  della  Pietra  e una  Vita  del- 
l’ autore. 

1806  Pisa,  Società  tipografica.  E la  stessa  edizione 

in  fol.,  mutata  solo  la  data.  Il  Gamba  dice  che  fu  tirata  a 
250  esempi.,  de’  quali  uno  in  pergamena. 

1806  Prescia,  Niccolò  Lettoni.  In-4". 

1808.  Le  | Stanze  | k | l’  Orfeo  | ed  altre  poesie. 
Milano , Dalla  Società  tipografica  de’  Classici  Italiani.  In-8’; 
con  ritratto  in  legno.  Per  le  Stanze  si  seguitarono  le  edd. 
cominiane,  per  l’ Orfeo  quella  dellM^'ò  di  cui  si  ristampa- 
rono anche  tutte  le  osservazioni:  delle  altre  poesie  vedremo 
altrove.  Precede  la  Vita  scritta  dal  Serassi. 

1810.  Stanze....  Verona , in  12°.  [Catal.  Vili  del  sig.  Carlo 
llainazzotti  libraio  in  Bologna,  1862]. 

1812 illustrate  per  la  prima  volta  con  note  dell’abate 

Vincenzo  Nannucci  del  Collegio  eugeniano  di  Firenze.  Firen- 
ze, Nella  Stamperia  di  Giuseppe  Magheri  e figli.  In-8\  Il  testo 
seguita  le  edd.  cominiane.  Diffuse  sono  le  note,  su  ’l  fare 
dei  vecchi  eruditi  fiorentini,  Salvini,  Biscioni,  Murrini.  Pre- 
cede al  poema  una  narrazione  tratta  dui  Poscoe  e la  Vita  del 
Serassi,  e a questa  un  avviso  ai  leggitori  nel  quale  il  celebre 
filologo  ancor  giovinetto  mostra  aver  già  de’ nemici  e una 
gran  voglia  di  combatterli.  V’  è anche  una  dedica. 

1814.  Rime....  con  illustrazioni  dell’  ab.  Vinc.  Nannucci  e di 
Luigi  Ciampolini.  Firenze,  presso  Niccolò  Carli.  Due  voi.  in 
picc.  8”,  con  ritratto  inciso  in  rame  alla  punta  dal  Verico  di  su 
la  pittura  di  Cristofano  dell’Altissimo.  S’impressero  esemplari 
in  carta  velina  e due  in  carta  turchina.  II  Brunet  aggiunge: 

i'OLlZUSO.  g 


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cu 


ANGELO  POLIZIANO. 


« Ou  en  cite  un'autre  de  Florence,  1816,  2 voi,  en  16',  avec  les 
poésies  inédites  qui  forment  le  2’  voi.  » Non  esiste,  credo  io;  o 
se  sì,  è una  ripetizione  della  presente.  Nel  primo  voi.  sono  le 
Stanze  secondo  i testi  cominiani,  con  innanzi  una  vita  del  Po- 
liziano novamente  compilata  dal  Ciampolini,  non  che  una  pre- 
fazione su  ’l  tempo  della  giostra  e la  narrazione  tolta  dal 
lloscoe  ; quindi  l’ Orfeo  secondo  la  lezione  dell’  Affò  con  una 
breve  prefazione  rifatta  su  quella  del  dotto  Parmigiano.  Alle 
Stanze  e all’  Orfeo  seguitano  le  note  del  Nannucci  ; per  que- 
sto compilate  ora  la  prima  volta,  riviste  e corrette  per  quelle. 
Delle  Rime  propriamente  dette  contenute  nel  II  voi.  parle- 
remo altrove. 

1819.  Opere  volgari....  contenenti  le  elegantissime  Stanze, 
alcune  rime  e l’ Orfeo  colle  illustrazioni  dell’ Affò.  Venezia,  Vita- 
reUi.  Tomi  2 in  un  voi.  in  18',  con  ritratto  in  acciaio.  Alle 
Stanze  precede  la  vita  del  Serassi:  per  1’  Orfeo  fu  ristampata 
fedelmente  1’  edizione  dell’  Affò  1766  con  tutte  le  illustrazioni. 

1820.  Stanze....  [con  1’  Orfeo  e le  altre  rime]  Pisa,  Seba- 
stiano Nistri.  In  12  ',  con  ritratto  in  legno.  Seguita  la  fioren- 
tina del  14:  aggiunge  la  Vita  del  Serassi  e la  Ninfa  Tiberina 
del  Molza. 

1822.  Rime....  Seconda  edizione.  Firenze,  Marchini.  In  8’, 
con  ritratto  inciso  dal  Giarrè  su  la  pittura  dell’  Altissimo.  E 
una  ristampa,  con  qualche  emendazione  sol  nelle  Rime  pro- 
priamente dette,  della  fiorentina  1814. 

1824.  Le  Stanze  | e | l’  Orfeo  | ed  altre  poesie.... 
Edizione  stereotipa.  Cremona,  De  Micheli  e Bellini.  In  8 '.  Ri- 
stampa della  ediz.  milanese  de’  Classici  1808. 

1825.  Poesie  italiane....  Prima  edizione  corretta  e ridotta  a 
buona  lezione.  Milano,  Silvestri,  1825.  In  8',  con  ritratto  in  legno. 
Furon  tirate  12  copie  in  carta  velina,  2 in  c.  turchina  di  Par- 
ma, una  in  pergamena  che  il  Gamba  vide  presso  il  marchese 
Fagnani  in  Milano.  Per  le  Stanze,  seguiti  i testi  cominiani,  ec- 
cetto in  pochi  luoghi,  ove  parve  al  nuovo  editore  che  i Volpi 
non  avessero  fatto  uso  di  tutta  la  loro  sagacità,  furono  ri- 
stampate anche  le  varianti  dai  Volpi  raccolte  ; per  l’ Orfeo 
fu  accettata  la  lezione  dell’  Affò,  pur  ristampando  in  fine  le 
varie  lezioni,  salvo  alcune  poche  rimesse  nel  testo  di  su  la 
cominiana  del  1749.  Precede  alle  Stanze  la  Vita  del  Serassi,  al- 


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ANGELO  POLIZIANO.  CUI 

Y Orfeo  la  prefazione  tolta  dalla  ediz.  fior,  del  1814.  Ma  il  Betti 
1'  anno  di  poi  mostrò  nel  Giornale  arcadico  che  nè  pur  questa 
edizione  e nè  pur  nel  solo  testo  delle  Stanze  potea  dirsi  per- 
fetta; mostrò  Tutile  che  un  futuro  editore  avria  potuto  trarre 
dalla  romana  del  1804,  e pubblicò  assai  belle  varianti  dal  co- 
dice oliveriano.  Delle  quali  si  valsero  in  gran  parte  gli  edi- 
tori delle 

1826.  Stanze  | e l’  0iifeo....  Milano,  Tipografia  de?  Classici 
italiani.  In  18’;  con  una  scelta  delle  rime  e il  ritratto. 

Con  la  quale  stampa  può  chiudersi  il  catalogo  delle  edd. 
dei  due  poemi  di  A.  Poliziano  ; non  essendo  che  riproduzioni 
dal  più  al  meno  corrette  e di  niuna  fama  le  successive  ri- 
stampe. A pena  meritano  di  esser  ricordate  le  Stanze  e le  Mime 
che  fanno  parte  delle  Poesie  liriche  italiane  dal  I sec.  fino 
al  1700,  in  4"  [Firenze,  Borghi,  1836;  e Le  Monnier,  1838],  e 
dei  Lirici  del  III  secolo,  in  4"  e in  16°  [Venezia,  Antonelli,  1844 
e 1846],  scelte  in  questi  secondo  la  ediz.  Molinari,  intiere  in 
quelle  secondo  la  ediz.  del  1814  e del  22. 

« Ma  fra  tanto  studio  che  intorno  vi  hanno  posto  i mi- 
gliori nostri,  fra  tante  cure  di  tipografi  eziandio  diligentis- 
simi, è poi  vero  che  le  Stanze  del  Poliziano  vadano  affatto 
scevre  da  errore?  Io  non  vorrei  che  mi  facessero  reo  di 
presunzione  confessando  sinceramente  che  a me  non  pare.  » 
Questa  dubitazione  del  chiariss.  Betti  per  la  disamina  dei 
vàri  testi  da  me  fatta  parmi  avvalorata  e levata  al  grado 
di  certezza.  Che  se  il  Betti  aggiunge  « Chi  dopo  la  morte 
del  poeta  abbia  francamente  osato  por  mano  nelle  elegan- 
tissime Stanze , noi  so  ; 1 » anche  qui  la  risposta  è in  pronto  : 
il  corruttore  fu  mess.  Tizzone  Gaietano  da  Poti.  Chiarito 
dunque  come  messer  Tizzone  avesse  nel  1526  corrotto  la 
lezione  genuina  del  Poliziano,  e come  le  più  accreditate 
edizioni  dall’  aldina  in.  poi  non  sieno  che  una  vergognosa 
riproduzione  dei  concieri  del  Tizzone  con  altri  di  giunta; 
chiarito  come  le  stampe  anteriori  al  1526  concordano  mi- 
rabilmente ai  due  codici  riccardiani,  e con  questi  concorda 
quasi  sempre  e nei  luoghi  di  maggior  rilievo  il  cod. 
elogiano  2333  riprodotto  nella  stampa  romana  del  1804  e 


* S.  Beiti,  Giornale  arcadico,  XIX,  I.  c. 


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Gl  V 


ANGELO  POLIZIANO. 


T oliveriano  le  cui  principali  varianti  furon  pubblicate  dal 
Betti  nel  Saggiatore  e nell’  Arcadico  ; chiarito  tutto  questo, 
non  v’  era  più  dubbio  del  modo  da  tenere  in  una  nuova 
edizione  delle  Stanze.  E fu  ; prendere  a fondamento  i codd. 
fiorentini  e le  stampe  anteriori  al  1526,  la  ediz  romana 
del  1804  e le  lezioni  oliveriane  ; riportare  in  nota  le  poche 
discordanze  di  questi  testi  fra  loro,  e le  molte  e arbitrarie 
e turpi  della  lezione  corrotta  e comunemente  accettata.  Per 
T Orfeo  poi;  sebbene  ci  aggradisse  e per  l’ antichità  dei  mss. 
ci  paresse  autorevole  assai  la  nuova  lezione  in  cui  lo  dette 
il  p.  Affò  nel  1776  ; pure  non  potevamo  tenere  1’  opinione  di 
lui  esser  quello  il  solo  legittimo  Orfeo  qual  fu  dal  suo  autore 
composto.  Onde  ristampammo  e il  primo  Orfeo  quale  dal 
cod.  chigiano  lo  ripubblicò  nella  cominiana  del  1765  il  Se- 
rassi,  aggiungendo  in  nota  le  varianti  delle  vecchie  stampe 
e del  cod.  ricc.  2723;  e il  secondo  quale  fu  dato  dall’ Affò, 
con  le  varianti  de’  due  codd.  reggiani  da  lui  riportate,  omet- 
tendo le  altre  dell’ ediz.  comin.  e della  Arecchia  lezione  già  da 
noi  riprodotta  poche  pagine  innanzi.  Ma  ristampammo  e la 
prefazione  e le  osservazioni  del  dotto  parmigiano  ; inserendo 
nelle  note  a piè  di  pagina  quelle  che  toccano  lo  stile  e l’ in- 
terno congegnamento  della  favola,  lasciando  in  fine  e da  sè 
le  più  lunghe  e di  più  larga  e varia  erudizione.  E all’  Orfeo 
e alle  Stanze  sottoponemmo  il  comentario  onde  Vincenzo  Nan- 
nucci  adornava  queste  nel  1812  e quello  nel  1814.  L’ edizioni 
di  codesti  due  anni  tenemmo  innanzi  ambedue  pel  comenta- 
rio alle  Stanze,  giovandoci  specialmente  della  prima  di  cui 
possediamo  un  esemplare  con  qualche  postilla  e aggiunta  di 
mano  del  comentatore.  Sfrondammo  un  poco,  della  dicitura 
più  che  dei  confronti  e delle  citazioni:  i passi  greci  voltammo 
in  fedelissima  prosa  italiana:  qualcosa  anche  correggemmo, 
non  per  presunzione  di  maggior  dottrina,  ma  ove  la  critica 
dei  testi  o altra  simil  ragione  lo  esigeva;  e qualcosa  aggiun- 
gemmo dal  Fornaciari1  dal  Betti*  e da  altri,  e,  distinguendo 
sempre  con  asterisco,  anche  del  nostro.  Qui  i filologi  e i cri- 
tici alla  moda,  che  i lunghi  comentari  disprezzano,  avran  ca- 


' Annotazioni  agli  Esempi  di  bello  scrivere  in  poesia. 
i Cit.  memoria  nell’  ^rcarfi'ro. 


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ANGELO  POLIZIANO. 


CV 


gione  di  ridere  alle  nostre  spalle  : ma  noi,  pure  ammirando  e 
venerando  i critici  e i filologi  e la  moda  quanto  meritano, 
oseremo  umilmente  osservare,  che,  se  il  signor  Sainte-Beuve 
desiderava  pel  moderno  Andrea  Chénier  un  comentario  a 
liso  di  quei  del  Boissonade  intorno  ai  greci  ' e se  il  sig.  Becq 
de  Fouquières  ha  ultimamente  adempiuto  i voti  del  critico  il- 
lustre,1 dovrebbe  a me  perdonarsi  lo  aver  ristampato  e ac- 
cresciuto un  comentario  alle  Stanze  del  Poliziano,  padre 
del  rinascimento  e della  poesia  d'imitazione.  E quf  il  nome 
di  Chénier  mi  fa  tornare  a mente  quei  suoi  versi  elegan- 
tissimi : 

• Ami,  Plioelius  aitisi  me  verse  scs  largcsses. 

Sou veti  1 «Ics  vieti*  auteurs  j'envaliis  les  ricliesses. 

Plus  souveitt  Ictirs  éeriis,  aigtiillons  géncreux, 

M'cmbrusent  ile  leu r (Limine,  et  jc  eròe  uvee  eux. 

Un  juge  sourcillcux,  òpimil  mes  ouvrages, 

Toni  il  eoup  à griuids  cris  tlénoiiec  viugt  passages 
Trailuils  tic  tri  aulctir  qu'il  nomine;  et  Ics  trouvaut 
Il  s'admire  et  se  piali  ile  se  voir  si  savnnt. 

Qtie  ne  vient-il  vers  inni  ? Jc  lui  Terni  connaitrc 
Mille  tle  mes  lurcins  qu'il  ignare  peul-èlre. 

Moli  tloigt  sur  moli  manleau  lui  dévoile  n l’instant 

La  couture  in  visitile  et  qui  va  serpentoni 

Pour  jointlrc  à moli  étolTc  uuc  pourpre  élrangòre. 

Je  luì  muntrerai  l'art  ignorò  tlu  vulgaire 
De  sòparcr  mix  yeux,  en  sui  vani  leur  lieti, 

Tous  ccs  nictaux  unis  doni  j'ui  formò  le  mieli.1  • 

Quel  che  Chénier  verso  il  suo  critico,  potrebbe  il  Poliziano 
adoperare  verso  i suoi  cementatori  : da’ quali  anche  per  ciò 
niuno  deve  aspettarsi  e ripromettersi  ani  lavoro  intiero  per- 
fetto rispondente  a tutte  le  voglie.  Del  resto  l’ opera  del 
Xannucci  si  raccomanda  da  sé  : io  per  la  parte  mia  ho  fatto 
quel  meglio  che  m’ è concesso. 


1 Vedasi  il  Sainte-Deiive,  Pnrlrnili 
litlcrnires,  Paris,  Garnier,  1862; 
tomo  I. 

1 Nella  cJilion  criltqvc  delle  l’nt- 


tiet  rie  Andre  Chénier,  Paris,  Oliar* 
pcntier,  t862. 

* A.  Chénier,  É/iilre  IV,  ò Le 
Druii:  cit.  edix.  pag.  31  à. 


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evi 


ANGELO  POLIZIANO. 


iy. 

Rine  varie. — Rispetti  continuati  e spicciolati. — Ballate. 


Che  il  Poliziano  riprendesse  e continuasse  nell’arte  la  tra- 
dizione del  Boccaccio,  ci  par  vero  anche  rispetto  alle  liriche. 
Le  quali  son  tutte  d’amore,  dovendosi  rifiutare  le  poche  rime 
ili  vario  argomento  col  nome  suo  pubblicate  e a pena  far 
conto  della  lauda  attribuitagli.  Ed  è l’ amore  naturale  e dei 
sensi  quello  cantato  e descritto  o vólto  in  burla  dal  poeta 
della  Giostra,  talvolta  con  l' accendimento  di  passione  che 
regna  nella  Fiammetta,  tale  altra  con  la  grazia  e la  inge- 
nuità del  Ninfale  e del  Decameron  ove  è comico,  ed  anche 
con  la  fine  ironia  e col  sarcasmo  del  Làberinto:  E qui  spe- 
cialmente torna  in  acconcio  il  paragone,  da  altri  già  fatto, 
del  nostro  poeta  con  Valerio  Catullo.  Al  quale  non  assomi- 
glia soltanto  « per  la  copia  di  leggiadre  immagini,  per  la  ele- 
ganza e purità  delle  forme  del  dife,  per  la  nativa  schiettezza 
dello  stile,1  » ma  più  ancora  per  questo.  Che  Valerio  Ca- 
tullo, mentre  con  Te  ti  e l'eleo  con  la  Chioma  di  Berenice  con 
1’  elegia  ad  Allio  derivando  la  poesia  greca  nella  lingua  ro- 
mana serbava  a questa  l’ ingenuità  propria  e gittava  l’ esa- 
metro nel  grande  stampo  di  Omero  non  nei  moduli  di  Ales- 
sandria che  piacquero  ai  poeti  più  culti  dell’  età  susseguente, 
rimaneva  a un  tempo  tutto  romano  negli  endecasillabi  ne- 
gli epigrammi  e forse  negli  epitalamii,  così  per  la  guisa  del 
sentire  e per  la  qualità  degli  scherzi  e dei  sali,  come  per 
lo  stile  e la  versificazione;  onde  il  numero  di  lui  parve  poi 
rotto  ed  aspro  a cui  s’ era  accostumato  con  Properzio  ed 
Ovidio,  e la  lirica  perdè  al  confronto  della  finissima  ma  un 
po’ trasmarina  eleganza  di  Orazio.  E il  Poliziano,  trapian- 
tando le  bellezze  greche  e latine  nella  Giostra  e nell’  Orfeo 
con  varietà  di  numero  che  fastidì  a chi  nacque  dopo  il 
Tasso  e con  la  lingua  del  tempo  suo  che  parve  mista  e li- 


' Bulinimi,  preti*,  a due  Cani,  a b.  di  A.  P.,  Firenze,  Barbèra,  1858. 


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ANGELO  POLIZIANO. 


cv;i 


cenciosa  dopo  le  teoriche  del  Bembo,  fu  poi  scrittore  tutto 
fiorentino  e di  popolo  nei  rispetti  e nelle  canzoni  a ballo, 
necessariamente  obliate  quando  la  popolarità  andò  nelle  let- 
tere perduta  e derisa. 

Tuttavia  anche  nelle  liriche  v’  ha  qualche  saggio  della 
prima  maniera  classica  delle  Stanze  e dell’  Orfeo.  Scrisse  il 
Ginguenè  ed  altri  con  lui  che  la  canzone  « Monti,  valli,  antri 
e colli  » sia  dopo  il  Petrarca  quella  poesia  italiana  che  meglio 
ne  rende  il  fare.1  E se  ciò  s’ ha  a intendere  della  versificazione 
e della  conformazione  esterna,  sta  bene.  Ma  per  la  sostanza 
quella  canzone  è già  un’  elegia,  ove  il  rapimento  dei  sensi  si 
esprime  con  più  arditi  colori  e con  men  profonde  ombreggia- 
ture che  il  Petrarca  non  soglia.  E vie  più  sempre  tiene  del 
l’elegia  l’altra  canzone  « Io  son  constretto...,  » anche  pel  me- 
tro; il  quale  con  le  varie  pòse  delle  strofe  di  quattro  versi  pur 
rientranti  1’  una  nell’  altra  e col  settenario  susseguente  mano 
mano  a due  endecasillabi  ha  quasi  P ondeggiante  andare,  del 
distico.  Che  se  in  luogo  della  gentil  tristezza  di  Tibullo  tro- 
verai in  queste  elegie  il  calore  e gli  ornamenti  di  Properzio 
e una  cotal  grazia  e facilità  tra  di  Catullo  e di  Ovidio;  a 
ogni  modo  le  giudicherai  superiori  alle  tante  in  terzetti  che 
furon  fatte  di  poi.  E ti  dorrai  che  il  poeta  non  ne  compo- 
nesse alcun’  altra  e col  mezzo  specialmente  delle  quartine 
intrecciate  non  facesse  al  volgar  nostro  apprender  qualcosa 
della  impareggiabile  delicatezza  che  è nella  elegia  latina 
su  le  viole,  la  quale  fatta  a concorrenza  co’  sonetti  del  Ma- 
gnifico su’l  medesimo  argomento,2  sebbene  l’autore  volesse 
qualificarla  non  altro  che  uno  scherzo  della  prima  adolescenza* 
mostra  di  qual  maniera  galanteria  e buon  gusto  regnassero 
nelle  sale  di  Firenze,  architettate  dal  Brunellesco  e da  Mi- 
chelozzo  e nella  lor  civile  semplicità  adorne  de’  più  bei  mo- 
numenti dell’  antica  e nuova  arte.  Chi  volesse  vederla  volga- 
rizzata, lasci  da  banda  il  corretto  e fedel  Perticari  co’ suoi 
versi  che  tengon  troppo  del  Monti,4  e la  cerchi  nell’ infanzia 
dello  sciolto  tra  le  rime  del  Firenzuola  traduttor  puro  ar- 


1 Ginguenè,  Ititi.  Hit.  d'il.,  pretn.  dell'  edix.  diamante  di  G.  Barbèra, 
pari,  eli.  XXII.  5 Polilianiis,  Epitl.  VII,  45. 

1 L.  de’ Mcd.,  son.  xivil  e ixxxm  * Perticari,  111,590-,  Lago,  1823 


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ovili 


ANGELO  POLIZIANO. 


moniosissimo  degno  del  Poliziano.'  A me  piace  che  i lettori, 
per  compimento  e illustrazione  alle  liriche  volgari,  la  leg- 
gano nell’  originale  : 

» Formosi»  o violi»,  Veneri»  niunusculii  nostra:, 

Dolce  qoibus  (unii  pignus  amori»  inest; 

Qua:  «os,  qua:  genuil  (cllus  ? quo  nectare  odora»  , 

Sparscruut  zepliyri  mollis  et  aura  cornasi 
Vos  ne  in  acidaliis  aluit  Venus  aurea  campis? 

Vos  ne  sub  idillio  pavit  Amor  neniorc? 
llis  ego  crediderim  citharas  ornare  corollis 
Permessi  in  roseo  margine  Pieridas. 

Hoc  flore  ambrosio»  incingitur  linea  capillos, 
line  legit  indocile»  Gralia  blanda  sinus;  * 

Hoc  Aurora  suae  ucci i t rcdimicula  fronti, 

Cuoi  roscum  verno  pandit  ab  axe  diem. 

Talibus  llesperidum  rutilant  violaria  geinmis, 

Floribus  bis  pictum  possidet  aura  uemus; 
llis  distincta  pii  ludunt  per  gramiim  mane»;. 

Kos  (ictus  verna:  Cliloridos  berba  parit. 

Feiiccs  niinium  viola:,  quas  carpserit  illa 
Dcxtera  quo:  miserimi  me  mi  li  i subripuit, 

Quas  rosei»  digitis  formoso  admovcril  ori 
llli  nude  in  me  spicula  lurquet  Amor. 

Forsilun  et  vobis  luce  illinc  gralia  venit: 

Tantus  lionor  domina:  spirai  ab  ore  incie. 

Aspice  lacteolo  blandi  tur  ut  illa  colore, 

Aspice  purpurcis  ut  rubet  luce  foliis. 

Ilic  color  est  domina:,  roseo  cuoi  dulco  pudore 
Pingit  lacteolas  purpura  grata  genas. 

Quam  dulcein  labris,  quam  late  spirai  odorein: 

En,  viola:,  in  vobis  ille  remansit  odor. 

0 fortunata:  viola,  niea  vita  ineumque 

Dclitiiim,  o animi  porlus  et  aura  mei.  * 

A vobis  saltein,  viola:,  grata  oscula  carpam, 

' Vos  avida  tangain  terque  qualerqiic  inalili. 

Vos  lachrymis  satiabo  ineis,  qusc  maestà  per  ora 
Perque  simun  vivi  (lumini»  instar  cunt. 

Combibite  bas  lucliryuius,  qua:  lenta:  paliula  (lamina: 

Sicvus  amor  nostris  exprimit  ex  oculis. 

Vivile  perpetuimi,  viola:;  ncc  solibus  icstas 
Nec  vos  mordaci  frigorc  carpai  liyems. 

Vivile  perpetuum,  miseri  solameli  anioris, 

0 viola:,  o nostro  grata  q u ics  animo. 

1 Firenzuola,  Ltegia  IV  ; Opere,  Le  Mounier,  IS48,  voi.  II. 


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ANGELO  POLIZIANO.  CIX 

Vos  crilis  incorni  srniper,  vos  sempcr  amnbo, 

Torquebor  pulcbra  tinnì  miser  n domina, 

Dunique  cupiilincic  cnrpcnt  mca  pcclora  flanmix, 

Diluì  nicoiiii  slabiint  et  iacbryinx  et  ^cinitus.*  • 

Tale  era  la  galanteria  delle  sale,  ove  la  elegia,  oltre  che 
dagli  uomini,  potea  essere  gustata  e rimeritata  di  sorrisi  e 
di  lodi  da  più  di  una  donna  ; perocché  fossero  i tempi  in 
cui  la  bellissima  giovinetta  Alessandra  Scala  declamava  l' An- 
tifone di  Sofocle  con  tal  sicurezza  di  pronunzia  e di  proso- 
dia e con  tanta  verità  che  i dotti  ascoltatoli  n’  erau  tutti 
rapiti,  e agli  encomi  del  Poliziano  in  distici  greci  ella  ri- 
sponde» respingendoli  umilmente  però  in  distici  greci.*  Ma 
non  sempre  era  così:  più  di  una  volta  le  delicature  greche  e 
latine  ponevausi  da  parte  : e il  Magnifico  in  persona  del  Val- 
lerà contadino  di  Mugello  cantava  la  Nencia,  e il  Pulci  gli 
tenea  riscontro  con  le  lodi  più  grossolane  della  Beai,  e il  Po- 
liziano levato  in  piedi  spicciolava  rispetti  su  le  bellezze  di 
madonna  Ippolita  Leoncina  da  Prato;  e poi  tutti  di  con- 
serva uscian  fuori,  e,  accompagnandosi  ad  artefici  e improv- 
visatori del  popolo  men  cólti  e più  vispi,  o vernano  a con- 
trasto di  strambotti  fra  loro,  o al  suono  della  viola  e del 
mandolino  andavano  nelle  sere  di  estate  cantando  le  varie 
fortune  e condizioni  dell'  amore  per  le  vie  di  Firenze  e in- 
tonando serenate  e dipartite  agli  usci  di  bellezze  meno  ac- 
concie  ed  altiere  ma  più  vistose  delle  gentildonne.  Cosi  Fi- 
renze anche  per  mezzo  della  corte  medicea  continuava  verso 
le  lettere  1’  officio  suo  tradizionale  ; che  fu  di  accordare  gli 
esempi  antichi  al  sentimento  moderno  e popolaresco.  Lo- 
renzo de’  Medici  poi,  ^principe  del  rinnovamento  e fondatore 
d'  una  dinastia,  del  ravvicinare  l’ arte  dei  palagi  a quella 
delle  vie  e delle  piazze  e de’  campi,  aveya,  oltre  il  gusto  suo 
di  poeta,  qualche  altra  ragione.  Per  casa  Medici,  cui  erano 
avversari  nati  gli  Acciaioli  i Pazzi  i Frescobaldi  i Sal- 
viati  i Soderini,  raccostarsi  alla  plebe  valea  rinfrescarsi  di 
forze  : ma  nelle  condizioni  del  tempo  il  ravvicinamento  non 
potea  nè  dovea  più  oramai  avere  sembianze,  politiche;  co- 


1 Poliliunus,  Epigr.  Uh.,  Pii.  cit. 

1 Poliliaitus,  Epigr.  gr<xc.  Uh.;  In  Alexandrium  poelriam,  cc. 


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ex 


ANGELO  POLIZIANO. 


testa  parte  era  stata  rappresentata  da  Silvestro  da  Vieri 
da  Giovanni  da  Cosimo.  Ora,  quel  che  gli  avi  suoi  con  l’istru- 
mento  della  democrazia,  Lorenzo  lo  fece  con  la  poesia  popo- 
lare: la  quale  egli  non  coltivò  nè  rialzò  per  solo  sentimento  di 
artista,  ma  per  averne  cagioni  e mezzi  di  mescolarsi  al  po- 
polo, e sotto  sembiante  di  eguaglianza  civile  guadagnarselo 
e padroneggiarlo  corrompendo,  e lusingandolo  nel  suo  debole, 
1'  amore  delle  feste,  divertirlo  più  sempre  dagli  antichi  in- 
stituti.  Quel  che  messer  Giovanni  cominciò  col  catasto,  com- 
piè il  magnifico  bisnipote  con  la  poesia  : fu  la  prima  volta 
e 1’  ultima,  credo,  che  catasto  e poesia  bì  trovasser  d’ ac- 
cordo; congiuravano  ambedue  alla  ruina  della  libertà. 

Desidero  che  quelli  fra  i miei  lettori  i quali  sono  usi  a 
riguardare  la  nostra  letteratura  sol  dall’  aspetto  classico 
(ed  è senza  dubbio  il  più  utile  a chi  vi  cerca  esempi  ed 
ammaestramenti  di  stile)  non  sospettino  a questo  punto  che 
il  mettere  in  campo  la  poesia  popolare  e rappresentare  il 
Poliziano  come  imitatore  del  popolo  sia  delle  solite  estima- 
zioni postume  e prestabilite  di  cui  giovasi  più  di  una  volta 
la  critica.  Oggi  è 1’  andazzo  della  letteratura  popolare  : e tu, 
per  seguitare  la  moda,  ci  rappresenti  imitatore  del  popolo  il 
Poliziano.  No.  Quando  abbiamo  il  fatto  dell’  apparizione  di 
una  forma  poetica  i cui  primi  cultori  letterati  professano 
chiaramente  di  imitare  la  maniera  popolare  (e  così  fanno  il 
Medici  e il  Pulci  nella  Nencia  e nella  Beco)  ; quando  in  tutti 
i rispetti  più  o meno  letterari  del  quattrocento  pur  noi 
troviamo  come  un  sistema  unico  di  linguaggio  figurato  e di 
forinole  e di  versificazione,  sistema  che  solo  ha  il  suo  riscon- 
tro nei  rispetti  cantati  tutto  giorno  nei  contadi  di  Toscana; 
è forza  inferirne  che  una  poesia  popolare  toscana  preesi- 
stesse al  Medici  al  Pulci  al  Poliziano  e che  essi  a quella 
attingessero;  perchè  altrimenti  bisognerebbe  supporre  che 
i rispetti  non  pur  del  Yaldarno  ma  delle  montaghe  di  Pistoia 
e del  Montamiata  siano  una  imitazione  della  Nencia  e della 
Beca , e che  i nostri  contadini  abbiano  letto  il  Poliziano  nelle 
edizioni  del  Ciampolini  e del  Silvestri  i quali  pubblicarono 
primi  la  maggior  parte  dei  rispetti  di  messer  Angelo.  Che 
il  popolo  accettasse  dalle  feste  religiose  delle  città  le  rap- 
presentazioni, che  qualche  storia  o leggenda  o poemetto 


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ANGELO  POLIZIANO. 


CXI 


accogliesse  tini  letterati,  s’ intende  ; c’  è di  mezzo  il  racconto, 
c’  è il  dramma.  Ma  che,  quando  il  Pulci  il  Medici  il  Poliziano 
cantavano  o leggevano  nelle  vie  o nelle  sale,  il  popolo  illet- 
terato delle  campagne  si  stringesse  loro  d’ intorno,  appren- 
desse il  fare  di  quei  canti,  e trasportati  di  poi  nelle  sue  valli 
gli  trasmettesse  di  generazione  in  generazione  ; è un  assurdo. 
E già,  che  questa  poesia  popolare  ci  fosse,  è ben  naturale  : 
nè  qui  è il  luogo  da  addur  le  cagioni  perchè  si  fermasse  ella 
particolarmente  su  argomenti  amorosi.  Ora  il  popolo  non  può 
dissertare  intorno  alla  passione  nè  minutamente  analizzarla  : 
egli  nota  i fenomeni  più  rilevanti,  gli  significa  con  un  sospiro 
con  un  saluto  con  una  imagine,  e basta:  dunque  non  era  da  lui 
la  canzone.  E nè  pure  posso  qui  ricercare  qual  fosse  la  forma 
della  poesia  popolare  nel  trecento  od  innanzi.  Il  fatto  è che,  a 
pena  trovata  l’ ottava  rima  e diffusa  coi  primi  poemi  romanze- 
schi con  le  prime  leggende  e rappresentazioni,  il  popolo  se 
ne  impadronì.  Era  il  metro  che  gli  abbisognava,  come  quello 
che  per  dovizia  di  suoni  e di  rime  più  risponde  alla  colori- 
trice e armoniosa  fantasia  italiana  e che  nelle  tre  muta- 
zioni rappresentava  la  ballata  e nella  volta  ultima  il  madri- 
gale; il  metro  che  può  bene  formare  da  sè  solo  un  compo- 
nimento, e ricevere  un’  imagine  nel  suo  intiero  splendore,  e 
rendere  in  tutto  il  suo  vigore  la  significazione  d’  un  senti- 
mento unico  e complesso.  Così  avvenne  che  la  poesia  popo- 
lare amatoria  nel  quattrocento  prendesse  le  sue  forme  de- 
terminate; forma  generale,  il  rispetto;  particolare,  lo  stram- 
botto ; ambedue  di  ottava  rima,  e sol  di  tanto  diverse  quanto 
eran  diversi  i concetti  che  se  ne  vestivano.  Dello  strambotto 
il  nome  e 1’  uso  è più  antico,  poiché  fin  re  Manfredi  « la  notte 
esceva  per  Barletta  cantando  strambotti  e canzuui,  che  iva 
pigliando  lo  frisco,  e con  isso  ivano  due  musici  siciliani 
eh’ erano  gran  romanzatori: 1 » del  rispetto  trovasi  il  nome 
solo  nelle  scritture  del  secolo  XV  che  ne  attestano  pur  1’  uso 
popolare;  nel  Pulci  « Ove  son  ora  i balli  e i gran  conviti, 
Ove  son  ora  i romanzi  e i rispetti?*  » e nella  Rappresenta- 
zione di  un  monaco  « dica  così,  cantando  come  i rispetti.*  » Il 


* M.  Spinello,  in  Script,  rer.  it.,  v.  VII.  * In  Palermi»,  Illustra:.  Cotl<l. 

* Pulci,  A largante,  XIX,  28.  l'ala  tini.  II,  3l(>. 


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CUI 


ANGELO  POLIZIANO. 


Varchi  senza  più  rassegna  l'uno  e l’ altro  fra  i componimenti  ple- 
bei.' Ma  lo  strambotto  antico,  che  ottava  certo  non  era,  dovca 
essere  qualcosa  d’eterogeneo  e d’anormale  dalle  forme  metri- 
che: della  qual  confusione  è forse  ricordo  la  denominazione  di 
strambotto  nel  canzoniere  dell’ Aquilano  data  in  comune  agli 
strambotti  propriamente  detti  e alle  barzellette,  e un  indizio  è il 
trasferimento  del  vocabolo  nella  lingua  spagnola  [estramboté]  a 
significare  quel  che  si  aggiunge  fuor  delle  leggi  di  convenzione 
a un  pezzo  di  poesia  regolare,  come  la  coda  al  sonetto.  Ond’  è 
forse  vera  la  derivazione  che  gli  assegna  il  Kedi 1 * dal  vocabolo 
antico  motto  nel  significato  di  canto  o componimento  poetico, 
quasi  stran  motto  (e  strammotto  seguitasi  a dire  in  qualche 
dialetto  d’Italia,  ed  è stampato  nel  Tirocinio  delle  cose  vol- 
gari di  Diomede  Guidalotto  bolognese  [Bologna,  1504]  e nel- 
l’ Opera  nuova  di  Bernardo  Accolti  [Venezia,  1519|):  nè  im- 
probabile però  è l’ altra  etimologia  da  strambo  che  piace  più 
al  Cresciinbeni,3  imperocché  negli  strambotti  si  leggano  biz- 
zarrissime fantasie  ed  acutezze.  Dei  rispetti  credo  anch’  io 
col  Salvini  * e col  Cresciinbeni  che  il  nome  derivi  dalla  rive- 
renza e venerazione  che  i cantori  dimostrano  verso  l’ og- 
getto dell’  amor  loro  e dall’  onore  che  cantando  gli  rendono, 
nè  saprei  acconciarmi  a un’  altra  etimologia  dello  stesso  Sal- 
vini, che  rispetti  si  chiamino,  « quasi  canti  reciprochi  o scam- 
bievoli, perchè  rispetti  ancora  si  dicono  quelli  che  si  traggono 
a sorte  per  succedere  in  mancanza  o in  assenza  ai  princi- 
pali uffiziali  già  tratti.  » Dalla  etimologia  stessa  resulta  che 
lo  strambotto  era  la  forma  del  capriccio  più  che  della  pas- 
sione, riserbata  all'  amor  leggiero  all’  ironia  all’  irrisione  ; 
mentre  il  rispetto  era  quasi  la  espressione  elegiaca  e lirica 
della  passione  pura  profonda  esaltata.  Bispetti  sono  le  ottave 
ispirate  dalla  bella  Leoncina  : ma  lettera  in  i strambotti  s’ in- 
titola dal  Poliziano  quella  fila  di  consigli  un  po’  cinici  alla 
pudica  d’ altrui  sposa  a lui  cara;  strambotti  sono  le  ottave  che 
incominciano  « La  notte  è lunga  a chi  non  può  dormire  » 


1 Varchi,  Eruttano. 

1 Redi,  Annotazioni  al  lìnceo  in 

Toscana  [ai  vv.  « Trescando  in  tuonino 
Strambotti  c fruì  loie  *],ediz.  Barbèra. 


s Cresciinbeni,  In.  volgnr  poesia , 
lib.  I.;  Venezia,  1731. 

* Salvini,  Annotazioni  «Ila  T an- 
cia del  Buonarroti,  a.  I,  se.  IV. 


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ANGELO  POLIZIANO. 


CXI1I 


ed  alcune  altre  nelle  quali  regna  un  po’  troppo  l’ antitesi  in- 
gegnosa (il  Salvini  però  fondò  la  definizione  generale  so- 
pra l’osservazione  d’una  particolarità,  quando  scrisse  che 
« quei  versi  che  cominciano  dalla  medesima  voce  si  doman- 
davano strambotti,  » benché  molti  siffatti  abbiane  fra  i suoi 
l’ Aquilano).  Gli  strambotti  finalmente  furono  più  in  uso  nelle 
città;  e quindi  il  menestrello  del  Valentino,  Serafino  dal- 
l'Aquila, li  trasportò  nelle  corti;  crebbero  nella  corruzione 
e presto  disparvero  r i rispetti  all’  aere  aprico  de’  monti  e 
nelle  valli  osservarono  maggior  castità  ed  ebbero  più  lunga 
vita,  che  regge  tuttora.  E perchè  ad  ogni  lettore  chiama,  ap- 
parisca la  fraternità  dei  rispetti  dell’  arte  e di  quelli  del  po- 
polo, eccone  qui  parecchi  da  un  codice  magliabechiano  1 co- 
piato nel  1453  del  quale  diè  già  un  saggio  il  professor  A. 
D’ Ancona.  * In  questi,  come  avverte  il  D’  Ancona,  « per  la 
maggiore  inesperienza  dell’autore  e la  sua  cultura  eviden- 
temente minore  a quella  di  Lorenzo  e del  Poliziano  appaio- 
, no  in  più  gran  numero  e versi  e imagini  e frasi  prese  dal 
popolo  e che  ancor  si  rinvengono  nei  canti  del  contado.  » 
Cominciamo  da  un  encomio  della  bellezza  nel  tono  roman- 
zesco e classico  del  tempo  : 

« Quando  risguardo  tua  faccia  serena 

La  i|iial  mi  pare  sopra  ogni  ultra  licita, 

Parnii  veder  proprio  la  Liella  Elèna 
O ver  Cassandra  adorna  damigella 
0 la  siroccliia  qual’  è Polissena 
l.a  qual  riluce  pili  che  chiara  stella. 

E sovra  ogni  altra  tu  se’ di  bellette: 

Gli  occhi  tuoi  vaghi  sotto  le  bionde  t rette.  > 

Ecco  qualcosa  di  più  sensuale  ma  pur  delicato,  come  a punto 
certi  rispetti  del  contado  e i distici  del  popolo  greco  moderno  : 
• So’  innamorato  d’  una  rosa  rossa, 

E non  mi  sò  da  lei  ’l  giorno  partire. 

Quando  ci  passo,  il  suo  bel  petto  mostra, 

Kd  è si  bianco  che  mi  fa  morire; 


* Cod.  100S  [Stror*.  638],  cl.  VII, 
Yar.  Sono  intitolali  Rispelli per  Tisbc 
copiali.  Bisognerà  egli  chieder  per- 
dono al  lettore  per  le  assonante  e per 
due  o tre  versi  un  po'  lunghi  che  cer- 


to nel  cantare  si  rendeano  alla  giusta 
misura  motzicandoli  * 

* Nella  Rivista  contemporanea, 
Voi.  XXX,  fase.  CVI,  sclt.  18G2,  To- 
rino. 


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CXIV 


ANGELO  POLIZIANO. 


E 1'  anima  dal  corpo  si  discosta. 

Considerato  clic  gli  dà  martire. 

Olii  vuol  di  quelle  rose  la  vernata 
Or  baci  la  tua  bocca  inzuccherata.  » 

Nel  seguente  son  da  notare  le  ripetizioni  richieste  dal- 
l’ improvvisazione  : 

• Cara  speranza,  mi  manlien’  la  vita  : 

Onice  diletto,  nel  mio  core  stai. 

E di  bellezza  se’  tutta  compita 
Più  c'  ultra  donna  eli’  io  vedessi  mai. 

La  Taccia  tua  di  rose  è colorita  : 

* Tapino  n me,  perchè  la  viddi  mai! 

Perchè  la  viddi  mai!  perchè,  pcrclièc! 

Perchè  la  viddi  mai!  lapin  a mre!  • 

Nè  mancano  quelle  quasi  dichiarazioni  nello  stile  allora 
di  moda,  di  cui  tanti  esempi  abbiamo  nel  Poliziano: 

• Se  mi  potessi  tanto  groliarc 

Ch’io  m’appellassi  per  tuo  servidore, 

E tulle  le  mie  voglie  sodisfare, 

Sempre  salvando,  i’ dico,  il  tuo  onore; 

S’ i’  fussi  certo  di  potere  sture 
Nella  tua  grazia,  caro  ’l  mio  signore, 

Sare’  contento  più  ched  uom  che  sia  ; 

Se  tu  m’ amassi,  dolce  anima  mia.  > 

E chi  conosce  i rispetti  più  leggieri  del  Poliziano,  come  ne 
avrà  già  notate  molte  frasi  e il  linguaggio  figurato  nei  sopra 
arrecati,  così  troverà  qualcosa  che  li  arieggia  anche  di  più, 
salvo  la  minore  eleganza,  nella  seguente  disdetta: 

• Non  ini  volesti  per  tuo  servidore, 

E tu  le  n’ abbi  il  danno,  donna  bellu: 

Ch'  i'  me  n’  ho  presa  un’  altra  per  signore  ; 

Cli'  eli’  è pulita  e bellu  damigella, 

Nè  risguarda  gli  amanti  a tutte  I'  ore, 

Come  Tacevi  tu,  chiarita  stella. 

Ella  vuol  bene  a mene  e io  a lei, 

E a lei  ho  posto  lutti  i pensici1  miei.» 

Ma  tutto  il  calore  de’  rispetti  più  passionati  di  messer 
Angelo  è qui: 

• Soccorrenti,  per  dio;  chè  più  non  posso 

Tauti  crude!  martini  sopportare. 


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ANGELO  POLIZIANO. 


cxv 


Co' gli  ocelli  tuoi  mi  hai  messo  il  foco  n dosso, 

Tutto  mi  abbrucio  e non  mi  posso  alare. 

Torre 'ti  favellare,  e io  non  posso: 

Tu  ebe  sai  il  modo  me  ’i  debbi  insegnare. 

Mene  eli’  io  t'  addentando  al  mio  tormento, 

0 tu  ini  uccidi  o tu  mi  fa’  contento.  • 

Più  mestamente  delicata  e ardita  insieme  è la  espressione 
dell’  amore  in  questi  appresso  : 

• Tutta  la  notte  dinanzi  m' appare 

L’angelica  figura  c ’l  bell’aspetto, 

E panni  star  con  leco  a ragionare: 

Onde  per  questo  ne  prendo  diletto. 

0 me,  che  io  non  mi  .vorre’  svegliare  ! 

Gigli  e vivuole  punti i aver  nel  letto. 

0 me,  eh’  io  n’  ebbi  tanta  consolazione, 

0 gentil  donna,  di  tua  visione  ! 

Dò  cercati  nel  cuore  e nella  mente 
Quel  clic  vi  (ruovi,  dolce  anima  mia. 

E troverra'vi  il  tuo  caro  servente 
Cbe  in  giuocchion  vi  sta  la  notte  e dia, 

E sempre  priega  Cristo  onnipotente 
Clic  facci  cosa  che ’n  piacer  ti  sia: 

Td  se' crudele  e a piata  non  li  muovi, 

E di  farmi  morir  par  che  tu  godi.  > 

Sempre  più  s’  avvicina  ai  rispetti  che  si  cantan  tuttora 
il  seguente,  nel  quale  è sensibilissima  la  ripresa  del  concetto 
e delle  parole  negli  ultimi  versi,  che  è divenuta  la  caratte- 
ristica del  genere: 


- Aggio  perduta  la  fresca  ghirlanda, 
Quella  che  mi  donò  l'amanza  mia. 
Come  farò,  s' ella  me  la  domanda? 
Dirò:  L’aggio  perduta  in  questa  via. 

S’  ella  me  la  domanda  con  ragioni;, 
Dirò:  L’aggio  donata  ad  un  garzone.  • 

Questo  è il  principio  d’ una  serenata  : 

• 0 dolce  case,  o pietre  preziose, 

Ove  dimora  la  speranza  mia  ; 

Per  dio  vi  priego  che  siate  piatosc  : 
Pietà  vi  prenda  della  doglia  mia, 

E quella  bella  degli  occhi  amorosi 
Pricgatc  ch’io  la  veggia  in  cortesia; 


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C\  VI 


ANGELO  POLIZIANO. 


Pregatela  per  dio  si  dolcemente, 

Cir  abbia  pietà  del  suo  servo  fervente.  • 

E questo  la  fine: 


• Non  creder  già  eli*  io  dorma,  ma  sempre  io 
Non  fluirò  già  mai  di  te  pensare. 

Però  ti  dico:  Amor,  statti  con  dio: 

Ciò  ch’io  li  dico  non  lo  aver  per  male: 

E s’ io  fallassi  di  ciò  ch'io  ragiono, 

Slatti  con  dio,  c priegoti  perdono.  * 

Ecco  una  dipartita: 

..  Dò  lasso,  quanto  dolorosamente 
f faccio  questa  amara  dipartita  ! 

I’ mi  diparto  misero  c dolente, 

E l'alma  si  diparte  dulia  vita. 

Uivederotti  mai,  stella  lucente  ? 

Rivederolti  mai,  rosa  fiorila  ? 

Uivederotti  inai,  cuor  del  mio  cuore. 

Gentile  e bella  e delle  rose  et  fiore*  ■ 

Un’  altra  no  aggiungo  un  po’  più  villereccia  ; dov’  è da  no- 
tare il  passaggio  senza  mezzo  da  uno  ad  altro  concetto, 
come  avviene  nei  rispetti  tuttora  cantati  ; e la  ottava  de- 
cresce a sestina,  che  in  fine  è,  con  l’aggiunta  di  due  o più 
code,  il  metro  del  rispetto  attuale. 

• La  dipartenza  si  vuol  fare  onesta, 

Clic  non  ue  dica  mal  lo  vicinato. 

Ella  ha  el  bel  capo  con  la  bionda  Irczza, 

Ella  si  pare  un  agnolo  incarnato  : 

Vi»  falcon  peregriu  no  è tanto  bello 
Qnaul'è  l’amanza  mia  con  un  guuriicllo.  • 

Ed  ecco  finalmente  una  ritornata  : 

• Vcngoli  a rivedere,  anima  mia, 

E vengoti  a vedere  alla  tua  casa  : 

Pongono  ginocchioni  nella  via, 

Bacio  la  terra  dove  se’  passala; 

Bacio  la  terra  et  abbraccio  il  terreno  : 

Se  non  mi  aiuti,  bella,  i’  vengo  meno!  - 

Ma  non  posso  starmi  dal  riportarne  di  s’  un  codice  lau- 


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ANGELO  POLIZIANO. 


CXVII 


renziano  della  metà  del  quattrocento  1 un  altro  che  parrà 
forse  anche  più  fresco  e voluttuoso  : 

• Sfa  notte  lo  sognai  quello  che  fosse, 

Sta  notte  lo  sognai  quello  che  fìa  ; 

Ch'  i’  ero  fra  le  rose  bianche  e rosse, 
di’  i’  ero  in  braccio  dell’ amanza  mia. 

0 sogno  vano  che  inganni  la  gente  : 

Strinsi  le  braccia  e non  trovai  niente.  • 

Siffatti  dovettero  essere  gli  antecedenti  e gli  esemplari 
che  il  Poliziano  potè  avere  nella  poesia  amatoria  dei  rispet- 
ti. Della  quale  egli  elesse  la  parte  migliore,  abbandonando 
al  Medici  e al  Pulci  la  parodia  che  lascia  intravedere  il  ri,so 
beffardo  del  borghese  su  la  gente  di  villa.  Il  Poliziano,  o 
raccogliesse  in  una  serie  ordinata  i rispetti  che  denominò 
continuati  a rappresentare  or  P epistola  or  l’ elegia  ora  la 
serenata  e la  dipartita  e il  dialogo,  o nella  foga  dell’  im- 
provviso vibrasse  con  gli  spicciolati  un’  imagine  un  con- 
cetto un  sentimento  ; trattò  questo  genere  sempre  su  ’1  serio. 
Non  che  egli  dottissimo  pensasse  mai  ad  innalzarli  alla  di- 
gnità di  componimento  classico,  come  fe’  poi  l’Accolti  aretino 
trasformandoli  in  epigrammi  a questo  modo:* 

« Gridava  Amore  — Io  son  stimato  poco, 

Audi'  io  un  tempio  tra'  mortai  vorrei  : — 

Onde  a lui  Citcrca  — Tuo  tempio  è in  loco 
Che  sforza  ad  adorarti  uomini  e dèi.  — 

A l'or  lo  dio  de  l'amoroso  foco 

Disse  — Madre,  contenta  i pensier  miei; 

Dimmi  qual  loco  per  mio  tempio  hai  tolto:  — 

Rispose  Vener  — Di  Giovanna  il  volto.  — • 

Che  anzi  ei  si  lasciò  andare  alla  facilità  del  naturale  to- 
scano ; ma  tanto  ingegno  ed  affetto  mise  in  quelle  umili 
prove,  tanta  eleganza  seppe  aggiungere  con  la  cultura  alla 
grazia  della  lingua  nativa,  che  primo  forse  in  poesia  dette 
l’ impronta  dell’  atticità  ai  fiorentinismi  e la  finitezza  del- 
P arte  all’  espressione  famigliare.  In  grazia  di  queste  virtù 
i lettori  del  Poliziano  sogliono  perdonar  volentieri  qual- 
che ineguaglianza  o durezza  e qualche  irregolarità  e un 

' Plut.  LXXXX  super.,  cod.  LXXXIX  gadd. 

1 B.  Accolti,  Comedia  e capitoli  e itrambotli , in  Firenze,  MDXVIII. 

POLIZIANO.  A 


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CXVIH 


ANGELO  POLIZIANO. 


po’  d’ anarchia  grammaticale  e ritmica,  massime  ripensando 
che  di  quei  rispetti  buona  parte  passando  di  bocca  in 
bocca  debhono  aver  patito  più  d’  un’  alterazione  e altri  fu- 
rono composti  veramente  all’  improvviso.  Del  che,  oltre  la 
natura  di  tal  poesia  e la  certezza  che  il  Poliziano  improv- 
visasse anco  in  greco  e in  latino  («  Qui  potes  exteinplo  subli- 
#mes  edere  versus,  » gli  scriveva  Gioviano  Crasso),'  abbiamo 
un  indizio  in  questo  luogo  d’una  sua  lettera  al  Magnifico  del 
20  giugno  1490:  « Udii  cantar  improviso  ierser  l'altro  Piero 
nostro,  che  mi  venne  assaltare  a casa  con  tutti  questi  im- 
provisanti  : sAtisfecemi  a maraviglia  et  presertim  ne’  motti  et 
nel  rimbeccare  et  nella  facilità  et  pronuntia,  che  mi  pareva 
tutta  via  veder  et  udire  Vostra  Magn.!  » In  cotesto  assalto 
ili  Piero  è facile  scorgere  1’  amor  proprio  del  giovane  che 
viene  a eleggersi  un  giudice  degno  nell’  antico  improvvi- 
satore, compagno  di  stravizzi  del  magnifico  padre  suo. 

Del  resto  1’  uso  degl’  improvvisi  massime  in  ottave  bastò 
lungamente  in  Firenze.  PI  qualche  volta  dovè  essere  sfogo 
agli  amori  alle  ricordanze  e all’  ire  politiche  ; imperocché  il 
Busini  ci  abbia  lasciato  memoria  d’  un  Alessandro  Pazzi,  il 
quale  degenere  dal  sangue,  cantando  improvviso  dopo  il  1512 
con  Pietro  Paolo  Boscoli  in  camera  di  Cosimo  e Zanobi 
Buondelmonti,  cominciò  una  stanza  in  lode  dei  Medici  di- 
cendo Palle  PaUe,  a cui  Pietro  Paolo,  che  fu  rarissimo  e .vir- 
tuoso giovane,  soggiunse  : 

« ....  E palle  palle  sièno, 

Poi  che  gli  antichi  tuoi  a questo  suono 
Morti  impiccati  c strascinati  sono.1  • 

Sotto  il  principato  mediceo*  si  seguitò  a improvvisare  po- 
polarmente ai  Marmi  ed  altrove  ; seguitavansi  per  le  bettole 
e le  vie  al  suono  della  chitarra  e del  violino  le  sfide  tra  i 
poeti  anche  sotto  il  principato  lorenese,  e alcuni  nomi  di 
improvvisanti  rimangono  nella  tradizione  del  popolo:  ma 
l’ ultimo  de’  poeti  di  nome  che  in  gioventù  ebbe  fama  da 
cotesti  canti,  stremati  però  e a pena  con  un’  ombra  dell’  au- 


1 Appr.  Bumiini,  Culli ut.  rodi/. 
latin,  lìibl.  me d.  luur..  Ili,  5 45. 

1 In  Roscoc,  IV  a di  Leone  X.  [Mi- 
lano, Sonzogno,  1816],  Docum.  d'il- 


lustrazione al  volume  I,  n®  XIII. 

* G.  B.  Busini,  Lettere  al  Varchi  ; 
X dcH’ediz.  di  G.  Milanesi,  Firen- 
ze, 4860. 


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ANGELO  POLIZIANO. 


CX1X 


tica  eleganza,  fu  l’ autore  classico  della/romantica  Pia,  il  Se- 
stini.  Adesso  il  canto  improvviso  toscano,  dopo  avere  lan- 
guito lungo  tempo  nell’  ottava  che  1’  uditorio  della  Quarconia 
e di  Borgognissauti  imponeva  a Stenterello  in  fine  di  ogni 
atto,  sta  spirando  ; perocché  gl’  improvvisi  che  si  rappresen- 
tano come  una  'commedia  su  le  scene  non  spettano  al  nostro 
argomento.  Il  quale  non  si  potrebbe  meglio  conchiudere  che 
con  questa  verissima  sentenza  del  professor  A.  D’ Ancona  : 
« Certo  noi  non  pretendiamo  di  asserire  che  i moderni- ri- 
spetti e strambotti  o stornelli  siano  in  tutto  ciò  che  erano 
al  quattrocento  : ma,  salvo  poche  modificazioni  portate  ne- 
cessariamente dal  volger  dei  tempi  e dalla  trasmissione  ora- 
le, potrebbe  asserirsi  .che,  per  la  tenacità  dei  volghi  nel 
ritenere  le  antiche  usanze,  nel  loro  insieme  e nel  loro  più 
generale  aspetto  essi  siano  i saggi  a cui  attenevasi  per  le 
sue  imitazioni  la  scuola  medicea.  Invero  il  popolo  nostro  al 
dì  d’  oggi  non  cauta  ma  ripete,  non  inventa  ma  riproduce 
un  tesoro  di  versi  a cui  per  tradizione  è affezionato  : anche 
credendo  di  improvvisare  ei  rimescola  e riunisce  immagini 
e versi  sparsi  in  varii  componimenti.  Questa  poesia  popo- 
lare, di  cui  adesso  si  fan  raccolte  e che  è sembrata  una  ri- 
velazione, non  è che  l’ ultima  eco  della  gioventù  di  una 
schiatta;  gioventù  che  si  rivela  nella  ingenua  forza,  nella 
energica  schiettezza,  nella  purità  primitiva  di  quei  canti, 
che  oggi  il  popolo  nostro  non  saprebbe  più  comporre  a quel 
modo,  ma  che,  ricevendoli  esso  e trasmettendoli  di  genera- 
zione in  generazione,  va  solo  leggermente  modificando.  Noi, 
radunandone  i frammenti  dalla  viva  voce  delle  montanine, 
andiamo  ritrovando  le  membra  sparse  del  passato  ; porgendo 
orecchio  al  cunto  dell’  agricoltore,  raccogliamo  un  suono, 
che  ormai  quasi  perduto  nelle  pianure  e nelle  valli  dell’  Arno 
si  va  prolungando  nelle  ardue  cime  dell’ Appennino,  quasi 
in  ultimo  riparo  ai  progressi  della  incalzante  civiltà,1  » 
Passando  alle  Canzoni  a ballo , mi  bisogna  innanzi  tutto 
avVertire  che  di  questo  vasto  argomento  intentato  finora 
fuori  che  alla  superficie  mi  conviene  al  presente  toccar  solo 
quel  tanto  che  occorra  a dimostrare  ultimo  perfezionatore  del 

*■  A.  D.-  Ancona,  Lo  pncs.  pnpol.  por.  del  tee.  XV  ; Rivista  Conlcmp,  1,  c. 


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ANGELO  POLIZIANO. 


genere  il  Poliziano.  Ognuno  che  per  poco  conosca  la  poesia 
del  secolo  XIII  crederà  facilmente  che  il  sistema  lirico  pro- 
venzale-siculo sì  complesso  e artificiale  nella  sua  apparente 
rozzezza  può  bene  essere  stato  di  moda  nei  palazzi  impe- 
riali-di Sicilia  nelle  corti  tiranniche  dell'  alta  Italia  e nelle 
torri  dei  feudatari  ghibellini,  ma  che  nelle  piazze  delle  città 
meridionali,  sotto  le  logge  bolognesi  e toscane,  nei  balli  e 
nelle  feste  del  popolo,  non  era  quella  la  poesia- da  essere 
intesa  e gradita.  E chi  legga  di  séguito  le  raccolte  di  rime 
del  primo  secolo  dovrà  meravigliarsi  più  volte  di  trovare 
parecchie  canzoni  dissonanti  per  intiero  dal  tono  generale 
e nelle  quali  chiaramente  apparisce  tutt’  altro  ordine  d’ idee 
di  sentimenti  e di  forme.  Il  dialogo  di  Ciullo  d’ Alcamo  1 * e 
quel  di  Ciacco  dell'  Anguillara  * che  hanno  che  fare,  di  gra- 
zia, con  le  canzoni  di  Pier  delle  Vigne  e del  Folcacchieri  ? 
E il  lamento  della  donna  mal  maritata  sì  goffamente  intruso 
in  una  canzone  di  Federigo  II,3 *  e 1’  altro  d’  altra  donna  a 
cui  è sviato  lo  amante  fra  le  rime  di  Odo  delle  Colonne,1  e 
quel  della  innamorata  del  crociato  edito  col  nome  di  Rinaldo 
d’ Aquino,5  eziandio  a chi  non  proceda  oltre  le  forme  devono 
apparire  affatto  distinti  dalle  canzoni  di  scuola  provenzale 
ed  aulica  : tanta  è in  queste  la  uniformità  dei  concetti  e delle 
forinole  e del  ritmo,  tanta  la  pretensione  e lo  stento,  e per 
converso  così  in  quelli  spigliato  P andare,  e l’ aria  domestica, 
indigena  e vera  la  espressione,  semplice  e melodico  il  metro, 
e niun  vestigio  mai  d’ imitazione.  Ma  facciamo  un  altro  passo  ; 
e svolgiamo  i canzonieri  di  Guido  Cavalcanti  e di  Dante.  Qui 
la  vigoria  e novità  delle  immaginazioni*  1'  altezza  e profon- 
dità del  sentimento,  1’  armonia  del  colorito,  e la  lingua  ver- 
gine potente  severa  annunziano  la  vera  arte  della  nazione. 
Sta  bene  : ma  quelle  trattazioni  scolastiche  che  più  d' una 
volta  impediscono  il  movimento  della  poesia,  quel  mistici- 
smo che  l’adombra,  quell’  allegorismo  che  la  involge  e un 


1 Vedilo  in  Nantiucci,  Manuale 

della  let’.er.  l 'lai.  del  primo  tee., 

voi.  I,  in  princ. ', ediz.  Barbèra,  1857. 

1 Trucchi,  Poesie  ined.  d’aul.  tini., 

Pralo,  1846.,  voi.  I;  e Natili  ucci,  op. 
cil.,  voi.  cib,  pag.  191. 


* Ne’  Poeti  del  primo  tee.  della  lin- 
gua, Firenze,  1817;  voi.  I.  pag.  56. 

* Nannucci,op.  cit.jVol.  I,pug.  86. 

* Trucchi,  Póet.  ined.,  voi.  I;  e 
Nannucci,  op.  cit.,  ediz.  cil-,  voi.  1., 
pag.  525. 


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ANGELO  POLIZIANO. 


CXXI 


cotal  poco  l’ ottenebra,  tutto  ciò  era  egli  per  tutti  ? per  le 
donne  gentili,  pei  giovani,  per  l’ artefice,  pel  borghese?  ne 
dubito.  Voltiamo  qualche  carta  e leggiamo  : « Per  una  ghir- 
landetta  Ch’  io  vidi  mi  farà  Sospirar  ogni  fiore,  » « Fresca 
rosa  novella,  Piacente  primavera  ; 1 » ancora  « Era  in  pen- 
sier  d"  amor,  quand'io  trovai  Due  forosette  nove  » e « In 
un  boschetto  trovai  pastorella  Più  che  la  stella  bella  al  mio 
parere.5  » Che  differenza  fra  la  pianezza  la  gaietà  e lo  scin- 
tillare dei  seusi  e dei  colori  vivissimo  in  queste  strofe  leggiadre 
e P astrusa  austerità  della  canzone  « Donna  mi  prega5  » e «Voi 
che  intendendo  il  terzo  ciel  movete! 1 » Direbbonsi  di  tutt’al- 
tpo  autore  : e certo  bisogna  ammettere  che  queste  ultime 
rime  appartengono  a un  ordine  di  poesia  diverso  da  quel 
delle  canzoni  e dei  sonetti.  E così  è di  fatto.  Senza  essere 
la  poesia  popolare  propriamente  detta,  quei  primi  dialoghi 
e lamenti  siculi  e toscani  accennano  a un’arte  che  libera  da 
ogni  influenza  d’ imitazione  e di  sistema  svolgevqisi  in  un 
giro  d’ idee  e di  sentimenti  derivati  o ispirati  dalla  natura 
paesana  e dalla  vita  reale,  a un’  arte  che  s’ accostava  al  po- 
polo ed  erane  forse  intesa  e accettata.  Pur  non  ebbe  in  prin- 
cipio forme  determinate: ina,  passato  poi  il  primato  poetico  dai 
Siculi  ai  Toscani  massime  dopo  la  battaglia  di  Benevento  e il 
conseguente  prevalere  di  parte  guelfa  e popolana,  si  accon- 
ciò facilmente  e durabilmente  nelle  tempre  della  ballata.  Non 
che  sia  essa  un  trovato  esclusivamente  toscano  e dell’  ultima 
metà  del  duecento  : le  forme  poetiche  non  s’ inventano  più 
da  questa  che  da  quella  gente  e generazione.  Che  anzi  ha 
molto  del  vero  la  sentenza  del  Minturno,5  la  canzone  a ballo 
esser  forese  il  più  antico  componimento  della  poesia  volgare. 
E,  da  poi  che  il  popolo  si  mostra  per  tutto  e sempre  te- 
nace degli  antichi  instituti,  forse  che  ella  procede  da  quelle 
bcdlistea  e^altatiunculee  ricordate  da  Vopisco  ove  narra  come 
i fanciulli  cantassero  in  quelle  alla  foggia  militare  i fatti  di 
guerra  d’ Aureliano  imperatore  : 6 ballistea  e sultatiuncula  che 

5 AI i iH  orno.  Poetica,  I.  Ili,  pag.  170, 
Venezia.  15G3. 

6 Vopiscus,  A il  rei  innui  Augustui; 
in  lliil.  Angui!.,  Pannisi,  1<:03j 
psig.  310. 


* Dante,  Canzoniere,  sec.  eiliz.  Bar- 
bèra; pag.  143  e 233. 

1 Nannucci,  op.  cit.  p:ig.  27J-74. 

* Nannucci,  op.  cit.,  2só. 

* Dante,  Con:  , csl.  cit.,  179. 


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CXXll 


ANGELO  POLIZIANO. 


dovettero  essere  poesia  di  popolo  in  lingua  rustica  o ca- 
strense, e delle  quali  non  sarebbe  difficile  rinvenire  più  di 
una  allusione  ne’  poeti  latini  r certamente  è assai  chiaro  Cal- 
purnio  là  ove  fa  dire  ad  alcuno  de’  suoi  pastori,  « Seu  can- 
tare iuvat  seu  ter  pede  beta  ferire  Carmina:  nonnullas  licet 
et  cantare  choreas.'  » Poco  avanza  della  poesia  popolare  latina, 
pur  tanto  da  scorgere  come  nelle  genti  più  omogeneamente 
soggette  al  dominio  di  Roma  sopravvivesse  lunga  stagione 
mescolata  ai  vari  usi  della  plebe,  per  quindi  trasformarsi 
lentamente  in  una  nuova  letteratura.  E in  questa  deriva- 
zione della  ballata  dall’  antica  poesia  latina  volgare  è la  causa 
del  non  sapere  il  Varchi,  il  quale  per  poco  non  la  rassegna 
fra  i metri  plebei,  a qual  sorta  di  componimenti  classici  an- 
tichi si  potesse  agguagliare.*  E fu  per  ciò  stesso  comune  la 
forma  delle  ballate  a tutti  i popoli  di  lingua  latina.  Ne  hanno 
i provenzali,  perocché  possedessero  anche  essi  separata  dalla 
cortigiana  e feudale  una  poesia  più  ingenua  e domestica  ; e 
ne  hanno  in  quello  stesso  metro  che  piacque  al  Medici  per 
molti  de’  suoi  canti  carnescialeschi  e al  Poliziano  per  la  sua 
ballata  E in’  interviene....  ; ne  hanno,  quel  che  è più  nota- 
bile, di  assai  leggiere  e già  sciolte  da  certe  convenienze  mo- 
rali, come  non  osavano  farne  i nostri  dugentisti  cittadini  di 
libero  comune  : indizio  anche  questo  della  corruzione  troppo 
precoce  in  quel  popolo  così  sensibile  e armonico  ma  così 
profondamente  viziato  dal  feudalismo.  I,a  seguente  che  io 
traduco  dalla  scelta  del  Raynouard  potrebbe  e pel  metro  e 
pei  sentimenti  e per  lo  stile  far  bella  comparsa  fra  le  più  ga- 
lanti e libere  nelle  nostre  raccolte  del  quattro  e cinquecento. 

« Gculiletta  sono,  sì  die  n'  lio  greve  cordoglio 
Per  mio  marito,  clii.no’l  voglio  né’l  desolerò. 

Cli’  io  lien  vi  dirò  per  die  soli  così  druda, 

Perché  tenera  sono  giovinetta  <f  fanciulla,  a 
E dovrei  aver  marito  onde  fossi  gioiosa 
Col  quale  ognora  potessi  giocare  e ridere. 

Mai  Dio  mi  salvi,  se  mai  ne  sono  amorosa  ; 

Di  lui  amare  punto  non  sono  cupida. 

Ansi,  quando  ’l  veggo,  uc  son  tanto  vergognosa. 

Clic  ne  prego  la  morte  che  ’t  venga  tosto  ad  uccidere. 


’ Calpurnius,  cel.  IV,  v.  13S. 


1 Varchi,  Ercot uno. 


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ANGELO  POLIZIANO. 


CXNIII 


M i il’  una  cosa  ne  con  berte  accordata  ; 

Se’l  mio  amico  in'  ha  suo  umore  rivolto, 

' Ecco  la  bella  speranza  a cui  mi  son  donala. 

Piango  e sospiro  perchè  no  ’l  veggo  nè ’l  rimiro. 

In  questo  suono  faccio  gentiletta  ballata, 

E prego  a tutti  che  sia  lungi  cantata 
E che  la  canti  ogni  donna  insegnata, 

Del  mio  amico  eli’  io  tanto  amo  e desilo. 

E dirovvi  di  che  sono  accordata  : 

Da  che  il  mio  amico  ni’  ha  lungamente  amata, 

Or  gli  sarà  mio  amore  abbandonato 
E la  bella  speranza  di’  io  tanto  amo  e desil  o 1 • 

Certo  è però  che  in  Italia  la  ballata  ricevè  l’ultima  e ti- 
pica forma  tra  le  feste  del  popolo  toscano  a cielo  scoperto. 
Allo  svelto  e gaio  epodo,  al  facile  svolgersi  delle  strofe  per 
due  mutazioni  medie  nella  volta  finale  dove  torna  sempre 
la  stessa  armonia  e rima,  mostra  bene  ch’ella  dovesse  es- 
sere cantata  dai  danzatori  stessi  in  ballando  o cantata  da 
un  altro  dovesse  temperare  i giri  del  ballo.  Così  ; mentre  la 
canzone  fu  la  veste  dell’alta  poesia  filosofica  e mistica  e ’l 
sonetto  il  metro  dell’  arte  pel  quale  si  rieonoscevan  fra  loro 
i dicitori  in  rima  facendovi  lor  prove  e tenzoni  e la  rappre- 
sentazione fantastica  dei  fenomeni  psicologici  ; la  ballata  di- 
venne la  forma  della  poesia  più  sensibile  e colorita,  comune 
al  popolo  ed  ai  borghesi  non  che  ai  poeti  propriamente 
detti  quando  al  poj>olo  si  voleano  accostare.  E se  le  canzoni 
di  Dante  eran  messé  in  musica  da  Casella,  e da  altri  mae- 
stri i sonetti  del  Petrarca,  a maggior  ragione  dovean  es- 
sere, come  allora  dicevasi,  intonate  le  canzoni  a ballo.  E già 
file  da’  tempi  più  antichi  il  Boccaccio  ricorda  quel  Minuccio 
di  Arezzo  che  intonò  d’ un  suono  soave  e pietoso  una,  bal- 
lata di  Mico  da  Siena  fatta  in  persona  della  Lisa,  e andò  a 
cantarla  a re.  Piero  d’ Aragona  : f dal  che  eziandio  si  ricava 
come  ballate  si  facessero  anche  su  ’l  vero  e intorno  ad  av- 
venimenti privati  : e molte  fra  quelle  che  ne  avanzano  do- 
veano  essere  tali,  di  cui  sonosi  perduto  oggi  le  allusioni.  Ma 
Guido  Dante  e Cino,  anime  soavemente  • amorose,  dettero 

1 Raynouiyil,  Choix  dea  poètica  Jet  lioubadours,  Paris,  Diilut,  1817; 
II,  212* 

* Boccaccio,  Decameron,  G.  X,  n.  VII. 


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CXXIV 


ANGELO  POLIZIANO. 


alla  ballata,  pur  rimanendo  alla  espressione  dell’ amor  sen- 
sibile e naturale,  quella  nota  di  gentilezza  delicata  che  serbò 
poi  per  tutto  il  trecento.  Poche  e non  insigni  , ne  compose 
il  Petrarca,  poeta  già  oltre  i tempi  suoi  riflessivo,  che  non 
poteva  a quella  forma  acconciarsi  : pure  anche  quelle  poche 
* furon  messe  in  musica.  E che  celebrità  avesse  questo  genere 
di  poesia  nel  secolo  XIV  e come  le  ballate  a pena  composte 
fossero  rivestite  di  note  musicali  e corressero  dall’  un  capo 
all’  altro  d’ Italia  e in  Inghilterra  e in  Francia,  ntìn  è que- 
sto il  luogo  da  esporre.  Ma  un  argomento  della  parte  che 
lor  si  faceva  nella  vita  famigliare  e nelle  conversazioni  l’ab- 
biamo nel  modo  onde  le  ballate  sono  introdotte  nel  Deca- 
meron e nel  Pecorone  : che  anzi  nelle  prime  edizioni  delle 
Cento  Novelle  si  veggono  sopra  ai  versi  certi  punti  che 
dovean  dar  la  misura  della  melodia.  Tuttavolta  con  lo 
scader  dei  costumi  la  ballata  perde  di  quell’ideale  che 
al  tempo  di  Dante  si  riflettea  sin  nella  forma  sensibile  ; 
sempre  più  facendosi  volgare,  senza  però  scapitare  di  gra- 
zia di  gaiezza  d’ amenità  ; finché  Franco  Sacchetti  primo,  o 
de’  primi,  l’ avvezzò,  come  autore  delle  novelle,  burlesca  e 
motteggevole.  Con  tal  nuovo  abito  entrò  nel  quattrocento  ; 
nel  qual  tempo  come  altri  molti  componimenti  finì  di  libe- 
rarsi da  certe  soggezioni  della  letteratura  dotta. 

A questo  punto  la  prese  il  Medici  ; egli  che  aveva  per 
suoi  fini  occupato  la  poesia  del  contado,  non  dovea  dimen- 
ticare quella  dei  borghesi,  più  agevole  e già  provato  istru- 
mento  di  corruzione.  Presela,  e con  quel  suo  ingegno  ver- 
satile irrequieto  nè  contento  mai  a imitar  solamente  le  diè 
tre  diversi  atteggiamenti,  tre  forme  diverse  ; e fece  di  un 
genere  solo  come  tre  generi.  Prima  cantò  i piaceri  di  un 
amor  sensuale,  e il  fastidio  d’ aspettare  e il  dispetto  di  non 
ottenere,  con  massime  d’  epicureismo  godente  ; quindi  venne 
a mettere  in  deriso  l’ amata  e l’ amore  già  celebrato  ; in 
fine  trascorse  aperto  e non  curante  nelle  oscenità.  Alla  gra- 
dazione degli  argomenti  corrisponde  la  gradazione  della 
forma;  prima  pianamente  lirica,  quindi  elegantemente  co- 
mica, in  fine  malignamente  narrativa.  E come  l’ allegoria, 
sacra  al  duegento  e al  trecento,  erasi  torta,  dinatùrando  coi 
tempi,  all’  equivoco  osceno  ; così,  intervertiti  gli  offici  di  certi 


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ANGELO*  POLIZUXO. 


CXXV 


metri,  forse  non  senza  un  tacito  intendimento  d*  irrisione, 
le  strofe  quadernarie  di  endecasillabi  con  le  rime  di  sèguito 
pei  tre  primi  e la  consonanza  dell’  ultimo  in  fine  d’ ogni 
strofa,  metro  dall’  andare  grave  e solenne  e già  santificato 
nelle  laude  del  beato  Jacopone,  furono  adattate  alla  parodia 
della  confessione  fatta  dal  magnifico  autore  delle  laudi  spi- 
rituali, furono  adattate  alle  ciniche  licenze  dei  canti  carne- 
scialeschi.  E come  la  delicatezza  e la  monda  eleganza  antica 
avea  ceduto  a una  cotale  nudità  proterva  ;.eosì.  in  vece  della 
piena  armonia  delle  strofe  di  sei  endecasillabi  e della  leg- 
giadra mistura  di. endecasillabi  e settenari,  si  usarono  più 
di  frequente  le  agili  e saltanti  strofette  tutte  di  settenari 
e ottonari.  Rimasero,  è vero,  anche  le  prime,  quando  la 
ballata  esprimeva  se  non  l’ ideale  almeno  la  parte  meglio 
gentilesca  dell’  amore  : ma  il  sentimento  vivo,  e tutto  ciò 
che  più  era  vispo  ed  allegro,  e l’ ironia  o il  sarcasmo,  e il 
maligno  e grossolano  racconto  amaron  meglio  le  strofe  set- 
tenarie e ottonarie.  E tanto  si  allargò  1’  uso  di  quella  poesia 
che  fin  le  laudi  spirituali  divennero  non  più  che  Una  imita- 
zione di  canzoni  peggio  che  profane,  e quasi  sempre  ne  to- 
glievano 1’  uria  e l’ intonazione  : onde  nelle  antiche  raccolte 
di  laude  interviene  assai  spesso  di  leggere  « Cantasi  co- 
me...., » e qui  il  principio  di  una  oscena  ballata.  Così  i de- 
voti perduravano  nel  loro  istituto,  giovarsi  delle  armi  stesse 
del  mondo  e della  carne  per  vincere  1’  uno  e domar  l’altra: 
il  sistema  è pericoloso,  ma  mette  sempre  conto  che  Tartufo 
si  arrischi  a sperimentarlo. 

Messer  Angelo  seguitò  da  buon  cliente  il  Magnifico  anche 
nelle  tre  maniere  diverse  eh’  ei  fece  prendere  alla  ballata. 
Se  non  che,  adorno  com’era  d' ogni  eleganza  delle  lettere 
classiche,  più  d’  una  volta  ei  potè,  senza  tòrio  punto  delle 
sembianze  native  e del  facile  andare,  innalzar  la  ballata  al 
movimento  ed  al  tono  dell’  ode.  Anche  qui  seppe  imitare  da 
maestro,  rinnovando  e spesso  superando  gli  esempi.  A chi 
legge  quel  mirabile  modello  di  eleganza  e morbidezza  spon- 
tanea e sorridente  di  veramente  rosea  facilità  che  è la  bal- 
lati», su  le  rose  [ili],  parrà  di  sentirvi  per  entro  la  stessa 
aura  di  malinconia  e di  voluttà  che  nel  contrasto  fra  il 
pensiero  della  morte  e della  gioia  spira  dalla  poesia  della 


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CSX  VI 


ANGELO  POLIZIANO. 


Grecia,  1’  aura  di  Mimnermo  e d’ Anacreonte.  E chi  nelle 
rime  del  Medici  siasi  fermato  su  l’ ecloga  intitolata  Corinto 
rimarrà  in  dubbio  qual  fosse  l’imitatore  e qual  l’imitato, 
leggendo  questi  versi: 

■ I.'  ultra  mattina  in  un  mio  piccolo  orlo 
Andavo  : e 'I  sol  sorgente  con  suoi  rui 
lisciti,  non  già  di'  io  lo  vcilessi  scòrto. 

Soavi  piantali  (lenirò  alcun  rosai  ; 

A’  quni  rivolsi  le  mie  vaglie  ciglie 
Per  quel  che  visto  non  avevo  mai. 

Eranvi  rose  candide  c vermiglie: 

Alcuna  a foglia  a foglia  al  sol  si-  spiega  ; 

Stretta  prima,  poi  par  s'apra  escompiglie: 

Altra  più  giovinetta  si  dislcga 

A pena  dalla  boccia  : eravi  ancora 
Chi  le  sue  chiuse  foglie  all'aer  n ioga  : 

Altra  cadendo  a*  piè  il  terreno  infiora. 

Cosi  le  vidi  nascere  e morire 
E passar  lor  vagliene  in  nicn  d'  un'  ora.' 

Quando  languenti  c pallide  vidi  ire 

Le  foglie  a terra,  allor  mi  venne  a mente 
Che  vana  cosa  è il  giovami  fiorire.*  » 

A ogui  modo  il  Poliziano  imitò  alcuni  epigrammi  su  le  rose 
d’ incerto  autore  dell’  ultima  decadenza  latina. 1 Ma  con- 
frontinsi  quelli  epigrammi  con  la  ballata  toscana  : e si  vedrà 
come  nel  fatto  dell’  imitazione  poetica  possa  apparir  verità 
quel  che  fu  ciurmeria  o illusione  degli  alchimisti,  il  mira- 
colo di  cambiare  in  oro  ogni  più  vile  metallo.  E chi  pur 
nelle  cose  piccole  voglia  trovare  una  prova  che  il  senso 
del  rinascimento  condotto  a sì  alto  grado  in  Italia  nel 
secolo  XV  compenetrò  poi  tutte  le  letterature  .dell’Europa 
latina,  paragoni  ai  versi  del  Poliziano  questa  ode  del  Ron- 
sard  che  certo  non  vide  la  ballata  rimasta  nei  manoscritti 
fino  al  1813  : 

» .Mignoline,  allons  voii*  si  la  rose 
Qui  ce  mntiu  nvoil  dcsclose  * 

Sa  robe  de  pourpre  sin  solcil, 

A pnint  perdi!  celle  vesprée 


' L.  de'  Medici,  Cornano  ; in  Potile,  edili,  diamante  di  0.  Barbèra  ; pag.  23C. 
* Vedi  le  nostre  note  alla  ball.  Ili,  in  questa  edizione. 


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ANGELO  POLIZIANO. 

Los  plis  de  sa  robe  ponrpréu 
Et  sui)  teint  au  vostre  pareil. 

Las!  voyez  cornine  cn  peu  d’cspace, 

Mignoline,  olle  a (lessila  la  piane 
Las  las  scs  beante*  luissd  clieoir  ! 

0 vraymont  maraslrc  nature, 

Puis  qu’une  Ielle  fleur  nc  dure 
Que  dii  matin  iusques  au  soir  ! 

Dune,  si  vous  me  croyez,  mignoline, 

Taudis  que  vostre  àge  fleiironuc 
Eu  sa  plus  verte  nouvenuté, 

# Cueillez  ctieilloz  vostre  ioiinessc: 

Cornine  A ceste  fleur,  la  vieillessc 
Fera  lernir  vostre  beaulé.'  • 

E un  altro  confronto  potrebbe  mostrare  qual  sia  di- 
versità di  spiriti  e d’eleganza  dal  rinascimento  al  medio 
evo  ; quel  tra  la  canzone  a ballo  Ben  venga  maggio,  ove  pure 
del  medio  evo  si  continua  la  tradizione,  e i molti  canti  di 
trovadori  e rimatori  antichi  su  ’1  ritorno  della  primavera, 
ultimi  dei  quali  i rondeaux  di  Carlo  d’ Orléans.  In  fine,  a 
chi  comparasse  le  due  ballate  del  nostro  autore  che  più 
altamente  secondo  la  natura  sensibile  cantano  della  bellezza 
e dell’amore  [Vili,  XI]  ai  sonetti  dalla  religiosa  contem- 
plazione della  bellezza  spirati  al  Cavalcanti  all’ Alighieri  ed 
a Cino,  tutte  resulterebbero  le  varie  note  dell’ una  e l’al- 
tra età,  dell’  una  e l’ altra  poesia.  Come  anche  «fa  un’  attenta 
disamina  delle  prime  ballate  del  Poliziano  appartenenti 
alla  lirica  media  si  parrà  essere  Angiolo  il  solo  poeta  che 
rappresenti  agli  Italiaui  Anacreonte,  il  vero  Anacreonte 
greco,  il  famigliare  di  Policrate.  Le  odi  anacreontiche  del 
sei  e settecento,  eleganti  talvolta  e non  di  rado  spiritose 
nelle  invenzioni,  sono  pur  sempre  imitazioni  di  scuola.  Ma 
nel  Poliziano  v’  è d’ Anacreonte,  se  non  l’ ingegno,  lo  spirito 
1’  animo  la  foga  il  colorito  la  facile  semplicità.  Ed  era  ben 
giusto.  Ai  tempi  del  Poliziano  la  poesia  indirizzavasi  tut- 
tavia al  popolo  : quelle  canzoni  il  Poliziano  le  scrivea  per 
essere  véramente  cantate.  Come  Anacreonte  così  il  Poli- 
ziano non  avrebbero  mai  pensato  a chiudersi  in  una  stanza 
per  comporre  un’  ode  o uno  scolio  a imitazione  d’ un  loro 

1 P.  Reissimi,  Ola  I.  xvn,  in  Ocurtrs,  Paris,  llacé,  MDCIX. 


C XX  VII 


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CXXVIII 


ANGELO  POLIZIANO. 

antecessore,  pur  di  fare.  La  comunicazione  del  pubblico  col 
poefa  ravvivava  la  poesia,  le  infondea  calore  e Verità.  Ana- 
creonte  e il  Poliziano  rendevano  nei  loro  versi  non  solo  il 
sentimento  proprio,  ma,  qualunque  fosse,  quello  del  loro 
tempo  e del  popolo  fra  cui  vivevano  : l’ uno  era  il  poeta 
nato  della  seconda  età  della  lirica  greca  ; 1'  altro,  quale  ap- 
punto si  conveniva  a quella  primavera  del  rinascimento  ita- 
liano che  precedè  l’ infausto  94.  E,  come  ad  Anacreonte 
nella  lirica  media,  così  a Catullo  per  la  lirica  famigliare 
nelle  ballate  della  seconda  maniera  potrebbe  paragonarsi  il 
Poliziano,  al  Catullo  degli  endecasillabi  e degli  epigrammi, 
molle  e potente  insieme  nel  tocco.  Eziandio  in  questa  parte 
sono  da  notare  le  somiglianze  tra  certe  ballate  del  Medici 
ed  altre  del  nostro,  per  esempio  tra  le  due  ove  il  Magnifico 
allegorizza  assai  gentilmente  su  lo  smarrimento  del  core 
[Ecci  egli  alcuna...  e Donne  belle,  i’  ho  cercato  ’]  e l’ altra  rilavo- 
rata dal  Poliziano  su  lo  stesso  argomento  [XIV].  E più  al- 
tri paragoni  avanzerebbero  a fare,  da’  quali  si  parrebbe 
come  il  Poliziano,  sebbene  nelle  ballate  e nei  rispetti  appaia 
più  che  altrove  originale,  s’  aiutasse  delle  invenzioni  e per 
così  dire  dell’  intonatura  di  poeti  più  veramente  popolani  sì 
nelle  ballate  di  questa  seconda  maniera  come  in  alcune  poche 
che  rasentano  ed. anche  entrano  nella  terza  che  è dell’alle- 
goria oscena.  Ma  quanta  differenza  però  tra  il  rozzo  cini- 
smo dei  racconti  e delle  allusioni  di  quei  primi,  e la  can- 
dida ingenuità  e la  malignità  bonaria  delle  due  ballate  del 
nostro  autore  1?  mi  interviene...  e Donne  -mie,  to’  non  sor 
pete  [XVI,  XVII]  che  solo  possono  avere  il  loro  riscontro 
colle  uscite  più. felici  del  Beimi  e di  La  Fontaine!  E che 
meraviglia  a vedere  il  poeta  delle  rose  entrar  nel  campo 
dei  proverbi  e dei  bisticci,  e spaziarvi  entro  a tutto  suo 
agio  quasi  in  proprio  dominio,  e,  come  se  altro  non  avesse 
fiatto  in  vita  sua  che  scrivere  di  quella  foggia,  avanzar  di 
gran  lunga  nella  dovizia  ed  arguzia  dei  motti,  nella  scelta 
dei  riboboli,  e in  armonia  e in  chiarezza  e nel  gran  movi- 
mento lirico  che  specialmente  a cotesta  sorta  di  ballate  ei 
seppe  dare,  avanzare,  dico,  non  che  tutti  gli  altri  anonimi 


1 L.  Molici,  Dati,  X e XI  dell' «di*,  diamante  di  G.  Barbèra.  . 


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ANGELO  POLIZIANO.  CXXIX  • 

o meno  celebri,  ma  il  Medici  stesso,  creatore  del  genere! 
Leggete  le  ballate  dei  predecessori  o dei  contemporanei, 
poi  quelle  di  messer  Angiolo  : e vi  parranno  dirittamente  ap- 
plicabili agli  uni  e all’  altre  quei  versi  del  Trionfo  di  Bacco 
e di  Arianna  del  magnifico  Lorenzo  : 1 

• Questi  lieti  sntirelti.  . . . 

Or  ila  Bacco  riscaldali 
Ballan  saltali  tuttavia  .... 

Mida  vien  dopo  costoro  : . 

* Ciò  clic  tocca  oro  dovcnla.  • 

In  fine,  per  argomento  di  quanto  perdesse  d’ ingenuità 
e freschezza  la  letteratura  italiana  perdendo  le  ballate,  si  po- 
trebbero paragonare  le  due  canzoni  del  Medici  e quella  del 
Poliziano  su  lo  smarrimento  del  cuore  a parecchi  sonetti  ar- 
cadici dello  stesso  argomento,  specialissimamente  ad  uno  del 
marchese  Gian  Gioseffo  Orsi,  uomo  d’ ottimo- gusto  e di  mi- 
glior dottina  nel  difendere  la  poesia  italiana  dalle  accuse  dei 
giornalisti  di  Trevoux,  ma  in  poesia  arcade  quanto  ce  ne 
entrava.  Io  non  sto  a riportarlo,  già  che  è tra  gli  esempi 
onde  il  Muratori  confortava  la  sua  nuova  idea  della  perfetta 
poesia  :*  la  ricerca  e il  paragone  meritano  di  essere  fatti.  Nò 
far  si  potrebbero,  per  seguire  le  traccie  della  decadenza,  con 
ballate  d’ età  posteriore  ; perocché  questo  genere  mancò  al 
finire  del  quattrocento,  al  finire  della  grande  letteratura  ori- 
ginale a cui  erasi  esso  accompagnato,  modificandosi  secondo  i 
vari  periodi.  Vero  è però  che  per  tutto  il  cinquecento  le 
ballate  scritte  da’  quattrocentisti  rimasero  nell’  uso  del  po- 
polo : e lo  attestano  le  varie  edizioni  popolari  di  quel  secolo, 
tutte  a cagione  del  consumo  divenute  oggi  rarissime  ; lo  at- 
testano i comici  mettendo  in  bocca  ai  lor  personaggi  mas- 
sime della  plebe  o versi  intieri  o motti  e proverbi  tolti  e de- 
rivati dalle  ballate  : nel  Granchio  del  Salviati,”  Fanticchio 
ragazzo  motteggia  una  vecchia  cantando  la  strofa  del  Poli- 
ziano * Una  vecchia  mi  vagheggia,  » con  l’ intercalare.  Nè 
manca  forse  qualche  altro  vestigio  d’ una  più  lunga  popola- 


1 L.  de’ Medici,  C.  Comete.  I;  Venezia,  Colei!,  voi.  Il,  pag.  310. 
ediz.  cil.  * Sulviati,  Granchio,  a.  Ili,  se.  IV; 

1 Muratori, Dcllapcrf. poti. lib. IV,  Firenze,  Torrenlino,  1 C 00. 


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ANGELO  POLIZIANO. 


rità  delle  ballate  nei  secoli  di  poi  : e Antonio  Guadagnoli 
in  certo  luogo  ricorda  « le  villanelle  che  vengono  in  Firenze 
a cantar  maggio  e cominciano  una  loro  canzone,  Ben  venga 
Maggio, 1 » che  è a punto  il  principio  d’una  delle  più  eleganti 
del  nostro  autore.  A me  non  è avvenuto  mai  di  sentire  cote- 
sta  o simile  cosa  : il  metro  però  delle  stanze  ottonarie,  con 
l’ intercalare  obbligato  alla  fine  d’  ogni  stanza,  che  altro  non 
è se  non  la  ripresa  del  primo  verso,  l’ lio  sentito  aneli’  io  nei 
Maggi,  specie  di  rappresentanze  che  cantavansi  e cantansi  tut- 
tora nella  maremma  pisana.  Certo  è però  che  la  ballata  dopo 
il  quattrocento  non  ebbe  più  propria  e vera  vita:  il  madrigale 
che  le  successe  in  voga,  massime  nella  seconda  metà  del  cin- 
quecento, e sempre  più  le  ariette  del  sei  e settecento,  accen- 
nano il  rimpiccolimento  dell’  arte  di  decadenza.  Veramente  il 
Chiabrera,  che,  se  non  in  altro,  nella  viva  e armoniosa  va- 
rietà di  metri  fu  poeta,  tentò  di  restaurare  la  ballata  : ! qual- 
cosa di  simile  fece  ne’  suoi  scherzi  anche  il  Redi,  1’  ultimo 
dei  Toscani  : s ma  nel  primo  è troppo  lo  studio,  e la  soverchia 
eleganza  accusa  quella  greca  peregrinità  che  al  Poliziano 
spiaceva  : il  secondo  ben  si  vede  che  componeva  le  sue  bal- 
late per  musica  e per  musica  di  corti  e di  palagi.  I romantici 
tra  ’l  venti  e il  quaranta,  risuscitando  il  nome  di  ballata  e 
applicandolo  alle  loro  imitazioni  delle  imitazioni  della  prima 
maniera  di  Victor  Hugo,  commisero  uno  di  quei  tanti  ana- 
cronismi onde  resteranno  famosi,  essi  che  si  vantarono  di 
riportare  il  vero  nell’  arte  e di  ricongiunger  questa  all’  isto- 
ria. E la  ragione  salvi  i giovani  dalle  ballate  romantiche  ; 
le  quali,  rappresentando  un  falso  oriente  e un  falso  setten- 
trione, un  falso  medio  evo  e una  falsa  cavalleria,  una  falsa 
religione  e un  falso  popolo,  e falsi  sentimenti  e falsissimi 
ghiribizzi  di  cervellini  che  si  credevano  e volevano  apparir 
grandi  e robusti,  ad  altro  non  riuscirono  in  somma  che  a 
rinnovare  una  arcadia  tanto  più  nociva  quanto  più  preten- 
sionosa. 

E qui  in  fine,  poiché  tutta  d‘  amore  è questa  lirica,  par- 


1 Guadagnoli,  note  al  Menco  da 
Cadetto  ; in  Poesie,  Lugano,  -1 858  ; 
voi.  II. 

* Vedi  specialmente  del  Chiabrera 


gli  Scherzi  e le  Vendemmie  di  Par- 
naso. 

3 Redi,  Poesie;  dell’  cdiz.diamanle 
di  G.  Barbil  a,  pag.  172,  175.  e segg. 


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ANGELO  POLIZIA  NO. 


CXXXl 


rebbe  inchiedersi  un  cenno  degli  amori  di  Angiolo  Polizia- 
no. Ma  poco  se  ne  sa:  nè  furon  certo  di  quelli  che  infor- 
mano di  poesia  tutta  intiera  una  vita  come  quella  dei  padri 
d’ Italia  Dante  e Petrarca.  Non  altro  che  il  nome  e la  patria 
ci  è noto  della  Ippolita  Leoncina  da  Prato  celebrata  con 
gran  calore  dal  nostro  nei  versi  italiani.  Più  tardi  amò  egli 
P Alessandra,  bellissima  e dotta  figliuola  di  Bartolommeo 
Scala  che  la  diè  in  moglie  al  Marnilo  ; onde  il  Poliziano  si 
guastò  con  1’  uno  e con  P altro,  perseguitandoli  di  versi  la- 
tini acerbissimi,  massime  sotto  nome  di  Mabilio  il  secondo. 
Ma  che  dell’  amore  per  P Alessandra  scrivesse  versi  italiani, 
non  credo;  sì  ne  toccò  in  greco;  e mi  piace  che  egli  stesso 
confessi  non  avere  dalla  fanciulla  avuto  mai  che  parole 
(«  A me  che  desidero  il  frutto  tu  mandi  pur  fiori  e foglie  : 
denotano  che  in  vano  io  mi  travaglio.1  »)  Io,  a vero  dire,  son 
lieto  di  non  avere  a intromettermi  nella  vita  privata  del  Po- 
liziano : « felice  ingegno  posto  in  una  forma  infelice  ; nè  i co- 
stumi di  lui  furono  senza  macchia  : solo  nelle  opere  letterarie 
perfetto  : » come  ne  scrisse  con  acuta  brevità  un  dotto  stra- 
niero.5 Però  è debito  notare  che  gran  parte  dei  rispetti  e delle 
ballate  venner  composte  nella  prima  gioventù,  e forse  prima 
che  il  Poliziano  fosse  eletto  priore  di  san  Paolo  per  favor  di 
Lorenzo,  il  quale  aveva  in  costume  di  far  canonici  i letterati  a 
sè  addetti:  meglio  a ogni  modo  dei  duchi  di  Este  che  volean 
cavallaro  P Ariosto  e chiamavano  servitore  il  Tasso.  Nè  altro 
che  un  benefizio  secolare  con  qualche  lieve  obbligo  ecclesia- 
stico era  il  priorato  di  san  Paolo  : e solamente  nell’  ottantasei 
fu  il  Poliziano  annoverato  fra  i canonici  della  Metropolitana, 
benché  veramente  sacerdote  non  fosse  mai.  Ma,  uscendo  di  sa- 
grestia, anche  è vero  che  non  poche  rime  compose  il  Poliziano 
ad  istanza  d’  altri  : come  rilevasi  da  una  lettera  del  1490  ove 
duolsi  il  ben  priore  che  la  gente  assediandolo  tuttavia 
nella  sua  casetta  non  gli  lasci  pure  il  tempo  da  dir  P uffizio. 
« Ecco  uno  che  mi  chiede  arguzie  fescennine  [ canti  carnescia- 
leshi ] pe’giorni  di  carnevale,  ed  uno  prediche’  per  le  confra- 


1 Politianus,  Epigr.  grac.  lib.  In  Alexandr.  póclriam. 

* D’ Israeli,  Curioiiliei  »/’  nitrature,  1835,  I,  p.  387. 
s Alcune  prediche  del  Poliziano  saranno  nel  voi.  delle  Prole  volgari. 


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CXXXIl 


ANGELO  POLIZIANO. 


tornite  ; altri  canzonette  pietose  da  intonar  su  la  viola,  altri 
canti  licenziosi  per  le  serenate.  Questi,  stolto  !,  viene  a rac- 
contare i suoi  amori  a me  più  stolto  che  sto  a sentirlo  : que- 
gli mi  domanda  una  insegna  il  cui  senso  sia  chiaro  solo  alla 
sua  donna,  e che  eserciti  in  vano  le  altrui  congetture.'  » Dal 
che  è dato  pur  d’ inferire  come  parecchie  di  quelle  rime  do- 
vessero essere  tirate  giù  in  fretta  senza  badarvi  sopra  poi 
tanto,  sol  per  levarsi  d’intorno  il  fastidio  delle  domande,  e 
come  il  Poliziano  ne  tenesse  pochissimo  conto.  E ciò  mentre 
i contemporanei  tenevan  in  grandissimo  conto  lui  anche  co- 
me poeta  volgare.  Standocene  alle  sole  ma  eloquenti  testimo- 
nianze de’  poeti,  Antonio  da  Pistoia  così  incominciava  un 
sonetto  su  i rimatori  del  tempo  suo  : 

« Chi  ilice  in  versi  ben,  che  sin  toscano  ! 

— Di’  tu  in  vulgnrc  ? — In  volgare  e in  lutino  — 
Lamentio  bene,  e ’l  suo  ligliuol  Pierino; 

Ma  in  tutti  e due  vai  più  il  Poliziano.*  » 

Con  altro  tono  cantava  Cassio  da  Narni  : 


« Tra’  più  famosi  [poeti]  era  il  Poliziano 
Che  con  bel  modo  agli  altri  recitava 
Molte  sue  stauzie;  e il  stil  terso  e soprano 
Vedovasi  fche  a lutti  dilettava  : 

De’  Medici  Lorenzo  avea  per  mano 
Che  a un  medesmo  segno  seco  andava. 

Ahi  Italia  fìor  del  mondo  ! onde  deriva 
C'  hai  .situi  I figli  c sei  d’ingegno  priva?*  • 

E con  affezione  di  amico  e con  enfasi  di  poeta  ne  parlava  il 
buono  e ingegnosissimo  Luigi  Pulci,  e in  quella  ottava  ove 
gli  si  professa  obbligato  di  notizie  intorno  il  suo  argomento 
(onde  Teofilo  Folengo'  e l’irrequieto  frataccio  Ortensio  Landò1 * * *  5 
inventarono  che  il  Morgante  fosse  opera  del  Poliziano  e da  lui 
donata  al  Pulci),  e più  ove  su  ’l  fine  egli  dice  di  toler  porre 


1 Politiunus,  Epist.  li,  ziti. 

5 In  Scritti  di  Poeti  ferraresi, 

Ferrara,  1733  ; pag.  17. 

8 Cassio  da  Narni,  Morte  del  Da- 

nese ; in  Crcscimbeni,  Storia  della 
\ulgare  poesia.  Volume  II,  parte  |l, 


libro  VI;  Venezia,  Bascgio,  1730. 

* Teofilo  Folengo  sotto  nome  di 
Limerno  Pitocco,  Orlandino,  cap.  I, 
st.  19  e 20. 

5 0.  Landò,  nella  Sferza  degli 
Scrittori. 


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ANGELO  POLIZIANO. 


CXXXIII 


mano  a un  nuovo  poema,  il  Fallante,  allusivo  certo  a Lorenzo 
de'  Medici. 

« F.  ne  ringrazio  il  inio  rnr  Angiolino, 

Suina  il  qual  mollo  lalioravo  in  vano  ; 

Fiila  scoila  m’ è sialo  al  mio  cammino; 

Onore  e gloria  ili  Montepulciano  ; 

Clie  mi  (Ielle  il’  Arnalilo  e il’  Alenino 
Notizia,  c lume  ilei  mio  Carlo  Mano; 

Ch'io  era  entralo  in  un  oscuro  bosco, 

Or  la  strada  e il  sentici-  del  ver  conosco.* 


Quanti'  io  surò  con  quel  mio  serafino, 

lo  gli  [i  nomi]  trarrò  fuor  forse  col  cervello  : 

Perché  questo  Agnol  vi  porrà  la  mano, 

Nato  per  gloria  di  Montepulciano. 

Questo  è quel  divo  e quel  famoso  Alceo 
A cui  sol  si  consente  il  plettro  d’oro;  • 

Che  non  invidia  Anfione  o Museo, 

Ma  stassi  all' ombra  d’  un  famoso  alloro; 

E i monti  sforza  come  il  tracio  Orfeo, 

K sempre  in  torno  ha  di  Purpnso  il  coro, 

F.  1’  acque  ferma,  e sassi  muove  e glebe, 

E a sua  posta  può  richiuder  Tebe, 
lo  seguirò  la  sua  famosa  lira 
Tanto  dolce  soave  armonizzante, 

Che  come  calamita  a sé  mi  tira  ; 

Tanto  clic  insieme  troverrem  Pollante  : 

Perché,  sellilo  ambo  messi  in  una  pira, 

• Segni  farà  del  nostro  amor  costante, 

D'  una  morte  un  sepolcro  un  epigramma. 

Per  qualche  cITello  1’ una  c l’altra  fiamma. 

Noi  ce  ne  andrem  per  le  famose  rive 
Di  EOrole  c pe’  gioghi  là  di  Cinto  ; 

Dove  le  muse  ausonie  e argive 
Gli  portali  chi  narciso  c chi  iacinto, 
lo  sentirò  cose  alle  magne  c dive. 

Che  non  senti  mai  l’indo  o Araciulo  : 

In  condurrò  Pollante  a Delfi  c Dclo; 

Poi  se  n’  andrà  come  Quirino  in  ciclo.5  ■ 

Ma  di  cotesta  gloria  non  si  curava  già  il  Poliziano.  Di- 
sprezzando  le  sue  cose  volgari  con  maggior  verità  elio  non  il 


* L.  Pulci,  Marginile,  XXV.  fi!;). 

5 I,.  Pulci,  Marginile,  XXVIII,  HO  c segg. 

POLIZIAVO. 


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CXXX1V 


ASGELO  POLIZIANO. 


Petrarca,  il  quale  vi  ritornava  ognor  sopra  con  la  perfeziona- 
trice pazienza  della  lima  e le  inviava  a questo  e a quello,  non 
le  ricordò  mai  o a pena  una  volta  nelle  opere  sue,'  nè  mai  si 
diè  pensiero  che  uscissero  a stampa,  egli  che  pur  di  sè  alta- 
mente sentiva  e le  sue  cose  latine  pubblicò  con  grande  appa- 
rato. Rendere  agli  immortali  antichi  di  quel  lume  che  avea  da 
e3si  ricevuto,  i luoghi  oscuri  dichiarando,  emendando  gli  erra- 
ti, espungendo  le  interpolazioni,  i difetti  adempiendo;  e in  que- 
ste faticose  industrie  recar  lo  splendore  di  un’  immaginazione 
che  tutto  abbelliva  e colorava,  fino  le  questioni  filologiche  ; tra- 
sportar dal  greco  in  latino  quegli  scrittori  e quegli  scritti  che 
più.  si  porgevan  restii  al  volgo  de’  traduttori  ; entrare  col  Fa- 
nepistemon  e con  la  Dialectica  nel  portico  e nel  peripàto  ; col- 
lazionando il  testo  delle  pandette,  guidar  la  letteratura  ad 
invadere  anche  il  campo  del  diritto-;1 2 *  salire  di  ventinove  anni 
la  cattedra  di  eloquenza  greca  nello  Studio  fiorentino,  e mi- 
rarsi intorno  raccolta  una  folla  d’uditori  che  per  lui  giovane  e 
paesano  abbandonavano  il  vecchio  e greco  Demetrio  Calcon- 
dila,  e fra  quegli  uditori  vedere  assisi  più  d’ una  volta  il  Me- 
dici il  Lascari  il  Pico,  e fra  quegli  scolari  annoverare  il 
Carteromaco  il  V olterrano  il  Crinito,  e Guglielmo  Grocin  pro- 
fessore poi  di  greco  in  Oxford  ed  amico  di  Tommaso  Moro, 
e il  Linacer  salutato  restauratore  degli  studi  umani  in  In- 
ghilterra, e Dionigi  fratello  di  Giovanni  Reuchlin,  e i due 
giovani  Texeira  figliuoli  del  gran  cancelliere  di  Portogallo  ; 
e dal  re  di  Portogallo  Giovanni  II  ricever  lettere  in  cui  era 
encomiato  e confortato  a scrivere  secondo  le  memorie  che  se 
gli  mandavano  le  storie  latine  delle  cose  operate  dal  re,®  e 
brevi  di  Innocenzo  V'III  in  cui  grazie  gli  veniali  rese  e com- 
pensi assegnati  per  la  versione  d’Erodiano;4  questa  per  An- 
gelo Poliziano  era  gloria.  E talvolta,  in  mezzo  alla  interpre- 
tazione dei  grandi  esemplari,  acceso  dallo  spirito  dell’  antica 
bellezza,  cotesto  retore  dal  collo  storto  e mal  commesso,  dal 


1 Politianus,  Mitccllaitrorum  ca- 

pi:. XXII,  a proposito  degli  echi. 

1 Per  gli  situili  di  Angelo  Poli- 
ziano nella  giurisprudenza,  onde  in- 

titolasi e deriva  da  lui  la  scuola 
dei  culti,  vedi  il  dotto  ed  eloquen- 


te lavoro  del  professore  F.  Bonamici, 
Il  Poliziano  (ìntrecnaxulln,  oseilo 
ulliuiamentc  in  Pisu  pei  tipi  del  Ni- 
slri. 

s Politianus,  Epitl.  X.  i,  e u. 

4 Politianus,  Epitl.  Vili,  ■ e il. 


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ANGELO  POLIZIANO. 


CXXXV 


naso  enorme,  un  po' losco  dell’occhio  sinistro,  sorgeva  in 
piedi:  e con  voce  piena  sonora  e variamente  colorita  dall’ ac- 
cento della  passione  recitava  versi  suoi;  i versi  che  avea 
composto  nella  villetta  fìesolana,  presso  una  siepe  di  rose, 
allo  spirare  del  venticello  che  veniva  dal  monte,  al  mite  lu- 
me de’ tuoi  occasi,  o soave  Toscana.  Allora  il  retore  deforme 
divenia  bello  d’ un  tratto  : gli  splendea  su  la  pallida  fronte 
qualche  raggio  delle  antiche  deità  : e il  silenzio  dell’  uditorio 
si  facea  più  solenne,  perchè  i novelli  ateniesi  credevano  ve- 
dersi innanzi  risorto  un  sacerdote  di  Apollo.  Ed  egli,  se  ar- 
gomento alle  dotte  lezioni  era  stato  Omero  l’amor  suo,  dopo 
cantatane  la  portentosa  nascita  e la  cecità  più  portentosa, 
così  ne  intonava  le  lodi: 

> lluic  nras  liuic  tempia  dedii  veneranda  vetusta.,; 

Ilunc  cere  liunc  saxo  fulvoque  colcbat  in  auro: 
lltinc  unum  nucturein  teneri.*  pricfecerul  unni* 

Rertoremque  vago:  inuderaloreini|ue  inventa:  ; 

Ilunc  etiam  Icges  vita:  ugnovcre  inngistrum  ; 

Oittnis  nb  line  dor.tas  sapientia  fonte  papyrus 
Irrigai  : lume  propria»  oli  in  gangetica  tellus 
T iHiielnlil  in  voees:  buius  nalalia  sepleni 
(Juseque  sibi  rapinili  studi is  puguacibiis  nrbes  : 

Ilunc  et  sitliouii  patirnleni  ima  flagelli 
Asseriti!  patrio  vindex  Plolcinoeus  nb  ninne  : 

Ilunc  quoque  captivo  geniniutum  cliiiisit  iu  miro 
Rex  Macedùin,  mcdii»*  lume  consumabili  in  uruiis, 

Hoc  invilubnt  soinnos,  bine  crastiun  bella 
Concipere  buie  paltò,  suetus  incture  Iriumplios. 

Et  nos  ergo  illi  grata  pielate  dicaiuiis 
liane  de  pierio  eoulexlain  Aure  corouaiii, 

Quain  ni i Ili  cnianug  inter  piilclierrinia  niinplnis 
Ambra  tledil  patria:  leelam  de  granulie  l ipie  : 

Ambra,  mei  Laurcutis  amor,  quam  corniger  Umbro 
Umbro  scnex  geiiuit  domino  gratissimus  Arno, 

Umbro  suo  tandem  non  eruplurus  ab  alveo. 1 » 

0 Virgilio  aveagli  toccato  la  mente  e l’animo  con  la  vere- 
conda larghezza  del  suo  stile  : ed  egli  rivolgendosi  a’  giovani, 

- Et  quis,  io  iuvenes,  tanti  miraciiln  Insinui, 

Eluquii,  non  se  immenso»  lerrteque  marisque 
Prosperare  pulci  trnclns  ? Ilic  ubere  largo 


1 Polilianus,  Ambra. 


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CXXXVI 


ANGELO  POLIZIANO. 


Lnxiirinnt  scgetes,  hic  molli»  gramiiia  londct 
Armonium,  liic  lentis  umicitur  vitibus  ulmus  ; 
lllinc  muscoso  lollmil  se  robora  Ini  uro, 

• Mine  macia  ampia  palcnt;  bilnilis  bue  squallct  areni» 

Lillus,  ali  bis  gelidi  deciirnint  nioiilibns  amnes  ; 
line  vasi®  incombimi  rupe»,  bine  srnipea  pandont 
Antro  sinus,  illìnc  vullcs  cnbuere  cedue  tee. 

Et  discors  pulcbciiin  facies  ut  lemperat  orbeiti', 

Sic  varios  scse  in  viiltus  facondia  dives 
Indù i 1 , et  vasto  none  lorrens  inipclc  fcctur 
l'Iinninis  in  mocein,  siero  none  aret  in  alveo, 

None  sese  laxat,  none  cxsputiata  coSreet, 

None  incolta  dece!,  mine  blandis  piena  renidet 
l'Ioribus,  inteedum  pulclire  simili  omnia  olisce'. 

0 vatuin  pcetiosa  quies,  o gaudi»  solis 
Nola  piis,  dulcis  furor,  incorrupta  voluptas, 

Ambrosimque  definì  melisse,  qnis  tali»  cernens 
Krgibtis  invideal  1 niollem  sibi  prorsos  bubeto 
Vestein  aurum  gemnias:  tantum  bine  proemi  esto  niulignum 
Vulgus,  ad  luce  nulli  perroinpaut  sacra  profani.1  • 

Ovvero  Esiodo  e le  Buccoliche  risvegliavano  in  lui  quel  se- 
greto amore  della  vita  campestre,  che  così  spesso  prorompe 
dalla  sua  poesia  e dalla  prosa:  ed  allora,  con  versi  che 
non  si  distinguerebbero  da  quelli  di  Virgilio  (il  giudizio  è di 
Yillemain)  e che  ne  hanno  il  libero  giro  il  movimento  e l’  armo- 
niacosì,  invocando  Pane,  incominciava: 

« Pan,  ades^  et  curvi  mecnm  sfili  fornice  saxi 
Versibns  indulge  ; medio  duin  Phcehus  in  axe  est, 

Diim  gemit  erepta  viduatus  compare  tiirlur, 

Duin  su»  torqiiali  rccinunl  diclina  palombe». 

Ilio  resomi t blando  libi  pimi»  amata  sustirro : 

Mie  vaga  coniferis  insibil.it  aura  eupressis: 

Die  seatebris  salii  et  bullantibus  incita  veni» 

Pura  colorato»  inlerstrepil  unita  lapillo»; 

Hic  tua  vicinis  ludit  lasciva  sub  umbris 
bimdiidum  nostri  captutrix  carniinis  Eclio. 

„ Felix  ille  animi  divisque  siiniiliiniis  ipsis. 

Quelli  non  mendaci  rcsplendens  gloria  fuco 
Sollicitat  non  fastosi  inula  gaudi»  luxus  ; 

Scd  tucitos  siili l ire  dics  et  paupcre  cu I tu 

1 Politiamis,  Manto. 

3 Villciiiuin,  Litlc'raturc  du  moyen  age,  lec.  XXII.  Paris,  Piclion  et  Di- 
dier. 1830. 


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ANGELO  POLIZIANO. 


CXXXVll 


Exigil  innocute  tranquilla  sileiilia  ville. 

Urbe  profili,  voti  exiguus * • 

cos  terminava: 

« Ilunc.  o crelicoltc  imigni,  conceilile  villini  : 

Sic  milii  delicias,  sic  blandimenti!  luborum, 

Sic  lacilrs  (Iute  som  per  opes.  H.ic  improba  sunto 
.Vola  tenda  : munquani  certe  niiini|unui  illa  preenbor,  . 
Splcudeat  ut  rutilo  frons  invidiosa  galero 
Tergemiiinqne  gravis  siirgat  niilti  mitra  corona, 

Talia  fcsitleo  leu i us  meditabar  in  antro. 

Ilare  snhiirbano  Mciliciim,  qua  mona  sacci'  iirbcm 
Mirimi, im  longique  volo  mina  despicit  Arni, 

Qua  bonus  liospiliiim  lelix  placidaiuque  qiiiclein 
‘liululget  Luurens,  Laurens  liaud  ultima  Plicebi 
Gloria,  iuclatis  Laurens  fìda  ancora  Musis. 

Qui  si  certa  magis  permiserit  olia  uobis, 

Afllabor  ntaiore  ileo:  nrc  inni  ardua  Inni  il  in 
Silva  incus  voces  montaaaqiie  saxa  loqiirnlur, 

Sed  tu,  si  qua  lìdes,  tu  nostrum  forsitan  oliai, 

0 meu  blanda  altrix,  non  aspernabere  ciirinen 
Quamvis  niagnoruiu  gcnilrix  Florenlia  valiiin, 

Doetaqiie  me  triplici  recinel  facundia  lingua.2  » 

Vroto  cotesto  che  formato  nel  chiudersi  della  penultima  de- 
cade del  secolo  XV  non  poteva  esser  pieno  : la  primavera 
del  rinascimento  era  su  lo  sfiorire:  altri  e nefandi  tempi  al- 
T Italia  si  maturavano. 


V. 


Bibliografia  dei  rispetti,  delle  ballate,  delle  rime  varie. 
Nuove  cure  date  loro  in  questa  edizione. 


Codici. 

Più  ricco  e antico  d’ogni  altro  è pur  sempre  il  riccar- 
diano  2723,  già  descritto  al  cap.  III.  Sonovi  dopo  l’ Orfeo 
molti  rispetti,  copiati  in  origine  senza  divisione  di  sorta  in- 

1 Pulitianus,  Ruslicw.  1 Politiunus,  Rntlicui. 


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cxxxvni 


ANGELO  POLIZIANO. 


sieme  ad  altri  di  Lorenzo  de’  Medici  : una  mano  diversa  da 
quella  che  fe  la  copia  e forse  posteriore  aggiunse  qua  e là 
alcuni  segni  distintivi  a pena  sensibili  e le  abbreviature  A. 
P..  A.  Polit.,  Poi.,  Lor.  de  Med;:  un’altra  scarabocchiò  nei 
margini  qualche  postilla  o emendazione  per  lo  più  arbitra- 
ria. Seguitano  parecchie  ballate,  del  Poliziano  e del  Medici, 
mescolate  insieme  ; e al  Medici  si  attribuiscono  tal  volta 
quelle  che  certamente  sono  del  Poliziano  ; e spesso  non 
hanno  indicazione  o distinzione  veruna.  Altri  rispetti  e al- 
tre ballate  si  alternan  poi  nuovamente,  e in  mezzo  canzoni 
di  Dante  ; quindi,  dopo  le  varie  prose  italiane  e latine  ac- 
cennate al  eap.  Ili,  ancora  nuovi  rispetti,  ma  d’ altra  mano. 

Quasi  ricco  come  il  riceardiano  ma  più  ordinato  pare  do- 
vesse essere  il  chigiano  2333  ovvero  M.  4.  81  già  citato  al 
cap.  III.  Il  Serassi  ne  estrasse  parecchi  de’ più  eleganti  rispetti 
e due  canzonette  per  la  cominiana  del  1765,  e il  Poggiali 
potè  collazionarvi  alcune  delle  ballate  che  pubblicò  dai  codd. 
ricc.  e laurenz.  nella  sua  Serie , e di  quelle  che  vi  restavano 
inedite  citò  i primi  versi.1  Le  quali  tutte,  fuor  che  una 
[ Fortuna  disperata , intitolata  « Canzonetta  intronata  anti- 
ca » che  non  m’  è avvenuto  di  ritrovarej  si  leggono  pure 
nei  codd.  fiorentini.  Il  che  allevierebbe,  se  non  isminuisce, 
il  danno  della  perdita  di  così  prezioso  codice;  quando  sia 
irreparabilmente  perduto,  come  venne  asserito. 

Nè  qui  finiscono  le  perdite  della  chigiana.  Perocché  da 
gran  tempo  non  trovasi  più  in  quella  libreria,  nè  si  sa  certo  in 
qual  modo  siane  uscito,  secondo  ne  attesta  il  signor  Bonanni, 
l' altro  manoscritto  cartac.  2328  da  cui  il  Crescimbeni  estrasse 
la  canzone  Monti  valli  antri  colli.  Meno  male  che  un  segre- 
tario del  card.  Alessandro  Falconieri,  1’  ab.  Niccolò  Rossi, 
gran  raccoglitore  di  codici  e stampe  antiche,  ne  copiò  al- 
cune poesie  che  v’  erano  col  nome  del  Poliziano  : e quella 
copia  è nel  ms.  cartac.  di  num.  94  della  biblioteca  corsi- 
niana  di  Roma,  e le  poesie  ne  furono  poi  pubblicate  dal 
sig.  Bonanni  nel  1858  : * di  che  a suo  luogo. 


1 Poggiali,  Scrii'  dei  lenii  di  Ha-  5 Bonanni,  Prefazione  alle  Due 
gnu  ec.,  Livorno,  1813;  I,  260  e Canzoni  a b.  di  A.  P.,  Firenze,  Bar- 
segg.  Lira,  1858,  pug.  14  c segg. 


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ANGELO  POLIZIANO. 


CXXXIX 


Anche  il  codice  del  dottor  Buonafede  Vitali  del  quale 
giovossi  l’Affò  per  la  nuova  edizione  dell’  Orfeo  [v.  cap.  Ili], 
oltre  1’  Orfeo  e fra  molte  altre  rime  di  contemporanei,  con- 
teneva quattro  sonetti  del  Poliziano.1  Le  prove  di  tal  poeta 
in  tal  forma  di  poesia,  nella  quale  nulla  conosciamo  di  lui, 
sarebbero  state  cosa  ghiotta.  Ma  a temperarcene  il  deside- 
rio viene  opportuna  la  nota  dell’  Affò  che  uno  rii  quei  so- 
netti [comincia  II  sole  area  già  l’  ombre  e le  paure]  è dal  Cre- 
scimbeni ! attribuito  a Bernardo  Belliucioni.  Forse  nò  pur 
gli  altri  erano  veramente  del  Poliziano:  a ogni  modo  ognuno 
avrebbe  avuto  caro  di  certificarsene.  Io  certo  avrei  avuto 
caro  di  certificarmi  .se  cotesto  cod.  Vitali,  del  quale  non 
m’  è riuscito  saper  altro,  fosse  per  avventura  una  cosa  col 
DCCCXXXVI.  B.  362  [Parte  IV'.  codd.  italici]  della  Estense 
di  Modena.  È questo,  stando  alla  descrizione  del  catalogo 
ms..  un  piccolo  in  foglio  che  contiene,  a punto  come  quel 
del  V'itali,  poesie  di  molti  degli  ultimi  quattrocentisti;  per 
esempio  la  Psiche  e vari  sonetti  di  Niccolò  da  Correggio, 
cinque  sonetti  del  Toschi  ferrarese,  cinque  di  Giovanni  Pi- 
co,  e sei  di  Angelo  Poliziano.  Avrei  desiderato  certificarmi 
e vedere  : ma  i codici  erano  e sono  tuttora  incassati  ; e il 
mio  desiderio  andò  in  fumo. 

Preziosissimo  ne  riuscirebbe  il  cod.  cartac.  in  ottavo 
oblungo  di  sessanta  fogli  che  numerato  XLIV  conservasi 
nel  pluteo  XL  della  Medico-Laurenziana,  se  dovesse  cre- 
dersi al  Bandini  « quoad  Politiani  carmina,  ut  videtur,  au- 
to graphus. 3 » A ogni  modo  la  lezione  è per  lo  più  ottima;  e la 
lettera  certamente  dei  tempi  di  mesa.  Angelo,  anzi  della  sua 
gioventù.  Dopo  molte  rime  di  Dante,  contiene  del  Poliziano 
la  stanza  su  1’  eco,  cinque  ballato,  dodici  rispetti  spicciolati 
e i rispetti  continuati  0 trionfante  sopra  ogni  altra....  Del 
secolo  XVI  e di  bellissima  lettera  con  disegni  a penna  è 
l’altro  cod.  cart.  di  pag.  81  in  foglio  che  si  conserva  nel 
pi.  XLI  della  stessa  biblioteca  sotto  il  num.  XXXIII.  Con- 
tiene rime  varie  del  secolo  XV  ; del  Poliziano  ha  la  canzo- 


1 AITA.  Prrfnzinae  all’  Orfeo,  |>a-  pars.,  t.  Ili,  pag.  S07  ; Venezia,  I ”31. 
giua  t24  ili  questa  edizione.  3 llandini,  Callidi.  Coild.  mt.  Illbl. 

5 Cresciinlieni,  Coment.  Star.  volg.  Mrd.  barn'.;  voi.  Vili;  pag.  151. 


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C\L 


ANGEI.0  POLIZIANO. 


netta  Questo  mostrarsi....;  e senza  ragione  gli  attribuisce  la  can- 
zona delle  venditore,  Buona  roba  abbiavi....,  che  è del  Medici. 

Di  non  minore  autorità  che  il  primo  cod.  laurenz.,  e dello 
stesso  tempo  o più  basso  di  poco,  è un  cartaceo  mugliabe- 
chiano  in  4“  oblungo  al  n.  1034  della  classe  VII  sotto  la  ru- 
brica Variorum  e con  la  intitolazione  Poesie  toscane  di  diversi 
autori  antichi.  Le  rime  del  Poliziano,  dieci  ballate,  son  riu- 
nite in  un  quadernetto  con  altre  del  Magnifico  del  Bellincioui 
e di  Giovanni  Ridolfi,  di  buona  lettera  e di  lezione  migliore. 
Brutte,  per  contrario  e l’una  e l’altra  nell’altro  magliai).  735, 
cl.  VII  Varior.,  col  titolo  di  Canti  carnascialeschi,  in  4'’  pic- 
colo e della  fine  del  XV  o eie’ primi  del.sec.  XVI;  dove  del 
Poliziano,  oltre  il  male  attribuitogli  Trionfo  per  la  promo- 
zione alla  porpora  di  Giovanni  de’ Medici,  sono  una  canzo- 
netta intonata  e qualche  rispetto. 

Copia  di  varie  poesie  del  Poliziano  di  su  i manoscritti  fio- 
rentini per  innanzi  descritti  è il  cod.  di  n.  27  nella  voluminosa 
l'accolta  di  rime  antiche  trascritte  dal  Monche  e dal  Biscioni, 
che  acquistata  dal  marchese  Cesare  Lucchesini  passò  poi  nella 
biblioteca  di  Lucca.  Pure  anche  questa  copia  ci  giovò  a qual- 
che cosa,  grazie  alla  gentilezza  del  nostro  amico  G.  Pierotti 
che  ben  volle  mandarcene  le  varianti  e qualche  postilla. 

Sono  nel  cod.  cart.  mise.  771  della  Riccardiana  due  carte 
di  scrittura  nitida  e corretta,  probabilmente  del  primo  cin- 
quecento, già  piegate  in  forma  di  lettera  e indirizzate  al  Ge- 
neroso ac  stre  | mio  militi:  duo  meo  Colai  ] diss.  Duo  Andrete 
Magnano  | [Magnanimo?]  con  sotto  Mementote  interdum  v ri 
Zenobii  Masolini  de  Prato.  Contengono,  con  pochi  versi  latini 
del  nostro  autore,  fra  i quali  l’ode  Puella  delicatior  e gli  elogi 
Laetior  ut  cerms...,  quattro  ballate  e l’ eco. 

Come  quello  su  ’l  quale  fu  esemplata  la  prima  edizione 
delle  due  elegantissime  ballate  per  la  Ippolita  Leoncina  [Chi 
non  sa...,  e Benedetto  sia  ’l  giorno...]  ricordiamo  il  inauoscritto 
di  Luigi  Poirot,  il  quale  dichiarava  al  dottore  Rigoli,  che  diè 
alla  luce  quelle  ballate  nel  suo  Saggio  di  rime  dal  secolo  XIV 
<d  XVII,  •*  di  averle  ottenute  in  copia  moderna  dalla  libre- 
ria del  Seminario  fiorentino.1  » 

1 Rigeli,  Noie  ot  Stingili  di  rime  di  divel  li  buoni  autori  dal  lecalo  XIV 
al  XVII  ; Firenze,  4825;  pag.  306. 


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ASGELO  POLIZIANO. 


CXL1 


E le  due  ultime  ballate  ed  altre  dodici  delle  già  edite  e i 
rispetti  continuati  a foggia  di  serenata  [0  trionfante  sopra ...]  e 
quattordici  rispetti  spicciolati  con  più  cinque  inediti  sono  con- 
tenuti anche  in  un  codice,  mancante  però  di  qualche  capta,  del 
chiarissimo  professore  Giuliano  Yanzolini  di  Pesaro.  Venuto 
a notizia  di  questo  egregio  signore  come  io  intendessi  a una 
nuova  edizione  delle  cose  volgari  del  Poliziano,  egli,  che  pure 
aveva  in  animo  di  riprodurre  le  poesie  del  suo  codice  insie- 
me con  la  Giostra  secondo  la  lezione  dell"  oliveriano,  sponta- 
neamente e senza’pur  conoscermi  mi  si  fece  incontro  proffe- 
rendomi le  varie  lezioni  per  lo  più  pregevolissime  e i cinque 
rispetti  inediti  di  quel  suo  còdice.  Gentilezza  certamente  in- 
cognita ai  filologi  di  mestiere,  ma  naturale  in  chi  ama  gli 
studi  e le  lettere  umane  sol  per  amore  di  esse,  come  il  Van- 
zolini  che  è uomo  di  elegantissimi  studi  : al  quale  insieme 
con  me  vorranno  certo  i lettori  del  Poliziano  essere  gratissi- 
mi di  sì  bel  dono.  In  fondo  al  codice  del  professor  Yanzo- 
lini  è un  Epitaphio  della  Lina  da  Prato  chiamata  Cento  j>cr 
Zanobi  Masolini,  quello  stesso  che  inviava  le  due  carte  ric- 
cardiane  con  i versi  del  Poliziano  ad  Andrea. 

Sol  per  T intierezza  del  catalogo  ricordo  in  ultimo  il  cod. 
riccard.  cartac.  in  4’  di  n.  2599,  che  contiene  diverse  lettere 
memorie  e poesie  attenenti  o allusive  alla  casa  Medici  fatte 
raccogliere  e copiare  da  Giovanni  Mazzuoli  detto  lo  Stra- 
dino, celebre  nei  fasti  della  poesia  burlesca  fiorentina  del  se- 
colo XYI.  Da  esso  codice  gli  editori  fiorentini  del  1814 
estrassero  i capitoli  e l’ epitaffio  in  morte  del  Magnifico  «male 
attribuiti  al  Poliziano. 


Stampe.  — Piuma  età. 

Questa  età,  che  potrebbe  ancora  intitolarsi  delle  raccolte, 
oltre  le  stampe  della  Giostra  dal  1494  al  1537  che  tutte, 
eccetto  la  rivista  dal  Gaietano,  contengono  la  canzonetta 
Ab»  potrà  mai  dire  Amore  con  la'  stanza  dell’  eco,  e alcune 
anche  la  canzone  Io  soh  constretto,  come  registrammo  a suo 
luogo,  comprende  ancora  le  seguenti  raccolte  ove  sono  bal- 
late o canzonette  del  N.  Ai 


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CXl.II 


ANGELO  POLIZIANO. 


14....  È un  in  4"  piccolo,  di  c.  36,  non  num.,  registi*,  a-fiii, 
(c  ed  e duerni,  d ed  f terni,  il  resto  quaderni)  senza  nota 
uè  di  luogo  e tempo  nè  di  tipografo  : nel  frontesp.  ha  figu- 
rato in  legno  un  ballo  di  dodici  fanciulle  su  la  cantonata 
(pare)  del  palazzo  Medici,  e il  Magnifico  da  una  parte  che 
sembra  tendere  la  mano  a una  giovinetta  inginocchiata,  e 
dietro  lui  una  mezza  figura  che  potrebbe  prendersi  pel  Po- 
liziano. Sotto  sono  questi  versi: 

• Se  iulcmlcr  «tuoi  della  storia  Irdecto  » 

A <li  questa  brigata  qui  presente 
volgi  la  citarla  Si  leggi  quel  solicelo.  - 

E quel  sonecto  segue  nella  faccia  dietro,  miserabile  indovi- 
nello : incomincia 

• Per  dar  il i ledo  a uoi  Icctor  mie  pratichi 

della  inuduiinu » 

accenna  gli  argomenti  di  alcune  ballate,  e finisce 

• RI  buon  "risei  con  suo  sonni  canti 

l iccìiij»;»  col  Ciullozo  ancor  cogliona 
(liparadiso  cauerieu  esnncti 
Ri  eanlon  tutti  quanti  alla  carlona 
aedi  losbracia  clic  lor  qui  davanti 
seqnilate  col  canto  in  bora  buona 
llor  su  tu  che  ci  'dona 
Comiucinnne  qui  con  ladolcinla 
su  elicila  piaccia  a lui  la  lubricata.  • 

E in  principio  della  seconda  carta  la  rubrica  : 

§ Ballatette  del 

Magnifico  LorPzo  de  medi 

ci  & di  messere  Agnolo  Poli  , 

tiani  & di  Bernardo  giiibur 

lari  & di  molti  altri. 

Stanno  in  fine  del  libro  alcune  ottave  intitolate  Rispetti 
d’  amore,  le  cui  ultime  parole  sono  Dunche  prendi  partito 
come  saggia.  In  questa  raccolta,  e con  titolo  a sè  [c.  22-26] 
e mescolate  ad  altre  del  Medici,  sono  molte  delle  ballate  di 
M.  Angiolo;  che  sempre  quasi  accordano  nella  lezione  e 
nella  grafia  con  i codici  da  me  veduti. 


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ANGELO  POLIZIANO. 


cxLin  ' 


149.. .?  Le  stesse.  A petitione  di  ser  Piero  Pacini  da  Pi- 
scia. Sena’  anno.  In  4".  « Sono  c.  30  con  registro  da  a sin  a 
d quaderni,  eccettuato  1’  ultimo  eh’  è terno.  Jsel  frontispizio 
sta  il  legno  e stanno  i versi  dell’  antecedente  ediz.,  e così 
sta  pure  il  sonetto  nella  seconda  faccia.  Nel  fine  del  libro 
veggonsi  triplicatamente  impresse  le  armi  colla  parola  PI- 
SCIA.... I nomi  dei  diverbi  autori,  che  in  altre  stampe  si 
leggono  talvolta  indicati  con  sole  iniziali,  cioè  ora  L ora  B 
ora  P ora  F,  nella  presente  sono  scritti  ora  LORENZO  ora 
BERNARDO  ora  POLITIANO,  sicché  non  lascia  in  dubbio 
a chi  le  ballatette  appartengano.  Della  F non  ho  trovato 
spiegazione  veruna  » [Gamba].1 

15.. .  Frottole  composte  da  più  autori  cioè:  Tu  ti  parli-  [sic] 

0 cuor  mio  caro....  Senza  luogo  ed  anno.  In  4°,  di  4 ff.  a 2 
col.  ; il  f.  A 2 contiene  al  retto  38  linee  per  colonna.  Al 
retto  del  pr.  f.  è una  fig.  in  legno  che  rappresenta  una 
donna  in  alto  a un  balcone,  in  basso  un  cavaliere  e Amore 
che  ferisce  la  donna.  « A giudicarne  dall’  aspetto,  questa 
ediz.  dovè  uscire  in  Firenze  avanti  il  1540  » [Libri]. 

15.. ..  Frottole  diverse  da  più  autori  composte.  Senza  luogo 
ed  anno.  In  8 , di  4 ff.  a col.  Edizione  eseguita  probabilmente 
a Venezia  verso  il  1550.  Ella  contiene,  con  titoli  qualche 
volta  differenti,  i sette  primi  componimenti  che  si  vedono 
nell’  edizione  posteriore  del  1560  [Libri]. 

1557.  Cazone  [sic]  a ballo  : composte  da  diversi  autori, 
aggiuntoci  quella  che  dice  dolorosa  meschinella.  Firenze , presso 
al  Vescovado.  In  4",  di  4 ff.,  a 2 colon.  ; con  una  bella  stampa 
in  legno  su  ’l  retto  del  primo  foglietto.  Questo  opuscolo 
estremamente  raro  contiene  poesie  di  Fr.  Sacchetti,  di  Lor. 
de’  Medici,  ec.  Il  Gamba  cita  un  simigliante  libretto  posse- 
duto dal  march.  Trivulzio  ma  pubblicato  nel  1564.  L’ edi- 
zione che  noi  annunziamo  qui  pare  che  sia  sfuggita  a tutti 

1 bibliografi  [Libri]. 

1560.  Frottole  composte  df+pià  autori.  Fiorenza , 1560,  del 
mese  di  gennaio.  In  4',  di  2 ff.  a 2 col.;  con  una  figura  in 
legno  al  retto  del  pr.  f.  Forse  è 1’  edizione  originale  d’ un 


1 Citami»  il  Camita  e il  Libri  mi  riporta  sempre  alle  loro  opere  bi- 
bliografiche accennate  nelle  note  al  cap.  III. 


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CXLIV 


ANGELO  POLIZIANO. 


opuscolo  eli  cui  il  Poggiali  ha  citato  ristampe  del  1562  e del 
1614  e un’ ediz.  senza  data  [Testi,  I 225  e li  229].  Le  can- 
zoni contenute  in  questa  raccolta  differiscono  da  quelle 
della  seguente  [Libri]. 

1560.  Frottole  composte  da  diversi  autori,  cioè  la  Brunet- 
tina  mia,  ee.  Fiorenza,  1560,  a di  3 di  febraro.  In  4 ' di  2 ff. 
a 2 col.  ; con  una  figura  in  legno  al  retto  del  pr.  f.  Opu- 
scolo eccessivamente  raro,  di  cui  noi  non  conosciamo  altro 
esemplare  [Libri]. 

1562.  Canzone  a ballo  composte  da  diversi  autori.  Firenze, 
Sermartelli.  In  4".  di  cc.  38  numerate  con  segnai.  A-E.  « Un 
Lello  esemplare  di  questa  ediz,  sei'basi  nella  Marciana  di 
Venezia  » [Gamba], 

1562.  Frottole  composte  da  più  autori,  cioè.  'Tu  ti  parti  o 
cuor  mio  caro.  ec.  In  fine  : Stampate  in  Firenze  l’anno  MDLXII 
per  Rodolfo  Pocavanza.  In  4‘,  di  cc.  4 a due  col.  Nel  fronte- 
spizio è la  solita  figura  in  legno  descritta  più  sopra:  nel- 
T ultima  pag.  dopo  la  soscrizione  v’  è altra  figura  in  legno  ; 
un  cavaliere  e una  donzella  che  ballano  in  un  giardino,  un 
suonatoli,  una  vecchia  che  guarda  dalla  finestra  d’  una  casa 
vicina  al  giardino.  Non  son  cei'to  se  una  altra  ediz.  sen- 
z1  anno  e luogo  sia  ristampa  di  questa  a cui  tanto  somi- 
glia, salvo  che  manca  dell’  ultima  figura,  o veramente  sia 
la  ediz.  forse  originale  che  il  Libri  ci’ede  eseguita  innanzi 
al  1540. 

1564.  Canzone  a ballo  composte  da  diversi...  In  fine  : I [sic] 
Firenze,  l’ Anno  di  nostro  Signore  M.  I).  LXI1I  del  mese  di 
Luglio.  È in  forma  di  4n,  dx  sole  cc.  4 non  num.,  con  inta- 
glio in  legno  nel  frontesp.  : e le  canzoni  sono  di  Lorenzo 
de’  Medici,  del  Poliziano  e del  Pulci.  Esiste  nella  privata 
libreria  del  c.  Gio.  Giacomo  Trivulzio  [Gamba]. 

1568.  Canzone  a ballo  composte  dal  Magnifico  Lorenzo 
de’  Medici  et  da  M.  Agnolo  Politiano  et  altri  autori  insieme 
con  la  Nencia  da  Barberino  et4a  Beca  da  Dicomano  composte 
dal  medesimo  Lorenzo.  In  4",  di  cc.  42  num.,  con  frequenti 
sbagli  nella  numerazioixe.  « Nel  frontespizio  sta  il  solito 
ixxtaglio  in  legno  col  ballo  delle  ragazze  : e la  data  in  fine 
è così:  In  Firenze,  l’ Anno  M.  D.  LXVIII.  Leggesi  in  que- 
sta edizioxxe  qualche  compoxximento  che  manca  nelle  aute- 


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AN'fiKLO  POLIZIANO. 


CSLV 


cedenti,  quantunque  più  copiose  » [Gamba].  « Nell’ esempi, 
passato  dalla  Magliabech.  nella  Palatina  di  Firenze,  oltre 
alle  lettere  iniziali  indicanti  i nomi  degli  autori  che  si  veg- 
gono in  istainpa  in  alcuni  luoghi,  si  trovano  ancora  altre 
lettere  iniziali  fatte  a penna  apposte  ad  altri  componimenti 
che  parevano  d’ incerti  [Edd.  fior,  di  L.  de’  Medici.  ] » « Sono 
ormai  circa  trent’  anni  da  che  m’ è venuto  il  capriccio  di 
contraffare  quest’  edizione  e di  farne  imprimere  oltre  1(X) 
esempi.,  stando  attaccato  possibilmente  all’  originale,  da 
cui  ho  ricopiato  gli  errori  e sino  qualche  accidente  della 
stampa,  come  non  meno  l’ intaglio  in  legno  che  adorna  il 
frontespizio.  A fine  di  distinguere  questa  contraffazione  si 
osservi  la  prima  lettera  iniziale  con  cui  cominciano  le  can- 
zoni ; la  quale  lettera  nell’  originale  rappresenta  due  per- 
sone azzuffate,  una  dall’  altra  atterrata,  e nella  copia  rap- 
presenta un  paesetto  con  fabbriche.  In  qualche  esempi,  ho 
aggiunto  al  fine  2 cc.,  le  quali  contengono  quelle  canz.  che 
nell’  ediz.  di  Ser  Pacini  senz’anno  e nell’  altra  del  Sermartelli 
[1562]  si  ritrovano,  ma  che  sono  mancanti  nell’ ediz.  1568  > 
[Gamba].  L’  edizione  delle  Canzoni  a ballo  del  1568  è stata 
citata  in  tutte  le  impressioni  del  Vocabolario  dagli  Acca- 
demici della  Crusca:  ma  con  questo  inconveniente  che  l’Ac- 
cademia nelle  citazioni  usa  l’ abbreviatura  Med.  L.  canz. 
ball,  per  tutte  le  canzoni  della  detta  impressione,  delle 
quali  la  maggior  parte  non  sono  di  Lorenzo.  Più  : nell’  edi- 
zione del  68,  come  in  tutte  le  raccolte  di  Canz.  a b.  della 
seconda  metà  del  sec.  XVI,  la  lezione  è un  po’  ad  arbitrio 
ammodernata. 

1578.  Scelta  di  laudi  spirituali  di  diversi  eccellentissimi  e 
.devoti  autori  antichi  e moderni....  In  Firenze,  nella  Stamperia 
de ’ Giunti.  In  4n.  Ve  n’  è una  del  Poliziano. 

15....  Il  Poggiali  ! e gli  edd.  fiorentini  del  18141 *  3 citano  un 
libretto  di  poesie  di  diversi  autori,  dov’  è anche  il  Mantel- 
laccio  e dove  sono  del  N.  A.  le  due  ballatette  che  cominciano 


1 I..  de’  Medici,  Opere,  Firenze, 

Mulini,  ti23;  voi.  I,  Cululotjo  lidie 

e'Iiz.  che  contengono  alcuna  parte 
delle  opere  del  Maya.,  XVII. 


5 Poggiali,  Serie  ; I.  c. 
s Itiine  di  Angiolo  Poliziano,  Fi- 
renze, 1M4;  voi.  Il,  pag.  143,  nota 
182. 


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CXLVI 


ANGELO  POLIZIANO. 


Io  vi  co’,  donne,  insegnare  e Io  vi  voglio  confortare.  A me  non 
è avvenuto  di  trovarlo. 

1614.  Canzone  bellissime  a ballo,  nuovamente  composte  da 
diversi  autori.  E qui  i capoversi  di  parecchie  ballate.  Poi, 
E molle  altre  Canzone,  Nuovamente  ristampate,  e ricorret- 
te. In  fine  : Stampate  in  Firenze  appresso  Agostino  Simbeni 
V anno  1614.  In  8°,  di  4 cc.  a col.  : ha  nel  frontesp.  un  inta- 
glio in  legno  istoriato  d’ alcune  donne  che  ballano  intorno 
a una  colonna  su  cui  è l’ arme  de’  Medici. 


Seconda  età. 

Comprende  dal  1698  in  giù  le  varie  pubblicazioni  di  rime 
inedite  o disseppellite  dalle  antecedenti  raccolte,  che  poi 
vennero  a formare  le  due  ricche  edizioni  del  1814  e del  1825 
e questa  ultima  nostra  che  è di  tutte  la  più  compita. 

1698.  L’ ab.  Giovan  Mario  Crescimbeni  pubblicò  la  canz. 
Monti  valli  antri  colli  nel  libro  I della  sua  Istoria  della  vol- 
par poesia  stampata  a Roma  in  quest’anno  dal  Chracas  e 
poi  di  nuovo  nel  1714  e in  fine  in  Venezia  nel  1731  pel  Ba-> 
segio.  La  canzone  fu  riprodotta  nelle  cominiane  e altre  edi- 
zioni settecentistiche  della  Giostra  registrate  al  cap.  III. 

1747.  Alle  Stanze  impresse  di  quest’  anno  in  Bergamo 
pel  Lancellotti  [v.  cap.  Ili]  P.  A.  Serassi  che  le  curò  aveva 
in  animo  accompagnare  le  altre  rime  del  N.  A.  raccolte  da- 
gli antichi  libri  e dal  celebre  ms.  della  Chigiana  ; e di  fatti 
ne  diè  alla  stampa  un  volumetto,  che  poi  per  iscrupoli  non 
volle  pubblicato,  anzi  distrusse.  Ne  esisteva  una  copia 
di  100  cc.  num.,  con  la  sola  antiporta,  veduta  dal  Gambas 
nella  biblioteca  del  march.  Trivul2Ìo;  e conteneva  ballate, 
serenate,  strambotti  e altre  cose  fin  allora  inedite.  A più 
indizii  pare  che  il  Monti  ed  A.  M.  Maggi  se  ne  giovassero 
tanto  per  la  critica  emendazione  che  dell’  ediz.  fior,  del  1814 
fecero  nella  Proposta  come  per  la  nuova  edizione  silvestriana 
del  1825. 

1756.  Tuttavia  un  saggio  delle  rime  del  Poliziano  non  più 
stampate  dòtte  il  medesimo  Serassi  nella  III  ediz.  cominiana 
delle  Stanze  uscita  quest’anno;  ove,  oltre  la  conzonetta  e 


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ANGELO  POLIZIANO. 


CXLVII 


T eco  impresse  nelle  antecedenti,  mise  in  luce  la  Serenata 
ovvero  lettera  in  istrambottoli  espungendone  però  quelle  ottave 
delle  quali  non  può  la  morale  contentarsi  di  molto,  18  stram- 
botti spicciolati  per  la  Ippolita  Leoneina  e due  ballate;  tutto 
secondo  l' ottima  lezione  del  cod.  cliig.  2233. 

1778.  Ma  la  serenata  fu  riprodotta  intiera  secondo  la 
lezione  del  cod.  laur.  Xliv  pi.  xl  dal  can.  Ang.  Mar.  Bandini 
in  quel  volume  del  Catalogo  della  Mediceo-Laurenziana  [V. 
(vili),  52-56]  che  esibisce  la  descrizione  dei  codici  italiani; 
e furono  riprodotti  13  rispetti  spicciolati,  alcuni  de’  quali 
affatto  nuovi. 

1784.  Nei  Lirici  antichi  seri  e giocosi  fino  ai  sec.  X VI\i.  VI 
del  Parnaso  italiano  raccolto  e sopravveduto  dall’ab.  Andrea 
Rubbi]  impressi  di  quest’  anno  in  Venezia  presso  Antonio 
Zatta  in  8"  furono  accolte  fra  altre  cose  liriche  del  Poliziano 
anche  la  ballata  Vaghe  le  montanine....  che  è del  Sacchetti  e la 
canzonetta  La  pastorella  si  leva  per  tempo.  E queste  due  ed 
altre  ballate  e canzonette  furono  ifel  1808  francamente  ri- 
stampate di  su  le  ultime  raccolte  del  cinquecento,  ove  stanno 
senza  nome  alcuno,  dalla  Società  tipografica  milanese  dei 
classici  italiani  nella  edizione  delle  Stanze  e dell’  Orfeo. 

1813.  Nella  Serie  dei  testi  di  lingua  ec.  uscita  in  due  voi. 
in  Livorno  [I,  260  e segg.]  il  Poggiali,  il  quale,  procuratesi 
esattissime  copie  coliazionate  ed  emendate  dei  diversi  codd. 
delle  rime  del  Poliziano  esistenti  nelle  biblioteche  di  Roma 
e di  Firenze,  aveva  in  animo  di  darne  fuora  una  compiuta 
edizione,  ne  anticipò  un  saggio,  pubblicando  una  ventina  di 
stanze  trascelte  da  quelle  in  maggior  numero  del  cod.  ricc. 
e cinque  ballate  tratte  dal  cit.  riccardiano  e dal  laurenziano 
e confrontate  col  chigiano.  E da  questa  edizione  del  Pog- 
giali furono  esemplate  le  due  ballate  l’ non  mi  vo’  scusar....  e 
Pini  trovai,  fanciulle...,  ripubblicate  senza  nota  d’anno  in  Lugo 
pe’tipi  del  Melandri  in  occasione  di  nozze  dai  chiariss.  fra- 
telli Ferrucci,  e le  Venti  stanze  ivi  stesso  e dagli  stessi  e per 
gli  stessi  tipi  in  una  consimile  occasione  nel  1826  in  8’’. 

1814.  Quel  che  si  era  proposto  il  Poggiali  compiè  per 
gran  parte  in  questo  anno  il  dott.  Luigi  Ciampoliui,  il  quale 
e ciò  che  del  Poliziano  era  stato  pubblicato  recentemente  e 
che  trovavasi  nella  raccolta  di  ballate  del  1563  e che  for- 


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CXLVIIi 


ANGELO  POLIZIANO. 


nivano  i codd.  fiorentini  ragunò  nel  II  voi.  delle  Rime  di 
M.  Angelo  Poliziano  stampate  in  Firenze  dal  Carli,  alle  quali 
perciò  fu  aggiunto  la  qualificazione  di  edizione  prima.  Tut- 
tavia sembra  eh’  e’  non  . conoscesse  la  stampa  cominiana 
del  1765,  perocché  alcuni  rispetti  ivi  pubblicati  egli  omise; 

0 forse  si  lasciò  trarre  in  inganno  dal  maggior  cod.  ricc.  che 
senza  niuna  ragione  gli  attribuisce  a Lorenzo  de’  Medici.  Di 
che  guisa  fosse  condotta  1’  edizione  dal  dotto  uomo  e d’altra 
parte  egregio  scrittore  del  comentario  su  le  guerre  de’  Su- 
liotti  e della  istoria  .del  risorgimento  greco,  non  starò  a ridir 
qui  ; dopo  quel  che  ne  dissero  il  Monti  e il  Maggi  nel  voi.  III. 
parte  II,  della  Proposta,'  e dopo  quel  eh’  io  stesso  n’  ho  mo- 
strato a’  suoi  luoghi  nelle  note  alle  rime  minori.  Basti  que- 
sto: ove  il  cod,  ricc.  legge  chiaramente  ■*  Che  ne  lievon  poi 
un  riso  » 1’ edit.  del  1814  *sò  stampare  « Ch’  è negl’  istrioni 
poi  un  riso.  » Ciò  non  ostante  la  ediz.  fior,  del  14  è citata 
nella  V ed  ultima  impressione  del  Vocabolario  degli  Acca- 
demici della  Crusca  ; eefto  perchè  più  compita  delle  antece- 
denti. 

1819.  Gli  edd.  delle  Opere  volgari  di  M.  Angelo  Poliziano 
edite  in  quest’anno  a Venezia  dal  Molinari,  per  le  ballate 
già  impresse  prima  dell’  antecedente  stampa  fiorentina,  si 
attennero  al  testo  or  dell’  una  or  dell’  altra  stampa  delle 
Canzone  a ballo  del  1562  e 68,  riproducendone  e correggen- 
done anche  il  numero  d’ ordinò  per  servire  alle  citazioni  del 
Vocabolario.  Per  le  cose  nuovamente  impresse  affermarono 
d’ aver  tolto  via  le  sviste  più  facili  ad  emendarsi  : in  qualche 
caso  ove  il  buon  senso  non  bastava  alla  correzione,  omisero 

1 passi  guasti  e manchevoli  ; e si  compiacquero  di  pretermet- 
tere eziandio  le  cose  indecenti.  Il  Maggi  nell’  opera  dianzi 
citata  afferma,  e con  ragione,  che  quanti  errori  avea  egli  regi- 
strato nella  sua  nota  tutti  furono  fedelmente  travasati  dalla 
stampa  di  Firenze  del  Carli  in  quella  di  Venezia  del  Molinari. 

1822.  Anche  il  Marchini  ristampando  in  Firenze  una  se- 
conda edizione  delle  Rime  del  Poliziano  assicurava  che  il  dott. 
Ciainpolini  avea  potuto  restituire  alla  vera  loro  lezione  molte  cose 


’ Milano,  1811.  Il  Monti  nella  Pausa  IV.  se.  I.  della  Farsa  / Poeti, 
pap.  CV  ; il  Maggi  nell'  Appeml.  I pag.  CLX.V1X. 


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ANGELO  POLIZIANO.  CXLIX 

sfuggite  nell’  ediz.  del  1814,  avendo  avuto  ricorso  a parecchi  mss. 
che  si  conservano  nelle  biblioteche  fiorentine.  Ma  il  Maggi  nella 
nota  della  Proposta  mostrava  che  a sette  soli  dei  meno  impor- 
tanti si  riducono  i passi  emendati  dall’  edit.  fior,  col  soccorso 
dei  testi. 

1825.  Ed  in  questo  anno  usciva  pei  tipi  del  Silvestri  la 
ediz.  che  a’ intitolò  prima  corretta  e ridotta  a buona  lezione 
delle  Poesie  italiane  di  m.  Angelo  Poliziano.  Spirata  dalla  cri- 
tica della  Proposta,  sopravveduta  da  Anton  Maria  Maggi  ed 
anche  da  Vincenzo  Monti,  la  edizion  silvestriana  è certa- 
mente meritevole  di  molta  considerazione.  Accettate,  salvo  i 
capitoli  in  morte  del  Magnifico  reputati  indegni  e la  can- 
zone Io  son  constretto  aggiudicata  a Giuliano  de’  Medici,  tutte 
le  rime  già  impresse  nelle  stampe  fiorentine  del  1814  e 22; 
furono,  secondo  le  norme  già  date  nella  Proposta  ed  anche 
su  1’  autorità  di  un  cod.  trivulziano,  sanati  un  buon  numero 
di  versi  guasti  e di  rime  sbagliate,  fu  riparato  a molte  cor- 
ruzioni di  senso  di  lingua  e di  sintassi  ; dando  contezza  in 
alcune  noterelle  a piè  di  pagina  delle  emendazioni  meno  im- 
mediate e riportando  più  d’ una  volta  la  variante  scorretta. 
E quelle  emendazioni,  eccetto  qualche  ardimento  in  favore 
d’ una  grammatica  e'  d’  una  prosodia  che  non  era  del  Poli- 
ziano e de’  suoi  tempi,  sono  per  lo. più  felicissime  : perocché 
gli  avversari  della  scuola  critica  del  Monti  molte  cose  po- 
tranno negarle  o diminuirle,  ma  non  la  felicità  degl’  ingegni 
francamente  e dottamente  vividi  e arguti.  Anche  a questa 
edizione  gli  Accademici  della  Crusca  fecero  l’ onore  della 
citazione  nella  quinta  stampa  del  Vocabolario. 

1825.  Se  il  dott.  Luigi  Rigoli  nel  Saggio  di  rime  di  diversi 
buoni  autori  che  fiorirono  dal  XIV al  XVIII secolo  pubblicato 
in  Firenze  dalla  stamperia  Ronchi  errò  dando  per  mediti 
19  strambotti  del  Poliziano  già  pubblicati  parte  dal  Serassi 
nella  cominiana  del  1765  e parte  dagli  edd.  fiorentini  del  1814. 
fe  certo  un  preziosissimo  dono  ai  cercatori  dell’  antiche  ele- 
ganze mettendo  il  primo  alla  luce  le  due  meravigliose  ballate 
per  Ja  Leoncina  che  incominciano  Chi  non  sa  coni’  è fatto...  e Be- 
nedetto sie  ’l  giorno...  Anche  il  Saggio  del  Rigoli  per  que’  com- 
ponimenti del  Poliziano  che  primo  produsse  fu  citato  dagli 
Accademici  nella  quinta  impressione. 

POLIZIi.fO.  k 


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CI. 


ANGELO  POLIZIANO. 


1858.  Due  Canzoni  a bailo  di  Angelo  Poliziano  tratte  da 
un  manoscritto  della  Corsiniana  ed  ora  pubblicate  per  la  prima 
colta  da  Domenico  Bonanni  vice  bibliotecario  di  essa.  Firenze, 
Tipografìa  Barbèra,  Bianchi  e C.  Edizione  in  4°  in  occasione 
delle  nozze  di  1).  Tommaso  dei  principi  Corsini  Duca  di 
Casigliano  con  Donna  Anna  dei  Principi  Barberini.  Precede 
una  elegante  e compita  lettera  dell1  editore  sig.  Bonanni. 

1859.  Di  quest1  anno,  chi  procura  la  presènte  edizione 
pubblicò  nel  primo  numero  del  Poliziano,  Studi  di  Lettera- 
tura, editi  in  Firenze  co1  tipi  del  Cellini,  X stanze  d’amore 
di  su  ’1  cod.  2723  riccard.  ; e ripubblicò  nel  sesto  numero 
certi  Rispetti  d’amore  di  su  l’edizione  delle  Ballatette  del 
sec.  XV,  i quali  credè  poter  restituire  o aggiudicare  ad 
Angelo  Poliziano,  con  IV  stanze . già  edite,  ma  rese  allora 
per  la  prima  volta  a miglior  lezione.  ' 

Ed  ecco  ora  ultima  la  presente  edizione  : per  la  quale 
abbiamo  non  dico  vedute  ma  considerate  minutamente  quasi 
tutte  le  stampe  registrate  in  questo  e nel  III  capitolo.  E 
come  per  le  Stanze  tornammo  direttamente  ai  codici,  dal 
confronto  loro  con  le  vecchie  stampe  ( deducendo  la  lezione 
legittima;  così  per  le  rime  minori.  Quanto  alle  ballate;  i 
codd.  e le  vecchie  stampe,  non  le  ammodernate  del  cin- 
quecento, benché  anche  queste  scrupolosamente  da  me  con- 
frontate, ma  le  anonime  del  secolo  XV,  come  mi  hanno  as- 
sicurato della  lezione  genuina,  così  mi  salvarono  dal  bisogno 
delle  emendazioni  arbitrarie  a cui  gli  editori  silvestriani 
qualche  volta  si  lasciarono  andare.  Perocché  la  dizione  e la 
prosodia  del  Poliziano  io  ho  accettata  qual  era,  senza  la  pre- 
tensione di  renderla  gramaticale  regolare  e moderna,  ma  più 
tosto  ptovandomi  ad  illustrarla  e dichiararla  ne1  luoghi  vera- 
mente oscuri  e scabrosi.  E dove  non  potei  aiutarmi  del  con- 
fronto tra  i mss.  e le  vecchie  stampe,  e quel  che  avevo  sotto 
gli  occhi  era  certamente  errato,  credei  dovermi  giovare  delle 
più  evidenti  e semplici  emendazioni  del  Maggi,  osando  an- 
cora metterne  innanzi  qualcuna  di  mio.  Ma  di  tutto  rendei 
ragione  nelle  note  ; dove  raccolsi  pure  le  varie  lezioni,  an- 
che manifestamente  errate,  di  tutti  i mss.  e di  tutti  i te- 
sti a stampa,  con  minuzia  forse  soverchia.  Per  tal  modo  il 
comentario  alle  rime  minori  novamente  fatto  contiene  spe- 


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ANGELO  POLIZIANO.  OLI 

cialmente  la  critica  del  testo;  non  trascurate  però  le  spie- 
gazioni e illustrazioni  ove  erano  più  necessarie,  massime 
nelle  ballate  a riboboli  e a proverbi.  La  distinzione  poi  tra 
le  ballate  e le  altre  rime  legittime  e le  incerte  e le  apocrife 
adottai  dietro  la  disamina  de’  fonti  e delle  ragioni  che  si  fa- 
cean  valere  j>er  assegnarle  a messer  Angelo  : quella  dei  ri- 
spetti in  continuati  e spicciolati  e di  questi  ultimi  per  serie 
mi  fu  imposta  e dalla  natura  di  siffatti  componimenti  e dalla 
attenta  considerazione  dei  codici  e dalla  ragione.  I lettori 
delle  rime  del  Poliziano  si  lamentavano  spesso  eli’  e’  non  sa- 
pessero rinvénirsi  per  quelli  avvolgimenti  diversi  delle  stan- 
ze varie.  E gli  editori  si  scusavano  assai  lepidamente:  « No- 
teremo qui  una  volta  per  sempre  (così  1’  ediz.  Silvestri  a 
pag.  115)  che  questi  componimenti  in  ottava  rima,  sotto 
nome  di  stanze,  strambotti,  serenate  etc.,  sono  dettati  a 
capriccio,  e con  tali  sbalzi  qua  e là,  che  spesso  alcune  stanze 
non  hanno  legame  con  le  altre.  » Che  è così  bonamente  un  dar 
del  dissennato  e dello  irragionevole  pel  capo  a messer  Angelo. 
Il  fatto  ^sta  che  i primi  editori  fiorentini  del  14-  non  seppero 
sempre  e bene  distinguere  fra  rispetti  spicciolati  e conti- 
nuati ; quelli,  ottave  a sè,  come  i cauti  de’  nostri  campagnoli, 
o coppie  di  ottave  ; questi,  stanze  liriche  più  o meno  lunghe; 
e gli  uni  e gli  altri  mescolarono  insieme  a modo  di  compo- 
nimenti seguiti,  solo  spaccandoli  qua  e là  a colpi  come  d’ ac- 
cétta: e spesso  quel  che  era  diviso  congiunsero,  e quel  che 
congiunto  divisero. Io  dunque;  dopo  osservato  che  i codici  non 
si  accordano  mai  a dare  quei  vari  rispetti  in  serie  ordinate 
ma  sì  li  mescolano  diversamente  ; dopo  assicuratomi  e per  le 
teoriche  e per  gli  esempi  che  il  rispetto  e lo  strambotto 
sono  componimenti  formati  d’ una  sola  ottava  a se  ; dopo 
notato  ' che  pure  il  Poggiali  avea  sentito  cotesto,  allorché 
pubblicando  nella  sua  Serie  venti  stanze  dal  cod.  riccard. 
non  le  trascrisse  di  séguito  ma  le  trascelse  di  qua  e di  là 
quasi  componimenti  staccati;  dopo  notato  in  fine  nei  codici 
la  distinzione  certa  tra  continuati  e spicciolati  forse  intro- 
dotta primieramente  dallo  stesso  Poliziano;  deliberai  divi- 
dere siffatti  componimenti  in  due  serie,  raccogliendo  sotto  la 
intitolazione  di  continuati  quelli  che  così  qualificavansi  nel 
codice  e che  erano  trascritti  di  séguito  e con  determinate 


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CUI 


ANGELO  POLIZIANO. 


distinzioni  a’ lor  luoghi,  e quelli  anche  che  presentavano 
un  ordine  certo  di  pensiero  e di  sentimento;  gli  altri,  che  a 
voler  per  forza  mostrare  sotto  il  nome  di  stanze  quasi  come 
un  componimento  solo  era  un  dare  a’iettori  pessima  opinione 
della  facoltà  discorsiva  di  messer  Angelo,  sotto  la  intitola- 
zione di  Rispetti  spicciolati  distinsi  per  più  serie,  a seconda 
delle  idee  e de’  sentimenti  che  significavano,  in  modo  che  il 
lettore  pel  confronto  e pel  ravvicinamento  ne  gustasse  me- 
glio la  originale  bellezza. 

Nè  altro  ho  a dire  degli  studi  miei  intorno  alla  edizione 
delle  poesie  volgari  di  messer  Angelo  Poliziano  : i quali  po- 
tranno e apparire  ed  essere  manchevoli  e difettosi  per  la  in- 
felicità dell’  ingegno  e delle  forze  mie,  ma  non  per  colpa  di 
volontà  leggieri  arbitrari  presuntuosi  : la  scrupolosa  pazien- 
za onde  gli  ho  seguitati  per  cinque  anni  me  ne  assicura.  E 
qui  m’incombe  il  dovere  di  rendere  pubbliche  grazie  agli 
amici  miei  Isidoro  Del  Lungo  e Carlo  Gargiolli  che  di  molto 
ed  efficace  aiuto  mi  soccorsero  nel  lungo  e faticoso  lavoro, 
non  che  di  pregare  i conoscitori  delle  antiche  lettere  ad  am- 
monirmi e correggermi  ove  abbia  errato  e supplire  della 
loro  dottrina  a’ miei  difetti. 


VI. 

COXCHIUSIONE. 


• Ducerei  extincto  cum  Mors  Laureate  triuinplmm 
■ Lcetaque  pullntis  invelierelur  cquis, 

Hespicit  insano  ferienlem  pollice  chordas, 

Viscern  singulto  conculicnle,  virum. 

Mirata  est  tenuitque  iugiina:  furit  ipse,  pioque 
Laurentem  ciinntos  flagitnt  ore  deos. 

Miscelisi  precibus  Incrymas  Incrymisquc  dolorcm  : 
Verlm  miuislrabut  liberiani  dolor. 

Risii;  et  aiti iquee  non  ini niemor  illa  querelai, 
Orpliei  tartarea  cuin  paluere  vice, 

— Ilic  elium  infernas  tcnlat  rescindere  leges, 

' Ferlquc  suas,  dixit,  in  mea  iura  mantis  ! — 


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ANGELO  POLIZIANO. 


OLITI 


Protimis  et  flenlem  pcrcussit  dura  poetarli, 

Rupit  et  in  medio  pecioni  duciti  sono. 

Ueu  ! sic  tu  raptus  : sic  te  mula  fata  tulerunt, 

Arbiter  ausoni®,  Politiane,  lyrte!  » 1 

Con  questa  fautasia  tra  splendida  e pietosa  Pietro  Bem- 
bo, il  veneto  che  succedeva  al  toscano  nella  dittatura  lette- 
raria del  secondo  periodo  del  rinascimento,  rivendicava  alla 
gloria  e all’  affetto  dalle  male  voci  dei  repubblicani  e dei 
piagnoni  la  morte  di  Angelo  Poliziano  avvenuta  il  25  di  set- 
tembre del  1494,  due  auni  e cinque  mesi  dopo  quella  di  Lo- 
renzo. Morte,  ove  tu  riguardi  all’  età  del  dotto  umanista  e 
alla  espettazione  che  di  lui  aveva  il  suo  secolo,  immatura  : 
ma  che  facilmente  ti  parrà  venuta  a tempo,  se  ripensi  la 
fama  del  poeta  o le  affezioni  dell’  uomo.  Così  non  fu  egli 
riserbato  a lamentare  la  ruina  sì  vasta  e pur  mossa  da  sì 
picciolo  impulso  dell’  edificio  con  tanto  faticosa  industria  be- 
nalzato dal  suo  magnifico  protettore.  Anche  un  mese  ; ed 
Angelo  Poliziano  avrebbe • veduto  chiuso  in  faccia  all’uno 
de’  suoi  discepoli  le  porte  di  quel  palagio  ove  Lorenzo  re- 
duce da  Napoli  nel  78  era  stato  con  plauso  e lacrime  accol- 
to ; avrebbe  veduto  all’  eccitazioni  dell’  altro  muta  o minac- 
ciosa e irridente  quella  plebe  che  in  tanto  sangue  avea  be- 
stialmente vendicato  la  morte  di  Giuliano  e circondato  di  sì 
selvaggio  amore  il  fratello  superstite  ; avrebbe  veduto  1’  ol- 
tracotante Piero  e Giovanni  cardinale  e il  gentile  Giuliano 
affrettarsi  sparpagliati  travestiti  tremanti  per  la  via  del- 
l’ esiglio,  debito  certamente  ai  tiranni  ma  pietoso  e amaro 
pur  sempre  quando  i tiranni  sono  ancor  cittadini.  Anche 
un  mese  ; ed  Angelo  Poliziano  avrebbe  veduto  il  piccolo  e 
deforme  Carlo  di  Francia  entrare  con  la  lancia  alla  coscia 
nella  città  che  avea  ributtato  la  imperiai  superbia  di  due 
Enrichi,  e correre  tutta  l’ Italia  senz’  altro  affanno  che  d’ un 
po’  di  gesso  per  segnare  gli  alberghi  alle  sue  milizie  ai  bar- 
bari ai  Galli  ; dispersa  a furia  di  popolo  la  libreria  di 
San  'Marco,  calpesti  e stracciati  quei  codici  con  tanto  oro 
ed  amore  raccolti  da  Cosimo  da  Piero  da  Lorenzo,  quelli 
stessi  che  egli,  povero  filologo!,  era  andato  raccapezzando, 


1 P.  nembi  Carmina  in  Opera,  Basile®,  1556  -,  II,  168. 


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CLIV 


ANGELO  POLIZIANO. 


per  la  Lombardia  e la  Venezia;  messe  a ruba  le  magnifi- 
cenze del  palagio  di  Via  Larga,  quel  che  avanzò  alla  cupi- 
dità francese  abbandonato  alla  plebe,  stupefacendosi  il 
soldato  del  re  di  Francia,  come  già  i selvaggi  d’ Alarico,  su 
la  ricchezza  e il  lavorio  dei  vasi  e degli  utènsili  e orna- 
menti della  casa  d’ un  cittadin  fiorentino.'  E dopo  ciò  che  rim- 
bombo di  guerre;  che  correre  e ricorrere  di  stranieri  d’ogni 
generazione  per  questo  giardino  del  rinascimento  ; quanto 
sangue  e quanto  fango  in  questo  tempio  rialzato  alle  Muse 
e alle  Grazie  dai  nipoti  di  Dante  e d’ Arnolfo.  Riposa  in  pace, 
o poeta,  nella  tua  umile  tomba  di  San  Marco.  Non  più 
nella  villa  di  Carreggi  i simposii  dell’  Accademia  intorno  al 
busto  inghirlandato  del  vecchio  Platone:  non  più  per  le 
notti  di  carnevale  nelle  vie  splendide  e rumorose  i carri  e le 
mascherate  ove  venivano  in  gara  di  magnificenza  le  arti  del 
disegno  e quelle  della  parola  ; non  più  a’  rosei  tramonti  di 
maggio  le  danze  delle  gentili  donne  su  la  piazza  di  Sant.a  Tri- 
nità. Anche  la  poesia,  la  poesia  popolare  toscana  che  fuggì 
così  vezzosa  dalle  chiese  dell’  austero  duegento  e s’ avvezzò 
così  vispa  e maligna  alla  scuola  di  Giovanni  Boccaccio  di 
Franco  Sacchetti  e del  tuo  Lorenzo,  aneli’  essa  nelle  paure 
della  morte  s’ è fatta  pinzochera  : come  al  tuo  cadavere  per 
ordine  di  fra  Girolamo,  così  a lei  hanno  vestito  l’ abito  do- 
menicano. Il  Ben  venga  maggio  e il  Trionfo  di  Bacco  e 
d’ Arianna  sono  obliati  : obliati  no,  abominati  come  ana- 
tema. Oh,  se  a te  fosse  dato  sentire,  un  suono  cupo  lento 
sinistro  ti  percoterebbe  l’ orecchio,  il  canto  oscuramen- 
te e minacciosamente  allegorico  della  democrazia  mona- 
stica : 

. « AI  vaglio  al  vaglio  al  vaglio 
Calale  tutti  quanti*, 

E con  amari  pianti 

Vedrete  in  questo  vaglio 

Sdegno  confusimi  noia  e travaglio. 

Noi  siam  tutti  maestri  di  vagliare  , 

E macinar  la  gente: 

Se  ei  è ni n n discredente, 

Vengasi  a cimentare; 


1 Pii.  De  Commines,  Mcmoircs  ec.  VII,  tx  ; Paris,  1580. 


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ANGELO  POLIZIANO. 


CLV 


E farengli  provare 

Come  si  tratta  chi  entra  nel  vaglio. 

Non  ci  mandale  segala  nè  vena: 

Qui  entran  biade  grosse 
Clie  reggliino  alle  scosse 
F.  sien  di  miglior  mena  : 

E l anche  a mala  pena 

Si  truova  chi  rimanga  dentro  al  vaglio. 

Chi  entra  in  questo  vaglio  e dii  se  n’esce, 

Chi  piange  c chi  sospira  ; 

E ’l  vaglio  sempre  gira, 

E la  forza  gli  cresce  : 

Chi  del  suo  mal  gl’  incresce, 

Fugga  la  furia  e ’l  perieoi  del  vaglio. 

Se  mille  volle  il  di  il  vaglio  è pieno, 

.Mille  volte  si  ròta  : 

Pur  die  ’l  vaglio  si  scuola, 

Si  vede  a mano  a mano 

Coperto  tutto  il  piano 

Di  gente  eli’  esce  pe’  buchi  del  vaglio. 

Chi  non  si  sente  ben  granato  e forte, 

Non  faccia  di  sé  prova 
(El  pentir  poi  non  giova) 

Ma  cerchi  miglior  sorte: 

Meglio  saria  la  morte, 

Che  sopportare  i tormenti  del  vaglio.1  » 

E non  basta.  Se  a te  fosse  dato  vedere,  la  vedresti,  o poeta, 
quella  tua  popolar  poesia  ricaduta  negli  accessi  della  tor- 
bida frenesia  del  beato  da  Todi  saltellare  in  un  ballo  tondo 
di  frati  e di  donne,  di  cittadini  e di  monache  intorno  al 
rogo  del  santo  carnasciale,  ove  i fanciulli  del  frate  gittano 
a piene  mani  l’anatema;  l’anatema,  cioè  i libri  del  Pe- 
trarca e del  Boccaccio,  i tuoi  libri,  o Poliziano,  e quelli  di 
Luigi  Pulci  e del  Medici,  con  i disegni  di  nudo  di  Barto- 
lommeo  della  Porta  e del  Credi.  E dopo  ciò  ; da  poi  che  il 
fanatismo  religioso,  così  pronto  a distruggere,  radamente  ri- 
crei e solo  ove  la  materia  è affatto  rozza  ; e dopo  ciò  apri  pur 
la  tua  tomba  e raccoglivi  dentro  la  poesia  popolare  d’ Italia  : 
il  frate  dell’amore  e della  vita,  Francesco  d’ Assisi,  ne  guidò 


* Trionfo  del  Voglio ; pag.  33  di  Tulli  « Trionfi , Mascherate  o Canti 
carnctcialeschi  cc.,  Cosmopoli,  1750. 


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CLVI  ANGELO  POLIZIANO. 

i primi  passi:  il  frate  del  terrore  e della  morte,  Girolamo  Sa,- 
vonarola,  l’ accompagna  alla  sepoltura.  Vero  è ch!  ella  ne  ri- 
sorgerà, ma  per  poco  e come  un’  apparizione  paurosa,  ad 
annunziare  la  fine  dell’  Italia  grande,  dell’  Italia  del  popolo. 
Nell’  ultimo  anno  del  gonfalonierato  di  Pier  Soderini  passerà 
per  le  vie  di  Firenze  un  gran  carro,  tirato  da  bufoli,  di- 
pinto a ossa  di  morti  e croci  bianche  ; sopravi  la  Morte 
nella  spaventosa  figura  che  le  dette  l’ arte  cristiana  del  me- 
dio evo  ; intorno  gran  numero  di  cavalieri  a foggia  di  morti 
su  cavalli  strutti  e spolpati  covertati  a nero  e a croci  bian- 
che, ogni  cavaliere  con  quattro  staffieri  pur  a foggia  di 
morti  e con  torce  nere  alla  mano:  uno  stendardo  nero  a 
teschi  e ossa  incrociate  guiderà  la  orribile  compagnia,  la 
quale  si  strascinerà  dietro  dieci  stendardi  neri  intonando 
Miserere  a voci  tremule  e unite  : dove  ella  si  fermerà,  certi 
sepolcri  condotti  con  arte  mirabile  intorno  al  carro  si  sco- 
verchieranno, e ne  usciran  fuori  persone  vestite  di  nero  con 
ossature  bianche  intorno  al  petto  e alle  reni  e con  torce  nere 
alla  mano,  e si  sederanno  su  i loro  sepolcri,  e con  trombe 
sorde  e con  suono  roco  e morto  canteranno  : 1 

• Dolor  pianto  penitenza 
Ci  tormentila  tutta  via  : 

Questa  morta  compagnia 
Va  gridando  penitenza. 

Fummo  giu  come  voi  séte, 

Voi  sarete  come  noi: 

Morti  siam,  come  vedete,' 

Cosi  morti  vedrem  voi: 

E di  là  non  giova  poi, 

Dopo  il  mal,  far  penitenza. 

Ancor  noi  per  carnovale 

Nostri  amor  gimmo  cantando  ; 

E così  di  male  in  male 
Venivàm  moltiplicando  : 

Or  pel  mondo  undiam  gridando 
Penitenza,  penitenza. 

Cicchi  stolti  ed  insensati, 

Ogni  cosa  il  tempo  fura: 

Pompe  glorie  onori  e stati 

1 Vasari,  Vita  di  Piero  di  Cosimo,  in  Vile  di  piti,  scull.  e ardi.; 
Voi.  VII  dcU’ediz.  Le  Monnier,  1851. 


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AGGELO  POUZIANO. 


CLVII 


Passali  tutti,  e nulla  dura  : 

E nel  tin  la  sepoltura 
Ci  fa  far  la  penitenza.1  • 

Sì  : penitenza  per  le  tante  stoltezze  dei  popoli,  penitenza  per 
la  tanta  corruzione  e viltà  dei  signori,  penitenza-per  le  colpe 
di  tutti.  La  grande  Italia  sta  per  morire.  In  vano  Nicolò  Ma- 
chiavelli le  si  adopera  intorno  con  gli  eroici  rimedi  della 
disperazione:  in  vano  Francesco  Ferrucci  vuol  rinsanguarla 
delle  sue  vene  purissime.  Ella  è già  morta,  e sua  sepol- 
tura è l’alto  Appennino  : il  papa  e l’imperatore  novellamente 
dopo  sì  lunghi  secoli  si  porgon  la  mano  sedendo  a guardia 
della  sepolta  : solo  e,  come  1’  anatomico  nel  camposanto, 
freddo  e impassibile  resta  in  piedi  presso  la  tomba  per  istu- 
diare  nel  cadavere  le  cagioni  della  morte  il  Guicciardino. 

D’  allora  in  poi  un’  arte  popolana  o che  al  popolo  si  acco- 
stasse divenne  più  sempre  impossibile.  E come  di  fatto  potea 
durare  la  poesia  municipale  del  popolo  grasso  e della  plebe 
artigiana,  avvezza  all’  aria  aperta  delle  vie  e delle  piazze, 
dinanzi  all’  alabarda  del  soldato  straniero  impiantato  sotto 
le  logge  dell’  Oroagna  e sotto  la  ringhiera  del  palagio  dei 
Priori,  dinanzi  alla  trista  cera  del  famiglio  dell’  inquisizione, 
schiacciato  il  municipio'  nella  ferrea  stretta  del  principato  ac- 
centratore,  non  rimasta  che  l’ ombra  delle  corporazioni  del- 
l’ arti,  rinfantocciata  di  galloni  e di  frange  la  borghesia  mer- 
catante? E anche  qui  la  bibliografia,  chi  sappia  interrogarla, 
con  la  somma  delle  sue  cifre  raffrontata  a quella  degli  anni 
viene  a segnar  nettamente  le  vicende  dei  sentimenti  e degli 
spiriti  letterari  della  nazione  necessariamente  congiunte  a 
quelle  della  sua  storia  civile.  Ella  ci  mostra  abastanza  sol- 
lecita e ripetuta  a brevissimo  intervallo  la  impressiorte  delle 
rime  popolari  di  Angelo  Poliziano  nelle  due  edizioni  delle 
BaUatette  che  si  succedono  rapide  probabilmente  su  ’l  prin-  , 
cipio  dell’  ultima  decade  del  secolo  XV.  Poi  fin  dopo  il  1540 
più  nulla.  Del  qual  silenzio  della  stampa  non  solamente  è da 
chiedere  la  ragione  ai  superbi  fastidi  del  rinascimento  già 
fazionato  alla  vita  aulica  ed  accademica  dalla  scuola  vene- 


1 A.  Alamanni,  Canto  delta  Morte ; png.  147  dei  Trionfi  e Canti  Cai- 
nescialeschi  dell' edizione  di  Cosmopoli  1750. 


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CLYIH 


ANGELO  POLIZIANO. 


zinna  e lombarda,  fastidi  apertamente  significati  dal  Doni 
ove  dice  che  le  cose  volgari  del  Poliziano  a’  Suoi  tempi  non 
si  leggevano  molto  ; ' ma  anche  se  ne  debbono  accagionare 
l’ arcigna  austerità  della  democrazia  del  94,  le  angustie  del 
gonfalonierato  di  Pier  Soderini,  i sospetti  della  ristorazione 
del  12,  la  sublime  procella  della  repubblica  del  27,  i terrori 
e le  armate  vigilie  del  principato  novello.  Ricominciano  verso 
la  metà  del  cinquecento  le  raccolte  di  frottole  e ballate  del 
Poliziano  e di  altri,  e ben  13  se  ne  annoverano  sino  al  1614  ; 
tutte  fiorentine,  quasi  tutte  in  edizioni  a uso  del  popolo.  E 
in  questo  rifiorire  è facile  scorgere  l’ opera  del  principato, 
che  almeno  coi  sollazzi  e gli  scioperi  volea  mostrare  d’  aver 
restituito  al  popolo  la  lieta  vita  de’ tempi  di  Lorenzo  il  vec- 
chio. E il  popolo  oramai  degenerato  vi  si  abbandonava  ; ma 
oh  con  quanta  svogliatezza  e con  che  cera  di  malato  ! come 
era  trista  cotesta  allegria  la  quale  non  sapea  che  ripetere  la 
poesia  d’  un  secolo  innanzi,  le  canzoni  dei  morti!  I letterati 
del  resto  non  aveano  più  che  fare  con  quelle  raccolte  : ra- 
gunavansi  essi  nelle  accademie,  e sciorinavano  di  gran  pe- 
riodi al  serenissimo  duca  loro  signore,  e trinciavano  sottil- 
mente in  grammatica,  e salutavano  divino  il  Bembo,  anche 
tormentavano  un  zinzino  il  malinconico  Tasso.  Dal  1614  a 
mezzo  il  settecento  non  una  ristampa  delle  antiche  canzo- 
nette e ballate  : a mala  pena  se  ne  imprime  una  in  fine  delle 
elegantissime  stanze.  E a ragione  : all’  Italia  spagnola  dovea 
putir  fieramente  di  plebea  la  poesia  della  cittadinanza  fio- 
rentina: ella  aveva  i madrigali  le  ariette  le  anacreontiche: 
poi  venne  con  le  sue  ecloghe  l’ Arcadia.  Che  se  dal  1765  ai 
nostri  giorni  s’  è mano  a mano  raccolto  quanto  più  si  potè 
delle  rime  minori  del  Poliziano,  ciò  fu  per  quell’  istinto  di 
critica  alessandrina  ridestatosi  nel  rinnovamento  italiano, 
istinto  di  compiere  e ordinare  i tesori  del  passato  e di  stu- 
diarvi specialissiiqamente  la  lingua.  Ma  in  fondo  la  materia 
e il  lavorio  di  quell’arte  rimase  incognito  ai  più:  quasi  niuno 
s’ accorse  che  i rispetti  e le  ballate  del  Poliziano  sorgenti 
pur  dalla  vena  dell’  antica  poesia  popolare  italiana. 

Nulla  dunque  o ben  poco  operarono  le  poesie  minori  del 


1 A.  F.  Doni,  La  libreria , Venezia,  G.  Giolito,  toóO;  png.  8. 


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ANGELO  POLIZIANO. 


CLIX 


Poliziano  su  ’l  secondo  periodo  del  rinascimento  e su  l’ età 
susseguenti  della  letteratura  italiana.  Il  medesimo  si  può 
affermare  pur  dell’  Orfeo  : il  quale,  dopo  essere  stato  esempio 
all’  ecloghe  drammatiche  della  corte  estense  e riprodotto 
vent’una  volta  insieme  con  le  ‘Stanze  negli  ultimi  anni  del 
sec.  XV  e nei  primi  trenta  del  XVI,  perde  fama  e va- 
lore, quando  il  teatro  classico  fu  stabilito  in  Italia  per 
opera  dell’  Ariosto  del  Bibbiena  del  Machiavelli  del  Trissino 
del  Rucellai  : le  quattro  sole  edizioni'  e tutte  popolari  che  se 
ne  annoverano  dal  1527  a metà  del  seicento  attestano  eh’  ei 
rimase  un  poco  in  amore  al  popolo,  memore  lungamente  delle 
antiche  rappresentazioni.  La  cosa  procede  diversa  rispetto 
alle  Stanze  : vent’  una  edizioni  dal  1)4  al  1540  e tredici  dal  40 
al  1617,  non  che  le  ragionate  lodi  onde  sono  accompagnate 
nella  dedica  del  Sermartelli  [1568  e 77]  ' che  rende  nettamente 
l’ opinione  dei  letterati  del  tempo,  mostrano  bene  come  la 
poesia  dotta  e classica  del  secondo  e terzo  periodo  del  rina- 
scimento riconoscesse  i suoi  principii  e il  motivo  nella  Gio- 
stra del  Poliziano.  E già  lo  spirito  di  quel  secondo  periodo 
[1494-1530],  che  è dei  più  tristi  e splendidi  della  storia  ita- 
liana, emana  tutto  dall’  età  antecedente,  dall’  età  che  si 
chiude  nel  94  con  la  discesa  di  Carlo  Vili  e con  le  morti  a 
brevissimo  intervallo  avvenute  del  Boiardo  del  Poliziano  di 
Pico.  In  quella  età  hanno  lor  ragione  di  essere  tutte  le 
glorie  dei  cinquant’  anni  di  poi  : a quelle  tradizioni  a quei 
costumi  a quegli  studi  furono  educati  gli  uomini  illustri  del 
primo  cinquecento,  i regolatori  del  movimento  letterario  ed 
artistico.  In  quell’  età  erano  nati  i tre  grandi  fiorentini  che 
accolsero  in  sè  gli  ultimi  spiriti  della  libertà  toscana,  del  1469 
il  Machiavelli,  del  74  il  Buonarroti,  dell’  82  il  Guicciardini  ; 
nato  pur  egli  nel  1474  era  coetaneo  a Michelangiolo  l’ Ariosto, 
il  Dante  del  sensibile,  l’Omero  del  rinascimento  classico 
sbocciato  di  mezzo  al  forte  e rozzo  medio  evo  : quattrocentisti 
erano  i due  classici  della  culta  poesia,  il  Sanazzaro  [1458]  ed 
il  Bembo  [1470],  E questi  due  nomi  ci  riconducono  al  Poli- 
ziano: col  quale  esercitò  il  Sanazzaro  poetiche  inimicizie,  uno 
dei  tanti  indizi  dell’avversione  fra  la  scuola  aulica  di  Napoli  e 

1 Vedila  nel  cnp.  Ili  di  questo  Discorso. 


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CLX 


ANGELO  POLIZIANO. 


la  popolaresca  toscana;  come  gli  professò  venerazione  di  di- 
scepolo e n’ebbe  stima  di  maestro  e giudice  il  Bembo,  desti- 
nato a dare  il  suggello  storico  a quella  unione  di  sentimento 
e di  gusto  che  nella  diversità  delle  forme  è pur  tra  i veneti 
e i toscani,  i due  popoli  più  puramente  latini  della  penisola. 
Conservavasi  nella  Mediceo  Laurenziana  ed  è ora  passata 
nella  magliabechiana  di  Firenze  l’ edizione  di  Terenzio 
del  1475  senza  nota  d’ anno  e d’ impressore,  tutta  postillata 
e supplita  anco  in  alcune  carte  di  mano  del  Poliziano  ; 
dove  a pag.  32  in  fine  dell’  Anùria  si  legge  in  margine 
« Anno  1491  Die  23.  Junii  vigilia  S.  Johannis  Baptist® 
Venetiis  conferre  ccepi  cum  vetustissimo  codice  Petri  Éembi 
Veneti  Patricii  Bernardi  filii.  Ego  Angelus  Politianus,  » 
e a pag.  128  « Ego  Angelus  Politianus  contuleram  codi- 
cem  hunc  terentianum  cum  veneranda  vetustatis  codice  ma- 
ioribus  co»scripto  litteris,  quem  mihi  utendum  commoda- 
vit  Petrus  Bembus  Yenetus  Patricius  Bernardi  Juriscon- 
sulti  et  Equitis  filius,  studiosus  litterarum  adulescens....  Ipse 
etiam  Petrus  operam  mihi  suam  in  conferendo  commoda- 
vit 1 » Chi  avrebbe  detto  al  Poliziano  che  alla  sua  prossi- 

ma morte  la  dittatura  delle  lettere  sarebbe  passata  da  Fi- 
renze a Venezia,  da  sé  in  quel  giovinetto  patrizio;  il  quale 
con  ingegno  tanto  minore  al  suo  avrebbe  compito  un  muta- 
mento letterario,  se  non  grande,  solenne,  avrebbe  conse- 
guito nella  felicità  d’  una  lunga  vita  tal  gloria  qual  egli  il 
Poliziano  non  aveva  pure  sognato  mai,  quale  niuno  in  Eu- 
ropa dopo  il  Petrarca,  onorato  a gara  da  papi  da  re  da  im- 
peratevi e da  senati,  salutato  dai  popoli,  inchinato  una- 
nimemente dalla  tumultuaria  repubblica  d,e’letterati  ? Se  non 
che  per  l’ avvenire  delle  lettere  italiane  sarebbe  stato  deside- 
rabile che  fosse  bastata  più  lungamente  la  vita  di  Lorenzo 
de’  Medici  e con  essa  il  primato  letterario  alla  Toscana.  Fuori 
di  questa  terra,  lontano  da  quest’aere,  la  letteratura  fini  di 
separarsi  dal  popolo,  perdendo  di  potenza  e di  vita  quanto 
acquistò  di  regolarità  e dignità  : la  lingua  si  estenuò,  intiSi- 
chì: il  veneto  dittatore  che  la  possedeva  per  dottrina  e non 


1 Vedi  nnclic  A.  51.  Bandini,  Ragion,  ittor.  i opra  le  collaz.  delle  fio). 
Randello  falle  da  Ang.  Polis.;  Livorno,  -1 762  ; j Vili. 


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ANGELO  POLIZIANO. 


CLXI 


per  uso  credè  doverla  trattare  come  lingua  morta,  ristrin- 
gendola agli  esempi  e alle  regole  di  due  scrittori.  E il  più 
savio  e gentile  dei  contemporanei  lombardi,  Baldassar  Casti- 
glione, era  costretto  indi  a poco  di  scrivere:  « Non  so  . . co- 
me sia  bene,  in  loco  d’ arricchir  questa  lingua  e darli  spirito 
grandezza  e lume,  farla  povera  esile  umile  ed  oscura,  e cer- 
care di  metterla  in  tante  angustie  che  ognuno  sia  sforzato 
ad  imitare  solamente  il  Petrarca  e ’1  Boccaccio,  e che  nella 
lingua  non  si  debba  ancor  credere  al  Poliziano  a Lorenzo 
de’  Medici . . e ad  alcuni  altri  che  pur  sono  toscani  e forse 
di  non  minor  dottrina  e giudicio  che  si  fosse  il  Petrarca  e ’1 
Boccaccio.1  » Tuttavia  lo  spirito  del  Poliziano  rimase,  a in- 
formare gentilmente  e vividamente  il  classicismo  fiorentino, 
con  Giovanni  Rucellai  poeta  didascalico  e de’  primi  intro- 
duttori della  greca  tragedia,  con  Luigi  Alamanni  venusto 
autore  di  poemi  mitologici  d’ ecloglie  d’ elegie  d’  odi  pinda- 
riche, con  Lodovico  Martelli  petrarchista  squisito  e scrit- 
tore di  lodate  stanze,  col  Casa:  rimase,  segnatamente  in 
quel  che  è pregio  principalissimo,  la  congiunzione  del- 
P eleganza  antica  alla  vivezza  paesana  all’  idiotismo,  col  Fi- 
renzuola, che  riportò  il  nome  dell’  autore  delle  ballate  e 
nacque  un  anno  avanti  la  morte  di  lui  [28  settembre  1493] 
e fu  intierissimamente  il  Poliziano  della  prosa.  E già  anche 
pel  magisterio  dell’ ottava  Angelo  Poliziano  domina  tutto  il 
cinquecento,  il  dotto  cinquecento  che,  morta  l’Italia  del 
popolo,  innanzi  ai  barbari  che  da  ogni  parte  irrompevano 
meravigliati,  attestava  la  vitalità  dell’  ingegno  italiano  ; o 
che  coll’  Ariosto  si  rifugiasse  dalla  trista  realità  nell’  ideale 
in  vano  contesoci,  o che  col  Tasso  sciogliesse  l’elegia  dell’ in- 
dividualismo chiudendo  splendidamente  1’  età  antica  e di- 
schiudendo a un  tempo  la  nuova. 

Nel  seicento  le  Stanze  del  Poliziano  ebbero  la  stessa  for- 
tuna che  la  Divina  Commedia  e il  Canzoniere:  due  sole  ripro- 
duzioni d’ una  edizion  cinquecentistica  se  ne  contano  ; e dei 
primi  anni.  Certo  la  Giostra  non  avea  che  fare  con  l’ Adone  : 
pure  la  tradizione  letteraria  di  cui  quel  poemetto  è il  primo 
anello  seguitava  nel  Cliiabrera  e nella  sua  scuola.  E risorse, 

' Castiglione,  Il  Cortcgiono,  I,  xxxvu  ; Firenze,  Le  Mounier,  t85i. 


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CLXII 


ANGELO  POLIZIANO. 


dopo  la  misera  transizione  dell’  Arcadia,  nel  rinnovamento 
italiano  inaugurato  verso  il  1750  dal  Parini,  chiuso  dopo  il  1830 
da  Giacomo  Leopardi  ; rinnovamento,  che  non  ostante  qual- 
che accessorio  e qualche  deviazione  fu  sostanzialmente  e pro- 
fondamente classico.  Dal  1728  al  1826  si  contano  delle  poesie 
italiane  del  Poliziano  ben  31  edizioni:  e ciò  dovea  di  ragione 
avvenire  nell’  età  che  produsse  il  Giorno  e le  Odi  del  Parini, 
la  Musogonia  e la  Feroniade  del  Monti,  le  Grazie  del  Foscolo. 

A che  mirino,  per  quale  strada  si  avviino,  a che  sieno  per 
riuscire  oggigiorno  in  Italia  le  arti  della  parola,  io  vera- 
mente non  so  : e nè  pur  so  se  avanzerà  a molti  il  tempo  e la 
voglia  per  leggere  in  questa  nuova  stampa  le  poesie  toscane 
di  M.  Angelo  Poliziano.  Le  quali  a ogni  modo  rimarranno 
in  onore,  fin  che  viva  pur  una  scintilla  dell"  antico  spirito 
italiano,  fin  che  della  lingua  toscana  suoni  un  accento.  Del 
resto,  sciagurata  quella  critica  che  osasse  mai  vantarsi  di 
non  curare  la  forma  : sciagurata  quella  nazione  la  quale  af- 
fettando di  spregiare  l’ arte,  la  santa  arte  de’  padri  che  fu- 
rono grandi,  parlasse  di  rigenerazione  e d’ innovamento. 

Firenze,  15  ottobre  1863. 


Giosuè  Carducci. 


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EMENDAZIONI  E GIUNTE. 


Compita  la  stampa  del  Volume,  ho  trovato  nel  cod.  ma- 
gi. 342  clella  cl.  VII  V Orfeo  quale  lo  pubblicò  l’ Affò  e solo  con 
qualche  variante  di  dizione.  Il  codice,  scritto  con  assai  cor- 
rettezza sul  finire  del  sec.  XV  comprende  molte  rime  di 
autori  di  quel  secolo,  per  la  maggior  parte  non  toscani,  e 
specialissimamente  delle  provinole  soggette  al  dominio  de- 
gli Estensi.  L 'Orfeo  pero  è inserito  fra  le  poesie  del  Te- 
baldeo ; e al  Tebaldeo  1'  attribuisce  nell’  illustrazione  del  co- 
dice anche  il  Follini.  Ma  l’ autorità  del  cod.  magliab.  è ben 
poca  cosa  contro  1’  unanimità  degli  altri  mss.  che  attribui- 
scono al  Poliziano  1’  Orfeo  nella  prima  lezione  e contro  i 
due  l’eggiani  veduti  dull’  Affò  che  glie  l’ attribuiscono  pur 
nella  seconda.  Tuttavia  il  fatto  del  trovarsi  1’  Orfeo  in  un 
codice  che  contiene  quasi  tutte  rime  d’ autori  non  toscani, 
e specialmente  di  ferraresi  modenesi  e lombardi,  il  fatto 
del  trovarsi  proprio  fra  le  poesie  del  Tebaldeo  ferrarese, 
non  pare  che  aggiunga  qualche  altra  'probabilità  alla  mia 
supposizione  che  quella  favola  fosse  ricomposta  nella  se- 
conda redazione  per  servire  alle  feste  drammatiche  della 
corte  di  Ferrara? 

A pag.  XXXV  del  Discorso  d’ introduzione,  lin.  5,  invece  di 
numera  leggasi  miniera. 

A pag.  LXIX  del  medesimo  Discorso  ai  versetti. bacchici  della 
monaca  riportati  nel  testo,  si  aggiunga  la  nota: 

1 C.  Guasti,  Proemio  allo  Sposalizio  d * Iparchia , commedia  di  D.  Cle- 
immzu  Ni  nei j in  Calendario  pratese  del  Ì8ó0,  Prillo,  R.  Guasti. 

A pag.  LXXIX  del  medesimo  Discorso , lin.  28,  in  vece  di 
faccia  leggasi  faria. 

A pag.  XCIX  del  medesimo  Discorso,  lin.  26,  in  alcune  co- 
pie invece  di  Bazzana  leggasi  Bussano. 

A pag.  196,  nella  prima  nota  alla  Serenata  o lettera  in 
i strambotti , dopo  la  linea  5,  colonna  prima,  si  aggiunga  : 

primierainenle  il  Banilini  nel  Calai.  Cudd.  mss.  Bilil,  Mal.  taur.f  Ioni.  V 
italico»  tcriplorc»  cxliibcns  ; png.  53  e segg.,  quindi 


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CI, XIV 


EMENDAZIONI  E GIUNTE. 


A pag.  208,  nelle  note,  alla  colonna  seconda,  dopo  la  li- 
nea 5,  si  aggiunga: 

v.  1 7- 24.  Questa  e le  susseguenti  stanze  quinta  e settima  furono  prima 
pubblicale  da  G.  Poggiali  di  su  ’l  cod.  rirc.  fra  le  20  stanze  che  stampò 
del  Poliziano  nella  sua  Serie  di  lesti  di  lingua  (Livorno,  Masi,  1813],  1. 1, 
pag.  2(51 -6G. 

A pag.  211,  nelle  note,  colonna  seconda,  lin.  5,  dopo  la  pa- 
rola codice.  — si  aggiunga: 

r.  33  e segg.  Questa  e la  seguente  «tanza  furono  pubblicate  prima  dal 
Poggiali  nella  cit.  Serie  ec. 

A pag.  212,  nelle  note,  col.  prima,  dopo  la  linea  fi,  si  ag- 
giunga : 

eccetto  la  prima  gii  edita  dal  Bandini  nel  Culai.  Co  dd.  ms.  li  ibi.  Ned. 
Laur.,  lom.  V,  pag.  52. 

A pag.  214,  nelle  note,  col.  seconda,  lin.  1,  dopo  fare  si 
aggiunga  : 

Negli  Strambotti  <k!P  Aquilano  questo  verso  si  legge  così,  Ma  quei 
4'.*  Ilo  DLXTRO  noi  Mi  *re»i  di  fore. 

A pag.  215,  nelle  note,  col.  seconda,  al  finire  della  , li- 
nea 14,  si  aggiunga: 

Notiamo  clic  la  prima  di  queste  oliavo  fu  pubblicata  primieramente  dal 
Bnmiini  nel  Calai.  Codd.  uiss.  Bibl.  iletl.  Laur.,  tom.  V,  pag.  52. 

A pag.  224,  nelle  note,  col.  prima,  lin.  6,  dopo  la  parola 
prima  si  aggiùnga  : 

: e cosi  fu  primieramente  stampato  da  G.  Poggiali  nella  cit.  Serie  cc. 

A pag.  272,  nelle  note  al  Risp.  XIV,  col.  prima,  dopo 
le  parole  [pi.  30]  si  aggiunga  : 

; Bandini,  Calai,  mss.  Mcd.  Laur.,  V,  52; 


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STANZE 


DI 

MESSER  ANGELO  POLIZIANO 


COMINCIATE 

PER  LA  GIOSTRA  DEL  MAGNIFICO 

GIULIANO  DI  PIERO  DE’ MEDICI 

CON  LE  ILLUSTRAZIONI 

DI  VINCENZO  NANNUCC1 

(Firenze*  M ipheri,  ISIS;  e Curii  1814) 
riio.c  .tc  c Accresciute 


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LIBRO  PRIMO 


Proposiiio-  Lo  gloriose  pompe  e’ fieri  ludi  t 

De'  Della  città  che  ’l  freno  allenta  e stringe 
A’  magnanimi  Tòschi,  e i regni  crudi 
Di  quella  dea  che  T terzo  del  dipinge, 

E i premi  degni  alti  onorati  studi. 

La  mente  audace  a celebrar  mi  spinge; 

Sì  che  i gran  nomi  e’  fatti  egregi  e soli 
Fortuna  o morte  o tempo  non  involi. 


Si.  i.  — ».  1.  Ledi.  Voce  lai.,  giuo- 
ehi  .‘qui,  fella  il’  armi,  giotlra.  * Pro- 
priamente, tpellaeoli  pubblici  in  oc- 
catione  di  felle:  Vettori,  Coltiv.,  V : 
• avevano  vinto  i ludi  principati  tli 
Atene.»  — ».  I.  * « Et  premere  et 
lassas...  tiare...  Iialienas  • Virg.  lEn.  t. 
— ».  3.  * Recai.  Qui,  comandi,  poten- 
za ; latinamente:  «Inquc  meum  scm- 
pcr  stcnt  tua  recita  caput  • dice  Pro- 
perz.  alla  fanciulla:  - Non  gli  aspri 
cenili  ed  i tuperbi  regni.  Non  udi- 
sti... » Leopardi.  — ».  i.  Dimce; 
calma,  orna,  abbclla.  Venere  vicn 


collocata  nel  terso  giro  del  ciclo.  — 
».  5.  * Studi,  l’azione  di  attendere 
a una  cosa  e la  cosa  stessa  a cui 
l’ uomo  attende  ; latinamente  : • stu- 
di!t asperrima  belli  » /En.  I : • lo 
audio  della  caccia  > Fior.  d'Ital.; 
e l' Ariosto  nella  preghiera  di  Medoro 
a Diana  « ...  il  mioTe...  Che  vivendo 
imitò  tuoi  stndi'i  santi.  » — ».6.  -Au- 
daci pioniere  cantu  Ile  ni  congesta 
iubet  » Claudian.  Rapt.  Proserp.  I : 
* « Feri  animus  dicere  - Ovid.  Mei,  I. 
— - ».  8.  « Nulla  dics  umquain  mo- 
niori  vos  esimei  asvo  > ì£ii.  Vili. 


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4 


LA  CIOSTIU. 


lnTd\f'°re  0 bello  iddio  ch’ai  cor  per  gli  occhi  spiri 
Effetti  amo-  Dolce  disir  d’amaro  pensier  pieno, 
rosi-  E pàsciti  di  pianto  e di  sospiri, 

Nudrisci  l’ alme  d’ un  dolce  veneno. 

Gentil  fai  divenir  ciò  che  tu  miri. 

Né  può  star  cosa  vii  dentro  al  tuo  seno; 
Amor,  del  quale  i’  son  sempre  suggetto; 
Porgi  or  la  mano  al  mio  basso  intelletto. 

Escussione  Sostien  tu  el  fascio  che  a me  tanto  pesa; 
adì  Auto-  R0g„j  |a  ]jngUaj  Amor,  reggi  la  mano  : 

Tu  principio,  tu  fin  dell’  alta  impresa  : 

Tuo  fio  1’  onor,  s’ io  già  non  prego  in  vano. 
Di’,  signor,  con  che  lacci  da  te  presa 
Fu  l’alta  mente  del  baron  toscano 


Si.  2.  — ».  i-2.  « Amore,  amore, 
che  dagli  ocelli  stilli  desiderio,  in- 
duccndo  voluttà  dolce  alle  anime  di 
quelli  contro  cui  militi  • Eurip. 
Ijtpol.  * « ....  dolce  desio  die  Aiuor  ini 
spira*  Pctr.  — 0.  3.  • . . io  mi  pa- 
sco di  lagrime,  c tu  ’l  sai  • dice 
Amore  al  Petr.  — tv  A.  Yirg.  ih 
proposito  d’ Amore:  « Fallasene  ve- 
neno. » * « Blandiendo  dolcetti  no- 
trivi I malum  * Scncc.  llypp.  * ..sento 
al  cor  già  fra  le  vene  Dolce  veneno  * 
Petr.  • ....  al  cor  sccudea  quella  dol- 
cezza mista  D'un  secreto  veleno* 
Tass.  Am.  — ».  5-G.  • Sema  il  quale 
(Amore)  non  è cosa  nlcuna  perfetta 
nè  virtuosa  nè  gentile  • Divizio, 
Caland.  — ».  6.  « Amor  pur  fonte 
c d'  ogni  gentilezza  > Lue.  Pulci, 
Giostr.  Lor.  - Tu  se’  colui  clic  in- 
gentilisci i cori  • Bocc.  Am.  Vis. 
Amore  fece  tale  il  Petr.,  ■ Clic  mai 
per  alcun  patto  A lui  piacer  non 
poteo  cosa  vile.  » * Concetti  comuni 
nei  Lirici  antichi:  ma  Lor.  ile' Me- 
dici, degli  occhi  della  sua  donna, 
• Fan  gentil  ogni  cosa  clic  li  miri.  • 
— v.  8.  « Deli,  porgi  mano  all’ af- 


fannalo ingegno.  Amore...  » Pctr 
Si.  3.  — ».  1.  Fascio,  metaf.,  peso, 
aggravio,  carico  cosi  d'uuiiiio  come 
di  corpo.  V.  C.  • lo  son  si  stanco 
sotto  il  fascio  antico  Delle  mie 
colpe  * Petr.  * Anche  in  prosa  . « Con- 
siderando di  non  poter  per  loro  me- 
desimi sostenere  si  gran  fascio  ..  si 
mandarono  in  Brabante  > G.  Vili. 
— * ».  3-4.  Imitazione  delle  solenni 
invocazioni  de’  vati  antichi.  * In  tc 
finirò  e ila  tc  coniincerò  • Omero  : 
• Da  Giove  incominciamo,  e in  Gio- 
ve finite,  o Muse  • Tcocr.  « A te 
principiitm,  libi  desinct  > Virg.  ccl. 
Vili.  — ».  5.  Sicson.  Anche  il  Pctr. 
in  più  luoghi  chiama  Amor  suo  si- 
gnore. — Che,  rclat.  di  qualità  c 
quantità,  corrispondente  al  gualis  c 
guantns  de’  latini.  — * Lacci.  « Un 
laccio  clic  di  seta  ordiva  Tese  fra 
l’ erba...  Allor  fui  preso  » Petr.  — 
».  6.  Garose,  Giuliano.  * Gli  antichi 
lo  dissero  anche  d’apostoli  c santi, 
anche  di  romani  c greci.  — ».  7. 
Chiama  Giuliano  più  gioviti  figlia, 
perchè  era  fratello  minore  di  Lo- 
renzo, ambedue  figli  di  Piero  figlio 


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LIBRO  PRIMO.  il 

Più  gioven  figlio  della  etrusco  Leda, 

Che  rete  furno  ordite  a tanta  preda. 

invocazione  E tu  ben  nato  Laur,  sotto  el  cui  velo  4 
de'Mcd?cL  Fiorenza  lieta  in  pace  si  riposa 

Nè  teme  i venti  o ’l  minacciar  del  cielo 
0 Giove  irato  in  vista  più  crucciosa. 

Accogli  all’  ombra  del  tuo  santo  stelo 
La  voce  umil  tremante  e paurosa; 

0 causa  o fin  di  tutte  le  mie  voglie, 

Che  sol  vivon  d’ odor  delle  tue  foglie. 


ili  Cosiino  il  vecchio  Padre  delia 
Pairia  c di  Lucrezia  de’Tornabuoni 
chiamata  per  eccellenza  col  titolo  di 
Leda.  — v.  8.  Rete.  Delle  inctaf.  reti 
d’ Amore  cosi  Lucrezio,  IV.  « Nani 
vitare  plagas  in  Amoris  ne  iaciainur 
Non  ita  difficile  est,  quniii  captum 
rclihus  ipsis  Exire  et  validos  Yeneris 
perrumperc  nodos.  • Anche  il  Petr. 
• Amor  fra  1’  erbe  una  leggiadra 
rete  D’  oro  e di  perle  tese...  » 

Si.  4.  — Dedica  il  suo  lavoro  a 
Lorenzo  fratello  di  Giuliano,  c pren- 
de per  il  nome  di  Lorenzo  I’  alle- 
goria del  lauro,  come  fece  anche 
l'Ariost.  nella  canz.  3.  st.  7,  c il  Petr. 
per  quello  di  Laura.  Anche  Orazio,  11, 
od.  5.,  si  servi  di  simile  allegoria  : 
« Longoqnc  fessimi  mililiu  lalus  De- 
ponc  sub  lauro  luca.  • — v.  I.  * Var. 
Ileo  nato  Lauro,  e tu:  è un  concierò 
ilei  Dolce  c del  Scrunarteli!,  clic  non 
passò  come  altri  molti  in  tutte  le  ri- 
stampe posteriori.  — * Velo  « tegmi- 
no  fagi  - Tirg.  Ecl.  I : c l’ Ariosto, 
col.  * ....  Sotto  l’ ombroso  veto  D’  un 
olmo  antico.  • — u.  3-4.  * Allegori- 
camente; c forse  dee  intendersi  d'ini- 
micizie politiche,  come  più  chiara- 
mente il  P.  nella  Nutriciu  • Laureila... 
cuius  securue  ad  uinbram  Fulmina 
bellorum  ridens  procul  aspicit  Ar- 


ntis.  • — ».  5.  Stilo,  grec.  fiele  (ca- 
lumila o eippus).  Noi  chiamiamo  stclu 
il  gambo  dcll'erbc  c de’fiori.  * Piacque 
al  Giusti  « Dell'albero  di  Cristo  il 
santo  fleto.  » Qualche  stampa  anti- 
ca c I’  Aldina,  seguitate  dalle  comi- 
niane  c dal  Molinari,  leggono  oste- 
In  ; errore  del  primo  edit.  holngn.  ; 
c quel  pregare  di  essere  accolto 
nel  palazzo  de’  Medici  sarebbe  un 
chieder  limosina  con  isconcia  im- 
prontitudine: per  ventura,  il  ric- 
card.  4570  legge  chiaramente  stelo 
come  anche  il  Chigiuno  riprodotto 
dal  Riondi  nell’ ediz.  romana  (1801). 
S.  Betti  notava  nel  Giorn.  Arcati. 
I.  XXIX,  1026.  « Bene...  il  Nannucci 
» ha  restituito...  il  vero  vocabolo 

• stelo,  togliendo  via  quel  bruttis- 

> simo  astelo  che  deturpa  tutte  le 

• altre  ctliz.;  se  n'eccettui  la  fior. 

• del  1577  pel  Sennart.,  !u  berga- 

• tnasca  del  1747  pel  I. .lucciolìi,  la 

> rara  ed  eccellente  romana  del 

• 1804.  • — v.  7.  * Principio  c fin, 
leggono,  con  1’  Aldo  il  Dolce  e il  Ser- 
mnrlclli,  tutte  le  stampe  posteriori 
che  di  qni  innanzi  chiamerò  la  Vol- 
pata. — v.  8.  * Var.  Clic  sul  ateo  : 
Coti,  olivcriano,  secondo  il  Betti,  I.  c. 
L’ Ar.  « Quel  tòsco  o ’n  terra  e ’n 
cielo  amato  Lauro...  le  cui  mediche 


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G LA  GIOSTRA. 

Doli,  sarà  mai  clic  con  più  alte  note,  5 

Se  non  contrasti  al  mio  voler  fortuna. 

Lo  spirto  delle  membra,  che  devote 
Ti  fùr  da’  fati  insin  già  dalla  cuna, 

Risuoni  te  dai  Numidi  a Boote, 

Dagl’  Indi  al  mar  che  ’l  nostro  cielo  imbruna  ; 

E,  posto  il  nido  in  tuo  felice  ligno. 

Di  roco  augel  diventi  un  bianco  cigno? 

Ma,  fin  eh’  all'  alta  impresa  tremo  c bramo  c 
E son  tarpati  i vanni  al  mio  disio. 

Lo  glorioso  tuo  fratei  cantiamo, 

Che  di  nuovo  trofeo  rende  giulio 
El  chiaro  sangue  e di  secondo  ramo  : 


fronde  Spesso  alle  piaghe  d'onde 
Italia  mori  poi  furon  instauro,  Clic 
fece  all’  Indo  e al  Mauro  Sentir 
1’  odor  de’  suoi  rami  soavi.  » 

Si.  5.  — e.  i.  « ...  En  erit  unquam 
Ilio  dics  milii  cum  liccat  tua  dicerc 
facla?  Eli  erit  ut  liceat  totum  in i li i 
terre  per  orbem...  » Virg.  ccl.  Vili.  — 
».  3.  «Lo  Sl'inio  DELLE  MEMBRA,  ìllt.  lo 
spirilo  reggitore  conducilorc  delle 
membra:  « Doni  spirilo»  lios  reget 
artus  > Alo.  IV.  • Spirto  gentil  clic 
quelle  membra  reggi  » Petr.  — ».  A. 

* Da’ fati,  per  disposizione  de’ fati; 
latinamente:  ■ falò  profugus*  Ahi.  I: 
« Omnia  fati»  In  peius  mere.  » 
Georg.  I.  — * Dalla  cura;  latinamente: 

• liscine  a cunabulis  » Plaut.  • E 
credo  dalle  fasce  e dalla  culla  Questo 
rimedio  provvedesse  il  cielo  • Peli-. 
— ».  5.  * il;  suo. vi  te,  faccia  risuo- 
narc  il  tuo  nome.  « Te  lyra...  te  car- 
mina nostra  sonabunt.  • Metani.  X : 
clic  il  Siminlcndi  rendo  • La  cele- 
rà... sonerà  le  : gli  nostri  versi  so- 
neranno te  ».  « Colui,  clic  del  cam- 
min  sì  poco  piglia  Dinanzi  a me, 
Toscana  sonò  tutta.  » Purg.  XI. 
« Soucui  ti  farò  clic  soneranno  Tua 


mala  vita.  - Belline.  — * ».  G.  Da 
oricute  a occidente.  L’oceano  atlan- 
tico è il  nostro  ultimo  termine  oc- 
cidentale; per  ciò,  parendo  clte  ivi 
tramonti  il  sole,  il  P.  lo  chiama 
il  mar  che  il  nostro  ciclo  imbruna. 
— ».  7.  Licito  invece  di  legno,  come 
il  Petr.  disse  digno  invece  di  degno, 
ritenendone  la  forma  latina.  Qui,  al- 
bero : • Venir  vedrami  al  tuo  di- 
letto legno.  » Parad.  I.  Indica  il 
Poeta  la  brama  clic  avea  di  entrare 
nella  ensa  dei  Medici.  * « ...  io  ’l 
nido  di  pensieri  eletti  Posi  in  quel- 
l’ alma  pianta.  • Petr.  — ».  b.  Di 
rozzo  e debii  cantore  diventi  un  no- 
bile poeta. 

Si.  6,—v.  i.  *No!a  i due  verbi 
costruiti  col  dat.  Il  Sacchetti  fece 
lo  stesso  con  sfiorare  : « alle  pa- 
terne mura  ognun  sperava.»  — *«.ì. 
Auclie  Dant.  dette  i vanni  al  desi- 
derio, Purg.  IV,  29  : il  Firenzuola 
« veggendo  troncarsi  l' ale  di  cosi 
lodevole  disio.  • — ».  i.  Giulio  per 
giulivo,  per  la  soppressione  del  V 
usata  sovente  dagli  antichi.  Cosi  toica 
per  logica.  — ».  5.  * Saucue,  la  fami- 
glia de' Medici  — Di  seco.tdo  ramo: 


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LI1SH0  PRIMO. 


7’ 

Convien  eh’  i’  sudi  in  questa  polvere  io. 

Or  muovi  prima  tu  mie’  versi.  Amore, 

Che  ad  alto  volo  impenni  ogni  vii  core. 

Escussione  E se  qua  su  la  Fama  el  ver  rimbomba,  7 
termissìo-  Clic  la  figlia  di  Leda,  o sacro  Achille, 
noUiOme-  p0i  che  ’l  corpo  lasciasti  entro  la  tomba, 

T’ accenda  ancor  d’  amorose  faville  ; 

Lascia  tacere  un  po’  tua  maggior  tromba 


della  seconda  palma  della  vittoria, 
pcrclic  la  prima  Fu  quella  clic  ot- 
tenne Lorenzo  in  una  giostra  ante- 
riore. — e.  6.  Conrien  ch’io  com- 
pia l’ impresa  di  cantar  le  gesta  di 
Giuliano.  É simile  a quel  de’ latini 
ti i arenam  descendere  : e Gioven. 
Sai.  I:  • Cur  lumen  hoc  libeat  po- 
lius  dccurrcrc  campo.  • * Vur. 
Convien  che  sudi : A.  D.  S.  Yolg.  In 
lat.  putvis  si  prende  anche  pel  cam- 
po nel  quale  compicsi  P esercizio  p 
onde  Ovid.  potè  dire  metaforica». 

• Inque  suo  nostcr  pubere  currat 
equus.  > Fast.  II.  — v.  8.  Lungo 
nei  Pastorali  dice  aneli’  egli  che 
Amore  impenna  le  anime:  « Amor 
eli’  a’  suoi  le  piante  e i cori  im- 
penna • Pelr  : * e il  Buonarroti 

• Amore  sveglia  c muove  c impen- 
na l'ale  Ad  allo  volo.  • 

Si.  7.  — t>.  L * Vur.  E se  guai 
fa:  D.  S...  in  ver:  A. — Rimbombi: 
« la  sua  voce  ancor  quaggiù  rim- 
bomba ■ Petr.  * F.  il  Tasso  ne' so- 
netti usò  rimbombare  transitivamen- 
te : « ...  il  nome...  che  i vostri  onori 
Porti  e rimbombi.  • — u.  2.  * « Il 
primo  a mutare  questa  lezione  Che 
la  figlia  di  Leda  nell’altra  Che  d’E- 
euba  la  figlia  fu  Lodov.  Dolce  nella 
sua  Prima  Parie  delle  Starne  di  div. 
HI.  poeti (Venez.  1570,  pel  Giolito).  Ma 
il  Dolce  c tutti  coloro  clic  lo  segui- 
rono, tra  i quali  anche  i dottissimi 


Volpi,  s’ ingannarono.  E quella  che 
accendeva  di  amorose  faville  il  l’e- 
lide dopo  la  tomba  non  era  Polis- 
sena  figlia  di  Ecuba  ma  Elena  figlia 
di  Leda,  colla  quale,  secondo  narra 
Tolomeo  Efcstione  allegato  da  Fozio, 
egli  contrasse  matrimonio  fra  i 
morti  in  un’  isola  del  Ponto  Lussi- 
no consacrata  al  riposo  degli  eroi 
trapassali  (Vedi  il  Dizion.  di  Bayle, 
Arlic.  Achilli:!,  e le  Osservaz.  del 
cel.  cav.  Luigi  Lamberti  sopra  que- 
sto passo  del  Poliz.  inserite  nel  Po- 
ucairo).  » Nola  dell’  ediz.  Silvestri, 
Milano,  1825.  Il  nostro  anche  nel- 
V Ambra  « Adde  quodet  pulchro  trn- 
detur  pulchra  marito  TyudarisiEuci- 
die  stellis  fulgentibus  ardens.  ■ E 
inutile  aggiungere  che  i Cod.  ricc., 
il  Chigiuno  e l’Olivcriano  leggono 
Che  la  figlia  di  Leda.  — t>.  5-6.  Si 
scusa  il  P.  dell’intermissione  d’ fi- 
mero  che  egli  andava  allora  tradu- 
ceudo  in  versi  latini  ; la  qual  tra- 
duzione o si  smarrì  o sta  sepolta 
ancora  nc’  nascondigli  di  qualche 
libreria  (*  Ne  ritrovò  i primi  libri 
Ang.  Mai). — v.  5.  * Var.  Lascia  un 
poco  tacer  : D.  S.  — * T nona»,  per 
canto  epico;  Ialinamente.  Alessandro 
alla  tomba  di  Adi.  • 0 fortunato  che 
si  chiara  tromba  Trovasti  » Petr. 
Più  simile  al  nostro  il  modo  del 
Chiabr.  « Bramò  l’ inclita  tromba 
Del  germe  invitto  del  reai  Peléo.  • 


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O LA  GIOSTRA. 

Ch'  io  fo  squillar  por  l’ italico  ville, 

E tempra  tu  la  cetra  a nuovi  carmi. 

Mentre  io  canto  l’ amor  di  Julio  e 1’  armi. 

Narrazione.  Nel  vago  tempo  (li  sua  verde  ciato,  s 

Spargendo  ancor  pel  volto  il  primo  fiore 
Ilo  innanzi  Nè  avendo  il  bel  Julio  ancor  provate 
»’  ìnnamo-  Le  dolci  acerbe  cure  che  dà  Amore, 

Viveasi  lieto  in  pace  e in  libcrtate. 

Tal’ or  frenando  un  gentil  corridore 
Che  gloria  fu  de’  siciliani  armenti. 


Con  esso  a correr 


».  I>.  * Iruice:  Anche  Fazio  degli 
liberti  nelle  Canz.,  « terre  ilalice.  * 
I).  c S.  seguili  dalla  Volg.  corres- 
sero italiche.  Un  tempo  certi  puri- 
sti non  volevan  sapere  dell’  aggett. 
italico  ; difrndcvanlo  allri,  perchè 
usato  dal  Cesari.  — Ville,  città: 
« Sovra  ’l  bel  liumc  d’  Arno  alla 
gran  villa.  • Inf.  XXIII.  * « la  villa 
di  Nantes.  » Villa».  XI  : « popolose 
ville  Dell’ odorifer’ India.  • Ariosto. 
— v.  7.  Temprar  In  cetra,  unir  le 
voci  degli  islriimcnti  e accordargli 
col  canto.  * « 0,  testudinis  arnese 
Dulcem  quse  strepitimi,  Pieri,  tem- 
peras  ! » llorat.  - Temperando  le 
corde  a suono  arguto  • Volgariz. 
Bocz.  — * Ansi , combattimenti  : 
« Non  sapcv’  io  quanto  nell’  armi 
prime  Fosse  in  cor  generoso  ardente 
c dolce  II  desio  della  gloria  t » Caro, 
Encid.,  XI. 

Si.  8.  — ».  -t.  • Net  dolce  tem- 
po della  priirfa  cladc.  » Petr.  Ver- 
de, giovanile:  * » levimi  viride» 
Ovid.  - Tutta  la  mia  fiorita  e verde 

nell’età  pili  fiorita  e 

verde.  » Petr.  — ».  2.  « ...  prima 
gcnas  vestibat  flore  inventa.  » iE». 
Vili.  * * Ante  genas  dulces  quatti 
Dos  iuveuilis  inumbret.  » Claudia». 


contendo)  co’  venti  ; 


« Non  avea  ancor  segnalo  il  primo 
fiore  Del  primo  pel.  » Tassoni.  — 
».  t.  * Catullo,  di  Amore  « Sanctc 
pner,  curis  bominum  qui  gaudia 
misccs  » e di  Venere  ■ Dulcem  cu- 
ris miscet  amaritiem.  » Anacreontc 

• E le  punte  tinge»  Venere,  dolce 
miele  prendendo;  e Amore  vi  me- 
scolava fiel'e.  • Platone  nel  Timeo 

• Di  piacere  c tristezza  misto 
I'  amore.  » Chi  poi  non  ricorda  del 
Petr.  « O poco  mèl,  molto  aloè  con 
tele  » e siiiTiti  ? — ».  5.  * Var...  in 
pace  e liberiate,  qualche  vecchia 
stampa  : in  pace,  in  liberiate  : D.  S. 
Volg.  — ».  0.  Frenare,  mettere  il 
freno  e rattenere.  Qui  pare  che  si- 
gnifichi reggere,  maneggiare,  gui- 
dor  col  freno.  * * Un  clic  frenava 
un  gran  destriero  alato.  • Ariosi. 
— ».  7.  * Ardesti.  Servio  nel  ili. 
Georg,  nota  ■ Armeutum  proprie 
id  genns  pccoris  dici  quod  est  ido- 
ncum  ad  opus  artnorum,  ut  sunt 
equi  et  boves  : » onde  Virg.  - Beilo 
armantur  equi  : bcllum  liceo  ar- 
mento minantur.  » zEn.  III.  — ».  8. 

« Cursuque  pedutu  prevertero  ven- 
tos  » Virg.  :*e  « contendere  cursu  • 
lEn.  V ; il  Foscolo  nelle  Grazie  » E 
contcudeuno  » correre  co' venti.  » 


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LIBRO  PRIMO. 


9 

9 


Aiti  oKregìi  Or  a guisa  saltar  di  leopardo 
lB'  Or  destro  fea  rotarlo  in  breve  giro: 

Or  fea  ronzar  per  1’  aer  un  lento  dardo. 

Dando  sovente  a fere  agro  martiro. 

Cotal  vivcasi  el  giovane  gagliardo: 

Nò  pensando  al  suo  fato  acerbo  e diro. 

Nè  certo  ancor  de’  suo’  futuri  pianti. 

Sole»  gabbarsi  degli  afflitti  amanti. 

pardo  dot-  Ah  quante  ninfe  per  lui  sospirorno  ! io 

autore.  jja  fu  gj  aner0  sempre  il  giovinetto. 

Che  mai  le  ninfe  amanti  noi  piegorno. 

Mai  potè  riscaldarsi  il  freddo  petto. 

• 0n?8t.ì  Facea  sovente  pc’  boschi  soggiorno, 
nÓ"  lJu*  Inculto  sempre  e rigido  in  aspetto; 

E ’I  volto  difendea  dal  solar  raggio 
Con  ghirlanda  di  pino  o verde  faggio. 


Si.  9.  — e.  2.  * Gli  facca  fare  doglia  c in  pianti  Posto  avea  per 

una  giravolta,  « torlo  stringere  sua  bellezza,  Ma  del  cor  I'  aspra  du- 

gyrn  » Manil.  V : « curvo  brtvius  rezza  Non  picgAr  le  afllitlc  amanti.  « 

eompellere  gyro  » Tibul.  paneg.  : — r.  3.  * Var.  lo  piegorno:  A. 

* cervice  rotula  Incipit  ctTusos  in  Volg.  e cod.  oliveriano.  — v.  i. 

gyrum  carpere  cursus  » Lue.  ad  * Var.  Nè  potè  : 1).  S.  — Riscal- 

Pis.  — p.  3.  « lenta  lacerlis  Spi-  otnsr  per  concepire  amore,  dal  lat. 

culo  contorqucnt.  » .Vii.  VI.  Aon-  calesco  usato  specialmente  da  Orazio 

sare,  inotaf.,  per  quel  rumore  clic  in  egual  significato  ; Tercnz.  Fani, 

fanno  le  cose  lanciale  c tratte  per  «accede  ad  ignem  lume:  ium  cale- 

aria  con  violenza. — p.  4.  « Qui  dare  sces  plus  salis.  »*«...  d’amor  mi 

certa  ferie  dare  vulnera  possumus.  » scaldi  il  petto  » Parad.  III.  — p.  5. 

Met.  I.  — v.  G.  * Diro,  crudele:  « dira  Ovid.  Met.  allo  stesso  proposito, 

fortuna.»  Firenz.  As.  d’or.  — p.  S.  « .Multi  illam  pctiere:  illa  aver- 

* Var.  toh  a gabbarsi:  mi’ antica  sala  pctentcs,  Impaticns  expersqtlc 

si.  — Barrarsi,  in  significa/,  neutra,  viri,  neinora  avia  lustrai,  Ncc  quid 

vale  farsi  belle,  burlarsi.  Hynien  quid  Ainor  quid  sint  con- 

Sl.  dO.  — p.  d.  « Multi  illum  pueri  nubili  curai  : » c altrove  « ...  Fugit 

multai  peticre  puelbe.  » Metam.  Ili:  altera  nomcn  amanlis,  Sylvnrum  la- 

* • pucllam  in  flavo  saqic  liospite  sii-  tebris  caplivarnmque  fcrarum  Exu- 

spiranlem.  » Cat.  LXIV.  — e.  2-3.  viis  gaudens  innupticque  aemiiln 

* Scd  fjiit  in  tenera  tam  dura  superbia  Pliaebes.  — p.  3.  « Pinuque  caput 

forma,  Nulli  illum  pucri  nullic  teli-  prtecinctus  acuta.  • Metani.  Vili, 

gere  puellcc  » Metam.  I.  c.  E il  Ri-  * Var.  o per  di  faggio:  Cod.  rice. 

miccini  nella  Dafne  « Ogni  ninfa  in  1576.  « 


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10 


LA  GIOSTRA. 


Onesti  «cr-  Poi,  quando  già  nel  del  parean  le  stelle.  il 

iìo.  Tutto  gioioso  a sua  magion  tornava; 

E ’n  compagnia  delle  nove  sorelle 
Celesti  versi  con  disio  cantava, 

E d'  antica  virtù  mille  fiammelle 
Con  gli  alti  canni  ne’  petti  destava  : 

Cosi,  chiamando  amor  lascivia  umana. 

Si  godea  con  le  Muse  o con  Diana. 

'dulr li  E se  tal’ or  nel  cieco  labirinto  i? 

‘ 1 u "J  Errar  vedeva  un  miserello  amante, 

Di  dolor  carco,  di  pietà  dipinto 
Seguir  della  nemica  sua  le  piante, 

E dove  Amore  il  cor  gli  avesse  avvinto 
Li  pascer  1’  alma  di  due  luci  sante 


Si.  i I.  — ti.  1.  * Così  i due  Codd. 
riccard.  Le  veccliie  stampe  Poi  quan- 
do nel  del  parean  ; onde  la  corre- 
zione dell’ Aldina,  clic  divenne  lezion 
volgala,  E poi  quando  nel  del  pa- 
rean. Il  D.  legge  ardean  invece  di  pa- 
rean.— Parlar  : Parere  vale  qui  ap- 
parire. Anche  i latini  usarono  il  ver- 
bo parere  per  apparerei  Apuleio  pa- 
rueril  per  apparueril  ; c Seneca: 
• ...  Parai  certe  Jove  Ubique  di- 
guus.  ■ * Bocc.  Am.  V : « ogni 
stella  pareva  nel  cielo.  » — ».  8.  Cor 
Diasi.  • ...  Orlygiain  studiis  ipsaqne 
colebat  Yirgiuitate  dcam.  » Me- 
tani. Vili. 

Si.  12.  — ».  t.  * Labiristo,  errar 
amoroso  : * Sull’ora  prima  il  di  sesto 
d’aprile  Nel  laberiutu  entrai.  > Petr. 
— ».  2.  Miserello  : Calai.  • ...  mi- 
sella:  Ignes  interiorem  eduut  mc- 
duliam.  » — ».  3.  « La  genie  di 
pietà  dipinta.  » Pelr.  * Ed  è modo 
caro  a’  nostri  vecchi  Podi  per  si- 
gnificare l'apparenza  dell’interno  af- 
fetto nel  viso  dell’  uomo.  « Di  me- 
raviglia, credo,  mi  dipinsi.  » Pur- 
gai. IV.  PietX  qui  come  nel  1.  c.  del 


Pelr.  Ita  il  senso  d'affanno  o pena,  clic 
Dante  dice  pietà.  — ».  4.  Nimica  sua. 
Petr.  chiamò  Laura  dolce  mia  guer- 
riera e dolce  ed  acerba  mia  nemica. 

— ».  6.  l’ASCEn  per  dilettare , come  fu 
detto  da’ greci:  Eurip.  Phoenls.  «le 
speranze  pascono  gli  esuli.  » * Dante, 
degli  usurai  che  riguardano  nella 
borsa.  • E quindi  par  che  ’l  loro 
occhio  si  pasca.  • Vedi  più  sot- 
to, Si.  122.  — Luci  sarte  e rito 
tanto,  frase  specialmente  del  Petr. 

— ».  7.  CitcoEL  per  crudeli.  Petr.  usò 
tnirabil  per  mirabili  ne*  Trionfi,  e 
il  Firenzuola  parol  per  parale:  ma 
queste  licenze,  dice  il  Buonmattei, 
sono  scusate  nei  grandi  ma  non  so  se 
iodato  in  alcuno.  Cosi  più  sotto  nella 
Si.  18,  monto « per  montoni.  — Go- 
cre:  gogna,  propriamente  luogo  do- 
ve si  legano  in  pubblico  i malfattori  ; e 
il  ferro  stesso,  vituperoso  indizio  del 
lor  misfatto.  V.  C.  qui  vale  laccio:  * 
Luca  Pulci,  Giostr.  Lor.  * Amor 
suoi  ceppi  preparava  e gogne.  » O 
forse  vale  vergogna,  errore,  o si- 
mili. * E in  questa  gogna  (inten- 
de del  mondo)  ci  couvieu  nostra 


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libro  primo. 


li 


Proso  nelle  amorose  crude!  gogne; 
Si  1’  assaliva  con  agre  rampogne. 


Parole  di  Ju- 
lio  a*  gio- 
vani aman- 
ti. 

Onde  deriva 
amore. 

Che  cosa  è 
amore. 


— Scuoti,  meschin,  del  petto  il  cieco  errore,  ut 
di’  a te  stesso  te  fura,  ad  altrui  porge  : 

Non  nudrir  di  lusinghe  un  van  furore. 

Che  di  pigra  lascivia  e d’  ozio  sorge.' 

Costui  che  ’l  vulgo  errante  chiama  Amore 
È dolce  insania  a chi  più  acuto  scorge  : 

Sì  bel  titol  d’  Amore  ha  dato  il  mondo 
A una  cieca  peste  a un  mal  giocondo. 


Contro  allo 
donne  e lor 


Ah  quanto  è uom  meschin,  che  cangia  voglia  u. 
Per  donna  o mai  per  lei  s’  allegra  o dole  ! 


«ila  menare.  » Volg.  pisi.  Senec. 

— ».  8.  Ai. ut  rahpucse  • con  agre 
rampogne.  • Pelr.  * * Con  ogrc 
reprensioni.  • Bocc. 

Si.  13.  — t\  A.  * Vnr.  dal 
petto  : A.  D.  S.  Volg.  — Scuoti  : 
allontana,  rimuovi.  — Errore  : 
Amore  vien  chiamato  col  nome  ili 
errore  : Virg.  ecl.  Vili.  « Ul  vidi, 
ni  perii , ut  me  malus  nbstulit 
error;  • e Propert.  « Quae  libi  sii 
ft-lix,  quoniam  novus  iucidil  error.  » 

— t>.  2.  Cosi  legg.  i due  Codd.  ricc. 
e P oliter.  cit.  dal  Belli  : ma  A.  0. 
S.  Volg.  legg  : ti  fura.  — Fin*  : fu- 
rare è dal  bit.  furari  in  egual  si- 
gnificato. Propert.  « Una  meos  quo- 
niam  predata  est  Icemina  scnsus.  • 
E nella  Scrittura,  Sam.  Il,  15.  « Fura- 
lusestAbsaloncor  virorum  Israel.»  — 
».  3.  * Var.  Nè  nutrir  : D.S.  — Furore. 
Virg.*ÀEu.  IV,  di  Didone  « traxitque 
per  ossa  furorem  : » c Proper.  « Et 
furor  bic  toto  niibi  iam  non  deficit 
anno.  » * Pctr.  ne’ Trionfi,  d’ Ip- 
polito « non  volle  Consentire  ul  fu- 
ror della  matrigna:»  anche  chiama 
furore  l’amor  coniugale  di  Mussinissa 
e Sofonisba.  — ».  A.  Sorge.  Sorgere 
per  nascere,  dal  lat.  * urgere  ili  egual 


significazione.  Tcofrasto  chiama  l’a- 
more passione  d' anima  oziosa  : Dio- 
gene il  cinico  presso  il  Laerzio  lo 
chiama  il  negozio  degli  sfaccendati. 
Seneca,  Oct.  « ...  luxu  olio  Nutritile 
inter  latta  fortume  bona  : » e il 
Pctr.  « Ei  nacque  d’  ozio  e ili  laici- 
via  umana,  Nudrito  di  ponsier  dolci 
e soavi,  Fatto  signore  e dio  da  gente 
vana:  » e il  Tns.  nell’ Am.  • ...  in 
ozio  vivi,  Che  nell’  ozio  l’ amor  sem- 
pre germoglia.  » — ».  5.  Il  Pctr. 
- Questi  è colui  che  il  mondo  chia- 
ma Amore.  » — e.  6.  Virg.  ecl.  VI. 
« Ab  virgo  infelix,  quie  te  dcmeti- 
tia  empii.  » La  voce  maineslhai  ( in- 
sanire) per  denotare  passione  d’amo- 
re è frequentissima  presso  i Greci: 
dice  Eurip.  che  'Aphrodilc  (Venere) 
è lo  stesso  che  'Aphrosync  (stoltezza)  : 
e P Ariosto  • E che  ì altro  Amor  se 
non  insania  A giudizio  dei  savi  uni- 
versale! » — ».  8.  Cieca  cesie.  Val. 
Fiacco,  VII  Arg.  chiamò  Amore  pestem 
latentem  ossibus,  e Virg.  « cara  peste 
teneri.  » — Mal  giocoxdo.  Il  Pelr. 
» 0 viva  morte,  o dilettoso  male.  » 
Si.  14.  — ».  1.  * Così  i codd. 
ricc.  Ma  l’cdiz.  Bazalicri  legge:  Ah, 
quanto  è l’ uom  meschin  che:  le  al- 


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12  LA  GIOSTRA. 

natura*  ^ Pcr  Sberla  si  spoglia 

0 crede  a suoi  sembianti  e sue  parole  ! 

Che  sempre  è più  leggier  eh’  al  vento  foglia, 
E mille  volte  il  di  vuole  e disvuole: 

Segue  chi  fugge,  a chi  la  vuol  s’asconde; 

E vanne  e vien,  come  alla  riva  1’  onde. 

Compararlo-  Giovane  donna  sembra  veramente 

ijg  verissi-  • 

ma.  Quasi  sotto  un  bel  mare  acuto  scoglio, 

0 ver  tra’  fiori  un  giovincel  serpente 
Uscito  pur  mo  fuor  del  vecchio  scoglio. 


Ire  vecchie  st.  Ah,  quanto  è umn 
meschin  chi:  l’  Alci.,  seguilo  dal  D. 
c S.  c dalla  Volg.,  peggiorò  correg- 
gendo Quanto  è ineschili  colui  che. 
— ».  3.  « ...  mi  spoglia  Di  libertà 
questo  crudol  che  accuso  (Amore) 
I’elr.  — n.  4.  * Var.  o a sue:  D.  c 
S.  Volg.  — Esiodo.  * Qual  credè 
a donna,  credè  a’  ladri.  » — t>.  5. 
I.CGGiEn,  tronconi,  non  del  remili. 
leggiera,  ma  di  leggieri  e leggiere 
che  sono  altresì  i primi  casi  di  fem- 
mina, onde  leggiamo  cosa  leggieri, 
condizion  leggiere.  Virg.  IV  jEn. 

« Varili m et  mutabile  scinger 

Faunina.  » Calpurn.  Buec.  3.  • Mo- 
hilior  ventis  o fuwniiiu.  » S.  Luca 
chiama  la  donna  canna  agitala  dal 
vento:  e il  Tasso  nell’Aminta  ■Fem- 
mina è cosa  mobil  per  natura  Più 
clic  fraschetta  al  vento  c più  clic 
cima  Di  pieghevole  spica.  » * Ma- 
chia*. Comm.  « Vane  e legger  vie 
più  eli’  al  vento  foglia.  • Un  ri- 
spetto toscano  « Giovanotlino  fai  co- 
me la  foglia  CI»-'  a tntti  i venti  si 
lascia  voltare.  » — ».  C.  Torcili, 
làuti  : « Novi  ingcninm  muliernm: 
uolunt  uhi  velis,  uhi  nolis  cupiunt 
ùltro.'-/»  Tasso,  Gerus.  « Femmi- 
na è cosa  garrula  c fallace,  Vuole 
c dist  imie.  ■ — ».  7.  Tcocr.  idil.  6. 

■ E fugge  l’ amante  e il  non  amante 


segue;  » c un  epig.  di  Macedonio 
nell’ Ant.  « E fuggi  cui  t’ama,  e cui 
non  li  ama  sèguiti,  pcr  fuggir  di 
nuovo  anche  lui  quando  ti  ami.  » 
— ».  8.  «Vengono  e van  com'onda 
al  primo  margo.  « Ariosi.  Due  versi 
di  quest’ ott,  sono  consimili  a due 
attribuiti  al  Petr.  in  una  Stanza  ri- 
ferita da  Frane.  Bonaniici  come  da 
esso  trovata  in  nn  MS.  di  Lorenzo 
Romuleo.  « Perdi’  ella  è più  leggier 
clic  al  vento  foglia,  E mille  volte  al 
giorno  cangia  voglia.  . — Var.  E 
vane  c vien:  A.  seguito  dalle  comi- 
niane  c dal  Molinari. 

Si.  45.  — ».  2.  Provcrb.  lat. 
« Sub  undis  placidis  saxa  exitialia 
latent.  — ».  3.  Virg.  ■ Latet  anguis 
in  lierba.  » Petr.  « Clic  il  serpente 
tra’ fiori  c l’erba  giace.  — ».  4.  Mo  : 
dal  lat.  modo;  ora,  testò,  poco  avanti 
* « fogliette  pur  mo  nate.  - Dante.  — 
Scoglio,  qui  pcr  iscoglia  (spoglia,  sca- 
glia): grcc.  scylon.  Alcune  edd.  ac- 
creditate hanno  caglia,  c questa  le*, 
è approvata  dalla  Crusca.  * Ma  i 
codd.  ricc.  leggono  chiaramente  sco- 
glio, thè  in  questo  signidc.  ha  buoni 
c'sempii.  Dani,  v Correte  al  monte 
a spogliarvi  lo  scaglio  » e parla  di 
anime:  il  Crescenzio  ha  gli  scogli 
delle  avellane : l' Ariosto  lo  scoglio 
del  serpente  (XVII).  Tuttavia  il  cod. 


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L1DR0  PRIMO. 


13 


All  quanto  è fra’  più  miseri  dolente 
Chi  può  soffrir  di  donna  el  fero  orgoglio  ! 
Che  quanto  ha  il  volto  più  di  beltà  pieno. 
Più  cela  inganni  nel  fallace  seno. 


Che  gii  oc-  Con  essi  gli  occhi  giovenili  invesca  to 

chi  sono  \mor  che  ogni  pensier  maschio  vi  fura  : 

prima  cau-  ’ _ , 

sa  di  amo-  E quale  un  tratto  ingoza  la  dolce  esca 
ru'  Mai  di  sua  propria  libertà  non  cunt: 

Ma,  come  se  pur  Lete  Amor  vi  mesca. 

Tosto  obliate  vostra  alta  natura  ; 

Nò  poi  viril  pensiero  in  voi  germoglia, 

Sì  del  proprio  valor  costui  vi  spoglia. 


Lande  delia  Quanto  è più  dolce,  quanto  è più  sicuro  17 
cana.rust1’  Seguir  le  fere  fuggitive  in  caccia 

Fra  boschi  antichi  fuor  di  fossa  o muro, 

E spiar  lor  covil  per  lunga  traccia  ! 

Veder  la  valle  e ’l  colle  e l’ aer  puro, 

L’  erbe  e'  fior,  V acqua  viva  chiara  e ghiaccia  ! 


eli ig.  (edii.  rom.  tSOi)  legge  spo- 
glio. L’  imagine  del  serpente  è an- 
che in  un  Risp.  losc.  • E fai  co- 
me la  serpe  clic  si  spoglia,  Poi  la 
sua  veste  gli  convicn  lasciare.  » — 
tt.  6.  * Orgoglio  « Non  dico  clic  alla 
vostra  gran  bellezza  Orgoglio  non 
convoglia  c stiate  bene  » Guido 
delle  Colonne. 

Si.  tG.  — r.  t.  * Var.  Con  elio 
gli:  A.  D.  S.  Volg.;  riferendo  forse 
esso  a volto  del  e.  7.  della  Si.  autec. 
Nella  lei.  dei  codd.  e delle  vecchie 
stampe  da  noi  restituita  s’ intende  : 
Con  essi  gli  ocelli  giovenili  della  don- 
na Amore  invesca  f cuori.  Amore 
die  ce. — v.  2.  • Clic  ogni  maschio 
pensici'  dell’  alma  lolle.  » Peti’.  — 
v.  3.  Ovid.  Am.  • ...  et  slemacho 
ilulcis  ut  esca  nocct.  > Esca,  cibo, 
ina  propr.  degli  uccelli  e de’  pesci, 
benché  si  dica  anche  talvolta  di 


quel  dell’  uomo.  V.  C.  — v.  5.  Lete, 
oblio,  dall’  ant.  verb.  gr.  Icihoo 
(obliviscor).  * È il  fiume  dell'oblio 
in  inferno  : Lucau.  • Immisi!  sty- 
giam...  in  viscera  Lethen  : • c il 
Pelr.  « ...  oblio  neU’ulma  piove  D’ogni 
altro  dolce,  e Lete  al  fondo  bibo:  > 
Tasso:  « Amor...  Degli  affanni  c 
de’  guai  soave  Lete.  • — v.  6.  * Var. 
obligate  : D.  S. 

Si.  17.  — v.  t.  Anche  Silvia 
nell’  Amili,  del  Tasso  piuttosto  che 
seguir  I'  amore  dice  dilettarle  Seguir 
le  fere  fugaci,  e le  forti  Atterrar 
combattendo.  — v.  2.  * Lor.  de’Medici 
nel  Corinto.  « Non  ci  è pastor  o più 
robusto  o dotto  A seguir  fere  fuggi- 
tive in  caccia.  • — r.  4.  * Per  iosca 
traccia  ; cioè,  dietro  i vestigi  che 
lasciano  di  si  per  lungo  tratto.  — 
v.  5.  * Veramente  i Codd.  ricc.  legg.  e 
l’  acr  più  puro.  — t\  7.  Sversar,  par* 


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li  LA  GIOSTRA. 

Udir  li  augei  svernar,  rimbombar  Tondo, 

E dolce  al  vento  mormorar  le  fronde  ! 

PVtoraii.pa'  Quant0  K‘ova  a mirar  pender  da  un’  erta 
Le  capre,  e pascer  questo  e quel  virgulto; 
E ’l  montanaro  all’  ombra  più  conserta 
Destar  la  sua  zampogna  e ’l  verso  inculto  ! 
Veder  la  terra  di  pomi  coperta. 

Ogni  arbor  da’ suo’ frutti  quasi  occulto; 
Veder  cozar  monton,  vacche  mugghiare, 

E le  biade  ondeggiar  come  fa  il  mare  ! 

Eserdiiiru-  Or  delle  pecorelle  il  rozo  mastro 
r*1,‘  Si  vede  alla  sua  torma  aprir  la  sbarra  : 

Poi,  quando  move  lor  co  ’f  suo  vincastro. 
Dolce  è a notar  come  a ciascuna  garra. 


is  . 


19 


landosi  degli  uccelli  vale  coniare, 
ed  è propriamente  quel  cantare  clic 
usciti  dai  verno  fanno  a prima- 
vera. V.  C.  * Un  poeta  del  primo 
sec.  « E gli  uccelletti  per  amore 
Isveruano  si  dolcemente.  » 

Si.  18.  — t>.  1.  * Giova,  piace. 
« ...  sou  un  di  quei  che ’l  pianger 
giova.  » Petr.  « Me  questa  vita  gio- 
va. » Tass.  Am.  Dal  latino:  Lu- 
crel.  V.  « tuoni  integros  accedere 
fontes.  • — Pe.soea.  « ...  ite,  capelUe: 
...  Non  ego  vos  ...  Dumosa  pendere 
procui  de  rupe  videbo  » Virg.  ccl.  I. 
* « Pender  le  capre  da  un’  aerea 
balza.  » Pindcm.  — e.  2.  « attondent 
virgulto  capelli.  * Virg.  ecl.  X.  — 
r.  3.  Conserta  : lai.  conierò»  : * vuol 
dire,  ombra  prodotta  da  rami  conser- 
ti, cioè  intrecciati  insieme  (Fornacia- 
ri).  — e.  5.  I scelto  • Rustica  verba  • 
Tib.  « incondita  » Virg.  — v.  7. 
« Mugienlium  Prospcctat  crrantcs 
gregei.  • Ilorat.  — e.  8.  • E le  on- 
deggianti biade  in  lieti  campi  • 
Sauna/.. — * Var.  vacche  maggiore: 
le  vecchie  st. 


Si.  19.  t>.  I.  — * Var.  Al  rozo 
mauro.  Cod.  ricc.  1576.  — Misrno: 

« oviumque  magislros.  » Virg. v.  3. 

Torri,  riferendosi  agli  animali,  bran- 
co. — * Salimi,  qui  vale  quei  tra- 
mezzi clic  si  pongono  per  impedire 
il  passo,  P liscio  dell’  ovile  (Forna- 
ciai*!). — e.  3.  * Var.  Con  tuo  via- 
catlro.  Codd.  ricc.  2723.  — t>.  4. 
* Var.  Dolce  è notar.  Codd.  ricc. 
1576  : — come  ciascuna  garra  : D.  S. 
— Garrì,  da  garrire  : degli  uccelli, 
vale  stridere;  degli  uomini,  sgri- 
dare e riprendere  quasi  minacciando 
altrui  con  grida.  * Ma  qui  le  parblo 
come  a ciascuna  garra  non  si  po- 
trebbono  interpctrarc  più  gcncrul- 
mente,  come  a ciascuna  pecora  dice 
la  sua  cosa ? Anche  i latini  usavano 
garrire  per  parlare  inettamente  (For- 
naciari).  E il  Sacchetti,  in  una  sua 
ballata,  per  amore  di  certe  pasto- 
relle vorrebbe  farsi  pastore  e mon- 
tanino c andar  dietro  le  pecore  • Et 
or  direi  Biondella  et  or  Martino  • 
(soprannomi  clic  i campagnoli  dan- 
no alle  pecore):  or  non  sarchilo 


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LIBRO  PRIMO. 


Or  si  vede  il  viilan  domar  col  rostro 
Le  dure  zolle,  or  maneggiar  la  marra  ; 

Or  la  contadinella  scinta  e scalza 
Star  con  1’  oche  a filar  sotto  una  balza. 

Qual  lussi  jn  cotal  guisa  già  l’ antiche  genti  20 

rea.  Si  crede  esser  godute  al  secol  d oro: 

Né  fatte,  ancor  le  madri  eron  dolenti 
De’ morti»  figli  al  marzi’al  lavoro; 

Nè  si  credeva  ancor  la  vita  a’ venti; 

Nò  del  giogo  doleasi  ancora  il  toro: 

Lor  case  eron  fronzute  querce  e grande, 

Ch’  avean  nel  tronco  mél,  ne'  rami  ghiande. 


questo  il  gorra  del  Poliziano?  Nota 
il  v.  garrire  costruito  col  dativo  : 
Barberino,  Doc.  Am.  « Garrigli  (al 
bambino ) quando  corre  dietro  a uc- 
cello. » — ».  5.  « raslris  terrain 
domai.  » Virg.  — ».  7-8.  * Levata 
era  a filar  la  vecchiarella  Discinta  e 
scalza  • Petr.  Redi,  in  uno  schcrz. 
poet.  • Una  vaga  pastorella, ...  Sem- 
plicetta scinta  e scalza,  Slava  foche 
a guardar  sotto  una  balza. 

St.  $0.  — ».  -I.  * Con  cgual 
mossa  Virgil.  « Aureus  Itane  vitam 
in  terris  Salurnus  agebat:  Noe  dum 
etiam  audierant  infiori  classica,  nec 
dum  Impositos  duris  crepitare  incu- 
dibus  cnses.  » — ».  S.  * Esser  cobo- 
te,  aver  goduto.  Anche  il  Bocc.  disse 
goduta  tono,  ettendo  goduti,  goduti 
erano,  invece  di  ho  goduto  ec.,  in 
tre  luoghi  della  G.  ÌV,  noe.  I e 3, 
riferiti  con  una  sua  notarclla  dal 
Cesari  nel  Voeab.  di  Verona.  Ma  os- 
serva che,  quando  'si  adopera  e nere 
per  avere,  il  parlic.  si  accorda  in 
gen.  e in  num.  coll’  agente  (Poma- 
ciari).  — ».  3.  * Var.  Eran  : A.  D. 
S.^Volg:  ma  eron,  qui  e altrove 
sempre,  leggono  chiaramente  i cotld. 
e ‘le  vecchie  stampe  : ed  è infles- 
sione di  questa  terza  persona,  pro- 


pria del  popolo  fiorentino  special- 
mente net  sec.  XV  e XVI,  usata  an- 
che dal  Machiavelli  dal  Celli  dal  Da- 
vanzali non  che  dai  comici  tutti. 
Vedi  Saggio  de'  Verbi  anorn.  e difett. 
del  Nunnucci,  il  quale  aggiunge:  • Co- 
si tuttora  la  nostra  plebe.  Provenz. 
eron.  — ».  A.*Marzial  lavoro,  guer- 
ra. - Militiamet  grave  Mar  li t oput  • 
Virg.  — ».  5.»  Si  credeva  : si  affidava, 
si  commetteva  : è modo  dei  latini 
(Fornaciari).  ■ Dune,  et  ventis  am- 
mani committe.  • Virg:  « animam 
levibus  eredidii  auris.  » Senec.  Mcd.  : 

• quelli  Cli’  al  tempestoso  mar  ere- 
don  la  vita  « Alam.  Coltiv.  VI  : 

• ...  alle  procelle  Crede  la  vila  il 
giovinetto  audace.  » Tass.  Rim.  «Cre- 
dono il  peito  inerme  Gli  augelli  al 
vento.  • Leop.  Avvene  esempii  del  tre- 
cento : spiccatissimo  questo  del  Si- 
mintendi,  volgariz.  Metani.  «Fu  fatto 
Ceice  nuovo  uccello,  e non  si  cre- 
dette al  cielo.  » — ».  8.  * « Pres- 
sique  iugo  gemuere  invenci.  » Me- 
loni. 1.  — e.  8.  « Flavaque  de  viridi 
slillabant  ilice  niella.  » Metani.  I. 

• Et  dune  quercus  sudabant  roscidu 
meda.  » Virg.  Ecl.  — ».  7-8.  * Do- 
mus  antro  fucrunt  Et  densi  fralices 
et  vincite  cortice  virgte.  > Met.  I; 


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ltì  LA  GIOSTRA. 

Anri!is  Non  era  ancor  la  scelerata  sete  21 

pi  13  Del  crucici  oro  entrata  nel  bel  mondo: 

Viveansi  in  libertà  le  genti  liete; 

E non  solcato  il  campo  era  fecondo. 

Fortuna  invidiosa  a lor  quiete 

Ruppe  ogni  legge,  e pietà  misse  in  fondo: 

Lussuria  entrò  ne’ petti  e quel  furore 

Che  la  meschina  gente  chiama  amore.  — 

* 

In  colai  guisa  rimordea  sovente  22 

L’ altero  giovinetto  e’  sacri  amanti  ; 

Come  talor  chi  sè  gioioso  sente 

Non  sa  ben  porger  fede  agli  altrui  pianti. 

Deste mmio  Ma  qualche  miserello,  a cui  l’ ardente 


• « Art.  Ain.  • Silva  iloinus  filerai, 
«bus  Iterila,  cubilia  frondes.  — ».  7. 
* Così  i Codi),  ricc,.  l’ divedano  ci- 
tato dal  Betti,  e le  vecchie  st.  Ma 
l'A.  il  D.  c il  S.  seguiti  poi  dalla 
Yolg.  corressero:  /.or  rara  era  f ron- 
zata quercia  e grande,  Cli’ anca. 
Grande  per  grandi  è voce  tuttora 
viva  nellu  bocca  della  plebe  iior. 
Cosi  trovasi  in  altri  autori  contem- 
poranei del  Polii,  minore, gentile  per 
minori,  gentili.  Si  veda  il  Man.  del 
Nannucci,  t.  Il,  face.  VI,  (I.  ed.) 
(Fornaciari). 

•V/.  21.  — ».  t . Scelto  iti  sete  «Amor 
sceleratus  habendi.  » Metani.  I.  — 
».  3.  * « ...  mtas  qute,  vindice  nullo, 
Spontc  sua  sine  lege  fìdein  rectuin- 
tie  colebat.  » Metani.  I.  — ».  A. 
« e il  fertile  terreno  portava  il  frutto 
da  sé  c bello  e copioso.*  Esiod.Teog. 
da  cui  Ovid.  Met.  1.  • Mox  etiam  fru- 
ges  tellus  inarata  ferebat.  — * ».  a. 
Var.  A loro  quiete:  Cod.  ricc.  1576; 
Alla  lor  quiete , D.  S.  — ».  6.  * Pro- 
tinus  irrupit  venie  peioris  in  levimi 
Omne  nefas,  fuget  e pudor  verumque 
lidesque.  » Met.  I.  * ■ Vieta  Ucci 
pietas  » ivi-.i—  Pietà,  * è virtù  per 
la  quale  alla  patria  c a’  beuivolcuti 


e a’congiunti  con  sangue  si  dà  uficio 
e diligente  culto.  » Buli.  — Met- 
tere in  fondo,  vale  alTondarc,  man- 
dare in  perdizione,  in  rovina,  in 
csterminio,  in  estrema  calamità  e 
miseria.  V.  C.  * Var.  Mite,  A.  D.  S. 
e Volg. 

St.  22.  ».  i.  — Rihoiideà  : Gg. 
rampognava.  * Il  Bocc.  parla  delle 
prediche  fatte  dai  frali  per  rimor- 
dere delle  toro  colpe  gli  uomini.  — 
».  2.  * Sacci,  perché  addetti  a cosi  po- 
tente Nume  cotn’è  Amore.  — ».  3-4. 
Sentenza  ebraica.  « Il  sano  non  cre- 
de al  dolore  dell'  ammalato.  > — 
».  5.  * Ardeste:  ecco  un  altro  pi.  f. 
della  3.  dediti,  tcrmin.  in  e.  Il  Salvini  a 
un  luogo  di  Giusto  de'Conti  annota  : 
« Il  Pulii,  nelle  St.  e altri  poeti  di 
quel  scc.  usarono  talvolta  secondo 
il  corrotto  uso  del  pop.  iior.  questa 
sorta  di  plur:  • dove  il  Nannucci 
avverte  : « Non  solamente  nel  sec.  del 
Poliz.,  ma  ancora  in  altri,  e sopra 
tutto  negli  anteriori,  fu  usata  que- 
sta sorta  di  plur.,  e non  secondo  il 
corrotto  uso  del  pop.  fior.,  ma  per- 
ché tale  si  fu  la  loro  desinenza  pri- 
mitiva c originale.  > Ed  esso  Nan- 
nucci al  eap.  IX  della  Teorica 


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LIBRO  PRIMO.  17 

delti  aman-  Fiamme  slruggeano  i nervi  tutti  quanti. 

Gridava  al  ciel  — Giusto  sdegno  ti  muova, 

Amor,  che  costui  creda  almen  per  pruova  ! — 

Nè  fu  Cupido  sordo  al  pio  lamento;  23 

E ’ncominciò  crudelmente  ridendo, 

— Dunque  non  sono  io  dio  ? dunque  è già  spento 
Mio  foco  con  che  il  mondo  tutto  accendo  ? 

Io  pur  fei  Giove  mugghiar  fra  l’ armento. 

Io  Febo  drieto  a Dafne  gir  piangendo; 

Io  trassi  Pluto  delle  infernal  seggo  : 

E che  non  ubbidisce  alla  mia  legge? 

Io  fo  cadere  al  tigre  la  sua  rabbia,  24 

Al  bone  il  fter  rughio,  al  drago  il  fischio. 

E quale  è uom  di  si  secura  labbia. 

Che  fuggir  possa  il  mio  tenace  vischio  ? 

de'  Nomi  nc  porla  di  molli  esempi!  * Seme,  da  scria,  mutalo  il  U nel 
e in  rima  e fuor  di  rima  e in  prò-  g.  (Nannncci,  Tcor.  II.)  Qui  vera- 

sa:  il  Bocc.  nella  Teseide  ha  son  'mente  è plurale:  e il  sing.  farà 

vincente:  il  Beniv.  fuori  di  rima  seggio  come  sieda  ili  Bocc.  Am.  Vis.. 

ardente  rote  e pungente  spine  : il  enei  parlare  del  popolo.  — v.  6-7. 

Machiavelli  nc’Deccnnuli  corna  capa-  Risponde  a questi  versi  un  epigr. 

ce.  — o.  6,  * Var.  etruggeono,  qual-  scolpito  sollo  un’  ani.  statua  di  Cu- 
cile vecchia  stampa  struggono,  I).  pido:  « Sol  calci  igne  meo;  flagrai 

— o.  7-8.  Il  Petr.  ad  Amore  : * Ma,  Neptunus  in  undia;  Pensa  dedi  Al- 

se  pietà  anco  serba  L’ arco  tuo  sai-  cidi»,  Raccum  servire  coegi.  ■ — 

do  e qualcuna  saetta,  Fa  di  te  e di  * v,  8.  Var.  E chi:  A.  D.  S.  Volg. 

me,  signor,  vendetta  : » e altrove  mie  legge  qualche  vqichia  stampa. 

* Ove  sia  chi  per  prona  intenda  Si.  24.  — e.  1.  « Armenas  ti- 

Amore.  » gres  et  fulvas  illc  lerenas  Vici!  cl 

Si.  23.  — ».  3.  * Var.  Dunque  indoinilis  mollia  corda  dedit  » Tib. 

non  sono  iddio f le  stampe.  — ».  — * Cioenr..  « Ira  cadit  » Liv.  II. 

4.  * In  Stazio  Amore  dice  <li  sé  : — ».  2.  * Var.  Ruggio  : A.  S.  Vulg. 

«Quas  ego  non  gentcs,  qua:  non  fa-  Al  Leone  il  ruggito:.  D.  e I’  cdi*. 

ce  corda  iugavi?  • Var.  tutto  il  fiorent.  1755.  — t>  3.  * Var.  Scettro 

mondo:  Le  stampe.  — * e.  5.  In  labbia:  D.  S.  prendendo  lobbia  per 

Claud.  Venere  domanda  ad  Amore  plur.  modificato  da  labbro.  Ma  labbia 

• ...  itcrunme  Tonantein  lutei*  si-  è voce  antica  che  significa  aspetto, 

donias  cogis  mugire  iuvcncas?  » faccia.  Cosi  os  per  vullus  dissero  i 

— * ».  6.  Var.  dietro,  qui  c altro-  latini  ; come  anche  labin  in  femm. 

ve  sempre  la  Volg.  — + ».  7.  Var.  da  cui  deriva  labbia  per  viso.  Dante 

dell’  infernal  : A.  D.  S.  Volg.  — l’  usò  frequenti  volte.  Nannucci, 

Poliziamo.  -j 


Parole  di  Cu- 
pido irato. 


Quanta  sia 
la  forza  di 
Amore. 


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LA  GIOSTRA. 


IS 


Descrizione 
•li  prima- 
vera. 


llroTC  descri- 
zione d una 
caccia. 


Or,  che  un  superbo  in  si  vii  pregio  m’ abbia 
Che  di  non  esser  dio  vengo  a gran  rischio? 
Or  veggiam  se  ’l  meschin  eh’  Arnor  riprende 
Da  due  begl’  occhi  sé  stesso  difende.  — 

Zefiro  già  di  be’  fioretti  adorno 
Avea  de’  monti  tolta  ogni  pruina  : 

Avea  fatto  al  suo  nido  già  ritorno 
La  stanca  rondinella  peregrina  : 

Risonava  la  selva  intorno  intorno 
Soavemente  all’  óra  mattutina  : 

E la  ingegnosa  pecchia  al  primo  albore 
Giva  predando  or  uno  or  altro  fiore. 

L’ ardito  lidio,  al  giorno  ancora  acerbo 
Allor  eh’  al  tufo  torna  la  civetta. 

Fatto  frenare  il  corridor  superbo, 

Verso  la  selva  con  sua  gente  eletta 
Prese  il  cammino  (e  sotto  buon  riserbo 


25 


Man.  della  teli,  del  I sec.  tom.  I, 
pag.  248  (Edii.  Barbèra).  — * ».  5. 
Yar.  E che  : le  stampe. 

Si.  25.  — ».  i.  « Zefiro...  Le  rive 
e i colli  di  fioretti  adorna  » Pctr. 

* « E disgombrava  già  di  neve  i 
poggi  L’  aura  amorosa  » Pelr.  — 
».  2.  Var.  da’  monti:  le  st.  — 

* Pnum*,  brina  : c in  un  senso 
lato  si  dice  nuche  della  neve,  ghiac- 
cio ec.  (Fomaciari).  Virg.  « ...  ningit. 
Intereunt  pecudcs,  stani  circumfusu 
pruina  Corpora  magna  boom  • 
Geog.  III.  Val.  Flac.  Vili  : « Ilyper- 
borere  pruina'.  » Forse  per  gelo  o 
neve  I’  adoperò  anche  il  Pelr.  • E 
quando  il  verno  sparge  le  pruine.  . 
— v.  3-4,  * Il  Tasso,  traducendo  Anacr. 
■ Tu  parti,  o rondinella,  e poi  ritorni 
Pur  d’  anno  in  anno,  e fai  la  state 
il  nido;  E più  tepido  verno  in  al- 
tro lido  Cerchi  sul  Nilo,  e hi  Mentì 
altri  soggiorni.  » — * Ora  per  aura. 
Il  Pelr.  ■ L’ acque  parlan  d’amore  e 


l'ora  e i rami  » (Fornaciari).  — ».  7-8. 
Bernard.  Baldi  : « Mentre  predando 
vanno  ai  primi  albori  De*  fior  le 
dolci  rugiadose  stille.» — * Pfeecm* 
è lo  stesso  che  ajx,  e sembra  deri- 
vare dal  lot.  apieula,  come  pare 
clic  da  eororcula  venisse  sirocehia , 
da  auricula  venisse  orecchia  (For- 
naciari). — ».  8.  * Var.  or  uno  or 
l' altro  : A . D. 

Si.  26.  — ».  i.  Gionso  avcoiu  acerbo, 
giorno  non  per  anche  spuntato,  lai. 
tAiinaftiru*.  Omero,  della  caccia  di 
Ulisse  • E quando  la  figlia  dell’  aere 
apparve  ditirosea  aurora,  presero 
ad  ire  in  caccia.  » — * ».  2.  L. 
de’  Medici  descrive  con  le  stesse  cir- 
costanze quest’ora  • Ili  torna  vansi  al 
bosco  molto  in  fretta  L’  alocco  il 
barbagianni  e la  civetta.  » — Tufo, 
sorta  di  pietra  dolce  scabra  e tutta 
piena  di  piccole  cellule  o cavernettc 
(Fornac.)  — ».  5.  * Riserbo.  Lo  Cru- 
sca, portando  questo  passo  del  Poliz., 


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LIBRO  PRIMO. 

Seguin  de* fedel  can  ia  schiera  stretta); 

Di  ciò  che  fa  mestieri  a caccia  adorni, 

Con  archi  e lacci  e spiedi  e dardi  e corni. 

principio-  Già  circundata  avea  ia  lieta  schiera 
eia,  con  di-  *<  folto  bosco;  e già  con  grave  orrore 
'tonti acc*  su0  cov'*  s‘  destava  °?n‘  fera  ; 

Givan  seguendo  e’  bracchi  ii  lungo  odore. 
Ogni  varco  da  lacci  e can  chiuso  era: 

Di  stormir  d’ abbaiar  cresce  il  romore  : 

Di  fischi  e bussi  tutto  el  bosco  suona  : 

Del  rimbombar  de’  corni  il  ciel  rintruona. 


Compirai  io-  Con  tal  romor,  qual’  or  I’  aer  discorda. 

Di  Giove  il  foco  d’  alta  nube  piomba; 

Con  tal  tumulto,  onde  la  gente  assorda. 
Dall’  alte  cateratte  il  Nil  rimbomlia  : 

Con  tal  orror  del  latin  sangue  ingorda 


1!) 


interpreta  guardia.  (Fornaci  — ».  fi. 

* Var.  fedei  can  : S.  Volg.  — ».  7. 

* Adorni,  si  riferisce  a genie  della 
(Fonine.)  • ...  gente  di  molto  valore 
Conobbi  che  in  quel  limbo  eran  so- 
spesi ■ Inf.  — v.  S.  Spiedi.  Lo  spiede, 
quell’  arme  con  la  quale  si  feriscono 
le  fiere  salvaticbe  in  caccia.  6 ram- 
mentato da  Virg.  1E11.  IV:  * • delecta 
iuventus;  Relia  rara,  plaga;,  lato  ve- 
iitibuln  ferro.  • 

Si.  27.  — v.  4.  * Bricchi:  cani 
che  tracciando  e fiutando  trovano 
e levano  le  fiere.  (Fornac.)  — •Lun- 
go : lontano,  clic  da’  bracchi  è sen- 
tito da  lungi  (Fornac.)  — ».  7. 

* Consonai  olirne  nemus  strepitu  » 
Virg.  « E quella  e degli  uomini  e 
de’ cani  circonda  il  clamore  » Ome- 
ro, nella  caccia  di  Ulisse.  — v.  8. 
Virg.  * Et  ccclnm  tonat  omnc  fra- 
gore. » Var.  rinluona:  S. 

Si.  28.  — ».  I.  • Impulso  quo 
maximus  insonni  mther  » Virg.  — 
Discordi.  Intendisi  delta  dissoiuuua 


dell’  aria  prodotta  dai  diversi  stre- 
piti e tuoni.  — ».  3-4.  Cicer.  Somn. 
Scip.  > Ubi  Nilus  ad  illa  qua:  Ca- 
tadupa  nominantur  precipitai  ex  al- 
tissimi* monlibus,  ea  gens  qua;  il- 
luni locum  accolli,  propler  niagni- 
tudinem  sonitus,  scnsn  audicndi 
enret.  • Pctr.  - ...  siccome  il  Nil 
d’ alto  caggendo  Col  gran  suono 
i vichi  d’ intorno  assorda  : » Ariosto 
« ...  alto  suo»  che  n quel  s’ ac- 
corda Con  clic  i vichi  cadendo  il 
Nilo  assorda.  • — * Tcnn.ro.  Luca- 
no, Phars.  X,  parlando  della  stesso 
cosa  usa  lo  stesso  vocab.  • primosque 
sentii  perculsa  tumultus.  — * Dell' al- 
le, Var.  del  cod.  rie.  4576  c del  I». 
c S.  — • Cateratte.  Tra’ diversi  sigu. 
della  voce  cateratta  o cateratte  (de- 
rivando dal  gl',  calarasso ) è quello 
di  luogo  dirupato  e precipitoso  nei 
fiumi  d’onde  l’acqua  impetuosa- 
mente cade.  (Fornac.)  — ».  5-6. 
* Allude  a un  luogo  del  VII  della 
Eneide,  quando  Megera,  una  ilelhr 


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20 


LA  GIOSTRA. 


Sonò  Megera  la  tartarea  tromba. 

Quale  animai  di  stiza  par  si  roda; 

Qual  serra  al  ventre  la  tremante  coda. 

Vari  officii  Spargesi  tutta  la  bella  compagna,  29 

tèri?accia"  Altri  allo  reti,  altri  alla  via  più  stretta. 

Chi  serba  in  coppia  i can,  chi  gli  scompagna; 

Chi  già  ’l  suo  ammette,  chi  ’l  richiama  e alletta  : 
Chi  sprona  il  buon  destrier  per  la  campagna: 

Chi  l’adirata  fera  armato  aspetta: 

Chi  si  sta  sopra  un  ramo  a buon  riguardo  : 

Chi  in  man  lo  spiede  c chi  s’ acconcia  il  dardo. 

v«j-u  di  Già  le  setole  arriccia  e arruola  i denti  so 

El  porco  entro  il  burron  ; già  d'  una  grotta 
Spunta  giù  ”1  cavriuol;  già  i 'Vecchi  armenti 
De’ cervi  van  pel  pian  fuggendo  in  frotta: 

Timor  gl’  inganni  della  volpe  ha  spenti  : 


Furie,  per  isligazion  di  Giunone,  fu 
dalla  uccisione  di  una  cerva  nascer 
causa  di  rissa  fra  i Teucri  di  re- 
cente sbarcali  c i Latini:  • At  sieva 
e speculis  tempus  dea  nacta  noccmli 
Ardua  leda  petit  stabuli,  et  de  cul- 
mine summo  Tartarea»!  intcndil  vo- 
cein  -.  qua  protenus  ornile  Contremuit 
nemusct  sylvoe  insonuere  profundtc.» 

Si.  29.  — ».  1.  Compaciu  per 
rompagnia  : modo  usato  dagli  anti- 
chi di  levare  la  i a si  fatte  voci. 
Inf.  XXV  * Sol  con  un  legno  e con 
quella  compagna  Piccola.  • * Ni 
compagna  si  disse  solo  in  poesia,  ma 
anche  iu  prosa  : c sono  celebri,  o 
meglio  direbbesi  infami,  le  così 
dette  compagne  di  soldati  masna- 
dieri, che  vediamo  ricordate  anche 
dal  Muratori  agli  anni  1339  c 1342. 
(Fornaciari).  — v.  2.  * Variante  di 
qualche  vecchia  stampa,  alle  rete. 
— ».  3-4.  * Vincula  pars  ndimunl 
canibus,  pars  pressa  sequuntur  Si- 
gila pedum  cupiuntque  suum  re- 


perire pcriclum  • Ovid.  Met.  Vili. 
— 1>.  7.  Stare  a riguardo  o in  ri- 
guardo, star  vigilante,  stare  in  su  gli 
avvisi,  con  cautela.  — ».  8.  * Cosi 
i due  Codd.  lice,  cioè:  chi  s’ accon- 
cio in  mano  lo  spiede  c chi  s’accon- 
cia il  dardo.  Le  si.  Chi  ha  in  man. 

Si.  30.  — ».  1.  Omero,  nella 
caccia  d’  Olisse,  del  cinghiale  « Co- 
me gli  assalitori  furon  vicini,  e quel- 
lo di  contro  dalla  selva,  arruffata 
la  cervice,  e fuoco  dagli  occhi  git- 
tando,  stiè  lor  presso.  > E Apollo- 
nio, I « e i denti  arruola,  orrido  pel- 
le arricciate  setole.  • E Virg.  « Co- 
masquearrexit.  • — ».  2.  Bcnaos,  luo- 
go scoperto  dirupalo  e profondo.  — 
* ».  2-4.  « Ecce  ferie,  saxi  deiectx 
vertice,  capra:  Decurrere  iugis;  alia 
de  parte  patentesTransmittuntcursu 
campos  atquc  agniina  cervi  Pulve- 
rulenta  fuga  glomernnt  montesque 
relinquunt  • iSneid.  IV.  — Spunta, 
apparisce,  esce  fuori.  — ».  5.  * Vai-. 
delle  volpe,  alcune  vecch.  st.;  delle 


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LIBRO  PRIMO. 


21 


Le  lepri  al  primo  assalto  vanno  in  rotta: 

Di  sua  tana  stordita  esce  ogni  belva: 

L’  astuto  lupo  vie  più  si  rinselva, 

E rinselva  to  le  sagaci  nare  31 

Del  picciol  bracco  pur  teme  il  meschino  : 

• Ma’l  cervio  par  del  veltro  paventare, 

De'  lacci  el  porco  o del  fero  mastino. 

Jniìo.  Vedesi  lieto  or  qua  or  là  volare 

Fuor  d’ogni  schiera  il  giovan  peregrino: 

Pel  folto  bosco  el  fier  cavai  mette  ale; 

E trista  fa  qual  fera  Iulio  assale. 

Quale  il  Centaur  per  la  nevosa  selva  32 

Di  Pelio  o d’ Emo  va  feroce  in  caccia, 

' Dalle  lor  tane  predando  ogni  belva  ; 

Or  l’ orso  uccide,  ora  il  lion  minaccia  : 

Quanto  è più  ardita  fera,  più  s’inselva: 

Il  sangue  a tutte  dentro  al  cor  s’ agghiaccia  : 

La  selva  triema  ; e gli  cede  ogni  pianta  : 

Gli  arbori  abbatte  o sveglie  o rami  schianta. 


volpi , le  recenti.  — e.  C.  * Var. 
Le  lepre:  vecchie  stampe. 

Si.  3t.  — ».  1.  • caiiium...  incre- 
<1  ibi  lis  sagacilas  narium  » è in  Cie. 
De  nat.  deor.  II  ; c Seneca  nell’  Ipp. 
li  chiama  ex  nare  sagaci.  * Var. 
sagace  : qualche  vcc.  et.  — * N»^ 
re  per  neri  e narici  trovasi  an- 
che ne’  prosai.  (Forn.)  « le  nare 
ampie  e rincagnate.  » B.  Lai.  Fior, 
lllos.  Che  avrebbe  detto  del  Polii,  e 
di  Ser  Brunetto  il  Bellini,  il  quale 
per  quel  che  ce  ne  racconta  il  Cigli 
nel  Dii.  caler.  • licenziò  la  sua  ser- 
va c la  mandò  irremissibilmente 
fuori  di  casa  per  aver  detto:  Signor 
padrone,  le  bolle  versano;  chè  brilli 
dovea  dire.  »?  — ».  3.  Veltro  è cane 
di  velocissimo  corso,  detto  anche  can 
da  giungere,  levriere  dai  francesi. — 
Mìstkio  cane  de’  pecorai  per  dare 
a’  lupi.  — ».  6.  * Pellegrino,  giovine 


di  rare  c pellegrine  qualità  (Fornac.) 
— ».  8.  Qcu,  per  qualunque. 

Si.  32.  — ».  t.  * Cesta  in:,  come 
più  sopra  Laur,  e come  1’  Ariosto 
Salir.  Gli  antichi,  nota  il  Fornaciaio, 
ne’  troncamenti  delle  parole  si  pre- 
sero maggiori  ardimenti  che  i mo- 
derni. — ».  2.  * Peno  ed  Euo,  nomi 
antichi  di  due  monti,  uno  nella  Tes- 
saglia, l’altro  nella  Tracia  (Fornae.)  ; 
patria  de’ centauri,  cioè  de’ primi 
cavalcatori.  Virg.  parlando  de’Cent. 

• llomolen  Othrymqnc  nivalcm  Lin- 
quentcs  cursu  rapido  » lib.  VII.  — 
».  4.  * Var.  al  lion  minaccia  : Cod. 
ricc.  2723.  — ».  6.  « Gelidusque 
coit  fomite  sanguis  » Virg.  * Var. 
il  cor:  Cod.  rie.  i57fi.  — ».  7. 

* De’ centauri,  Virg.  VII.  « ...  dal 
enntibus  ingens  Sylva  locum,  et 
magno  crdunt  virgulta  fragore.  » — 
».  8.  • Gli  arbori  schianta,  abbatte.  • 


f 


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LA  GIOSTRA. 


Descrizione  Ab  quanto  a mirar  Iulio  ò fera  cosa  ! 35 

fàccia.0  *"  Rompe  la  ria  dove  più  il  bosco  è folto 
Per  trar  di  macchia  la  bestia  crucciosa. 

Con  verde  ramo  intorno  al  capo  avvolto. 

Con  la  chioma  arruffata  e polverosa, 

E d’ onesto  sudor  bagnato  il  volto. 

Ivi  consiglio  a sua  bella  vendetta 

Prese  Amor,  che  ben  loco  e tempo  aspetta; 

cii«  arte  u-  e con  sue  man  di  leve  aer  compose  3* 

r'e  ad  fnnu-  ha  imagin  d’ una  cervia  altera  e bella, 
murario.  Con  alta  fronte,  con  corna  ramose. 

Candida  tutta,  leggiadretta  o snella. 

E come  tra  le  fere  paventose 
Al  giovan  cacciator  si  offerse  quella. 

Lieto  spronò  il  destrier  per  lei  seguire. 

Pensando  in  brieve  darle  agro  martire. 


' Ma  poi  che  in  van  dal  braccio  el  dardo  scosse,  35 
Del  foder  trasse  fuor  la  fida  spada, 

E con  tanto  furor  il  corsier  mosse 


Inf.  IX.  Ovili,  del  cinghiale  di  Calc- 
donia.  Metamorf.  Vili  : « Stcrnuntur 
gravidi  longo  cum  palmite  foctus, 
Raccaipie  cum  rarius  sempcr  fron- 
■lentia  oììvie.  • — * Var.  svelle  o i 
rumi-,  S.  D.  c qualche  st.  più  re- 
cente. 

St.  33.  — v.  I.  * Rammenln 
l’ esclamai,  dantesca  « Ah  quanto 
a dir  qual’  era  è cosa  dura.  » — 
r.  2.  Roarr.  u vi*,  si  sgombra,  ai- 
traversa. * Veramente  i due  Codd. 
lice.  leggono  romper  la  via,  non 
interrompendo  il  periodo  dopo  la 
esclamazione  del  primo  verso.  Ma  la 
lezione  delle  stampe  fa  mollo  più 
viva  ed  efficace  la  descrizione.  — 
* ».  7.  * Una  leggiadra  sua  ven- 
dcUa  - il  Pelr.  d’ Amore.  — ».  8. 
Petr.  • Coni’  uom  clic  a nuocer  luo- 
go e tempo  aspetta.  » 

Si.  34.  — ».  1-2.  Questa  inven- 


zione sembra  clic  I’  abbia  al  Poliz. 
somministrata  Virg.'  in  quei  versi 
del  X dell'En.  (*  quando  Giunone, 
per  distornar  da  Turno  il  pericolo 
di  azzuffarsi  con  Enea,  gli  mette 
innanzi  una  falsa  imagine  di  lui, 
si  che  inseguendolo  si  allontana 
(falla  battaglia):  < Tum  dea  nube 
cava  tenuem  sine  viribus  umbram 
In  faciem  dìncae  * ec.  A Virg.  poi 
la  somministrò  Omero,  II.  V : «Ma 
un' imagine  fece  Apollo  dall’arco  di 
argento  Ad  esso  Enea  simile  • ce. 
— ».  3.  Virg.,  ile’  cervi  : « Capita 
alta  ferentes  » £n.  I ; c nell’  ecl. 
« Ramosa  cornua  cervi.  - * Var. 
fronte  e con  : D.  S. 

St.  35.  — ».  I.  * Var.  del  brac- 
cio : D.  S.  — ».  2.  * Fodeb,  tronca- 
mento un  po’  ardito  come  sopra  Cen- 
iimr:  fu  fatto  anche  dal  Bocc.  nel 
Filoslr.  — Fin»  spid»,  « Fidoque 


\ 


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LILtilU  PRIMO. 


23 

Che  ’l  bosco  folto  sembrava  ampia  strada. 

La  bella  fera,  come  stanca  fosse. 

Più  lenta  tutta  via  par  che  se’n  vada: 

Ma,  quando  par  che  già  la  stringa  o tocchi, 
Picciol  campo  riprende  avanti  agli  occhi. 

Quanto  più  segue  in  van  la  vana  effigie,  i3 
Tanto  più  di  seguirla  in  van  si  accende: 

Tutta  via  preme  sue  stanche  vestigie. 

Sempre  la  giugne  e pur  mai  non  la  prende. 
Comparsilo-  Qual  fino  al  labro  sta  nell’  onde  stigie 
"aio.'  ia"  Tantalo,  c ’l  bel  giardin  vicin  gli  pende; 

Ma,  qual’  or  l’acqua  o il  pome  vuol  gustare. 
Subito  l’ acqua  e T pome  via  dispare. 

Era  già  drieto  alla  sua  disianza  r>7 

Gran  tratto  da’ compagni  allontanato; 

Nè  pur  d’  un  passo  ancor  la  preda  avanza, 

E già  tutto  il  destricr  sente  affannato: 

Ma  pur  seguendo  sua  vana  speranza, 

Pervenne  in  un  fiorito  e verde  prato. 

Ivi  sotto  un  vel  candido  gli  apparve 
Lieta  una  ninfa;  e via  la  fera  sparve. 


accingimi’  ensc  • Virg.  — ».  4. 
Correva  Giulio  col  cavallo  cosi  pre- 
cipitosamente che  parea  che  fosse 
in  una  strada  aperta  e libera  e non 
in  un  folto  bosco  ove  è malagevole 
il  correre.  — * ».  7.  Var.  Quanto 
par  : Codd.  ricc.  — ».  8.  - Togliere 
a prender  campo,  prepararsi  a com- 
battere col  farsi  luogo  per  la  bat- 
taglia, farsi  indietro  per  assalire  con 
maggior  impeto.  » Voe.  Cr. 

Si.  36.  — ».  2.  * S’scceude:  si 
usa  come  il  verbo  ardere , per  desi- 
derare ardentemente:  • ove  tornar 
tu  ardi  > Dante.  E in  Orazio  il  ver- 
bo furore  : • Ecce  furit  te  reperi- 
re atrox  Tydidcs;  > quest’  uso  del 
v.  accendersi  manca  nel  Vocali.  — 


».  3.  Valigia  premere  fu  detto  pur 
da’ latini.  — ».  5.  *Var.  u labro  : 
Codd.  ricc.  — ».  7.  •*  Pone  : • Quel 
dolce  ponte  clic  per  tanti  rami  » 
Purgai.  XXVII  : « ...  ne  violi  quel 
caro  pome  > Alani.  Colt.  Iti  ; c il 
Vettori  I’  usa  in  prosa.  Gii  antichi 
usarono  talvolta  terminare  in  e an- 
che i nomili,  sing.  della  terza,  per 
uniformarli  a quelli  della  prima  c 
seconda.  V.  Xannucci,  Teor.  de’  nomi. 
— Var.  e il  pomo  : D.  S. 

Si.  37.  — ».  i.  Se»  Disianza,  alla 
cerva  ch’egli  desiava  raggiungere. 
* Dosiamo,  v.  ant.  per  desiderio; 
l’ azione  del  desiderare,  per  la  cosa 
desiderata.  — e.  7.  * « Sotto  candido 
vel...  Donna  m’  apparve  • Dante. 


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LA  MOSTRA. 


24 

Cfu1C.rc',IÌ0  ^Crn  SParS0  V‘a  dalle  SUe  C'8*ia  * *~S 

ii  proso.  jja  jj  gjoyan  <je||a  fera  omaj  non  cura> 

Anzi  ristringe  al  corridor  la  briglia, 

E lo  raffrena  sopra  alla  verdura. 

Ivi  tutto  ripien  di  maraviglia 
Pur  della  ninfa  mira  la  figura  : 

Fargli  che  dal  bel  viso  e da’  begli  occhi 
Una  nuova  dolceza  al  cor  gli  fiocchi. 

comparalo-  Qual  tigre,  a cui  dalla  pietrosa  tana  sa 

Ha  tolto  il  caccialor  gli  suoi  car  figli  ; 

Rabbiosa  il  segue  per  la  selva  ircana. 

Che  tosto  crede  insanguinar  gli  artigli; 

Poi  resta  d’  uno  specchio  all’  ombra  vana, 

AH’  ombra  oh’  e’  suo’  nati  par  somigli  ; 

E mentre  di  tal  vista  s’ innamora 
La  sciocca,  el  predator  la  via  divora. 


Si.  38.  — v.  t.  * Var.  sparve: 
Volg.  — i'.  4.  * Verdura  : l’orbe  verdi 
di  prati  o campi  : Dante.  * lo  sprazzo 
Cbe  si  distende  su  per  la  verdura.  • 
— t>.  6.  Pur:  tuttavia,  lai.  iugiler. 
Bocc.  X,  40  : « Stando  pur  col 
viso  duro,  disse.  » Purg.  V : « guar- 
dar per  maraviglia  Pur  me,  pur 
me.  » — * Var.  Lui  tutto:  qual- 
che veccli.  st.  — p.  7-8.  Lucrez. 
«...  Veneris dulcedinis  in  corMunavit 
gutta  : » c il  Tasso  nelle  Rime  • K 
pare  un  lieto  raggio  Arder  ne’  be’ 
vostr’ ocelli  Onde  pace  c dolcezza  o 
gioia  fiocchi.  — * Var.  il  cor  gli 
tocchi:  Cod.  ricc.  457C. 

Si.  39.  — Questa  similitudine 
della  tigre,  a cui  sono  portati  via 
i figliuoli,  è stala  trattata  da  vn- 
rii,  latini  c toscani  ; Sii.  Italico, 
Pun.  XII;  Val.  Fiacco.  Arg.  I ; Pel. 
Apoll.  excid.  Ilicros.  Ili  ; Magn.  Fel. 
Ennodio,  Carni.  I,  9.  Ma  il  Mostro 
la  imitò  da  Claud.  Rapt.  Pros.  III. 
• Arduo»  liircana  quatitur  sic  ma- 


ire Nipliates,  Cuius,  ncluemcnio  regi 
ludibri»,  natos  Ave.vit  tremebundus 
cques:  furit  illa  marito  Jtlobilior 
zppbyro,  totnmquc  vircntibus  iram 
Dispersi!  maculis  ; inni  iamque  bau- 
stura  profóndo  Ore  virum,  vitrea1 
lardatoi1  imagiuc  forma1.  » Fra  i 
toscani,  l’usò  l'Ar.,  Fur.  XVIII,  35, 
meno  l'idea  dello  specchio;  e giù 
Fovea  usata  Lorenzo  de’ Medici,  dal 
quale  il  Poliz.  prese  per  fino  alcune 
rime.  « Siccome  il  cacciatoi1  che  i 
cari  figli  Astutamente  ul  fero  tigre 
fura,  E,  benché  innanzi  assai  campo 
gli  pigli,  La  fiera  più  veloce  di  na- 
tura Quasi  già  il  giunge  c insan- 
guina gli  artigli  ; Ma,  reggendo  la 
sua  propria  figura  Nello  specchio 
clic  trova  sull’  arena,  Crede  sia  il 
figlio,  e il  corso  suo  raffrena.  ' — 
p.  1.  Var.  petrosa:  D.  S.  Volg. 
— V.  2.  Var.  caccialor  i cari:  D. 
S.  caccialor  suoi  cari:  Volg.  — 
v.  8.  Li  vii  divori.  Frase  Ialina.  Cat. 
« ...  Viam  vorabit.  » 


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LIBRO  TRIMO. 


Proniiiudine  Tosto  Cupido  entro  a’  begli  occhi  ascoso  40 
Al  nervo  adatta  del  suo  strai  la  cocca. 

Poi  tira  quel  col  braccio  poderoso 
Tal  che  raggiugne  1’  una  all’  altra  cocca  ; 

La  man  sinistra  con  1'  oro  focoso, 

La  destra  poppa  con  la  corda  tocca: 

Nò  pria  per  l’acr  ronzando  usci  el  quadrello. 

Che  lulio  drento  al  cor  sentito  ha  quello. 


St.  40.  — ».  2.  * Al  aravo.  ilei  - 
l’arco.  — Cocc» : lacca  della  freccia 
nella  quale  entra  la  corda  dell'arco. 
— ».  3.  * Var.  braccio  ponderoso  : 
Stampe  ant.  A.  1).  S.  — ».  4.  * Var. 
V'  aggiunge  l' una  e l'altra:  Codd. 
riccard.  — * Cocr.»  : qui,  I’  uno 
e l’altro  capo  dell’ arco,  a cui  è le- 
gata la  corda.  — ».  5.  * Var.  ferra 
focaia  : A.  D.  S.  Volg.  — Su  la  le- 
zione oro  focosa  (infocato,  ardente) 
cosi  il  Betti  nel  lib.  più  sopra  cit. 

• Non  vorrò  giù  negare  clic  il  vo- 
» cab.  ferro  preso  generalmente  non 

• possa  anche  significare  qualunque 

■ arma,  sia  d’oro  e d'acciaio.  E 

• nondimeno  u me  quadra  assai  la 
» lez.  del  cod.  oliver.,  ...  oro  fo- 
» coio  : perciocché  mi  par  modo 

• nuovo  ed  ardito,  e perciò  degno 

• singolarmente  del  Polii...  Né  qui 

• veggo  nulla  di  strano  : impercioc- 

■ cliè  se  Virg.  disse  oro  un  vaso 
» d'oro  (/En.  I,  743),  Et  pieno  te 

> proluit  auro;  se  di  nuovo  disse 

> oro  il  freno  d'  oro  de’  cavalli... 
» (din.  VII,  279),  Fulnum  mandimi 
» sub  dentibus  uurum  ; se  oro  cliia- 

• mó  Gioven.  un  anello  d'oro  (I,  2S), 

• Veutilet  cestivum  digiti > sudanti- 

• libai  aurum  ; se  oro  coronalo 

• abbiam  nelle  Selve  di  Stazio  per 

• un.4x>ssolo  d’  oro  intorniato  di 
» gemme  (HI,  4),  Ile,  carnee,*.  Ile, 
» coronalo  rceubanlet  moli  iter  auro; 


- se  nelle  ant.  lapide  cosi  spesso 

• leggiamo  srri’us  ab  auro  c l'ra- 

• politili  ab  aura  gemmato , ab  duro 
» escorio  ; perché  con  pari  sinccdo- 

• che  non  avrebbe  potuto  il  Poliz... 

• dir  ora  il  dardo  di  Amore  ?...  Ag- 

• giungi  clic  questa  locitz.  sa  più 

> di  mitologia;  essendo  a tutti  noto 

• clic  i dardi  d' amore  non  sono 

• d’altro  metallo  clic  o d'oro  odi 

• piombo.  Aggiungi  che  il  Polii. 

• medesimo  cosi  fa  discorrere  Amo- 

• re...  nella  st.  5 del  lib.  li  : • Pcr- 

• eli’  in  lei  punsi  col  piombato  stra- 
» le,  E col  dorato  lui  ^Lorenzo).  » 

» Aggiungi  in  fine  quell’ altro  luogo 

• della  si.  71  del  lib.  I,  dove  il  P. 

> nostro  arditamente  al  suo  solito 

• ma  non  meno  gentilmente  canta 

• « Versando  dolce  con  amar  liquo- 

• re,  Ov’arma  l'oro  de'  tuoi  tirali 
» Amore.  • — ».  6.  Preso  da  Virg. 
,En.  XI  « ...  cornuquc  infensa  tc- 
tcndit  Et  dux.it  longe,  donec  cur- 
vata coirent  lutee  se  capita  et  ma- 
itibus  iain  tangeret  mquis,  La:va 
aciem  ferri,  destra  nervoque  papil- 
lam  ; * e Virg.  da  Omero.  — ».  7. 
Cosi  legge  il  cod.  ricc.  2723,  c con 
mirabile  armonia  imitativa.  Il  4576: 
■Ve  pria  di  quel  ronzando  usci.  Le 
st.  : Nè  prima  fuor  ronzando  esce. 
— Quadrello,  specie  di  ferro  o saetta 
cosi  delta  dalia  punta  quadrango- 
lare. 


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2G 


LA  GIOSTRA. 


come  Jniirt  Ah  qual  divenne!  ah  come  al  giovinetto  41 
rasTc.ejuà  Corse  il  gran  foco  in  tutte  le  midolle  ! 
iion“ut*"  Clic  tremilo  gli  scosse  il  cor  nel  petto  ! 

Di  un  ghiacciato  sudore  era  già  molle  ; 

E fatto  ghiotto  del  suo  dolce  aspetto 
Già  mai  gli  occhi  dagli  occhi  levar  puolle; 

Ma  tutto  preso  dal  vago  splendore 

Non  s’ accorge  il  meschin  che  quivi  è Amore. 

Non  s’ accorge  che  Amor  lì  drento  è armato,  42 
Per  sol  turbar  la  sua  lunga  quiete; 

Non  s’accorge  a che  nodo  è già  legato; 

Non  conosce  sue  piaghe  ancor  secrete  : 

Di  piaeer,  di  desir  tutto  è invescalo; 

E così  ’l  cacciator  preso  è alla  rete. 

Le  braccia  fra  sé  loda  c ’l  viso  e ’l  crino  ; 

E ’n  lei  discerne  un  non  so  che  divino. 

Descrizione  Candida  è ella,  e candida  la  vesta,  43 

delie  Del-  j{a  pUr  j,  rose  e f10r  dipìnta  e d' erba  : 


51.  41.  — «.  2.  Virg.  Vili.  * ...  no- 
tusque  medullas  latravi!  calor  et 
labefucta  per  ossa  cucurrit.  » E 
Cut.  « ...  imis  exarsi  t tota  mediti- 
lis.  » Saffo,  da  Cat.  tradotta  : « ...  tc- 
nuis  sub  artus  Fiamma  dimanat.  > 

— ».  3.  Saffo  : « c tremore  tut- 
ta mi  occupa.  » e Terenz.  Eun. 

• Totus,  l’armeno,  tremo  lior- 
rcoqtic  Postquam  aspexi  Itane.  » 
Dante,  con  forte  espressione  : • E 
s’ io  levo  gli  ocelli  per  guardare, 
Nel  cor  mi  s’ incomincia  un  terre- 
moto Clic  fa  dai  polsi  I’  anima  par- 
tire. » — 0.  4.  Saffo  : « scorre  sudor 
gelido.  » Virg.  Ili  ,/En.  ■ Tum  gc- 
lidtts  toto  manahat  corporc  sudor.  • 

— ».  5.  Ghiotto  : avido,  desideroso. 

* « Gli  ocelli  miei  ghiotti  andavan 
suso  al  ciclo  ■ Dante.  — e.  6.  Virg., 
di  Didonc  * Iltee  octilis  linee  pectore 
toto  Ilirret.  » e Proper.  • ...  intentis 
lurrebam  fixus  ocellis.» — * Vat'.  levar 


volle:  D.  S.  e qualche  ecliz.  recente. 

Si.  42.  — ».  1.  * Yar.  là  dentro 
D.  S.  — ».  5.  Invescato:  presa  la 
metafora  dagli  uccelli  che  restano  in 
più  mòdi  per  industria  del  cacciatore 
invischiati.  V Ariosto  : • Chi  mette 
il  piè  nell’  amorosa  pania,  Cerchi 
rilrarlo  e non  v’  inveschi  P ale.  - 
Siffatti  innamorati  son  paragonati 
da  Tcocr.  al  mtjs  epì  pietei  (topo 
impegolato.)  — ».  6.  Airoon  cìritai 
(caplans  captus  est)  -.àpóolelo  tjpò  tee 
iigrae  (in  venatu  perii!.)  — ».  7.  Ovid. 
• Laudai  digitosque  manusque  lira- 
chiaquect  nudos  media  plus  parte  la- 
ccrtos.  • Hor.  « Brachiaque  et  vul* 
tus  teretesque  suras  ...  laudo.  » E 
Ovid.  Fast.  « Forma  placet  niveus- 
que  color  flavique  captili.  » — ».  8. 
Dant.  Parai).  III.  « Ne’inirahili  aspetti 
Vostri  risplende  non  so  che  divino.  » 
— * Var.  dieccrne  non  so  che:  le  st. 

St.  43.  — ».  2.  Petr.  * Purpurea 


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LIBRO  PRIMO. 


dan6dcl1*  ‘nane^at0  cr‘n  dell’aurea  testa 

Scende  in  la  fronte  umilmente  superba. 
Ridegli  attorno  tutta  la  foresta, 

E quanto  può  sue  cure  disacerba. 

Nell’  atto  regalmente  ò mansueta  ; 

E pur  col  ciglio  le  tempeste,  acqueta. 


Seconda  de-  Folgoron  gli  òcchi  d’ un  dolce  sereno,  +1 

Ove  sue  face  tien  Cupido  ascose  : 

L’ aer  d’ intorno  si  fa  tutto  ameno. 

Ovunque  gira  le  luci  amorose. 

Di  celeste  letizia  il  volto  ha  pieno. 

Dolce  dipinto  di  ligustri  e rose. 

Ogni  aura  tace  al  suo  parlar  divino, 

E canta  ogni  augelletto  in  suo  latino. 

Terza  de-  Sembra  Talia,  se  in  man  prende  la  cetra  ; 45 

scrizione,  sembra  Minerva,  se  in  man  prende  l’ asta  : 


vcsla  il'  un  ceruleo  lembo  Sparso  di 
rose  i belli  omeri  vela.  « — ».  3. 

* Var.  dell'  aurta:  le  si.  — e.  4. 

* Var.  «fende  a lo:  I).  e S.  — v.  5. 
Peli-,  ilice  di  Laura  che  faceva  • fio- 
rir co’  begli  ocelli  le  campagne.  • 

* Var.  Ridde  intorno:  D.  e S.  La 
Volg.  Ridde.  Cino  : « Ridendo  par  che 
s’allegri  ogni  loco, Per  via  passando.» 
— ».  6.  Disacerba,  leva  I’  acerbezza, 
addolcisce,  mitiga.  — ».  7.  Lo  stes- 
so Poliz.  in  una  Canz.  « Regale  in 
allo  c portamenlo  altero.  • * Dante 

* Regalmente  nell'  atto  ancor  pro- 
terva. » — ».  8.  Il  Pelr.,  di  Laura: 
« Acqueta  l’aure  e mette  i toni  in 
bando  : » altrove  * Ed  acquetare  i 
toni  e le  tempeste.  » Virgilio,  di 
Giove  : « Vultu  quo  ccclum  tempc- 
statesque  serenai.  • 

Sr.  44.  — ».  t.  Proper.  « Ful- 
gurnt  ilio  oculis  : » Hor.  « lucìdum 
fulgentes  oculi  : » Ovili.  ■ oculos  tre- 
mulo fulgore  inicantes  : » Claudian. 


« ilulcc  micant  oculi.  • — * r.  2-3. 

• il  ciel...  in  vista  si  rallegra  D’ es- 
ser fatto  seren  da  si  begli  ocelli  » 
Pelr.  — ».  4.  ■«  Gli  ocelli  pien  di 
letizia  e d'onestade  » Pelr.  « E gli 
occhi  aveaiti  letizia  sì  pieni  » Dante. 
— ».  6.  • Spargcasi  per  la  guan- 
cia delicata  Misto  color  di  rose  e di 
ligustri  • Ariosto.  — ».  S.Latixo,  detto 
per  linguaggio,  per  l’eccellenza  della 
lingua  latina  o per  la  riverenza 
nella  quale  ella  si  ha.  Cosi  il  Sal- 
vini a quel  v.  della  Sat.  VI  del  Men- 
zini  • ...  E tu  rispondi  Con  scrmon 
blando  al  dolce  suo  latino.  • Cavale. 

• E cantinne  gli  augelli  Ciascuno  in 
suo  latino.  » * L’aut.  del  poema 
L’  intelligenza  « lidia  cantar  gli 
augei  in  lor  latino  : » Arnaldo  Da- 
niello « ...  auzels  qu’en  lor  latin  fan 
preex  (augelli  che  in  lor  latino  fan 
preghi). 

Si.  45.  — ».  4-4.  * Var  r al  fian- 
co: D.  e S.  Clami.  • ...  potuitque 


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LA  GIOSTRA. 


comparano-  Se  1’  areo  ha  in  mano,  al  fianco  la  faretra. 

Giurar  potrai  che  sia  Diana  casta. 

Ira  dal  volto  suo  trista  s’ arretra  ; 

E poco  avanti  a lei  Superbia  basta  : 

Ogni  dolce  virtù  1*  è in  compagnia  : 

Beltà  la  mostra  a dito  e Leggiadria. 

eompoBnia  Con  lei  se  ’n  va  Onestate  umile  e piana  <r 
L/  Che  d’  ogni  chiuso  cor  volge  la  chiave  : 

Con  lei  va  Gentileza  in  vista  umana, 

E da  lei  impara  il  dolce  andar  soave. 

Non  può  mirarle  il  viso  alma  villana. 

Se  pria  di  suo  fallir  doglia  non  ave. 

Tanti  cuori  Amor  piglia  fere  e ancide, 

Quant’  ella  o dolce  parla  o dolce  ride. 


vide  ri  Pallas,  si  clypeum  ferrei;  si 
spicula,  Poebe  : » Ovili,  in  Iter.  « Su- 
ine (idem  et  piiarelram,  fies  mani- 
fcslus  Apollo  : Accedant  capiti  cor- 
nua,  Bacchus  eris.  » — ».  S-6.  * 
• Fuggon  dinanzi  a lei  Superbia  ed 
Ira  > Dante.  • Dinanzi  a te  partiva 
Ira  e tormento  • Bembo.  — Basi», 
dura,  regge.  — 1>.  7.  Var.  A’  gli  è : 
le  veccli.  st.  — ».  8.  Mostra  a dito  : 
« ...  monstror  digito  prelereuntium  » 
llor.  « Ond’  io  a dito  ne  sarò  mo- 
strato * Pctr.  * Cavalcanti  • ...  A lei 
s’  inchina  ogni  gentil  virtute,  E la 
Beltade  per  sua  dea  la  mostra.  • 
Dante,  Rime.  « Beltade  e cortesia  sua 
dea  la  chiama.  » 

Se.  A6.  — ».  I.  Umile  e piata: 
Petr.  « dolce  riso  umile  e piano  : > 
■love  il  Castelv.  piano  spiegò  non 
aspro,  per  traslazione.  Il  Petr.  più 
diffusamente  descrive  le  virtù  dalle 
quali  era  accompagnata  Laura  « Onc- 
stade  e Vergogna  alla  fronte  era  ec.  » 
E Dante  : • I'  son  colui  che  tenui 
ambo  le  chiavi  Del  cor  di  Federico, 
c che  le  volsi...  • — ».  5-6.  * Var. 
mirargli  ri  riso  ; Cod.  2723  e le 


vece.  st.  ; mirarle  in  rito  : A.  D. 
S.;  mirarla  in  viso,  qualche  st.  re- 
cente.— • E non  le  può  appressar 
uom  che  sia  vile  • Guinicelli.  Dante, 
Rime  : « ...  quando  va  per  via,  Citta 
ne' cor  villani  Amore  un  gelo,  Per 
clic  ogni  lor  pensiero  agghiaccia  c 
pére:  E qual  soffrisse  di  starla  a 
vedere,  Divcrria  nobil  cosa  o si  mor- 
da; » altrove  : « E cui  saluta  fa  tre- 
mar lo  core,  Sicché,  Lassando  il  viso, 
lutto  smuore;  E d'ogni  suo  difetto 
allor  sospira.  • — ».  7-8.  Ascine  : 
dall’  ant.  lat.  accedere  per  eireti wici- 
dcre  i toscani  ant.  fecero  (incidere  per 
uccidere.  Petr.  * Non  sa  come  Amor 
sana  e come  ancide  Chi  uon  sa  come 
dolce  ella  sospira  E come  dolce  parla 
c dolce  ride  : » c il  Casa  : • Colà  've 
dolce  parli  o dolce  rida  Bella  donna  : • 
Tass.  Ger.  IV'  : • Ma  mentre  dolce 
parla  e dolce  ride...  Quasi  dui  petto 
lor  1’  alma  divide.  » 1 Toscani  però 
hanno  imitato  Orazio  • dulce  riden- 
tem  Lalagen  amabo,  Dulce  loquen- 
tem  ; » c Orazio,  Suffo  « Soave  par- 
lante ti  ode  E ridente  desiosamen- 
te. • 


« 


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LIBRO  PRIMO. 


2'.) 

Eli’  era  assisa  sopra  la  verdura  47 

Allegra,  e ghirlandetta  avea  contesta 
Di  quanti  fior  creasse  mai  natura. 

De’  quali  era  dipinta  la  sua  vesta. 

E come  prima  al  giovan  pose  cura. 

Alquanto  paurosa  alzò  la  testa  : 

Poi  con  la  bianca  man  ripreso  il  lembo, 

Levossi  in  piò  con  di  fior  pieno  un  grembo. 

Già  s’ inviava  per  quindi  partire  4S 

La  ninfa  sopra  y erba  lenta  lenta. 

Lasciando  il  giovanetto  in  gran  martire 
Che  fuor  di  lei  nuli’ altro  ornai  talenta. 

Ma  non  possendo  il  miser  ciò  soffrire, 

• Con  qualche  priego  d’ arrestarla  tenta; 

Per  che  tutto  tremando  e tutto  ardendo 
Così  umilmente  incominciò  dicendo. 

*rol®di  Jl1'  — 0 qual  che  tu  ti  sia,  verni n sovrana,  49 
fa  0 ninfa  0 dea  (ma  dea  m assembri  certo)  ; 


Si.  47.  — t>.  2-4.  * Così  i Codi!, 
l ice.  Le  veccli.  si.  • leggono  : Di 
quanti  fior  ertane  inai  natura, 
De'quai  tutta  dipìnta  era  sua  lesta. 
A.  D S.  e Volg.  ...  contesta:  Di 
quanti  fior  creasse  mai  natura.  Di 
tanti  era  dipinta  la  sua  vesta.  — 
v.  5.  * Var.  In  prima  .■  le  si.  — 
Pose  con  * ; s’accorse  del  giovine; 
pose  mente,  considerò  il  giovine.  — 
».  7.  * Var.  Riprese  : S.  e qualche  ed. 
più  recente.  Lesbo,  della  vesta.  — ■ 
».  8.  * Grembo  diccsi  « per  grembiule 
o lembo  di  vesta  piegato  e acconcio 
per  mettervi  entro  e portare  che  che 
si  sia  » V.  C.  li  medes.  Poliz. 
in  una  sua  Canz.  « E picn  di  rose 
l’amoroso  grembo.  » 

St.  48.  — ».  4.  * Var.  a lui 
talenta:  A.  S.  Volg.  nuli’ altra  a 
lui:  D.  — Tacert»:  va  a talento,  a 
grado.  — ».  5.  Var.  potendo  : D.  S. 


Posse.voo  : usalo  dal  Bocc.  g.  X, 
■1.  9,  c dal  Pctr.  canz.  38  : ma 
non  è piu  in  uso.  — ».  7.  * Per 
ciie:  per  la  qual  cosa,  per  lo  che. 
Dante  « Perchè  l’ occhio  da  presso 
noi  sostenne.  » 

Si.  49.  — ».  t-3.  Preso  da  quel 
ili  Virg.,  AEn.  I.  « 0 quam  te  me- 
morem,  virgo  ? namque  haud  libi 
vultus  Mortalis,  nec  vox  hominem 
sonat:  o dea  certe,  An  Pinchi  soror 
an  nympliaruin  sanguinis  una.  » E 
Virg.  da  Omero,  Odiss.  « Suppli- 
co te,  regina,  o che  alcun  ilio  o 
mortale  sii  : se  in  vero  un  dio  sei 
di  quelli  che  il  cielo  ampio  ten- 
gono, le  io  ad  Artemide  figliuola 
del  gran  Giove,  e di  forma  e di  gran- 
dezza e il’  indole,  molto  da  presso 
assomiglio:  o se  alcuno  sei  degli 
uomini  che  in  terra  abitano...  » 
Ariosto,  VI,  29.  • Qual  che  tu  sii,  por- 


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LA  GIOSTRA. 


00 

Se  dea,  forse  che  se’  la  mia  Diana  ; 

Se  pur  mortai,  chi  tu  sia  fammi  aperto: 

Che  tua  sembianza  è fuor  di  guisa  umana; 

Nè  so  già  io  qual  sia  tanto  mio  merto. 

Qual  dal  ciel  grazia,  qual  si  amica  stella, 

Ch’  io  degno  sia  veder  cosa  sì  bella. 

Attenzione  Volta  la  ninfa  al  suon  delle  parole,  tc 

fa.lla  ■Nin"  Campeggiò  d’ un  si  dolce  e vago  riso 

Che  i monti  avre’  fatto  ir  restare  il  sole  ; 

Che  ben  parve  s’ aprisse  un  paradiso  : 

Poi  formò  voce  fra  perle  c viole. 


donami,  dieta,  0 spirto  umano  o 
boschereccia  dea  ; * t Oli.  Rinuc- 
cini  nella  Dafne:  « Dimmi  qual  tu 
ti  sei,  0 ninfa  o dea.  che  tale  Ras- 
scmhri  agli  occhi  mie:.\»  — * Var. 
O qual  In  ti  sia,  vergine  : Cod. 
ricc.  2723.  — Vur.  mi  sembri  : 
A.  D.  S.  c volg.  — V'ar.  forte  sei 
tu  : Codd.  ricc.  — ».  4.  * Var. 
che  tu  sia:  D.  — F»*«t  apf.uto: 
fammi  chiaro,  palese,  manifesto. 

* Da  aprire  che  si  usa  per  mani- 
festare: cosi  il  Bocc.  I.  3 • di- 
spose di  aprirgli  il  suo  bisogno.  > 
— ».  5.  « humannm  supra  for- 
mar» » Fedro  ; i!  n.  Aut.  in  una 
sua  cani.  • Lei  fuor  di  guisa  uma- 
na Mosse;  » e il  Tasso:  « ...  non  so- 
migli tu  cosa  terrena.  » — ».  6-7. 

* « Qual  merito  o qual  grazia  mi 
ti  mostra  ? » dice  Sordello  a Virg. 
Purg.  VII.  — ».  7.  * Var.  del  ciel: 
A.  D.  S.  Volg. 

Si.  50.  — ».  2.  Museo,  di  Ero 

* lampeggiamento  mandando  dalla 
graziosa  faccia.  ■ Purgai.  XXI  «...  la 
faccia  tuu  II  lampeggiar  d’  un  riso 
dimoslrommi.  » Pctr.  • io  vidi  lam- 
peggiar quel  dolce  riso;  * e nelle 
Giunte:  « E ’l  dolce  lampeggiar  del 
chiaro  volto.  » • ...  lampeggiava  un 


riso  • Tass,  Am.  — ».  3.  Iperboli 
comuni  nei  nostri  poeti.  Pelr.  * ...pa- 
role Che  farian  gir  i monti.  » Pulci, 
Morg.  XVI,  38  « E gli  atti  si  soavi 
e le  parole  Ch’  arieti  forza  di  far  fer- 
mare il  sole.  » * Var.  aorta  fatto: 
le  st.  — ».  4.  Pelr.  • E il  lampeg- 
giar dell’angelico  riso  Che  solca  far 
iti  terra  un  paradiso:  » e il  Pulci, 
Morg.  XVI,  12  « ...  volsesi...  con  un 
riso  Con  un  atto  benigno  c con  pa- 
role Che  si  vedeva  aperto  il  paradi- 
so. » Ariosto:  «quel  soave  riso  Ch’a- 
pre a sua  posta  in  terru  un  para- 
diso. » * Var.  E ben  parve:  D.  S. 
— ».  5.  Pelr.  « La  bella  bocca  an- 
gelica, di  perle  Piena  e di  rose  e di 
dolci  parole;  » c altrove  * Perle  e 
rose  vermiglie,  ove  l’  accolto  Dolor 
formava  ardenti  voci  e belle.  » Agost. 
Centurione,  Stanze  « S’avvien  clic... 
in  lieto  viso  Formi  tra  rose  c perle 
un  dolce  riso.»  * Montemagno  - L’o- 
stro e le  perle  che  con  tanto  odore 
Movcan  leggiadre  parolette.  » Tasso, 
Rime  « Bianche  perle  e rubini  Dove 
frange  ed  alfrcna  Amor  la  voce..-*  » 
Perle,  per  trasluto  i denti  ; Viole, 
le  labbra  ; per  la  somiglianza  del  co- 
lor vermiglio  con  quella  viola  ohe  in 
Toscana  dicesi  anche  garofano  («  ga- 


« 


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LIBRO  l’RIMO. 


Tal  eh’  un  marmo  per  mezo  avria  diviso  ; 

Soave  saggia  e di  doleeza  piena. 

Da  innamorar  non  eh’  altri  una  Serena. 

dciu^Nin-  1°  n0n  son  (Iua* tua  niente  in  vano  augurio,  a 
fa.  Non  d’aitar  degna  non  di  pura  vittima  ; 

Ma  là  sovr’Arno  nella  vostra  Etruria 
Sto  soggiogata  alla  teda  legittima  : 

Mia  natal  patria  è nella  aspra  Liguria 
Sopr’  una  costa  alla  riva  marittima, 

Ove  fuor  de’ gran  massi  indarno  gemere 
Si  sente  il  fer  Nettunno  e irato  fremere. 


Abitazione 
della  Nin- 
fa. 


Sovente  in  questo  loco  mi  diporto;  w 

Qui  vengo  a soggiornar  tutta  soletta  : 

Questo  è de’  miei  pensieri  un  dolce  porto  : 

Qui  1'  erba  e’  fior,  qui  il  fresco  aere  m’ alletta  : 


rafano  o vivuolo  clic  abbia  a dirsi  • 
Magai.):  in  una  leu.  in  versi  d’  un 
montanaro  pistoiese  (Canti  pop.  tose, 
ediz.  Barb.)  « Le  tue  labbra  rassem- 
bran  due  viole  ■ — ».  6.  Petr. 
■ ...  parole  die  i sassi  romper  pon- 
ilo. » * Var.  atre'  diviso  : qualche  v. 
st.  — v.  8.  Var.  non  eh'  altro  : qual- 
che v.  st.  ; Sirena  : A.  D.  S.  Volg. 
Serexa  per  Sirena  dicevan  gli  anti- 
chi : e un  canto  popolare  senese, 
Raccolta  del  Tommaseo,  « Ilo  visto 
la  Serena  a proda  al  mare.  • 

Si.  51.  — i'.  1.  * Var.  non  so  : A.  D. 
S.  Volg. — * Accuria:  angariare  per 
augurare  è dei  Passavanti  del  Boc- 
caccio e del  popolo:  qui  vale  imagi- 
nare  innanzi  che  sappiasi  il  vero  di 
una  cosa.  — ».  2.  «...  haud  equidem 
tali  me  dignor  lionorc  » risponde 
a Enea  Venere  sotto  forma  di  ninfa, 
zEn.  I..u — ».  4.  * Teda  fu  chiamala 
ogni  face  per  l'uso  che  gli  antichi 
facevano  dei  pezzi  di  teda  (pino  sel- 
vatico) come  di  torcic  a illumina- 
re le  stanze  j ma  specialmente  fu 


cosi  chiamata  quella  fiaccola  con  la 
quale  accompagnavano  le  spose  alla 
camera  nuziale.  Onde  teda  usurpasi 
per  lo  stesso  matrimonio  : Ovid., 
ber.  IV  : • ta'daque  acceplu  iuguli  : » 
Mari.  VI,  2:  « Sacra:  connubio  fal- 
lerò Uedic:  » Bocc.  Am.  40:  « la 
quale  congiunsono  con  dolorose  tede 
in  matrimonio.  » Var.  so  soggiogata, 
A.;  son.  D.  — ».  5.  * Aspra  Licinia, 
la  riviera  di  Genova.  — ».  6.  Costa, 
spiaggia  o salila  poco  repente.  — 
».  7 * Var.  sassi  : D.  — » 8.  * Var. 
Nettuno , irato  : S.  — Netterò  : mare 
od  acqua  : alla  lat.  « Si  forte  morautes 
(npes)  Sparserit  aut  pneccpsNcpluno 
immiserii  Eurus*  Virg.  Georg.  IV. 

St.  52.  — v 1.  * Porto  diccsi 
figuratamente  di  luogo  ove  alcuno 
si  raccolga  co’ suoi  pensieri.  Pctr. 
« 0 cameretta,  che  già  fosti  un 
porto  Alle  gravi  tempeste  mie  » c 
• Valli  chiuse,  alti  colli  c piagge 
apriche,  Porto  delle  amorose  mie 
fatiche.  • — ».  4.  * Var.  Qui  l'erba 
e i pori  c il  fresco  aer  : le  st.  — 


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LA  GIOSTRA. 


Simonetta 


Onte  nacque 
la  Ninfa. 


Quinci  cl  tornare  a mia  magione  è corto  : 

Qui  lieta  mi  dimoro  Simonetta, 

AH’  ombre  a qualche  chiara  e fresca  linfa, 

E spesso  in  compagnia  d‘  alcuna  ninfa. 

Io  soglio  pur  negli  oziosi  tempi,  ò~> 

Quando  nostra  fatica  s’ interrompe, 

Venire  a’  sacri  aitar  ne’  vostri  tempi 
Fra  1’  altre  donne  con  le  usate  pompe. 

Ma,  perch’  io  in  tutto  el  gran  desir  t’ adempì 
E '1  dubbio  tolga  che  tua  mente  rompe. 

Maraviglia  di  mie  belleze  tenere 

Non  prender  già,  eh’  i’  nacqui  in  grembo  a Venere. 


Descrizione  Or  poi  che  il  sol  sue  rote  in  basso  cala  54 

delia  noi-  £ (]a  quesf  arbor  cade  maggior  1’  ombra. 

Già  cede  al  grillo  la  stanca  cicala. 

Già  il  rozo  zappator  del  campo  sgombra  ; 

E già  dall’  alte  ville  il  fumo  esala  ; 

La  villanella  all’  uom  suo  '1  desco  ingombra  ; 

Ornai  riprenderò  mia  via  più  corta  : 

E tu  lieto  ritorna  alla  tua  scorta.  — 

Partita  dei-  Poi  con  occhi  più  lieti  e più  ridenti,  5> 

la  Ninfa.  ^ ^ ,j  c-ej  tut(0  asserenò  d’ intorno 


».  5.  * Vai-,  accollo:  alcune  vco. 
si.  c A.  — e.  7.  Var.  All’ombra:  D.S. 

Si.  53.  — e.  t.  * Var.  orimi: 
Cod.  ricc.  2723,  le  vec.  si.  A.  D.  S. 

— ».  5.  * Var.  perche  in  tulio:  0. 

— e.  7.  Solo  nella  prima  coniuga/, 
vien  concesso  da’  buoni  gramm  fini- 
re in  > nel  soggiunt.  : nelle  olire  co- 
niugaz.  osservasi  il  finire  in  a.  Il 
Bembo  però  concede  clic  nella  se- 
conda pers.  del  soggiunt.  si  possa 
ancora  finire  in  »,  avendone  il  Bocc. 
ed  il  Peti-,  dato  esempio.  — v.  8. 
Sembra  clic  indichi  la  sua  nascita  a 
Porlo  Venere  nel  Genovesnto. 

Si.  54.  — v.  I.  * - Come  ’l  sol 
volge  le  infiammate  role  » Peti-.  — 
e.  2.  • ...discende  Dagli  altissimi 


monti  maggior  l’ ombra  • Pclr.  ; r 
Virg.  « Maioresquc  codimi  altis  do 
montibus  Umbrie.  « * Var.  questi 
arbor:  Cod.  ricc.  2723.  — ».  4.  Pclr. 
■ L'avaro  zappator  l'arme  ripren- 
de. • — ».  5 « Et  imn  somma  pro- 
cii!  villornm  culmina  fumant  » Virg. 
ecl.  I.  * Var.  delle  alle  : Cod.  ricc. 
4576.  ».  6.  « F<  poi  la  mensa 

ingombra  Di  povere  vivande*  Petr. ; 
c Virg  Georg.  IV.  • ...  scraque  re- 
vcrtens  Noclc  domimi  dapibus  men- 
sas  onorahat  inemptis.  » Uov,  per 
marito,  bit,  ei'r.  — ».  7.  » Var.  ac- 
corta : le  vcccb.  st.  c A.  — * Tu» 
sconta  : la  gente  clic  ti  fa  compa- 
gnia o guardia. 

Si.  55.  ».  2.  — Petr quello 


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LIBRO  PRIMO. 


Mosso  sovra  l’ erbetta  e’  passi  lenti 
Con  atto  d’  amorosa  grazia  adorno. 

Feciono  e’ boschi  allor  dolci  lamenti, 

E gli  augelletti  a pianger  cominciorno  : 

Ma  l’ erba  verde  sotto  i dolci  passi 
Bianca  gialla  vermiglia  azzurra  lassi. 

i.  autore,  (li  Che  de’  far  Iulio  ? aimè  che  pur  desidera  èo 
Seguir  sua  stella  e pur  temenza  il  tiene  : 

Sta  come  un  forsennato,  e ’l  cor  gli  assidera, 

E gli  s’agghiaccia  il  sangue  entro  le  vene: 

Sta  come  un  marmo  fisso,  e pur  considera 
Lei  che  se  ’n  va  nò  pensa  di  sue  pene  ; 

Fra  sé  lodando  il  dolce  andar  celeste 
E ’l  ventilar  dell’angelica  veste. 


Passione  die 
Julio  ha 
della  par- 


E par  che  '1  cor  del  petto  se  gli  schianti, 
E che  del  corpo  l’ alma  via  si  fugga, 


luci  sante  clic  fanno  intorno  a sé 
l' acr  sereno  » e altrove  « che  ’l 
ciel  rasserenava  intorno»  4 lIGuinic. 
« ...  se  apparisce  ...  Cosi  l’ acre  scu- 
risce. » Cani,  porpol.,  race.  Visconti  : 
« Chi  la  rimira  sta  faccia  divina, 
I.’  aria,  se  ci  va  nuvola,  serena  : » 
nitro  senese,  race.  Tonini.  « Le  uu- 
vilc  dal  cici  fate  sparire:  » altro, 
race.  Giunn.  « Per  venirvi  a veder... 
L’aria  tranquilla  al  ciel  rende  la 
pace.  * — ».  i.  Amorosa  : generante 
in  alimi  amore;  Castelv.  noie  al  Pctr. 
— v.  j.  * Var.  Fecero  : D.  — ».  7-8. 
Ksiod.  Teog.,  di  Venere  « e l’erba 
intorno  sotto  i piè  dilicati  crcscca  : • 
Lucrezio,  pur  di  Venere  « ...  libi 
suaves  (Ledala  tellus  Submittit  flo- 
re» : » Claud.  » ...  quacumque  per 
licrhani  Rcptarcs,  fluxere  roste,  can- 
denti uasci  Lilia.  » * Pctr.  • ...  fa- 
cea...  l’erba...  co’ piè  fresca  e super- 
ba. » E un  calilo  pop.  tose.  « Fio- 
risce l’erba  do’ avete  a passare; 
Fiorisce  l'erba,  le  rose  c le  spine.  » 
Ponzavo. 


E una  bella  sera,  in  Firenze,  quando 
ordinavo  quesle  note,  sculii  ila  due 
ragazzi  campagnoli,  nelle  parli  più 
remolo  della  città,  cantare  « Dove 
passale  voi,  l’erba  ci  nasce:  Pare 
una  primavera  die  fiorisce  : » clic 
soli  più  belli  de’ due  del  Poliziano. 

Si.  56.  — ».  1.  * Stella,  la  bella 
donna  clic  a Ini  è come  stella.  — 
».  3.  Assiderare  (da  siilut),  agghiac- 
ciare, intirizzire.  — ».  A.  * Un  ri- 
spetto del  Mofltamiata.  . Nelle  mie 
vene  il  sangue  si  rappiglia.  » Var. 
miro , veccli.  st. : U core  entro:  1). 
— ».  ò.  * Var.  fiso  : le  st.  — ».  7. 
Asdaii  celeste,  è del  Pctr.  : c Virg., 
di  Venere  » Et  vera  incesso  paluit 
dea.  » — ».  8.  * Var.  venli/iar: 
qualche  vcecli.  st.  A.  D.  S. 

Si.  57.  — ».  1.  Bocc.  « Ei  pare 
clic  ’l  cuore  mi  si  schianti,  ricor- 
dandomi » n.  16.  * « E quando  io 
penso...,  lo  cuore  mi  si  schianta 
entro  il  corpo.  » VV.  SS.  PP.  Var. 
li  si  schianti:  Cod.  ricc.  1576.  — 


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34 


LA  GIOSTRA. 


ninfadc"a  ^ c^e  a 811*88  di  ^rina  a*  so*  davanti 
In  pianto  tutto  si  consumi  c strugga  : 
Comparazio-  Già  si  sente  esser  un  degli  altri  amanti, 

E parli  che  ogni  vena  amor  gli  sugga. 

Or  teme  di  seguirla,  or  pure  agogna  : . 
Qui  el  tira  amor,  quinci  ’l  ritrae  vergogna. 


Parole  del-  l”  son  or,  Iulio,  le  sentenzio  gravi, 

juHo °rC  1 parole  magnifiche  e’ precetti, 

Con  che  i miseri  amanti  molestavi? 
Perché  pur  di  cacciar  non  ti  diletti  ? 

Or  ecco  eh’  una  donna  in  man  le  chiavi 
D’ ogni  tua  voglia  e tutti  in  sè'ristretti 
Tien,  miserello,  i tuoi  dolci  pensieri  : 
Vedi  chi  or  tu  se’,  chi  pur  dianzi  eri. 

L’  autore  a Dianzi  eri  di  una  fera  cacciatore  ; 
Juiìo.  più  bella  fera  or  t’ ha  ne’  lacci  involto  : 
Dianzi  eri  tuo,  or  se’ fatto  d’ Amore: 

Sei  or  legato,  e dianzi  eri  disciolto. 


£ S 


X> 


».  3-4.  Petr.  « ...  dolcemente  mi 
consuma  e strugge.  • ♦ La  compa- 
rai. della  brina  è trita  nel  Petr.  e 
nei  petrarchisti  : udiamola  in  un 
risp.  del  Montamiota  « Mi  si  distrug- 
ge il  cuor  come  la  brina.  » — ».  6. 
Teocr.  : • Ahi  ahi,  tristo  Amore,  per- 
ché a ine  il  nero  sangue  dal  corpo, 
come  zecca  palustre  attaccandoti, 
tutto  suggesti  ? • * B il  Casa  : • Si 
cocente  pensicr  nel  cor  mi  siede... 
Ch’  io  temo  non  gli  spirti  in  ogni 
vena  Mi  sugga.  • — ».  8.  « Timor 
hoc.pudor  impedii  itimi.  » Ovid.  Met. 

Si.  58.  — ».  3.  * Var.  magnifiche, 
i precetti:  D.  S.  — ».  4.  * Var.  più 
di  cacciar:  D.  S.  — ».  ó-8.  * Cosi 
i Codd.  riec.  e le  vcccli.  st. : ma  l'A. 
corresse  o meglio  guastò,  seguilo 
dal  D.  c S.  c dalla  Volg.,  cosi  : Or 
ecco  ch ' una  donna  Ita  in  man  le 
chiavi  D’ ogni  tua  voglia,  c tutti  in 
lei  ristretti  Tien...  Vedi  che  or  non 


se'  chi  pur  dianzi’  cri.  — * Dossi 
ix  sua  le  chiavi-  Avere,  tenere,  por- 
tare la  chiave  o le  chiavi  di  un 
cuore  o di  altro;  i imagine,  che  i 
nostri  antichi  ebbero  comune  coi 
provenzali,  a significare  padronanza 
o autorità  di  persuasione  su  quel 
cuore.  Vedi  anche  st.  40,  v.  2.  Arnaldo 
di  Marsiglia  « Amors  a pres  de  mi 
las  claus  (Amore  ha  preso  di  me  le 
chiavi)  : » Petr.  • Del  mio  cor,  don- 
na, I’  una  e I'  altra  chiave  Avete  in 
man  • e * quei  begli  occhi  soavi 
Che  portaron  le  chiavi  De’  miei  pen- 
sieri :»  anche, chiama  la  donna  «Dol- 
ce del  mio  cor  chiave  • Meglio  che 
il  Petr.  e il  Poliz., dice,  in  un  rispetto 
pistoiese,  dell’  amato,  la  dama  • Le 
chiavi  del  suo  cor  le  porto  io  seno  • 
».  8.  Var.  chi  tu  te' or  : v.  st. 

St.  5!).  — ».  3.  Eni  zoo,  frase 
greca,  tòt  cimi:  anche  i lat.  I’  han- 
no; Ovid.  « Scd  tua  sum,  treumque 


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LIBRO  PRIMO.  35 

Dov  è tua  libertà?  dov'è  ’l  tuo  core? 

Amore  e una  donna  te  l’ han  tolto. 

Ahi  come  poco  a sé  credere  uom  (leggo  ! 

Che  a virtute  e fortuna  Amor  pon  legge. 

Descrizione  La  notte  che  le  cose  ci  nasconde  co 

delia  not-  Tornava  ombrata  di  stellato  ammanto  : 

E 1’  usignuol  sotto  le  amate  fronde 
Cantando  ripetea  l’ antico  pianto  ; 

Ma  solo  a’  suoi  lamenti  eco  risponde, 

Ch’ogn’ altro  augel  quotato  avea  già  il  canto  : 
Dalla  cimmeria  valle  uscian  le  torme 
De’  Sogni  negri  con  diverse  forme. 

Fine  delia  E’  giovan  che  restati  nel  busco  crono,  ci 

Vedendo  il  ciel  già  le  sue  stelle  accendere. 
Sentito  il  segno,  al  cacciar  posa  ferono  : 


fui  |iuerilibus  annis.  > — ».  5. 

* Var.  do»’  è tuo:  A.  D.  S.  Volg.  — 
».  7-8.  * Così  leggono  con  tulle  le 
veech.  stamp.  i Codd.  ricc.  ; c l’Oli- 
vcriano,  per  attestazione  del  Betti 
che  aggiunge:  ■ bellissimo  c tutto 
efficacia  £ 1’  epifonema  Ahi  come 
poco  cc..  il  quale  poi  ottimamente 
si  lega  con  tutta  la  stanza  : nc  so 
come  le  altre  edizioni  abbian  potuto 
sostituire  que’  due  freddissimi  ver- 
si, Ed  acciocché  a le  poco  creder 
(leggi,  Ve'  che  a virtù,  a furlana 
Amor  pon  leggi  : » come  leggono  A. 
D.  S.  e la  Volg.:  eccetto  la  fioren- 
tina ediz.  del  {79-1. 

Si.  60.  — ».  f . Verso  tolto  di 
peso  da  Dante.  — ».  3.  Claud.  rapi. 
Pros.  • Stcllanles  nox  pietà  sinus.  • 

* Var.  manto  : D.  S.  — ».  3-i.  * « E 
Filomena  nella  siepe  ascosa  Va  ite- 
rando le  sue  dolci  querele  > Monti, 
Feron.  III.  — ».  5.  * Veramente  i 
Codd.  e le  vecch.  st.  qui  e altrove 
leggono  ecco  in  vece  di  eco  : ma 


non  ci  busto  1’  animo  di  rimetterlo 
nel  testo.  — ».  6.  * Var.  augello 
guclo  avea:  D.  S.  — ».  7.  *■  Var. 
Pella  cimmeria  : A.  S.  * Cimieri  v 
valle,  la  contrada  del  Bosforo  Cim- 
merio o Bosforo  Tracio  che  i Greci 
credevano  confinante  all’  inferno  e 
sempre  ingombra  di  tenebre,  c ne 
faceuno  la  sede  del  Sonno. 

Si.  61.  — ».  1.  * E imitile  av- 
vertire che  A.  D.  S.  seguiti  dalla 
Volg.  espunsero  da  questa  ottava 
le  fiorentinesche  e antiquate  ter- 
minazioni in  ono  delle  terze  pers. 
plur.  c vi  sostituirono  le  più  co- 
muni erano,  tchierano,  mcrcano, 
cercano:  e per  ciò  fare  anche  furon 
costretti  a mutar  di  lor  capo  la  pro- 
pria frase  posa  ferono  nell’  impro- 
prio c pesante  fine  imperano  : la- 
qual  bella  gemma  è-  rimasta  fino  a 
qui  nel  tesoro  delle  eleganze  poli- 
zianesclle  rifornito  a balia  degli  ele- 
gantissimi del  cinquecento.  — ».  2. 
l’etr.  « . . poiché  il  cielo  accende 


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30  LA  GIOSTRA. 

Ciascun  s’ affretta  a lacci  e reti  stendere  : 

Poi  con  la  preda  in  un  senticr  si  schierano: 

Ivi  s’ attende  sol  parole  a vendere  ; 

Ivi  menzogne  a vii  pregio  si  mercono. 

Poi  tutti  del  bel  Iulio  fra  sé  cercono. 

Ma  non  veggendo  il  car  compagno  intorno,  ce 
Ghiacciossi  ognun  di  subita  paura. 

Che  qualche  cruda  fera  il  suo  ritorno 
Non  gl’  impedisca  o altra  ria  sciagura. 

Chi  mostra  fochi,  chi  squilla  '1  suo  corno  ; 

Chi  forte  il  chiama  per  la  selva  oscura  : 

Le  lunghe  voci  ripercosse  abondono; 

E Iulio  Iulio  le  valli  rispondono. 

Ciascun  si  sta  per  la  paura  incerto,  63 

Gelato  tutto  ; se  non  che  pur  chiama. 

Veggono  il  ciel  di  tenebre  coperto; 

Nè  san  dove  cercar,  benché  ognun  brama  : 

Pur  Iulio  Iulio  sona  il  gran  diserto  : 

Non  sa  che  farsi  ornai  la  gente  grama. 

Ma,  poi  che  molta  notte  indarno  spesono. 

Dolenti  per  tornarsi  il  cammin  presono. 


le  sue  stelle.  » — t>.  4.  * Vai-, 
■t'  affronta. ..  rete  : vcceh.  st.  — 
».  6.  Parole  * vendere  : intcrlcncrc 
altrui  con  vani  ragionamenti,  dar 
chiacchiere.  V.  C.  * forse  qui,  spac- 
ciar menzogne  sul  conto  della  caccia. 
— e.  7.  * Var.  prezzo  : A.  D.  S. 
Volg.  — v.  8.  Virg.  « Amissos  longo 
socios  sermone  requirunl.  » 

Si.  G2.  — v.  \.  * Car:  tronca- 
mento clic  ha  molti  altri  esempi  nel 
sec.  XV  o XVI.  — ».  2.  * Var.  ag- 
yluoccia : D.S.  V.  — e.  3.  * Var.  dura 
fi  era  : le  st.  — ».  4.  * Var.  Non  impe- 
rlitea  od  : A.  D.  S.  V.  — e.  5.  * Cosi 
leggono  i Codd.  ricc.  le  vec.  si.  e il 
Cod.  oliv.  per  attestazione  del  Betti: 


ma  A.  D.  S.  e la  V.  Chi  mostra  fochi 
e chi.  — ».  8.  * I soliti  correggitori, 
A.  D.  S.  seguiti  dalla  Volg.,  cambiano 
abondono  in  a&6ondano,-poi  vi  appic- 
cano del  suo  qacsto  bel  verso,  E Giu- 
lio par  che  le  valli  rispondano. 

Si.  63.  — ».  3.  * Var.  reggendo 
il  ciel  : le  st.  — ».  4.  * Così  i Codd. 
ricc.,  le  vec.  st.,  c il  Cod.  oliv.:  ma 
i correggitori  c la  Volg.  cercar,  ben- 
ché ognun.  — e.  5.  Virg.  ecl.  VI.  « ... 
ni  littus  Ilyln  Hyla  sonare!  : » e il 
Sannaz.  • Androgèo  Androgèo  sonava 
il  bosco.  » — ».  7.  * Molti  som.,  al- 
la Ialina:  « multa  norie,  ad  mulluin 
dicm  • Cicer.  — ».  8.  * Var.  tornare , 
le  st.  spesero. ..  presero  : A.  D.  S.  Volg. 


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LIBRO  PRIMO.  37 

Cheti  se  ’n  vanno  : e pure  alcun  col  vero  6+ 
La  dubbia  speme  alquanto  riconforta, 

Ch’  e’  sia  reddito  per  altro  sentiero 
Al  loco  ove  s’ invia  la  loro  scorta  : 

Ne’  petti  ondeggia  or  questo  or  quel  pensiero 
Che  fra  paura  e speme  il  cor  traporta: 

Cosi  raggio,  che  specchio  mobil  forza. 

Per  la  gran  sala  or  qua  or  là  si  scherza 

Ma  il  giovin,  che  provato  avea  già  l’arco  cs 
Ch’  ogni  altra  cura  sgombra  fuor  del  petto, 

D’ altre  spemi  e paure  e pensier  carco 
Era  arrivato  alla  magion  soletto. 

Ivi  pensando  al  suo  novello  incarco 
Stava  in  forti  pensier  tutto  ristretto; 

Quando  la  compagnia  piena  di  doglia 
Tutta  pensosa  entrò  dentro  alla  soglia. 

Ivi  ciascun  più  da  vergogna  involto  cc 

Per  gli  alti  gradi  se  'n  va  lento  lento  : 
i.omparazio-  Quaij  j pastor,  a cui  ’l  fier  lupo  ha  tolto 
, 11  più  bel  toro  del  cornuto  armento; 


Si.  Gi.  — ».  3.11  Dolce  cangiò  red- 
dito in  tornalo:  mutazione  inutile 
e capriccioso,  ehè  reddito  l’ usò 
Doni.  Ini.  X.  Purg.  I.  Par.  XI  c XVII!. 
— - * E col  Dolce  il  Scrmart.  : nè  pur 
troppo  fu  solo  questo  cambiamento  ; 
nè  delle  più  impudenti  correzioni 
si  accorse  il  Nannucci,  che,  quando 
giovine  di  25  anni  illustrava  il  Po- 
liziano, noti  potea  essere  ancora  quel 
consumato  filologo  clic  tutti  sanno. 
I.c  vcccli.  st.  leggono  : Ch’  el  ria 
•reddito.  — v.  5.  Virg.  * Nunc  huc 
ingentes  nunc  illue  pectore  curas 
.Mulabat  versans  » e altrove  ■ ma- 
gno curarum  fiuctuat  ;cstu  : » trad. 
dal  Tasso  « In  gran  tempesta  di 
pensieri  ondeggia.  » — ».  6.  Virg. 
« spemque  metumque  inter  dubii.  • 


— ».  7-8.  Ovid.  Mei.  IV:  « Non  alitcr 
quam  cum  puro  nitidissimus  orbe 
Opposita  speculi  referitnr  imagine 
Pluxbus.  » Virg.  Vili  jEn.  « Sicut 
aqute  trcmulum  labris  ubi  lumen 
altenis  Sole  repercussum  aut  radian- 
ti imagine  luna:  Omnia  pervolitat 
late  loca,  iamque  sub  auras  Erigitur 
summique  ferii  laqueario  tedi.  - — 
* Ferz»,  sferza,  percuote  : il  verbo 
ferzare  i del  solo  Poliziano,  eh’  io 
sappia  : ma  il  nome  ferzo  è di  Dan- 
te, e di  altri. 

St.  65.  — ».  2.  Peti-,  « ...  il  gran 
disio  Ch’ogni  altra  voglia  dentro  al 
cor  mi  sgombra.»  — ».  5.  * l.vcvnco, 
met.  • presi  l’amoroso  incarco.  » Petr. 

Si.  66.  — ».  2.  Gridi,  lat.  gra- 
dui, scaglioni.  — ».  3.  * Var.  il  pa- 


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LA  GIOSTRA. 


3S 

Tornonsi  al  lor  signor  con  basso  volto. 

Nè  s’ ardiscon  d’ entrare  all’  uscio  drente  : 

Stan  sospirosi  e di  dolor  confusi  ; 

E ciascun  pensa  pur  come  s’escusi. 

Ma  tosto  ognuno  allegro  alzò  le  ciglio,  gì 
Veggendo  salvo  11  sì  caro  pegno  : 

Comparano-  Tal  si  fé,  poi  che  la  sua  dolce  figlia 
Ritrovò  Ceres  giù  nel  morto  regno. 

Tutta  festeggia  la  lieta  famiglia  : 

Con  essi  Iulio  di  gioir  fa  segno; 

E quanto  el  può  nel  cor  preme  sua  pena, 

E il  volto  di  letizia  rasserena. 

Quei  fece  a-  jfa  fatta  Amor  la  sua  bella  vendetti),  6S 

la  vendet-  Mossesi  lieto  pel  negro  acre  a volo  ; 
ta-  E ginne  al  regno  di  sua  madre  in  fretta 


*/or  : A.  D.  S.  Volg. t’.  ó . Virg. 
■ Seri  frons  Itela  parum  et  tlcicelo 
lumina  vullu.  » — ».  6.  * Var.  iVè 
ardiscono  (l'entrare:  D.  — Drem- 
to.  Il  Salviati  negli  Avv.  sopra  il 
Decani,  guarda  in  cagnesco  questa 
voce,  per  altro  usata  da  buoni  poeti 
antichi  e moderni;  * e dal  nostro 
anche  fuor  di  lima,  benché  nella 
volgala  le  fosse  sostituita  dentro.  — 
».  6.  * Di  noioa  composi:  Dante  « di 
tristizia  tutto  mi  confuse.  » — ».  8. 
Var.  si  scusi  : le  st. 

Si.  07.  — ».  2.  * Pegmo  : cosa 
cara,  in  generale:  Pctr.,  di  Laura 
viva  - Amor  più  caro  pegno,  Don- 
na, di  voi  non  ave  • e a Laura 
morta  « Dolce  mio  caro  prezioso 
pegno.  • I Latini  dicevano  pignora , 
quasi  pegni  del  vincolo  matrimo- 
niale, i figliuoli  e i nepoti,  poi  all- 
eile i parenti  più  stretti:  ■ Tot  na- 
tos  natasque  et,  pignora  cara,  nc- 
potes  • Mei.  — ■ ».  K.  * Morto  becro: 
Dante  chiama  doloroso  regno  P in- 


ferno, c tuona  lu  scritta  sull’entrata 
dell’inferno,  e morta  l’aura  sua,  e 
morta  la  poesia  che  dell’  inferito  trat- 
ta. — ».  5.  * Fìmigu»;  i servi, alla  lai.  ; 
ovvero  la  brigata  che  accompagnava 
Giulio.  — ».  6.  * Var.  con  esso  lu- 
tto: Baz.  c D:  con  essa  tulio:  A.  S. 
V.  — »..7.  Virg.  « ...  premit  alluni 
corde  dolorcm.  » 

St.  68.  — ».  I.  * Var.  fatto:  le  si. 
Peti-,  aneli’  egli  di  Amore.  « Per  far 
una  leggiadra  sua  vendetta.  » — ».  2. 

* Cosi  legg.  i Codd.  riccard.  ; per- 
chè, se  ben  vi  ricorda,  quando  Si- 
monetta s’  alzò  per  tornarsene  era 
già  il  tramonto;  c quando  i com- 
pagni feron  posa  al  cacciare  era  giù 
notte.  Le  stampe  leggono  Mossesi 
lieto  per  V aere  a volo , cou  verso 
che  lult’altro  fa  che  volare.  L’ im- 
magine è di  Claud.  « Risit  Amor, 
placidiequc  volaus  trans  lequora 
mairi  >unlius  et  totas  iactantior 
esplicai  alas  - De  nupt.  Iloti.  — ».  3. 

• Malrem  celeri  petit  ipsc  volatu  • 


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LIBRO  PRIMO. 


39 


Ov’é  de’picciol  suo’  fratei  lo  stuolo: 

Rc?no  di  Vo-  ,\l  regno  ove  ogni  Grazia  si  diletta, 
"”CFiorà^  Ove  Beltà  di  fiori  al  crin  fa  brolo, 

Zefiro.  Ove  tutto  lascivo  drieto  a Flora 

Zefiro  vola  e la  verde  erba  infiora. 

Into  Musa*  canta  meco  un  po’  del  dolce  regno, 

Erato  bella  che  ’l  nome  hai  d’ amore  : 

Tu  sola  benché  casta  puoi  nel  regno 
Secura  entrar  di  Venere  e d’ Amore  : 

Tu  de’ versi  amorosi  hai  sola  il  regno  : 
Teco  sovente  a cantar  viensi  Amore  ; 

E posta  giù  dagli  omer  la  faretra, 

Tenta  le  corde  di  tua  bella  cetra. 


Descrizione  Vagheggia  Cipri  un  dilettoso  monte 
m venero  Che  del  gran  Nilo  i sette  corni  vede 


co 


7(0 


Sidon.  A poli.  « nel  regno  di  sua 
madre  venne  • Petr.  — * ».  5.  Si 
uiletta,  prende  diletto  del  dimorare: 
Guilt.  Leti.  • Non  dilettate  nel  mon- 
do. » — ».  6.  * Brolo,  provenz. 
brulli,  .significò  una  selva  cinta  di 
muro  per  tenervi  animali  da  caccia 
(dal  gr.  peri-bólion),  c orto  chiuso, 
v semplicemente,  massime  in  Lom- 
bardia c nel  Veneto,  orto.  Ma  Dante, 
inerendo  all'etimologia  ( pcri-balloo ), 
« di  gigli  Intorno  al  capo  non  fa- 
cevnn  brolo ; • dove  il  Ritti  intcr- 
petra  frontale,  corona.  Di  qui  la 
locuzione  del  Poi  iz.  : e mule  la  Cr., 
dopo  avere  spiegato  per  ghirlanda 
di  fiori  il  brolo  di  Dante,  iuterpetra 
il  verso  del  Poliz.  fa  parere  la  chio- 
ma un  brolo  un  giardino.  — ».  7-8. 
* Claud.,  del  regno  di  Venere  « t ura... 
qute...  Perpeluum  florent  zcphyro 
contenta  colono.  » Infiori,  fa  col  suo 
tepore  nascer  per  mezzo  l' erba  i 
fiori. 

Si.  69.  — ».  1.  * Stai.,  cpilh. 


Slel.  * Hic.  Erato  inclinila,  duce.  - 
— ».  2.  Ovid.  de  art.  am.  « None, 
Erato,  nam  tu  itomeli  Amoris  liabes.  - 
Dal  gr.  ’eràin  (amare)  deriva  il  no- 
me di  Erato.  — ».  5.  *Cioè;  hai  la 
supremazia  e 1’  eccellenza  dei  versi 
amorosi.  Il  Foscolo,  a Virg.  « ... 
ognun  t’adori  Ite  dei  versi  divini.  » 
Latinamente  : Cicce.  • sublatis  indi- 
ciis,  umisso  regno  forensi  - fam.  IX; 
c Aseonio  chiama  Ortensio  ree  cau- 
sarum  ; Vulcano  in  una  moneta  ili 
Claudio  Gotico  (presso  Eckhcl,  VII)  è 
appellato  rcx  artis.  — ».  7.  * Var. 
degli  omer  : D.  — ».  8.  * Vur.  Tem- 
pra le  corde:  qualche  vccch.  stam- 
pa. 

Si.  70.  ».  ì.  — * Vagnegcu,  I)i- 
ccsi  di  luogo  alquanto  ulto  clic  do- 
mina da  amena  situazione:  « ...  un 
palagio,.,  il  quale,  posto  in  cima  di 
un  colle,.,  ila  settentrione  vagheggia 
buona  parte  di  Firenze.  » Fircrn., 
Ragionali!.  — * Conni.  Si  dicono 
c orna  de’ fiumi  i rivi  da  cui  emer- 


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LA  GIOSTRA. 


40 

« di  Amo-  e 'I  primo  rosseggiar  dell’ orizonte. 

Ove  poggiar  non  lice  a mortai  piede. 

Nel  giogo  un  verde  colle  alza  la  fronte; 

Sott’  esso  aprico  un  lieto  pratel  siede  ; 

U’  scherzando  tra’  fior  lascive  aurette 
Fan  dolcemente  tremolar  l’ erbette. 

'Corona  un  muro  d’ òr  l’ estreme  sponde  71, 
Con  valle  ombrosa  di  schietti  arbuscelli. 

Ove  in  su’  rami  fra  novelle'  fronde 
Cantan  i loro  amor  soavi  augelli. 

Sentesi  un  grato  mormorio  dell’  onde. 

Clic  fan  due  freschi  e lucidi  ruscelli 


gono  c clic  poi  (umidiscono  in  un 
letto,  o quelli  in  cui  si  diramano 
.scaricandosi  in  mare  ; forse  dalla 
curvità.  Scrdonati  « L’Indo  con  due 
corna  si  scurirà  in  mare.  • — 
li.  3.  * Cioè;  il  punto  ove  l'oriz- 
zonte rosseggia  primieramente  al 
mattino;  vale  a dire  l’oriente.  Var. 
Al  primo  : D.  S.  Volg.  — ».  4. 

* Var. al  mortai:  Cod.  rice.  1576  e 
le  vecch.  stampe.  — * Siede,  per  di- 
notare la  sua  positura  in  piano. 
« Siede  la  terra,  dove  nata  fui,  Sn 
la  marina  » Dante:  * Siede  Parigi 
in  una  gran  pianura  • Ariosto. 

• Campo  Nola  sedei  » Sii.  Ital.  XII. 
— * Lascive.  Lascivo  dicesi  latina- 
mente di  un  moto  o di  un  giro 
non  rapido  ma  contorto  e quasi 
scherzoso.  — Quest’  ottava  è prosa 
quasi  tutta  da  Ctnudiano,  Epital. 
d’ Onorio  e Maria:  « Mons  lalus 
coum(  • Cypri  pra'ruptus  ohumbrnt 
Invius  liumano  gressu,  Phariumque 
cubile  Protcos  et  septem  despeelat 
cornila  Nili...  In  campana  se  fundet 
apex.  » (•  Ove  il  Gesnero  annota  clic 
de^i  intendere  questo  monte  es- 
ser posto  nella  parte  più  orien- 
tale di  Cipro,  onde  scorgesi  più  di- 
rettamente l’oriente  per  una  parte 


c per  I’  altra  l’Austro  o le  bocche 
del  Nilo:  valga  anche  pel  Nostro.) 
E il  Pclr.  Tr.  Am.  IV,  cosi  de- 
scriveva l'isola  di  Cipro:  • Giace 
olirà,  ove  l’Egeo  sospira  e piagne, 
lln’  isolclla  delicata  e molle  Più 
eli’ altra  clic  ’l  sol  scalde  o che  ’l 
mar  bugne.  Nel  mezzo  è un  ombroso 
e verde  colle  Con  si  soavi  odor  con 
‘ si  dolci  ncque  Ch’ogni  maschio  pen- 
sier  dell’ alma  lolle.  > 

Si.  71.  — ».  I.  » Cono**  : intor- 
nia, circonda  : Lucrct.  VI  : ■ Lacum 
myrtetu  coronane  • Inf.  XXXI:  - Mon- 
tereggion  di  torri  s’ incorona.  » — 
».  2.  Schietti  arbcscelu:  Pctr.  - Schiet- 
ti arbuscelli  e verdi  fronde  acerbe  » 
dove  il  Castclvctro  nota:  schietti,  ag- 
giunto di  bellezza  d’arboscelli  che 
mostrano  di  dover  crescere.  * In- 
tenderei, lisci,  puliti,  senza  nodi  ; 
secondo  quel  di  Dante  « Non  rami 
schietti,  ma  nodosi  e ’nvolti  > e Dante 
disse  schietto  il  giunco  (Purg.  1)  ; 
c ’l  Petr.  • lauro  giovinetto  e schiet- 
to ■ — ».  3.  * Novelle,  fresche,  di 
recente  spuntale  : • fìor  novelli  • 
Lor.  de’  Mcd.  : « boschetto  nuovo  « 
Petr.  « — ».  4.  E sugli  alberi  augel- 
letti  dolce  parlano  • Tcocr.  — ».  o. 
• Risuonan  dolce  mormorio  del- 


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" LIBRO  PRIMO.  Il 

Versando  dolce  con  amar  liquore. 

Ove  arma  l’ oro  de’  suoi  strali  Artiere. 

Né  mai  le  chiome  del  giardino  eterno  72 
Tenera  brina  o fresca  neve  imbianca  : 

Ivi  non  osa  entrar  ghiacciato  verno; 

Non  vento  o T erbe  o gli  arbuscelli  stanca  : 

Ivi  non  volgon  gli  anni  il  lor  quaderno  ; 

Ma  lieta  Primavera  mai  non  manca, 

Ch’e’suoi  crin  biondi  e crespi  all'aura  spiega 
E mille  fiori  in  ghirlandetta  lega. 

.Com-  Lungo  le  rive  e’ frati  di  Cupido,  73 


Amori 

P onde  1 limpidi  cristalli  freschi  e 
chiari  > Lapilli.  * Lucidi  miscelli  : 

• Lucidus  uinnis  » Ovid.  Mei.  Il  ; 

• lucidi  freschi  rivi  e snelli  > Petr. 
— e.  7.  * Limone,  acqua  : * liquorcs 
pel  lucidi  amniuin  » Cicer.  De  li.  d. 
Purg.  Il  : « Cadea  dall’  alta  roccia 
un  liquor  chiaro  ■ — e.  7-8.  Allude 
il  P.  al  dolce  amaro  di  amore:  onde 
anche  il  Peti-,  « Cosi  sol  d’  una  chiara 
fonte  viva  Muove  il  dolce  e I’  amaro 
ond’  io  mi  pasco.  » Anche  quest’  ot- 
tava è tolta  da  Claudiano  : • ...  Rune 
aurea  sepes  Circuit,  et  fulvo  defendit 
prato  metallo...  Labuntur  gemini  fon- 
ica : liic  dulcis,  amarus  Alter,  et  infu- 
sis  corrumpunt  niella  veneuis;  Undc 
cupidineas  armavil  fuma  sagittas.  > 

Si.  73.  — c.  1.  * Chiome  del  li» uni- 
vo : . ueniorum  coma  > Homi.  : • arbo- 
reas  comus  » Ovid.  Amor;  : « ...  le  bion- 
de chiome  Delle  aperte  campagne  • 
L.  Martelli,  ecl.  — e.  3.  * Yar.  non 
«sa;  qualche  vcccli.  st.  — ».  4.  *Vur. 
o trito  l’  erbe  : st.  — * Stìhcà  : meta- 
foricamente, come  in  Dante  « come 
quella  (fiamma)  cui  vento  affatica  ; • 
onde  il  Niccolini  • Non  più  il  vento 
le  selve  affatica.  • — ».  5.  Non 
soffrono  alcuna  mutazione  per  vol- 
ger di  cielo.  La  Crusca  riporta  que- 
sto verso,  ma  non  dà  alcuna  spie- 


gazione. * La  voce  quaderno  in  ge- 
nerale significa  unione  di  quadro...  : 
c qui  il  quaderno  degli  anni  im- 
porla le  quattro  stagioni,  le  quali 
in  quel  luogo  non  si  avvicendano, 
come  accade  altrove,  ma  sempre  vi 
è primavera.  Così  pare  che  Dante, 
Par.  XVII,  usasse  quaderno  della  ma- 
teria per  i quattro  elementi  (Forna- 
ciari.) — ».  C.  Ovid.  • Ver  crai  ailer- 
num:  • e altrove  : • Perpctuum  ver 
est.  » — ».  7.  * Navagcro  : • lain 
nitidum  os  Ver  molle  auras  in 
luminis  audet  Proferre...  Tempora 
diversis  tollcns  halantiu  scrtis.  » 
Var.  Clte  'l  ano  crin  biondo  e crespo  : 
una  veccli.  st.  — ».  8.  Amplillcaz.  an- 
che questa  ottava  di  quel  di  Claud. 
« Dune  ncque  cundentcs  audent  ve- 
stire pruina;;  Hune  venti  pulsare 
timcnt,  liunc  laniere  nimbi...  pars 
acrior  unni  Exsulat,  alterni  palei 
iiidiiigcnlia  veris.  * 

Si.  73.  — ».  I.  * Alessandro  Afro- 
diseo  nel  LXXXVII  dei  Probi.  (Ira- 
duz.  di  Ang.  Poliziano)  • Non  est 
autem  unus  Amor,  sed  plures  : seu 
quia  diversi  rerum  sunt  amores  ; 
uliter  enim  atquc  ali  ter  amant;  que- 
madniodum  et  divinus  Plato  ait, 
atnoretn  mullorum  capitimi  belluam 
esse  : seu  quia  sub  multos,  ut  idem 


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LA  GIOSTRA. 


■12 


Che  solo  uson  ferir  la  plebe  ignota. 

Con  Site  voci  e fanciullesco  grido 
Aguzon  lor  saette  a una  cota. 

Piacer  e Insidia  posati  in  su  '1  lido 
Volgono  il  perno  alla  sanguigna  rota  ; 

E ’l  fallace  Sperar  col  van  Disio 
Spargon  nel  sasso  l’acqua  del  bel  rio. 

Dolce  Paura  e timido  Diletto,  74 

Dolci  Ire  e dolci  Paci  insieme  vanno  : 

Le  Lacrime  si  lavon  tutto  il  petto, 

E '1  fìumicello  amaro  crescer  fanno  : 

Pallore  ismorto  c paventoso  Affetto 
Con  Magreza  si  duole  e con  Affanno  : 

Vigil  Sospetto  ogni  sentiero  spia  : 

Letizia  balla  in  mezo  della  via.- 

voluttà.  Voluttà  con  Belleza  si  gavaza  : 75 

Contento.  Va  fuggendo  il  Contento  e siede  Angoscia  : 

Angoscia.  E1  cieco  Errore  or  qua  or  là  svolaza: 

furore.  Percotest  il  ruror  con  man  la  coscia: 

ait,  amores  idem  cailit  ;»  e altrove:  poveri  che  la  cola.  » »,  t-5. 

« Cupidines  ilaque  diversi,  quia  et  Claud.  • Mille  pliaretrati  Iudunt  in 

plurcs  Venercs,  ut  vulgivoga  et  Lu-  margine  fratres,  Ore  pares,  avo  si- 

perca.  » — ».  2.  * Nel  prol.  del-  miles,  gens  motlis  Amorum...  Hi  ple- 

I'  Aminta  Amore  dice  « F.  solo  al  beni  feriunt.  » — v.  5.  * Var.  Tra- 
volgo de’  ministri  mici.  Mici  minori  cere.  Insidia:  A.  S.  Volg.  ; Piaceri, 

fratelli,  ella  consente  L’ albergar  fra  insidia:  D.  — ».  7.  Anche  il  Petr. 

le  selve  ed  oprar  l’armi  Ne’ rozzi  dà  la  Sperania  per  compagna  ad 

petti.  » — r.  3.  * Caino:  qui  eia-  Amore,  ma  in  altra  positura:  • E 

more,  schiamazzo.  — ».  A.  Hor.  false  opinioni  in  su  le  porte,  E lu- 

Od.  Il,  $. ...  • ferus  et  Cupido  Sempcr  lirico  sperar  su  per  le  scale.  » 

ardcntes  acuens  sagittas  Cote  crucn-  * Var.  Il  fallace  : A.  D.  S.  Volg. 

ta.  • # Ariosto,  VI  : « Volan  sclter-  Si.  74.  — * v.  2.  Veramente  i Codd. 

zando  i pargoletti  Amori... Chi  lem-  c qualche  vecch.  si.  leggono  a di- 

pra  dardi  ad  un  rusccl  più  basso,  spetto  do’  grammatici  : • Dolce  ire 

E chi  gii  aguzza  ad  un  volubil  sas-  c dolce  pace.  » — ».  3.  * Si  lavo*:  si 

so.  • — * Cota  : gli  antichi  usarono  bagnano;  latinamente:  Plaut.  • eas 

e usa  il  popolo  toscano  ridurre  alla  lacrimis  lavis.  » JE n.  X : • lavit  im- 
prima declinazione  certi  nomi  fem-  proba  tetcr  Ora  cruor.  » 

minili  della  terza;  cosi  trovasi  ue'clas-  Si.  75.  — ».  1.  Si  cavazza.  si  ral- 

sici  e diccsi  tuttavia  lapide  e lapida,  legra  smoderatamente.  * Var.  iW  si 

canzone  c canzona:  cola  usa  unchc  guazza:  Aid.  — ».  4.  * Il  viilunellu, 
in  prosa  il  Saccliclli  : • siete  più  di  Dautc,  clic  vede  nevata  tutta  lu 

♦ 


patini  degli 
amori. 


Piacere. 

Insidia. 

Speme. 

Desio. 


Paura. 

Diletto. 

Ire. 

Paci. 

Lacrime. 

Pallore. 

Spavento 

Magreza. 

Affanno. 

Sospetto. 

Letizia. 


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LIBRO  PRIMO. 


hZ 


Pcnitcnzia. 


Crudeltà. 

Disperazio- 

ne. 


La  Pcnitcnzia  misera  stramaz», 

Che  del  passato  error  s’ è accorta  poscia  : 
Nel  sangue  Crudeltà  lieta  si  ficca  : 

E la  Disperazion  sé  stessa  impicca. 


Incanno. 

lliso. 

Cenni. 

Sguardi. 

Gioventù. 


Pianto. 

Dolori. 

Licenzia 


Tacito  Inganno  e simulato  Riso 
Con  Cenni  astuti  messaggier  de'  cori 
E fissi  Sguardi  con  pietoso  viso 
Tendon  lacciuoli  a Gioventù  tra’  fiori. 
Stassi  col  volto  in  su  la  palma  assiso 
El  Pianto  in  compagnia  de’  suo’  Dolori 
E quinci  e quindi  vola  senza  modo 
Licenzia  non  ristretta  in  alcun  nodo. 


Cotal  milizia  i tuoi  figli  accompagna. 
Venere  bella  madre  degli  Amori. 

Zefiro  il  prato  di  rugiada  bagna. 
Spargendolo  di  mille  vaghi  odori  : 
Ovunque  vola,  veste  la  campagna 
Di  rose  gigli  violette  e fiori  : 

1/  erba  di  sue  belleze  ha  meraviglia 
Bianca  cilestra  pallida  e vermiglia. 


76 


campagna  « si  balte  I’  anca.  • Mar- 
silio c Agrannmle,  nell'  Ariosto,  si 
battono  « del  folle  ardir  la  guancia.  - 
— e.  5.  Stiujaza,  in  signif.  neutro, 
cade  in  terra  senza  sentimenti. 

* Var.  schiamazza  : una  veccli.  si. 
I!  Pctr.  fra  i compagni  d’  amore, 
ricorda:  « Dubbia  speme  d’ avanti 
e breve  gioia,  Penitenza  e dolor  dopo 
le  spalle.  » — v.  7.  Si  ficca.  * Forse 
improprio,  ma  non  senza  efficacia. 

J li.  76.  — ».  I.  * F.  Coppetta,  in 
una  allegorica  cacciata  di  amore, 

• Colle  reti  e col  fuoco  era  l’In- 
ganno Seco  e ’l  Diletto  : io  disar- 
malo e solo....  Ben  mi  soccorse  la 
Vergogna  e ’l  Danno.  » — ».  4. 
Lupini  : * Or  Fraude  aperta  ed  or  ce- 
lato Inganno  Tendon  lacciuoli  a ma- 
nifesta Morte.  ■ * Var.  a' giovani:  le 
Si.  — ».  5-8.  Claud.  : * Ilio  habitat 


nullo  conslricla  Liccntia  nodo;  Et 
Aceti  facilcs  Ine,  vinoque  madentes 
Excnbi®,  Larry  nacque  rudes  ; et  gra- 
tus  arnun  t n ni  Fallar;  et  in  primis  ti- 
tubans  Audacia  furtis;  Jucundiquc 
Metus  et  non  sectira  Voluptas;  El  la- 
sciva volani  levibus  Penuria  penuis  : 
Ilos  inter  pelli lans  alta  cervice  Juven- 
tus Excludil  Seuium  loco.  • * Anche 
il  Pctr.  nel  Trionf.  d' Am.  gli  dà  altri 
compagni,  non  però  così  esplicita- 
mente personiflcuti. 

St.  77.  — ».  5.  * Veste  : - Veste 
di  verde  tutta  la  cumpugnu  » Ru 
celiai.  — ».  7.  * Var.  Di  sua  bellezza 
l’erba  ha,  Bazal:  l/erba  di  sua  bel- 
lezza; le  altre  st.  Rammenta  il  vir- 
giliano -...  nrbos,  miraturque  nova.-, 
frondes.  » — 3-8.  Preso  da  quel  di 
Claudiano,  De  rapi.  Pros.  Il  : • ...  lite 
novo  inadiduntes  ucctarc  pcnnasCon- 


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u LA  GIOSTRA. 

Trema  la  mammoletta  verginella  78 

Con  occhi  bassi  onesta  e vergognosa  : 

Ma  vie  più  lieta  più  ridente  e bella 
Ardisce  aprire  il  seno  al  sol  la  rosa  : 

Questa  di  verde  gemma  s’incappella: 

Quella  si  mostra  allo  sportel  vezosa  : 

L’ altra  che  ’n  dolce  foco  ardea  pur  ora 
Languida  cade  e il  bel  pratello  infiora. 

L’alba  nutrica  d’amoroso  nembo  79 

viole.  Gialle  sanguigne  e candide  viole, 
iacinto.  Descritto  ha  il  suo  dolor  Jacinto  in  grembo: 

Narciso.  Narcisso  al  rio  si  specchia  come  suole  i 

In  bianca  vesta  con  purpureo  lembo 


Varie  guise 
di  fiori. 


Uosa. 


cutit  et  glebas  fcccundo  rore  mari- 
ta t.  Quoque  volai,  vernus  sequitur 
coloriomnis  in  hcrbasTurgctliumus, 
medioque  patent  convexu  sereno: 
Sanguineo  splendore  rosas,  vnccinia 
nigro  Induit,  et  dulci  violas  feru- 
gine  pingit.  » 

Si.  78.  — r.  5.  * Verde  ce»**. 
Var.  verdi  gemme:  A.  Volg.  « le 
bocce  o sia  i bottoni'  dentro  cui 
stanno  fasciale  le  rose(  prima  di 
aprire  (Fornaciari)  » — S'  ikcappelu. 
* Incappellare,  mettere  il  cappello, 
coprire.  Dante,  Par.  XXXII  : ■ con- 
vicn  ebe  s’ incappelli.  » Quasi  che 
la  rosa  si  faccia  cappello  di  quella 
verde  e prominente  pellieina  clic  la 
fascia  prima  che  sbocci.  Piacque  an- 
cora al  Caro,  clic  parlando  d' un 
monte  disse  : • Di  neve  alteramente 
s’incappella.  » (En.  XII):  e il  Botta, 
dello  Spinga  « monte  eternamente 
incappellato  di  nevi.  » (Fornaciari.) 
Varv  »’  incapclla  : Cod.  cliig.  (edii. 
rom.  1804).  A.  D.  S.  — o.  6.  * Cioè, 
comincia  ad  aprirsi,  sboccia  (Por- 
naciari.)  Si  sente  P imitazione  d’uu 
epigr.  latino  (Burmann.  Antli.)  « Pri- 
ma papillatos  dueebat ...  corymbos  : 
Altera  puniceos  apices  ambone  leva- 


bat:  Tertia  non  totum  calatili  patc- 
fecerat  orbcm  : Quarta  simul  nituit, 
mutato  tegmine  floris.  Dum  levai  una 
caput,  dumque  explicat  altera  no- 
dum....  » 

Si.  79.  — e.  1.  Amoroso  xembo: 
intendi  della  rugiada  (Fornaciari.) 
— p.  2.  * Var.  sanguigne,  candide: 
A.  Comin.  Volg.  — p.  3.  Ovid.  Met. 
« Ipsc  suos  gemitus  foliis  inscribi t, 
et  ài  cu  Flos  liabct  inscriptum,  fu- 
ncstaque  litera  ducta  est.  » E da 
Teocr.  il  giacinto  vispe  chiamato 
iscritto.  * Mosco,  nella  morte  di 
Bione,  rivolgendosi  a questo  fiore 
• Ora,  o giacinto,  esprimi  le  tue 
lettere,  c più  pienamente  l' ahi  ahi 
accogli  ne’  petali  tuoi.  » Jtoxro, 
secondo  i poeti,  era  un  giovinetto, 
il  quale,  giuocando  con  Apollo  al 
disco,  involontariamente  si  uccise; 
e quel  dio  del  sangue  di  lui  fc  sor- 
gere un  fiore  di  questo  nome,  che 
nelle  foglie  alcuna  volta  pare  che 
abbia  scritto  ai,  voce  di  dolore  (For- 
naciari.) — p.  4.  * Narciso  era  un 
giovaue  avvenentissimo,  il  quale, 
essendosi  una  volta  veduto  in  un 
fonte,  rimase  talmente  preso  di  sua 
bellezza  che  non  si  potè  più  stac- 


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LIBRO  PRIMO. 


in 

Clizia  Si  gira  Clizia  pallidetUt  al  sole  : 

„ Adon  rinfresca  a Venere  il  suo  pianto  : 

Acanto.  Tre  lingue  mostra  Croco,  e ride  Acanto. 

Mai  rivesti  di  tante  gemme  l’ erba  so 

La  novella  stagion  che  ’l  mondo  avviva. 

Sovresso  il  verde  colle  alza  superba 
L’ombrosa  chioma  u’il  sol  mai  non  arriva: 

E sotto  vel  di  spessi  rami  serba 
Fontana.  Fresca  e gelata  una  fontana  viva. 

Con  sì  pura  tranquilla  e chiara  vena 
Che  gli  occhi  non  offesi  al  fondo  mena. 


care  dal  vagheggiarsi,  e li  sul  mar- 
gine di  quel  fante  appoco  poco  si 
mori  dell’ amor  di  sè  stesso;  e fu 
mutato  in  un  fiore  clic  ama  di  cre- 
scere lungo  i rivi  (Fornaciari.)  — 
t>.  6.  * Clizia  era  una  ninfa  amante 
del  sole:  fu  cambiala  in  fiore  detto 
f/i7roj}li>J#clie  equivale  a girasole 
(Fornaciari.)  « Est  in  parte  rubor, 
violsequc  simillimus  ora  Klos  tegit: 
illa  suum,  quamvis  radice  lenetur, 
Vertilur  ad  solcm  » Metnm.  IV.  — 
».  7.  * Aoohe,  giovane  cacciatore, 
caro  molto  alla  dea  Venere,  scndo 
stato  ucciso  da  un  cignale,  dal  san- 
gue di  lui  nacque  un  fiore  detto 
anemone  o anemolo.  (Fornaciari.) — 
».  7.  Rispkesca,  rinnova.  — ».  8. 

* Cuoco,  fiore  clic  ha  in  mezzo  un 
fiocco  diviso  in  tre  cordoni  di  color 
rosso  (ire  lingue),  cui  si  dà  il  nome 
di  zulTerano  (Fornaciari.!  Secondo  il 
mito.  Croco,  amante  di  Smilacc,  fu 
cangiato  dagli  dei  nel  fior  del  zaf- 
ferano. — Acauto  : anche  Virg.  dà 
all’  acanto  1’  aggiunto  di  riderne 

• Mixtaque  ridenti  eotocnsia  fumici 
acanlho.  • * Secondo  i Mitologi  mo- 
derni, fu  Viinfa  da  Apollo,  per  la 
sua  ritrosia,  mutala  nella  pianta  clic 
porta  quel  nome. 

Si.  80.  — ».  i.  Var.  Ni  mai  ve- 


eli:  D.  S.  V.  — ».  3.  * Le  più 
delle  st.  leggono  tovr'  eno  o tovru 
eeto:  noi  co’  Codd.  e con  qual- 
che ani.  ediz.  leggiamo  Sovkesso, 
che  qui  vuol  dire  al  di  sopra  : 
Dante:  sovr’  esso  l’acqua.  « E il 
colle  che  al  di  sopra  (cioè  al  di  sopra 
del  prato  innanzi  descritto)  alza  l'om- 
brosa chioma , ossia  la  cima  degli  al- 
beri (Fornaciari.)  > — ».  4.  • Né 
quella  (selva)  il  sole  lucente  co’ raggi 
batteva  » Odiss.  XIX.  * « ombra  per- 
petua clic  mai  Raggiar  non  lascia 
sole  ivi  nè  luna  » Purg.  XXVIII. 
Var.  u'  sol:  qualche  v.  st.  — ».  5. 
* Al  Dolce  c al  Semi,  dispiacque  E 
tolto  vel,  e sostituirono  E i mila  elee : 
ricordando  forse  l'oraziano  - cavis 
imposilam  iliccm  Saxis,  nude  loqua- 
ces  Lympli®  desiliunt...  » — ».  5. 
Spessi  baiii,  « spissa  ramis  laurea  » 
Oraz.  od.  — ».  5-8.  Preso  da  quel 
di  Clandiano  : • Haud  procul  inde 
locus...  Panditur,  et  nemorum  fron- 
doso margine  cinclus  Yicinis  pal- 
lescit  aquis:  admittit  in  illuni  Ccr- 
nentcs  oculos  et  late  pervius  liumor 
Ducit  iuolTensos  liquido  sub  gurgite 
visus,  Imaque  perspicui  prodit  se- 
creta profundi.  — * Gli  occhi  jio.v 
offesi  al  fosco  mesa.  Dante,  dcl- 
I’  acqua  del  ruscello  nel  Parad.  ter- 


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LA  GIOSTRA. 


16 


Ondo  nasce 
1*  acqua. 


L’acqua  da  viva  pomice  zampilla. 

Che  con  suo  arco  il  bel  monte  sospende  ; 

E per  fiorito  solco  indi  tranquilla 
Fingendo  ogni  sua  orma  al  fonte  scende: 
Dalle  cui  labra  un  grato  umor  distilla. 

Che  ’l  premio  di  lor  ombre  agli  arbor  rende  : 
Ciascun  si  pasce  a mensa  non  avara; 

E par  che  l’un  dell’ altro  cresca  a gara. 


Si 


varie  pian-  Cresce  1 abeto  schietto  e senza  nocchi  se 

Da  spander  l'ale  a Borea  in  mezo  Tonde; 

Elee.  ' L’  elee  che  par  di  mòl  tutta  trabocchi  ; 

Lauro.  E il  laur  che  tanto  fa  bramar  sue  fronde  : 
cipresso.  Bagna  Cipresso  ancor  pel  cervio  gli  occhi 


restre  « nulla  nasconde;  » il  Tasso 
di  una  fonie  « trasparente  sì,  clic 
non  asconde  Dell’  imo  letto  suo  va- 
ghezza alcuna.  » 

Si.  81.  — ».  4.  Claud vivo 

de  pumice  fontes  Roseola  moliilibus 
lambebant  graininn  rivis.  * Var. 
di  viva  : D.  S.  — ».  2.  * Cnn  coi» 
suo  arco  : Riferiscilo  alla  pomice 
che  formava  come  un  arco  (Fonia- 
ciari.)  — ».  3-4.  Catullo:  « Qua- 
lis  in  aeri!  pellucens  vertice  nion- 
lis  Rivus  muscoso  prosilit  c lapide; 
Qui,  cum  de  prona  pricccps  est  valle 
volutus,  Per  medium  densi  transit 
iter  populi.  » — * Pisceido  cotti  so» 
orma:  vuol  dire  die  scorrendo  lam- 
biva continuamente  una  riva  semi- 
nala di  pinti  fiori  (Fornaciari.)  Var. 
piangendo;  qualche  v.  st.,  fursc  per 
errore  tipograf.  c A : piegando  ; D.  — 
».  i.  * Al  foste,  cioè  alla  fontana 
nominata  al  v.  6 dell’ ottava  prece- 
dente ; la  (piai  fontana  si  formava 
dell'  acqua  ora  delta.  (Fornaciai1!.)  — 
».  5.  * Var.  deslilia  : vccch.  st.  A.  D. $. 
— ».  6.  Rende  il  premio  agli  alberi 
delle  loro  ombre  col  fecondarli  scor- 
rendo intorno  alle  loro  radici,  sic- 
ché crescano  più  fiorenti  e più  belli. 


Tasso,  Ger.  XVIII  : . Bagna  egli  («7 
canale  tf  un  fiume)  il  bosco,  e il 
bosco  il  fiume  adombra  Con  bel 
cambio  tra  lor  d’  umore  c d’  om- 
bra. » * Var.  Clic  premio  : D.  — ».  7. 
* Ciascun  albero  piglia  «ndrimen- 
to  dall’  indicato  ruscelletto.  (Forna- 
ciari.) 

Si.  82.  — ».  I.  Senza  nodo  6 
1'  abete  dal  mezzo  li.  giù,  onde  an- 
che Ovid.  « enodisque  abies  : » vers- 
ta cima  è nodos  c duro.  Tcofr.  lo 
chiama  lunghittimo  e diritto  torgen- 
le.  * F,  Virg.  « procera  abies.  » — 
».  2.  E coltivato  per  antenne  ed  al- 
beri da  navi.  Virg.  « Casus  abies 
visura  murino*.  » * Claud.  * apta 
IVelis  abies.  • Sannzz.  Arcad.  p.  I : 
» Quivi  senza  nodo  veruno  si  vede 
il  dirittissimo  abete  nato  a sostenere 
i pericoli  del  mare.  • Il  Monti  dice 
del  pino  (Fermi.  Ili)  : « A sfidar  nato 
s»  gli  equorei  flutti  D’ Africo  e 
il’  Euro  t tempestosi  assalti.  » — 
».  3.  • llex  piena  fuvis  » Claud. 
Ilapt.  Pros.  * Nelle  cavità  dell’ elee 
fanno  le  api  i lor  favi  (Fornaciari.) 
— ».  4.  * Allude  all’  uso  d’ incoro- 
nare di  alloro  i vincitori  e i poeti 
(Fornaciari.)  — ».  ó.  * Omesso  o 


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UDRÒ  PRIMO. 


47 


Con  chiome  or  aspre  e già  distese  c bionde 
Albero.  Ma  I’  alber  che  già  tanto  a Ercol  piacque 
platano.  Col  p|atan  trastulla  intorno  all’  acque. 

c™  Surge  robusto  il  corro  et  alto  il  faggio,  si 

tornio.  Nodoso  il  cornio,  e ’l  salcio  umido  e lento, 

olmo.  L’olmo  fronzuto,  e’1  frassin  pur  selvaggio: 

Il  pino  alletta  con  suoi  fischi  il  vento  : 

.\Yornio.  L’ avornio  tesse  ghirlandette  al  maggio: 


Ciparisso  fu,  secondo  i poeti,  un 
giovinetto,  il  quale,  avendo  sprovve- 
dutamente ucciso  un  suo  bel  cervo, 
venne  in  tanto  dolore  che  sarebbe 
morto,  se  Apollo  impietositone  non 
lo  mutava  nell’albero  di  questo 
nome  (Fornaciari.)  * ...  Gemit  i Ile 
tamen  ; munusque  supremum  Hoc 
petit  a superìs  ut  tempore  lugcat 
ornili  ...  Ingemuit,  tristisque  deus 
\Apollo)  : Lugebere  nobis,  lugebisque 
alios, aderisque  dolentibus;  inquit  • 
Ovid.  Met.  X.  — ».  6.  * Così  leg- 
giamo eoi  coild.  fior.;  col  cliig. 
[ediz.  rom.  1804];  coll’ Oliver,  per 
testimonianza  del  Betti  I.  e.  Male, 
dopo  l'Aldo,  la  Volg.  (eccetto  il  Dolce 
e il  Serm.  questa  volta  giudiziosi): 
Or  già  disine  e bionde.  A pro- 
posito di  die  il  Fornaciari  : « Vuol 
dire  che,  quando  Ciparisso  non  era 
albero  ma  garzone,  avea  le  chiome 
distese  e bionde:  ora  I’ ha  aspre. 
Le  comuni  st.  hanno  or  giù  invece 
di  e già:  errore  clic  ho  corretto  su 
quella  del  1503.»  Leggendo  come  il 
nostro  testo  c come  il  Fornaciari, 
risponde  il  v.  del  nostro  a quel  che 
dice  di  Ciparisso  Ovidio:  « Et  modo 
qui  nivea  pendebunt  fronte  capilli 
ilorrida  caesarics  fieri.  » — ».  7. 
* Arbor  leggono  con  A.  il  D.  e il 
S.  la  Volg.  e male.  Albero  è propria- 
mente il  pioppo,  onde  I’  Ariosto  (III, 
25)  : « Con  un  gran  ramo  d’  albero 


rimondo  ; » c il  Sanaiz.  « I'  altiero 
di  che  Ercole  innamorare  si  solea.  » 
Virg.  « Populus  Alcidie  gratissima  » 
c « Ilcrculetcquc  arbos  ombrosa  co- 
rona!. » — ».  8.  * Si  sa  che  i piop- 
pi e i platani  amano  i luoghi  umidi 
(.Fornaciari.)  « Platanus  rivo  gau- 
det  > Ovidio. 

Si.  83.  — ».  2.  * Lesto.  > Mi  fa 
meraviglia  che  a tutti  i vocabolarii 
manchi  la  voce  lento  nel  senso  in 
cui  i latini  dissero  lenta  viburno , 
lenta  genista ; nel  qual  significato, 
cioè  di  pieghevole,  flessibile,  è nel 
Polii,  st.  83  ; è nell’  Alani  Colliv. 

• la  lenta  ginestra  ...  il  lento  sal- 
cio; • è nel  Rucell.  « ...  lenti  sal- 
ci ; » è nell’Ariosto  XXIX  : • . . . molle 
e lenta  Una  macchia  di  rubi  e di 
verzura.  » E il  Molza. ..  « ramo  leg- 
giadretto  e lento.  » (Fornaciari,  note 
al  Disc.  del  soverchio  rig.  ile’  gram- 
matici.) il  Mauuzzi  inserì  nel  suo 
Vocabolario  gli  csempii  recati  dal 
Fornaciari;  a’  quali  polrcbbesi  ag- 
giungere un  del  Caro  che  traduce 
il  virgiliano  « lento  vimine  ramus  * 
con  • uu  lento  ramo.  * — e.  3. 

* Var.  più  selvaggio:  A.  D.  S.  Vulg. 
— ».  4.  Teocr.  « Dolce  un  susurro 
cotesto  pino....  risuona  ; ■ c Mosco: 

• spirando  forte  il  vento,  il  pino 
canta.  • * Var.  suo  fischio:  st.  — ».  5. 

* Avonvio,  cylisus  labarum,  fiorisce  a 
maggio,  pe’  monti,  con  grappoli  o 


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4}  LA  GIOSTRA. 

Acero.  Ma  l’ acer  d’ un  color  non  è contento  : 

l’alma  La  lenta  palma  serba  pregio  a’  forti  : 

EUera.  L’ oliera  va  carpon  co’  piè  distorti. 

'ite.  Mostronsi  adorne  le  viti  novelle  si 

D’ abiti  varii  e con  diversa  faccia  : 

Questa  gonfiando  fa  crcpar  la  pelle; 

Questa  racquista  le  già  perse  braccia  : 

Quella  tessendo  vaghe  c liete  ombrelle 
Apollo.  pur  cou  pampineo  fronde  Apollo  scaccia  ; 

Quella  ancor  monca  piange  a capo  chino. 
Spargendo  or  acqua  per  versar  poi  vino. 

Russo.  Il  chiuso  e crespo  busso  al  vento  ondeggia,  sa 

E fa  la  piaggia  di  verdura  adorna  : 


pannocchie  di  fiori  bianchi  e gialli 
spiovcnli  in  giù.  — v.  0.  * Forse  per- 
chè le  prime  foglie  che  inette  fuori 
son  rosse,  e passano  poi  al  verde  : 
o perchè,  come  nota  Plinio  (hist. 
nat.  XVI)  vi  son  più  generi  di  ace- 
ri : liannovene  dei  bianchi,  dei  ros- 
seggiami, hannovene  crispo  macu- 
larmiii  tinnir  su  (venati  a varii  co- 
lori.) — v.  7.  * lenta:  victoris  pre- 
mia palma:.  > Ovid.  Met.  « palina: 
pretium  victoribus  » jEn.  V.  * « la 
orientale  palma  dolce  ed  onora- 
to premio  de’  vincitori  « Satin.  Are. 
— e.  S.  * * Vos  quoque  flexipedes 
li  sedera  venistis  » Hot.  X.  F.  il 
Bembo,  Jul.  II.  poni.  « Infiexieque 
pedem,  Bacchica  serta,  hedera.  » 
L’ oliera,  secondo  i miti,  fu  imi  gio- 
vine saltatore  di  Bacco.  Cisso  ( cyssot 
è il  nome  greco  dell’edera),  che  ca- 
duto in  un  baratro  venne  cambiato 
in  quella  pianta.  Vnr.  piriti  fior- 
ii: D.  S. 

Si. 84. — e.  3.  Mettendo  gli  occhi.  «Et 
tcnues  rumpunl  tunicas  • Georg.  II. 
* Pene,  la  buccia.  — «•.  A.  * Var. 
perdale  braccia  ; A.  D.  S.  Volg.  Il 
eod.  oliver.,  secondo  la  testimonian- 


za del  Betti,  legge  conforme  a noi.  — 
* Braccia,  i rami,  specialmente  i mi- 
nori clic  spuntano  da’  più  gl  andi  : 
Virg.  Georg.  Il,  delle  viti:  ■ lune 
stringe comas,  lune  bradi ia  tonde:  > 
usano  questa  figura  anche  i prosa- 
tori Plinio  e Columella.  — v.  5.  • Et 
Icntae  texunt  umbracula  vites  » Virg. 
ecl.  IX.  * • Facean  riparo  a’  fervidi 
calori  De’  giorni  estivi  con  lor  spes- 
se ombrelle  • Ariosto,  VI.  — v.  6.' 
- suisque  Frondibus  ut  velo  photbeos 
submuvct  ignes  » Ovid.  Met.  V.  E 
Clami.  « IStc  tcneris  audet  foliis 
ndmittere  soles:  » lo  spagnolo  Die- 
go Hurtado  : « Las  sombras  que  al 
sol  qiiitan  sns  entradas  Con  los  ver- 
des  y enlrelexidos  ramos.  » * Var. 
pampinea  fronde : D.  — t>.  7-8. 
Mosca  : tronca  ; potala.  Le  viti,  allor- 
quando cominciano  a buttar  fuori, 
spargono  alcune  goccic  d’  acqua  che 
paiono  lacrime.  * Bembo,  Jul.  II. 
poni.  ■ Vinca  nec  lacrimas  falce 
reseda  dabat.  » 

Si.  85.  — 1>.  1-2.  Claudinno  * Fioc- 
inai hic  denso  crispata  cucumine 
huxus.  - — * Bisso,  o Bosso  come 
legge  la  volg-,  è il  buxus  semper  vi- 


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LIBRO  PRIMO. 


4‘J 


Mirto.  Il  mirto  che  sua  dea  sempre  vagheggia 
l)i  bianchi  fiori  e’ verdi  capelli  orna. 

Vari  ani  di  Ivi  ogni  fera  per  amor  vaneggia  : 

Montoni, Pc-  un  vèr  l’altro  i montoni  armon  le  corna; 

corolle.  I/un  l’altro  coza  c l’un  l’altro  martella 
Davanti  all’amorosa  pecorella. 

Giovenchi.  E’  mugghiami  giovenchi  a piè  del  colle  S3 
Fan  vie  più  cruda  c dispietata  guerra 
Col  collo  c il  petto  insanguinato  e molle, 

Spargendo  al  ciel  co’  piò  1’  erbosa  terra. 

Cignale.  picn  di  sanguigna  schiuma  il  cigliai  bolle. 

Le  larghe  zanne  arrota  e ’l  grifo  serra  ; 

E rugghia  e raspa,  e per  armar  sue  forze 
Frega  il  calloso  cuoio  a dure  scorze. 

rc»«  de'  botanici  (■  Pcrpcluoque  vi-  ra  aspra  e mortale.  > E G.  11.  Lu- 

rcns  buxus  • Ovid.  Mei.  X),  Ita  le  pini,  imitando  il  N.  A.  : « E ’l  mi- 

foglie  crespe  e i rami  cosi  folli  c sero  torci  non  mai  satollo  Insangui- 
slrelli  fra  loro  clic  non  si  distin-  nar  si  vede  il  pelto  c ’l  collo.  » — 
gnono.  — v.  3.  Si»  de».  Venere,  a v.  4-8.  • Spmnns  agii  ore  crucn- 

cui  era  sacro:  * Formostc  myrlns  las  • Virg. ; e altrove:  * Ipse  rnit 

Veneri  • Virg.  — i>.  6.  - Intcr  se  dentesqnc  salicilici»  exncuit  sus,  Et 
udversis  luctanlur  cornibus  • Virg.  pedo  prosubigit  trrram,  fricat  ar- 
Georg.  III.  i|0re  coslas,  Atipie  bine  nlquc  illinc 

5/.  86.  — o.  d-i.  » llli  altcrnantes  limneros  ad  vulnera  durai:»  Apol- 
mulla  vi  proclia  misccnt  Vuliicribus  lon.  I:  »...  rabidas  cxcolligit  iras 
crebris:  lavil  aler  corpora  sangui*  : Ore  prius  denlcsquc  acuii,  setaqnc 

Vcrsoquc  in  obuixos  tirgcnliir  cor-  ripenti  Horridus  in  dtiris  explorat 
nua  vasto  Cum  gemitìi  » Virg.  robora  truncis;  Spuma  per  obliquos 
Georg.  Ili:  c più  sodo,  del  giovenco  dilTuiiditur  albida  rictus.»  Ed  Esio- 
vinto  clic  preparasi  a nuove  pugne,  do,  nello  Se.  d’Èrcole,  con  più  eflì- 
» Et  Icmptat  sese  atque  irasci  in  cacia  : • ...  Quale,  nelle  boscose  valli 
cornila  discit  Arboris  obnixus  Irun-  d’  un  monte,  cignale  fiero  a veile- 
co,  venlosquc  laccssit  Iclibus  et  re,  co’ drilli  dalla  bocca  sporgenti, 
sparsa  ad  pugnato  proludi!  arena.  » volge  nell’  animo  combattere  con 
Il  Tasso,  Ger.  VII,  con  poca  divcr-  gli  nomini  cacciatori,  *e  aguzia 
silà  « ...  il  tauro....  Orribilmente  curvalo  il  candido  dente  : c la  spu- 
mugge,  e coi  muggiti  Gli  spirli  in  ma  d'intorno  la  bocca  a lui  ma- 
sè  risveglia  c Pire  ardenti;  E ’l  sticante  distilla,  c gli  ocelli  suoi  a 
corno  aguzza  ni  tronchi,  c par  clic  foco  splcndicnle  son  simili;  orrido 
invili  Con  vani  colpi  alla  battaglia  per  le  setole  dritte  sul  dorso  c in- 
i venti;  Sparge  col  piè  l’arena,  c torno  al  collo.  — 7.  Var.  ruggì  : 
il  suo  rivale  Da  lunge  sfida  a guer-  le  si.  • 

Ponzavo.  è 


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50 


LA  GIOSTRA. 


Daini.  Provon  lor  punga  e’  daini  paurosi,  st 

E per  l’amata  druda  arditi  fatisi  : 

Ma  con  pelle  vergata  aspri  e rabbiosi 
Tigri.  E’  tigri  infuriati  a ferir  vansi. 

Sbatton  le  code,  c con  occhi  focosi 
Leoni.  Ruggendo  i fier  lcon  di  petto  dansi. 
uisfia.  Zufolii  e soffia  il  serpe  per  la  biscia, 

Mentr’  ella  con  tre  lingue  al  sol  si  liscia. 

Cervio.  E1  cervio  appresso  alla  massilia  fera  ss 

Co' piò  levati  la  sua  sposa  abbraccia: 

Fra  1’  erbe  ove  più  ride  primavera. 

Conigli.  L'un  coniglio  coll’altro  s’accovaccia. 


St.  87.  — ».  t.  * Pu.vc»  : se  qui 
è in  mezzo  il’  un  verso  ed  è nel 
Villani  scrittore  di  prosa,  Dante  non 
l'usu  dunque  per  necessità  di  rima, 
come  vogliono  i benemeriti  coliteli- 
latori.  Vero  clic  pugna  leggono  A.  D. 
S.  Volg.  — n.  3.  VnnoTE  si  dicono 
le  tigri  per  essere  clic  indonniate  e 
fregiale  di  alcune  pezze  oblique  c 
a traverso  a guisa  di  verghe.  Così 
Scncc.  llvpp.  • virgatas  India  tigres 
Decolor  liorret:  » e Sii.  Dal.  Puuic.  I: 
« virgolo  corporc  tigrim.  » Di  qui 
prenda  occasione  il  lettore  di  cor- 
reggere quel  luogo  di  Claud.  nel  I 
De  tatui.  Slit.  che  dice  • quis  Stili- 
elione  prior  ferro  penetrare  Iconcs 
Cunmms.  an t longc  virgo  Iranslìgerc 
tigres?  » e legga  » ...  longe  vir- 
gatas lìgerc  tigres.  » — r.  5.G.  l’etr. 
• Non  con  altro  rumor  di  petto  dansi 
Duo  lier  leoni.  » E G.  11.  Lapilli  : 
■ Ruggendo  il  fìcr  lcon  d’ orgoglio 
pieno  Coir  focosi  ocelli  contro  l’al- 
tro viene:  Datisi  di  petto.»  Stuzio, 
Tlicb.  VI  : • ...  rumpunt  obnixn  fu- 
miteli Declora:  » Esimio,  nell’as- 
salto di  Ercole  c Ciato  : ■ ...  Come  due 
leoni,  per  una  uccisa  cerva,  I'  uno 
all’altro  irati  si  fanno  impelo  ad- 
dosso ; c crudele  fra  essi  ruggito  c 


sgretolar  di  denti  sollevasi.  » — e.  7. 
Zi'fola  : fischia  : propriamente  de'ser- 
penti.  • Il  serpente  zufolando  in- 
gannò Èva  » VV.  SS.  PP.  * Var. 
Zaffala:  D.  S e qualche  st.  più  re- 
cente. — v.  8.  Virg.  i€n.  Il  : » Ar- 
duus  ad  solem  linguis  micat  ore  tri- 
sulcis.  » Tosso  : • Qual  serpe  fier 
che  in  nuove  spoglie  avvolto  D’  oro 
fiammeggi  c incontro  al  sol  si  li- 
sce. « Ariosto,  X : ■ 0 clic  stia  so- 
pra un  nudo  sasso  al  sole,  Dove 
le  spoglie  d'  oro  abbclla  c liscia.  • 
* Non  posso  starmi  dal  riferire  que- 
sti versi  di  una  antica  Descrizione 
delle  ore  delle  giornale  di  estate, 
dove  sono  parecchie  rimembranze 
del  Poliziano:  • Leva  la  testa  sn 
alto  la  biscia,  E con  I'  occhio  pru- 
dente guarda  intorno,  Poi  fra’fioretti 
c l’ erbe  si  si  liscia.  » 

St.  88.  — v.  1.  Ovid.  * Et  sletil 
in  saxo  proxima  cerva  leete:  » E 
Claud.  «Massylam  cervi  non  timucre 
iubam.  » * Missili  fero  : il  Icone,  cosi 
detto  dalla  Jlassilia,  parte  della  Libia, 
chiamata  do  Orazio  • leonum  Arida 
nulrix.  » — v.  3.  * PiujiiVEfu.'  lo 
verdura  c i fiori  che  nascono  di 
primavera.  Dant.  Pornd.  « ...  rive  Di- 
pinte di  mirabil  primavera,  • c Chia- 


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LIBRO  PRIMO. 


51 


Le  semplicette  lepre  vanno  a schiera 
Da’  can  sicure  all’  amorosa  traccia  ; 

Si  l’odio  antico  e ’l  naturai  timore 
Ne’ petti  ammorza,  quando  vuole.  Amore. 

Vari  atti  di  E’  muli  pesci  in  frotta  van  notando  £3 

Drento  al  vivente  e tenero  cristallo, 

E spesso  intorno  al  fonte  roteando 
Guidon  felice  e dilettoso  ballo  ; 

Tal  volta  sopra  l'acqua,  un  po’ guizando. 

Mentre  l’un  l’altro  segue,  escono  a gallo: 

Ogni  loro  atto  sembra  festa  e gioco; 

Nò  spengon  le  fredde  acque  il  dolce  foco. 

Augelli.  Gli  augelletti  dipinti  in  tra  le  foglie  co 

Fanno  l’ aere  addolcir  con  nove  rime  ; 


lir.  • La  più  soave  primavera  mie- 
te. • — ».  5.  Virg.  ccl.  8:  • Cuin 
canibus  timida:  venicnt  ad  ponila 
dama*,  » e Clami.  - Coiicordcs  va- 
ria lodimi  cum  tigride  dumee.  » 

* Var.  Semplicette  capre : un'antica 
ediz.  e A.  D.  S.  Volg.  Il  Belli  osserva  : 

• Ni  le  lepri  serbano  niuua  cagione 
di  guerra  coi  cani...  il  die  delle  ca- 
pre non  può  già  dirsi...  Vuoisi  inol- 
tre sapere  clic  le  lepri  erano  appun- 
to consecrate  ad  Amore  ed  a Venere  ; 
anzi  ne  Tacevano  il  simbolo...  Filo- 
slruto  I delle  Immagini...  fìnse  unn 
lepre  die,  in  bel  giardino  c sotto  un 
albero  di  pomi  pascendo,  dava  di  sé 
diletto  ad  una  schiera  di  allegri  Amo- 
rini. • E T oliv.  c il  cliig.  (ediz  rom. 
I SO  i)  legge  lepri.— v.  7.  Var  .ad  amo- 
rota:  qualche  v.st.  — 7-8.  Imit.  forse 
da  quel  d'Oraz.  -sicvisum  Veneri,  cui 
placet  imparcs  Formas  alquc  animos 
sub  iuga  abenea  Stevo  mi tlcrc  cum 
ioco.  » Carni.  I,  35.  — L’  Ariosto, 
sulle  tracce  del  Poliz.  • Fra  le  pur- 
puree rose  e i bianchi  gigli  Che 
tiepid’  aura  freschi  ognora  serba, 
Sccuri  si  vedenti  lepri  c conigli  E 


cervi  con  la  fronte  alta  c superba: 
Senza  temer  che  alcun  gli  ancida  o 
pigli  Pascono  e stansi  ruminando 
l’erba:  Saltano  i daini  e i capri 
snelli  e destri  Che  sona  in  copia  in 
quei  luoghi  campestri.  • 

St.  89  — ».  2.  Viveste.  Virg. 
« vivique  lacus.  » — Cristallo, 
l'acqua,  per  lo  splendore.  Il  Petr. 
chiamò  cristallo  le  lagrime  di  Lau- 
ra. — ».  3.  Roteavo®  : roteggiando. 
facendo  rote,  girando  (spagli,  rodeo»  ) 
— ».  4.  * Dallo.  Anacr.  pone  intor- 
no a Venere  i delfini  ballanti.  » — 
».  6.  * A callo:  a galla. — r.  8.  * Ri- 
corda un  epigr.  dell’ Antol.  cosi  tra- 
dotto dall’  Alain.  « Chi  scolpio  già 
fra  questi  fonti  Amore,  Pensò  spe- 
gner con  l'acqua  il  suo  calore.  • 
Si.  90.  — e.  i.  Augelletti  dipisti. 
Virg.  * pictteque  volucres;  • el'Alam. 
• E i dipinti  augelletti  a lei  din- 
torno Salutavan  cantaudo  il  nuovo 
giorno.  • * Var.  ripinti:  A.  I).  S.  — 
».  2.  Virg.  «...  variteque  circum- 
que  supraque  Assuela:  ripis  volucres 
et  fiuininis  alveo  Altera  mulcebant 
cuulu.  • * Var.  Fan  l'aere:  A.  S. 


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E fra  più  voci  un’  armonia  s’ accoglie 
Di  si  beate  note  e sì  sublime. 

Che  mente  involta  in  queste  umane  spoglie 
Non  patria  sormontare  alle  suo  cime  : 

E dove  amor  gli  scorge  pel  boschetto, 
Salton  di  ramo  in  ramo  a lor  diletto. 


Passera 

Paone. 

Colombi. 

Cigni. 

Tortori. 

Pappagalli. 


Al  canto  della  selva  Eco  rimbomba  : 
Ma  sotto  l’ombra  che  ogni  ramo  annoda 
La  passeretta  gracchia  e attorno  romba  : 
Spiega  il  pavon  la  sua  gemmata  coda  : 
Dacia  il  suo  dolce  sposo  la  colomba; 

E bianchi  cigni  fan  sonar  la  proda  : 

E presso  alla  sua  vaga  tortorella 
11  pappagallo  squittisce  c favella. 


91 


Cupido. 

Amori. 


Quivi  Cupido  e’  suo’  pennuti  frati. 
Lassi  già  di  ferir  uomini  e dei. 


92 


Volg.  Il  Cliig.  (ediz.  roin.  4801)  leg- 
ge conforme  n noi.  — * Rime  : cau- 
li. Dante,  l'nrg.  XXVIII:  • gli  au- 
gelletli...  con  piena  letizia  I'  ore 
prime  Cantando,  ricevendo  intra  le 
foglie  Clic  lenevnn  bordone  alle  sue 
rime.  - — ».  6.  * Meloforic.  vuol 
dire  clic  pensiero  umano  non  arriva 
a comprenderne  tutta  l'alta  dolcezza 
(si  beute  note  c sì  iitblime.)  — e.  8. 
Saltai  di  iiaho  is  lituo.  Teocrit.  • vo- 
lano in  ramo  da  ramo.  » * Var.  al 
lor  diletto:  vcccli.  si. 

Si.  9t.  — t>.  t.  * Casto  della  sel- 
va : il  canto  degli  uccelli  su  gli  al- 
beri della  selva  trasportato  alla  selva 
stessa  : cosi,  anche  più  arditamente, 
il  Pindcin.  • La  valle  mugolar,  be- 
lare il  colle.  • — ».  2.  Oraz. 
Cur.  Il,  3 : • Uinbrnm  hospilnlcm 
consociare  amaut  Ramis.  • — ».  3. 
* Romba.  Rombare,  per  similitudine 
fare  strepilo,  ronzio,  rumore  o grave 
sibilo  (quasi  quello  clic  fanno  le  ve- 
spe le  pecchie  i calabroni  ed  anche 
le  cose  lanciale  e trutte  per  aria  con 


violenza.)  Giunte  veronesi.  Anche  il 
Caro  lo  dice  di  un  uccello:  «...  ven- 
ne coti  l’ ali  rombando  a striscia- 
re. • Am.  past.  — ».  4.  Fedro  : « Gcm- 
meam  caudum  csplicas.»  Marz.  ■ Geni 
Hiatus  explicat  ulas.  . — ».  5.  Ovili. 
Amor.  II,  7 : « Oscula  dat  cupido 
blanda  columba  mari  ; • c il  Tasso, 
Aui.  « Mira  là  quel  colombo  Con 
che  dolce  snsurro  lusingando  Bacia 
la  sua  compagna.  » — ».  C.  Phoda, 
estremità  litlorulr,  particolarmente 
di  letto  di  limile.  * Var.  / bianchi  : 
Comin.  c Volg.  — ».  7-8.  Che  il  pap- 
pagallo si  unisca  alla  tortora  viene 
asserito  da  Plinio  : onde  Ovidio  nella 
lettera  di  Solfo  a Faone  : • Et  niger 
a viridi  turtur  aniatur  ave.  > Squit- 
tisce: Squittire , stridere  interrotta- 
mente  e con  voce  sottile  e senta  ; ed 
è proprio  dei  bracchi  quando  levano 
o seguitano  le  fiere-.,  e per  simili- 
tudine si  trasferisce  all'  uomo  e ad 
altri  animali.  V.  C. 

St.  92.  — ».  4.  Tessuti  Fsati  : 
• Pinnuti  passim  pueri  » Claud.  — 


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t.IBRO  PRIMO. 


Venero. 
Pesile»,  una 
■Ielle  tre 
Grazie,  mo- 
glie del 
Sonno. 


Preudon  diporto,  e con  gli  strali  aurati 
Fan  sentire  alle  fere  i crudi  omei: 

La  dea  Ciprigna  fra’  suoi  dolci  nati 
Spesso  se’n  viene  e Pasitea  con  lei, 
Quetando  in  lieve  sonno  gli  occhi  bolli 
Fra  l’ erbe  e’  fiori  e’  giovani  arboscelli. 


Move  dal  colle  mansueta  e dolce 
La  schiena  del  bel  monte,  c sovra  e’  crini 
Palazzo  di  D’  oro  c di  gemme  un  gran  palazo  folce 

Venero.  Sudato  già  nei  ciciiian  cammini. 

Le  tre  Ore  che  ’n  cima  son  bobolee 
Pascon  d’  ambrosia  i fior  sacri  c divini  : 


95 


v.  .1  » Omei  : in  forza  di  sostimi,  muse, 
pltii*. ; lamenti,  esclamazioni  di  dolo- 
re. Cosi  i vocabolari:  ina  qui  sta 
veramente  per  tintori  o pene  ; come 
in  quel  del  Morganlc:  «...  l'ampa- 
tona  fu  acquistata  Dopo  tanti  trava- 
gli e tanti  onici.  » — r.  5.  * Nati, 
tigli-,  alla  Ialina:  Dante:  • Israel 
con  suo  padre  e con  suoi  nati.  « — 
v.  7.  Lieve  sosto:  ■ Sotnnos  quod  iu- 
vitel  leves  • Oraz.  — p.  8.  • Mol- 
lesque  sub  arbore  solimi  » Virg. 
* Vai-,  e pori  e giovani : A.  D.  S. 
Volg. 

Si.  93.  — i*.  t , * Move:  movere 
per  aver  principio  od  origine,  co- 
minciare, dicesi  delle  vie,  de’  fiumi, 
ile' monti:  • da  imo  della  cerchia 
scogli  Moven  » Inf.  XVIII.  — * Mam- 
SUETA,  per  inctaf.  vale  di  facile  pen- 
dio. Voc.  Tram.  — * Dolce  : par- 
lando di  monte,  salila,  scala  c si- 
mili, vale:  poco  ripida,  che  non  c 
cria,  clic  si  può  salire  agiatamente. 
V.  C.  — v.  2.  Sciolta  del  bei.  mot- 
te. Livio  • dorsum  monti#:  » c 
Dante  « spalle  del  monte.  — * So- 
piia  i crisi,  su  l’ estrema  cima.  — 
v.  3.  « Lemnius  linee  (gli  atrii  di 
Venere)  gcmniis  cxtruxil  et  auro  > 
Claud.  — * Falce:  voce  lai.  da  folcire 


(alt.  e ncul.  pass.),  regge,  sostiene  : 
trovasi  usato  metaforicamente  dagli 
antichi  : saffo! cere  e su/fulgere  e loro 
parlicipii  sono  in  Dante  c nell’ Ario- 
sto. — v.  4 Sedati  : latinamente,  per 
lavorali,  fabbricali:  Claud.  * ...  su- 
dala merito  Fibula.  • Melasi,  nel 
Demof.  «...  serici  animanti  Sudati 
già  dalle  sidonie  ancelle.  • — Cici- 
liaii  cambiti  : «...  siculis  mi  confor- 
mata caniinis  Kfligics  > Stazio,  Sel- 
ve. * Vnr.  Siciliani  D.  S.  Camini, 
latinamente,  fornaci:  « Cyclopum 
exesa  cumiuis  Antro  settica  lonunl  « 
,Eii.  Vili.  Si  sa  che  le  fucine  di  Vul- 
cano erano  poste  dal  mito  nelle  re- 
gioni di  formazione  vulcanica,  c spe- 
cialmente fra  la  Sicilia  e l' Eolia 
nelle  isole  di  Lipari.  — «.  5.  Bobol- 
cb  (fein in.  pini*,  di  bubulcus,  bi- 
folcoi)  : La  Cr. , a quel  verso  dr 
Dante  che  fòro  A seminar  quaggiù 
buone  bob-dee,  spiega  buone  lavora- 
trici. * Qui  par  debba  intendersi 
coltivatrici.  Vnr.  bibolce  ; qualche  st. 
uni.  A.  e S.  : bifolco.  D.  — * Pasco* : 
nutrono  iimaflìando.  «...  l’aura  dolce 
c quieta  Pasceva  di  rugiada  i fiori  • 
ftcui vieni.  — 7-8.  Tasso,  Ger.  XVI: 
« Coi  fiori  eterni  eterno  il  frutto 
dura,  E mentre  spunta  T un  V altro 


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LA  GIOSTRA. 


Né  prima  dal  suo  gambo  un  se  ne  coglie, 
Ch'  un  altro  al  ciel  più  lieto  apre  le  foglie. 

^nan*iìa»?ia  Raggia  davanti  all’  uscio  una  gran  pianta, 
porla  dei  Che  fronde  ha  di  smeraldo  e pomi  d’oro; 
a fa'ianVa  ^ pomi  che  arrestar  ferno  Atalanta, 

Che  ad  Ippomeue  dienno  il  verde  alloro, 
filomena.  Sempre  sovr’  essa  Filomena  canta  ; 

Sempre  sott’essa  ò delle  Ninfe  un  coro: 
Spesso  Imeneo  col  suon  di  sua  zampogna 
Tempra  lor  danze,  c pur  le  noze  agogna. 

La  regia  casa  il  sereno  acr  fende. 
Fiammeggiante  di  gemme  e di  fino  oro. 

Che  chiaro  giorno  a meza  notte  accende: 

Ma  vinta  è la  materia  dal  lavoro. 


94 


95 


matura.  > — ».  8.  Cosi  leggiamo 
coi  codd.  fior.,  coll’  oliverian»,  per 
testimonianza  del  Beiti,  loc.  eli.,  col 
cliig.  (ediz.  rom.  1 804ì  : ma  D.  e S. 
legg.  vago  al  ciel  upre  tue:  c ul  del 
più  apre  le  tue.  A.  e Volg. 

Si.  94.  — ».  4 2.  Arboreo:  fron- 
des  aaro  radiante  nitenles  Ex  auro 
ramos,  ex  auro  poma  ferebant.  • 
Met.  IV.  * È la  pianta  del  cedro 
clic  cresceva  negli  Orti  Esperidi  di 
Atlante  ; cosi  descritta  anche  dal- 
I’  Alamanni,  Fav.  All.,  conforme 
al  nostro:  « Non  conosciuta  ancor 
dal  mondo  allora,  La  pianta  eletta 
clic  pur  d’  oro  i pomi  E di  fini 
smeraldi  avea  le  froudi:  » e quindi 
trasportata  a Cipro  nel  campo  Ta- 
masco  sacro  a Venere,  dove  la  ri- 
pone anche  Ovidio  • ...  medio  vi- 
ve! arbor  in  arvo,  Fulva  comus,  fulvo 
rninis  crcpitantihus  auro.  * — v.  3. 
* Var.  E pomi:  A.  D.  S.  Volg.  : fero 
D.’-S.  ferito.  A.  Voi.  — ».  4.  * Var. 
E ad  Ippomeue  diero  : D.  S.  * Ata 
casta  fu,  secondo  i poeti,  bellissi- 
ma giovane  che  non  volca  concedersi 
in  moglie  se  non  a chi  vincesse  nel 


corso  lei  velocissima  : Ippomeue, 
preso  d’amor  per  lei  e disperato 
dell’  ottenerla,  si  rivolse  a Venere  ; 
che  gli  dii  tre  pomi  d’  oro  di  quelli 
del  suo  giardino  di  Cipro.  Il  giova- 
ne, venuto  a correre  io  prova  con 
Atalanta  e non  potendo  aggiungerla, 
le  gittò  innanzi  un  di  quei  pomi  : 
fermatasi  a raceórlu  fu  trapassata 
da  Ippomcne.  — * Verde  alloro,  la 
vittoria.  — r.  5.  * L'  Alani.,  della 
stessa  pianta  : • La  suora  e Progne 
Non  trovarmi  già  mai  più  degno  al- 
bergo. • Var.  tovretso:  Cod.  ricc. 

— ».  6.  * Var.  sonetto  : Codd.  ricc. 

— ».  8.  Tempra  : regge,  ordina,  di- 
spone. 

St.  95.  — ».  2.  •Regia  solis...  Cla- 
ra micante  auro  » Mct.  II.  L’ Ariosto 
tolse  di  peso  un  verso  da  questa  otta- 
va: • Sorge  un  palazzo  in  mezzo  alla 
verdura,  Fiammeggiante  di  gemme  c 
di  fin  oro.  • — ».  2-4.  * • Lemnius 
liaec  elium  gemmis  extruxit  et  auro, 
Admiscens  arteni  prelio  • Claud.  — 
».  4.  * < Malcriam  superabat  opus  » 
Slet.  IL  II  Tasso,  Gcr.  XVI,  tolse  di 
peso  questo  verso:  • Che  vinta  è 


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UDRÒ  PRIMO. 


Sopra  colonne  adamantine  pondo 
Un  palco  di  smeraldo,  in  cui  già  fòro 
steropo.  Aneli  e stanchi  dentro  a Mongibollo 
Brente.  Sterope  c Bronte  et  ogni  lor  martello. 

Le  mura  a torno  d’  artificio  miro 
Forma  un  soave  c lucido  berillo. 

Passa  pel  dolce  orientai  zaffiro 
Nell’ ampio  albergo  el  dì  puro  e tranquillo:, 
Ma  il  tetto  d’oro,  in  cui  l’ estremo  giro 
Si  chiude,  contro  a Febo  apre  il  vessillo: 
Per  varie  pietre  il  pavimento  ameno 
Di  mirabil  pittura  adorna  il  seno. 


Che  sculture 
sieno  nelle 
porte. 


Natura  ili 
Venero. 


Mille  c mille  color  formon  le  porte 
Di  gemme  e di  sì  vivi  intagli  chiare. 

Che  tutte  altre  opre  sarien  roze  c morte 
Da  far  di  sé  natura  vergognare. 

Nell’  una  è insculta  la  infelice  sorte 
Del  vecchio  Cielo;  e in  vista  irato  pare 


oo 


9G 


97 


la  materia  dal  lavoro.  — r.  ó-C. 
» Solidoque  adamante  columme  > 
jEn.  VI  ; e Stazio  • Pendoni  innume- 
ris  fastigio  nixa  coluninis.*  * Claud. 
« ...  trabiliusque  smarngdis  Sup- 
posuit  csesas  liyoeinthi  rupe  colum- 
t,as.  , — 6-8.  Preso  da  quel  di  Stai, 
nelle  Selve  : • Effigics  lassum  Stero- 
pem  Brontemquc  reliquie  • E Claud.  I. 
Rap.  Pros.  * ...  nullum  tanto  su- 
dore Pyracmon  Nec  Sterops  con- 
fluxit  opus.  • * E Sidou.  A poli., 
cantando  pur  della  casa  di  Venere: 
« Lemnius  illic  Ceu  templum  lusit 
Veneri,  fulmenque  relinqnens  Rider- 
rugineus  fumavi!  stepe  Pyracmon  » 
Epitli.  Rur.  et  Ib. 

Si.  96.  — ».  2.  - Beryllo  parics  • 
Claud.  — ».  3.  ■ Dolce  color  il’o- 
rlcntal  zaffiro  ■ Purg.  I.  * Var.  del 
dolce:  A.  — * Di,  la  luce:  come 
giorno  nell’  Ariosto;  c nel  Tasso  * un 
negro  velo...  rapisce  il  giorno  e il 


sole.  — ».  5.  * Var.  Iella  d’oro: 
leggono  le  st.  ma  pormi  non  se  ne 
cavi  senso.  — * Cibo,  della  casa  ; l’ ul- 
timo piano.  — * Vessillo  : il  tetto 
a foggia  di  padiglione.  — 7-8.  Mo- 
saico. 

Si.  97.  — r-,  t.  * Mille  e mille 
cOLon:  pietre  di  colori  vnrii:  come 
Dante,  dei  fiori,  allo  latina  « Traen- 
do più  color  con  le  sue  mani,  Clic 
I'  alta  terra  senza  seme  gitta,  • — 
».  3.  * « Qual  ili  pcnnel  fu  maestro 
o di  stile.  Clic  ritraesse  1’  ombre  e 
gli  atti,  eli’  ivi  Mirar  farieno  ogn’  in- 
gegno sottile?  » Purg.  XII.  — ».  A. 
* Tanto  belli  e vivi  erano  quelli  in- 
tagli, elle  nvrebbon  fatto  vergognarsi 
delle  opere  sue  la  stessa  natura.  Dan- 
te : « intagli  lai,  che  non  pur  Poli- 
clcto  Ma  la  natura  li  avrebbe  scor- 
no ■ Purg.  X.  — ».  5.  * Var.  scaltri : 
le  st.  — ».  6.  Var.  Celio:  le  st.  Di 
clic  il  Belli:  ■ Perché  non  tornò  .il 


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Sii  LA  GIOSTRA. 

Suo  figlio,  o con  la  falce  adunca  sembra 
Tagliar  del  padre  le  feconde  membra. 

Ivi  la  Terra  con  distesi  ammanti  gs 

Par  che  ogni  goccia  di  quel  sangue  accoglia; 
Onde  nate  le  Furie  e’ fier  Giganti 
Di  sparger  sangue  in  vista  mostrnn  voglia. 

D’  un  seme  stesso  in  diversi  sembianti 
Paion  le  Ninfe  uscite  sanza  spoglia. 

Pur  come  snelle  cacciatrici  in  selva. 

Gir  saettando  or  una  or  altra  belva. 

Nel  tempestoso  Egeo  in  grembo  a Teti  co 
Si  vede  il  fusto  genitale  accolto 
Sotto  diverso  volger  di  pianeti 
Errar  per  I’  onde  in  bianca  schiuma  avvolto; 

E dentro  nata  in  atti  vaghi  e lieti 
Una  donzella  non  con  uman  volto. 

Da’  zefiri  lascivi  spinta  a proda 
Gir  sopra  un  nicchio  ; c par  che  ’l  ciel  ne  goda. 

Vera  la  schiuma  e vero  il  mar  diresti,  100 
E vero  il  nicchio  e ver  soffiar  di  venti: 


Mnniiucci)  alla  sua  lezione  legitti- 
ma anche  lo  sconcissimo  Celio  che 
invece  <li  Ciclo  trovasi  in  tutte  le 
stampe  ...  1 li  egli  passibile  clic  un 
idiotismo  cosi  sconcio  e ridicolo 
cader  potesse  dalla  penna  del  Po- 
lii. ?...  Certo  no  : ed  il  Cod.  oliver. 
n’  è apertissimo  testimonio.  » E i 
Cositi,  fior.;  aggiungiamo.  — Cielo, 
il  più  antico  di  tutti  gli  dei,  figlio 
dell’  Acre  c della  Terra:  fu  mutilalo 
ila  Saturno  suo  figlio,  e di  questa 
mulilazione  nacque  Venere. 

5/.  9S. — r.  I.  * Var.  Co’ dittali. 
Cod.  ritte.  "1576.  — t>.  1-7.  Esiodo, 
Teogon.  - Quante  goccio  spruzzarmi 
fuora  di  sangue,  tutte  accolse  la  Ter- 
ra.... Produsse  e le  Erini  potenti  ; c i 
granili  giganti, d'armi  lampeggianti, 
lunghe  aste  alle  mani  aventi  ; c le 


ninfe  che  Ilici ie  chiamano  su  I’  im- 
mensa terra.  ■ 

St.  09.  — v.  1.  * Var.  nel  grembo: 
D.  S.  — ».  i.  * Var.  Erra:  D.  — 
e.  1-7.  Esiodo,  Tcog.  * I genitali.... 
cran  portali  pel  mare  lungo  tempo: 
c intorno  bianca  spuma  dall’  immor- 
lal  corpo  sorgeva:  e in  quella  una 
fanciulla  nutrissi  : e primieramente 
a Citerà  divina  navigava  ; quindi  poi 
pervenne  a Cipro  intorno  irrigata.  » 
-r-  r.  7-8.  In  un  inno  omerico  a Ve- 
nere : « Cipro...  ove  lei  di  zelilo  la 
forza  umido  spirante  trasportò  per 
1’  onda  del  molto  strepitoso  mare  ili 
molle  spuma.  » 

St.  100.  — r.  1.  « Frela  vera 
putarcs  « Mei.  VII!.  * Vur.  direste : 
A.  D.  S.  Volg.  e sotto  nelle  rime  cor- 
rispondenti vedreste , reste.  — c.  2. 


Saturno. 

Terra. 


Furie,  Gi- 
ganti. 


N irife. 


Ili  che  nacque 
Venere. 
Mar  Egeo. 


Venere sopra 
un  nicchio. 


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UDRÒ  PRIMO. 


57 


La  don  negli  occhi  folgorar  vedresti, 

E ’l  ciel  ridergli  a torno  c gli  elementi  : 

I/Ore  premer  l’arena  in  bianche  vesti: 

I,’  aura  incresparle  e’  crin  distesi  c lenti  : 

Non  una  non  diversa  esser  lor  faccia, 

Come  par  che  a sorelle  ben  confaccia. 

Giurar  potresti  che  dell’  onde  uscisse  tei 
La  dea  premendo  con  la  destra  il  crino. 

Con  l’altra  il  dolce  pomo  ricoprisse; 

E,  stampata  dal  piè  sacro  o divino, 

D’  erbe  e di  fior  la  rena  si  vestisse  ; 

Poi  con  sembiante  lieto  c peregrino 
Dalle  tre  ninfe  in  grembo  fusse  accolta, 

E di  stellato  vestimento  involta. 

Questa  con  ambe  man  le  tien  sospesa  102 
Sopra  1’  umide  trecce  una  ghirlanda 
D’  oro  e di  gemme  orientali  accesa  : 


* Cosi  i Codd.  riec.,  tc  v.  st.,  c il  Cod. 
oliver.  citalo  dal  Delti.  Ma  A.  1).  S-  e 
la  Volg.  tengono  : Il  nicchio  ver, 
acro  il  noffìtir  de’  velili.  — t>.  3. 
« Fulgorai  illa  ocutis  ■ Propcr.  — 
e.  4.  * Vur.  riderle  : A.  D.  S.  Vulg.  — 
i».  5.  * Var.  L’  Onn r....  Umica  vede  : 
A.  D.  S.  L’ ore....  biniiclic  vette:  Co- 
rnili. Yolg.  Anelic  nell’  inno  omerico 
mettonsi  intorno  a Venere  emergente 
le  Ore.  — v.  6.  * Var.  incretpar  li 
crin  : A.  I).  S.  Volg.  — * Latri,  non 
raccolti,  non  stretti  in  nodo.  — r.  7-8. 

• ...  Facies  non  omnibus  una  Nec 
diversa  tunica,  qualcni  decct  esse 
so  nini  ni  » Mct.  II.  — t>.  8.  * Var. 
ti  con  faccia  : Cod.  cliig.  (ediz.  rom. 

1804). 

Si.  101.  — v.  2.  In  un  cpigr. 
dell'  Anlol.,  trad.  da  Ausonio,  De 
Veli,  anadyom.  : ■ L't  complexa 
manu  madido*  salis  sequore  crine* 
llumidulis  spunias  stringil  utraijuc 
comi*.  * — t».  3.  * É l’ atteggia- 


mento della  Venere  medicea.  — 
v.  4-5.  * Esiodo,  Tcog.  « E lisci  la 
veneranda  bella  dea,  c intorno  l’ erba 
sotto  i piè  dilicati  cresceva.  » Var. 
D’erba:  le  si.  — 6-8.  Nell' inno 
omerico  a Ven.  ■ ...  E lei  le  d’  au- 
ree bende  insigni  Ore  accolsero  lie- 
tamente, c intorno  ambrosie  vesti 
vestironlc.  • Il  N.  in  vece  delle  Ore 
mette  le  Ire  Grazie. 

Si.  102.  — i>.  2.  Nel  cit.  inno 
onier.  : « E sul  capo  immortale 
una  corona  beo  fatta  posero,  bella, 
aurea;  c nelle  forale  orecchie  un 
ornamento  di  oriculco  c d’  oro  pre- 
zioso; c,  intorno  al  collo  dilicato  c 
al  petto  argenteo,  di  monili  aurei 
l’ adornavano  ; dei  quali  pur  esse  Ore 
d’  auree  bende  insigni  ornate  sono, 
<|iiando  vanno  al  coro  amabile  degli 
ilei  c alle  case  del  padre.  • — Omts- 
tau.  Le  gemine  il’  oriente  sono  le 
più  preziose.  Tib.  Il,  11;  - ...  gem- 
niaruni  •iui<lv|iiivl  felieibus  undis  Na- 


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LA  GIOSTRA. 


5$ 

Questa  una  perla  agli  orecchi  accomanda  : 

L altra  al  bel  petto  e bianchi  omeri  intesa 
Par  che  ricchi  monili  intorno  spanda. 

Do'  quai  solean  cerchiar  lor  proprie  gole 
Quando  nel  ciel  guidavon  le  carole. 

Indi  paion  levate  in  vèr  le  spere  ios 

Seder  sopra  una  nuvola  d’ argento  : 

L’ aer  tremante  ti  parria  vedere 
Nel  duro  sasso,  c tutto  '1  ciel  contento; 

Tutti  li  dei  di  sua  beltà  godere 
E del  felice  letto  aver  talento; 

Ciascun  sembrar  nel  volto  meraviglia. 

Con  fronte  crespa  e rilevate  ciglia. 

Vulcano  ma-  Nello  estremo,  se  stesso  il  divin  fabro  104 
rito  di  ve-  formò  felice  di  si  dolce  palma. 

Ancor  della  fucina  irsuto  e scabro. 

Quasi  obliando  per  lei  ogni  salma. 

Con  desire  aggiugnendo  labro  a labro. 


scitur,  eoi  qua  maris  linda  rubet:  » 
v.  il  Pclr.  * Nè  gemma  orientai,  nè 
forza  d’auro.  » — * Accesa:  illu- 
strata, alla  lat  Silio  : « Ei  gemmis 
galeam  et  clypeum  accenderai  au- 
ro. • — ».  4.  * Var.  Quella  uno  perla  : 
A.  D.  S.  Volg.  — Accomanda,  racco- 
manda, lega,  appende.  — 5-6.  Esio- 
do, di  Pandora,  ili  Op.  e giorni: 
« E intorno  e le  Cariti  dee  c la 
veneranda  Pillioo  monili  aurei  po- 
sero al  corpo:  e lei  le  Ore  dalle 
lielle  chiome  intorno  coronarono  di 
fiori  di  primavera.  » — * Intesa: 
intenta,  affaccendata. 

Si.  403.  — ».  t.  * la  véa  le  srEae, 
verso  il  ciclo.  Var.  vèr  : A.  D.  S. 
— ».  2.  * D’  argento,  del  color  dcH’ar- 
gento.  — ». 3. *L’  aer  tremante:  il  Ca- 
valcanti, di  bella  donna,  dice  : • Clic  fa 
di  clarilè  I’  aer  tremare.  * — ».  3-4. 
* Di  tanta  verità  e vita  è P intaglio, 
che  li  parrebbe  vedere  pur  nel  duro 


metallo  il  tremolare  dell’  aere  e la 
letizia  del  cielo  alla  vista  di  Vene- 
re. — 5-8.  * Infiniti,  retti  da  li  par- 
ria vedere.  — ».  6.  Nel  cit.  inno 
a Venere  : « ...  e desiderarono  cia- 
scuno eli’  ella  gli  fosse  verginale 
sposa  c eli’  egli  a cosa  la  conduces- 
se. » • — ».  7-8.  «La  bellezza  ammirai) 
ti  della  di  viole  coronata  Citerea  » Ivi. 

* Ciascuno  nell’  atteggiamento  del 
volto  pareva  la  meraviglia  stessa. 

Si.  104.  — ».  I . * Nello  estre- 
mo: nell’ ultimo  scompartimento  dei 
bassirilievi  d’  una  imposta.  — ».  2. 

* Di  si  dolce  salma,  dall’avere  otte- 
nuto Venere  in  moglie.  — ».  3.  * Var. 
dalla  fucina  : Coti.  ricc.  4576,  c cliig. 
(ediz.  rom.  4804)  — e.  4.  Salma  : poso, 
incomodo,  fatica.  — ».  5.  Rione  : 

* clieilea  elici  lesi  micsoo  (labbro  a 
labbra  mescerò)  ; • c Teocr.  ■ clici- 
Icsicbeilè  prosmàssein  (a  labbra  lab- 
bra mescolare)  : • Tasso,  Ger.  XVIII  : 


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LIBRO  PRIMO.  50 

Come  tutta  d’ amor  gii  ardesse  l’alma: 

E par  vie  maggior  foco  acceso  in  elio. 

Che  quel  eh’  avea  lasciato  in  Mongibello. 

Giovo  con-  Nell’  altra  in  un  formoso  c bianco  tauro  tos 
Tauro.  ai  vede  Giove  per  amor  converso 
Portarne  il  dolce  suo  ricco  tesauro, 

Europa.  e lei  volgere  il  viso  al  lito  perso 

In  atto  paventosa:  e i be’erin  d’auro 
Scherzo»  nel  petto  per  lo  vento  avverso: 

La  vesta  ondeggia,  e in  drieto  fa  ritorno; 

L’ una  man  tien  al  dorso,  e l’ altra  al  corno. 


Intagli  nella  , . . 

porta.  Le  ignudo  piante 


« Giungi  i labbri  alle  labbro,  il 
seno  al  seno  ; • e nell'  Am.  • E 
giunse  viso  a viso  e bocca  a bocca.  » 
— v.  7.  Elio,  y.  nnt.,  per  egli.  * Qui 
lui.  — v.  8.  Ovid.  epist.  SalT.  : • Me 
calor  setneo  non  minor  igne  tenrt:  > 

• e il  Tasso,  dell’  amor  suo,  « ...  fiam- 
ma a quella  eguale  Che  accende  i 
monti  in  riva  al  mar  Tirreno.  • 

Si.  -105.  — t>.  ì.  * Nell'  »lt(u 
imposta.  — * Fonaoso,  • Miratur 
Agenore  nata  Quoti  tam  formosus  » 
Mei.  II  : Bel  lutiuismo,  a significare 
bellezza  non  umana.  L’  Alani,  del 
cavallo  • dove  al  petto  oggiugne, 
Ricco  e formoso  » — n.  2.  * Var.  Si 
vedea:  Coti.  ricc.  1576.  — e.  3.  * Il 
Monti  : • Sul  dorso  ultero  di  si  bel  te- 
sauro Portò  per  I’  onde  Europa  sbi- 
gottita. » « Europa,  annota  il  Fonia- 
ciari,  figliuola  d’  Agenore  re  di  Fe- 
nicia, la  quale  mentre  scherzava  colle 
compagne  sul  lito  del  mare,  visto 
un  bel  torello,  vi  montò  su  ; e que- 
sto (clic  era  Giove  in  quella  forma) 
per  1’  onde  la  portò  via.  • — p.  A. 

• Perso,  perduto  : litui  relictum, 
Ovid.  Non  accettato  da’  grammatici  : 

• ma,  -osserva  il  Fornaciari  nei 
Disc.  filol.,  di  questi  vocaboli,  clic 


a sò  ristrette  accoglie  ioe 


si  odono  tutto  giorno  nelle  boccile 
dei  Toscani,  si  trova  esempi  in  buon 
dato  in  famosi  scrittori  sì  antichi  e 
si  moderni:  • c cita  del  Dittamondo 
• persi  io  il  sangue,  » dell’ Ori.  del 
Berni  • Persa  Ita  la  spada,  • dei 
Salmi  di  Dunte  • Ho  quasi  perso  il 
naturai  vigore  • e dal  III  del  Purad. 
« ...  acque  nitide  c tranquille  Non 
si  profonde  che  i fondi  sicn  persi,  » 
dove  anche  il  Tomai,  intende  persi 
di  villa.  — v.  A-8.  « ...  Pavct  baie; 
li  Inique  nbluta  relictum  Rcspicit; 
et  drxtra  colini  lenet,  ubera  dorso 
Iinposita  est:  tenucs  sinuantur  fla- 
mine vestes  • Mei.  Il  : e lib.  I • Ob- 
viaque  adversas  vibrabant  fiamma 
vestes:»  e un  poeta  ita!.  «La  sot- 
til  gonna  in  preda  ai  venti  resta, 
E col  crine  ondeggiante  indietro 
torna.  > Mosco  : • Ed  ella,  sedendo 
sul  bovino  dorso  di  Giove,  con  I'  una 
in  vero  teneva  del  toro  il  lungo  cor- 
no, e con  l'altra  mano  traeva  a sè 
le  porpnree  pieghe  della  veste,  fu 
dove  la  immensa  onda  del  bianco 
mure  bagnava  la  fimbria  attratta.  » 
Si.  106.  — v.  1.  Accoglie  : Acco- 
gliere per  accostare , serrare  insie- 
me: Dante  • Lo  buon  maestro  a 


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co 


LA  GIOSTRA. 


Quasi  temendo  il  mar  che  lei  non  bagno: 

Tale  atteggiata  di  paura  e doglie 

Par  chiami  in  van  le  sue  dolci  compagne; 

Le  qual  rimase  tra  fioretti  e foglie 
Dolenti  Europa  ciascheduna  piagne. 

— Europa,  sona  il  lito,  Europa,  riedi:  — 

E ’l  tor  nota  e talor  gii  bacia  i piedi. 

gìoto  in  ci-  Or  si  fa  Giove  un  cigno  or  pioggia  d’ oro,  io? 
serpente,0’  Or  di  serpente  or  di  pastor  fa  fede, 
pastore,  per  fornir  l’amoroso  suo  lavoro; 
aq"' a’  Or  trasformarsi  in  aquila  si  vede, 


Come  Amor  vuole, 

me  lutto  s’  nccolse  » Inf.  XXIX.  — 
».  2.  * Var.  clic  non  le  bagne  : D.  S. 
Volg.  — v.  3.  Dante  : • Di  lacrime  at- 
teggiata c di  dolore.  • * Vor.  paure  ; 
le  st.  — v.  4.  • Ipsa  videbalur  tcr- 
ros  spedare  relictas  Et  comitcs  cla- 
mare sua»,  tactumque  vercri  Assi- 
lienlis  aqua;  limidasque  reconderc 
planlus  » Met.  VI.  E Virg.  • celeres 
nec  tingerei  tequore  plantas.  » Mo- 
sco: -Ed  ella  voltala  andava  chia- 
mando le  care  compagne,  le  mani 
porgendo:  e quelle  non  potevano 
aggiungerla.  » * Var.  le  dolci  sue: 
Codd.  lice.  — ».  5.  * Var.  le  quali 
assise  : A.  D.  Volg.  — t>.  6.  * Cia- 
sr.iiEDUM.  Il  Fornaeinri  nell’  Indi- 
re de'  suoi  Disc.  lilol.,  nota  sotto  ca- 
scino: • questa  voce,  come  pure 
ognuno,  qualcuno  c simili,  si  trova 
talvolta  con  un  nome  plurale  in- 
nanzi adoperato  assolutamente,  c 
nondimeno  con  dipoi  il  verbo  al 
sing.  ; il.  che  avveniva  pure  dei  cor- 
rispoudenti  modi  in  greco,  e può 
essere  avvenuto  c avvenire  anche 
in  altre  lingue.  > Fra  i moderni,  lo 
Slrocclii  nella  vers.  di  Cali.,  scrisse: 
* Ivi  le  Grazie  ciascheduna  sorse.  » 
Ed  ecco  un  periodo  del  Bocc.  clic 
corrisponde  a questo  del  nostro: 


c nel  coleste  coro 

• questi  altri,  l’ uno  vincendo  le 
genti  vicine  levò  in  maravigliosa 
grandezza  c ampliò  il  suo  regno; 
F altro  di  ventidue  nazioni  divenuto 
signore  oltre  a quaranl’  anni  con 
grandissima  guerra  faticò  i Roma- 
ni: • dove  nota  il  Fornaciari  « Non 
rade  volte  negli  scrittori,  massima- 
niente  antichi  fi  quali  scrivevano 
obbedendo  più  alla  natura  che  alla 
grammatica)  si  trova  il  genere  o 
l’ idea  principale  del  discorso  signi- 
ficata con  una  parola  cosi  posta  as- 
solutamente... a principio;  seguitata 
poi  da  altro  vocabolo  che  gramma- 
ticalmente regolu  il  discorso  o a cui  il 
rimanente  del  discorso  si  riferisce.  ■ 
— t).  8.  Var.  Il  loro  noia  e talor  ba- 
cia i piedi:  A.  D.  S.  Ediz.  rotn.  1804. 

5/.  107  — r.  2.  * Var.  d' un  paslor. 
Cod.  ricc.  2723  c qualche  ani.  st. 
Fa  Frac  : non  proprissimo,  credo,  per 
significare  che  nella  figura  assunta 
rassomiglia  a’  pastori,  fa  le  stimo- 
nianza  d' essere  un  pastore.  Bene 
il  Pelr.,  della  sua  donna  : « E fu  qui 
de’  celesti  spirti  fede.  * — ».  3. 
Ovid.  Ani.  * dulce  opus  peragcrc  : • 
e Tcocr.  « Kypridos  erga  telein  (le 
opre  di  Venere  compiere)  » — ».  5. 

* Coro  : dotto  dell’  adunanza  degli 


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unno  primo. 


61 


Ganimede.  Portnr  sospeso  il  suo  bel  Ganimede; 

. Qual  di  cipresso  ha  il  biondo  capo  avvinto. 
Ignudo  tutto,  e sol  d’ ellera  cinto. 

Nettuno  in  Fassi  Nettuno  un  lanoso  montone;  tos 

oi°n«ioven-  Fassi  un  torvo  giovenco  per  amore: 

co,  Saturno  Passi  U)1  cavallo  il  padre  di  Chirone: 
in  cavallo,  _ . ‘ 

Febo  in  pa-  Diventa  reno  in  Tessaglia  un  pastore; 
store.  p >n  pjcciola  capanna  si  ripone 

Colui  che  a tutto  ’I  mondo  dà  splendore; 

Nè  gli  giova  a sanar  sue  piaghe  acerbe. 


Perchè  conosca  le 

dei,  come  ili  lincila  ilei  sunti  ili- 
ce Dante  « bealo  coro.  » — r.  7. 
* Cosi  legg.  i Collii,  ricc.  tutte  le 
vcccli.  st.  c auclic  per  testimonianza 
ilei  Belli,  il  Coil.  olivcriano,  c il  clii- 
, giano  (ciliz.  rom.  IsOi.)  Ma  A.  I).  S. 
c la  Volg.  leggono:  Lo  quale  ha  di 
ri  pretto  il  capo...  e tal  d' erbetta  cinto. 
Il  Beiti  osserva:  « Erbetta  nulla  ilice', 
ina  il  nome  di  edera  Ita  in  se  un 
senso  cliiarissimo  di  mitologica  eru- 
dizione. Cerio  il  Poliz.  intese  qui  a 
denotare  lo  stato  ili  abitatore  ile’ bo- 
schi c I’  eterna  giovinezza  ili  quel 
Ganimede,  il  quale  Tu  detto  da  ganot 
clic  in  gr.  vale  allegria.  E la  prima 
qualità  volle  significare  colla  corona 
ili  cipresso,  pianta  sacra  a Silvano  ;... 
la  seconda  indicò  pel  cinto  ili  rilcrn, 
la  quale  è una  piunla  sempre  gio- 
vane c vira.  Laonde  gli  antichi  ne 
coronarono  Bacco,  clic  pur  finsero 
sempre  giovane;  e ne  fecero  ghir- 
lande alle  Muse  ; anzi...  se  nc  ador- 
navano parimente  coloro  clic  in 
Sparta  santificavano  le  feste  giacili- 
lie  in  onore  ili  Apollo.  — r.  1-8. 
Giove  violò  Leda  sotto  la  forma 
ili  un  cigno:  si  cangiò  in  pioggia 
d’oro  per  Danae;  in  serpente  per 
Proscrpina;  sotto  l’ubilo  ili  pasture 
violò  Mncmosiue.  * Nelle  .Mei.  Arsene 


virtù  dell’  erbe. 

ricama  nelle  sue  tele  questi  furti  di 
Giove  « Fccit  olorinis  (.edam  recu- 
bare sub  alis...,  Atireus  ut  Danacn 
Asopitla  Inserii  ignis,  Mocmosynem 
puslor,  vnrius  Decida  serpens.  > 

Si.  108.  — v.  1-2.  Nettuno  si  tras- 
formò in  montone  per  Teofane  figlia 
ili  Bisulte;  in  giovenco  per  Arile 
figlia  ili  Eolo.  * Nel  I.  c.  delle  Met. 
« Te  quoque  nudatimi  torvo,  Nrptu- 
ne,  im  eneo  Virgine  in  ./Eolia  posuit... 
arics  Bisalliilu  fallis.  • — v.  3.  Sa- 
turno si  trasmutò  in  cavallo  per 
Eillira,  dalla  quale  ebbe  Cliironr 
inezz’  uomo  e mezzo  cavallo.  * Mei 
I.  c.  « Ut  Sulurnus  equo  geminimi 
Cliirona  crearit.  • — t>.  4.  * Quando 
pasci  le  greggi  ili  Admeto  e inna- 
morò ili  Dufnr.  — v.  5.  * Var.  cam- 
pagna : Ricc.  2723.  — 5-G.  * Tibul- 
lo. Eleg.  Il,  3.  • Delos  ubi  mine. 
Pliirbe,  Ina  est?  ubi  delphica  Pyllio  ? 
Ncmpe  Amor  in  parva  te  iubet  esse 
casa.  » — v.  7-8.  Apollo  fu  inven- 
tore della  medicina:  Ovid.  Met.  I. 
• Inventimi  medicina  mcuni  est  ; 
opifexqtic  per  orbcm  Dicor,  et  licr- 
luiruni  siihiecla  polenti*  nobis.  • 
Tib.  I.  c.:  *Nec  potili!  cnrns  sanare 
sulubribus  lierbis:  Quidqttid  crai 
medicee  vicerat  urtis  Amor.  * Ovid. 
Iler.  : • Amor  non  est  medicabili} 


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LA  GIOSTRA. 


Poi  segue  Dafne,  e ’n  sembianza  si  lagna  103 
Come  dicesse  — 0 ninfa,  non  ten  gire:  . 

Ferma  il  piè,  ninfa,  sovra  la  campagna, 

Ch’  io  non  ti  seguo  per  farti  morire. 

Cosi  cerva  leon,  così  lupo  agna; 

Ciascuna  il  suo  nemico  suol  fuggire: 

Me  perchè  fuggi,  o donna  del  mio  core. 

Cui  di  seguirti  è sol  cagione  amore?  — - 


Arianna, Te-  Dall’  altra  parte  la  bella  Arianna  no 

Con  le  sorde  acque,  di  Teseo  si  dole 
E dell’  aura  c del  sénno  che  la  inganna  ; 

1 °ncparazi°  P*  paura  tremando,  come  sóle 

Per  picciol  ventolin  palustre  canna; 

Pare  in  atto  aver  presse  tai  parole 
— Ogni  fera  di  te  meno  è crudele: 

Ognun  di  te  più  mi  saria  fedele.  — 

Vicn  sopra  un  carro  d’  oliera  e di  pampino  ni 
Racco.  Coverto  Bacco,  il  qual  duo  tigri  guidono; 


iierbis.  » — ».  8.  Perché,  usalo  per 
benché,  ancorché.  * Bocc.  Finmm. 
« Ora  die  da  amore,  perditi  io  vo- 
glia, non  mi  posso  partire.  » 

Si.  109.  — ».  2.  Ovili.  Met.  I. 
« Nympha,  precor,  Penda,  mane  ! 
non  insequor  Itosi is.  Nympha,  mane  ! 
sic  agna  lupum,  sic  cerva  leoueni, 
Sic  aquilani  penna  fugiunt  trepidante 
columbi»,  Hostes  quseque  suos.  Amor 
est  milii  causa  sequendi.  » — ».  6. 
* Var.  Ciatcìino:  Rice.  1576.  A.  D. 
S.  Volg.  — ».  7.  Dos»,  signora, 
padrona  : da  dominiti,  clic  i latini 
dicevano  anche  domnus.  * Vur.  ila 
perche : D.  S.  Volg. 

Si.  HO.  — ».  1.  * Anusa»,  figliuo- 
la di  Minosse  li  re  di  Creta.  Teseo, 
al  quale  essa  avea  salvato  la  vita 
insegnandogli  il  modo  di  uscire  dal 
lakerinlo,  l’ abbandonò,  mentre  ella 
dormiva,  nell'  isola  di  Nasso.  Bacco, 
avutane  compassione,  la  fece  sua  mo- 


glie. (Fornac.)  — e.  2.  * « Tbesea  crn- 
delcrn  surdas  clamabat  ad  undas  • 
Ovili.  Ar.  ani.  I.  — ».  3.  Nelle  Eroi- 
di  di  Ovid.,  Arianna  a Tes.  « In  quo 
(litore)  me  somnusque  incus  male 
prodidii  et  tu,  Proli  facinus!  somnis 
insidiate  mcis:  • e • In  me  iurarunt 
somnus  ventusque.  » * E Catullo  pur 
d’  Arianna  • fallaci  eredita  sonino  > 

— ».  5.  Ovid.  « Utque  levi  zephyro 
grociles  vibrantur  ariste.  » — ».  6. 
Dante  : « Ed  avea  in  atto  impressa  està 
favella.  • — * Presse.  Così  i Cotld.  fior, 
e le  v.  st  ma  A.  D.  S.  e la  Volg.  leg- 
gono : Par  clu  in  atto  abbia  imprette 
lai  parole.  — ».  7-8.  Ovili.  • Mitius 
inveiti  quam  te  genus  ontne  fera- 
runi:  Credila  non  ulli  quam  tibi 
peius  crani  : > da  cui  V Ariosto,  XIX  : 

- Ma  quai  fere  crutlcl  potrinno  farmi, 
Fera  crudcf,  peggio  di  tc  morire?  » 

Si.  111.  — ».  1-2.  Ilorat.  IV,  7. 
• Orualus  viridi  tempora  pampino 


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LIBRO  PRIMO. 


03 


E con  lui  par  che  l’ alla  rena  stampino 

Satiri,  Hac-  Satiri  e Bacche,  e con  voci  alte  gridono. 

Quel  si  vede  ondeggiar:  quei  par  eh’  inciampino: 
Quel  con  un  cembol  bec:  quegli  altri  ridono: 

Qual  fa  d’  un  corno  e qual  delle  man  ciotola  : 

Quale  ha  preso  una  ninfa,  e qual  si  rotola. 

sileno.  Sovra  l’ asin  Silen,  di  ber  sempre  avido,  112 

Con  vene  grosse  nere  e di  mosto  umide, 

Marcido  sembra  sonnacchioso  c gravido: 

Le  luci  lia  di  vin  rosse  enfiate  c fumide: 

L’ ardite  ninfe  l’ asinel  suo  pavido 


I’ungon  col  tirso;  e 
A’  crin  s’ appiglia  ; e 
Casca  nel  collo,  e i 

Libcr  : • Senec.  Edip.  Il  : « Turgida 
pampineis  redimitus  tempora  scr- 
lis.  • * Virg.  • Liber  qui  pampi- 
neis victor  iuga  flectit  habeuis.  » 
Var.  : A.  D.  S.  e la  Volg.  leggono  al 
v.  2,  guidano,  al  4 gridono,  al  6 
q uri  par  che  ridano.  — ».  4.  Ovili. 
Met.  « Boccine  Salyrique  sequun- 
tur  > — v.  7.  Ciotolì  : vasetto  da 
bere  senza  piede,  di  tenuta  di  poco 
più  di  un  cornuti  bicchiere.  V.  C. 

— c.  8.  * Var.  e quale  rotola  : Codd. 
ricc.  — v.  1-8.  * Ovid.  Ar.  ani. 

• lam  deus  in  curru  quem  siimmum 
texerat  uvisTigribus  adiunctis  aurea 
lora  dalia!.  Ecce  Miinallonidcs  sparsis 
in  (erga  capillis  : Ecce  leves  satyri, 
praevia  turba  dei. 

Si.  112.  — v.  1.  Sii.es.  • Te 
(Racco)  senior  lurpi  sequilur  Silenus 
ascilo  » Senec.  Edip.  II.  * Sileno, 
balio  c compagno  di  Bacco  (Fornu- 
ciari.)  — 2-3.  ■ Silcnum...  Infialimi 
liestcrno  veuas  ut  senipcr  taccilo  > 
Virg.  ec.  Nemes  « ...  venas  infla- 
lus  neclare  dulci  Hesternoquc  gra- 
tis semper  ridetur  taccilo.  — * Mo- 
sto, vino  nuovo.  — v.  3.  * Minano. 


lui  con  le  man  tumide 
mentre  sì  l’aizano, 
satiri  lo  rizano. 

tl  Monti,  recando  questo  passo  nella 
Proposta,  interpellò  marcido  per 
ritto,  ubriaco.  — * Giovino.  Grande- 
mente pieno,  grave  del  pondo  di 
clic  egli  è pieno.  — e.  4.  * Filarne, 
piene  de'  Turni  della  crapula,  de’  va- 
pori clic  il  vino  manda  al  capo  (For- 
nac.)  — v.  6.  * Tirso,  asta  circon- 
dala di  edera  c di  pampani,  con  una 
punta  in  cima.  Lo  portavano  le  Bac- 
canti (Fornac.).  Var.  cd  ci  con  : Volg. 
— ».  7-8.  Mctam.  IV  : « ...  tituban- 
te-, ebt-ius  arltis  Sustinet,  et  pondo 
non  forlilcr  liatrct  ascilo;  > e XI  : 
• tilubantcm  annisque  mcroque  Ru- 
rieolat  excepere  Pbryges.  » * Var. 
attizzano:  A.  D.  S.  Volg.  Aizzano, 
legge,  per  testimonianza  del  Betti, 
l' Oliver.  Questa  ottava  tutta  è presa 
dal  I dell’  Art.  ani.  • Ebrius  ccce 
senex  pando  Silenus  asello  Yix  sedei, 
et  pressas  contine!  arte  iubas.  Unni 
sequilur  Bacclias,  Bacchte  fugiunt- 
que  pcluHtque:  quadrupedem  ferula 
doni  maltis  urget  eques,  In  caput 
mirilo  cecidit  detapsus  asello;  Clo- 
marunt  Satyri  — surpe,  ogc  sorge 
pater.  » 


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Gi 


LA  GIOSTRA. 


Quasi  in  un  tratto  vista  amata  c tolta 
fiuto,  Pro-  Dal  toro  IMuto  Proserpina  pare 
scr|)"ia.  sopra  un  gran  carro,  c la  sua  chioma  sciolta 
A’  zefiri  amorosi  ventilare. 

La  bianca  vesta  in  un  bel  grembo  accolta 
Sembra  i cólti  fioretti  giù  versare: 

Lei  si  percuote  il  petto,  e 'n  vista  piagne. 

Or  la  madre  chiamando  or  le  compagne. 


Posa  giù  del  lione  il  fero  spoglio 
Ertolo.  Ercole  e veste  di  feminea  gonna: 

Colui  che  ’l  mondo  da  grave  cordoglio 
omfaic.  Avea  scampato,  et  or  serve  una  donna: 

E può  soffrir  d’  Amor  l’ indegno  orgoglio. 
Chi  con  gli  omer  già  fece  al  ciel  colonna: 
E quella  man,  con  che  era  a tener  uso 
La  clava  ponderosa,  or  torce  un  fuso. 


113 


Hi 


Si.  113.  — ».  2.  * PnoscnpiXA, 
figliuola  «Iella  dea  Cerere.  Mculre 
coglieva  fiori  in  un  prato,  fu  rapitn 
da  Plulone  re  dell’  inferno  (Fornae.) 
— * Pam:,  apparisce,  si  vede.  Il  v. 
parere  si  trova  spesse  volte  usalo  in 
questo  senso.  « L’  angcl...  Dinanzi 
u noi  pareva  si  verace  Quivi  inta- 
glialo • Purg.  X.  (Fornae.)  — ».  4. 

* Veramente  i Cotld.  e le  antiche 
stampe  hanno  venlillare.  — ».  5. 

* Accolta,  raccolta.  — ».  7.  * Var. 
Si  percuote  ella  il  petto:  A.  D.  S. 
Volg.  — ».  1-8.  * Pene  simul  visa 
est  dilectnque  raptaque  Diti,  l'sque 
adeo  est  properatus  amor.  Dea  fer- 
rila onesto  Et  matrem  et  comitcs, 
sed  matrem  siepius,  ore  Clamai;  et, 
ut  summa  veslem  laninrnt  ah  ora, 
Collecti  flores  tunieis  cecidere  re- 
inissis  ■ Mct.  V.  : « voi  tic  ri  fertnr 
Proserpino  curri!  Ciesariem  diffu- 
sa noto,  planctuquc  lacettos  Verbc- 
rut.  > 

St.  114.  — ».  2.  * Ercolr,  for- 
tissimo eroe  della  favola.  Portava 


per  veste  la  pelle  d’mi  fiero  Icone 
da  lui  ucciso.  La  sua  arma  era  la 
clava,  grossa  e noderosa  mazza. Colle 
sue  celebri  futiche  liberò  il  mondo 
da  molti  mali.  Oscurò  tanta  gloria, 
servendo,  per  amore,  ad  Onfule  re- 
gina dei  Lidii  (Fornae.)  I Codd.  fior., 
le  vccch.  st.,  il  cod.  oliv.  cit.  dal 
Retti  leggono  vate  di  femminea: 
ma  veste  femminile  gonna,  D.  S.  Ediz. 
roro.  1804  : veste  femminina  gonna, 
A.  Volg.  — ».  3-4.  * • Oh  miracolo 
altieri  quel  che  già  tanto  Videa,  che 
diede  n’  fieri  mostri  bando  E vinse 
il  mondo  or  dal  bell'ila  è vinto  - 
Rainieri.  — ».  5-P.  Ercole  sollevò 
Atlante  presso  a soccombere  sotto  il 
peso  del  ciclo  che  egli  portava.  * Var. 
Chi  con  gli  omeri  già  fé"  al  ciel  co- 
lonna: Baz.  e qualche  st.  moderna. 
— ».  7-8.  * Var.  Poderosa:  B.  A.  I). 
Volg.  Ma  ponderosa  legge  il  Cliig. 
(ediz.  rom.  1804)  ; poi,  torce  il  fuso. 
Tasso,  Gcr.  XVI  : - Se  l’ inferno  espu- 
gnò, resse  le  stelle,  Or  torce  il  fuso: 
Amor  se  'I  guarda  e ride.  • 


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LU5U0  PRIMO. 


OD 


Gli  omer  setosi  a Poliferao  ingombralo  J15 
L’orribil  chiome  e nel  gran  petto  cascono, 

E fresche  ghiande  l’ aspre  tempie  adombrano: 

D’ intorno  a lui  le  sue  pecore  pascono. 

Nè  a costui  dal  cor  già  mai  disgombrano 
Li  dolci  acerbi  lai  che  d’  amor  nascono  : 

Anzi  tutto  di  pianto  c dolor  macero 
Siede  in  un  freddo  sasso  a piè  d’  un  acero. 

ciglio  di  sci  Dall’  una  all’  altra  orecchia  un  arco  face  no 
.panne.  ^ ciglio  irsuto  lungo  ben  sei  spanne: 

Largo  sotto  la  fronte  il  naso  giace: 

Paion  di  schiuma  biancheggiar  le  zanne: 


Tra’  piedi  ha  il  cane 

Si.  Ita.  — ».  1-6.  * Vnr.  ingom- 
brano,  calcano,  adombrano.  Pretto 
a tc  par  tue  pecore  che  pateano 
(verso  die  gli  elegantissimi  corret- 
tori affibbiarono  ilei  suo  ai  Poli- 
ziano per  odio  olle  desinenze  in  ono, 
e,  come  senlesi,  del  Poliziano  de- 
gnissimo), ditgombrnno , nasca  no  (a 
dispetto  della  sintassi)  A.  D.  S.  Volg. 
Cosi  anche  l’ediz.  rom.  4801:  ina  il 
Cod.  oliver.,  per  teslinionianz.a  del 
Betti,  legge  con  noi.  — * Poufeuo  ; 
figliuolo  di  Nettuno,  del  popolo  mo- 
struoso de’  Ciclopi  che  nbilavuno  in 
principio  la  Sicilia.  Vedi  Omero  e Vir- 
gilio. — ». 4-2. Ovid. Mei. XIII.  «...co- 
ma plurima  torvo* Prominel  in  vultus, 
humerosqtie  ut  lucus  obumbrut.  » C 
altrove  ei  dice  a Galatea  : • Nec  mea 
quod  duris  horrent  densissima  setis 
Cor  poni,  turpe  pula...  hirtarque  de- 
cent in  corpore  sette.  » — * Srrosi, 
setolosi.  — ».  3.  * Perchè  inghir- 
landato d’  un  ramo  di  quercia.  — 

».  4.  Virg.  « Stani  et  oves  circuni  » 
e altrove:  • Lanigera  comitantur 
oves.  • — ».  5.  * L'ediz.  rom.,  che 
nel  resto  va  con  la  volg.,  a questo 
v.  legge:  Ni  dal  cuore  di  lui  ijiam- 
Ponzino. 


e sotto  il  braccio  tace 


mai  disgombrano.  — ».  6.  * Lzi  : Vo- 
ci meste,  canti  flebili.  — * D'  non 
Amava  Gaiatea  ninfa  del  inare,  datlu 
quale  per  altro  era  stato  sempre  di- 
spregiato c deriso  (Fonine.)  Nel  bel- 
lissimo idil.  di  Teocr.,  Il  Ciclope: 

• crudelissima  avendo  sotto  il  cure 
la  piaga  da  Venere  potente,  che  il 
■lardo  gli  avea  nelle  viscere  infitto.» 
— ».  8.  Anche  nell’  id.  di  Tener,  è 
sedente  sur  uua  pietra.  » * Var.  seg- 
giu : A.  1).  S.  Volg.  Ma  il  Cod.  chig. 
(Eiliz.  rom.  1804)  e l'Oliver.  per  te- 
stimonianza del  Belli  leggono  siede. 

Si.  416.  — ».  4.  * Var.  Dall'uno 
all’  altro  orecchio  : Codd.  ricc.  — 
».  2.  — * Il  ciglio.  I ciclopi  ave- 
vano un  occhio  solo  c per  conse- 
guenza un  ciglio  solo  (Kornac.)  — 
Spanne.  Spanna  è la  lunghezza  della 
■nano  uperta  e distesa  dalla  estre- 
mità del  dito  miguolo  a quella  ilei 
grosso.  V.  C.  — ».  4-3.  Cosi  il  Ci- 
clopo  descrive'  se  stesso  in  Teocr. 

• ...  a ine  irsuto  il  sopracciglio  per 
tutta  la  fronte  da  un’orecchia  sten- 
desi  all’  altra  come  unica  linea,  c 
solo  un  occhio  v’  è sotto,  e largò  il 
naso  sopra  le  labbra.  — ».  5.  Anche 


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LA  GIOSTHA. 


GG  * 


/lccnt’o  mI!-  ^na  zamP°g»a  ben  di  cento  canne: 
uo.  bui  guattì  il  mar  eh’  ondeggia,  e alpestre  note 

Par  canti,  e mova  le  lanose  gote, 

E dica  eh’ eli' è bianca  più  che  il  latte  n; 
Ma  più  superba  assai  di’ una  vitella; 

E che  molte  ghirlande  gli  ha  già  fatte, 

E serbagli  una  cervia  molto  bella. 

Un  orsacchin  clic  già  col  can  combatte; 

E che  per  lei  si  macera  e flagella; 

E che  ha  gran  voglia  di  saper  notare 
Per  andare  a trovarla  in  fin  nel  mare. 


Teocr.  ila  il  enne  a Puliremo  • ...  ili 
nuovo  ella  (Galatea),  ecco,  Irae  al 
enne  che  li  accompagna  custode 
delle  pecore.  » — t>.  S-6.  Virg.,  di 
Poliremo  : • De  collo  iìstulu  pendei.  » 
c Ovid.  : • Sumptnquc  arundinibus 
rompaci»  est  lislula  ccnturn.  • Po- 
liremo, secondo  Luciano,  è fra  le  al- 
tre enee  musico,  e in  Teocr.  ilice  di 
sè  slesso  : - Sonore  della  zampogna 
so,  come  niun  altro  qui  dei  Ciclopi.  > 
— e.  ".Teocr.  * E al  mare  guardando 
tali  cose  cantava  • * Var:  Lui  guar- 
da ; qunlcli . v.  si.  E guarda  il  mar, 
A.  D.  S.  Volg.  Ediz.  rom.  180-1.  — 
Alpestre  (alpestri,  Volg.)  — Note  : è 
del  Pelr.,  e il  Tassoni  annota:  S’in- 
tende con  cattivo  numero  e canto  alia 
contadinesca.  Il  Bore,  nell'  Urli,  disse  : 
E con  alpestre  unte  cantando  inco- 
minciarono a danzare.  » — ».  8.  Li- 
tose  cote  : è di  Dante  « ...  fur  quete 
le  lanose  gole  Al  nocchicr  ec.  * 

5/.  117.  — ».  t.  * I Coild.  fior, 
leggono  Ch’  eli’  è : ma  che  l’c  le  vccclt. 
sL  lino  al  Sermart.  ; e cosi  piace  al 
Portine,  che  ne’  Disc.  fllol.  scrive  di 
questo  verso  : « Gli  editori  corregge- 
vano, o,  a parlar  più  propriamente, 
guastavano  il  verso  cosi  : E dica  ch’el- 
la-è  bianca  più  che  il  latte  ,-  togliendo 
per  questo  modo  un  certo  clic  ili  na- 


turale speditezza  e,  dirò  cosi,  di  gra- 
ziosa fiorentinità  clic  mi  par  di  senti- 
re nell’originale  scrittura.  » — e.l-S. 
Teocr.:  • 0 candida  Galalea...  più 
candida  del  formaggio  a vedere  e 
più  morbida  di  un’ ugnella,  più  d’un 
vitello  gaia  e più  acerba  dell’  uva 
agresto:  • e Ovidio:  « Molli  or  et 
eyeni  piuma  et  Incle  concio. . Lsevior 
indomiti*  endem  Calatile»  ìuvencis.  » 

— ».  3.  * Var.  le  ha  : Volg.  — ».  4-5. 
Nell’  idil.  di  Teocr.  le  serba  undici 
cavriuole  da  figliare  e quattro  or - 
snechini.  * Var.  serbale : A.  D.  S. 
Volg.  — ».  6.  * Flagella.  Var.  s fla- 
gella : qualch.  v.  st.  « Manca  ai  vocab. 
il  v.  flagellarsi  nel  signif.  di  afflig- 
gersi, angustiarsi,  come  nel  poema 
della  Pass.  si.  SO:  « Che  di  lasciarti 
il  cor  mi  si  flagella.  • Si  vedano 
ancora  le  si.  24,  89,  149.  E il  Polis, 
dice  di  Polif.  amante  di  Galat.  • per 
lei  si  macera  c flagella.  • L’ Ariosto, 
Fur.  Il,  2.  • Ora  s’  affligge  indarno 
e si  flagella.  » (Fonine.,  disc.  (11.) 

— ».  7-8.  Teocr.  •Oimè!  clic  non 
pariorimmi  la  madre  che  le  alio 
avessi,  clic  discendessi  a le  c la 
mano  tua  baciassi,  se  la  bocca  non 
vuoi  ? e ti  porterei  o gigli  bianchi  u 
papavero  molle ...  Ora,  o fanciulla,  ora 
a notare  imparerò,  se  qualche  forcslie- 


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unno  primo.  G7 

Due  formosi  delfini  un  carro  tirono:  ii8 

Galatea.  Sovra  esso  è Galatea  che  ’l  fren  corregge  : 

E quei  notando  parimente  spirono: 

Ruotasi  a torno  più  lasciva  gregge. 

Qual  le  salse  onde  sputa,  e quai  s’ aggirano  ; 

Qual  par  che  per  amor  giuochi  e vaucgge. 

La  bella  ninfa  con  le  suore  fide 
Di  si  rozo  cantar  vezosa  ride. 

Intorno  al  bel  lavor  serpeggia  acanto  II? 
Di  rose  e mirti  e lieti  fior  contesto; 

Con  vari  augei  si  fatti,  che  il  lor  cauto 
Pare  udir  negli  orecchi  manifesto: 

Nò  d’altro  si  pregiò  Vulcan  mai  tanto, 

Nò  ’l  vero  stesso  ha  più  del  ver  che  questo: 

E quanto  l’arte  intra  sé  non  comprende. 

La  mente  imaginando  chiaro  intende. 

Epilogo.  Questo  è il  loco  che  tanto  a Vener  piacque,  120 

A Vener  liella,  alla  madre  d’  Amore  : 


ro  per  nave  ci  capi  la  -,  che  io  vegga  clic 
gusto  avete  ad  abitare  nel  fondo.  » 

Si.  118.  — v.  2.  * connzcce  : qni  : 
semplicemente,  regge.  — Spinoso  : 

• doioi  d’ana  physioontes...  delphi- 
nes  ( duoque  lursum  ajjlunlct  del  piu- 
«e»)  • Esiod.  se.  Ere.  — e.  4.  • E il 
coro  curvo  dei  pesci  sopra  l’ onde  sal- 
tellando intorno  al  corpo  della  Rafia 
scherza,  dove  ella  nuota  ridente  • 
Anacr.  — * Lasciva  : la  voce  la- 
seivo , che  oggi  comunemente  si  usa 
in  cattivo  senso,  fu  spesso  dai  Latini 
c anco  da  nostri  scritt.  usala  nel 
signif.  di  zcherzevole , fetloto  (For- 
nac.)  — 1>.6.  * Gmocm,  sclicrii.  Un 
antico:  • il  gatto  giuoca  col  topo.  * 
P.  degli  Uberti  * Oiuocano  all ‘ om- 
bra  delle  gran  fornir.  • — o.  7. 

* Suoae  : le  Nereidi,  lo  altre  ninfe 
ilei  mare.  — o.  8.  * Vnr.  rozo  parlar  : 
Bai.  c piacque  al  Fornaciari. 

Si.  IO. — t».  1 . * Bri  uvon  : una 


veccli.  st.  ha  verde  laur.  — Acanto. 
Tcocr.  «Ed’  ogni  parte  intorno  la 
tana  vola  molle  acanto  : » Virg.  ■ Et 
molli  circum  est  ansas  amplcxus 
acantbo.  » * » É una  pianta  la  quale 
getta  dalla  sua  radico  alcune  foglie 
larghe,  belle,  profondamente  taglia- 
te, c le  cui  estremità  s’incurvano 
naturalmente  ; e la  quale  per  I’  af- 
lezza,  la  grossezza,  la  pieghevolezza 
del  suo  fusto  è acconcia  ad  essere 
tessuta  in  festoni,  ornali  c simili. 
Di  qui  il  costume  di  scolpire  la 
forma  di  lei  nei  capitelli  delle  co- 
lonne di  ordine  detto  corintio,  nei 
vasi  cc.  ; e d’ inlesscrla  nelle  vesti, 
nei  veli  e simili.  La  figura  pertanto 
di  questi»  pianta  circondava  le  scul- 
ture sopra  descritte,  con  intreccia- 
ture di  mirti,  di  rose  c di  altri 
fiori.  • (Fonine.) 

Si.  120.  — r.  1.  • Questa  è la 
terra  che  cotanto  piacque  A Vene- 


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LA  GIOSTRA. 

Qui  !'  arcier  fraudolente  prima  nacque. 

Che  spesso  fa  cangiar  voglia  e colore/ 

Quel  che  soggioga  il  ciel  la  terra  e l’ acque. 

Che  tende  agli  occhi  reti  e prende  il  core/ 

Dolce  in  sembianti,  in  atti  acerbo  e fello  : ' 
Giovane  nudo,  faretrato  augello. 

Or  poi  che  ad  ali  tese  ivi  pervenne,  ii>i 
Forte  le  scosse,  e giù  calossi  a piombo,  • 

Tutto  serrato  nelle  sacre  penne. 

Come  a suo  nido  fa  lieto  colombo; 

1/  aer  forzato  assai  stagion  ritenne 
Della  pennuta  striscia  il  forte  rombo: 

Ivi  racquete  le  trionfanti  ale. 

Superbamente  in  vèr  la  madre  sale. 

'"ritrovila  Trovo! la  assisa  in  Ietto  fuor  del  lembo,  i-»> 
Venere  da  Pur  mo  di  Marte  sciolta  dalle  braccia, 
cupido.  j|  qUaj  rovescio  gli  giacca  nel  grembo,' 

Pascendo  gli  occhi  pur  della  sua  faccia: 

re  . |>elr.  Tr.  Am.  — r.  3.  * Var.  Si.  122.  — „.  1-2.  Slazio,  Sylv.  I. 

Pr,ma:  A.  D-  S.  Volg.  — t>.  7.  « Alma  Veous  (baiamo  pulsa  modo 

Bionc,  di  Amore  - selvaggio,  spietato,  nocte  iacebat,  Amplexu  duro  gelici 

no»  simile  alla  forma  l’animo.  » resoluta  mariti.  . _ „.  3.  .*  Var 

A ar.  in  allo  : le  st.  — ».  8.  Mosco  : gli  giaceva  in  qualche  v.  st.  ; le  gia- 

• Nudo  il  corpo....  c alato  come  oc-  ceco  in  grembo,  A.  D.  S.  Volg  

cello.  . * Var.  nudo,  e:  D.  S.  Volg.  ».  4.  Pascendo  cli  occm:  Pascer  gli 

Si.  121.  — ».  5.  * Fei\z»io  ; me-  occhi  (*  dilettarli,  saziarli)  è del  lat. 

(afone,  commosso,  agitalo.  Virg.  XI.  c dell’ital.  Tcrenz.  Phorm.  .oculos 

- Aquila  ciberà  verberat  nlis.  . pascere:»  Ovid.  Il,  Amor.  .atque 

Ovid.  • eliso  percussis  aere  pennis.  • oculos  pascal  uterque  suos.  » * Ario- 

— Assai  stacios, assai  tempo.  * . Per  sto,  Capii.  : . Pascer  la  vista  or  dc- 

ptccola  stagion  vi  si  ritenne.  » Bocc.  gli  occhi  divini,  Or  della  fronte,  or 

Tes.  I.  — »,  6.  * Pe&kuta  striscia,  lo  dell’eburneo  petto.  » ».  3.4. 

strisciare  delle  penne  (ale)  per  l’acre.  L’ imag.  di  questa  St.  la  deve  il  N. 

».  7.  Racquete.  Il  Dizion.  di  Bo.  A.  a Lucrezio  » ....  in  gremium  qui 

logna  spiega:  . Cessando  d’  agitar  l Mars)  siepe  tuum  (0  Venus)  se  Rei- 

l' ale,  e con  quel  modo  di  volo  dove  cit...,  Atque  ita  suspiciens  tercti 

muover  d’ala  non  apparisce.  . Dante  cervice  reposta,  Pascit  amore  avnlos 

(Par.  V.)  dice  gucla  la  corda  dell’  ai-  .inbians  in  te,  dea,  visus;  Eque  tuo 

co  quando  ba  cessalo  da  ogni  vibra-  pendei  resupini  spirilus  ore  llune 

/ione.  - ».  8.  SureimtUESTE.  Claud.  tu,  diva,  tuo  recubantem  pectore 

« Passuque  superbior  intra).  . saucto  Circumfusa  super  . * |mi- 


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LIBRO  PRIMO. 


GD 


Di  rose  sopra  lor  pioveva  un  nembo 
Per  rinnovargli  all’amorosa  traccia: 

Ma  Vener  dava  a lui  con  voglie  pronte 
Mille  baci  negli  occhi  e nella  fronte. 

Sopra  e d' intorno  i piccioletti  Amori  125 
Scherzavon  nudi  or  qua  or  là  volando: 

E qual  con  ali  di  mille  colori 
Giva  le  sparte  rose  ventilando: 

Qual  la  faretra  empiea  de’ freschi  fiori. 

Poi  sopra  il  letto  la  venia  versando  : 

Qual  la  cadente  nuvola  rornpea 
Fermo  in  su  l’ ali,  e poi  giù  la  scotea. 


Come  avea  delle  penne  dato  un  crollo,  124 
Così  1’  erranti  rose  eron  riprese  : 

Nessun  del  vaneggiare  era  satollo. 

Quando  apparve  Cupido  ad  ale  tese 
Ansando  tutto,  e di  sua  madre  al  collo 
Gittossi,  c pur  co’ vanni  il  cor  li  accese; 

Allegro  in  vista,  e sì  lasso  che  a pena 
Potea  ben  per  parlar  riprender  lena. 


lato  dal  Berni  nel  princ.  del  II 
dell’  Ori.  * Quando  a giacer,  della 
tua  faccia  bella  A pascer  gli  avidi 
occhi,  in  grembo  1’  hai.  » — «.5. 
Nembo,  per  moltitudine,  modo  usato 
da’  Latini.  * « ...  Nec  blandus  Amor 
■tee  Grafia  cessai  Amplezum  virides 
optate  coningis  arlus  Floribus  in- 
numeris  et  olenti  spargere  nymbo.  ■ 
Stazio,  Sylv.  : Claud.,  di  Stilirone, 
-....  nec  signifer  ullus  Nec  miles 
pluvie  florcs  dispergere  ritu  Ccssat 
purpureoque  duccm  perfundere  nim- 
bo. » 

Si.  123.  — ».  4.  Stazio,  1.  c. 
• Fulcra  torosque  dee  tenerum  pre- 
mit  agmeu  amorutn.  » — r.  2.  San- 
nazz.  • Vcgnan  li  vaghi  amori,  Sen- 
za fiammelle  o strali,  Scherzando 
insieme  pargoletti  e gnudi.  — r.  5. 


* Var.  di  freschi : le  si.  — 5-G. 
Preso  da  Claud.  (epith.  Pali,  et  Cel.) 

- Ut  thalami  tetigere  fores,  tunc 
vere  rubenles  Desuper  invrrtunt  ca- 
lathos,  largosque  rosarum  Imbres  et 
violas  plenis  sparserc  pharelris.  > 

— e.  7.  * Nuvola  per  « gran  quan- 
tità di  cose  levate  in  alto  e mo- 
ventesi.’  V.  C.  Dante:  «nuvola  di 
fiori  Clic  dalle  mani  angeliche  sa- 
liva. • 

Si.  424.  — ».  1.  * Var.  dalle 
penne:  si.  ant.  A.  I).  S.  — 3.  * Var. 
Nessuno  al:  Cod.  rice.  2723.  — ».  5-6. 
’ Et  tenere  mntris  cervice  prpen- 
dit  » Staz.  I.  c.  — ».  6.  • Admotis 
lepcfecil  peclora  pennis  » Staz.  I.  c. 

* Sidon.  Apoll.  > Oscula  sic  matris 
carpens,  somnoque  refuse  Semiso- 
pore levi  palpabat  lumina  penne.  • 


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70  LA  GIOSTRA. 

Parole  JiVr-  — Onde  vien,  figlio?  o qual  n’apporti  nuove?  — 125 
Jido.aCu  Vener  gli  di.se,  e lo  baciò  nel  volto: 

Ond'esto  tuo  sudor?  qual  fatte  hai  prove? 

Qual  dio  qual  uomo  hai  ne’ tuo’ lacci  involto? 

Fai  tu  di  novo  in  Tiro  mugghiar  Giove? 

0 Saturno  ringhiar  per  Pelio  folto? 

Che  che  ciò  sia,  non  umil  cosa  panni, 

0 figlio,  o sola  mia  potenzia  et  armi. 


Si.  125.  — i*.  1.  * Yar.  quai:  A. 
I).  S.  Volg.  — v.  3.  Clami.  * quid 
tantum  gavisus,  oit ? qua:  prtelia 
sudasi  » Est»,  sincop.  ila  questo: 
modo  poetico.  — 4-5.  Clami.  • Im- 
probe, quis  iacuit  telisi  lleriimque 
tonantem  Inter  sidouins  cogis  niu- 
girc  iuvrncas ? Ali  Titana  domasi  > 
* in  Stazio,  gli  Amori  domandano 
a Venere  • ...  quas  forre  faces,  qua: 
pectora  figi  Imperet;  un  tcrris  ste- 
vire  un  uialit  in  undis,  Ali  misccrc 
deos  an  adliuc  versare  Tonantem.  • 
— * Tiro,  fitta  della  Fenicia,  dalla 
quale  Giove  rapi  Europa.  * Mi'cgmiar. 
Var.  maggior:  A ;ùi  loro  maggior  : 


I).  S.  — ».  G * Peno,  monte  della  Tes- 
saglia, dove  Saturno  sorpreso  dalla 
moglie  Opi  ne’  suoi  amori  con  Filini 
fuggi  sotto  forma  di  cavallo.  Virg. 
Georg.  Ili  : • Talis  et  ipse  iubam  cer- 
vice effluii!  equina  Coniugis  adventu 
perni*  Saturnus  et  alluni  Pelion  liin- 
nilu  fugiens  implevit  acuto.  » — »,  7. 

* Var.  quel  che  ciò  sia  : A.  I).  S.  Volg. 
— ».  8.  iEii.  I.  « Nate,  mea:  vires,  mea 
maglia  potcntia  solus  • Metani.  IV. 
« Arma  manusque  metE,  mea,  nate, 
potcntia:  » onde  il  Tasso,  Ger.  IV: 

• ....  Itene,  o miei  Fidi  consorti,  o 
mia  potenza  e forza.  > * Stazio  : • ... 
tu,  mea  summa  poteslas,  Nate.  » 


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LIBRO  SECONDO. 


Eron  già  tutti  alla  risposta  attenti  i 

E -parvoletti  intorno  all’aureo  letto: 

Quando  Cupido  con  occhi  ridenti 
Tutto  protervo  nel  lascivo  aspetto 
Si  strinse  a Marte,  e con  li  strali  ardenti 
Della  faretra. gli  ripunse  il  petto. 


Si.  1.  — o.  I.  Yirg.  « Conlicucrc 
omnes  inteiitiquc  ora  tenebaiil;  » c 
il  Tasso,  Ger.  XVI:  • Tacquero  gii 
altri  ad  ascoltarlo  i n tenti.  » — v.  X. 
Protervo.  Mosco,  di  Amore:  «ed  Ita 
protervo  l'aspetto.  » * Protervo  : la- 
tinamente significa  petulanza  rou 
disprezzo  di  ciò  die  se  le  frapponga 
c clic  quasi  calchi  (proteral)  gli 
ostacoli.  Oroz.,  degli  amanti  di  Lidia  : 

• quuliunl  fcneslras  Ictibus  crehris 
iurencs  protervi  ; » c di  Lulagc: 

* proterva  fronte  pelei  Lalagc  mari- 
timi. • Seneca  dice  protervie»  furor 
l'amore  di  Fedra,  c protervi  gli  strali 
d’Amorr.  V.  sotto  st.  XXVIII,  — v.  5. 


Si  strirse  » Munte  : si  accostò,  luf.  XIX  : 

• I’  mi  strinsi  al  maestro  per  so- , 
spetto.  - — Strili  mmsti:  Mosco 
chiamò  gli  strali  d’  amore  tpiranti 
fuoco;  e nell' Am.  fugg.  « i doni 
suoi  di  fuoco  tutti  sono  aspersi  : * 
Apoll.  Arg.  HI:  « dardo  a fuoco  si- 
migliatile. • — v.  6.  Ritorse,  punse 
di  nuovo.  — i).  7.  Tistk  ni  velerò: 
Mosco,  del  bacio  e delle  labbra  di 
Amore:  «Tristo  il  bacio,  le  labbra 
sono  veleno  : > c nelle  l’aslor.  di 
Longo  : « Or  dunque  gustò  del  ve- 
leno Cloe  su  ’l  baciarmi  7 * * Tinte, 
latinamente  ; bagnate,  asperse  : «Spi- 
ali» felle  lincia  » Ovid;  e Persio 


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LA  GIOSTRA. 


E colle  labra  tinte  di  veleno 
Baciollo,  e ’l  foco  suo  gli  misse  in  seno; 

Risposta  di  .Poi  rispose  alla  madre  — E’ non  è vana  2 
Venere-.  a ragion  che  sì  lieto  a te  mi  guida, 

Ch’  i’  ho  tolto  dal  coro  di  Diana 
E1  primo  conduttor  la  prima  guida. 

Colui  di  cui  gioir  vedi  Toscana, 

Di  cui  già  in  sino  al  ciel  la  fama  grida 
In  sino  agl’indi  in  sino  al  vecchio  Mauro; 
lulio,  minor  fratei  del  nostro  Lauro. 

L'antica  gloria  e 'I  celebrato  onore  s 

Chi  non  sa  della  Medica  famiglia; 

E del  gran  Cosmo,  italico  splendore. 

Di  cui  la  patria  sua  si  chiamò  figlia? 

E quanto  Pietro  al  paterno  valore 
Aggiunse  pregio,  e con  qual  maraviglia 


Laude  della 
casa  dei 
Medici. 


fuoruscili  di 
Firenze  per 


• ...  libido...  ferventi  lincia  vene- 
no  : » • tinti  e imbrattati  di  loto  • 
Varchi.  — e.  7-8.  dEueid.  I.  Venere 
n Cupido  : • Ciim  (fìido)  dabit  am- 
plcxus  atque  oscula  dulcia  (igei,  Oc- 
riiltuin  inspires  ignem  fallasque  ve- 
neno.  • * Var.  mise  in  seno  : A.  D. 
S.  Volg. 

Si.  2.  — ».  4-2.  Corrisponde  a quel 
jli  Claud.  • Lattare,  parens:  im- 
mane trophseum  Retulimus.  • — 
».  3.  Togliere  dal  coro  di  Diana  è 
ridurre  sotto  la  potestà  d’ Amore: 
ed  essere  nel  coro  di  Diana  £ con- 
servarsi nello  stato  verginale.  Onde 
Catul.  • Diante  sumus  in  fide  Pueilc 
et  pueri  integri.  • Callim.  cosi  fu 
dire  Diana  a Giove  : • Dos  moi  par- 
ilienien  aioonion,  appa , pliylas- 
sein;  » tradotto  da  Ovid.  • Da  inibi 
perpetua,  geoitor  diarissime,  dixit, 

Virginitate  fruì.  » ».  6.  * Li 

ri*»  ciudi:  • La  fama,  che  la  vostra 
casa  onora,  Grida  (celebro)  i signo- 


ri, e grida  la  contrada.  » Dante 
Purg.  — ».  7.  * Lidi  ; posti  per  lo 
più  da’  poeti  a significare  i popoli 
dell’  oriente  in  generale.  — * Vec- 
chio Mimo  ; Atlante,  fratello  di  Pro- 
meteo, re  di  Mauritania,  del  quale 
dicono  i miti  che  sostenesse  il  cielo 
con  gli  omeri  : fu  cangiato  in  mon- 
te, nell’  iulerno  della  Libia.  Virg. 

• ...  iacet  extra  solerà  lelltis,  Extra 
anni  solisque  vias,  ubi  eaelifer  Alias 
Axem  huinero  torquet  steliis  arden- 
libus  aptum.  » 

Si.  3.  — ».  3.  * Italico  sfles- 
uoxe.  Virg.,  di  Ettore:  • 0 lux  Dar- 
danite.  » — ».  3-4.  Cosiino  per  so- 
prannome il  Padre  della  Pairia , 
il  quale,  dice  Leandro  Alberti,  fu 
in  tanta  opinione  in  questa  città 
(Firenze)  che  potea  di  quella  disporre 
quanto  gli  parea.  Mori  nel  4464;  e 
fu  sepolto  con  questa  iscrizione: 
Decreto  n buco  fairi  firme.  — ».  6. 

• Var.  V aggiunse  : Cod.  ricc.  2793. 


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LIBRO  SECONDO. 


virtù  di  Pie-  Dal  corpo  di  sua  patria  rimosse  abbia 
Le  scelerate  man,  la  crudel  rabbia? 


tro. 


Lucrezia  ma- 
. drc  di  Iu- 
Ijo. 


Lucrezia  da- 
ma di  Lo- 
renzo. 


Di  questo  c della  nobile  Lucrezia 
Nacquene  Iulio,  e pria  ne  nacque  Lauro; 
Lauro,  che  ancor  della  bella  Lucrezia 
Arde;  e lei  dura  ancor  si  mostra  a Lauro; 
Rigida  più  che  a Roma  già  Lucrezia 
0 in  Tessaglia  colei  eh’ è fatta  un  lauro; 

Nè  mai  degnò  mostrar  di  Lauro  .agli  occhi 
Se  non  tutta  superba  e’  suo’  begli  occhi. 


Non  priego  non  lamento  al  meschin  vale. 
Ch’ella  sta  fisse  come  torre  al  vento; 

Perch’  io  lei  punsi  col  piombato  strale, 

E col  dorato  lui;  di  che  or  mi  pento. 

Ma  tanto  scolerò,  madre,  queste  ale. 


— * Le  scEUiuTK  tua  dei  cittadini 
intesi  a portarle  danno,  o più  tosto 
a disfarsi  di  Piero  de’ Medici.  Erano 
i Pitti,  gli  Acciainoli,  i Ncroni,  i Se- 
derini; che  nel  1468,  fatte  venire  sul 
territorio  della  repubblica  le  armi  di 
Dorso  marchese  di  Ferrara,  volevano 
uccidere  Pieroe  ritogliere  a’ Medici  il 
reggimento:  scoperti  per  opera  di 
Lorenzo,  furono,  fuori  che  Luca  Pitti 
il  quale  abbandonò  la  parte,  banditi. 

St.  4.  — r.  4.  * Lumen*,  Torna- 
buoui.  — e.  3.  Sappiamo  dal  Valori 
t biografo  di'  Lorenzo)  che  questa 
Lucrezia  era  della  nobil  famigli 
dei  Donati,  egualmente  distinta  per 
la  sua  bellezza  che  per  le  sue  virtù, 
e discendente  da  Corso  Donati...  Le 
circostanze  dell’  amore  di  Lorenzo 
verso  di  questa  Lucrezia  vedile  mi- 
nutamente descritte  nel  Corani,  so- 
pra il  primo  sonetto  che  egli  scrisse 
in  onor  di  lei.  t*  Vedi  Panie  di 
Lorenzo  de'  Medici,  Barbèra,  4859, 
pag.  35  63;  e la  prefazione  a quel- 
le.) — o 4.  * Vur.  linea  ella  : A.  D.  S. 


\olg.  — 5.  * Var.  eh' in  Roma:  A. 
D.  S.  Volg.  — * Lucrezia,  la  moglie 
di  Collatino.  — r.  8.  Dafne.  — *>.  8. 
* Ripete  per  tutta  I’  ottava  le  stesse 
rime;  come  Dante  fa  per  reverenza 
nelle  terzine  del  Paradiso  ove  nomina 
Cristo,  I'  Ariosto  per  necessitò  nella 
st.  45  del  C.  XXVII,  e I’  Anguillara 
per  istranezza  nel  I delle  Metam. 

St.  5.  — r.  1.  Ugolino  Verini  nella 
sua  Fiammetta  indirizza  alla  detta 
Lucrezia  un'elegia,  con  la  quale 
cerca  di  renderla  pietosa  verso  Lo- 
renzo. — r.  2.  Virg.  « Stat  ferreo 
lurris  ad  auras.  > * Purg.  V : « Sta, 
rame  torre  ferma,  che  non  crolla 
Giammai  sua  cima  per  soffiar  di 
venti.  • — o.  3-4.  Lo  strale  aurato 
è quello  clic  fa  innamorare;  e le 
quadretta  impiombate  , disamare. 
Ovili.  Mei.  I : « Dequc  sagitlifera 
prompsit  duo  tela  pliaretra,  Di  ver- 
so ni  in  operum  : fugai  hoc,  facit  il- 
lud  amorem  : Quod  facit,  auralum 
est  et  cuspide  fulget  acuta  : Quod 
fugai,  obltisum  est  et  babet  -sub 


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7 i LA  GIOSTRA. 

Che  ’l  foco  accenderolli  al  petto  drento. 

Richiede  ormai  da  noi  qualche  restauro 
La  lunga  fedeltà  del  franco  Lauro. 

Che  tutt’or  parmi  pur  veder  pel  campa  c 
Armato  lui,  armato  il  corridore. 

Come  un  fer  drago  gir  menando  vampo, 

Abbatter  questo  e quello  a gran  furore  ; 

L’armi  lucenti  sue  sparger  un  lampo 
Che  faccin  l’aer  tremar  di  splendore; 

Poi  fatto  di  virtute  a tutti  esemplo 
Riportarne  il  trionfo  ai  nostro  tempio. 

E che  lamenti  già  le  Muse  ferno,  7 

E quanto  Apollo  s’  e già  meco  dolfo, 

Ch’  i'  tenga  il  lor  poeta  in  tanto  scherno  ! 

Lande  di  Et  io  con  che  pietà  suoi  versi  ascolto  ! 

Ch’  i’  1’  ho  già  visto  al  più  rigido  verno, 

. Pien  di  pruina  e*  crin  le  spalle  e ’I  volto. 

Dolersi  con  le  stelle  e con  la  luna 
Di  lei  di  noi  di  sua  crudel  fortuna. 


annidine  plumbum.  » — r.  6.  * Var. 
CVie  foco  acccndcrollc  : A.  D.  S.  Volg. 
— r.  8.  * Fianco,  ardito,  generoso. 

Si.  6.  — ».■!.*  Allude  alla  giostra 
del  17  febbraio  1468,  nella  quale 
Lorenzo  riportò  il  primo  premio  c 
ohe  fu  cantata  da  Luca  Pulci.  — ».  3. 
* Mesudo  vispo;  infuriandosi:  Bcrni 
Ori.  • contro  il  conte  vien  menando 
vampo.»  — ».  4.  * A gius  pchore.  È 
proprietà  della  nostra  lingua  adope- 
rare, significando  modo,  a per  con. 
Dante,  Inf.  XIX  • tórre  a inganno 
In  bella  donna:»  Par.  XI : • ...  coman- 
dò clic  l’amassero  a fede.  » Novelli- 
no, XXX  : » l’accogliesse  a grandissimo 
amore.  » A grande  onore  è frequente 
nei  classici;  frequentissimo  nel  par- 
lar famigliare,  venirea  bandiere  spie- 
gale, seguitare  a sproni  ballali.  — 
v.  ft.  Virg.  • /Eraqnc  fulgciit  Sole  In- 


cussila et  lucem  sub  uubilu  iactaut;» 
ealtrove:  «... clypeoque micantia ful- 
mina mittunt.  » * Omero  : • ...  mo- 
vendosi quelli,  del  bronzo  divino  un 
baleno  in  tutte  parli  splendente  an- 
dava per  l’ aere  al  cielo.  » — ».  6.  • Co- 
si le  veccli.  st.  e,  per  attestazione  del 
Betti,  il  Cod.  oliv.  Il  ricc.  2713,  tremar 
faccia  l’atr.  Aldo  e gli  altri  dopo  lui 
fecero  un  verso  da  colascione  correg- 
gendo * Che  faccian  tremar  l'aere  di 
splendore. » — * Turai».  Cavalcanti 
• ...  fa  di  clarità  l’ aer  tremare.  » 

Si.  7.  — ».  1-3.  Preso  da  quel  di 
Stazio,  Syiv.  I : « ...  quoties  mihi  que- 
stus  Apollo  Sic  vatem  imrrcresuum!  ■ 
— ».  5.  Stazio,  I.  c.  • Testis  ego  at- 
tonilus.quautum  me  nocte  dieque  Ur- 
gentem  ferat.  » — * e.  7.  Tasso,  Cer. 
VI  : • L’ innamorata  donna  iva  col 
cielo  Le  sue  fiamme  sfogando...  • 


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unno  secondo. 


75 

Per  tutto  il  mondo  Ita  nostre  laude  sparte  ; s 
Mai  d’  a lutti,  mai,  se  non  d’  amor  ragiona  : 

E potea  dir  le  tue  fatiche,  o Marte, 

Le  trombe  e l’ arme  e ’l  furor  di  Bellona  : 

Molte  cose  Ma  volle  sol  di  noi  vergar  le  carte 
Uoro'per  ® di  quella  gentil  che  a dir  lo  sprona, 
amore.  Ond'  io  lei  farò  pia,  madre,  al  suo  amante  ; 

Che  pur  son  tuo,  non  nato  d’ adamante. 

Godine  j0  non  gon  natu  dj  ruvida  scorza,  o 

1 up‘  °*  Ma  di  te,  madre  bella,  c son  tuo  figlio  : 

Nè  crudel  esser  deggio  ; e lui  mi  sforza 
A riguardarlo  con  pietoso  ciglio. 

Assai  provato  ha  1’  amorosa  forza. 

Assai  giaciuto  è sotto  il  nostro  artiglio: 

Giusto  è eh’  e’  faccia  ornai  co’  sospir  triegua. 

E del  suo  buon  servir  premio  consiegua. 

Ma  il  bel  lidio,  che  a noi  stato  è ribello  io 
E sol  di  Delia  ha  seguito  il  trionfo. 

Or  drieto  all’  orme  del  suo  buon  fratello 
Vien  catenato  innanzi  al  mio  trionfo  : 

Nè  mosterrò  giamai  piotate  ad  elio. 

Si.  8.  — • tt.  t-5.  Stazio,  I.  e.  ciò  sci  uscito  ni  d’  una  pietra.  » — 

• ...  [tostar  comcs  illc  piusque  Si-  e.  5.  * Var.  ed  ei:  A.  D.  S.  Volg. 

gnifer  armiferos  poterai  memorare  — e.  5.  Il  N.  A.  in  uno  Ball.  « Pro- 

laborcs  f.laraque  focta  viruni  et  tor-  vai’  ho  d’  amor  la  forza.  • — e.  6. 

rentcs  sanguine  campos  : Bine  libi  * Articlio  mctaf.  Potere.  Pctr.,  pur 

plcctra  dedit,  mitisque  incedere  vates  nd  Amore,  • Tanto  provato  uvea  ’l  tuo 

Maluil  et  nostra  Inorimi  suhtexcrc  fiero  artiglio.  • — ».  7.  Var.  eh"  et 

myrlo.  ■ — ».  6.  Della  Lucrezia  Dona-  faccia,  vecch.  si.:  eh'  ei  faccia:  A. 

ti,  in  lode  della  quale  compose  buon  D.  S.  Volg.  — v.  7-8.  Stazio,  I.  c.  «... 

numero  di  rime.  — e.  7.*  Pi*,  pietosa.  ot  quondam  lacrymis  et  supplice  dc- 

— ».  8.  Stazio,  I.  c.  • 0 genilrix,  duro  xtru  Et  volia  prccibusquc  viro  ron- 

ncc  cnim  adamante  creati,  Sed  tua  cede  movcri,  0 gcnetrix.  • 

turba  sumus.  » E il  Pulci,  Alorg.  IV,  Si.  10.  • — ».  2.  * Dfxi*.  Diana  nata 

87,  tolse  di  peso  questo  verso  ■ Non  nell’  isola  di  Deio.  Vedi  sopra,  st.  2, 

sarò  ingrato  a sì  fedele  amante,  Chè  v.  3.  * Var.  teguito  ha  : A.  D.  S.  Volg. 

pur  son  tuo  non  nato  d’adamante.  • — ».  -t.  *Pctr.,  Trionfo  di  Amore: 

SI.  9.  — ».  1.  Il  N.  A.  in  una  sua  • Vici»  catenato  Giove  innanzi  al  car- 
nali. • lo  non  nacqui  d’ulta  scor-  ro.  ■ — ».  5.  * Mosterrò,  idiotismo  di 

za.  » * Omero  : • Non  d’  una  quer-  cui  son  frequenti  gli  esempi  negli" 


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76 


LA  GIOSTRA. 


Fin  che  ne  porterà  novo  trionfo; 

Sl(ìamatdt  ' ,‘*1’  *°  ho  nel  cor  diritta  dina  saetta 
tulio.  Dagli  occhi  della  bella  Simonetta. 

E sai  quant’  è nel  petto  e nelle  braccia,  11 
Quanto  sopra  il  destriero  è poderoso. 

Pur  mò  lo  vidi  si  feroce  in  caccia. 

Che  parea  il  bosco  di  lui  paventoso  : 

Tutta  aspreggiata  avea  la  bella  faccia. 

Tutto  adirato  tutto  era  focoso: 

Tal  vid’  io  te  là  sopra  al  Termodonte 
Cavalcar,  Marte,  e non  con  està  fronte. 


Conclusione 
Ji  Cupido. 


Questa  è,  madre  gentil,  la  mia  vittoria; 
Quinci  è '1  mio  travagliar,  quinci  è ’l  sudore  : 
Così  va  sopr’  al  ciel  la  nostra  gloria 
11  nostro  pregio  il  nostro  antico  onore  : 

Così  mai  scancellata  la  memoria 

Fia  di  te,  madre,  e del  tuo  figlio  Amore  : 

Cosi  canteran  sempre  e versi  e cetre 
Gli  strai  le  fiamme  gii  archi  e le  faretre.  — 


12 


Fatta  ella  allor  più  gaia  nel  sembiante  is 
Balenò  intorno  uno  splendor  vermiglio, 


strili.  fiorentini  del  sec.  XV  c XVI:  il 
Benedetti  e l’Aldo  seguitati  da  D.  S. 
c Volg.  leggono  mottrerò.  — 1>.  7.  Di- 
niTT»,  diretta,  volta.  * Cosi  legge  il 
coti,  i-iec.,  l’oliv.  per  testimonianza 
del  Belli,  e le  veccli.  si.  : ma  A.  0.  S. 
Volg.  legg.  nel  core  dritta.  Anche  in 
Stazio  Amore  dice  : • Rune  egomet 
tota  quondam  (libi  dulcc)  pbarelra 
linprobus  et  densa  Ircpidautein  cu- 
spide fisi.  » — v.  8.  Anacr.  «Amore... 
Degli  ocelli  saettandomi.  • 

St.  tl.  — v.  1.*  Var.  f/unnlo  nel: 
si.  — v.  2.  Poderoso  : che  ha  potere  ; 
forte,  gagliardo.  — ».  A.  * ■ Questi 
parca  clic  contro  me  venesse  Con  In 
testa  alla...  SI  clic  parca  clic  l'acre  ne 
temesse-  Dante.  — r.  ó.  Asritcccun, 


rigida.  — e.  7.  * Var.  el  Termodonte 
Cod.  ricc.  2723.  Termodonte,  fiume 
delta  Cuppadocia,  che  insieme  con  la 
Tracia  era  sacra  a Marte.  — ».  8. 
* Noi  eoa  està  (ifnetla,  qualche  veccli. 
st.  c Scrm.)  frotte;  cioè,  non  con 
questa  fronte  placida  c amorosa  che 
ora  posi  in  grembo  di  Venere. 

St.  12.  — ».  1.  * Var.  t/uetlo  è; 
Cod.  ricc.  2723:  l'alma  vittoria;  A. 
D.  S.  — Var.  el  mio:  qualche  vcccli. st. 
— e. 4-8. ‘Quelli  versi  son  lasciali  in 
bianco  nel  Cod.  ricc.  — ».  6.  * Var. 
Di'  te  non  fi  a nè:  A.  D.  S.  Volg.  — ».  7. 
Ovid.  «Tclyru...  le  carmina  nostra 
sonabunt.  • — ».  8.  Var.  Strai:  Baz. 

Si.  13.  — ».  2.  • Dante,  di  ben 
altra  cosa  « ...  tento  Clic  balenò  una 


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I.IBHO  SECONDO. 


77 

Ita  fare  un  sasso  divenire  amante 
Non  pur  te,  Marte  ; e tale  arde  nel  ciglio, 
comparsilo-  Qual  suol  la  bella  aurora  fiammeggiante  : 

Poi  tutto  al  petto  si  ristringe  il  figlio, 

E trattando  con  man  sue  chiome  bionde 
Tutto  il  vagheggia  e lieta  gli  risponde. 

— Assai,  bel  figlio,  el  tuo  desir  m’aggrada,  n 
Che  nostra  gloria  ogn*  or  più  l’ ale  spanda. 

Chi  erra  torni  alla  verace  strada. 

Obligo  è di  servir  chi  ben  comanda. 

Pur  convien  che  di  nuovo  in  campo  vada 
Lauro  e si  cinga  di  nova  ghirlanda; 

Chè  virtù  negli  affanni  più  s’accende, 

Come  l’oro  nel  foco  più  risplende. 

Ma  prima  fa  mestier  che  Iulio  s’armi,  40 
SI  che  di  nostra  fama  il  mondo  adempì. 

Noia  che  l'au-  E tal  del  forte  Achille  or  canta  l' armi 
tempo  'che  E rinnova  in  suo  stil  gli  antichi  tempi, 
composo  che  diverrà  testar  de’  nostri  carmi 
geva  ome-  Cantando  pur  degli  amorosi  esempi  ; 

10  Onde  la  gloria  nostra,  o bel  figliolo, 

Vedrem  sopra  le  stelle  alzare  a volo. 

luce  vermiglia.  » — e.  3.  * Ver.  diven-  «uni  speclaiur  ili  iguibus  aurum.  • 
tare:  A.  S.  D.  Volg.  — ».  4.  * Var.  St.  45.  — e.  4.  Venere  vuole  che 
ardea:  Bened.  A.  D.  S.  Volg.  — c.  7.  Giuliano  faccia  sue  prove  in  un  tor- 

* Var.  Poi  trattando.  Cod.  ricc.  2723  neo.  * Var.  tu  prima  : A.  D.  S.  Volg. 

— Var.  Tutta,  Benedetti.  — e.  2.  Adempiere,  pel  semplice  ein- 

St.  44.  — t>.  4.  * L’àle  spanda.  piere.  * Ade»sn:  dcsinema  della  terza 

Dante,  a Firenze:  « per  mare  e per  pers.  del  sogg.  usata  da’ classici  e 

terra  batti  l’oli  : * e in  una  cani,  sempre  viva  nel  popolo,  o.  3.  Allude 

altrib.  a G.  Cavalcanti  : « Non  speri  il  P.  a sè  stesso  e alla  sua  traduzione 

in  alcun  pregio  spander  l’ala.»  — di  Omero.  — o.  4.  * Rinnova  in  suo  srit. 

o.  3.  . Chi  smarrii’ ha  la  strada,  Rappresenta  ni  moderni  uomini  nella 

torni  indietro  * Petr.  — e.  7.  Lii-  sua  traduzione  ec.  Var.  rinnova  il 

con.,  Ili:  . Crcscit  in  odversis  «ir-  tuo  Hit:  A.  — ».  5.  Testob.  Tessi- 

tus:  » S.  Paolo,  epist.  -J,  Corint.  tore,  e metuforic.  compositore.  « Il 

* Virtus  in  infìrmilate  per  Ilei  t u r . » buon  tcstor  degli  amorosi  delti.  • 

— e.  8.  Isocrate:  « L’oro  in  vero  Petr.  — ».  7.  * Var.  nostra  gloria  : 

.proviamone!  fuoco;  » eOvid.  -...fu’  le  st.  — r.  8.  * Var.  alzarti:  le  st, 


Seconda  ri- 
sposta di 
Venere. 


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78 


LA  GIOSTRA. 


Esortazione  e voi  altri,  mie’  figli,  al  popol  tósèo  le 

a'  fratelli  Li^ti  volgete  le  trionfanti  ale. 
di  cupido.  (jjjc  tutti  fendendo  l’aer  fosco; 

Tosto  prendete  ogn’un  l’ arco  e lo  strale  : 

Di  Marte  il  fero  ardor  se  ’n  vegna  vosco. 

Or  vedrò,  figli,  qual  di  voi  più  vale  : 

Giten  tutti  a ferir  nel  toscan  coro  ; 

Ch’  i’  serbo  a qual  fie  ’l  primo  un  arco  d’ oro.  — 


Tosto,  al  suo  dire,  ogn’  uno  arco  e quadretta  17 
Riprende,  c la  faretra  al  fianco  alloga  ; 

Comparazio-  Come,  al  fischiar  del  eómito,  sfrenella 

La  gnuda  ciurma  c remi,  e mette  m voga. 

Già  per  l’aer  ne  va  la  schiera  snella; 

Già  sopra  alla  città  calon  con  foga  : 

Così  e’  vapor  pel  bel  seren  giù  scendono, 

Che  paion  stelle  mentre  l’ acr  fendono. 


Vanno  spiando  gli  animi  gentili  is 

Che  son  dolce  esca  all’  amoroso  foco  ; 


Si.  16.  — ».  2.  * Var.  trionfante 
ole:  legge  il  Cod.  ricc.  2723  e alcune 
veccli.  si.  * — r.  3.  * Var.  Gite:  le  si. 
qui  e al  v.  7 — ».  5.  Vosco,  dal  lai. 
vobiscum  ,-  con  voi  : comune  ne'  poe- 
ti.— Vile:  lia  valore,  virtù;  è po- 
tente. * Inferno  XXII:  « A veder  se 
tu  sol  di  noi  più  vali. • — ».  7.  * Coso. 
M.  Frescobaldi  in  una  cani,  a Firenze 
« ...  avarizia  E superbia  e lussuria  è 
nel  tuo  coro.  — ■ ».  8.  Preso  da  quel  di 
Claudiano  : « Aurata  donnbitur  illc 
phuretra.  • — * Var.  a qual  per  pri- 
mo : una  vecch.  si.  : a chi  per  prima: 
A.  D.  S.  Volg.  Fier,  contratto  da  fe- 
re , ferisce. 

St.  i7.  — ».  I.  Auoca.  Allogare, 
dare  il  luogo  a clic  che  si  sia  ; por- 
re, accomodare  in  luogo  ; lai.  col- 
locare. — Couito  : più  comunemente 
aguzzino:  il  suo  impiego  sulle  ga- 
lere è di  dirigere  la  ciurma  e ca- 


stigare li  schiavi.  — SvaESELLA , si- 
gnifica quel  rumore  che  fa  la  ciur- 
ma nel  calare  i remi  in  acqua  per 
salpare.  — Voci,  corso,  viaggio. 
Mettere  i remi  in  roga;  remare,  re- 
migare. — ».  A.  * Var.  La  nuda 
ciurma,  e tremi  mette  in  voga:  A. 
R.  S.  Volg.  — ».  6.  Var.  sopra  la 
città  : Cod.  ricc.  2723  : calcati,  A. 
— Foca  • è andamento  senza  1-attc- 
nersi  c opcraniento  senza  tramezzar 
riposo  • Bufi.  — ».  7-8.  * Descrive  le 

così  dette  stelle  cadenti.  TEn.  Il  : 

de  cacio  lupsa  per  umbras  Stella  facem 
duccns  multa  cum  luce  cucurrit.  • 

St.  -18.  — ».  t-2.  - Amor  che  a 
cor  gentil  ratto  s’apprende  » Dante. 
* Esca  : proprium.  è « quella  mate- 
ria che  si  tiene  sopra  la  pietra  fo- 
caia, perché  si  appicchi  ’l  fòco  » 
V.  C.  ; qui  & detto  metaforicamente 
dei  cuori  facilmente  inliammabili. — . 


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unno  SECONDO. 


79 


Sopr’  essi  batton  forte  e’  lor  focili, 

E fatili  apprender  tutti  a poco  poco: 

L’ ardor  di  Marte  ne’  cuor  giovenili 
S’ affigge,  e quelli  infiamma  del  suo  gioco  : 

E mentre  stanno  involti  nel  sopore, 
l'aro  a’  giovan  far  guerra  per  Amore. 

E come  quando  il  sole  i pesci  accende,  t? 
Tutta  la  terra  ò di  sua  virtù  pregna, 

Che  poscia  a primavera  fuor  si  stende 
Mostrando  al  ciel  verde  e fiorita  insegna  ; 

Così  ne’  petti  ove  lor  foco  scende 
S’ abbarbica  un  disio  che  drento  regna. 

Un  disio  sol  d’ eterna  gloria  e fama 
Che  le’nfiammate  menti  a virtù  chiama. 

Cbile*»mn°"  Esce  s^ant*‘ta  *a  v*^a  ^1*  ogni  alma,  no 

tè  cerca  "à  E benché  larda  sia  pigrizia  fugge: 

«lori».  \ libertate  l’ una  e l’ altra  palma 

Legon  gli  Amori,  e quella  irata  rugge. 

Solo  in  disio  di  gloriosa  palma 


r.  3.  Focili.  Inf.  XIV:  • ...  la  rena  9’  ac- 
ccndea,  coni’  esca  Sotto  focile:  » Petr. 
mclaf.  «...  e’I  tacito  focile  D’  amor 
tragge  indi  un  liquido  sottile  Foco.* 

* Bocc.  Coni.  Dante:  «Il  fucile  è uno 
strumento  di  acciaio,  a dovere  delle 
pietre,  le  quali  noi  chiamiamo  focaie, 
fare,  percuotendole,  uscire  faville  : » 
— ArencsDEaE.  attaccarsi,  appigliarsi. 

* Forse  meglio,  accendere,  prender 
fiamma.  In  questo  senso  è nc’  class, 
ani.  ; Guinic.  « Foco  d’amore  in  gentil 
cor  s’apprende  : » Volgnriz.  l’ist.  Ovid. 

* Sono  io  appresa  d’  amore.  * Ma  di 
apprendere  neutr.  cosi  assolutamente 
non  hunnoesempi  i Vocab.  : il  popolo 
di  Toscana  però  ilice  « il  fuoco  ha  pre- 
so.» — 0.  lì.  * Gioco  di  Marte,  la  bat- 
taglia: • lieti  ! nimis  longo  saliate 
liuto  * dice  a Marie  Orazio  nella  ode  2 
del  I.  I. 

Si.  19.  — r.  2.  *Cosi  le  vcccli.  si., 


il  coti.  ricc.  2723  c l’ Oliver,  citato 
dal  Betti  : ma  A.  seguito  dal  D.  S. 
e Volg.  corresse  : Di  tua  virtù  la 
terra  c tutta  pregna,  li  Pelr.  per  di- 
verso modo  dice  lo  stesso  : « Quando 
’l  pianeta  die  distingue  l’ore  Ad  alber- 
gar col  Tauro  si  ritorna,  Cade  virtù 
dall’  infiammate  corna  Che  vesta  il 
mondo  di  novel  colore  ...  Gravido  fa 
di  sé  il  terrestre  timore.  » — e.  3. 
Var.  poscia  Primavera  : A.  D.  S.  Volg. 
— Si  stesde,  si  spiega.  — v.  4.  * ht- 
segsa  : vessillo,  bandiera;  mctaforic. 
alludendo  al  lussureggiare  della  ver- 
dura : o anclic,  indizio,  segno.  — u.  b. 
* Var.  il  lor  foco,  S : fende,  D.  — 0.  G. 
S’  AiiBiRHic.t,  Abbarbicarsi  ; propr. 
1’  appiccarsi  clic  fanno  le  piante  coti 
le  lor  radici  dentro  la  terra.  Qui, *’ at- 
tacca. * Dino  Compagni,  III:  • ab- 
barbicare la  pace.  • 

Si.  20.  — t>.  2.  Var.  arida  sia  : D. 


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80 


LA  GIOSTRA 


Ogni  cor  giovenil  s’accende  e strugge: 
E drento  al  petto  sorpriso  dal  sonno 
Gli  spiriti  d’amor  posar  non  ponno. 


E così  mentre  ogn’  un  dormendo  Iangue, 
Ne’  lacci  è involto  onde  già  mai  non  esce  : 
Ma  come  suol  fra  l’erba  il  picciol  angue 
Tacito  errare  o sotto  l’ onde  il  pesce. 

Sì  van  correndo  per  l’ ossa  e pel  sangue 
Gli  ardenti  spiritelli  e ’l  foco  cresce. 

Ma  Vencr,  come  i presti  Suoi  corrieri 
Vide  partiti,  mosse  altri  pensieri. 


Providenzia 
di  Venero 
a mandare 
Pasilea  al- 
- la  casa  del 
Sonno. 


Pasitea  fe  chiamar  del  Sonno  sposa, 
Pasitea  delle  Grazie  una  sorella, 

Pasitea  che  dell’ altre  è più  amorosa. 
Quella  che  sovra  tutte  è la  più  bella  ; 

E disse  — Movi,  o ninfa  graziosa, 

Trova  il  consorte  tuo  veloce  e snella  : 

Fa’  che  mostri  al  bel  Iulio  tale  imago. 

Che  ’i  facci  di  mostrarsi  al  campo  vago.  - 


Così  le  disse  ; e già  la  ninfa  accorta 
Correa  sospesa  per  l’ aer  serena  : 

Quete  senza  alcun  rombo  l’ ale  porta, 


2! 


— ».  6.  * Stmjogeu.  Struggerti,  per 
venir  meno  d’ ardente  desiderio,  che 
è de’ classici  (-  si  struggea  d’  an- 
dare ad  abbracciarla  » Bocc.),  è 
vivissimo  nel  popolo  di  Toscana.  — 
t\  7.  * Var.  topito  dal  tonno:  le  si. 

— * Spiriti  ; sensi,  sentimenti. 

Si.  81 . — ti.Vcdi  3. 1. 1.  st.  i 5.-  e.  C. 
* SpiRiTEUi,d’ainorc:  comune  ne’poc- 
ti antichi:  Dante:  «Dice  uno  spiritei 
d’  amor  gentile.  » Bocc.  Fiamm.  • In 
ne  ogni  tramortito  spirile!  d’amore 
l'uccvan  risuscitare.»  — ». 7.  Var. co- 
me suo  alali  corsieri:  Cod.  rico.  2723. 

St.  22.  — ».  3.  * Var. più  famosa: 
lesi.  — ».4.*Vat .sovra  a:  Cod.  ricc. 
2723;  c tulli:  SD.  — ».  5-8,  * An- 


che nelle  Metani.  XI,  Giunone  invia 
Iride  alla  casa  del  Sonno  : • Visc 
soporiferam  Solimi  vetociter  anioni. 
Fxlinctiquc  iubeCeycis  iniagine  mit- 

tat  Somma  ad  Halcyouem — 

r.  8.  * Cosi  il  Cod.  ricc.  2723,  il  cliig. 
(eiliz.  rom.  \ 804),  e le  v.  st. ; ina  A. 
D.  S.  Volg.  leggono  pessimamente 
Clic  faccia  dimostrarsi.  Intendi  : chi- 
lo faccia  vago,  desideroso,  di  mo- 
strarsi ni  campo,  nel  torneo. 

Si.  23.  — ».  2.  * Ovid.  « veniet 
Icnucs  dclapsa  per  auras.  • Var.  uria 
serena  : A.  D.  S.  Volg.  — ».  3.  Ovi- 
dio, ilei  Sonno:  « lilc  volai,  nullos 
slrcpitus  facicnlihiis  alis.  » — * non- 
no, per  quel  rumore  clic  fanno  le 


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UDRÒ  SECONDO. 


8.1 


E lo  ritrova  in  nien  che  non  balena. 

Al  carro  della  Notte  el  ifacea  scorta, 

Cs*a  del  E l’ aria  intorno  avea  di  Sogni  piena 
Soiinu  j)j  varie  forme  c stranicr  portamenti, 

E facea  racquetar  li  fiumi  e i venti. 

Come  la  ninfa  a’  suoi  gravi  occhi  apparve,  21 
Col  folgorar  d’  un  riso  glie  li  aperse  : 

"Ogni  nube  del  ciglio  via  disparve. 

Che  la  forza  d<4  raggio  non  si/fferse. 

Ciascun  de’  Sogni  drenlo  alle  lur  larve 
Gli  si  fe  incontro,  e ’J  viso  discoperse  : 

Ma  lei,  poi  che  Morfeo  con  gli  altri  scelsi*. 

Gli  chiese  al  Sonno  : e tosto  indi  p svelse. 

Indi  si  svelsi*,  c di  guanto  convenne  ss 

Tosto  ammonilli  : e partì  senza  posa. 


«le  nel  volo,  soli  due  volle  elio  lo 
troviamo  nel  Nostro;  il  quale  lui 
pure  in  simil  sigi!  iiic.  il  v.  romba. 
Non  liavvi  altri  esempi  ■ooni  spicca- 
ni.  — ».  4.  « Mostrina....  *1  ilosso 
E ’l  nascondeva  ili  mcn  die  non  ba- 
4cna.  » Inf. XXII;  Meluslas.  Olimp.  II. 

• ...  egli  vi  ascende  In  mcn  clic  non 
ibalcua.  - — ».  5.  * Var.  ri  f acca , 
ole.  v.  si.  e P oliver.  cit.  dal  Belli; 
notte  facea,  A.  D.  S.  Volg.  — ».  6-7. 

* • N u nc  (Morpliaum)  circa  passim 
vurius  iniitanlia  fonnas  Somnia  vana 
iacent.  • * Val-.  Urani  portamenti  : 
ID.  S.  — ».  8.  Stai.  Sylv.  V : • ...  si- 
mulali! fessos  curvala  cacmniua  som- 
nos,  Ncc  trucibus  lluviis  idem  se- 
vius.  • Tasso,  Cer.  Il  : Era  la  Bone 
allor  eli' allo  riposo  limi  I'  olile  v 
i velili,  c parca  mulo  il  mondo.  * 
Var.  e fiumi  e venti,  ale.  scodi,  si-.  ; 
i fiumi,  A.  D.  S.  Volg. 

St.  24.  — ».  i.*  « Il  folgorar  d' un 
viso  dimoslroinnii  • Dante.  Var.  gli 
■h  A.  : glie  le . D.  S.  Volg.  — ».  4. 

P04.IZU.VO. 


* Ma  quella  folgorò  nello  mio  sguar- 
do, Sicché  da  primo  il  viso  non  sof- 
ferse • Par.  IH  ; e Purg.  XII  : ■ ...  l’ oc- 
chio stare  aperto  non  sofferse.  • 
Petr.  Tr.  Am.  ■ ...  1’  occhio  la  vista 
non  sofferse.  ■ * Var.  noi  tafferie  : A. 
D.  S.  — ».  5.  * Larve  : Buli  fPurg. XV-, 
127)  « Le  maschere  elicsi  mettono 
alla  faccia  quelli  che  si  vogliono 
camuffare  o contraffare.  » — ».  6. 

* Var.  Le  ti:  A.  D.  S.  Volg.  — ».  7-8. 

* Cosi  il  Cod.  rfoc.  2723  : le  veccli. 
si.  Afu  tei,  poi  dhe  Morfeo  tra  gli 
altri  teelte,  %,a  chicle  : A.  D.  S.  Volg. 
Ma  poi  eh'  ella  Morfeo  Ira  gli  altri 
tcAtc,  Lo  chieie  : che  corrisponde 
ni  luogo  d’Qvitlio  qui  imitalo  dal 
Tocta  » cunclisquc  e fralrihus  unum 
Morptica,  qui  peragat  Tliaumauli- 
dos  edita,  Soinnus  Eligit,  » ma  no» 
s’accorda  alla  seg.  si.  ove  si  narlu 
di  Sogni  in  plur. 

Si.  25.  — ».  1.  Imi  si  svelse  . 
del  Petr.  • E con  mollo  pensiero 
indi  si  svelle.  » — ».  1-2.  * Cosi 
■6 


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82 


LA  GIOSTRA. 


A pena  tanto  il  ciglio  allo  sostenne. 

Che  fatta  era  già  tutta  sonnacchiosa. 

Vasscn  volando  senza  mover  penne, 

E ritorna  a sua  dea,  lieta  e gioiosa. 

Gli  scelti  Sogni  ad  obbedir  s’alTrettono, 

E sotto  nove  fogge  si  rassettano  : 

Comparazio-  Quali  i soldati  che  di  fuor  s’ attendono,  26 

ne  od  armo.  QUan(j0  senza  sospetto  et  arme  giacciono. 

Per  suon  di  tromba  al  guerreggiar  s’accendono, 
Vestonsi  le  corazze  c gli  elmi  allacciano, 

E giù  dal  fianco  le  spade  sospendono, 

Grappon  le  lancie  e’ fbrti  scudi  imbracciono; 

E così  divisati  i destrier  pungono 
Tanto  ch’alia  nimica  schiera  giungono. 

Descrizione  Tempo  era  quando  l’alba  s’avvicina  27 

il  sonno  ap-  E divien  fosca  1 aria  ov  era  bruna; 


la  sparla  D.  S. — p.  6.  Grippo*.  Grap- 
pare o aggrappare,  pigliare  o tener 
forte  con  cosa  adunca.  Qui,  tlan  rii 
piglio,  afferrano.  * In  un  senso  af- 
fine a questo  del  Poliziano  è nel 
Volgurizz.En.  «grappavi  un  ramo.- 
— v.  7.  Divisai,  ordinati  : * o forse, 
vestiti,  assettati.  Unico  esempio  nei 
vocabolari  questo  del  Poliz.  — e.  8. 
* Var.  la  nemica  schiera:  A.  D.  S. 
Volg.  — r.  1-8.  La  si.  è imitar,  da 
Virg.  /Eli.  VII  : • Classica  inmque  so- 
narli, it  lucilo  tessera  signum  : Hic 
galenm  tcclis  trepiditi  rapii;  ille  fre- 
mcntcs  Ad  iuga  cogit  equos,  cly- 
petimque  nuroque  Irilicem  Loricani 
imluitur,  fidoque  accingitur  ensc.  • 
Si.  27.  — p.  i.  Descrive  il  Poeta 
l’ora  in  cui  il  Sonno  apparve  a Giu- 
liano, cioè  verso  I’  aurora,  in  cui  si 
credono  veri  i sogni  : l' ora...  che  In 
mente  nostra  pellegrina  Più  dalla 
carne  e Mini  da’  pensier  presa  Alle 
sue  Vision  gnnsi  c divino.  (Dante)  — 
r.  2.  * L’  aria  imbruna  all'  avvicì- 


il  ricc.  2723  e il  chig.  (ediz.  rom. 
1804)  : ma  il  Ile  ned.  e vece  li.  st.  e di 
questo  convenne  Tosto  ammonilli ; e 
di  questo  convenne  Tosto  ammonirlo, 
A.  D.  S.  Volg.  — 1 t*.  3-4.  * • ...  Post- 
quani  mandata  peregit,  Iris  abit;  ne- 
que  cnim  ullcrius  tolerare  soporis 
Vini  polerat;  labique  ut  sonni  uni  sen- 
si! in  urtus,  EfTugit.  > Metani.  XI.  — 
e.  5.  * Virg.  A5n.  V,  della  colomba: 
« Afirc  lapsa  quieto  Radit  iter  li- 
qtiidum,  celeres  ncque  commoict 
alas.  • Dante:  « con  I’  ale  aperte  c 
ferine.  » — o.  8.  * Var.  mopc  for- 
me: D.  S.  — Si  fUSsemKo,  Rasset- 
tarsi, di  nuovo  assettarsi,  rimettersi 
in  assetto.  Si  riordinano,  si  raccon- 
ciano. 

St.  20.  — v.  i.  * Cosi  il  Cod.  ricc. 
e le  veccb.  st.  : ma  A.  D.  S.  Volg.,  per 
odio  alle  terminazioni  in  ono,  raccon- 
ciarono elegantemente,  par  che  giac- 
ciano, per  farlo  rimare  con  allaccia- 
no, imbracciano.  Il  Bcned.  legge  giac- 
ciano senza  mutazione.  — e.  5.  Var. 


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LIBRO  SECONDO. 


83 


yarvo  aia  e già  il  carro  stellato  Icaro  inchina 
E par  nel  volto  scolorir  la  luna  : 

Quando  ciò  ch’ai  bel  Iulio  il  ciel  destina 
Mostrano  i Sogni  e sua  dolce  fortuna  ; 

Dolce  al  principio,  al  fin  poi  troppo  amara  ; 
Però  che  sempre  dolce  al  mondo  è rara. 

Sogno  ai  in-  Pargli  veder  feroce  la  sua  donna 
Tutta  nel  volto  rigida  e proterva 
Legar  Cupido  alla  verde  colonna 
Della  felice  pianta  di  Minerva, 

Armata  sopra  alla  caudida  gonna, 

Che  ’l  casto  petto  col  Gorgon  conserva  ; 

E par  che  tutte  gli  spennacchi  l’ali 
E che  rompa  al  meschin  l’arco  e gli  strali. 

Aimè,  quanto  era  mutato  da  quello 
Amor  che  mò  tornò  tutto  gioioso  ! 


28 


23 


nar  della  nollc  (•  E I’  aer  nostra  c la 
mia  mente  imbruna  » Pelr.),  è fosca 
nel  crepuscolo.  Vnr.  Bazal.  e qual- 
che v.  si.  : o vero  bruna.  — Carro 
stellato.  • Nolle  il  carro  stellalo  in 
giro  mena  • Pctr.  — * Icaro,  steHa 
della  coslelluz.  di  Boote:  A.  D.  S.  leg- 
gono al  Caro  inchina,  intendendo 
il  carro  di  Boote  che  volge  ni  tra- 
monto, chi  il  Coro  o Cauro  è vento 
occidentale.  — v.  5.  * Vnr.  in  del:  A. 
I).  — . ».  6.  * Var.  mostrando  : A.  D. 
S.  — »,  7.  Dolce  all' entrar,  all' uscir 
troppo  amara  legge  il  Cod.  lice.  2723; 
le  v.  si.  : Dolce  al  principio,  al  fin  poi 
troppo  amara. 

Si.  28.  — ».  2.  * Proterva,  qui,  di- 
versamente dalla  i*  stanza, ha  il  senso 
italiano  di  superba  o al  pili  ostina- 
ta. Dante:  «Regalmente  nell’atto 
ancor  proterva  ; • c Mnchinv.  : « Tu 
nondimeno  stai  proterva  c dura.  ■ 
— e.  3.  * Colorita,  melai,  per  fusto 
o tronco  di  albero:  non  ha  esempi 
tiri  Vocali.  — ».  4.  * L’ olivo,  sa- 


cro a quella  dea.  — ».  6.  * Corserva, 
difenile,  guarda.  Intendi  : la  veste 
(jonnn)  clic  insieme  coll’  egida  di 
Minerva,  euopre,  difenile  il  casto 
petto  della  donna.  Ma  ale.  vccch.  st. 
legg.  al  casto:  c allora  T intelli- 
genza è ovvia.  — * Gobcore,  lo  scu- 
do di  Minerva.  Virg.  j£n.  Il  : • Pal- 
las...  nimbo  cfTiilgens  el  Gorgone 
sasva  : » e,  Vili,  •conncxosquc  an- 
gues  ipsamque  in  pectore  divte  Go:  - 
gona  descclo  vertentem  lumina  col- 
lo. ■ Era  la  testa  della  Gorgom- 
Medusa,  i capelli  della  qunle  Miner- 
va, perchè  avea  violato  il  suo  tem 
pio,  cambiò  in  serpenti  ; c secondo 
Ovidio:  • Nunc  quoque,  ut  attonito* 
formidinc  terreni  lioslcs,  Pectore  in 
adverso  quos  fecit  sustinet  angucs.  < 
— 7-8.  Petr.  Tr.  Casi.  « ...  queste 
(le  compagne  di  Laura)  gli  strali  E 
la  faretra  e l’ arco  avenn  spezzato 
A quei  protervo  e spennacchiale 
I’  ali.  » * Var.  spcnneccbi  : vccch.  st. 

St.  20.  — ».  1-2.  (F.n.  Il:  . Ilei 


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si  f.A  GIOSTRA. 

Non  era  sovra  l’ ale  altero  e snello. 

Non  del  trionfo  suo  punto  orgoglioso  : 

Anzi  nterzè  chiamava  il  nioschincllo 
Miseramente,  e con  volto  pietoso 
Gridando  a lulio  — Misererò  mei  ! 

Difendimi,  o bel  lulio,  da  costei.  — 

E lulio  a lui  drento  al  fallace  sonno  so 

Parca  risponder  con  mente  confusa  : 

— Come  poss’  io  ciò  far,  dolce  mio  donno  ? 

Che  nell’ armi  di  Palla  è tutta  chiusa. 

Vedi  i mie’  spirti  che  soffrir  non  ponilo 
La  terribil  sembianza  di  Medusa, 

El  rabbioso  fischiar  delle  ceraste 
E!  volto  c l’elmo  e’1  folgorar  dell’ aste.  — 

Risposta . — Alza  gli  occhi,  alza,  Tulio,  a quella  fiamma  si 

Che  come  un  sol  col  suo  splendor  t’ adombra. 
Quivi  è colei  che  l’alte  menti  infiamma, 

E che  de’  petti  ogni  viltà  disgombra. 

Con  essa,  a guisa  di  semplice  damma. 


Parole  ili  Iu- 
lio  in  so- 
gno ad  A- 
mon*. 


milti,  quulis  evat  ! «piantimi  inulnlus 
ab  ilio  Hcctorc  qui  rcilit  exitvias  or- 
natila Achilli*.  » Peli'.:  -quanto  can- 
giala, ohimè,  ila  quel  ili  pria.  » 
tasso,  Gcr.  IV:  ••  Quanto  diversa, 
ohimè,  ila  quel  che  pria  Visto.... 
avea.  « * Var.  or  tornò:  vccch.  st. — 
o.3.  * Sovra  l’ale  altiero.  I*elr.  : - No- 
va angelclta  sovra  l’ale  accorta;  c 
■ destro  esser  su  l’ ali.  • — v.  5.  * 
Vii: uri:  chiamava  : si  raccomandava  pre- 
gando. Dante,  Cam.  : « E ciascun 
santo  ne  grido  mercede.  • — ».  6. 

* Var.  Misera  mente  e eoi»  volto  pie- 
toso, A.  D.  S.  Volg.  — ti.  7.  * Var. 
(iridando:  Alt!  Giulio:  D.  S.  — 

* Hisereue  Mei:  latinismo  de’ meno 
strani  in  quel  secolo  in  cui  era  vezzo 
degli  scrittori  frammischiare  le  voci 
latine  alle  toscane  anche  nelle  lette- 


re fumigliari,  come  puoi  vedere  in 
quelle  ilei  nostro  alia  fine  del  vo- 
lume. Misererò  però  è del  Petr. 
« Misererò  ilei  mio  non  degno  af- 
fanno - e di  altri  antichi  e mo- 
lte rni. 

Si.  30.  — t>.  t.  * Fallace:  falso, 
manchevole;  -ogni  altro  sogno  puolc 
esser  fallace  • Pussav.  — e.  3.  Dosso. 
Il  Tassoni  nelle  note  al  Pelr.  dice  elic- 
la voce  donno  è degli  Spaglinoli  i 
quali  dicono  flou  invece  di  signore. 
.Ha  tanto  gli  Spaglinoti  che  gl’ Italiani 
l’han  presa  dal  lai.  dominus.  — 
».  7.  Ceraste,  specie  di  serpente 
cornuto,  dal  gr.  ceréttcs  die  vale 
appunto  cornuto. 

Si.  3i.  — ».  3.  * Colei,  la  Ghnin. — 
».  A.  * Var.  da'  petti:  Cod.  ricc.  5723 
e Volg.  — ».  5 * Damma  : y.  tal.  dama. 


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LIBRO  SECONDO. 


85 


Prenderai  questa  che  or  nel  cor  t’ ingombra 
Tanta  paura  e t’ invilisce  T alma  ; 

Chi;  sol  ti  serba  lei  trionfai  palma.  — 

Così  dieea  Cupido  : e già  la  Gloria  .'2 

Scendea  giù  folgorando  ardente  vampo: 

Con  essa  Poesia,  con  essa  Istoria 
Volavon  tutte  accese  del  suo  lampo. 

Costei  parca  che  ad  acquistar  vittoria 
Hapissc  tulio  orrìbilmente  in  campo  ; 

E che  l’ arme  di  Palla  alla  sua  doiqia 
Spogliasse,  c lei  lasciasse  in  bianca  gonna. 

Poi  tulio  di  sue  spoglie  armava  tutto,  r.5 
E tutto  fiammeggiar  lo  faeea  d’ auro  : 

Quando  era  al  fin  del  guerreggiar  condulto 
Al  capo  gl’  intrecciava  oliva  e lauro. 

Ivi  tornar  parca  sua  gioia  in  lutto  : 

Vedeasi  tolto  il  suo  dolce  tosauro; 

Vedea  sua  ninfa  in  trista  nube  avvolta 
Dagli  occhi  crudelmente  essergli  tolta. 

L’  acr  tutta  parca  divenir  bruna,  3* 

E tremar  tutto  dello  abisso  il  fondo  : 

Parca  sanguigno  il  ciel  farsi  e la  luna, 


».  6.  • Quest*,  la  tua  donna.  — * T'is- 
i. .iubiu  : nuovo  c osservabile  uso  c 
eostruzionc  di  questo  verbo.  — ».  7. 
* Var.  riniti  litee  : qualche  vec.  si. 
A.  D.  S.  — ».  8.  * Var.  Ch'ella  li 
serba  sol:  A.  D.  S.  Volg. 

Si.  32.  — ».  1.  * Var.  Coti  dice: 
qualche  ediz.  ree. — ».  2.  * V**ro: 
qui  forse  toltilo:  «Io  vampo  del  fuoco 
che  l'attende  in  aire»  tinti,  Parad. 
— ».  6.  * Rivisse  : alla  lutino  ; traeste 
con  forza.  — ».  S.  * Spucuasse.  Il 
cod.  ricc.  e qualche  v.  st.  hanno 
rapisti , spogliassi,  lasciasti. 

Si.  33.  — ».  i.  * Scoglie,  della 
sua  donna  ; cioè  delle  armi  di  Pal- 
| iile  spogliale  alla  sua  donna.  — 


».  3.  * Var.  a fin  : S.  — ».  ó. 
* Tonini  : neut.  ass.  cambiarsi,  vol- 
tarsi. Pelr.  ■ ...  il  pianto  il’  Èva  in 
allegrezza  torni.»  — ».  7-8.  Allude  it 
Poeta  alla  subitanea  morte  della  bella 
Simonetta  amante  di  Giuliano.  * Vedi 
il  Discorso  proemiale  c il  Comenlo  di 
L.  de'  Medici  alle  sue  rime  nella  edi- 
zione nostra  del  tS59.  Euridice,  IV 
Georg.,  • Eeror  ingenti  circumdata 
■torte  ; • e VI  jEn..  ili  Marcello  morti» 
giovine:  • Sci!  nox  atra  caput  tri- 
sti cireumvolat  umbra;»  c di  Laura 
il  Petr.:  * Ma  le  parti  supreme  Eran 
avvolte  d’  una  nebbia  oscura.  » 

Si.  3i.  — » t.  Var.  L'aria:  A.i). 
S.  Volg.  — ».  3.  * Var.  Parca  sun- 


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80 


LA  GIOSTRA. 


E cader  giù  le  stelle  nel  profondo. 

Poi  vedea  lieta  in  forma  di  Fortuna 
Sorger  sua  ninfa,  e rabbellirsi  el  mondo, 

E prender  lei  di  sua  vita  governo, 

E lui  con  seco  far  per  fama  eterno. 

fronosiicn  Sotto  cotali  ambagi  al  giovinetto  35 

delia mor-  Fu  mostro  de  suo  fati  il  leggier  corsi; 
te  diluito.  Troppa  felice;  se  nel  suo  diletto 

Non  mettea  morte  acerba  il  crudel  morso. 

Ma  che  puote  a Fortuna  esser  disdetto, 

Ch’  a nostre  cose  allenta  e stringe  il  morso  ? 

Nè  vai  perch’  altri  la  lusinghi  0 morda, 

Ch’ a suo  modo  ci  guida  e sta  pur  sorda. 

che  nulla  Adunque  il  tanto  lamentar  che  giova  ? se 

Sì10 morte!  A che  di  pianto  pur  bagniam  le  gote? 
se  non  là  Se  pur  convien  che  lei  ci  guidi  e mova  ; 

Se  mortai  forza  contro  a lei  non  puote; 

Se  con  sue  penne  il  nostro  mondo  cova; 


guigna  in  citi  farsi  In  lumi  : A.  I). 
S.  Volg.  — t'.  1-4.  Metani.  X.  « ...  Fu- 
gil  aurea  callo  Luna,  tegunt  nigrte 
latitautia  siilcra  nubes,  Pìox  curet 
igne  sno.  • * Dante,  nella  imagi- 
nata  morie  di  Beatrice  : « E veder 
mi  parea  donne  andare  scapigliale 
piangendo  per  via;...  c pareami  ve- 
dere il  sole  oscurare  si,  che  le  stelle 
si  mostravano  d’  un  colore  che  mi 
facea  giudicare  clic  piangessero  : e 
pnrevami  che  gli  uccelli  volando  ca- 
dessero morti,  c che  fossero  gran- 
dissimi terremoti.  » E:  * Poi  mi 
parve  vedere  a poco  a poco  T urbar 
lo  sole  ed  apparir  la  stella,  E pian- 
ger egli  ed  ella  ; Cader  gli  augel- 
li volando  per  l’ aere.  E la  ter- 
ra tremare.  » — t>.  7.  * Bonacc. 
Montoni.  « Gli  occhi  soavi  al  cui 
governo  Amore  Commise...  ’l  viver 
inio.  » 

Si.  35.  — v.  i.  Audaci:  v.  1., cir- 


cuiti, rivolture  di  parole.  * Qui  più 
propriamente  è detto  della  incertezza 
della  visione.  — ».  A.  * Purgai.  VII  : 
« ...parvoli  innocenti  Da'  denti  morsi 
della  morte;  » Pctr.:  « ...  gli  estremi 
morsi  Di  quella  eh'  io  con  tutto  il 
mondo  aspetto  Mai  non  sentii;»  e 
« ...  in  che  di  morso  Dii  chi  ’l  mondo 
fu  nudo  e ’l  mio  cor  mesto;  ».Bocc. 
Rime  : « libera  dal  morso  Della  mor- 
te. » — ».  6.  * Monso  : ferro  della 
briglia,  freno.  — r.  7.  Mona».  Morde  - 
re , mcl.  riprendere  eon  parole  pun- 
genti, biasimare.  Anche  il  lui.  mor- 
dere fu  usalo  da  Terenzio  nell’  Eun. 
in  questo  signilic. 

Si.  36.  — «j.  l.Petr.:  « Il  lamen- 
tar che  vale!  ■ * Sia  più  ricorda 
l’altro:  « Misero,  il  tanto  aifaticar 
che  giova  ? > — ».  2.  * Il  Cod.  ricc. 
2723  legge  bagnar;  bagnam,  le  v.  st. 
— ».  3.  Var.  lei  ne , vecch.  si  .^ch’ella 
ne,  A.  D.  S.  Volg  — r.  5.  Cova.  Covare 


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LICHO  SECONDO. 


87 


E tempra  e volge,  come  vuol,  le  rote. 
Beato  qual  da  lei  suoi  pensier  solve, 

E tutto  drento  alla  virtù  s’ involve  ! 

Clic  e uo-  o felice  colui  che  lei  non  cura 

•tenti c l'or-  E che  a’  suoi  gravi  assalti  non  si  arrende  ! 

"non  soc-  come  scoglio  che  incontro  al  mar  dura 

combono  ^ f . 

alla  furia-  0 torre  che  da  borea  si  difende. 

Suoi  colpi  aspetta  con  fronte  sicura 
E sta  sempre  provisto  a sue  vicende  ; 

Da  sè  sol  pende  ; in  sé  stesso  si  fida  ; 

Né  guidato  è dal  caso,  anzi  lui  guida. 

Descrizione  Già  carreggiando  il  giorno  Aurora  lieta 
che  JnUo  Pegaso  stringea  f ardente  Griglia  ; 
sì  levò  dai  Surgea  del  Gange  il  bel  stilar  pianeta, 
sonno.  Raggiando  intorno  con  l’ aurate  ciglia: 


37 


3S 


per  mcl.  vale  dominare,  leacr  toggcl-  res,  non  me  relais  subiungcrc  co- 
lo. Dante,  Inf.  XXVII.  : «L’aquila  da  noe.  ■ 

Polenta  la  si  cova.  » * Dove  il  Bufi  : Si.  38.  — ».  \.  * CvnaixeuvDo,  qui 

« e questo  dice,  perché  la  sitino-  nel  senso  alt.  porlaudn  uni  carro. 

reggia.  • — e.  G.  * Tempra:  regola.  Vero  è che  il  Cod.  ricc.  2723  legge 

Machiav.  • temperava  !’  oriuolo  di  carreggiando  il  carro.  — ».  2.  * Pe- 

palagio.  « Del  resto  ricorda  il  dati-  caso  : secondo  i poeti,  l’ Aurora  chic- 

tesco  • giri  fortuna  la  sua  ruota  se  in  dono  a Giove  pc’  suoi  viaggi 

Come  ic  piace.  » — ».  7.  Solve,  tali-  questo  alato  cavallo  nato  dal  sangue 

n a mento  : metaf.  libera.  *•  Da  questa  di  Medusa:  c Licofronc  oc  la  rup- 

leina  acciò  clic  tu  li  solve  « Dante.  presenta  trascorrente  it  ciclo  sulle 

— r.  8.  * Orazio,  Od.  I.  Ili  : • luca  ale  di  Pegaso  (Cass.  17.)  Servio 

Vii-tuie  me  involvo.  » vuole  che  il  cavallo  dell’ Aurora  sia 

St.  37.  — ».  3.  * iEn.  X:  « lllc,  Adone  (ìEii.  X.)  — ».  3.  * Ganci'. 

veiut  rupes  vaslum  qua;  prodi t in  • Questo  è uno  dei  grandissimi  fiumi 

tequor...  Vini  eunctam  alqitc  minas  dell’  India  c corre  contro  il  nostro 

perferl  coclique  marisque,  Ipsa  im-  levante;  per  il  clic  favoleggiando  i 

mola  mancns;  » e VII:  «lllc,  vclut  poeti  dicono,  quando  il  sole  appa- 

pelagi  rupes  immota, rcsislil;  ■ e VI:  risce  al  nostro  emisfero,  clic  egli 

« Ncc  niagis...  movetur,  Quam  si  esce  fuori  del  fiume  Gange,.  Gianibul- 

dura  silex  ani  slct  marpesia  cau-  lari,  lez. — ».  4.  * Delle  pcrsouificu- 

tcs.  « — Dira,  resiste,  regge.  — zioni  umane  date  al  sole,  abbondano 

ó.  *“  Rammenta  l’oraziano  «lui-  esempli;  ma  questa  delle  ciglia  par 

pavidum  fcrient  ruinte.  » — ».  7.  cosa  troppo  minuta.  Pindaro  ha  la 

* Da  sé  sol  pevde:  qui,  depende.  — « pupilla  della  luna  • Olimp.  II.  Il 

».  S.  » Orazio,  Ep.  « Et  inilii  Peli-,  parla  del  Sole  • giù  fuor  del- 


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88 


LA  GIOSTRA. 


Già  lotto  parca  d’oro  il  monte  Oda; 
Fuggita  di  Latona  era  la  figlia  : 
Surgevon  rugiadosi  in  loro  stelo 
Gli  fior  chinati  dal1  notturno  gelo. 


!•'  nra  nella  La  rondinellh  sovra  ili  nido  allegra. 

Hai*  sonno  Cantando  salutava  il’  novo  giorno; 
si  lavò.  E già  de’  Sogni  la  compagnia  negra 
A sua  spelonca  avean  fatto  ritorno:- 
Quando  con  mente  insieme  lieto  ed  egra 
Si  destò  lidio,  e girò  gli  ocelli  intorno  ; 
Gli  occhi  intorno  girò  tutto  stupendo, 

D’  amore  e d’  un  disio  di  gloria  ardendo. 


Aito  c ma-  Pargli  vedersi  tutta  via  davanti 
ì'Mazioni'di  Ca  Gloria  armata  in  su  l'ale  veloce 
tulio.  Chiamare  a giostra  e’ valorosi  amanti 

E gridar  — Iulio  Iulio  — ad  alta  voce  :. 
Già  sentir  pargli  le  trombe  sonanti  ; 

Già  divien  tutto  nell’arme  feroce.. 

Cosi  tutto  focoso  in  piè  risorge, 

E verso  il  cieli  colui  parole  porge  : 


53 


to 


l'oceano  ili  sino  ni -pel lo.  » — r.  S. 
l»or.  Mei).  • E le  cime  de'  monti  pa- 
renn  d’oro..  » — * Vai-.  tl’Ela: 
voccli.  st.  Oda  od  Eia  è nome  d’unti 
catena  di  montagne  in  Grecia.  — 
».  0.  La  luna.  Anclie  Dante:  • am- 
lioduc  gli  tigli  di  Latona.  > — ».  7. 
* Vai-,  tur  finii)  radiati:  Coti.  ricc.. 
2723.  — ih  7-8.  Dante:  * Quali  i 
libretti  dal'  notturno  gelo  Gliinati  c 
chiusi,  poi  clic  ’l  sol'  gl'  imllianca, 
Si  drizza»  tulli  aperti  in  loro 
stelo.  « 

Si.  39.  — t>.  -t-2'.  he  rondini  in 
un  cpigr.  gr.  vengon  chiamale  on- 
tholalnut  (garrilrici  mattiniere);  c 
Aliaci-,  in  un'  ode  si  duole  clic  sinngli 
tolti  i dolci  sonni  dalla  loro  ypnr- 
ihriaitt  fihonunit  (inatutinc  voci). 
L’  Alani,  poi  tolse  di  peso  il  secondo 
M.  di  tpiesla  si.  « E i dipinti  nugcl- 


letti  a lei  d’ intornio  Salutava»  caro 
lamio  il  novo  giorno.  > — ».  3. 
* li’ armonia  di  questo  v.,  cottissima 
a chi  senta  di  poosia,  parve  troppo 
tardli  c lenta  agli  eleganti  corret- 
tore del-  cinquecento  ; c per  modifi- 
carla vi  portarono  un  arcaismo,  leg- 
gemlb  compagna  negra.  Cosi  A.  D.  S. 
Vblg.  — -A.*  Yar.  erre  falla:  A.D. S. 
Volg.  — ».  T.  Virg.  jEii.  IX:  • Oli- 
slnpiiit,  magno  laudum  perculsus 
amore..»  — * STiTEjino,.  stupefatto  : 
partic.  pres.  db  tlupirc. 

Si.  AD.  — ».  I-,  * Tettivi*,  ancora, 
tuttora.  — ».  7.  * Risone. e,  pel 
sempl.  torge.  — ».  8.  * Paiiole  roe- 
ce  : » soprano  licite  porgere  loro  pa- 
role » Volg.  Cit.  di  Dio  -,  c porgere 
per  dire,  in  Datile  : « Udir  non  po- 
tei quello  che  a lor  porse.  ■ Var. 
colai : vcccli.  st.  c A. 


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LIBRO  SECONDO.  Sf> 

Orazione  di  _ <j  sacrosanta  dea  figlia  di  Giove,  4t 

lado.  Per  cui  il  tempio  di  lan  s apre  e riseria  ; 

La  cui  potente  destra  serba  e move 
Intero  arbitrio  e di  pace  e di  guerra  : 

Vergine  santa  da;  irrirabil  prove 

Mostri  del  tuo  gran  nume  in  cielo  c ’n  terra, 

Ch’  e’  valorosi  cuori  a virtù  infiammi  ; 

Soccorrimi  orr  Tritonia,  e virtù  dammi. 

S‘  io  vidi  drento  alle  tue  armi  chiusa  ì-j. 
La  sembianza  di  fei  clic  me  a me  fura  : 

S' io  vidi  il  volto  orribil  di  Medusa 

Far  lei  contro  ad  Amor  troppo  esser  dura; 

Se  poi  mia  mente  dal  tremor  confusa 
Sotto  il  tuo  schermo  diventò  secura  ; 

S’  Amor  con  teco  a grandi  opre  mi  chiama. 
Mostrami  il  porto,  o dea,  d’  eterna  fama. 

rarolodiln-  E tu  che  drento  alla  infocata  nube  43 

iioaVftn»-  ()0gMastj  tun  seinbfttnza  dimostrarmi. 


Si.  4t.  — n.  1.  Invocazione  di 
(ìiuliano  a Pallade,  perché  coroni 
di  gloria  la  sua  impresa.  Anche  in 
Virg.  ■ Armipolens  prasses  belli  Tri- 
ionia virgo.  » — t>.  2.  A Giano  fu 
fabbricato  da  Noma  un  tempio,  le 
cui  porle  si  chiudevano  in  tempo  di 
pace  e si  aprivano  in  tempo  di 
guerra.  * Var.  diJaut'aprt  e ter- 
ra ; A : di  Giano  «'  opre  e terra  : 
qualche  v.  si.  D S.  La  lezione  volg. 
s'apre  e si  terra  è pur  del  Cod. 
riec.  2723  e dell’  olivcriano,  secondo 
ne  dice  il  Belli;  ina  il  cliig.  (ediz. 
roin.  1801)  legge,  con  noi  e le  più 
delle  veceb.  si.,  «’  apre  e riterrà.  — 
v.  4.  * Alienalo,  potestà,  autorità,  si- 
gnoria. — v.  li.  * Pieni!  (nome  in  qual- 
che v.  st.)  dello  Ialinamente  della  vo- 
I on l a forza  e potenza  degli  dei. 
Ilorat.  epoil.  « ...  Nox  et  Diana, 
Mime  nunc  adeste,  nunc  in  hosliles 
demos  Iram  alque  numcn  vcrlite.  » 


(ioni.  Nep.  Tiinul.  ■ Niliil  rrruni 
liumanarum  siile  deorum  mimine 
agi.  • Cic.  Veri-.  • .tlulla  serpe  pro- 
digio vini  eius  (Cererii l nuinenque 
dederaut.  ■ Il  Dizionario  di  Bologna 
ne  portò  esempii  del  Caro  (Eneide), 
ma  non,  come  questo  del  Poliziano, 
spiccati. 

Si.  42.  — v.  \.  * Chiusa,  coperta 
delle  armi  da  difesa  per  modo  da 
esserne  d’ogni  parte  riparata.  I Di- 
zionari non  pol  lano  esempii  di  que- 
sta locuz.  ; salvo  quel  di  Napoli,  che 
ha  del  Tasso  « Vien  chiuso  nello 
scudo.»  — v.  2.  * Vedi  I.  I,  st.  XIII, 
v.  2.  — e.  5.  * T seno  ne  : qui,  so- 
spetto. timore,  paura  ; « nella  fac- 
cia gela  per  tremore.  » Boce.  Tes. 
— u.  6.  Scuritilo,  riparo,  difesa.  — 
ri.  7.  * Var.  a grande  opra:  Cod. 
rice.  2' 23. 

Si.  43. — u.  t.  * Var.  alt’  affocata, 
qualche  vcccli.  st.  A.  S.  Volg  : dentro 


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LA  CASTRA. 


E ch’ogni  altro  pensier  dal  cor  mi  rubo 
Fuor  che  d’amor  dal  qual  non  posso  aitarmi; 

E m’ infiammasti,  come  a suon  di  tube 
Animoso  cavai  s’ infiamma  all’  armi  ; 

Fammi  in  tra  gli  altri,  o Gloria,  sì  solenne, 

Ch’io  batta  in  fino  al  ciel  teco  le  penne. 

Parole  di  tu-  E s’ io  son,  dolce  Amor,  s’ io  son  pur  degno  4* 
l'npido*0  Essere  il  tuo  campion  contro  a costei, 

Contro  a costei  da  cui  con  forza  e ingegno 
(Se  ver  mi  dice  il  sonno)  avvinto  sei, 

Fa’  si  del  tuo  furor  mio  pensier  pregno. 

Che  spirto  di  pietà  nel  cor  li  crei. 

Ma  Virtù  per  sé  stessa  ha  l’ale  corte; 

Perchè  troppo  è il  valor  di  costei  forte. 

Troppo  forte  è,  signor,  il  suo  valore,  45 
Che,  come  vedi,  il  tuo  poter  non  cura  : 

E tu  pur  suoli  al  cor  gentile.  Amore, 

Riparar,  come  augello  alla  verdura. 

Ma  se  mi  presti  il  tuo  santo  furore, 

Leverai  me  sopra  la  tua  natura  ; 


>•  aff  ocala  : 1).  — v.  3.  Mi  mjbe . ir.otaf. 
ni  logli.  Dante  : * 0 imaglnativa  che 
ne  nibe  Talvolta  si  ili  fuor.  — ».  4. 
Aitarmi,  difendermi  -.Dante;  «AiLftni 
da  lei,  famoso  saggio.  » — ».  5-6. 
Imit.  da  quel  d’  Ovid.  « Ut  fremit 
aeer  equus,  cnm  bellicus  aire  ca- 
noro Signa  dedit  tubiceli,  pugnccquc 
assumi!  honorem;  • c Slaz.  Tlieb. 
* Prosilil  audaci  Mortis  perculsus 
amore,  Arma,  tubas  audire  culcns.  • 
— e.  7.  » Solesse,  per  grande,  ec- 
cellente, singolare,  è spesso  nel  Bocc. 
Vit.  Dante:  • le  divine  opere  di  Vir- 
gilio c degli  altri  solenni  poeti.  » 

Si.  44.  — ».  \.  * Vnr.  E s' io 
so»,  dolce  Amor,  se  son  : A.  D.  S. 
Volg.  — ».  2-3.  * Var.  conira  co- 
sici: A.  D S.  Volg.  — ».  4.  * Var. 
Se  ’l  ver:  A.  D S.  Volg.  — ».  6. 


Stiiito  di  pietà.  Dante:  • INon  bai  tu 
spirto  di  piclatc  alcuno.  » — * Li 
crei  : Var.  le  crei,  A.  D.  S.  Volg. 
Pelr.  « ...  costei...  In  me...  Cria 
d’ amor  pensieri.  » 

Si.  45.  — ».  \.  * Var.  lo  suo 
valore,  Bened.  Troppo  forte,  si- 
gnor, è ’l  suo,  A.  D.  S.  Volg.  — 
3-4.  G.  Guinicelli:  * Al  cor  gentil 
ripara  sempre  amore.  Siccome  au- 
gello in  selva  alla  verdura.  » 
* Fior  di  virtù:  « E il  bene,  che  è 
cosi  conlinovo,  ripara  in  ciasche- 
duno cuore  gentile,  come  fanno  gli 
uccelli  alla  verdura  delia  selva.  - 
— ».  5.  * Furore,  qui  in  buona 
parte,  ardore,  zelo.  — ».  6.  * In- 
tendi: mi  solleverai  oltre  il  costu- 
me e la  natura  tua,  che  è genti- 
lezza e dilicatezza:  mi  furai  diverso 


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LIBI»)  SECONDO. 


•J1 


E farai,  come  suol  marmorea  rota, 

Clio  lei  non  taglia  e pure  il  ferro  arrota. 

Con  voi  me 'n  vengo.  Auior,  Minerva  e Gloria, 
Che  'I  vostro  foco  tutto 'I  cor  tu’ avvampa  : 

Da  voi  spero  acquistar  l’alta  vittoria. 

Che  tutto  acceso  soli  ili  vostra  lampa  : 

Datemi  aita  si,  che  ogni  memoria 
Segnar  si  possa  ili  mia  eterna  stampa, 

E facci  umil  colei  eh’  or  mi  disdegna  ; 

Ch’  i’  porterò  ili  voi  nel  campo  insegna. 


•tagli  altri  amanti , mi  Tarai,  cioè, 
gagliardo  c valoroso  in  armi.  — 
r.  8.  * Vur.  eh' tlhi  non  taglia: 
A.  I).  S.  Volg.  — v.  7-8.  * « Kiingar 
vice  colis,  actilum  Kcdderc  <|iuc  fer- 
rimi vaici,  exsors  ipsa  secami!.  ■ 
Orazio.  (Fornaciari.) 

Si.  Afi.  — v.  4.  * Lampa,  splcn- 
ilorc.  Lampat,  lai.,  è lo  splendore  del 
sole  o del  giorno  : • prima  lustrnbal 
lampade  terras  Orla  dies  ■ Virg.  ; e 
anche  , splendore  semplicemente  : 
-...  ipsc  auleti)  (tomnut)  nec  lampade 
clara  Nec  sonilo  nec  voce  De®  pcr- 
culsus,  codein  More  iacct.  > Stai. 
Tlich.  X.  Gli  esempi  clic  di  lampa 
in  >|tieslo  signif.  portano  i vocali. 


ilal.  non  sono  forse  proprissimi  : 
eccoli.  Datile,  l’arad.  XVII,  5:  » era 
sentile  Da  Bealrice  c dalla- salila  lam- 
pa;» qui  lampa  è mctnforic.  1"  anima 
liealu.  l’clr.  • Del  lu  i iniincr  ima  Delle 
beale  vergini  prudenti.  Alivi  la  pri- 
ma e con  più  chiara  lampa;  » qui 
finnjia  è lampada , vaso  nel  quale  si 
tiene  acceso  il  lume  d’olio.  — r.  5-6. 
* Intendi  : ogni  memoria  conservi 
eternamente  la  iiiiugiue  delle  opere 
mie.  il  imitazione  non  proprissima 
del  dantesco  ■ Segnata  bene  del-, 
l’ interna  stampa  » e « Segnalo  della 
stampa,  Nel  suo  aspetto,  di  «rtel 
dritto  zelo.  » * Yar.  «c  disdegna  : 
qualche  veceh.  st. 


LA  SOPRASCRITTA  OPERA 
DALLO  ATTORE  NON  FU  FINITA. 


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LA 

FÀVOLA  DI  ORFEO 

COMPOSTA 

1)A  MESSE!?  ANGELO  POLIZIANO 

secondo  la  lezione  di  i lodici  ciuciano  k biccamuo.no 

A BELLE  STAMPE  !>’  INNANZI  AL  1770.] 


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ANGELO  POLIZIANO 

A MESSER  CARLO  CANALE 

svo  s. 


Solevano  i Laccdemonii,  umanissimo  messer  Carlo  mio, 
quando  alcuno  loro  figliuolo  nasceva  o di  qualche  membro  impe- 
dito o delle  forze  debile,  quello  esponevo  subitamente  nè  per- 
mettere che  in  vita  fussi 1 * riservato,  giudicando  tale  stirpe 
indegna  di  Lacedemonia.  Così  desideravo  ancora  io  che  la 
fabula  di  Orfeo  •,  la  quale,  a requisizione  del  nostro  reveren- 
dissimo cardinale  mantuano,  in  tempo  di  dui  giorni,  intra 
continui  tumulti,  in  stilo  vulgarc  perchè  dagli  spettatori  meglio 
fussc  3 intesa,  avevo  composta  ; fusse  di  subito,  non  altrimenti 
che  esso  Orfeo,  lacerata;  cognoscendo  questa  mia  figliuola 
essere  di  qualità  da  far  più  tosto  al  suo  padre  vergogna  che 
onore,  e più  tosto  atta  a dargli  malinconia  che  allegreza.  Ma 
vedendo  che  * c voi  e alcuni  altri  troppo  di  me  amanti,  contro 
alla  mia  voluntà,  in  vita  la  ritenete,  conviene  ancora  a me 
avere  più  rispetto  allo  amore  paterno  e alla  voluntà  vostra  4 che 
al  mio  ragionevole  instituto.  Avete  però  una  giusta  escusazione 
della  voluntà  vostra;  perchè,  essendo  così  nata  sotto  lo  auspizio 
di  sì  clemente  signore,  merita  d'essere  esenta  dalla  comune 
legge.  Viva  adunque,  poi  che  a voi  così  piace:  ma  ben  vi 
protesto  che  tale  pietà  è una  espressa  crudeltà:  e di  questo 
mio  giudizio  desidero  ne  sia  questa  epistola  testimonio.  E voi 
che  sapete  la  necessità  della  mia  obedienzia  e l'angustia  del 
tempo,  vi  priego  che  con  la  vostra  autorità  resistiate  a qua- 
lunche0’  volesse  la  imperfezione  di  tale  figliuola  al  padre  at- 
tribuire. Vale. 


1 fusto,  Cornili».  5 dita.  Coti,  piccar,  duo.  Cumino. 

3 /itile  meglio,  le  si.  ‘ che  voi,  le  si. 

5 Nel  Rice,  monco  il»  questo  punto  fino  a perché  estendo  cosi,  cc. 

5 gitahtiigue,  le  si:  eccetto  la  prima  ilei  Belici). 


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LA  FAVOLA  DI  CEFFO. 


MERCURIO  annunzia  la  festa.' 

Silenzio,  l’elite.  E1  fu  già  un  pastore  i 

Figliuol  (l’Apollo,  chiamato  Aristeo: 

Costui  amò  con  si  sfrenato  ardore 
Euridice  che  moglie  fu  di  Orfeo, 

Che,  seguendola  un  giorno  per  amore, 

F u ragion  del  suo  fato  acerbo  e reo  : 

Perché,  fuggendo  lei  vicina  all’ acque, 
lina  biscia  la  punse;  e morta  giacque. 

Orfeo  cantando  all’ inferno  la  tolse;  9 

Ma  non  potò  servar  la  legge  data  : 

Che  ’l  poverel  tra  via  drieto  si  volse; 

Sì  che  di  nuovo  ella  gli  fu  rubata  : 

Però  mai  più  amar  donna  non  volse; 

E dalle  donne  gli  fu  morte  data. 

Seguila  un  Pastore;*  e dice 
State  attenti,  brigata.  Buono  augurio  : 

Poi  che  di  cielo  in  terra  vien  Mercurio. 


1 Mf.iu.iiuu  annunzialore  della,Cot\. 
l ice.  : annonzialorc  della.  Coti,  cliig. 
secondo  Coni,  c Aitò. 

V.  li.  — caso  acerbo,  Ricc. 

P.  lt.  — Cosi  il  Ricc.  c il  Cliig. 
Ha  le  stampe  ani.:  Clic  ’l  fiorerei  lo 
indrieln  si  rivolse. 

5 II  Ricc.  e il  Cliig.  leggono:  Sé- 
Colui  i\o 


ij  uila  un  pastore  schiavane.  Clic  c'cn- 
tri  io  schiavano,  nè  io  so  trovare  ni: 
seppe  il  I’.  Affò.  Come  non  s'avessca 
intendere  clic  Tosse  di  qualche  dialet- 
to scliiavone  la  voce  capoto  die  è in 
cambio  di  cielo  nell’  ultimo  verso  di 
questa  ottava, quale  leggesi  nel  Ricc.: 
Che  di  tavolo  in  terra  vien  Mercurio. 


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!>8 


LA  FAVOLA  DI  OIÌFEO. 


Mopso  pastor  vecchio. 

Ila' tu  veduto  un  mio  vitellin  bianco,  i; 

Clic  ha  una  macchia  nera  in  su  la  fronte 
E duo  piò  rossi  e un  ginocchio  e’1  fianco? 

Aristf.o  paslor  giocane. 

Caro  mio  Mopso,  a piè  di  questo  fonte  20 

Non  son  venuti  questa  mane  armenti. 

Ma  senti’  ben  mugghiar  là  drieto  ab  monte. 

Va’,  Tirsi,  e guarda  un  poco  se  tu  '1  senti.  23 

Tu,  Mopso,  in  tanto  ti  starai  qui  meco; 

Ch’i’vo’  eh’ ascolti  alquanto  i’  mie’ lamenti, 
ler  vidi  sotto  quello  ombroso  speco  26 

Una  ninfa  più  bella  che  Diana, 

Ch’un  giovano  amadore  avea  seco. 

Com’io  fidi  sua  vista  più  che  umana,  . 29 


Subito  mi  si  scosse  il  cor  nel  petto 
E mia  mente  d’amor  divenne  insana; 

Tal  ch’io  non  sento,  Mopso,  più  diletto;  32 

Ma  sempre  piango,  e’1  cibo  non  mi  piace, 

E sanza  mai  dormir  son  stato  in  letto. 

Morso  pastore. 

Aristco  mio,  questa  amorosa  face  35 

Se  di  spegnerla  tosto  non  fai  pruova. 

Presto  vedrai  turbata  ogni  tua  pace. 

Sappi  che  amor  non  m’ò  già  cosa  nuova;  38 

So  come  mal,  quand’è  vecchio,  si  regge: 

Rimedia  tosto,  or  che’l  rimedio  giova. 

Se  tu  pigli,  Aristeo,  suo’  dure  legge;  41 


V.  tu.  — lìt  un,  Bice,  e alarne 
vecchie  si.  Ed,  Cornili. 

tr.  21.  — fi 11*  slamane,  alcune 
vecchie  si. 

V.  22.  — drcnlo  al,  Rice. 

V.  25.  — alquanto  mie’,  alcune 
vecchie  si. 


V'.  2h.  — aveva.  Ila/. 

V.  36.  — spegna  la  presto,  le  vee- 
•Itic  si. 

V.  40. — Or  che'l  rimediar.  Chi- 
amilo. 

V.  41.  — Cosi  i Collii.  Le  al.  : sua 
dura  legge. 


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LA  FAVOLA  1)1  ORKKO. 


•J9 


E'  t' useiran  del  capo  i sciami  et  orti 
E viti  e biade  e paschi  e mandrie  e greggio. 

Aristeo  pastore. 

Mopso,  tu  parli  queste  cose  a’  morti  : 

Si  che  non  spender  meco  tal  parole  ; 

Acciò  che  il  vento  via  non  se  le  porti. 

Aristeo  ama  e disamar  non  véle 
Nò  guarir  cerca  di  si  dolce  doglie: 

Quel  loda  amor  che  di  lui  ben  si  dole. 

Ma  se  punto  ti  cal  delle  mie  voglie,  00 

Dò  tra’  fuor  della  tasca  la  zampogna; 

E canterete  sotto  l’ ombrose  foglie: 

Ch’i'so  che  la  mia  ninfa  il  canto  agogna.  ts 

CANZONA 

Edite,  selve,  mie  dolce  parole. 

Poi  che  la  ninfa  mia  udir  non  vàie. 

La  bella  ninfa  ò sorda  al  mio  lamento  k 

E’1  suon  di  nostra  fìstula  non  cura: 

Di  ciò  si  lagna  il  mio  cornuto  armento, 

Nò  vuol  bagnare  il  grifo  in  acqua  pura. 

Nò  vuol  toccar  la  tenera  verdura  ; 

Tanto  del  suo  pastor  gl’  incresce  e dole. 

Udite,  selve,  mie  dolce  parole. 

Ben  si  cura  l’armento  del  pastore:  r« 

La  ninfa  non  si  cura  dello  amante; 

La  bella  ninfa  che  di  sasso  ha  il  core. 

Anzi  di  ferro,  anzi  l’ha  di  diamante: 

Ella  fugge  da  me  sempre  d’ avante. 

Come  agnella  dal  lupo  fuggir  sóle. 

V.  42. — £’l'nwiri,Bicc.:  e(n-  V'.  64.  — min, qualche  vecchia  si. 

i/i i,  ale.  vccch.  st:  i semi,  altre.  V.  59.  — Ami, qualche  vece.  ediz. 

V.  51.  — Irai,  Chig.  V.  (!6. — Così  il  Rice,  e l’eili*. 

V.  52.  — 6 canlarem , qualche  Bened.  Ma  altre  st„  compr.  Coni.: 

vecchia  st  : cantarci i,  altre.  ami  di  diamante. 


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100  LA  FAVOLA  DI  ORFEO. 

Udite,  selve,  mie  dulec  parole. 

Digli,  zampogna  mia,  come  via  fugge  70 

Co  gli  anni  insieme  la  belleza  snella; 

E digli  come  il  tempo  ne  distrugge. 

Nè  l’età  persa  mai  si  rinnovella: 

Digli  che  sappi  usar  suo’  forma  bella, 

Chò  sempre,  mai  non  son  rose  e viole. 

Udite,  selve,  mie  dolce  parole. 

Portate,  venti,  questi  dolci  versi 
Dentro  all’  orecchie  della  ninfa  mia  : 

Dite  quant’io  per  lei  lacrime  versi, 

E lei  pregate  che  crude!  non  sia  : 

Dite  che  la  mia  vita  fugge  via 
E si  consunta  come  brina  al  soli'. 

Udite,  selve,  mie  dolce  parole; 

Poi  clic  la  ninfa  mia  udir  non  vólo. 

Morso  pastore  risponde,  e dice  così  : 

E'  non  è tanto  il  mormorio  piacevole 
Delle  fresche  acque  che  d’un  sasso  piombano, 

Nè  quando  soffia  un  ventolino  agevole 
Fra  le  cime  de’ pini  e quelle  trombano; 

Quanto  le  rime  tue  son  sollazevole. 

Le  rime  tue  che  per  tutto  rimbombano: 

S' ella  l’ode,  verrà  come  una  cucciola. 

Ma  ecco  Tirsi  che  dfl  monte  sdrucciola. 

Sèijuila  pur  Mopso. 

Ch’è  del  vitello?  Italo  tu  ritrovato?  si 

Tirsi  servo  risponde  : 

Sì  ho;  così  gli  avesse  el  collo  ntozo! 

Che  poco  nten  che  non  m’ ha  sbudellato  ; 

V.  7t.  — suo'  belleza,  Ricc.  V.  91.  — Se  la  l'ode,  ima  veccli.  ,t. 

V*.  79.  — ^uaiifo,  alcune  vecchie  K.  94.  — Cosi  le  st.;  eccetto  quella 

si  del  Bai.  che  legge  : Si  ho  ; cotiche  gli 

V.  Sa.  — Et  non,  Ricc.  avessi  el  col  ntozo!  Il  Ricc.:  Si  ho: 

I’,  SS.  — rombano.  Bai.  rosi  gli  avess'  io  et  collo  moto. 


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101 


LA  FAVOLA  1)1  ORFEO. 

Si  corse  per  volermi  dar  di  eozo. 
l'ur  I'  ho  poi  nella  mandria  ravviato; 

Ma  ben  so  dirti  che  gli  ha  pieno  il  gozo  : 

Io  ti  so  dir  che  gli  ha  stivata  l’epa 
In  un  campo  di  gran  tanto  che  crcpa. 

Ma  io  ho  vista  una  gentil  donzella  joi 

Che  va  cogliendo  fiori  intorno  al  monte. 
l’ non  credo  che  Vener  sia  più  bella 
l’iù  dolce  in  atto  o più  superba  in  fronte: 

E parla  e cauta  in  sì  dolce  favella. 

Che’  fiumi  svolgerebbe  in  verso  el  fonte  ; 

Di  neve  o rose  ha  il  volto,  e d’ór  la  testa. 

Tutta  soletta,  c sotto  bianca  vesta. 

Aristeo  pastore  dice. 

Rimanti,  Mopso;  ch’io  la  vo’ seguire;  4(s 

Perchè  l’ò  quella  di  eh’  i’  t’ho  parlato. 

Morso  pastore. 

Guarda,  Aristeo,  che  T troppo  grande  ardire 
Non  ti  conduca  in  qualche  tristo  lato. 

Aristeo  pastore. 

0 mi  convien  questo  giorno  morire, 

0 tentar  quanta  forza  abbia  il  mio  fato. 

Rimanti,  Mopso,  intorno  a questa  fonte; 

Ch’i’ voglio  ire  a trovalla  sopra ’I  monte. 

Morso  pastore  dice  cosi. 

0 Tirsi,  che  ti  par  del  tuo  car  sire?’  in 

Vedi  tu  quanto  d’ogni  senso  è fore? 

Tu  gli  dovresti  pur  tal  volta  dire 
Quanta  vergogna  gli  fa  questo  amore. 

visto,  alcune  vece.  si.  V.  1 10.  — ili  chi,  le  st.  : di  eh’  io, 
Ricc. 

Più  'lutee  in  atto, più  V.  111.  — Così  il  Ricc.  cilCliig.: 
le  st.  provar.  E alcuno,  abbi  ’l  mio. 
Che  ì fiumi,  Ricc.  V.  110.  — trovarla,  le  st. 


Vr.  toi.— 
c Coni. 

V.  t04.  — 
Dan. 

V*.  100.  — 


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LA  FAVOLA  M ORFEO. 


m 

Tirsi  risponde. 

0 Mopso,  al  servo  sta  bene  ubbidire  ; 

E inatto  è chi  comanda  al  suo  signore, 
lo  so  che  gli  è più  saggio  assai  che  noi 
A me  basta  guardar  le  vacche  e’ buoi. 


Aristf.0  ad  Euridice  fuggente  dice  cosi.1 * 


Non  mi  fuggir,  donzella  ; 125 

Ch’i’ti  son  tanto  amico, 

E che  più  t’amo  che  la  vita  e’4  core.  * 

Ascolta,  o ninfa  bella,  t2S 

Ascolta  quel  ch’io  dico: 

Non  fuggir,  ninfa  ; eh’  io  ti  porto  amore. 

Non  son  qui  lupo  o orso , tòt 

Ma  son  tuo  amatore: 

Dunque  raffrena  il  tua  volante  corso. 

Poi  che  ’l  pregar  non  vale  u* 

E tu  via  ti  dilegui, 

E1  convien  eh’  io  ti  segui. 

Porgimi,  Amor,  porgimi  or  le  tue  ale  ! 137 


3Orfeo,  cantando  sopra  il  monte  in  su  la  lira  e’3  seguenti  versi 
latini  (li  quali  a proposito  di  Messer  Baccio  Ugolino,  attore1 
di  detta  persona  d’ Orfeo,  sono  in  onore  del  cardinale  mau- 
tuano),  fu  interrotto  da  un3  Pastore  nunciatore  della  morte 
di  Euridice. 

0 meos  longum  modulata  lusus  13S 

Quos  amor  primam  docuit  iuventam, 


1 Ariste»  nd  Euridice,  Rice. 

V.  t3t. — Questo  c i due  seguenti 
versi  non  sono  nel  Rice. 

V.  135.  — E Ira  via,  Chig. 
s Questa  rubrica  c la  seguente  ode 
latina  non  sono  nel  Rice.:  il  quale 
liu  in  vece  subito  dopo  i versi  di 
Arisleo:  Seguitando  Aristeo  Euridice, 


ella  ti  fugge  drenlo  alla  telati,  dove 
punta  dal  serpente  grida  ; et  simile 
Aristeo.  Segue  poi  un  Pastore  ad 
Orfeo  co  si.  E riattacca  coi  versi: 
Crudel  novella  ti  riporlo,  Orfeo. 

9 li,  qualche  vecchia  st. 

» autore,  qualche  vecchia  st. 

5 uno,  qualche  vecchia  st. 


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LA  FAVOLA  1)1  ORFEO. 


ìon 

Flecle  mine  mecum  numero*  novumque 
Die,  Itjra,  carmen: 

Sen  quod  hirsntos  aijat  Iute  leones  ; 1-12 

Seti  quod  et  frontem  domini  serenel. 

Et  levet  curas  penitusfjue  doclas 
Mulceat  aure s. 

Vindicat  nostro s sibi  iure  cantus  liti 

Qui  colit  vate s citharamque  princeps; 
lite  cui  sacro  rutilus  refulrjrt 
Crine  qalerus; 

lite  cui  flagrans  triplici  corona  15» 

Cina  et  miratavi  diadema  frontem. 

Fallar  ? an  vati  bonus  lune  cannili 
Diclat  Apollo ? 

Phtebe,  qua;  dictas,  rata  fac,  precnmnr  ! 154 

Dignus  est  noslrce  dominus  Thaliie, 

Cui  eeler  versa  fluat  Hermus  uni 
Aurea s urna  ; 

Cui  tuas  mittat,  Cytherea,  concita s 15S 

Conscius  primi  Phaelontis  lndus; 

Jpsa  cui  dices  properet  beatum 
Copia  cornu. 

Quippe  non  gazavi  pavidus  reposlam  1C2 

Servai  ceceo  simili*  draconi: 

Sed  vigil  famam  secat  ac  perenni 
Imminet  (evo. 

Ipsa  phcebeu;  vacat  aula  turba;  1®> 

Dulcior  blandis  lleliconis  umbris: 

Et  vocans  doctos  palei  ampia  tota 
lama  poste. 

Sic  refert  magate  titilli s superbum  ito 


V’.  145.  — Nell’  ediz.  ilei  Buz.  leg- 
gasi aura t;  mu  è fallo  [AITÒ).  Non 
in  solo  il  Buz.  ma  in  molte  delle 
vecchie  st. 

V.  147.  — cilAerom 9 ne j Baz. 

V.  158.  — millat.  Ncll’ediz.  delle 


op.  lat.  deH'aut.  fatta  da  Aldo,  si  liu 
mulat  ; c lo  stesso  pure  nell’  Orfeo 
stampalo  dal  Baz.  [A.];  e in  tutte  le 
vecchie  st. 

V.  159.  — primi.  Le  edd.  d’ Aldu, 
d’ Episcopio  c di  Grillo  legg.  libi.  [A  ] 


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LA  FAVOLA  DI  ORFEO. 


lUi 

Stemma  Gonzaga;  recidiva  virtus, 

Gaudet  et  faslos  superare  avitos 
/E mutui  hwres. 

Scilicet  stirperà  generosa  succo  1T4 

Poma  commendant  ; timidumque  numquam 
Vulturem  fasto  lo  vis  acer  ales 
Exludit  oro. 

Curre  iam  tato  violentus  amne,  173 

0 sacris  Mitici  celebrale  Musisi 
Ecce  Mcecenas  libi  nane  Maroqtte 
Contigil  unii 

Iatnquc  vicinas  tibi  subdat  undas 
Vel  Padus  multo  resonans  olore, 

Quamlibet  jlentes  animosus  alnos 
Astraque  iactet. 

Candidai  ergo  volucres  notàral  iss 

Mantuam  condens  tiberinus  Ocnus, 

Nempe  quem  Purcce  docuit  benigna ; 

Conscia  mater. 

Un 1 Pastore  annunzia  a Orfeo  la  morte  di  Euridice.5 
Crudel  novella  ti  rapporto,  Orfeo,  iste 

Clic  tua  ninfa  bellissima  è defunta. 

Ella  fuggiva  l’amante  Aristeo; 

Ma,  quando  fu  sopra  la  riva  giunta, 

Da  un  serpente  velenoso  e reo, 

Oh’  era  fra  l' erbe  e'  fior,  nel  piè  fu  punta  : 

E fu  tanto  potente  e crudo  il  morso. 

Che  ad  un  tratto  fini  la  vita  e ’l  corso. 

Orfeo  si  lamenta  per  la  morte  di  Euridice. 

Dunque  piangiamo,  o sconsolata  lira,  ìas 

Chè  più  non  si  convicn  1’  usato  canto. 

Piangiam  mentre  che  ’l  ciel  ne’  poli  aggira, 

, E Filomela  ceda  al  nostro  pianto. 

1 Uno,  qualche  vecchia  st.  c il  V.  197. — Che  a,  alcune  vece.  si. 
Cumino.  V.  200. — poi  nel  cielo  aggira,  Rice 

i II  Rice.  Im  solamente  Pastoci:.  V'.  201. — Filomena,  Ricc.  e si. 


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1..V  FAVOLA  DI  ORFEO. 


I 

0 cieiu,  o terra,  o mare,  o sorte  dira  ! 

Come  potrò  soffrir  mai  dolor  tanto? 

Euridice  mia  bella,  o vita  mia, 

Sanza  te  non  convien  che  in  vita  stia. 

Andar  convienmi  alle  tartaree  porte  ros 

E provar  se  là  giù  mercé  s’impetra. 

Forse  che  svolgerem  la  dura  sorto 
Co’  lacrimosi  versi,  o dolce  cetra  ; 

Forse  che  diverrà  pietosa  Morte  : 

Che  già  cantando  ahhiam  mosso  una  pietra. 

La  cervia  e’I  tigre  insieme  abbiamo  accolti 
E tirate  le  selve  e’ fiumi  svolti. 

Orfeo  cantando  gittgne 1 all’  inferno. 

Pietà,  pietà  ! del  misero  amatore  214 

Pietà  vi  prenda,  o spiriti  infermili. 

Qua  giù  m’ ha  scorto  solamente  Amore  ; 

Volato  son  qua  giù  con  le  sue  ali. 

Posa,  Cerbero,  posa  il  tuo  furore  ; 

Chè,  quando  intenderai  tutti  i mie’  mali. 

Non  solamente  tu  piangerai  meco 
Ma  qualunque  è qua  giù  nel  mondo  ceco. 

Non  bisogna  per  me,  Furie,  mugghiare,  222 

Non  bisogna  arricciar  tanti  serpenti  : 

Se  voi  sapessi  le  mia  doglie  amare. 

Faresti  compagnia  a’  mie’  lamenti  : 

Lasciate  questo  miserei  passare. 

Che  ha  ’l  ciel  nimico  e tutti  gli  elementi. 


V.  202.  — 0 terra,  o morte.  Ilice. 

Vr.  203.  — Senza, ale.  si.  al  monti - 
ititi,  Clilg. 

V.  209.  — Con,  qualche  vecchia 
st.  e il  Cumino. 

V.  211.  — mona,  qualche  vec- 
chia si. 

V.  212.  — adorno,  Ricc. 

1 Gionge,  qualche  vecchia  st. 

V.  216.  — Il  Ricc.,  ma  forse  per 
errore,  legge:  *0/  l' unente  Amore. 


V.  219.  — Nel  Ricc.  manca  questo 
verso:  c i due  seguenti  sono  cancella- 
li ; ma  si  vede  chiaramente  che  dice- 
vano: Aon  per  Cerber  legar  fo  gite  ita 
ria.  Ma  solamente  per  la  donna  mia. 

V.  222.  — Questa  oliava  c le  ire 
segg.  nel  Ricc.  mancano:  il  quale 
l’ oliava  antecedente  riattacca  subito 
con  quella  che  comincia)  lina  serpe 
tra ’ fior. 

V.  22V.  — mie,  Baz.  e Coni. 


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10(3 


LA.  FAVOLA  DI  OKFEO. 


Clio  vicn  por  impetrar  merzò  «la  Morte  : 

Dunque  gli  aprite  le  ferrate  porte. 

Plutone  pieno  di  maraviglia  dice  cosi. 

Chi  è costui  che  con  si  dolce  nota  £30 

Muove  l’abisso  e con  l’ornata  cetra? 

Io  veggo  fissa  d’Issi'on  la  rota, 

Sisifo  assiso  sopra  la  sua  potrà, 

E le  Bolide  star  coll’urna  vota: 

ÌN'è  più  l’acqua  di  Tantalo  s’arretra: 

E veggo  Cerber  con  tre  bocche  intento, 

E le  Furie  acquetare  al  suo  lamento. 

Minos  a Plutone. 

Costui  vien  contro  le  legge  de’ Fati,  203 

Che  non  mandali  qua  giù  carne  non  morta: 

Forse,  0 Pltìton,  che  con  latenti  aguati 
Per  tòrti  il  regno  qualche  inganno  porta. 

Gli  altri  che  similmente  sono  nitrati. 

Come  costui,  la  irremeabil  porta, 

Sempre  ci  fur  con  tua  vergogna  e danno. 

Sie  cauto,  0 Pluton  : qui  cova  inganno. 

Orfeo  genuflesso  a Plutone  dice  cosi. 

0 rcgnator  di  tutte  quelle  genti  243 

C’hanno  perduta  la  superna  luce; 

Al  qual  discende  ciò  che  gli  elementi. 

Ciò  che  natura  sotto  il  ciel  produce  ; 

Udite  la  cagion  de’ mie’  lamenti. 

Pietoso  Amor  de’  nostri  passi  ò duce  : 

Non  per  Cerber  legar  fo  questa  via. 

Ma  solamente  per  la  donna  mia. 

Una  serpe  tra’ fior  nascosa  e l’erba  • sfi4 

Mi  tolse  la  mia  donna  anzi  il  mio  core: 

V.  212.  — entrali , Cornino. 

V.  251.  — Leggo  cosi  col  Chig.  ci- 
tato (tali’  AITÒ.  Le  st.  hanno  di  nostri 
passi : il  Rice,  manca  (ti  questa  ottava. 


V.  22S.  — mercè , Cornino. 

V.  232.  — ferma.  Cornino. 

V.  237.  — al  pio,  Cliig.  il  sho,  Coni. 
U.  23S.  — leggi.  Cornino. 


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• LA  FAVOLA  DI  ORFEO. 


107 


Ond’  io  meno  la  vita  in  pena  acerba 
Né  posso  più  resistere  al  dolore. 

Ma  se  memoria  alcuna  in  voi  si  serba 
Del  vostro  celebrato  antico  amore, 

Se  la  vecchia  rapina  a mente  avete, 

Euridice  mia  bella  mi  rendete. 

Ogni  cosa  nel  fine  a voi  ritorna,  262 

Ogni  vita  mortale  a voi  ricade: 

Quanto  cerchia  la  luna  con  suo’  corna 
Convien  ch’arrivi  alle  vostre  contrade: 

Chi  più  chi  men  tra’superi  soggiorna; 

Ognun  convien  che  cerchi  queste  strade: 

Questo  è de’ nostri  passi  estremo  segno: 

Poi  tenete  di  noi  più  lungo  regno. 

Cosi  la  ninfa  mia  per  voi  si  serba,  27;» 

Quando  sua  morte  gli  darà  natura. 

Or  la  tenera  vite  c l’uva  acerba 
* Tagliata  avete  con  la  falce  dura. 

•Chi  è che  mieta  la  sementa  in  erba, 

E non  aspetti  ch’ella  sia  matura? 

Dunque  rendete  a me  la  mia  speranza  : 

Io  non  ve  ’l  chieggio  in  don;  questa  è prestanza. 

Io  ve  ne  priego  per  le  torbide  ncque  27S 

Della  palude  stigia  e d’ Acheronte, 

Pel  Caos  onde  tutto  el  mondo  nacque, 

E pel  sonante  ardor  di  Flegetonte; 

Pel  pome  che  a te  già,  regina,  piacque. 

Quando  lasciasti  pria  nostro  orizonte. 

E se  pur  me  la  nieghi  iniqua  sorte, 

Io  non  vo’  su  tornar  ; ma  chieggio  morte. 


V.  263.  — Cosi  leggo  col  Ilice,  c 
col  Cliig.  Le  vecchie  st.  hanno:  mor- 
rai filò  giù. 

V.  264.  — sue,  Cornino. 

V-.  267.  — Cosi  leggiamo  con  le 
vecchie  si.  Ala  il  Rice,  e Cliig.  hanno 
Ognuno  convien  di'  arrivi  n. 


V.  273.  — Tagliale,  le  vecchie  si. 
V.  275.  — che  la,  qualche  vecchia 
si.  e il  Rice. 

V.  279.  — el  Acheronte , le  vec.  si. 
V.  280.  — Del  Chaos. . . al,  Rice. 
Yr.  284.  — Cosi  il  Cliig.  c il  Rice.  : 
le  vecchie  st.  niegn. 


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1 08 


LA  FAVOLA  DI  ORFEO.' 


Proserpina  « Plutone  dice  così. 
l' non  credetti,  o dolce  mio  consorte,  i!S6 

Cile  pietà  mai  venisse  in  questo  regno: 

Or  la  veggio  regnare  in  nostra  corte. 

Et  io  sento  di  lei  tutto  ’l  cor  pregno: 

Nè  solo  i tormentati  ma  la  Morte 
, Veggio  che  piange  del  suo  caso  indegno. 

Dunque  tua  dura  legge  a lui  si  pieghi. 

Pel  canto  per  i’amor  pe’giusti  prieghi. 

Plutone  risponde  ad  Orfeo,  e dice  così.' 

. lo  te  la  rendo;  ma  con  queste  leggi;  r.9l 

Gli’  ella  ti  segua  per  la  cicca  via. 

Ma  che  tu  mai  la  sua  faccia  non  veggi 
Fin  che  tra’ vivi  pervenuta  sia. 

Dunque  il  tuo  gran  desire,  Orfeo,  correggi; 

Se  non,  che  tolta  subito  ti  fia.  , 

l’ son  contento  che  a si  dolce  plettro 
S’ inchini  la  potenzia  del  mio  scettro. 

5 Orfeo  ritorna,  redenta  Euridice,  cantando  certi  versi  allegri 
che  sono  di  Ovidio,  accomodati  al  proposito. 

Ile  triumphales  circuiti  ine  a tempora  lauri/  502 

Vici  mas  Eurtjdicen  reddita  viìa  mihi  est. 
lieve  est  prcecipuo  victoria  digita  triumpho  : 304 

il  un  ades,o  cura  parte  triumphe  mea! 

Euridice  si  lamenta  con  Orfeo  per  essergli  tolta  sforzatamene. 

Oimè,  che  ’l  troppo  amore  soc 

N’  ha  disfatti  ambe  dua. 

Ecco  ch’i'  ti  son  tolta  a gran  furore. 


V.  280.  — mio  dolce  consorte , una 
vecchia  si. 

1 Le  vecchie  si.  hanno:  Risposta 
di  Plctose  a Cerco. 

V.  295.  — Che  la  ti,  Rice. 

V.  290.  — /:c/<e,levec.sl.e  ilCom. 


s Nel  Rice.  : Ooreo  vieti  contando 
alcuni  versi  lieti,  e volgesi.  Ei’oiDicn 
parlate  riattacca  subito  col  verso, 
Oimè  che’l  troppo  amore. 

V.  307.  — Ci  ha,  Com. 

V.  308.  — Ecco  che  ti,  vecchie  st. 


/ 


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lOf» 


LA  FAVOLA  DI  ORFLO.  • 

Nò  sono  ormai  più  tua. 
lidi  tendo  a te  le  braccia;  ma  non  vale; 

Che  indreto  son  tirata.  Orfeo  mio,  vale. 

Orfeo,  seguendo  Euridice,  dice  cosi. 

Oimò  ! se'mi  tu  tolta, 

Euridice  mia  bella?  o mio  furore, 

0 duro  fato,  o ciel  nimico,  o morte  ! 

0 troppo  sventurato  el  nostro  amore  ! 
ila  pure  un’altra  volta 
Convien  eh’  io  torni  alla  plutonio  corte. 

1 olendo  Orfeo  di  nuovo  tornare  a Plutone,  una  Furia  se 
gli  oppone,  e dice  cosi. 

Più  non  venire  avanti  : anzi  el  piè  ferma;  óis 

E di  te  stesso  ornai  teco  ti  dolo. 

Vane  son  tue  parole  : 

Vano  el  pianto  c ’l  dolor:  tua  legge  è ferma. 

Orfeo  si  duole  della  sua  sorte. 

Qual  sarà  mai  sì  miserabil  canto  322 

Che  pareggi  el  dolor  del  mio  gran  danno? 

0 come  potrò  mai  lacrimar  tanto. 

Che  sempre  pianga  il  mio  mortale  affanno? 

Starommi  mesto  e sconsolato  in  pianto 
Per  fin  che  i cieli  in  vita  mi  terranno. 

E poi  che  si  crudele  è mia  fortuna, 

Già  mai  non  voglio  amar  più  donna  alcuna. 

Da  qui  innanzi  io  vo  córre  i fior  novelli,  330 

La  primavera  del  sesso  migliore. 

Quando  son  tutti  leggiadretli  e snelli  : 

Quest’ è più  dolce  c più  sua  ve  amore. 

Non  sia  chi  mai  di  donna  mi  favelli, 

Poi  eh’ è morta  colei  ch’ebbe  il  mio  core. 


V'.  315.  — Così  il  Ricc.  e I’  ediz.  zionc  cominiana  omisero  questi  pri- 
Beued  : e altre  st.  è il.  mi  quattro  versi. 

V.  321. — Vano  è il , Cornino.  V.  335.  — Poi  che  mort*  è,  le  vec- 

V.  330*33.  — I Volpi  nella  edi-  .chic  st. 


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no 


LA  FAVOLA  1)1  ORFEO. 


Chi  vuol  commcrzio  aver  de’  mie’  sermoni, 

Di  feminile  amor  non  mi  ragioni. 

Ouant’  ò misero  l’uom  che  cangia  voglia  v>3  , 

Per  donna  o mai  per  lei  s’allegra  o dolo! 

0 qual  per  lei  di  libertà  si  spoglia, 

0 crede  a suo' sembianti  o sue  parole! 

Clic  sempre  è più  leggier  ch’ai  vento  foglia; 

E mille  volte  il  di  vuole  c disvuole: 

Segue  chi  fugge  : a chi  la  vuol  s’ asconde  ; 

E vanne  e vicn  come  alla  riva  Tonde. 

Fanne  di  questo  Giove  intera  fede,  nw 

Che  dal  dolce  amoroso  nodo  avvinto 
Si  gode  in  cielo  il  suo  bel  Ganimede; 

E Febo  in  terra  si  godea  Iacinto: 

A questo  santo  amore  Ercole  cede. 

Che  vinse  il  inondo  e dal  bell’  Ha  è vinto. 

Conforto  e’ maritati  a far  divorzio, 

E ciascun  fugga  il  femminil  consorzio. 

Una  Baccante  indignata  invila  le  compagne  alla  morte  (TOrfko. 
Ecco  quel  che  T amor  nostro  dispreza  l 354 

0 o sorelle  ! o o ! diamogli  morte. 

Tu  scaglia  il  tirso;  e tu  quel  ramo  speza; 

Tu  piglia  un  sasso  o fuocu,  e getta  forte; 

Tu  corri,  e quella  pianta  là  scaveza. 

0 o ! faccioni  che  pena  il  tristo  porte. 

0 o ! caviamgli  el  cor  del  petto  fora. 

Mora  lo  scellerato,  mora  mora  ! 

Torna  la  Baccante  con  la  testa  di  Orfeo,  e dice  cosi. 

0 o ! o o ! morto  è lo  scellerato  ! 362 

Evoè,  Bacco,  Bacco!  io  ti  ringrazio. 


V.  336.  — commercio.  Cornino. 

V.  346-53.  — Questa  ottava  clic  è 
tic’ codici  e ili  tutte  le  vecchie  st.  è 
omessa  nella  ediz.  cominiana,  c se- 
guala lo  lacuna  : anche  l’AlTò  la  omette 
nel  suo  testo,  ina  la  riporta  nelle  note. 


V.  35t . — i mostri,  le  vec.  st.  e l’Alto 
V'.  362. — Cosi  abbiamo  restituito 
col  Rice,  e col  Baz.  questo  v.  che  nelle 
’.ccc.  st.  e nella  com.  non  aven  iiìuiiu 
misura:  0,  o,  morto  è lo  sederino. 

V.  363.  — Cosi  il  Chig.  e il  Rice. 


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Ili 


LA  FAVOLA  III  OrVf.O. 
l'er  tutto  1 bosco  l’ abbiamo  stracciato 
Tal  ch’ogni  sterpo  ò del  suo  sangue  sazio: 

L’abbiamo  a membro  a membro  lacerato 
In  molti  pezi  con  crudele  strazio. 

Or  vada  e biasmi  la  teda  legittima  ! 

Evoè,  Bacco!  accetta  questa  vittima. 

'Sacrificio  delle  Baccanti  in  onore  di  Bacco. 

Ognun  segua,  Bacco  te  ! 

Bacco  Bacco,  eù  oò  ! 

Chi  vuol  bever,  chi  vuol  bevere, 

Vegna  a bever,  veglia  qui. 

Voi  imbottate  come  pevere, 
lo  vo’  bever  ancor  mi. 

Cdi  è del  vino  ancor  per  ti. 

Lassa  bever  prima  a me. 

Ognun  segua,  Bacco,  tc. 

Io  ho  vóto  già  il  mio  corno  : .rea 

Dammi  un  po  T bottazo  in  qua. 

Questo  monte  gira  intorno, 

El  cervello  a spasso  va. 

Ognun  corra  in  qua  e in  là. 

Come  vede  fare  a me  ; 

Ognun  segua,  Bacco,  te. 

L mi  moro  già  di  sonno.  ssa 

Son  io  ebra,  o si  o no  ? 

Star  più  ritti  i piò  non  ponilo. 

Voi  siet’  ebrie,  eh’  io  Io  so. 

Ognun  facci  coni’ io  fo: 

Ognun  succi  come  me  : 


l.e  vece.  si.  e la  corniti.:  Evoc,  Bacco  ; 
io  ti  ringrazio.  Quella  ilei  Baz.  però  : 
Evoc , Dio  l tacco , io  ti  ringrazio. 

■ Rice.  Il  Cono  delle  Baccakte. 

V.  371.  — Bacco,  Bacco,  cvohè, 
Contino. 

V.  376. — Così  restituisco  col  Ricc. 
o col  Chig.,  col  Crescimbcni,  col  Qua- 


drio c col  Mazzoleni,  clic  riportarono 
([uesta  ballata  come  esempio  del  diti- 
rambo italiano.  In  tutte  le  altre  stam- 
pe è offesa  la  rima,  leggendovi*!  le. 

V.  377.  — Lascia  bere  in  prima 
me,  Ricc. 

V.  380.  — bottaccio.  Cornino. 

V'.  382.  — 11,  vece.  st.  : c‘l  Coni. 


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li^  LA  FAVOLA  IH  ORFEO. 

Ognun  segua,  Bacco,  te. 
Ognun  gridi  Bacco  Bacco, 

E pur  cacci  del  vin  giù: 

Poi  con  suoni  (arem  fiacco. 
Bevi  tu,  e tu,  e tu. 

I'  non  posso  ballar  più. 
Ognun  gridi  eù,  oò  ; 

Ognun  segua,  Bacco,  te. 

Bacco  Bacco,  eù  oò  ! 

F.  305.  — co',  Ricc. 


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ORFEO 

TRAGEDIA 

DI  MESSER  ANGELO  POLIZIANO 


[RATTA  Di  DIE  VETUSTI  CODICI  ED  ALLA  SUA  I.VTECRITA  E PERFEZIONE  RIDOTTI 
LD  ILLUSTRATA  DAL  PADRE  IRENEO  AFFO  MIN.  OS3. 

Venezia,  1776,  approeso  Giovanni  Villo) 
aggiunte  le  note 
di  VINCENZO  NANNUCC1 


l'OLIZIASO. 


A 


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PREFAZIONE 


DEL 

PADRE  IRENEO  AFFO. 


Non  è di  mestieri  che  io  a lungo  diffondami  nel  dimo- 
strare quanto  valesse  in  ogni  maniera  di  lettere  Angiolo  Am 
brogini  da  Montepulciano  comunemente  chiamato  Angiolo  Po- 
liziano, ornamento  e splendore  del  fioritissimo  secolo  XV; 
giacché  moltissime  antiche  e moderne  carte  ripiene  vanno 
degli  encomii  a lui  ben  giustamente  dovuti.  Si  sa  abbastanza 
quanto  valesse  nel  greco,1  quanto  potesse  nel  latino,  e quanto, 
nel  volgar  finalmente  a’  suoi  contemporanei  non  che  agli  an- 
tichi fosse  maggiore.8  Laonde,  tralasciando  io  di  enumerare 


8 Paò  vedersi  quanto  Tosse  stimato  per  questo  da  Emmanuele  Adra- 
mileno  c da  Aldo  Manuzio.  (Poliiian.  Epi.il.  lib.  7,  pag.  (mi hi)  tot,  195.1 
Egli  tenne  cattedra  di  lingua  greca  in  Firenze  a competenza  di  Demetrio 
Calcondila.  (J ovine,  Elog.  doclor.  eir.  imi».  XXXVIII.)  E Antonio  Codro 
Urceo  cosi,  scrivendo  al  nostro  autore,  disse  : « Angele  mi  obicrvande , non 
libi  blandior,  icd  ex  animo  loquor  : in  al  ite  quidem  non  et  Gradi  infe- 
rior  ; in  hoc  vero  eliam,  ut  lentia,  tuperior.  Quare  non  le  tantum  horlor 
ul  edat  qua  icriptitli,  ted  rogo  et  obletlor.  Ede  ede  guani  celerrime ; ni 
et  tu  gloria , et  lilerarum  eludimi  tua  doclrina  fruì  pollini.  » (Polii.  Epiil. 
lib.  5,  pag.  1A9.)  Cosi  parlava  del  libro  de' greci  epigrammi  del  Poliziano. 

8 Giustifica  tutto  questo  il  celebre  Giovanili  Pico  : • Rhglbmit  prateria 
hclrvscit  Franciicum  Pelrarcam  et  Danlern  clegantia  et  vi  poetica , nec 
scriptum  tantum , ted  piclura  forum  rerum  guai  exprimi I,  facile  aguavit.  » 


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1 16 


PREFAZIONE 


c le  opere  e i pregi  di  lui,  non  ad  altro  rivolgerò  per  ora  il 
pensiero  ammiratore  che  a quella  tenera  età  nella  quale 
seppe  divenir  con  raro  esempio  eccellente  cotanto,  laddove 
altri  a stento  giungono  a perfezionarsi  appena  nell’  avanzata 
virilità.  E veramente  1’  aver  egli  quasi  fanciullo  tradotto  dal 
greco  in  eleganti  versi  latini  l' Amor  fuggitivo  di  Mosco  con 
tanta  severità,1  l’aver  tessuto  le  sue  bellissime  Stanze  per  la 
Giostra  di  Giuliano  de’  Medici  ne’  suoi  più  verd’  anni, 1 c 
1’  aver  tante  altre  poesie  composte  che  sono  tuttavia  la  ra- 
rità di  poche  biblioteche  doviziose  di  pregiatissimi  codici, 5 
ce  lo  rendono  oggetto  di  maraviglia;  sapendo  che  tutte  que- 
ste cose  sì  perfette  e leggiadre  furono  le  primizie  del  suo 
rarissimo  ingegno. 

Assai  mi  giova  il  considerarlo  cosi  provetto  nelle  scienze 
fin  da’  primi  suoi  anni,  poiché  favellar  deggio  d’ un’  opera  che 
fu  appunto  una  di  quelle  produzioni  che  commendano  la  sua 
gioventù.  Parlo  dell’  Orfeo  ; che,  sebbene  sia  stato  moltissime 
volte  stampato,  non  ha. però  mai  ottenuto  quella  integrità  e 
perfezione  clic  diedegli  1’  autor  suo;  colpa  di  quella  sorto  in- 


[O/ter.  ioni.  2,  epitt.  Uh.  3,  pag.  1335.)  Antonio  Camelli  dello  il  Pistoia 
vantò  in  un  soiictto: 

• Chi  dice  in  versi  leu,  che  sia  Toscano ? — 

Di’ tu  in  volgare  ? — In  volgare  e in  Ialino.  — 
l.aurentin  bene , e ’l  suo  figfiuol  Pierino  ; 

Ha  in  tutti  c due  vai  più  il  Poliziano.  * 

Rime  de' Ferraresi,  pag.  17. 

i Nel  mandare  il  Poliziano  questa  sua  traduzione  ad  Antonio  Zeno, 
scrisse:  « Anioreni  fugitivuni,  guem  pene  puer  udirne  t grceco  in  latinum 
converti,  non  senlcnliis  modo  sed  numcris  eliam  servalis  ac  lineamenti^ 
pene  omnibus , capienti  flugitantif/uc  din  libi  mino  tandem.  » (Epist.  lib.  7, 
pag.  t Di».) 

1 Federigo  Ottone  Menkenio,  il  quale  ha'scrilto  diffusamente  Historia 
Vita:  et  in  lileras  mcrilomm  Angeli  Poliliani  stampata  in  Lipsia  nel  1736, 
dice  clic  lai  giostra  fu  fatta  nel  I -4GS  (secl.  2,  $ 1.  nota  (a),  pag.  492). 
Allora  il  Poliziano  aveva  quattordici  anni.  L’  ubate  Serassi  nella  Vita  del 
Poliziano  osserva  che.  quando  scrisse  le  Stanze,  non  era  ancora  entrato  in 
grazia  e in  corte  de' Medici;  laonde  era  ancor  giovine.  Onde  non  è forse 
iperbulc  se  il  signor  di  Vurillus  ( Aneedot . de  Florence,  lib.  4)  dica  clic 
d'anni  dodici  il  Poliziano  maravigliosamente  poetava. 

3 Nella  biblioteca  Chisianu  molle  rime  del  Poliziano  videro  il  Cre- 
scimbeni  ed  il  Serassi.  lo  ne  ho  vedute  altre  inedite  in  un  codice  della 
Laurenziana  di  Firenze.  Se  ne  trovano  pure  nella  Riecardiana  ed  altrove. 


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DEI,  PADRE  IRENEO  AFFÒ.  117 

felice  che  corrono  l’ opere  altrui,  quando  sono  pubblicate 
senza  saputa  di  chi  le  scrisse. 

In  Mantova  ei  lo  compose  a requisizione  del  Cardinal 
Francesco  Gonzaga  in  tempo  di  due  giorni  e fra  continui 
tumulti,  com’  egli  stesso  saper  ne  fece  : ' e se  dell’  anno  pre- 
ciso ! ichieggasi,  il  signor  abate  Saverio  Bettinelli  ha  già  molto 
probabilmente  concliiuso  che  ciò  fosse  nel  1472.’  Impercioc- 
ché quel  degnissimo  porporato,  che  1’  anno  avanti  avea  con 
gran  pompa  fissata,  residenza  in  Bologna  speditovi  dal  papa 
in  qualità  di  legato, 3 volle  in  allora  venire  alla  sua  patria 
dove  ancora  era  vescovo,  onde  farsi  riconoscere  per  quello 
eh'  egli  era  ; seco  guidando  gran  comitiva  di  cortigiani, 
tra’  quali  pretendesi  avessero  luogo  Galeotto  e Giovanni  Pico 
della  Mirandola  per  altro  assai  giovinetti,*  e tra’  quali  non 
ripugna  punto  che  si  ritrovassero  Baccio  Ugolino  che  mo- 
streremo a suo  tempo  essere  stato  suo  famigliare,  e Carlo 
Canale  suo  cameriere  i quali  ebbero,  come  vedrassi,  ad  es- 
sere chi  attore  chi  testimonio  dell’  Orfeo  colà  composto.  Aveva 
in  allora  il  Poliziano  diciott’ anni  : e fu  a quel  tempo  che  tra 
esso  e 1’  Ugolino  si  strinse  quel  vincolo  d’  amicizia  che  fino 
alla  morte  stretti  li  tenne,  e che  stima  e rispetto  concependo 
verso  il  Calale  trovossi  poscia  disposto  a raccomandargli  l'Or- 
feo,  come  or  or  si  vedrà.  Entrò  in  Mantova  il  cardinale  a'  22 
d’agosto,  e vi  si  ritrovò  sino  a’ 9 d’ottobre,  come  per  docu- 
menti autentici  si  è raccolto: 6 laonde  in  quel  tratto  di  tempo 
tiensi  1’  Orfeo  ivi  composto,  ed  in  teatro  rappresentato. 


t Vcggasi  la  Lettera  ilei  Poliziano  al  Cornile,  clie  precetterà  l’ Orfeo. 
* La  mettemmo  innanzi  all’  Orfeo  della  primo  lezione  : non  la  riportiamo 
innanzi  al  secondo  Orfeo,  non  essendovi  differenza  integrale  di  lezioni 
nella  edizione  del  Padre  Affò.  [Edd.  fiorentini.) 

s Nelle  note  al  primo  Discorso  Delle  Lettere  ed  Arti  Mantovane, 
(pag.  34  c 36),  impresso  in  Mantova  nel  1774. 

* Cronica  di  Bologna.  (Rer.  Italie,  toni.  18,  col.  787.) 

* Certamente  Giovanni  Pico  non  aveva  quell’unno  clic  undici  anni, 
e Galeotto  suo  fratcl  maggiore  non  poteva  essere  molto  avanzato.  Sono 
informato  da  bnona  parte  clic  il  signor  ubate  Bettinelli  ha  tolta  questa 
notizia  dalla  Storia  mis.  di  Mantova  dell'Amadci.  Se  fossero  questi  due 
giovani  in  compagnia  del  cardinale  si  o no,  altri  sei  vegga. 

c Che  Carlo  Canale  fosse  camerier  del  Cardinal  Francesco,  l’abbiamo 
tratto  dal  testamento  di  esso  cardinale,  il  qual  si  trova  originale  nell’ ar- 
chivio regio  ducale  segreto  di  Guastalla. 

c Se  ne  veggono  citali  dal  padre  Doncsmondi,  lelor.  Ecel.  di  Mantova 
[P.  2,  lib.  6,  pag.  S2  e 43),  e nella  Storia  rus.  dell'Amadci. 


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113 


PREFAZIONE 


Non  è che  una  inavvertenza  del  padre  Gio.  A.  Inanelli 
il  dir  che  1’  Orfeo  composto  fosse  per  le  nozze  o per  la  giostra 
di  Giuliano  de’  Medici  : 1 ed  è pur  fallo  del  Menkenio  il  sup- 
porlo consegnato  dall’  autore  alle  stampe  poco  dopo  che  fu 
tessuto.®  Era  il  Poliziano  troppo  ritenuto  in  materia  di  produr 
le  sue  cose;  ed  anzi  delle  volgari  specialmente  n’ era  affatto 
disprezzator'->.  Gli  amici  però  ne  facevano  conserva;  e Carlo 
Canale,  fra  gli  altri,  ebbe  premura  di  tener  vivo  1’  Orfeo 
presso  di  sè,  come  quegli  che  aveva  più  di  tutti  ammirata  la 
celerità  colla  quale  fu  prodotto  dal  giovine  poeta. 

Ora,  trascorso  qualche  tempo  dacché  aveva  questo  dramma 
avuto  nascimento,  ed  avvertito  il  Poliziano  della  cura  onde 
Carlo  Canale  ed  alcuni  altri  pochi  lo  custodivano,  prese  ar- 
gomento di  scrivere  al  detto  Canale,  manifestandogli  quanto 
egli  riputasse  indegno  dell’altrui  sollecitudine  quel  componi- 
mento eh’  egli  avrebbe  piuttosto  voluto  ricoperto  d’  eterna 
obblivione,  come  imperfetto  e sconcio  che  a lui  pareva.  Tut- 
tavolta,  veggendo  eh’  egli  tanto  1’  amava  e che  altri  pur  lo 
stesso  facevano,  di  buon  grado  si  protestò  di  cedere  alla  vo- 
lontà di  lui;  e gliene  fece  raccomandazione,  affinchè,  come 
cosa  nata  sotto  gli  auspicii  del  cardinale,  di  proteggerlo  si 
compiacesse.  £ 

(Questo  è il  tenor  vero  della  lettera  che  verrà  appresso  ; 
nò  dobbiamo  credere  che  questa  sia  una  dedicatoria  messa 
'giammai  in  fronte  all’  Orfeo  dal  suo  autore.  Lochè  voglio 
avvertire,  perchè  non  si  creda  che  tutti  gli  esemplari  che 
hanno  questa  lettera  iu  fronte  debbano  riputarsi  tratti  dal- 
1’  originale:  chè  anzi  quelli  che  non  l’hanno  possono  essere 
più  genovini;  non  essendo  stato  l’accoppiamento  di  questa 
lettera  all’  Orfeo  che  un  arbitrio  de’  copisti,  i quali  presero 
una  lettera  di  raccomandazione  per  una  dedica.  È troppo 
chiaro  che  il  Canale  teneva  già  1’  Orfeo  presso  di  sè,  perchè 
non  abbiasi  a supporre  che  gli  venisse  con  questa  lettera 
spedito  dal  Poliziano.  Morto  poscia  il  cardinale  nel  1483, 
come  vedrassi  più  chiaro  in  una  delle  Osservazioni  sopra 
1’  Orfeo,  andò  Carlo  Canale  a Roma  a’  servigi  del  Cardinal 
di  Parma:  c l’anno  appresso  Lodovico  Gonzaga  fratello  del 
morto  porporato,  essendo' stato  eletto  alla  Chiesa  mantovana 
ed  aspirando  al  cardinalato,  colà  pur  si  recò:  e ritroviamo 
che  si  teneva  caldamente  molto  raccomandato  al  Canale  per 
queste  pratiche  sue,  come  ho  potuto  rilevare  dalle  lettere  ori- 


i Vizi  c Difetti  del  moderna  Teatro  ; par.  2,  ragionata.  C,  pag.  331, 
nelle  noie. 

5 Lue.  cit.,  nota  (b),  pag.  4'JO. 


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DEL  PADRE  IRENEO  AFFÒ.  li‘j 

ginali  di  questo  prelato  conservate  in  vari  volumi  nell’  ar- 
chivio secreto  della  città  di  Guastalla.1 

L’  Orfeo  adunque  rimase  nelle  mani  del  Canale  così  scritto 
a penna,  e si  sparse  pur  anche  in  mano  d’  altri.  Non  v’  ha 
dubbio  che  l.a  copia  del  Canale  non  dovesse  essere  perfetta 
e qual  1’  autore  dettolla:  ina  non  possiamo  esser  certi  che  gli 
esemplari  che  bì  trascrissero  da  altri  fossero  tali  È proba- 
bile che  alcuni  i quali  avevano  sentito  recitare  1’  Orfeo  o 
avevano  avuto  parte  nel  rappresentarlo  ne  trascrivessero  i 
pezzi,  accozzandoli  poi  come  loro  parve  meglio,  e surrogando 
altri  versi  ed  altre  formolo  di  dire  ove  traditi  si  videro  dalla 
memoria.  Non  sarebbe  questo  1’ unico  esempio  di  simile  av- 
venimento. Questo  nostro  pensiero  vien  fiancheggiato  da  tre 
non  lievi  riflessi  ; primo  cioè,  dall’  avidità  clic  nascer  dovea 
negli  uomini  d’aver  questo  dramma  alle  mani;  secondo,  dalla 
difficoltà  che  aveva  il  Poliziano  a lasciarlo  correre  sotto  gli 
occhi  altrui  ; terzo,  dai  notabili  difetti  che  colle  nostre  Os- 
servazioni considerar  faremo  nell’  Or/eo*stampato  sino  al  di 
d’  oggi.  Il  primo  c’  induce  a conghietturare  che  qualcheduno 
o per  dritto  o per  rovescio  s’ incapricciasse  di  volere  1’  Orfeo, 
il  secondo  ci  persuade  che  il  Poliziano  non  lo  volesse  dar 
fuori,  il  terzo  ci  assicura  clic  servendosi  il  copiatore  o della 
propria  o dell’  altrui  memoria  nell’  accozzarlo  insieme  a tale 
il  riducesse  da  fare  all’  autor  suo  vergogna. 

Così  adunque  variati  gli  esemplari  dell’  Orfeo,  era  assai 
facile  che,  abbattendosene  una  copia  corrotta  iu  mano  di  chi 
avesse  voglia  di  darla  alle  stampe,  riuscisse  I’  opera  guasta 
per  sempre,  sin  a tanto  che  un  esemplar  corretto  non  se  ne 
fosse  scoperto,  simile  a quello  che  il  Canale  ed  altri  pochi 
amici  del  Poliziano  già  possedettero,  onde  restituirla  al  pri- 
miero decoro  e riparar  il  danno  che  all’  autor  suo  provenir 
ne  dovea.  Di  fatti  per  tal  maniera  andò  la  bisogna:  imper- 


1 Era  giunto  il  vescovo  u Roma  il  subbillo  antecedente  ulta  domenica 
dell’  ulivo.  Per  timor  di  peste,  sulla  fme  di  maggio,  si  ritirò  a Bracciano. 
Di  là  in  data  dc'i3  di  giugno  scrisse  ul  Canale,  ringraziandolo  degli  uffizi 
die  faceva  a prò  suo  col  Cardinal  di  Parma,  c promettendo  mandargli 
parte  delle  sue  cacce.  Qualche  volta  lo  ebbe  presso  di  sè:  onde  a’ 6 d’ago- 
sto, stando  pure  colà,  scrisse  a Giampietro  Arrivabcuc:  ■ Duo  Carlo  Canale 
non  I frinito  : pare  che  non  abbia  a venire  fi»  damane  e foni  l'altro.  • 
L'anno  1 4t>S  a’ 19  di  febbraio,  stando  in  Sabbiunclta,  così  scrisse  a Uar- 
tolommeo  Erba  suo  agente  in  Roma:  - Siam»  conienti  contraili  in  notne  no- 
stro compaternità  cum  m.  Carolo  Canale , et  cussi  per  questa  nostra  ti 
commettiamo  e consliluamo  nostro  procuratore,  e facciamoti  mandato  spe- 
ciale ad  tal  cosa.  * 


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PREFAZIONE 


ciocché  Alessandro  Sarzio,  raccoglitore  premurosissimo  dello 
cose  del  Poliziano,  ebbe  alle  mani  asBai  tardi  le  soavissime 
Stanze  del  nostro  Poeta,  come  pure  1'  Orfeo,  ma  sventurata- 
mente corrotto,  che  tosto  tosto  trattener  non  si  seppe  dal  con- 
segnare alle  stampe  ; indirizzando  tutte  queste  cose  con  lettera 
sua  a monsignor  Ahtonio  Galeazzo  Bentivoglio  arcidiacono 
di  Bologna. 

Non  avvenne  già  questo  innanzi  al  1494,  siccome  vien  so- 
spettato nel  catalogo  d’  alcune  delle  principali  edizioni  delle 
cose  volgari  del  Poliziano  raccolto  da  Apostolo  Zeno  ed  ac- 
cresciuto dal  Volpi,1  ma  propriamente  nell’  anno  stesso  1494. 
Siamo  tenuti  di  questa  notizia  sicura  al  signor  abate  don  Pe- 
tronio Belvederi  bolognese,  che  ha  con  molta  diligenza  e fa- 
tica raccolto  un  indice  di  tutti  i libri  del  primo  secolo  della 
stampa  che  si  ritrovano  nelle  biblioteche  diverse  della  dotta 
Bologna.  In  quella  de'  monaci  Cassinesi  detti  di  san  Procolo 
egli  ha  veduto  ques^g  prima  edizione  fatta  in  quarto  di  carta 
reale  per  opera  di  Platone  de’  Benedetti  appunto  nel  1494 
e terminata  a’  9 d’  agosto.1 

Per  qual  cagione  il  Sarzió  desse  ad  imprimere  al  Bene- 
detti piuttosto  che  ad  altro  stampatore  tali  cose,  egli  è ben 
chiaro.  Questo  accuratissimo  uomo  nell’  arte  sua,  il  quale 
adoperò  il  più  bel  carattere  tondo  e nitido  che  mai  si  ve- 
desse a que’  giorni,  era  stato  1’  anno  addietro  eletto  dal  Po- 
liziano medesimo  a stampar  la  sua  traduzione  latina  di  Ero- 
diano,  la  qual  fu  spedita  dall’  autore  con  lettera  latina  ad 
Andrea  Magnanimo  bolognese,  raccomandandogli  che  appunto 
dal  Benedetti  imprimere  la  facesse  e che  operasse  in  modo 
che  Alessandro  Sarzio  assistesse  alla  correzione  Così  fu  fatto  ; 
laonde  quell'opera  uscir  fu  veduta  da  que’ torchi  nel  mese 
d’  agosto  del  1493.’  In  conseguenza  per  tanto  di  questo  tra- 
vaglio credette  il  Sarzio  di  non  poter  procurare  alle  cose 
volgari  del  Poliziano  un  impressore  più  diligente  ed  ancora 
più  accetto  al  poeta  che  il  Benedetti.  Ma,  perchè  ben  sa- 


1 Nella  terza  edizione  cominiana,  pag.  xxxv. 

1 Questa  è la  data  clic  leggesi  in  due  di  questa  edizione  : « Qui  fini- 
niscono  le  Stanze  compiiate  ila  inesser  Angelo  Poliliano  facle  per  la  Ciò- 
etra  de  Giuliano  fratello  ilei  magnifico  Lorenzo  ili  Medici  de  Fioreiìzi,  in- 
sieme con  la  Fetta  de  Orplteo  et  altre  gentileze  stampate  curiosamente  a 
Cotogna  per  Platone  delti  Bencilicti  impressore  accoratissimo  dell’anno 
N.cccc.LXxxxitit  a di  nove  de  agosto.  » , 

-1  Questa  bella  edizione  in  foglio  io  I’  ho  veduta  nella  biblioteca  del 
nostro  convento  della  Nunziata  in  Bologna.  Trovasi  ancora  questa  tradu- 
zione ristampala  in  Roma. 


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DEL  PADRE  IREiNEO  AFFÒ.  121 

peva  quanto  poco  fossero  dall’  autor  loro  curate  queste  sue 
puerili  produzioni,  ancorché  degnissime  dell’  altrui  stima, 
guardossi  di  aioli  manifestare  al  Poliziano  l' intenzion  sua,  e 
dielle  celatamente  a stampare,  affinchè  la  modestia  di  lui  non 
avesse  iul  impedir  l’esito  dell’impresa.1 

Quand’  ecco,  uscita  appéna  alla  luce  quest'  opera  nè  forse 
giunta  pur  anche  sotto  gli  occhi  del  Poliziano,  armata  im- 
placabilmente la  morte  a toglier  dal  mondo  nell’  età  florida 
di  quarant’  anni  il  dottissimo  autore,  il  quale  cessò  di  vivere 
in  Firenze  il  giorno  24  di  settembre  dell’  anno  stesso,  vale  a 
dire  quarantasei  giorni  dopo  dacché  era  stato  tirato  l’ultimo 
foglio  di  quelle  poesie.1  Ognuno  ben  vede  die,  se  incorrette 
e non  compiute  furono  in  allor  pubblicate,  la  morto  dell’  au- 
tore tolse  ogni  speranza  eli'  egli  movendosi  a compassione  di 
queste  cose  sue  ne  procurasse  poi  una  perfetta  ristampa. 

Cosi  com’  erano  pertanto  furono  dalla  repubblica  lettera- 
ria accettate:  e gli  avidi  stampatori  a norma  della  prima 
edizione  sempre  le  riprodussero.  Non  tacerò  la  seconda  edi- 
zione che  ne  fu  fatta  in  Bologna  da  Caligola  Bazalieri 
nel  1503",  poiché  questa,  non  men  rara  che  la  prima,  mi  ha 
servito  di  qualche  lume  ad  illustrare  1’  Orfeo  e a tessere  que- 
sta mia  fatica.  Tale  ristampa  non  fu  certamente  veduta  da 
chi  ordinò  l’indicato  catalogo,  e però  fu  malamente  citata. 
Ne  possiede  una  copia  il  signor  Floriano  Cabassi  carpigiano: 
ed  io  per  mezzo  del  signor  Girolamo  Colleoni  da  Correggio, 
singolarissimo  mio  padrone  ed  amico,  ho  potuto  vederla  ed 
esaminarla.  Quello  che  v'  è di  notabile  si  è,  che  questo  stam- 
patore, lasciando  in  tutto  come  stava  la  dedicatoria  del  Sar- 
zio,  ardì  poi  di  cangiare  quelle  parole,  le  ho  date  ad  impri- 
mere a Plato  de’  Benedetti , in  queste,  le  ho  date  ad  impri- 
mere a Caligula  di  Bataleri;  non  accadendosi  che,  parlan- 
dosi ili  quella  lettera  del  Poliziano  come  persona  viva, 


• Fa  testimonio  ili  (ulto  questo  la  dedicatoria  del  Sarzio,  ove  leg- 
giamo: « A questi  giorni  passati,  reverendissimo  Monsignore,  mi  capitorno 

olle  mani  certe  Stanze  del  mio  et  tuo  gentilissimo  Poliliano Giudicai 

false  gran  male  che  elle  si  avessino  a perdere  ni  venissero  qualche  volta 
a tace.  Per  questo  le  ho  date  ad  imprimere  a Plato  de’  llencdetti....  Credo 
ancora  che....  alquanto  al  Poliziano  dispiacerà  che  queste  sue  Stame  da 
lui  già  disprezzate  ti  stampino,...  La  Festa  ancora  di  Orpheo,  quale  già 
compose  a Mantova  quasi  all’  improvviso,  sarà  insieme  impresta  ec. 

9 Ecco  l' epitaffio  postogli  in  San  Marco  a Firenze:  « Politianus  in  hoc 
tumulo  j’acel  Angelus,  unum  Qui  caput  et  linguai,  ret  nova,  tres  ha, 
liuit.  Obiti  an.  t t9t,  sepl.-  2 V.  atatis  10  » 


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PREFAZIONE 


i ±1 

sarebbe  stata  facilmente  scoperta  la  sua  impostura.’  Simile 
bestialità  commise  Niccolò  Zoppino  nella  ristampa  di  Vene- 
zia del  1513  fatta  per  Giorgio  Rusconi,  e dft  lui  ordinata; 
fingendo,  cioè,  «he  il  Sarzio  avesse  date  a lui  quelle  cose  a 
stampare  : s e replicolla  poi  nella  nuova  produzione  che  ne 
fece  egli  stesso  nel  1524,  siccome  il  prelodato  signor  Col- 
leoni  che_  la  possiede  me  ne  assicura. 

Basti *il  fin  qui  detto  a porre  in  chiaro  cóme  nascesse 
1’  Orfeo  del  Poliziano,  come  se  ne  spargessero  copie  e come 
■finalmente  venisse  in  luce.  Ora  mi  è d’  uopo  mostrare  come 
1’  esemplare  prodotto  dal  Sarzio  fosse  imperfetto  e corrotto; 
Certamente  ogni  uomo  dotto  l’ ha  forse  sospettato  finora  ; ma, 
non  potendosene  assicurare,  ne  ha  parlato  con  termini  tali 
che  più  all’  autore  che  all'  editore  sembrano  ingiuriosi.  Il 
Doni  nella  sua  prima  Libreria  lasciò  scritto  che  queste  cose 
volgari  del  Poliziano  a’  suoi  tempi,  che  erano  pure  i tempi 
del  vero  buon  gusto,  non  si  leggevano  molto.3  Non  potè  egli 
così  dicendo  alludere  alle  Stanze,  le  quali  come  assai  pre- 
giate furono  inserite  in  quasi  tutte  le  raccolte,  specialmente 
impresse  dal  Giolito  e da  qualche  altro;  talché  doveano 
certo  con  piacere  ed  avidità  èsser  lette  : ma  dovette  inten- 
dere di  parlar  dell'  Orfeo  c di  qualche  altra  composizion  gio- 
vanile del  nostro  autore,  che  certamente  si  videro  a quei 
giorni  curate  poco.  Se  non  si  leggeva  molto  1’  Orfeo,  segno 
è che  assai  difettoso  si  scorgeva  da’  letterati.  E per  tale  in- 
vero anche  il  dotto  Quadrio  nel  secol  nostro  lo  riconobbe,* 
per  tacer  d’  altri  che  si  accordano  con  esso  lui  a confessarlo 
mancante  d’ogui  buona  legge  drammatica. 

Ma  tanta  imperfezione  di  questo  dramma  come  poteva  ac- 
cordarsi colla  profonda  erudizione  del'  Poliziano  ? Io  deggio 
confessare  che  1’  Offro  stampato  finora  è pieno  d’ inconve- 
nienze,  d’ inverisimilitudini  e di  errori,  i quali  mi  riserbo  di 
far  vedere  nelle  mie  Osservazioni  che  verranno  dopo  l’ opera  : 


1 Quest»  edizione  ita  il  suo  frontespizio  cosi:  » Cote  volgari  del  cele- 
berrimo ihetter  Angelo  Poliliano  notamente  imprctte.  » Nei  fine  si  legge: 
• Finit cono  le  Stanze  della  Giostra  di  Giuliano  di  Medici  compatte  da  met- 
ter Angelo  da  Montepulciano,  et  intieme  la  Fella  di  Orfeo  et  altre  gen- 
tilezze ; cote  certamente  dilettevole,  et  stampale  in  Bologna  per  Caligala 
di  Bazalcri  a di  22  di  zugno  11.  o.  ili.  » La  forma  è in  ottavo,  il  carattere 
rotondo.  Il  frontespizio  è stampato  in  rosso  con.  alcuni  legni  dattorno. 

5 Catalogo  citato,  pag.  xxxvi  c xxxvm. 

3 Libreria  prima,  lett.  A,  pag.  8.  edizion  del  Giolito  1550. 

* Storia  e ragione  d' ogni  pnet.,  voi.  Ili,  par.  2,  lib.  Ili,  dist.  3, 
cnp.  4,  partic.  I. 


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DEL  PADRE  IRENEO  AFFÒ.  123 

ina  non  posso  intendere  che  il  Poliziano,  anche  in  età  gio- 
vanile tanto  erudito,  potesse  così  deviare  dal  buon  sentiero 
poetico.  Quel  Poliziano  che  fin  da  fanciullo  era  così  me’ poeti 
greci  versato,  che  non  solo  tradusse,  come  dicemmo,  il  breve 
Amor  Fuggitivo  di  Mosco  ma  eziandio  ardì  por  mano  alla 
versione  del  principe  degli  epici  Omero,'  non  doveva  forse 
aver  gustata  la  Poetica  d’  Aristotele  c d’  Orazio,  e senza  forse 
ancora  ammirati  gli  esemplari  del  compor  tragico  d’ Euripide 
e di  Sofocle  ? E se  tal  frutto  degli  studii  suoi  non  se  gli  vo- 
glia negare,  poteva  mai  egli,  tessendo  un  dramma  anche  fret- 
tolosamente, perder  di  vista  le  regole  più  principali  dell’  arte  ? 

Questi  non  lievi  riflessi,  mentre  riscuotono  ammirazione  e 
rispetto  al  nome  immortale  del  nostro  Poeta,  deggiono  an- 
cora persuadere  che  1’  Orfeo  qual  s’  è veduto  finora  non  è 
genoviuo  parto  del  Poliziano.  Grazie  però  alla  diligenza  di 
quegli  antichi,  i quali,  raccogliendo  in  particolari  codici  le 
cose  più  belle  che  uscivano  dalla  penna  de’  buoni  scrittori, 
seppero  ancora  a noi  conservare  quésto  pezzo  intatto,  gia- 
ciuto finora  inosservato  tra  i polverosi  avanzi  dell’  antichità. 
Non  posso  non  arrogare  a me  una  gloria  che  è pur  tutta 
mia,  d’  avere  scoperto  1’  Orfeo  intero  e perfetto  in  un  vecchio 
codice  miscellaneo  che  fu  del  padre  Giambatista  Cataneo, 
Minor  Osservante;  conservato  ora  nella  scelta  e di  rarissimi 
libri  fornita  biblioteca  del  nostro  convento  di  Santo  Spirito  di 
Peggio,  da  quel  dotto  religioso  fondata  ed  arricchita.*  In 
esso,  tra  varie  rime  di  Niccolò  da  Correggio,  di  Antonio  Te- 
baldeo  e di  Timoteo  Bcndedei  nmbidue  ferraresi,  e tutti  con- 
temporanei al  Poliziano,  leggesi  X Orfeo  col  titolo  di  tragedia; 
la  quale  scorgesi  in  cinque  brevi  atti  perfettamente  c dili- 
gentemente divisa.  Non  evvi  apposto  il  nome  del  Poliziano  : 
ma  questo  non  avvenne  forse  per  altro,  se  non  perchè  chi 
ricucì  scioccamente  quel  codice  levò  dinanzi  a quella  certi 
quinternetti,  ne’ quali  col  carattere  medesimo  era  scritta  la 


1 Ce  ne  assicura  il  Poliziano  stesso  nella  Centuria  delle  Macella  iter 
sulla  fiue:  « Uabam  quidem  philosophitt  utrique  operaia,  le  d non  odino- 
dum  ussiduam,  vidclicel  ad  Homeri  poeta  blandimento  natura  et  alati 
proelivior,  quem  tulli  latine  quoque  imiti , ut  adoleicent,  ardore,  miro 
studio  vcriibui  interpretabar.  » 

s Questo  religioso  vien  lodalo  dal  Muratori  nel  libro  I Della  Perielio 
Poesia,  cap.  3,  pag.  26,  della  prima  edizione.  Ma  il  ms.  delle  Rime  di 
Simon  da  Siena,  eli'  ei  vide  presso  di  lui,  più  non  riscontrasi  in  Santo 
Spirito.  Il  codice  poi  di  cui  noi  ora  parliamo  è quello  stesso  citato  da 
Giovanni  Guasco  nella  Storia  Letteraria  di  Reggio,  lib.  I,  pag.  43  • 
donde  ei  trasse  quelle  Rime  del  Correggio  .ivi  pubblicate. 


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1-21 


PREFAZIOIVE 


prima  parte  intera  delle  Stanze  del  Poliziano,  in  fronte  allo 
quali  con  cinabro  era  scritto:  Angeli  Policiani  in  Julium 
Medicei: q.  L’  Orfeo  doveva  succedere  a queste  Stanze:  e lo 
comprova  la  qualità  stessa  della  carta,  la  forma  in  quarto,  il 
carattere  medesimo  e la  stessa  diligenza  di  scrivere  i titoli 
e gli  argomenti  in  vivacissimo  cinabro  : ma  le  Stanze  levate 
via  furono  con  pessimo  consiglio  ricucite  in  altro  miscellaneo 
di  scritture  e di  stampe  diverse,  che  nella  medesima  biblio- 
teca vien  conservato. 

Trascrissi  tosto  questa  tragedia,  appena  che  accorto  mi 
fui  della  diversità  che  passava  tra  essa  c 1’  Orfeo  stampato: 
indi  mi  posi  a far  diligenti  ricerche,  se  mai  per  avventura 
trovato  si  fosse  un  altro  esemplar  consimile  che  fiancheg- 
giasse ed  autorizzasse  la  mia  nuova  lezione.  Portò  il  caso 
che  quasi  nel  tempo  stesso  il  signor  dottor  Buonafede  Vitali 
di  Busseto,  mio  grande  maestro  e strettissimo  amico,  fece 
acquisto  d’  un  altro  codice  antico,  nel  quale  hanno  rime  Iacopo 
Corso,  Antonio  Tebaldeo,  Serafino  dall’ Aquila,  il  Cariteo, 
Iacopo  Cieco  da  Parma,  Iacopo  dell’  Abazia,  Bernardo  Ac- 
colti, Niccolò  da  Correggio.  Girolamo  del  Vescovo-,  il  nostro 
Poliziano,1  Baccio  Fiorentino  cioè  l'Ugolini,  Bernardo  Bel- 
liucionc,  Agostino  Staccoli,  Giambatista  Córbani,  Ciriaco  Fio- 
rentino, il  Protonotario,  forse  Niccolò  Quercentc  chiamato 
comunemente  il  Protonotario,  Panfilo  Sasso,  Paolo  Anto- 
nio Fiesco,  Gaspar  Visconte,  Ambrogio  da  Sancito,  Bernardo 
Pulci,  ed  altri  incerti.  In  mezzo  a"  tante  rime  trovò  egli  tra- 
scritta senza  nome  d' autore  anche  la  tragedia  dell’  Orfeo, 
quasi  del  tutto  consimile  all’altra  da  me  scoperta  e man- 
cante solo  della  divisione  degli  atti.  Ei,  sapendo  le  mie  pre- 
mure, si  prese  la  pena  di  trascriverla  e spedirmela  con  qual- 
che sua  osservazione  intorno  alle  varianti  lezioni. 

Poco  dopo  ebbi  agio  di  veder  il  codice  cogli  occhi  miei, 
onde  giudicar  dell’antichità  e del  pregio  d’ entrambi,  affine 
di  decidere  quale  di  essi  potesse  essere  più  autorevole.  Vidi 
però  essere  di  gran  lunga  più  antico  ed  eziandio  più  esatto 
il  codice  reggiano.  I caratteri  certo  sono  tali  in  esso,  che 
ricopiato  il  dimostrano  nel  più  bel  fiorire  del  Poliziano.  11 
riscontro  della  sola  prima  parte  delle  Stanze  di  sopra  indicate, 
può  comprovare  in  certo  Ynodo  1'  antichità,  mancandovi  la  se- 
conda che  è rimasta  imperfetta.  La  carta,  per  quella  pratica 


1 Quattro  sono  i sonetti  clic  in  questo  codice  vanno  sotto  nome  del 
Poliziano.  Uno  però,  il  qual  comincia  II  iole  aria  già  l' ombra  e le  paure, 
viene  dal  Crescimbcni  nel  voi.  Ili  ile’  Contentarli,  pagi.  207,  attribuito  u 
Bernardo  Bcllincione.  , 


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DEL  PADRE  IRF.NÉO  AFFÒ. 


1“25 


che  lio  fatto  nell’  esame  di  non  poche  scritture  in  diversi  ar- 
chivii,  non  può  dubitarsi  che  non  sia  di  que’  giorni.1  In  somma 
tutto  cospira  a renderci  molto  venerabile  la  copia  reggiana: 
e in  verità  chi  la  trascrisse  dovette  averne  grandissima  sti- 
ma; poiché  non  solo  adoperò  ne' titoli  e negli  argomenti  pu- 
litamente il  cinabro,  ma  tinse  ancora  tutte  le  iniziali  de'  versi 
d’un  vago  gialletto  che  ricrea;  cosa  non  usata  nelle  altre 
poesie  che  in  quel  codice  stanno. 

Ma  il  manoscritto  del  signor  Vitali  è certamente  più  re- 
cente dell’altro.  Eccone  l’argomento  innegabile.  A .segnar 
l' epoca  di  un  codice  non  può  cosa  alcuna  giovar  meglio  che 
i tratti  storici  che  in  esso  rinvenir  si  possano.  Se  un  libro 
incominci  col  darci  notizia  d’  un  fatto  accaduto,  non  può  certo 
il  libro  essere  a quel  fatto  anteriore.  Ciò  posto,  io  ho  'osser- 
vato che  il  primo  sonetto  in  ordine  scritto  nel  codice  è di 
Iacopo  Corso  ed  è composto  sopra  la  tomba  del  Magnifico 
Lorenzo  de’  Medici,  il  quale  mori  l’ anno  1493,  cioè  poco 
prima  che  mancasse  di  vivere  il  Poliziano.  Non  fu  dunque 
cominciato  a scrivere  quel  libro  che  dopo  un  tal  anno.  Veg- 
gonsi  poi  i componimenti  in  séguito  scritti  alle  volte  per  di- 
verse mani;  e la  Tragedia  non  incontrasi  che  verso  il  fine: 
talché  può  supporsi  che  nou  fosse  trascritta  se  non  dopo 
il  1500. 

Queste  riflessioni  m’ indussero  a non  recedere  dal  codice 
reggiano  nella  meditata  correzion  dell’  Orfeo,  non  trascu- 
rando però  1’  altro  esemplare  in  quelle  pani  che  più  esatto 
sembrato  mi  fosse.  Non  interruppi  il  corso  alle  mie  ricerche, 
ondo  trovarne,  se  fosse  stato  possibile,  qualche  altro  testo  ; 
ed  essendomi  l’anno  1771  recato  a Firenze,  non  tralasciai 
di  visitare  la  celebre  Laurenziana  ed  altre  di  quelle  dovi- 
ziose biblioteche  : ma  tutto  fu  indarno.  Credendo  pertanto 
potermi  bastare  i due  mentovati  codici,  m’ accinsi  a formarne 
una  lezione  perfetta;  che  dimostrasse  quante  bellezze  sieno 
mancate  sino  ad  ora  all’  Orfeo,  e che  nello  varianti  tanto 
de’  manoscritti  quanto  delle  stampe  somministrasse  ad  un 
amatore  di  queste  coso  quel  tutto  che  poteva  in  questa  parte 
desiderarsi.  E perchè  l’ impegno  mio  principale  fu  di  voler 

fiersuadere  che  il  vero  parto  del  Poliziano  sia  questo,  ho  vo- 
uto  corredare  questa  tragedia  di  varie  Osservazioni  nel  fine  : 
le  quali  serviranno  per  un  continuo  confronto  tra  1’  Orfeo 


1 È di  quella  caria  solfile  die  adoperavasi  ordinariamente  a scriver 
lettere.  La  marea  è un  basilisco  o dragoncello  sopro  Ire  monticelli.  Di 
carta  simile,  ma  colla  marca  del  basilisco  solo,  Ito  trovato  lettere  volanti 
di  Lodovico  Gonzaga  eletto  mantovano  scritte  l’anno  1488. 


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PREFAZIONE 


126 

stampato  finora  e tra  il  nostro  ; e mostrando  quanto  più  giu- 
dizioso, verisimile,  intero  e perfetto  riesca  ora  per  la  prima 
volta  questo  lavoro,  giustificheranno,  come  io  spero,  presso 
degl’  intendenti  questo  mio  parere. 

A quanto  potesse  qualche  critico  cavillare  intorno  al  ti' 
tolo  di  tragedia  e intorno  alla  divisione  degli  atti,  io  mi 
riserbo  a rispondere  nelle  Osservazioni  medesime  ; ove  farò 
evidentemente  conoscere  che  ben  all’  Orfeo  compete  quel  ti- 
tolo, e che  ben  era  nota  ai  giorni  del  Poliziano  la  necessa- 
ria divisione  che  aver  doveva  ogni  favola  in  cinque  atti.  Per 
ora  io  dirò  francamente  esser  questo  il  primo  componimento 
drammatico  regolare  che  in  lingua  nostra  sia  stato  composto. 
E in  vero,  se  riandar  vogliamo  tutta  la  storia  letteraria  e 
specialmente  quella'  della  volgar  poesia;  o noi  non  troveremo 
prima  del  1472  alcun  dramma  toscano  ; o,  se  qualche  cosa  ci 
dia  alle  mani  che  abbia  sembianza  di  poesia  teatrale,  ve- 
dremo essere  non  altro  che  una  farsa  incondita,  un  dialogo 
irregolare,  un  affardellamento  di  cianee.  Ai  giorni  del  Poli- 
ziano furono  in  uso  bensì  gli  spettacoli  teatrali:  ma  chi 
voleva  goderne  de’ perfetti  era  costretto  far  rappresentare 
qualche  commedia  di  Terenzio  o di  Plauto  o far  tradurre 
alcuna  di  esse  ad  uso  del  teatro  : lo  che  per  altro  non  comin- 
ciò a farsi  tanto  per  tempo.1  Certe  rappresentazioni  sacre 
che  abbiamo  di  que’  giorni,  certe  altre  favole,  sono  tutte 
cianfrusaglie  che  non  hanno,  come  suol  dirsi,  nè  capo  nè 
coda,  e senza  star  a portarne  esempii,  e additarne. alcune  di 
quelle  tante  che  ci  rimangono,  lascerò  che  testifichi  tal  ve- 
rità l’eruditissimo  Quadrio  che  tante  n’ebbe  alle  mani.  « Niuna 
osservazione,  die’  egli,  nè  regola  in  questi  componimenti  pur 
si  teneva,  nè  quanto  all’  unità  dell’  azione,  nè  quanto  alla 
durazione,  del  tempo,  nè  quanto  all’  identità  del  luogo,  nè 
quanto  ad  altro  che  dalla  buona  tragica  sia  richiesto .*  » 

Vi  furono  degli  uomini  di  talento  in  quel  torno:  ma  o di- 


1 La  più  antica  traduzione  forse  è la  novella  di  Giela  e Birria 
tratta  dall’  Anfitrione  di  Plauto:  la  quale  però  non  esser  del  Boccaccio 
ma  di  Giovauni  Acquetimi  die  (lori  col  Burchiello  nel  t480,  dimostrasi 
dall’  Argelati,  li  ibi.  tic'  Volgar.,  toni.  3,  pag.  229.  Nell’ indicate  lettere 
di  Lodovico  eletto  mantovano  ne  ubbiamo  una  data  a’  5 di  marzo  del 
-1 501,  diretta  a Timoteo  Bendedci,  ove  dice  : « che  ttsaslivc  omne  diligenlia 
per  farmi  bavere  due  de  le  comedie  di  Piatilo  traditele  per  in.  Bttplilln 
Guarino.  • Di  queste,  eh’  io  sappia,  non  è rimasta  notizia.  Paride  Cercsaru 
tradusse  pure  I’  Aulularia  di  Plauto,  come  da  altra  de’  22  di  giugno  ivi 
ruccogliesi. 

! Voi  III,  lib.  t,  dist.  4,  cap.  4,  pag.  57. 


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DEL  PADRE  IRENEO  AFFÒ. 


127 

sperassero  eglino  di  poter  giugnere  alla  perfezione  de’  greci 
e de’  latini  esemplari,  o volessero,  come  anc’  oggi  si  suole, 
secondar  il  gusto  del  secolo,  proseguiron  a tesser  favole 
senza  metodo.  Tra  questi  io  annovero  Niccolò  da  Correggio, 
personaggio  certo  di  gran  sapere  a’  suoi  dì  e poeta  di  buon 
grido;  il  quale  nell’  anno  I486  avendo  composto  la  Fabula 
di  Cefalo  si  protestò  nel  prologo,  che  non  era  nè  commedia 
nè  tragedia: 

• Non  vi  ilo  questa  già  per  compiila, 

Clic  in  tulio  nou  se  observa  il  modo  loro: 

Nè  voglio  la  ci  filiate  tragedia, 

Sciteli  de  iiymplie  gli  vedreti  il  clioro. 

Fabula  n historia,  quale  ella  se  sia, 
lo  ve  la  dono,  e non  per  preeio  d’  oro.  • 

E veramente  disse  bene,  perchè  non  si  sa  cosa  sìa.  Tragedie 
volgari  prima  del  Poliziano  non  se  ne  trovano:  latine  bensì, 
come  1'  Ezzelino  d' Aibertino  Mussato,  la  quale  ò forse  l'unica 
de’  secoli  bassi.  Commedie  volgari,  nemmeno  : abbiamo  però 
la  Catinia  di  Sicco  Polentone  in  latino.  Ma  in  volgare, 
torno  a dire,  non  si  trova  vestigio  nè  di  tragedia  nè  di  com- 
media prima  del  nostro  autore.  So  che  il  Bumaldi  ha  scritto 
che  Fabrizio  da  Bologna,  il  quale  fioriva  circa  il  1250,  fu 
componitor  di  tragedie  nel  nostro  idioma  : 1 ma,  oltre  al  sa- 
persi già  quanti  strafalcioni  abbia  il  Bumaldi  commesso,  ve- 
diamo qui  l’ ignoranza  sua  nel  non  aver  inteso  Dante  ove 
nel  libro  Della  Volgar  Eloquenza  di  Fabrizio  favella.  Dice 
Dante  che  Fabrizio  fu  poeta  di  stile  tragico:  ma  cosa  in- 
tendesse Dante  per  lo  stile  tragico,  è noto  a’ letterati;  poi- 
ché così  egli  fu  solito  d’  appellare  lo  stil  sublime.  Luigi  Ric- 
coboni parimente  dice  che  la  commedia  intitolata  Floriana, 
tessuta  in  terza  rima  e mista  d’  altri  metri,  sia  dopo  i tempi 
di  Dante  o.  intorno  al  1400: 4 ma  si  penerebbe  molto  a pro- 
varlo. Il  chiarissimo  Scipion  Maftei,  di  essa  parlando,  non 
disse  che  queste  parole  : « La  Floriana,  pur  in  terzetti  con 
altre  maniere  di  versi,  nella  seconda  edizione  del  1526  si 
dice  commedia  antica  ; e fu  composta  nel  secolo  antecedente .3» 
Bene,  sta  che  nel  1526  potesse  dirsi  antica;  ma  non  consta 
dell’  antichità  enorme  che  il  Riccoboni  le  attribuisce. 

Quegli  altri  drammi  volgari  poi,  che  di  quel  secolo  si  ri- 


• liibliolh.  Boiioii.,  fui.  CO. 

2 Uisloire  du  Thcdl.  hai.,  cliap.  4,  pag.  32  et  155  Paris,  1727. 

3 Esame  all'  Eloq.  hai.  del  Fonlanini,  pag.  ài. 


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PREFAZIONE 


12$ 

scontrano  divisi  in  atti  e che  perciò  sembrano  almeno  nel- 
1’  estrinseca  forma  accostarsi  o a tragedia  o a commedia;  e 
tutti  que’  pochi  eziandio  che  di  simili  titoli  vanno  o giusta- 
mente o ingiustamente  fregiati  ; come  la  commedia  che  tratta 
della  Conversione  di  sanata  Maria  Maddalena  scritta  da  An- 
tonio di  Iacopo  Alamanni  e divisa  in  cinque  atti,  il  Filo- 
strato e Panfila;  dui  amanti,  tragedia  d’ Antonio  Camelli 
detto  il  Pistoia,  la  Calandra,  commedia  di  Bernardo  Divi- 
zio da  Bibbiena,  che  è la  prima  cosa  perfetta  di  tal  genere 
nata  nella  nostra  lingua  ma  scritta  in  prosa;  queste,  dico, 
o tali  altre  cose  tutte  nacquero  dopo  1'  Orfeo  del  Poliziano, 
Sicché  conchiuder  si  dee  che  la  nostra  tragedia,  per  quanto 
si  può  dalie  antiche  memorie  sapere,  è la  più  antica  delle 
migliori  e ben  distinte  cose  drammatiche  italiane  che  indicar 
si  possa. 

Io  non  soglio  tanto  apprezzare  le  mie  opinioni,  che  non 
tema  d’ ingannarmi  : il  perchè  non  ho  mancato  di  comunicare 
le  mie  idee  ad  uomini  dotti  ed  assennati  affinchè  esaminando 
meglio  questa  faccenda  essi  m’ illuminassero  ove  io  per  msfla 
sorte  malamente  apposto  mi  fossi.  Ma  posso  dire  d’  aver  tro- 
vato tutti  conformi  al  mio  concepito  parere.  Tra  gli  altri  il 
signor  abate  Girolamo  Tiraboschi,  bibliotecario  mentissimo 
di  S.  A.  S.  il  signor  Duca  di  Modena,  noto  abbastanza  per 
la  sua  Storia  della  letterattira  italiano,  cui  ad  insinuazione 
del  chiarissimo  signor  abate  Saverio  Bettinelli  ho  comunicata 
la  mia  scoperta  onde  ritrarne  il  sentimento  suo,  in  data 
de’  19  aprile  di  quest’  anno  1775  così  mi  scrive  : « Finora  non 
ho  avuta  oecasione  di  esaminare  lo  stato  della  poesia  ita- 
liana teatrale  del  secolo  XV,  poiché  nella  storia  di  esso  non 
sono  ancor  giunto  a questo  argomento.  A me  par  nondimeno 
che  il  titolo  di  tragedia  non  disconvenga  all’  Orfeo.  Esso 
certamente  non  è una  tragedia  di  Bacine  o di  Corneille  ; ma 
pur  ha  qualche  idea  di  tragedia;  ed  ha  assai  più  diritto  a 
tal  nome,  che  non  il  poema  di  Dante  a quel  di  commedia.  * 
E in  altra  data,  il  primo  giorno  di  maggio  : « Che  poi  l’  Or- 
feo del  Poliziano  sia  non  solo  il  primo  dramma  italiano  di- 
viso in  atti  ma  assolutamente,  il  primo  tra  gli  scritti  in 
nostra  lingua,  non  temerei  di  affermarlo,  almeno  finché  un 
altro  non  se  ne  produca  certamente  più  antico.  L’  Alamanni 
autor  della  commedia  di  santa  Maria  Maddalena  visse  cer- 
tamente più  tardi  del  Poliziano,  come  ella  potrà  vedere  da 
ciò  che  ne  dice  il  conte  Mazzuchelli.  Tutte  te  rappresenta- 
zioni della  Passione  di  Cristo  ed  altre  somiglianti  che  ven- 
gon  citate  appena  meritano  il  nome  nè  di  dramma  nè  di 
poesia.  La  Floriana  non  so  nemmen  io  che  sia;  ma  non 
veggo  come  si  possa  provarla  più  antica  dell’  Orfeo.  Non 


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DEL  PADRE  IRENEO  AFFO. 


129 


so  se  si  possa  affermar  con  certezza  che  questo  fosse  com- 
jjosto  nel  1472  ; ma  certo  non  si  può  differire  molto  piò,  ol- 
tre. E perciò  io  credo  che  al  Poliziano  si  debba  la  lode  di 
aver  primo  di  ogni  altro  dato  all’  Italia  qualche  non  infe- 
lice esemplare  di  poesia  drammatica,  n 

Era  ben  doveroso  che  tutte  queste  cose  si  ponessero  in 
chiaro  a gloria  maggiore  del  nostro  immortai  Poliziano  e ad 
illustrazione  della  storia  della  volgar  poesia;  e rimarrà  coli- 
chiuso  tino  ad  altra  più  sorprendente  scoperta  che  il  primo 
ristoratore  o forse  eccitatore  del  teatro  italiano  fosse  il  no- 
stro poeta.  Nè,  in  testimonianza  di  questo  vero,  discaro  po- 
trà essere  a’  letterati  il  vedere  in  questa  nuova  forma  ripro- 
dotto 1’  Orfeo.  Dico  a’  letterati  ; poiché  la  gente  dozzinale,  c 
coloro  che  si  contentano  d’ una  semplice  e superficiale  scien- 
tifica infarinatura,  o quegli  altri  che  non  salendo  mai  ad 
esaminar  il  genio  e la  natura  dell'  antichità  stanno  di  ma- 
niera inchiodati  al  moderno  che  indi  non  si  possono  svellere 
per  modo  alcuno,  io  non  li  credo  abili  a giudicare  di  questo 
edfnponimento.  Io  sono  di  parere  che  costoro  intanto  qualche 
volta  si  sentono  lodar  molto  le  perfette  tragedie  e commedie 
de’  nostri  cinquecentisti,  perchè  sanno  che  sono  sempre  state 
avute  in  grandissimo  pregio  ; del  resto,  se  non  temessero  le 
fischiate,  ne  direbbero  quello  che  ne  sentono  propriamente, 
vale  a dire  che  quelle  sono  cose  insipide  e di  poco  valore; 
tanto  vanno  pregiudicati  per  certi  moderni  drammi  che  altro 
non  fanno  che  gittar  polve  negli  occhi.  Per  lo  stesso  modo, 
se  mai  sarà  clic  prendano  fra  le  mani  questa  tragedia,  sono 
certo  che  loro  produrrà  nausea  c fastidio  ; perchè  non  sa- 
pranno formarsi  primieramente  l’ idea  del  tempo  in  cui  fu 
composta,  d’  un  tempo  cioè  rozzo  ancora  in  gran  parte,  nè 
sapranno  giudicare  della  sua  semplicità- troppo  amabile,  es- 
sendo eglino  avvezzi  ad  ammirare  gli  intralciamenti  c le  mac- 
chine maravigliose  che  mai  a’  Greci  a’  Latini  cd  a’  buoni 
Italiani  non  piacquero.  A questi  dunque  io  non  dono  la  pre- 
sente tragedia  ; ma  bensì  a que’  pochi,  i quali,  avendo  finora 
amato  1’  Orfeo  difettoso  coin’  era  pel  rispetto  grande  al  suo 
autore  dovuto,  meglio  saranno  per  farlo  in  avvenire,  veden- 
dolo ridotto  alla  sua  vera  integrità  e lezione.  A que’  tali  io 

10  dono,  che  pregiando  al  sommo  un  quadro  di  Tiziano  o di 
Correggio,  sanno  grado  eziandio  agl’  imperfetti  disegni  di 
Cimabue.  Questi,  attenzione  facendo  alla  diversità  do’  secoli, 
alla  varietà  de’  costumi,  alla  dissimiglianza  de’  genii,  e ad 
ossi  accomodando  il  loro  intelletto,  scopriranno  in  quest’  opera 

11  bello  che  non  saprà  vedervi  giammai  un  occhio  torbido  e 
pregiudicato  ; e que’  difetti  che  per  fatale  necessità  vi  sono 
sapranno  attribuirli  ali’  età  d’  un  autore,  cui  se  la  sorte  fosse 

Polizia™.  9 


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130 


PREFAZIONE 


stata  meno  contraria,  togliendolo  si  per  tempo  di  vita,  avrem- 
mo per  avventura  1’  opere  sue  da  lui  stesso  emendate.* 

Forse  alcuno  amato  avrebbe  che  io  dietro  a questa  mia 
scoperta  mi  fossi  dato  a raccogliere  tutte  quelle  cose  volgari 
che  del  Poliziano  si  trovano,  onde  far  parte  al  pubblico 
d’ una  compita  collezione  delle  cose  di  lui.  Io  non  dirò  che 
tale  impresa,  qualunque  volta  voluto  avessi,  non  mi  fosse  stata 
agevole  a mandar  ad  effetto-,  sapendo  ben  io  a quali  ripo- 
stigli dovessi  ricorrere  per  far  di  tali  cose  raccolta,  nè  man- 
candomi amici  che  aiutato  mi  avrebbero.  E infatti  tal  pen- 
siero lo  ebbi  già  un  tempo:  ma,  riflettendo  poi  di  non  potere 
su  le  altre  poesie  tessere  quel  lavoro  tutto  mio  che  ho  ordito 
sopra  l’ Orfeo,  deliberato  mi  sono  lasciar  tal  impresa  ad  altri, 
contentandomi  d’  aver  somministrato  a tale  raccolta  che  far 
si  potesse  l’intero  e perfetto  Orfeo,  che  d’ora  innanzi  potrà 
benissimo  andare  stampato  senza  il  corredo  di  queste  mie 
Osservazioni. 

Aggiugnerò  per  ultimo  che  questo  mio  lavoro  nacque 
dagli  ozii  miei  d’  alcuni  anni  addietro.  Fin  l’ anno  1769  tes- 
suto io  l’aveva  colla  sola  notizia  del  codice  reggiano-,  ed, 
essendosi  esibito  a stamparmelo  Giuseppe  Braglia  che  allora 
presiedeva  ai  torchi  di  Mantova,  glielo  donai  : ma  ho  poi  rin- 
graziato Iddio,  che  non  ne  facesse  nulla.  In  séguito,  col  ma- 
noscritto del  signor  Vitali  e con  altre  notizie  di  mano  in 
mano  acquistate,  lo  migliorai:  e,  poiché  vidi  aver  il  Cornino, 
stampator  di  Padova,  tanta  premura  per  le  cose  volgari  del 
Poliziano,  da  lui  fino  a tre  volte  colla  sua  solita  accuratezza 
stampate,  a lui  1’  offersi  senza  veruno  interesse.  Volontieri 
egli  accettollo  -,  o in  data  de’  7 di  luglio  del  1770,  mi  scrisse: 
“ Ilo , ricevuto  a suo  tempo  la  favoritissima  sua  dei  17  pas- 
sato, col  prezioso  manoscritto  dell’  Orfeo  del  Poliziano, 
eruditissimamente  illustrato  da  1T.  P.  R.  Stia  certa  che  qua 
esaminato  da  persona  dottissima,  ella  ne  ha  ripetuti  infiniti 
applausi,  n D'  allora  in  poi  io  non  ho  mai  più  pensato  a que- 
sta faccenda;  e intanto  che  ad  altre  cose  ho  tenuti  rivolti  gli 
studii  miei,  giaciute  sono  queste  carte  dimentiche  nello  scri- 
gno. Ma  il  padre  lettor  teologo  Luigi  Tuschini  ravennate, 
amico  mio  singolarissimo,  consapevole  di  questa  mia  trascu- 
raggine,  me  ne  ha  così  riscosso  e mi  ha  talmente  fatto  scru- 
polo di  defraudar  così  a lungo  il  pubblico  della  mia  scoperta, 


i Aldo  Manuzio,  dedicando  a Marino  Sanudo  le  Opere  latine  del  Poli- 
ziano da  lui  impresse  in  Venezia  in  foglio  nel  1498,  disse  : « Est  igilur 
dignissimus  venia  Poliliaiiut  nostcr,  si  quid  in  rjus  scriptis  deprthende- 
tur  Biffi  y quandnquidem  emendaturus , si  licuisset,  crai.  • 


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DEL  PADRE  IRENEO  AFFO. 


t:n 


che  mi  è convenuto  i giorni  passati  ripigliar  tra  le  mani  que- 
st’ Operetta  •,  cui,  dopo  altre  indagini  non  men  premurose  delle 
prime,  ho  dato  una  forma  tutta  nuova,  e alquanto,  a mio 
parer,  più  metodica.  E perchè  altre  cure  al  presente  mi  cir- 
condano, che  non  mi  lasciano  mezzo  o via  di  pensare  a dar 
fuori  quest’  operetta,  ne  ho  fatto  dono  al  medesimo  ; affinché 
egli,  se  vuole,  se  ne  prenda  il  carico  di  pubblicarla. 


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PERSONAGGI. 


Mopso  | 

Aiusteo  : Pastori. 
Tirsi  ' 

Una  Driade. 

Coro  di  Duiadi. 
Orfeo. 

Mnesillo,  Satiro. 

Plutone. 

Proserpina. 

Euridice. 

Tesifone. 

Una  Menade 
Coro  di  Menadi. 


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ORPHFi 


T R A G CE  D I A. 


Silenzio.  Udite.  E’ fu  già  un  pastore  1 

Figliuol  d’Apollo,  nomato  Aristeo. 

Costui  amò  con  si  sfrenato  ardore 
Euridice  clic  fu  moglie  d’ Orfeo, 

Che  seguendola  un  giorno  per  amore 


Fu  cagion  del  suo  fat 
Perché,  fuggendo  lei  v 
Una  serpe  la  morse,  e 

V.  1 - — * Silenzio.  Udite.  Formule 
ile’  comici  latini  : Terenzio  in  vari 
prologhi  : • Date  operaio,  et  culti  si- 

ientio  animimi  attendile  Date 

nperam,  adcslc  iripio  animo  cum 
kì Ientio.  • — E' fa.  Var.  Che’lfu: 

Ms.  Vitali  (A).  — ».  2.  Var.  Figliai 
d'Apot,  nominalo  Aritleo:  MS.  Vitali 
(A).  — V.  3.  Var.  Con  diifrennlo  ar- 
tiere : Ms.  Reggiano  (A).  — ».  5.  Var. 

E seguendola  : .MS.  Reggiano  (A).  — 

».  7.  Lei,  usato  in  caso  retto  per 
tlla.  Vedi  il  Barloli  e il  Boccac- 
cio (Pi).  * Il  Barloli  (Tori,  e diritto 
del  non  si  può,  Xl.ll)  arreca  di  lei 
i seguenti  esempi  del  Boccaccio  ncl- 
l 'Am.:  • Lei  fu  nominata  Cotola,  .... 
Lei  me  ’l  fe  palese,  ....  Medea  non  se 
ite  potè  anche  lei  difendere.  • Ma 
sopra  ogni  altro,  egli  continua,  che 
ubbia  manifestamente  usato  tei  in 
caso  retto  si  è Fazio  net  Din  1.  II. 


acerbo  e reo; 
icino  all' acque, 
morta  giacque. 

c.  XIX  : ■ Onde  lei  per  dispetto  e 
per  disdegno  Gli  corse  addosso....  ■ 
Ai  quali  aggiungo  un  altro  del  no- 
stro maggior  poeta  : « ....lei  che  di 
c notte  fila  Non  gli  area  tratta  an- 
cora la  conocchia  • Pnrg.  XXI.  Lei. 
per  ella  dissero  i nostri  egualmente 
clic  i Provenzali,  che  scrivcano  nel 
primo  caso  eia,  riha,  ella,  lei,  leys, 
liegs.  Rambuldo  ila  Vacherà:  « Car 
so  ni  veda,  don  mi  dot  uondansa, 
Leys  qu’es  gaya  cortes’ e gen  par- 
lans.  » (Perchè  ciò  mi  vieta,  donde 
mi  dette  abbondanza,  lei  eh’ è gaia 
cortese  c gente  parlante.)  Cosi  pres- 
so a poco  il  Nannucci  nelle  Osservai, 
intorno  al  proti.  Lei,  Corfù,  1811. 
Anche  tin  poeta  del  sec.  XVII,  rego- 
larissimo se  altri  mai,  il  Chiabr., 
non  schifò  lei  in  caso  retto:  • ...  fio- 
risce ad  ogni  or  pompa  amorosa, 
Ove  lei  posa.  « 


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ORPIIEI. 


134 


Orfeo  cantando  allo  inferno  la  tolse;  j 

Ma  non  potè  servar  la  legge  data  : 

E chi  la  diede  ancor  se  la  ritolse. 

Ond’esso  in  vita  acerba  e disperata 
Per  sdegno  amar  più  mai  donna  non  volse, 

E dalle  donne  morte  gli  fu  data. 

Or  stia  ciascuno  a tutti  gli  atti  intento, 

Che  cinque  sono:  e questo  è l’argomento. 


V.  10.  * Servar  la  legge  : osser- 
vare, mantenere.  Dante,  Purg.,  XXVI  : 
> ...  non  servammo  umana  legge.  » 
Ariosto,  XXI  : • per  servar  sua  fede 
a pieno.  » — e.  11.  I due  Codici, 
de’  quali  servito  mi  sono,  leggono 
ainbiduc:  E chi  la  diede , ancora  re 
la  tolte.  Per  iscliivarc  la  replica  vi- 
ziosa ed  inusitata  della  stessa  parola 
in  rima,  mi  è piaciuto  correggere  in 
questa  forma  (A).  — v.  1 3.  Volte  per 
volle  è stato  usato  da  parecchi  buoni 
autori  toscani  (X).  # Dante,  Inf.,  li  : 
« ....  venni  a tc  cosi  com’  ella  volse.  • 
Ed  è vivo  in  bocca  del  popolo  to- 
scano. — v.  15.  Or  stia  ciascuno,  ec. 
Dato  ancora  che  il  Poliziano  avesse 
fatto  dir  questo  prologo  a Mercurio, 
a clic  far  vi  avea  poi  quel  Pasto- 
re, anzi  Pastore  scliiavone  giusta 
il  Ms.  Chisiano,  che  interrompen- 
do il  prologizzanle  esce  a dire  : 


» State  attenti,  brigata  ; buono  au- 
gurio ; Perchè  di  ciel  in  terra  vieti 
Mercurio  ? » Mercurio  sarebbe  stato 
benissimo  ai  manifesti  segni  dal- 
l’ udienza  conosciuto,  senza  clic  que- 
sto pastore,  il  qjuale  ingombra  per 
si  poco  la  scena,  lo  ci  venisse  a 
dire  eli’  egli  era  desso.  E poi,  come 
può  stare  che  la  venuta  di  Mercu- 
rio a buono  augurio  si  ascriva, 
quando  egli  si  suppone  aver  an- 
nunziato un  funesto  avvenimento  1 
Eh  via,  che  simili  inconvenienze 
non  s’  accordano  coi  nobilissimo  in- 
gegno del  Poliziano.  Egli  dunque 
non  potè  scrivere  come  si  è letto 
(inora  ; ma  bensi  dir  conviene  clic 
l’ argomento  o sia  prologo  deli’  Orfeo 
fosse  da  lui  composto  come  si  legge 
nel  Ms.  reggiano,  che  va  scevro  da 
tanti  difetti  che  hanno  Onora  detur- 
pato questo  pezzo  d’antica  poesia  (A). 


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ACTVS  PRIMVS 

PASTORICVS. 


Interloqvvntur 

MOPSVS,  ARISTAEVS  et  THYRSIS. 

MOPSO. 

Avresti  visto  un  mio  vitellin  bianco,  17 

C’  ha  una  macchia  di  negro  in  su  la  fronte 
E un  pezzo  rosso  dal  ginocchio  al  fianco? 

ARISTEO. 

Caro  mio  Mopso,  appresso  a questa  fonte  2J 

Non  son  venuti  in  questa  mane  armenti; 

Ma  ben  sentii  mugghiar  là  dietro  al  monte. 

Va’,  Tirsi,  e guarda  un  poco  se  tu ’l  senti:  23 

Intanto,  Mopso,  ti  starai  qua  meco; 

Ch’io  vuo’che  ascolti  alquanto  i miei  lamenti, 
ler  vidi  sotto  a quello  ombroso  speco  23 

Una  ninfa  più  bella  che  Diana, 

Che  un  giovane  amator  avea  con  seco. 

Come  vidi  sua  vista  più  che  umana,  29 

Subito  mi  scossò  si  ’l  core  in  petto. 

Clic  mia  mente  d’amor  divenne  insana  : 


V.  17  19.  Il  Meli,  poeta  sici- 
liano, nell’  ccl.  I della  primavera: 
• Forse  vidisti  na  vitedda  bianca 
C.n  na  macchia  rossigna  ’nlra  la 
schinu  Un'  a la  frunli?  » (,N).  — 
v.  22.  Var.  là  drclo  : Ms.  Vitali  (A). 


— t\  30.  Var.  mi  trono  si  ‘l  cor 
e'I  petto  : Mi.  Vitali  (A).  * Gli  edi- 
tori milanesi  del  1825,  pure  adot- 
tando il  testo  dell' AITÒ,  rimisero  in 
questo  luogo  I'  antica  lei.  mi  si 
scosse. 


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ORPIIEI. 


13G 

Tal  ch’io  non  sento,  Mopso,  più  diletto;  32 

Ma  sempre  piango,  e cibo  non  mi  piace, 

E senza  mai  dormir  giaccio  nel  letto. 

mopso. 

Aristeo  mio,  quest’amorosa  face  35 

Se ’d' estinguerla  presto  non  fai  prova. 

Presto  vedrai  turbata  ogni  tua  pace. 

Sappi  che  amor  non  m’ è già  cosa  nova;  ss 

So  come  mal,  quanti’ è vecchio,  si  regge: 

Rimedia  presto  or  che  ’l  rimedio  giova. 

Che  se  pigli,  Aristeo,  sue  dure  legge,  41 

Del  capo  t’usciranno  e l’api  e gli  orti 
E viti  c biado  c paschi  e mandre  c gregge. 

AniSTEO. 

Mopso,  tu  parli  queste  cose  a’  morti  ; 44 

Sicché  non  spander  meco  tue  parole. 

Acciò  che  *1  vento  via  non  se  le  porti. 

Aristeo  ama,  e disamar  non  vuole,  47 

Nè  guarir  cerca  di  si  dolci  noglie: 


1 r.  33.  * Il  Pelr.  * Tutto  il  ili  pian- 
go; c poi  la  notte,  quando  Prcn- 
ilou  riposo  i miseri  mortali,  Tro- 
vomi  in  pianto,  c raddoppiarsi  i 
mali.  * Del  non  mangiare  parla 
anche,  c piacevolmente,  la  Cosa  in- 
namorata, nella  Tancia , III,  2:«  Amor 
ni’  ha  messo  in  un  gran  pensatoio. 
Tal  ch’io  n’ho  perso  il  gusto  e’I 
lagorare:  Condotta  son  che  gnun 
boccone  ingoio,  Se  non  quando  io 
ho  voglia  di  mangiare.  ■ — r.  35. 

* face,  qui  incendio,  ardore,  Petr., 
del  parlare  di  Laura,  • picn  di  dolci 
faci.  » — t>.  38.  Vur.  non  è già  : Ms. 
Vitali  (A).  — v.  41.  Tutti  tre  i co- 
dici leggono  sue  dure  (A).  — u.  44. 

* parli  queste  cose  a'  morii  : come 
a dire,  tu  parli  a’  sordi,  parli  al 
vento,  parli  al  deserto.  Non  me  ne 


sovviene  altri  esempi.  — e. 46.  Petr. 
• Ma  il  vento  nc  portava  le  parole  » 
;N).  * Stazio:  « Irrita  ventosa:  ra- 
piebant  verba  procella:.  ■ — n.  48. 
noglie.  Porrà  ad  altri  clic  io  do- 
vessi qui  abbracciare  piuttosto  la 
lezione  cominiana  che  ha  doglie 
in  vere  di  noglie,  voce  veramente 
barbara  ed  impura.  Ma  poiché  ini- 
prohahil  cosa  non  sembrami  che 
il  N.  A.  possa  avere  scritto  noglie, 
cosi  non  ho  voluto  recedere  dalla 
lezione  de’  codici.  Lodovico  Dolce 
ardi  cangiar  molte  voci  nelle  Stanze 
del  Poliziano;  del  che  viene  ripreso 
dal  Mcncltcoio  e dallo  Zeno.  Io  non 
voglio  far  come  lui.  Trovo  esempi 
antichi  della  voce  zoglia  in  vece  di 
gioia  e di  noglia  in  iscambio  di  noia. 
Si  veggano  le  Lettere  di  fra  Guittone 


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ACTVS  PKIMVS.  137 

Quel  loda  amor,  che  più  di  lui  si  dule. 

Ma,  se  punto  ti  cal  delle  mie  -voglie,  ;.o 

Fammi  tener  con  tua  fistola  alquanto; 

E canterem  sotto  all’ ombrose  foglie; 

Ch’  io  so  clic  alla  mia  ninfa  piace  il  canto.  5: 

CANTO  DI  AUISTEO. 

Udite,  selve,  mie  dolci  parole. 

Poiché  la  bella  ninfa  udir  non  vuole. 


U’ Arezzo,  raccolte  dall’infaticabile 
inonsig.  Bonari  c stampate  in  Roma 
dal  Rossi  nel  1745;  ove  tuli  voci 
s’  incontrano.  Guido  Cavalcanti  ha 
una  canzone  entro  la  Raccolta  del- 
l'Allacci,  nella  quale  son  questi  versi: 
« E va  nel  cicl  dov’  è compila  zolia 
Zolioso  ’l  cor  fuor  di  corrotto  c 
d’ ira.  • E nella  Race,  de’  podi  fer- 
raresi ordinata  dal  BarufTaldi  v’  è 
un  sonetto  d’  un  frale  Anseimo  da 
Ferrara  con  quest’ altro:  « Di  chi 
più  v’ama  clic  la  vostra  soglia.  » 
Nel  Ms.  regg.  che  ci  ha  sommini- 
stralo l’ Orfeo  avvi  un  capii,  del 
Tcbaldco  con  un  verso  clic  dice: 

• E la  vecchiezza  senza  noglia  al- 
cuna. » Cosi  parimente  lessi  io  una 
ballata  in  un  antico  codice  della 
libreria  della  Nunziata  in  Bologna, 
ove  s' incontra  : « E non  li  pare 
faticare  ; Pena  non  sente  e non  no- 
glia. » Quindi  Ito  voluto  lasciare 
questa  voce  come  trovasi  ne’  Mss. 
indicati  : e se  ferisse  mai  l’orecchio 
delicato  d’  alcun  moderno,  farà  la 
scusa  al  N.  A.  il  discreto  Mcnckeuio: 

• Nec  quod  usus  sit  passim  in  car- 
» minibus  vernneulis,  in  primis  quo: 
> genere  carminis  heroico  scripsit, 
» vocibus  barbaris  et  quodammodo 
» pcregrinis,  quales  nonnullas  col- 
» legit  larvatus  illc  Udienus  Nisie- 
» lius  in  Proginn.  paci.  voi.  IV, 
» prog.  77,  pag.  235;  Politinni  ma- 


■ gis  quam  a'tatis  factum  culpa 

- putabimus.  Si  quid  vero  in  co 

• peccavi!  noslcr,  id  ferat  solatii, 

• quod  commune  et  hoc  pcccatum 
» cum  setatis  soie  poetis  ncscio  au 

- omnibus  fncrit.  (Secl.  I,  S 13,  no- 

• ta  (a),  pag.  256  et  seq.)  » Non  è im- 
probabile però  che  anche  a bello  stu- 
dio adoperasse  in  questo  primo  atto 
modi  non  del  tutto  propri  siccome 
par  quello:  « Va’ Tirsi,  c guarda 
un  puco  se  tu  ’l  senti;  » perché,  in- 
ducendo  a parlare  pastori,  volle  for- 
se imitare  Teocrito;  il  quale,  per 
testimonio  del  Rapino,  de  industria 
tributi  tuis  pasloribut  et  sermoni* 
rusticitalem  in  dorica  dialccto  et  in- 
terdilla vitiositatem  orationis.  (Dis- 
scrt.  de  carni,  past.  pag.  4 1 7.)  (A). 

• Gl»  Editori  milanesi  del  1525  ri- 
misero nel  testo  la  lezione  coini- 
ninna  doglie. — v.  50.  Var.  A/u  se  pure 
li  cal  : Ms.  Vitali  (A).  — ».  54.  Questo 
verso  c 1’  altro  che  rima  seco  fanno 
assai  più  onore  al  Poliziano  di  quello 
clic  gli  altri  della  ediz.  cominiuna. 
Quel  far  tenore  è detto  assai  bene; 
ed  usollo  il  Petrarca  riguardo  all’  ac- 
cordare il  canto  al  mormorio  d’  una 
fontanu  là  ove  disse:  « Ma  ninfe  c 
muse  a quel  tenor  cantando  - (A). 

- V,  54.  ♦Giusto  de' Conti:  « Udi- 
te, monti  alpestri,  gli  miei  versi.... 
0 boschi  ombrosi ..  Udite.  » — v.  55. 
Var.  In  ninfa  mia:  Mi.  Vitali.  (A.) 


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138 


ORPHEJ. 


La  bella  ninfa  sorda  al  mio  lamento  33 

Il  suon  di  nostra  fistola  non  cura  : 

Di  ciò  si  lagna  il  mio  cornuto  armento. 

Nè  vuoi  bagnare  il  ceffo  in  acqua  pura 
Nè  vuol  toccar  la  tenera  verdura; 

Tanto  del  suo  pastor  gl’ incresce  c dole. 

Udite,  selve,  mie  dolci  parole. 

Ben  si  cura  l’armento  del  pastore:  C5 

La  ninfa  non  si  cura  dello  amante. 

La  bella  ninfa  c’ha  di  sasso  il  core: 

Di  sasso?  anzi  di  ferro,  anzi  adamante. 

Ella  fogge  da  me  sempre  d’ arante, 

Come  l’agnella  il  lupo  fuggir  suole. 

Udite,  selve,  mie  dolci  parole. 

Digli,  fìstola  mia,  come  via  fugge  7C 

Con  gli  anni  insieme  sua  bellezza  isnella  ; 

E digli  come  il  tempo  ci  distrugge. 

Nè  l’età  persa  mai  si  rinnovella: 

Digli  che  sappi  usar  sua  forma  bella. 

Che  sempre  mai  non  son  rose  e viole. 

Udite,  selve,  mie  dolci  parole. 

Portate,  venti,  questi  dolci  versi  n 

Dentro  all’ orecchie  della  ninfa  mia: 


V.  Sii.  Vai'.  La  ninfa  mia  è : Ms. 
Vii.;  c nel  v.  scg-,  E ‘l  suon  (A). — 
v.  59-61.  Vai',  bagnar  la  fronti  : Ms. 
Vii.  (A.)  Imit.  da  quel  di  Virgilio, 
ecl.  V : «...  Non  olii  paslos  illis 
egere  diebus  Frigida,  Dafni,  boves 
ad  fiumina,  nulla  ncque  aninem  Li- 
bai it  quadrupes  nec  graininis  Dili- 
gi! Iierbam.  » Mosco  : • ...  le  vacche 
appo  i tori  sbrancate  lamentavano 
e non  vogliono  pascolare  ( nella  morie 
di  Dione)  ■ fN).  — r.  61.  Pare  preso 
da  quel  di  Stazio  • Sic  vatem  meerere 
suino  • (N).  — t>.  65.  Teocr.  • 0 gra- 
ziosamente guardante,  tutta  sasso,  » 
e altrove  pati  laine  (.fanciullo  sasseo). 


E il  Buonarroti  ; • Questo  pezzo  di 
sasso,  questo  ingrato.  » * Dante,  di 
una  donna,  vera  o allegorica  che 
sia,  « veste  sua  pcrsona'd’  un  dias- 
pro: • c anche  la  chiama  « questa 
bella  pietra,  ■ e « questa  gentil  pie- 
ira  » ennz.  IX  e X — v.  67.  * Davan- 
ti ; trovasi  nei  classici  congiunto 
spesso,  come  qui,  al  sesto  caso  : Boec. 

• meniti  davanti  da  lei.  - — v.  6$. 

• Sic  agna  lupum,  sic  cerva  leo- 
nem  » Ovid.  Metani.  1 fN).  — v.  70. 
Var.  come  mi  fugge  : Ms.  regg.(À).  — 
v:  72.  Var.  ai  diilrugge  : Ms.  Vit.  (A). 
— D.  73.  * Pena,  perduta.  V.  Stan- 
ze: I,  SA  e 105.  — o.  77-7S.  Virg. 


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ACTVS  PRIMVS.  139 

Dito  quanto  per  lei  lagrime  versi, 

E la  pregate  che  crude!  non  sia  : 

Dite  che  la  mia  vita  fugge  via 
E si  consuma  come  brina  al  sole. 

Udite,  selve,  mie  dolci  parole. 

MOPSO. 

E’ non  è tanto  il  mormorio  piacevole  U 

Delle  fresche  acque  che  d'un  sasso  piombano. 

Nò  quando  soffia  un  ventolino  agevole 
Fra  le  cime  dei  pini  e quelle  rombano; 

Quanto  le  rime  tue  son  solazzevole. 

Le  rime  tue  che  per  tutto  rimbombano: 

Se  lei  le  ode,  verrà  come  una  cucciola. 

Ma  ecco  Tirsi  che  del  monte  sdrucciola. 

ARISTEO. 

Ch’è  del  vitello?  hallo  tu  ritrovato?  92 


> Parlcm  uliquam,  venti,  divtiin  re- 
feratis  ad  anres  ; • e Ovili.  « Dettili! 
aura  preces  ad  me  non  invida  blan- 
das”  (N). — r.  79.  Var,  dite  quanto : 
Ms.  V.  (A).  — ».  80.  Nel  Ms.  regg. 
sembra  doversi  leggere  ella  pregate  : 
ma  ci  attenghiamo  in  questa  lez.  al 
Ms.  Cliis.  avvertendo  clte  questo  v. 
manca  nel  Ms.  Vii.  (A).  — ».  81-82. 
Comune  nei  Lirici  nostri.  Ma  strano 
nel  Petrarca  > mi  struggo  al  snon 
delle  parole,  Pur  com’  io  fossi  un 
uom  di  ghiaccio  al  sole.  ■ — ».  84-85. 
Ovid.  Fast.  IV  : • ex  alto  desilienlis 
aqute  ; » e Omero  « fredda  discor- 
reva I'  acqua  d’  alto  d’  una  pietra.  • 
F.  Teocr.  « Più  soave,  o pastore,  il 
tuo  canto  clic  quella  sonante  acqua 
là,  che  di  su  alto  da  quel  masso  di- 
stilla . (N).  — ».  86-87.  Mosco  : « Dove, 
quando  spira  molto  vento,  il  pino 
canta  » (N).  * E Teocr.  « Un  cotal 
dolce  sibilo  anche,  o capraio,  quel 
pino  là  presso  le  fonti  risuona.  * E 
questi  c i superiori  versi  di  Teocr. 
avevu  in  mente  Virgilio.  «Nato ncque 


tue  tantum  veilienlis  sihitns  Austri 
Ncc  percussa  iuvant  duetti  tam  li- 
torà,  quatti  quie  Saxosas  inter  decur- 
runt  fi  » in  ina  vallea  » ecl.  V.  — 
». -87.  Rombano.  Tutti  i testi  leg- 
gono qui  trombano : io  ho  voluto 
cangiare;  c dietro  1’  ediz.  del  Baz. 
m'  è piaciuto  scrivere  rombano,  co- 
me voce  più  alla  a significar  quel 
mormorio  o sibilo  che  mandano  le 
cime  de’  pini  agitale  dal  vento  ; il 
quale  non  ini  par  tanto,  che  possa 
ad  un  trombegginmento  paragonarsi 
(A).  — ».  88.  * Solazzevole.  Nei  pri- 
mi secoli  della  linguu  non  è rara 
la  terminazione  in  e ni  plurale  de- 
gli  aggettivi  femminini  della  terza. 
Dante,  Par.,  I.  ■ ....  accline  Tutte 
nature  » e XV,  delle  anime  beate,  « u 
tacer  fur  concorde.  » E abbondano 
gli  esempi  anche  fuor  di  rima  e in 
prosa.  — e.  90.  * come  «ma  cucciola, 
docile  come  ima  cagnolino.  Cucciolo 
si  dice  al  cane  non  ancora  finito  di 
crescere.  — ».  92.  Italia  : bailo,  lo 
hai.  Vedi  i gramm.  tose.  (N). 


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HO 


OKPHEI. 


TIRSI. 

SI  ho.  Così  avess’egli  il  capo  mozzo, 

Chè  poco  mcn  che  non  m’ha  sbudellato. 

Corsemi  contro  per  darmi  di  cozzo: 

Pur  l’ho  poi  nella  mandra  ravviato: 

Ma  ben  so  dirti  ch’egli  ha  pieno  il  gozzo. 

ARISTEO. 

Or  io  vorre’  ben  la  cagione  udire, 

Per  che  sei  stato  tanto  a rivenire. 

TIRSI. 

Stetti  a mirar  una  gentil  donzella  ico 

Che  va  cogliendo  fiori  intorno  al  monte: 

Nè  credo  mai  vedere  altra  sì  bella, 

Più  vaga  in  atti  c più  leggiadra  in  fronte: 

Sì  dolce  canta  e sì  dolce  favella. 

Che  volgerebbe  un  fiume  verso  il  fonte: 

Di  neve  c rose  ha  il  volto,  c d’òr  la  testa, 

E gli  occhi  bruni  e candida  la  vesta. 

ARISTEO. 

Rimanti,  Mopso;  ch'io  la  vuo’ seguire;  tos 

Pereti’ essa  è quella  di  cui  t’ho  parlato. 

MOPSO. 

Guarda,  Aristeo,  che  troppo  grande  ardire 
Non  ti  conduca  in  qualche  tristo  Iato. 

ARISTEO. 

0 mi  convicn  questo  giorno  morire 
0 provar  quanta  forza  avrà’l  mio  fato. 


V.  US.  I nostri  due  Mss.  dicono  in 
questo  verso  chiaramente  Or  io  vor- 
•ebbe  la  cagiun  udire  : cd  essendo  que- 
sta lezione  senza  dnhhio  falsa,  m'c 
piaciuto  correggerla  (A).  — «•.  10C. 
l’etr.  « La  testa  or  line,  e calda  neve  il 
volto:  • altrove:  » Quella  che  ha 


neve  il  volto,  oro  i capelli  • ;Ni.  — 
li.  tll.  * Lato.  Qui  semplicemente 
per  parte  o luogo  ; come  il  suo  plu- 
rale in  Dante,  Par.,  XXIX.  - ....  que- 
sto vero  è scritto  in  molti  tali,  » 
e come  I'  usa  tuttora  il  popolo  lo. 
se  ano. 


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ACTVS  SECVXDVS. 


141 

Rimanti,  Mopso,  appresso  a questa  fonte; 

Che  voglio  ir  a cercarla  oltra  quel  monte. 

MOPSO. 

0 Tirsi,  e che  ti  par  or  del  tuo  sire?  Ilo 

Non  vedi  tu  ch’egli  è del  senso  filore? 

Tu  gli  dovresti  pur  talvolta  dire 
Quanto  gli  fa  vergogna  questo  amore. 

Tinsi. 

0 Mopso,  al  servo  sta  bene  obbedire; 

E matto  è chi  comanda  al  suo  signore, 
lo  so  ch’egli  è più  saggio  assai  che  noi: 

A me  basta  guardar  le  vacche  e’  buoi. 


ACTVS  SECVNDVS 

NYMPIIAS  HABET. 


Loqvitvr  AEISTAEVS  : 

iuterloqvvntur  item  plangvnt  quam  flebili  cantv  DRYADES. 

AIUSTEO. 

Non  mi  fuggir,  donzella;  124 

Ch’io  ti  son  tanto  amico, 

Che  più  ti  amo  che  la  vita  e’1  core. 

Non  fuggir,  ninfa  bella; 

Ascolta  quel  ch’io  dico; 


V.  11G.  * Sire.  Qui  per  tignare  o 
padrone,  come  non  di  rado  presso 
gli  antichi.  — v.  120.  Var.  5ls.  V. 
Sla  ben  l'obbedire  (A).  — *n.  I2ie 
segg.  * Confi'.  Stanze,  1. 109.  — r.  1 20. 


Non  tanto  le  stampe  ma  eziandio  il 
Ms.  regg.  leggono  E elte  più  l'amo. 
Ora  mi  piace  seguire  il  Ms.  V.,  poi- 
ché, lasciando  queir  e,  il  senso  gram- 
maticale corre  assai  medio  (A). 


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142 


ORPHEI. 


Non  fuggir,  ninfa,  ch’io  ti  porto  amore. 

Non  sono  il  lupo  o l’orso,  i.vj 

Ma  sono  il  tuo  amatore: 

Dunque  rifrena  il  tuo  volante  corso. 

Poi  che  ’l  pregar  non  vale 
E.  lei  via  si  dilegua, 

E’convien  ch’io  la  segua: 

Porgimi,  Amor,  e presta  le  tue  ale  ! 

UNA  DRUDE. 


Annunzio  di  lamento  e di  dolore,  137 

Care  sorelle,  la  mia  voce  apporta. 

Che  a pena  ardisce  a ricontarlo  il  core. 

Euridice  la  ninfa  al  fiume  è morta:  no 

L’ erbe  languono  intorno  a capo  chino, 

E l’acqua  al  mormorar  si  disconforta. 

Abbandonato  ha  il  spirto  peregrino  143 

Quel  bell’albergo,  e lei  giace  distesa 
Come  bianco  ligustro  o fior  di  spino. 

La  ragion  poscia  ho  di  sua  morte  intesa,  iig 


V.  429.  Si  avverta  clic  questo  v. 
manca  nel  Ms.  V.  (A).  — ».  130. 
Yar.  JVon  sono  lupo  o orso  : Ms.  Vii. 
(A).  Imit.  da  quel  d’  Orazi  : « Atqui 
non  ego  te,  ligris  ut  aspera  Gelu- 
lusve  Ico,  frangere  perscquor  • (N). 
— ».  137.  Eurip.  Eeub.  I,  3 : « Di  no- 
vella assai  grave,  apportatrice,  e a te, 
donna,  nunzio  di  guai  • \'S).  Da  que- 
sto v.  sino  alla  One  deli’  atto  abbiamo 
un  gentil  pezzo  di  poesia  non  più  ve- 
duto sin  ora  nell’ Orfeo....  Questo  par- 
la da  sè,  onde  assicurarci  che  V Orfeo 
stampato  non  era  nè  intero  nè  per- 
fetto.... Osservisi  prima  di  tutto  co- 
me l’azion  presente  e il  motivo  del 
coro  di  Driadi  sia  tratto  da  Virg. 
ore  narra  la  stessa  favola.  « llla  qui- 
dem  dum  te  fugeret  per  (lumina  prse- 
ceps,  Imuiauem  ante  pedes  bydrum 


moritura  puella  Scrvanlem  ripas  alta 
non  vidit  in  herba.  Astcliorus  aequa- 
lis  Dryadum  clamore  supremos  Ini- 
plerunt  montes....  » Non  dovette  sem- 
brar convenevole  al  nostro  Poliz.  il 
far  correre  la  fuggiasca  Euridice  per 
l’ acqua,  cosicché  da  un  idro,  ser- 
pente acquatico  velenosissimo,  fosse 
punta  ; ma  si  contentò  di  rappre- 
sentarcela correr  fra  l'erbe  c i (lo- 
ri, ove  da  una  serpe  mortifera,  di 
qualunque  specie  ella  si  fosse,  ve- 
nisse morta  ed  uccisa  (A).  — ».  13'J. 
Virg.  « animus  meminissc  liorret 
luctuque  refugit  » (Fi).  — ».  141. 
Nell’  epitaf.  di  Bione;  intorno  di 
Adone  morto,  « i fiori  per  dolore  ar- 
rossano » (N).  — ».  144.  Ms.  Vita!. 
E lei  fall' è distesa  (A).  — e.*140. 
Ms.  Vital.  La  eagion  poi  (A), 


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ACTVS  SECV.NDVS. 


! 43 

Che  una  serpe  la  morse  al  piò  nel  dito. 

Onde  il  danno  spietato  si  mi  pesa 
Che  tutte  meco  a lacrimar  v’invito.  i« 

CORO  DELLE  DRIADI. 

i,’aria  di  pianti  s’oda  risuonare,  tso 

Che  d’ogni  luce  è priva: 

E al  nostro  lagrimare 

Crescano  i fiumi  al  colmo  della  riva. 

Tolto  ha  morte  del  cielo  il  suo  splendore;  16* 

Oscurità  ò ogni  stella: 

Con  Euridice  bella 

Colto  ha  la  morte  delle  ninfe  il  fiore. 

Or  pianga  nosco  Amore  : iss 

Piangete,  selve  e fonti  ; 

Piangete,  monti  : e tu  pianta  novella. 

Sotto  a cui  giacque  morta  la  donzella. 

Piega  le  fronde  ai  tristo  lamentare. 

L’aria  di  pianti  s’oda  risuonare. 

Ahi  spietata  fortuna  t ahi  crudel  angue  ! tei 

Ahi  sórte  dolorosa  ! 

Come  succisa  rosa 

0 come  colto  giglio,  al  prato  langue. 


V.  148.  Ms.  Yital.  Onde  il  dan  di- 
sputato (A).  — v.  149.  Ms.  Vital.  Al 
lacrimar  ne  invilo  (A).  — v.  153. 
• Esagerazione  dcll'esagerazion  pe- 
trarchesca * Fiume  che  spesso  del  mio 
pianger  cresci.  » — ».  155.  Oscu- 
riià.  Cosi  hanno  tutti  i lesti  : ma  a 
noi  sembra  che  Oscurila  sia  la  vera 
lezione  (Nota  dell’  ediz.  Silv.).  — 
v.  159-1G2.  Imit.  da  quel  di  Mosco 
nell’  epitaf.  di  Bionc  : • Flebilmente 
gemetemi,  o clivi,  o dorica  onda  ; c, 
o fiumi,  lamentate  !’  amabile  Bionc: 
ora,  o piante,  lacrimatemi,  e,  o bo- 
schi, ora  deplorate:  ora  imporpora- 
tevi, o rose,  dal  lutto,  ora,  o anemo- 


ni. • E Bione:  « I monti  tutti  dicono 
e le  quercie,  ahi  Adone  ; e i fiumi  com- 
piangono i lutti  di  Venere  ; e le  fonti 
Adone  su’ monti  lacrimano*  (N). — 
».  1GG-U7.  Cat.  : • veluti  prati  Ultimi 
flos,  pnetcrcunte  postquam  Tactus 
aratro  est.  • Virg.  : • Qualcm  virgiucn 
depressum  pollice  florem  Seu  rnollis 
vìolic  seu  lunguentis  hyacinthi,  > al- 
trove : • Purpurcus  veluti  cum  flos 
succisus  aratro  Languescit  moriens,  » 
cosi  trad.dall’Ariosto:  «Come  purpu- 
reo fior  languendo  muore,  Che  il  vo- 
mero  al  passar  tagliato  lussa.  » Peti-.: 
« Punta  poi  nel  tallon  da  picciol  an- 
gue, Come  fior  colto,  langue  • (N). 


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Jii 


ORPIIEl. 


Fatto  6 quel  viso  esangue,  tei 

Che  solia  di  bellade 
La  nostra  etade  far  sì  gloriosa. 

Quella  lucida  lampa  or  è nascosa. 

La  qual  soleva  il  mondo  alluminare. 

L’aria  di  pianti  s'oda  risuonare. 

Chi  canterà  più  mai  sì  dolci  versi?  ita 

Chò  a’ suoi  soavi  accenti 
Si  quotavano  i venti  ; 

E in  tanto  danno  spirano  a dolersi. 

Tanti  piacer  son  persi,  17$ 

Tanti  gioiosi  giorni, 

Con  gli  occhi  adorni  che  la  morte  ha  spenti. 

Ora  suoni  la  terra  di  lamenti, 

E giunga  il  nostro  grido  al  cielo  e al  mare. 

L’aria  di  pianti  s’oda  risuonare. 

UNA  DRUDE. 


Orfeo  certo  è colui  che  al  monte  arriva  is+ 

Con  la  celerà  in  man,  si  dolce  in  vista; 

Che  crede  ancor  che  la  sua  ninfa  viva. 

Novella  gli  darò  dolente  c trista;  <$7 

E più  di  doglia  colpirà  nel  core. 

Se  c subita  ferita  e non  prevista. 

Disgiunto  ha  morte  il  più  leale  amore  too 

Che  mai  giugnesse  al  mondo  la  natura* 

E spento  il  foco  nel  più  dolce  ardore. 

Passate  voi,  sorelle,  alla  pastura.  <93 


l‘.  <GS.  Ms.  Vita!,  llalln  è VA).  — 
ti.  474.  Ms.  Yit.  Chi  conierà  (A).  — 
i>.  <79.  A mollo  mio  ho  voltilo  accon- 
ciai questo  verso  (inasto  in  ambi  i co- 
nici. Il  Regg.  tlicc  Tanti  giorni  giorni , 
e il  Vi t.  Tanti  gloriosi  giorni  (A).  — 
r.  <hO.  Pclr.  « E i più  begli  occhi 
spenti»  (N). — e.  <89.  Cosi  sembra 


doversi  leggere  nel  Ms.  Vii.,  e ini  pai- 
meglio  clic  nel  Rcgg.  ove  si  ha  5i  su- 
Itila  ferita  (A).  Avea  detto  Cicerone 
• Minus  incula  feriunt  quge  prtevi- 
deutur,  » cosi  trud.  da  Dante  « Clic 
saetta  prevista  vicn  più  lenta:»  e 
Di’ Ir.  • Chè  piaga  antiveduta  assai 
mcn  duole  » (N). 


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ACTVS  TERTIVS. 


1 i5 


Morta  olir' al  monte  è la  bella  Euridice: 

Copritela  di  fiori  e di  verdura. 

Io  porto  a questo  l’annunzio  infelice.  196 

ACTVS  TERTIVS 

HEROICVS. 

ORPHEVS  obloqvitvr,  DRYAS  et  MNESILLVS  satyrvs 
ORFEO. 

Musa,  triumphales  lilulos  et  gesta  canamus  197 

Herculis,  et  forti  monstra  sub  ac  t a manu; 

Ut  tiviiila'  mairi  pressos  osten  ierit  angues,  199 

Intrepidusque  fero  riserit  ore  puer. 

DRIADE. 

Crudel  novella  ti  riporto,  Orfeo.  tot 

La  tua  ninfa  bellissima  è defunta. 

Ella  fuggiva  avanti  ad  Aristeo: 

Ma,  quando  fu  sopra  la  ripa  giunta. 

Da  un  serpente  veuenoso  e reo 
Ch’era  fra  l’erbe  e’  fior  nel  piè  fu  punta: 

E fu  sì  diro  c tossicato  il  morso, 

Che  ad  un  tempo  fini  la  vita  e ’l  corso. 


V.  194.  Mi.  Vii.  Mori’  è olire 
al  monte  la  (A).  — t>.  195.  Virg. 
VI  £a.  : « Manibus  oli  date  lilia 
plenis:  • e nell’ Ed.  : » Spargile 
Immuni  Joliis.  • — e.  197-200. 
Da  Claudiano,  Proda!,  in  II  de  Rapt. 
Pros. : «Ilio  novercalesslimulosaclus. 
q uè  canebat  Herculis  et  forti  mon- 
stra  subacta  manu  ; Qui  limidie  mairi 
Poliziano. 


prcssos  oslenderit  angues  lulrepi- 
dusque  fero  riserit  ore  puer  » (N). 
— v.  203.  Vnr.  fuggiva  invanii  : Ms. 
Vit.  (A).  — v.  204.  Var.  sopra  a 
la:  Ms.  Vit.  (A.)  — v.  205-206. 
* Virg.  Georg.  IV  : - Immanem  aule 
pedes  hydrum  moritura  puella  Ser- 
vantem  ripas  alta  non  vidit  in  hcr- 
ba.  » 

10 


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UG  ORPHEI. 

MNESILLO. 

Vedi  come  dolente  20j 

Si  parte  quel  tapino 
E non  risponde  per  dolor  parola. 

In  qualche  ripa  sola 
E lontan  dalla  gente 
Si  doterà  del  suo  crudo  destino. 

Seguir  lo  voglio  per  veder  la  prova 
Se  al  suo  lamento  il  monte  si  commova. 

ORFEO. 

Ora  piangiamo,  o sconsolata  lira;  217 

Chè  più  non  ci  convien  l’ usato  canto: 

Piangiam  mentre  che  ’l  ciel  ne' poli  aggira, 

. E Filomena  ceda  al  nostro  pianto. 

0 ciclo,  o terra,  o mare,  o sorte  dira  1 
Come  soffrir  potrò  mai  dolor  tanto? 

Euridice  mia  bella,  o vita  mia. 

Senza  te  non  convien  che  al  mondo  stia. 


1'.  209-216.  11  Salirò  è un  ul- 
tore non  ancora  veduto  far  com- 
parsa in  questo  dramma.  Manca 
questo  nelle  antecedenti  st.  : ma 
era  troppo  necessario  qui  un  terzo 
ultore  su  la  scena.  Orfeo,  a pena 
udito  il  fatale  aununiio,  dovea  rima- 
ner cosi  attonito  che,  perdendo  ogni 
lena,  abil  non  fosse  a schiuder  la  voce 
per  lamentarsi  ; come  avviene  a 
chiunque,  cui  dolorosa  novella  recata 
sia.  Intanto  dunque  che  Orfeo  sopraf- 
fatto dall’  aspra  doglia  se  ’n  tace,  per- 
chè la  scena  vota  non  resti  e interrot- 
ta, parla  il  Satiro,  maravigliandosi 
appunto  e commiscrando  lo  stato 
dell’  infelice  Orfeo.  Su  i passi  di  lui 
s’aggira  e va  spiando  i suoi  movi- 
menti per  veder  poi  se  al  canto  di 
esso  voglia  moversi  il  monte,  come 
di  lui  si  favoleggia.  Anche  Euripide 
introdusse  i Satiri  nel  suo  Ciclope. 


Quest’  uso  nelle  favole  boscherecce 
c pastorali  fu  ritenuto  dal  Giraldi, 
dui  Tasso,  dal  Guarini  e da  altri  (A). 
— n.  209-212.  Simile  a quel  che 
dice  il  coro  nell’  Edipo  tiranno  : « Or 
come  si  parti,  stimolata  da  selvag- 
gio dolore,  la  moglie  di  Edipo  ! te- 
mo non  da  questo  silenzio  prorom- 
pa in  alcun  male  » (N).  — * Sola. 
Ricorda  il  virgiliano  > Te,  dulcis 
couiux,  te  solo  in  litore  secum,  Te 
veniente  die,  te,  decedente,  cune- 
bat  • Georg.,  IV.  E colo  in  forza 
di  romito,  ditabitato,  deierto , come 
notò  primo  il  Leopardi  (Annotar, 
alle  Canzoni,  Bologna,  1821),  usa- 
rono fra  gli  italiani  il  l’etr.  : « fìen 
le  cose  oscure  e sole,  » il  Ca- 
sa : « selve  oscure  e sole,  » e mol- 
ti altri  che  cita.  Noi  aggiungiamo 
T Ariosto,  XXVII  : • le  rive  più 
sole.  • 


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ACTVS  TERTIVS. 


1 i7 


Andar  intendo  alle  tartaree  porte  225 

E provar  se  là  giù  mercè  s’ impetra. 

Forse  che  volgerem  la  dura  sorte 
Co’lagrimosi  versi,  0 cara  cetra. 

Forse  ne  diverrà  pietosa  morte; 

. Chè  già  cantando  abbiam  mosso  una  pietra, 

La  cerva  e il  tigre  insieme  abbiam  raccolti 
E le  selve  tirate  e i fiumi  svolti. 

MNESILLO. 

Non  si  volge  si  lieve  ìz:> 

Dell’ empie  Parche  il  fuso 
Nè  l’aspra  porta  del  ferrato  inferno. 

Ed  io  chiaro  discerno 
Che  ’l  suo  viver  fia  breve  : 

Se  là  giù  scende,  mai  non  torna  suso. 

Nè  meraviglia  è se  perde  la  luce 
Costui  che  ’l  cieco  Amor  preso  ha  per  duce. 


V.  225.  * • Taniarias  eliam  fauccs, 
alta  ostia  Dilis,...  Ingressus  manesque 
adiit  ■ Virg.  Georg.  IV.  « Ad  Styg» 
Txnarii  est  ausus  desccnderc  por- 
ti » Metani.  X.  — v.  229.  Var.  farse 
che  ne  diverrà  : Ms.  Vit.  (A).  — 
p.  230.  Var.  mossa  una  pietra  : Ms. 
Regg.  (A).  — v.  230-232.  Virg. 


Georg.  « Muleenlem  tigres  et  agenlcni 
cannine  quercus»  di  Orfeo  ; e Orazio, 
dello  stesso:  «Arte  materna  rnpidos 
morantem  Fluminum  lapsus  celeres- 
que  ventos,  Blundum  et  aurilas  fidi- 
bus  canoris  Ducere  quercus  ■ (Pi). — 
v.  233.  Anaci'.  • ....  è acconcio  non 
risalirle  chi  una  volta  v’  è sceso  • (Pi). 


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148 


OBPHEI. 


ACTVS  QVARTVS 

NECROM  ANTICVS. 

Veibis  flebilibvs  modvlatvr  ORPHEVS,  interloqvvntur  PLU- 
TO  et  PROSERPINA,  EVRYDICE  itera  et  THESIPHO, 
ctenim  dvplici  actv  hrec  scena  vtitvr. 

ORFEO. 

Pietà  pietà  del  misero  amatore,  241 

Pietà  vi  prenda,  t>  spiriti  infernali: 

Qua  giù  m’ha  scorto  solamente  Amore, 

Volato  son  qua  giù  con  le  sue  ali. 

Deh  posa,  Cerber,  posa  il  tuo  furore; 

Che,  quando  intenderai  tutti  i miei  mali, 

Non  solamente  tu  piangerai  meco 
Ma  qualunque  altro  è qua  nel  mondo  cieco. 

Non  bisogna  per  me,  Furie,  mugghiare;  249 

Non  bisogna  arricciar  tanti  serpenti; 

Che,  se  sapeste  le  mie  pene  amare, 

Compagne  mi  sareste  a’  miei  lamenti: 

Lasciate  questo  misero  passare. 

Che  ha  il  ciel  nemico  c tutti  gli  elementi, 

E vien  per  impetrar  mercede  0 morte. 

Dunque  mi  aprite  le  ferrate  porte. 

PLOTONE. 

Chi  è costui  che  con  l’aurata  cetra  257 

Mossa  ha  l’immobil  porta 

V.  2*7.  Var.  Voti  solamente  pimi-  coillr.  di  questo  passo:  • Ast  canili 
f/erai  eoa  meco  : Ma.  Vii.  (A).  — v.  2.i7-  corninone  Èrebi  de  sedibus  imis  Um- 

268.  Sempre  più  si  scorge  uvei-  FA.  bete  ibant  tenues  simulacraque  luce 

avuto  presente  il IV libro  delie  (ìeorg.,  carentum.  Quin  ipsx  stupuere  do- 
nilo!'* quando  scrisse  t’ Or/eo.  Ecco  il  mus  atquc  intima  Lethi  Tartara 


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ACTVS  QVARTVS. 


IH 

E seco  pianger  fa  la  gente  morta? 

Nè  Sisifo  la  pietra  260 

All’alto  monte  preme. 

Nè  l’acqua  più  a Tantalo  s’arretra. 

Nò  Tizio  lacerato  al  campo  geme;  2G3 

Ed  è ferma  la  rota 
D’Issi'on  falso;  e le  Beilidi  estreme 
Si  stan  con  l’urna  vuota;  £56 

Nè  s’ode  spirto  più  che  si  lamenti, 

Ma  tutti  stanno  al  dolce  canto  intenti. 

PROSERPINA. 

Caro  consorte,  poi  che  per  tuo  amore 
Lasciai  il  ciel  superno 
E fatta  fui  regina  dell’inferno, 

. Mai  non  ebbe  vigore 
Piacer  di  tanto  alletto 
Che  mi  potesse  intenerir  il  core. 

Or  desiando  quella  voce  aspetto; 

Nè  mi  par  ch’altra  cosa 
Mi  porgesse  mai  più  tanto  diletto. 

Dunque  alquanto  ti  posa. 

Se  da  te  debbo  aver  grazia  una  volta, 

Pósati  alquanto,  e il  dolce  canto  ascolta. 


cacruleosqne  ì triple*®  criniliu*  an-  rarescere  noctem;  Urna  nee  incer- 

gues  Eamenides,  tenuitque  inliians  tas  versai  minoia  sortesi  Vcrbera 

tria  Cerberas  ora,  Atque  Ixionei-  nulla  sonant,  nulloque  frementia 

vento  rota  eonstitit  orbis  (A).  — luctu  Itnpia  dclalis  respirati!  Tar- 

Ovitl.  Metani.  X : • Talia  tlicentem  tara  posnis  : Non  rota  suspensum 

nervosque  ad  verbo  movenlem  Exsan-  prccceps  Ixiona  torquet;  Non  aqua 

gues  Qebant  anime:  nee  Tantalo*  un-  Tuntaliis  subdueitnr  invida  labri*: 

ilam  Captavi!  refugain,  stupuitqae  Solvitur  Ixion,  invenit  Tantalus  un- 

Ixionis  orbis;  Nee  carpsere  iecur  vo-  tlam.  Et  Tytius  tandem  spatiosos 

iucres,  tirnisquc  vacarunt  Belides;  erigit  artus  • (N).  — v.  259.  Var. 

inque  tuo  sedisli,  Sisyplie,  saxo.  » E Ecco  che  pianger  fa  la  genie  mor- 
Claud.  De  rapi.  Pt-os.  H:  • Rumpunt  (a:  Ms,  Vit.  (A).  — ».  269-280.  Ab- 
insoliti  tenebrosa  silentiacantus  : Se-  biamo  veduto  Plutone  meno  scon- 

dantur  gemitus  Èrebi;  se  sponte  volto  e quasi  adirato  della  novità  non 

rclaxat  Squalor  et  stermini  palitur  più  veduta.  Se  Minos  colf’  ottava  elio 


269 

£72 

£75 

£78 


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150 


ORPHEI. 


ORFEO. 

0 regnatori  a tutte  quelle  genti  est 

C’hanno  perduto  la  superna  luce. 

Ai  qual  discende  ciò  che  gli  elementi 
Ciò  che  natura  sotto '1  ciel  produce; 

Udite  la  cagion  de’ miei  lamenti. 

Crudele  Amor  dei  nostri  passi  è duce: 

Non  per  Cerber  legar  fo  questa  via, 

Ma  solamente  per  la  donna  mia. 

Una  serpe  tra  fior  nascosa  ed  erba  ssa 

Mi  tolse  la  mia  donna  anzi  ’l  mio  core  : - 

Ond’io  meno  la  vita  in  pena  acerba, 

Nò  posso  più  resistere  al  dolore. 

Ma,  se  memoria  alcuna  in  voi  si  serba 
Del  vostro  antico  e celebrato  amore. 

Se  la  vecchia  rapina  in  mente  avete, 

Euridice  mia  cara  a me  rendete. 

Ogni  cosa  nel  fine  a voi  ritorna;  297 

Ogni  vita  mortai  qua  giù  ricade: 


si  legge  nelle  st.  fosse  venuto  ad  em- 
pirlo di  sospetti  e a ricordargli  i pas- 
sati danni  sofferti  da  coloro  che  vivi 
erano  altre  volte  calati  laggiù  ; è veri- 
simile che  non  sarebbe  stato  cheto  c 
che  anzi  avrebbe  richiamate  tutte  le 
forze  sue  onde  porsi  in  difesa.  Nulla 
però  leggendosi  di  questo,  ben  pos- 
siamo asserire  che  quell'  ottava  di 
Minos  non  fu  qui  inserita  dal  Poli- 
ziano. Di  più  è affatto  inverisimile 
che  Minos  potesse  parlare  così  : poi- 
ché, se  il  dolce  suono  della  cetra 
d’ Orfeo  aveva  commossi  tutti  gli  spi- 
riti infernali,  non  vi  è ragione  per 
cui  dovesse  Minos  essere  da  tal  coni- 
inozioue  escluso, onde  poter  suggeri- 
re al  re  d'  Averno  pensieri  di  gelosia 
e di  sospetto.  La  parlata  di  Proser- 
piua  qui  in  vece  di  quella  di  Minos  è 
collocata  assai  bene;  e non  togliendo 


il  verisimile  mostra  di  essere  assai 
più  che  1’  altra  degna  del  Poliz.  (A).  / 
— 0.  281.  Var.  0 regnaturi  n tutte  : 

Ms.  Vit.  (A).  — .-  r.  589.  La  voce  na- 
scosa è tolta  dall’  edizione  comini.ann 
mancando  nei  Mss.  — v.  381-596. 

* Ovid.  Mei.  X.  • ....  o positi  sub 
terra  uuminn  mundi  In  quem  deci  - 
dimus  qnidquid  mortale  creamur.... 
non  huc  ut  opaca  viderem  Tartara 
descendi,  nec  uti  villosa  colubris 
Terna  Medustei  vincirem  guttura 
monstri.  Causa  vis  est  coniux,  in 
quum  calcata  venenum  Vipera  dif- 
fudit  crcscentesqne  abstulit  aunos.... 
Vicit  Amor.  Supera  deus  hic  bene 
notns  in  ora  est  : An  sit  et  hic. 
dubito;  sed  et  bic  lumen  uuguror 
esse  ; Famaque  si  veleria  non  est 
mentila  rapiate,  Vos  quoque  iunxil 
Amor.  » 


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ACTVS  QVARTVS.  ' 151 

Quanto  cerchia  la  luna  con  sue  corna 
Convien  che  arrivi  alle  vostre  contrade: 

Chi  più  chi  nien  fra’ superi  soggiorna; 

Ognun  convien  che  facci  queste  strade: 

Questo  è dei  nostri  passi  estremo  segno: 

Poi  tenete  di  noi  più  lungo  regno. 

Così  la  ninfa  mia  per  voi  si  serba,  305 

Quando  sua  morte  gli  darà  natura. 

Or  la  tenera  vite  e l’uva  acerba 
Tagliate  avete  con  la  falce  dura. 

Qual  è chi  miete  la  sua  mèsse  in  erba 
E non  aspetti  ch’ella  sia  matura? 

Dunque  rendete  a me  la  mia  speranza; 

Non  ve  T dimando  in  don;  questa  è prestanza. 

Io  ve  ne  prego  per  le  torbid’ acque  315 

Della  palude  Stige  e d’Acheronte, 

E pel  Caos  ove  tutto  il  mondo  nacque, 

E pel  sonante  ardor  di  Flegetonte; 

Pel  pome  che  a te  già,  regina,  piacque. 


V.  299.  * Cioè  ogni  coso  terrena, 
tutto  ciò  die  è su  la  terra.  Dante  : 
.....  ogni  contento  Da  quel  ciel  c’  lia 
minor  gli  cerchi  sui  ■ e «tutto  l'oro 
cli’è  sotto  la  luna.  « — e.  301.  * Su- 
peui:  detto  alla  Ialina  delle  cose  che 
sono  su  la  terra  o degli  uomini  vi- 
venti. quando  si  parla  dell’  interno 
o nell'  inferno.  Seneca,  di  Ercole, 
« opima  vieti  regis  ad  snperos  re- 
ferì  * Herc.  tur.  48  : e Val.  Flacc., 
I,  792  : - Tunc  escile,  parcns,  um- 
bri*, ut  nostra  vidercs  Funcra  et 
oblilo*  superano  patercre  dolore* ! • 
— t>.  297-304.  * Ovid.  Mei.  X: 
« Omnia  delientur  vobis  : paulum- 
que  morati  Serius  aut  citius  sedeni 
properamus  ad  unum.  Tendimus  bue 
omnes:  lnec  est  domus  ultima:  vos- 
qne  Humani  generis  longissima  re- 
gna tenetis.  « — e.  305  306.  Mctain. 


I.e.  : • Ilice  quoque cuiu  iustos  natura 
peregerit  annos  luris  erit  veslri  > 

(N).  — t>.  307-310.  Vedi  a questo  pro- 
posito quel  bellissimo  cpigr.  gr. 
tradotto  da  Metustasio  (N).  * Finisce: 

• Ali,  se  di  ciò  che  nasce  La  ma- 
tura vendemmia  a te  si  serba,  Plulo 
crude!,  |iercliè  la  cogli  acerba?  » — 

».  312.  Melamorph.  I.  c.  ■ ....  prò 
miinere  poscimus  usuai  » IN).  — 

ti.  313-315.  Mctam.  t.  c.  • per 

ego  baie  loca  piena  liuioris,  Per 
cliaos  hoc  ingens  vastique  silenti» 
regni,  Euridices  oro  properata  re- 
texite  fata  • (N).  — ».  315.  Var. 

Per  Caoi  ove  tulio  : Ms.  ViU  (A).  — 

».  317.  Var.  che  già  a le,  regina  : • 

iUs.  regg.  (A).  * Proserpina  poteva 
ritornare  al  mondo  di  sopra  c alla 
madre  sua,  purché  non  avesse  toc- 
co cibo  in  inferno:  ma  « iciunia 


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152 


ORPHEI. 


Quando  lasciasti  su  nostro  orizonte. 

Se  pur  tu  me  la  nieghi,  iniqua  sorte. 

Io  non  vuo’su  tornar;  ma  chieggio  morte. 

PROSERPINA. 

Non  credev’io,  consorte,  sci 

Cbe  nella  nostra  corte 
Pietà  si  ritrovasse  al  nostro  regno. 

Vedo  l’ inferno  di  mercede  or  pregno; 

Pianger  vedo  la  Morte, 

Parendo  a lei  costui  di  pianto  indegno. 

Dunque  tua  dura  legge  a lui  si  pieghi 
Pel  canto  per  lo  amor  pe’  giusti  prieghi. 

PLUTONE. 

Resa  sia,  con  tal  legge  523 

Che  mai  tu  non  la  veggo 
Fin  che  tra’ vivi  pervenuta  sia. 

Non  ti  volgere  a lei  per  questa  via, 

E te  stesso  corregge  : 

Se  non,  che  tolta  subito  ti  fia. 

Io  son  contento  che  a si  raro  impetro 
S’inclini  la  potenzia  del  mio  scetro. 


virgo  Solucrat;  et  eultis  ituro  sim- 
plex errai  in  liortis,  Puniceum  curva 
dccerpserul  arbore  pomum,  Sumpta- 
que  pallenti  scplem  de  corticc  gra- 
na Presserat  ore  suo  ■ Ovid.  Met.  V. 

— v 318.  Var.  Intelaiti  su  'Inoltro: 
Ms.  regg.  (A).  — e.  319-320.  Ovid. 
Mct.  X : • Quod  si  fata  negant  veoiam 
prò  coniuge,  certum  est  Molle  redire 
milii:  letho  gaudete  duorum  • (N).  — 
v.  320.  Questo  è 1’  unico  verso  clic 
niancbi  nel  Ms.  regg.  (A).  — ».  323. 
Var  pietà  li  trovane  : Ms.  Regg.  (A). 

— e.  324.  * Mercede  per  pietà  è 
comune  negli  antichi  in  queste  di- 
zioni, Mercè  per  Dio,  chiedere  o do- 
mandare mercede.  Esempi  in  cui  sia 


usalo  così  assolutamente  non  ne  por- 
ta il  dizionario  se  non  un  di  Guit- 
lone,  nè  così  spiccato  come  questo 
del  N.  R.  Pregno  di  mercede  ci  suona 
mole  c ci  par  frase  veramente  pre- 
gna : ma  Dante,  di  se,  Purg..  XVIII, 
« m’ ha  fatto  di  dubbiar  più  pregno.  • 
— o.  335.-  * IxpETiio  : per  impetra- 
zione,  preghiera.  I Vocabolari  non  ne 
portano  altri  esempi  che  questo  del 
Poliziano  : è come  domando,  per  do- 
manda, di  Dante.  Nel  saggio  d'un 
poemetto  del  secolo  XV,  pubblicato 
ultimamente  dal  dottor  C.  Gargiolii 
(Veglie  Letterarie,  num.  2),  leggesi 
malato  por  moleitia  : « Perchè  nou 
gli  donasse  più  molesto.  > 


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ACTVS  QVARTVS. 


153 


ORFEO. 

Ite  triumphales  circuiti  mea  tempora  lauri.  537 

Vicimus  Euridicen  : reddita  vita  mihi  est. 

Ilcec  mea  precipue  Victoria  digna  corona.  339 

Crcdimus  ? an  lateri  iuncla  puella  meo  ? 

EURIDICE. 

Ahimè,  chò  troppo  amore  341 

Ci  ha  disfatti  ambidua  ! 

Ecco  che  ti  son  tolta  a gran  furore. 


V.  337-340.  Versi  di  Ovidio,  el.  XII, 
Amor.  « Ite  triumphales  circutn  mea 
tempora  lauri.  Vicimus:  in  nostro 
est  ecce  Corinna  sinu.  Htec  est  pre- 
cipuo vicloria  digna  triumpho  • (N). 
— ».  338-339.  Nel  Ms.  Vit.  si  legge 
cosi  : Vicimus  ; Eurydice  reddita 
vita  Mihi  est.  Itac  mihi  pracipue 
vicloria  digna  coronai  (A).  Di  que- 
sto prorompere  d’  Orfeo  in  versi 
latini  si  è parlato  nell'  Osserva- 
zione VI.  Solo  rimane  da  osservare 
che  ne’  due  nostri  manoscritti  que- 
sto tetrastico,  sebbene  alquanto  va- 
riato, è però  tutto  di  versi  di  Po- 
liziano, toltone  il  primo  : nelle 
stampe  tuttavia,  toltone  il  secondo, 
vengono  ad  essere  tutti  d’ Ovidio, 
tolti  dal  primo,  tefao  ed  ottavo  di- 
stico della  elegia  XII  del  libro  II 
degli  Amori.  Nell’  atto  che  vrggiamo 
Orfeo  giunto  al  colmo  de’ suoi  con- 
tenti, avendo  ottenuta  colei  che  fa- 
ceva tutta  la  sua  felicità  ; lo  veg- 
giam  pure  caduto  nell’  estrema  di- 
sgrazia, perdendola  per  si  leggier 
fallo  : e questa  c la  peripezia,  parte 
. cotanto  alla  tragedia  essenziale;  on- 
de riscuotere  quella  compassione, 
al  cui  acquisto  dee  il  tragico  indi- 
rizzar l’ arte  sua.  Questa  compas- 
sione non  si  risguarda  già  come  un 


semplice  (Ine  avuto  dal  tragico, 
quasi  che  a lui  basti  trarre  dagli 
spettatori  lagrime  e sospiri  soltan- 
to; ma  si  suole  aver  per  un  mezzo 
conducente  a purgar  gli  animi  dal 
vizio  ed  accenderli  alla  virtù  col- 
l’ esempio  dimostrato  su  la  scena. 
Qui  il  Poliziano  s’intese  di  voler 
insegnare  quanta  forza  richieggasi 
in  un  cuore  che  giugner  voglia  al 
possedimento  della  sua  felicità;  poi- 
ché non  solo  egli  ha  a vincere  gli 
ostacoli  esterni,  ma  con  molto  più 
di  costanza  gl'interni  che  le  pas- 
sioni ognora  gli  oppongono.  La  im- 
moderata impazienza  e il  non  fre- 
nato affetto  il’  Orfeo  quello  si  è,  che 
dopo  tanta  fatica  irreparabilmente 
lo  perde.  Chi  dunque  ascolta  questa 
tragedia  faccia  senno,  e sappia  raf- 
frenar sè  medesimo  alle  occasioni. 
Ecco  gli  altissimi  fini  del  tragico, 
non  perduti  di  vista  dal  nostro  Po- 
liziano (A).  — ».  341-346.  Qui  pure 
ritroviamo  Virgilio  seguito  dal  nostro 
Autore  : • Illu  : Quis  et  me,  inqnit, 
miseram,  et  te  perdidit,  Orpheu  ? 
Quis  tantus  furor  ! en  iterum  cru- 
delia  retro  Fata  vocant,  conditque 
natantia  lumina  somous.  Jamquc 
vale,  feror  ingenti  circumdata  nocte, 
Invalidasquc  libi  teudens,  lieti  non 


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ORI’IIEI. 


154 

E non  sono  or  più  tua. 

Ben  tendo  a te  le  braccia:  ma  non  vale, 

Che  indrieto  son  tirata.  Orfeo  mio,  vale. 

ORFEO. 

Chi  pon  legge  agli  amanti?  347 

Non  merita  perdono 
Un  guardo  pien  d'affetti  e desir  tanti? 

Poi  che  rubato  sono 
E la  mia  tanta  gioia  in  doglia  è volta, 

Convien  che  torni  a morte  un’altra  volta. 

TESIFONE. 

Piu  non  venir  avanti  : 

Vani  sono  i tuoi  pianti  e le  parole. 

Solo  di  te  Euridice  si  duole, 

E ben  ha  da  dolersi. 

Vani  sono  i tuoi  versi  e vani  i canti: 

Più  non  venir  avanti;  anzi’l  piè  ferma. 

La  legge  dell’abisso  è immota  e ferma. 


tua  !,  palnias.  » E qui  viene  il  poeta 
ad  accennare  la  moralità  che  rica- 
var si  dee  da  questa  favola,  di  cui 
abbiamo  nella  precedente  osserva- 
ziou  fatto  motto  (A>.  — v.  3 AG.  Var. 
Orpheu  mi,  vale  : Ms.  Regg.  Ma,  per 
non  fare  che  Euridice  latinizzi,  leg- 
giamo piu  volentieri  queste  parole 
volgarmente  (A).  — v.  347.  Petr. 


» Chi  pon  freno  agli  amanti  o dà. 
lor  legge  ? » IN).  — e.  348.  Var.  K 
non  merita  perdono  : Ms.  Vii.  : ov’  è 
d’ uopo  leggere  E non  merla  perdono. 
Alla  querimonia  d’ Orfeo,  sembra  che 
Virgilio  nell’indicalo  luogo  risponda  : 
« Ignoscenda  quidem,  scirent  si  igno- 
scere  Manca  » (A).  — •.  352.  Var. 
tanta  gloria:  Ms.  Vit.  (A). 


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155 

ACTVS  VLTIMVS 

BACCHANALIS. 


Lamentatvr  ORPHEVS,  interloqvvntvr  agvut 
et  cantant  MAENADES. 

ORFEO. 

Qual  sarà  mai  si  miserabil  canto  sgo 

Che  pareggi  ’l  dolor  del  mio  gran  danno? 

0 come  potrò  mai  lagrimar  tanto 

Che  pianga  sempre  il  mio  mortale  alTanno? 

Starommi  mesto  e sconsolato  in  pianto, 

* Per  fin  che  i cieli  in  vita  mi  terranno: 

E,  poi  che  si  crudele  è mia  fortuna. 

Già  mai  non  voglio  amar  più  donna  alcuna. 

Coglierò  da  qui  innauti  i fior  novelli,  ses 

La  primavera  del  tempo  migliore. 

Quando  son  gli  anni  leggiadretti  e belli. 

Più  non  mi  stringa  feminii  amore; 

Non  fia  più  chi  di  donna  mi  favelli; 

Poi  che  morta  è colei  ch’ebbe  il  mio  core: 

Chi  vuol  commercio  aver  coi  miei  sermoni 
Di  feminii  amor  non  mi  ragioni. 

Ben  misero  è colui  che  cangia  voglia  37 G 


V’.  3(i8.  I primi  quattro  versi  di 
questa  ottava  raaucuno  nelle  moder- 
ne edizioni  (*  intende  le  Cominia- 
. ne).  Veg frasi  l’ Osservai.  X (A).  — 
r.  376.  Vedi  la  st.  -14  del  lib.  I della 
Giotlra  (Pi).  Var.  cambia  : Ms.  Vit.  (A). 
v.  376-383.  Questa  stanza  può  servir 
di  prova  che  le  Stanze  fatte  per  la  Gio- 


stra di  Giuliano  de' Medici  composte 
fossero  veramente  dal  poeta  in  sqn 
gioventù  prima  dell’  Orfeo  : poiché, 
vedendosi  egli  in  angustia  di  tempo 
allora  quando  ebbe  a tessere  que- 
sta tragedia,  né  avendo  la  mente 
forse  cosi  pronta  conte  avrebbe  vo- 
luto, aggiunse  qui,  per  impinguar 


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156 


ORPHEI. 


Per  donna  o per  suo  amor  si  lagna  o duole; 

0 chi  per  lei  di  libertà  si  spoglia, 

0 creda  a suoi  sembianti  e a sue  parole 
Che  son  più  lieve  assai  ch’ai  vento  foglia; 

E mille  volte  il  di  vuole  e disvuole  ! 

Seguou  chi  fugge,  a chi  segue  s’asconde; 

Vengono  e vanno  come  al  lito  l’ onde. 

UNA  MENADE. 

0 o,  oè,  sorelle  ! S84 


la  materia  e venir  a capo  più  pre- 
sto, la  quartadecima  ottava  del  li- 
bro primo  delle  Stanze  predette,  la 
quale  in  modo  alquanto  vario  ma 
di  poco  momento  ivi  comincia  : 
Quanto  i mctchin  colui  che  can- 
dì'a  voglia.  Il  signor  dottor  Buo- 
nafede Vitali,  altre  volte  da  me  no- 
minato, è di  parere  che  questa 
stanza  sia  qui  intrusa  con  poco  buon 
consiglio,  come  apertamente  contra- 
ria alle  leggi  del  buon  discorso. 
Orfeo,  mi  disse  giù  egli,  altro  qui 
far  non  dovrebbe  clic  lagnarsi  della 
sua  trista  sventura,  senza  passare 
a biasimar  tutte  le  donne,  dalle 
quali  non  Ila  finora  ricevuto  alcun 
oltraggio.  Io  non  saprei  che  opporre 
n cosi  forte  ragione,  se  non  die 
tanto  ne' codici  quanto  nelle  stampe 
dell’  Orfeo  costantemente  questa 
stanza  riscontrasi;  c però  non  po- 
tersi negare  che  messa  non  vi  fosse 
dal  Poliziano.  Per  altro,  a scusa  del 
mio  autore,  dirò  che,  siccome  un 
uomo  addolorato  facilmente  pro- 
rompe anche  in  doglianze  non  giu- 
ste, cosi,  dimostrandoci  egli  Orfeo 
soggetto  ad  una  passion  violentis- 
sima, anzi  da  più  passioni  combat- 
tuto in  un  sol  punto,  potè  fargli 
dir  ciò  clic  non  avrebbe  dovuto  nè 
voluto  dire,  se  la  sua  ragione  non 


fosse  stata  offuscata  dal  veemente 
trasporto  dell'  amore,  deli*  ira  e 
della  disperazione.  Facendolo  si 
stranamente  parlare,  potè  poi  con 
ragione  dir  la  Menade  alle  compa- 
gne : « Non  camperà  da  morte. 
Poiché  le  donne  tulle  quante  tprez- 
za.  • Se  Orfeo  non  disprezzò  le 
donne  in  altra  guisa,  Io  fece  indu- 
bitatamente non  curando  i nuovi 
imenei,  come  Virgilio  preso  a se- 
guire in  questa  favola  dal  Polizia- 
no ci  assicura,  onde  meritò  poi  d' es- 
sere dalle  Menadi  lacerato:  « Nulla 
l'cnui  nullique  aitimum  flexere  hi- 
menai.  Solili  hyperborcat  glorie * 
Tanaimque  nivalem  Arvaque  riti- 
pliait  numquam  viduata  pruinii 
Luilrabal  ; raptam  Eurydiceu  al- 
que  irrita  Dilii  Dona  quareni.  Spre- 
ta Cieonum  quo  munire  matrei , 
Inter  tacra  deum  noeturnique  or- 
gia Bacchi,  Diicerplum  latoi  inve- 
itevi ipanere  per  agro t.  • — v.  377. 
Var.  per  donna  ovver  tuo  amor:  Mi. 
Vii.  Qui  correggo  il  Ms.  Regg.  clic 
dice  per  donna  o per  amor  imo  (A). 
— ».  384.  Var.  0 o o,  oc  io- 
relle:  Ms.  Regg.  Sembrami  non  men. 
bella  che  arliflziosa  questa  bal- 
lata, a confronto  dell*  ottava  Ono- 
ra in  suo  luogo  veduta.  Si  vede  per 
essa  che  il  Poliziano  ebbe  mira 


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ACTVS  VLTIMVS.  157 

Ecco  costui  che  l’araor  nostro  sprezza! 

Oè  ! diamogli  morte. 

Tu  piglia  il  tirso;  tu  quel  tronco  spezza;  ss: 

La  nebride  giù  getta  e quella  pelle  : 

Facciam  che  pena  il  scelerato  porte. 

Convien  che  il  scelerato  pena  porte:  390 

Alle  man  nostre  lascerà  la  pelle 
Spezzata  come  il  fabbro  il  cribro  spezza  : 

Non  camperà  da  morte. 

Poi  che  le  donne  tutte  quante  sprezza. 

A dosso,  oè,  sorelle  ! 

La  slessa , già  ucciso  Orfeo.1 
Oè  oè  ! 0 Bacco,  io  ti  ringrazio.  390 


anclie  alla  esterna  bizzarria  del  di- 
tirambo che  lima  certa  novità  nei 
metri  onde  si  suol  comporre.  Qui 
veggiamo  tre  sole  rime  in  uso  po- 
ste,  e la  medesima  parola  in  desi- 
nenza sempre  due  volte  ripetuta 
con  ordine  retrogrado.  Apprendiamo 
di  più  qual  fosse  I’  abito  in  cui  le 
Menadi  comparvero  su  la  scena, 
giacché  vestite  si  dicono  della  ne- 
bride. Ciò  che  fosse  la  nebride  ce 
lo  diri  Giovanni  Itavisio:  « Scbridei 
veste s crani  villane  facile  pellibui 
ccrvorum,  qui  bus  in  sacrificai  Bac- 
chi ulebanlur.  • (Officina,  par.  2, 
pag.  40,  tinnì.  72)  (A).  — e.  385.  Ovid. 
Met.  XI  : « E quibus  una  leves  iactatu 
crine  per  aures,  En,  ait,  en  Ilio  est 

nostri  contemplo!' (N).  Var.  Clic 

lo  nostro  amor:  Ms.  Vit.  (A).  — 
v.  387.  Ovid.  allo  stesso  propo- 
sito : « ....  et  bastano  Vatis  apollinei 
vocalia  misit  in  ora,  Qua:  foliis  prie- 
. suta  notaio  sine  vulnero  fecit.  Al- 
, terius  telum  lapis  est....  • E più 
sotto:  « ....  vatemque  pctunt,  et  fron- 
de virentes  Cuniciunt  tbyrsos  non 
biec  in  munera  factos:  Hae  glebas, 


ilhc  direptos  arbore  ramos.  Pars 
torquent  silices  > Met.  XI  (N). 

1 Inlerfeclo  Orplieo.  Così  nel  Ms. 
Regg.  Questa  semplice  indicazione  ne 
può  far  conoscere  che  non  amasse 
il  Poliziano  di  far  vedere  il  teatro 
insanguinato,  sapendo  ben  egli  co- 
nte ciò  fosse  stato  da  Orazio  seve- 
ramente interdetto.  La  morte  d’  Or- 
feo non  potevasi  nè  con  verisimi- 
glianza  nò  senza  orrore  in  faccia 
agli  spettatori  rappresentare  : però 
egli  indusse  nella  scena  una  quan- 
tità di  Menadi,  le  quali  tumultua- 
riamente correndo  e dando  la  foga 
al  misero  Orfeo  gli  porgessero  eain- 
po  d’ innoUrarsi  nella  boscaglia  ; 
donde  poi  in  breve  uscendo  novel- 
lamente la  principale  delle  Menadi 
racconta  che  è stalo  già  lacerato. 
Nell’  edizione  di  Cornino  in  questo 
luogo:  Torna  la  Baccante  con  la 
letta  di  Orfeo,  c dice  coti  : la  qual 
cosa  a me  troppo  non  piace,  perchè 
il  teatro  insanguinato  rimane.  Vero 
è però  che  un  esempio  di  simile 
azione  rappresentato  ne  viene  nelle 
Baccanti  che  è una  delle  tragedie 


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158 


oupiiei. 


Por  tutto  il  bosco  l’abbiamo  stracciato, 

Tal  che  ogni  sterpo  del  suo  sangue  è sazio: 
Abbiamlo  a membro  a membro  lacerato 
Per  la  foresta  con  crudele  strazio. 

Si  che  ’l  terrcn  del  suo  sangue  è bagnato. 
Or  vada,  e biasmi  la  teda  legitima. 

Evoè,  Bacco  ! accetta  questa  vitiina. 


C1IORVS  M 
Ciascun  segua,  o 
Bacco,  Bacco, 

d‘ Euripide,  ove  mirasi  Agave  uscir 
dalla  scena  colla  testa  di  Penteo  la- 
ceralo e da  lei  creduta  la  testa  di 
un  lione.  Ma  quantunque  potesse 
ìuizì  dovesse  Euripide  cosi  fare  in 
quel  luogo,  onde  introdursi  all’  agni- 
zione, che  secondo  Aristotile  i una 
delle  parti  quasi  essenziali  alla  tra- 
gedia ; non  dovette  però  essere  qui 
imitato  dal  Poliziano,  poiché  non 
v’  era  necessiti)  alcuna  che  la  Menade 
si  tornasse  col  teschio  d’ Orfeo  tra  le 
inani  ; tanto  più  che,  seguendo  egli 
Virgilio  per  suo  originale,  creder  do- 
vette che,  mentre  Orfeo  fu  lacerato, 
la  testa  sua  fosse  lanciala  nel  fiume 
Ebro,  su  le  cui  onde  ancor  semiviva 
andò  ripetendo  il  nome  della  cara 
Euridice:  « Tum  quoque  marmo- 
rea caput  e cervice  reo ultum  Car- 
pite cum  medio  portaUs  teagrius 
Hebrut  Volverct,  Eutydicen  vox 
ipta  et  frigida  lingua , Ah  mise- 
ram  Eurydiccn,  anima  fugienle, 
vocabat.  » Ora,  se  va  cosi  la  biso- 
gna, non  potè  ritornar  la  Menade 
col  sanguinoso  teschio  nelle  mani. 
— ».  397-388.  Virgilio,  .fin.  Vili  : 

• Raplabatque  viri  mendacis  vi- 
scere Tultus  Per  sylvam;  et  sparsi 
rorabant  sanguine  vepres  » (N).  — 
».  399-400.  Virg.  « Discerptum  latos 


AENADVM. 

Bacco,  tc:  404 

oè,  oò  1 

iuvenem  sparsero,  per  agros  • (Ni. 

t Cosi  va  bene  ; e cosi  è inti- 
tolato questo  pezzo  ne’  nostri  co- 
dici. Ma  il  chiamarsi  esso  nelle 
stampe  Sacrificio  tifile  Baccanti 
comprova  sempre  più  aver  avuto 
mano  a guastar  l’ Orfeo  qualche 
sciocco  o qualche  malevolo.  Qual 
ombra  di  sacrifizio  può  scorger- 
si qui,  dove  non  altro  che  ballo 
c canto  si  rappresenta,  e dove  non 
si  discorre  che  d’  ubriachezza  c di 
vino?  (A).  — ».  404.  Var.  Ciascun 
segue:  Ms.  Regg.:  c cosi  in  tntli  gli 
altri  luoghi  ove  si  fa  ritornello  o 
intercalare  (A).  — ».  405.  Dovendo 
questo  verso  essere  un  ottonario 
tronco,  non  se  ne  ode  il  suono 
nella  lezione  cominiana,  quando 
non  si  voglia  pronunziar  eroe  di 
quattro  sillabe.  Ritengo  la  lezione 
de’  nostri  codici  i quali  hanno  co- 
stantemente oè  oc,  perchè  pretese 
forse  il  Poliziano  di  ritenere  1*  in- 
teriezione ohe  de’  Latini  adoperata 
da  Marziale  in  quel  verso  dell’  epi- 
gramma 91  del  IV  libro  : • Ohe,  t'om 
satis  est,  ohe  libelle.  » Pure  sta  as- 
sai bene  ancora  l'rooè,  purché  si 
voglia  acconciar  il  verso,  replican- 
dolo due  volte,  cou  dire  Bacco, 
Bacco,  evoè,  evoè.  Questa  voce  ero 


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ACTVS  VLTIMVS. 


159 

■100 


Di  corimbi  e di  verd'  edere 
Cinto  il  capo  abbiam  cosi 
Per  servirti  a tuo  richiederò 
Festeggiando  notte  e dì. 

Ognun  beva:  Bacco  è qui: 

E lasciate  bere  a me. 

Ciascun  segua,  o Bacco,  tc. 

Io  ho  vóto  già  il  mio  corno:  413 


come  nn  buon  augurio  che  andavano 
ripetendo  le  Baccanti  cd  altre  si- 
mili furibonde  donne  ne’  giuocbi  c 
nelle  feste  ad  onor  del  nume  de’  be- 
vitori. Quindi  scrive  il  Patrizio:  Un 
nitro  inno  pure  a Bacco  intirizza- 
ta era  quell » che  dicono  cantare 
Evoi,  quasi  bene  a te  ; di  che  fa 
testimonio  e Suida  e lo  scoliaste  di 
Soffoele  : e da  ciò  Dionigio  fu  cogno- 
minato, come  ti  vide,  Evio.  (Poeti- 
ca, Deca  Istor.  lib.  2,  pag.  172) 
(A). — v.  406-411.  Chi  dirà  die,  dopo 
tanta  purezza  di  lingua  usata  dall’au- 
tore, volesse  poi  egli  per  il  bisogno 
di  rima  lasciarsi  dalla  penna  sfuggire 
qne’  barbarismi  mi  li,  quali  si  leggo- 
no nelle  stampe?  I nostri  manoscritti 
non  solo  il  purgano  di  questa  taccia, 
ma  ne  somministrano  qui  una  strofe 
tanto  più  nobile  quanto  più  ga- 
glioffa ne  sembra  I’  altra  letta  (inora 
in  questo  coro.  Dissi  nell'  Osserva- 
zione V che  nel  rappresentarsi  il 
coro  un  solo  autore  cantava,  e il 
restante  poi  ripeteva  l’ intercalare. 
Questa  verità  qui  si  vede  assai  chia- 
ra, poiché  ella  é una  Menade  sola 
che  parla  e canta  nel  decorso  delle 
strofi.  Degno  è d’ osservazione  in 
questo  coro  altresì  l’uso  de' versi 
tronchi  tanto  adoperati  nelle  can- 
zonette del  nostro  secolo.  Il  Poli- 
ziano forse  si  sarebbe  fatto  scrupolo 
di  troncar  le  voci  a mezzo,  come  in 


oggi  si  usa  per  far  che  insieme  ri- 
mino amore  cd  ancora,  dicendo 
amor,  ancor  : però  egli  non  adoperò 
che  voci  naturalmente  tronche  e 
desinenti  in  vocale  d’ accento  acuto 
(.A).  — o.  410.  Pare  che  il  Ms.  legga 
ogn’  uom,  giacché  sta  scritto  oghom. 
(A).  — v.  413.  Mai  non  iscordasi  il  Po- 
liziano del  costume  tanto  da  Aristo- 
tele al  tragico  raccomandalo;  pel 
quale  noti  tanto  s' intende  che  gli  at- 
tori debbano  pensare  ed  operare  giu- 
sta le  circostanze  de’  tempi  in  cui  vis- 
sero, ma  che  eziandio  loro  attribuir 
si  debbano  gli  usi  di  quelle  cose  che 
servivano  allora  alla  vita  comune. 
Qual  maggiore  stravaganza  sarebbe 
quella  di  chi  volesse  condurre  Achille 
in  campo  armato  di  moschetto  e pi- 
stole?  Egli  dunque  dà  alle  Menadi 
il  corno  per  vaso  da  bere,  poiché, 
siccome  uttesta  Ateneo,  gii  antichi 
ebbero  appunto  l' usanza  di  bere 
nelle  corna:  Priscos  fama  est  ho- 
mines  cornibus  olita  bibisse  bovutn. 
(Dimnosophist,  lib.  II.)  La  qual  cosa 
pur  si  raccoglie  da  sant’ Ambrogio 
(Lib.  de  Elia  et  iciunio,  cap.  17)  e 
da  Dempstero,  presso  il  quale  Pin- 
daro ne  commemora  de’  formati 
d’  argento  : Ex  argenteis  cornibus 
bibentes  lascivicrunt.  (Dcwpstcr.  Ah- 
tiq.  Rom..  lib.  V,  pag.  528,  530j 
531.)  Tal  sorta  di  bicchieri  in  uso 
venne,  giusta  lo  scoliaste  di  Nican- 


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ORPHEI. 


i 


100 

Porgi  quel  cantaro  in  qua. 

'Questo  monte  gira  intorno, 

0 ’I  cervello  a cerchio  va. 

Ognun  corra  in  qua  o in  là. 

Come  vede  fare  a me  : 

Ciascun  segua,  o Bacco,  te. 
lo  mi  moro  già  di  sonno:  4l>0 

Sono  io  ebra  o si  o no  ? 

Più  star  dritti  i piè  non  potino. 

Voi  siet’ebri;  ch’io  lo  so. 


<lro,  dal  pingersi  Bacco  cornuto; 
credendosi  atto  di  religione  il  bere 
entro  un  arnese  che  adornava  la 
fronte  di  quel  nume.  Lo  clic  se  è 
vero,  non  mai  tanto  dovensi  ber 
nelle  corna,  quanto  nelle  feste  sa- 
cre a Bacco  : laonde  molto  giudizio- 
samente diede  qui  il  Poliziano  alle 
Menadi  il  corno  ; siccome  fece  pur 
anclie  ai  Satiri  ed  alle  Baccanti 
nelle  sue  Stanze,  dicendo  nella  CXI 
del  I libro:  « Quel  con  un  cr tubai 
bee;  quei  par  che  ridano:  Qual  fa 
d’  un  corno,  e qual  delle  man  cio- 
tola • (A).  — v.  414.  L’ essersi  finora 
in  questo  vprso  nominato  il  bottaccio 
in  vece  del  cantaro,  egli  i lo  stesso 
che  aver  fatto  saltare  il  Poliziano  da- 
gli usi  antichissimi  ai  rceenti,  cioè 
dall’  uso  che  si  faceva  del  corno  pres- 
so gli  antichi  onde  bere  a quello  che 
i nostri  contadini  fan  del  bottaccio. 
Questa  però  è una  stravaganza  trop- 
po madornale.  Quanto  è sciocca  la 
lezion  di  bottaccio,  altrettanto  è 
saggia  ed  erudita  quella  del  canta- 
ro. Tal  voce  significava  due  cose, 
cioè  una  certa  specie  di  uavilio  ed 
una  specie  di  vaso  per  bere  ; del 
che  fa  fede  Marrubio  : « Canlharut 
et  poetili  et  naviijii  geniti  Cile  so- 
pra diximut...  et  prò  poculo  quidem 
noia  rei  eil  vel  ex  ipto  Virgilio  qui 


aplinime  proprium  Liberi  patri i po- 
culum  allignai  Sileno.  » (Salumai. 
lib.  V,  cnp.  Sl.t  II  passo  di  Virgi- 
lio, cui  Macrobio  allude,  si  è que- 
sto : « Silenum  pucri  tornito  ridere 
iaccnlem.  Inflettimi  Iteilcrno  cenai, 
ut  temper,  Jacclto.  Seria  procul 
tantum  capiti  delapia  jacebant;  Et 
gradi  attrita  pendebal  cantharut 
ansa.  » (Eclog.  6,  vers.  44  e se- 
guenti.) Tal  vaso  che,  giusta  Celio 
Rodigino  (Lection.  Anliq.,  lib.  24. 
cup.  27),  era  di  terra,  doveva  essere 
un  grande  ciotolonc  fatto  sul  mo- 
dello del  navilio  con  cui  aveva  co- 
mune il  nome  ; ed  il  Kavisio  pensa 
potersi  ciò  dedurre  dal  citato  Macro- 
bio : « Nomai  anlcm  tuinpiil  a li- 
mililudine  navigii  eiutdem  nomini i ; 
ttam  canlharuin  nomea  ette  navigii 
oilcndil  Macrobiut  ex  llcnandri  te- 
tti nonio.  ■ ( Officina , par.  Il,  num.40.) 
Essendo  pertanto  il  cantaro  uu  vaso 
da  bere  tanto  antico  c proprio  di 
Sileno  nume  degli  ubbriachi  non 
men  di  Bacco;  assai  conveniente- 
mente più  del  bottaccio  venne  alle 
Menadi  bevilrici  attribuito  (A).  — 
v.  423.  Qui  si  ritiene  la  lezione  delle 
stampe.  I nostri  Ms.  Voi  liete  ebbri, 
o io  nou  io  (A).  — TsXo;.  il  fine.  Cosi 
in  caratteri  greci  sta  scritto  in  ambi- 
due  i Codd.  Regg.  c Vii.  Molti  sono 


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ACTVS  VLTIMVS.  101 

Ognun  faccia  com’io  fo: 

Ognun  suece  come  me: 

Ciascun  segua,  o Bacco,  to. 

Ognun  gridi  Bacco  Bacco;  4J7 

E pur  cacci  del  vin  giù: 

Poi  col  sonno  farem  fiacco. 

Bevi  tu  e tu  e tu. 

Io  non  posso  ballar  più. 

Ognun  gridi  oè  oè  : 

Ciascun  segua,  o Bacco,  te. 

Bacco,  Bacco  ! oè,  oè  I 


i codici  vetusti  clic  in  lettere  greche  ho  stesso  osservasi  ancora  in  qual- 
liauuo  indicata  la  finale  dell'opera.  clieduna  delle  primitive  stampe  (A). 


TEAC^. 


VoLUUItn 


11 


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OSSERVAZIONI 

DEL  PADRE  IRENEO  AFFÒ 


SOPRA  VARI!  U’OCIIl 

DELL’  ORFEO. 


OSSERVAZIONE  I. 

Del  titolo  di  Tragedia  dato  all’  Orfeo. 
[Pag.  133.] 


Nascer  può  dubbio  se  il  Poliziano  desse  il  titolo  di  tra- 
gedia a questo  suo  dramma.  Alcuno  potrebbe  forse  non  cre- 
derlo, persuaso  in  contrario  dalla  lettera  diretta  a Carlo 
Canale  in  cui  contentossi  di  chiamarlo  favola.  Ma  io  dico 
non  essere  questo  tale  argomento  che  convincer  ne  possa. 
La  denominazione  di  favola  è comune  ad  ogni  poema  epico 
e drammatico  : ma  il  denominarli  così  non  toglie  che  non 
possano  avere  il  loro  specifico  titolo.  Il  Poliziano  stesso 
chiamò  favola  la  Medea  d'  Euripide  ove  di  essa  parlando 
scrisse:  Sic  igitur  in  ea  fabula  curri  matronis  Corinthi  lo- 
quens  inducitur  Medea.  1 E chiamò  pur  favola  i Mcnemmi  * 
di  Plauto,  così  scrivendo  al  Comparino:  Rogasti  me  supe- 
rioribu8  diebus  ut,  quoniam  fabulam  Plauti  Menmchmos 
acturi  essent  auditores  tui,  prologum  facerem  genere  ilio 
varsiculorum  qui  sunt  comcedice  familiare s. 8 Ciò  non  ostante 


< Ce n tur.  Miseellan.,  cap.  27. 

! Epislolarum , lib.  7,  cpisl.  13. 


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ICi 


OSSERVAZIONI 


sapeva  ben  egli  che  la  prima  era  una  perfetta  tragedia,  e gli 
altri  una  commedia.  Del  pari  potè  dar  all’  Orfeo  il  titolo  di 
tragedia;  ed  occorrendogli  poi  di  averne  famigliarmente  a 
ragionare  in  una  lettera  potè  chiamarlo  favola,  onde  servirsi 
di  un  vocabolo  generico  e comune.  E ben  mi  quadrano  qui  le 
parole  molto  a proposito  di  Luigi  Iticcoboni:  Il  s’est  dono 
contente  de  donner  à sa  pièce  le  non  génc'ral  de  Favola,  qui 
se  donnait  de  son  temps  à presque  toutes  Ics  espèces  de  poème : 1 
e mi  giova  molto  nel  tempo  stesso  il  vedere  un  autore,  cui 
sebbene  noto  non  fosse  1’  Orfeo  salvo  che  nella  maniera  onde 
si  è stampato  finora,  tuttavia  ebbe  tanto  lume  di  collocarlo 
nel  catalogo  delle  tragedie  italiane.  Di  fatti,  quantunque  non 
possa  dirsi  1’  Orfeo  una  tragedia  del  tutto  perfetta,  non  può 
negarsi  però  che  il  soggetto  non  sia  tragico  e di  funesto 
fine;  nè  può  dissimularsi  che  non  abbia  parti  bellissime,  le 
quali,  se  piaciute  sono  finora  così  com’  erano  guaste  e rotte, 
molto  più  incontreranno  in  appresso  1’  aggradimento  de’ lette- 
tati  ridotte  alla  loro  natia  bellezza  ed  integrità.  Dovremo 
pertanto  credere  che  il  titolo  dato  all’  Orfeo  dall’  autor  suo  sia 
quello  di  tragedia,  siccome  i nostri  codici  ne  hanno  abba- 
stanza chiarito.  Però  non  converrà  concedere  al  Quadrio 
che  i primi  drammi  usciti  ora  con  titolo  di  tragedia  ora  con 
titolo  di  atto  tragico  i siano  il  Filolauro  di  Demone  Filo- 
strato o veramente  il  Filostrato  e Panfila  d’  Antonio  di  Pi- 
stoia; poiché  queste  e simile  indigeste  farse  piuttosto  che  tra- 
gedie vennero  senza  dubbio  composte  dopo  1’  Orfeo,  siccome 
io  sono  di  costantissimo  parere:  ma  farà  d'uopo  segnar  l’epo- 
ca della  prima  origine  della  tragedia  italica  coll’  Orfeo  del- 
l’ ingegnosissimo  Poliziano.  E perchè  questo  dramma  è misto 
ancora  di  pastorale,  se  pure  tutto  dir  non  si  voglia  di  tal 
natura,  lascerò  eli’  altri  si  vegga  se  giustamente  Agostino  Bec- 
cavi ferrarese  pretendesse  il  primato  nello  scrivere  favole  pasto- 
rali per  quella  intitolata  Sacrificio  eh’  ei  pubblicò  l’anno  1555. 
Ma  il  Beccar!  non  solo  era  stato  prevenuto  dal  Poliziano 
bensì  ancora  da  Giarnbatista  Giraldi  Cintio,  che  dieci  anni 
prima  avea  dato  fuori  l’ Egle,  cioè  nel  1545,  intitolandola 
Satira  pei  Satiri  che  v’  introdusse,  ma  vera  favola  pastoralo 
in  essenza. 


1 llisloirc  du  Tlicàl.  llal.,  Calalog.  des  Trag.,  pag.  123. 

2 Slor.  c Rag.  d'  ogni  Poct.,  voi.  3,  lib.  I,  pag.  58. 


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DEI.  PADRE  IREXEO  AFFÒ. 


if.r? 


OSSERVAZIONE  II. 

« 

Dell’  Argomento. 

[Pag.  133,  v.  l -ic.] 

Questo  egli  è argomento  e prologo  insieme,  o sia  uno  di 
que’  prologhi  i quali  manifestano  la  traccia  della  favola.  Se  al 
Castelvetro  giunse  mai  sotto  1’  occhio  1’  Orfeo  stampato,  do- 
vette piacergli  il  veder  questo  prologo  messo  in  bocca  a Mer- 
curio; poiché  egli  fu  di  parere  che  i prologhi,  pe’  quali  si 
manifesta  la  serie  dell’  avvenire,  non  potessero  mai  essere  detti 
da  uomini  mortali  ma  doversi  riputar  fatti  dagli  dii,  come 
coloro  che  stendono  anche  sul  futuro  il  loro  vedere.  Per  que- 
sto fu  eh’  egli  biasimò  Terenzio  che  sempre  da  uomini  fece 
prologizzare;  e lodò  assai  Plauto,  perchè  servissi  de’ numi.  Io 
però,  avendo  mente  a quel  precetto  d’  Orazio 

Are  Deus  iulersil,  ni  si  digititi  vindice  nodus 
Inciderti;  l 

dirò  parermi  cosa  molto  impropria  il  condurre  senza  neces- 
sità un  dio  sulla  scena  ad  anuunziar  ciò  che  avvenir  debba 
fra  im  irtali.  Osservo  che  il  principe  de’ tragici,  Euripide,  di 
diecinove  tragedie  che  di  lui  ci  rimangono,  non  ne  ha  che 
cinque  in  cui  prologizzino  i dèi  ve  sono  l 'Ippolito,  1 'Alerete, 
le  Baccanti,  le  Troiane,  e il  Gione:  ma  vinetto  altresì  che 
que'  numi  che  operano  di  tale  guisa  sono  anche  impegnati 
ed  hanno  interesse  ed  azione  in  tutta  la  favola.  Nell’  altre 
vediamo  sempre  dagli  uomini  far  il  prologo.  Ciò  posto,  chi  non 
vede  che  l’ ingegnosissimo  Poliziano  non  poteva  guidar  Mer- 
curio sul  teatro  ad  annunziar  gli  avvenimenti  tragici  di  Orfeo, 
poiché  Mercurio  non  avea  che  far  nulla  entro  1’  azione  ? Diremo 
forse  noi  ch’ei  non  sapesse  tra  i molti  esempi  scegliere  i miglio- 
ri? Lo  dicachi  vuol  dirlo; ch’io  per  me  ho  troppo  concetto  del  mio 
autore:  e tanto  più  mi  fermo  nel  pensiero  eh’  ei  non  facesse  dir 
questo  prologo  a Mercurio,  quanto  i due  manoscritti  non  fanuo 
cenno  veruno  di  ciò.  Può  confermarci  nella  sicurezza  del- 
l’opinione ch’egli  aver  dovea  de’ prologhi  quello  che  spedì 
al  Comparino  da  premettersi  ai  Menemmi  di  Plauto,  che  non 
altramenti  posto  in  bocca  a verun  dio  si  scorge  ma  bensì 
apparisce  recitato  da  un  giovane  studioso.  Qui  le  stampe  ed 


1 De  Arie  Potlica,  ver».  I9I. 


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160 


OSSERVAZIONI 


il  manoscritto  chisiano  variano  di  titolo  all'  Orfeo  ; clic,  dove 
prima  era  stato  chiamato  favola,  ora  lo  vediamo  denominato 
festa,  dicendosi  : Mercurio  annonziatorc  della  festa.  Questo 
nudvo  titolo  non  potè  uscir  dalla  penna  del  Poliziano  ; chè 
le  feste  non  erano  altrimenti  della  natura  di  questo  nostro 
dramma,  consistendo  la  principal  forza  di  esse  in  balli,  mo- 
resche, giostre,  torneamenti  e macchine;  servendo  la  poe- 
sia più  d’ intermezzo  che  d’ altro.  Ma  nell’  Orfeo  abbiamo 
un’  opera  veramente  teatrale,  esclusiva  di  quelle  sollazzevoli 
rappresentanze  che  per  lo  più  negli  steccati  fur  si  solevano  : 
e laddove  la  poesia  che  accompagnava  le  feste  consisteva  per 
lo  più  in  qualche  cantata  o dialogo  di  due  o tre  attori,  come 
sarebbe,  per  cagion  d’  esempio,  mezzo  il  Tirsi  di  Baldassar 
Castiglione  e di  Cesare  Gonzaga,  noi  nell'  Orfeo  scorgiamo 
uua  vera  favola,  di  principio  e fine  tragico,  rappresentata 
da' vari  interlocutori,  distinta  in  atti,  e accompagnata  da  cori  ; 
talmente  che  non  debbasi  ella  confondere  colle  semplici  feste. 


OSSERVAZIONE  III. 

Della  distinzione  in  Atti 
[Pag.  134,  v.  15-16.] 

. . . Panni  di  sentir  qualche  critico  a mettere  in  dubbio  se 
così  potesse  scrivere  il  nostro  Poliziano.  E chi  non  sa  (odo 
sussurrarmi  all'  orecchio)  che  il  celebre  Mureto  riconobbe  co- 
testa  distinzione  di  atti  ne’  drammi  per  uua  capricciosa  in- 
venzion  de’ moderni,  e condanuolla?  1 Tu  che  allegasti  in  un 
tratto  della  tua  prefazione  il  padre  Bianchi,  non  ti  ricordi  d’aver 
letto  presso  di  lui  che  la  division  degli  atti  che  si  scorge  nel- 
1’  Ezzelino  tragedia  latina  di  Albertino  Mussato  il  quale  fiorì 
tra  il  secolo  XII  e XIII,5  non  può  mai  essere  stata  fatta  dal- 
l’autore clic  la  compose,  sapendosi  che  questa  distinzione  di  sce- 
ne e divisione  di  atti  non  solo  non  fu  usata  dagli  antichi  Greci 
e Latini  ma  neppure  da’  nostri  poeti  toscani  che  furono  i primi 
a compor  tragedie  in  nostra  lingua;  come  apparisce  dalla 
Sofonisba  del  Trissino,  dall'  Oreste  del  Bucellai,  dall’  Edipo 
del  Giustiniano,  dalla  Merope  del  Torelli Prova  questo 

1 ti/iisl.  95  ad  llicroii.  Zoppimi!,  et  li/iist.  li  ad  IVlrnm  Lupicuai. 

* Veramente  nella  prima  metà  del  sec.  XIV.  ^Gli  Edd.  lìor.) 

* Visi  e Difetti  del  moderno  Teatro , par.  I,  ragionali).  4,  pag.  ISó, 
nelle  note. 


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DEL  PADRE  IRENEO  AFFÒ.  1 67 

scrittore  1’  opinion  sua  con  addurre  varie  antichissime  stampe 
di  Terenzio  e di  Plauto  che  non  hanno  tale  divisione  : onde 
non  è probabile  che  il  Poliziano  cosi  distinguesse  1’  Orfeo. 
Ma  andiamo  un  poco  a bel  bello  con  questa  critica.  Chi  è 
mai  tra  gl’  iniziati  a pena  nella  poetica  scuola  che  non  ab- 
bia letto  il  precetto  d’  Orazio,  in  cui  severamente  comanda  che 
ogni  dramma  non  abbia  nè  più  nè  meno  di  cinque  atti  ? 

Nere  minor  quinto  uni  sii  praductior  net u 

Fabula  quie  pose i vii  II  et  spedala  reponi.  I 

A chi  note  non  sono  le  esposizioni  di  Asconio  Pediano  con- 
temporaneo di  Virgilio  sopra  alcune  orazioni  di  Tullio  ? Egli 
scrive  fuori  di  enimma:  Fabula  sive  tragica  sive  comica  quin- 
que  actus  haberc  debel.  1 Come  dunque  può  dirsi  che  gli  an- 
tichi non  conoscessero  punto  la  distinzione  impugnata  ? Nè 
mi  si  dica  che  Acrone  cementatore  antico  di  Orazio,  il  quale 
visse  verso  il  secolo  VII  dell’era  volgare,  interpretò  gl’ in- 
dicati versi  così:  Idest,  non  loquatur  in  fabula  plus  quiuque 
personis  : s poiché  certamente  egli  errò,  mentre  degli  attori 
quivi  non  parla  Orazio,  il  quale  si  riserbava  a dirne  più  a 
basso  ove  poi  scrisse:  Nec  quarta  loqui  persona  laboret 
Acrone  senza  dubbio  si  servì  d’ esemplari  corrotti  ; o,  a 
dir  meglio,  non  fu  egli  autore  di  que’ commenti,  come  dot- 
tamente a provar  diedesi  Giano  Parrasio  in  una  sua  let- 
tera a Gaetano  Tiene.  * Così  non  Spiegarono  quel  passo 
1’  Ascensio,  Enrico  Glareano,  e tanti  altri  antichi  e moderni 
scrittori  che  le  cose  d’ Orazio  illustrarono-,  giacché  è tan- 
to chiaro,  che  nulla  più-,  e congiunto  poi  coll’autorità  di 
Asconio  giunge  all’  ultimo  grado  di  evidenza.  Non  può  dun- 
que dubitarsi  che  i Latini  non  conoscessero  la  distinzione 
degli  atti,  la  quale  tolsero  ad  imitare  da’  Greci,  avendola  co- 
stantemente usata  Euripide  fin  ridia  Satira  del  Ciclope,  come 
osserva  il  dotto  Quadrio. 1 2 * 4  5 Io  veggo  che  Aristofane,  giusta 
la  versione  latina  che  delle  sue  commedie  intraprese  Andrea 
Divo  Giustinopolitano,  divise  il  Fiuto  in  otto  atti;  la  qual 
cosa,  benché  sia  fuori  di  regola,  non  lascia  di  confermare  l’as- 
sunto. Con  qual  sicurezza  poi  pretendasi  affermare  che  Alberti- 
no Mussato  non  potesse  dividere  il  suo  Ezzelino  in  cinque  atti,  io 


1 De  Arte  Poetica,  vers.  189,  190. 

2 Super  quartali]  in  Verrei ». 

2 Acroi).  Comincili,  in  Poet.  lìoratii. 

4 Spiti.  5 ; apud  Gruterum,  Thesaur.  Critic.,  toni.  I,  syllogc  4, 
pag.  73i. 

5 Voi.  3,  par.  I,  disi,  5,  cap.  I,  partic.  I,  pag.  308.  ' 


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ICS 


OSSERVAZIONI 


certo  noi  veggo.  I,’  Osio  che  fu  il  primo  a pubblicarlo  e il  Mu- 
ratori che  lo  riprodusse  nel  tomo  X degli  Scrittori  delle  cote 
d’ Italia  lo  confrontarono  co’ manoscritti,  uno  de’ quali  era  del 
1378,  l’altro  del  1390,  per  tacer  degli  altri:  e par  bene  che 
uomini  tanto  ingenui,  i quali  non  erano  per  nulla  impegnati 
in  questa  presente  quistione,  non  volessero  alterar  per  nulla 
un’  opera  data  fuori  al  solo  fine  d’  arricchire  la  storia  civile 
c politica  non  già  la  storia  poetica:  quindi,  non  avvertendoci 
essi  del  contrario,  dobbiamo  supporre  che  1'  Ezzelino  anche 
ne’  manoscritti  fosse  diviso  in  cinque  atti  In  quanto  poi  agli 
antichi  esemplari  di  Terenzio  e di  Plauto,  o manoscritti  si 
vogliano  o stampati,  io  vorrei  ben  essere  inteso  da’  miei  con- 
traddittori. Altro  è che  qualche  volta  non  vi  si  apponesse 
Ac  tue  primns,  Actus  secundus  ; altro  è che  scrivere  non  vi 
si  dovesse.  Oh  ! la  sarebbe  pur  bella  che,  per  non  vedersi  negli 
originali  del  Petrarca  separati  i quadernari  e le  terzine  ne’so- 
netti  e le  strofi  nelle  canzoni,  negar  si  volesse  che  mai  il 
Petrarca  non  distribuì  il  sonetto  c la  canzone  in  membri  o 
comprensioni.  In  quegli  esemplari  dove  tale  distinzione  era 
ommessa  vi  si  sottintendeva  ; e ben  i saggi  sapevano  in  qual 
luogo  cadesse  il  termine  d’  ogni  atto.  Nel  (arsi  barbara  a poco 
a poco  l’ Italia,  e nella  decadenza  delle  lettere,  comincio  ad 
obbliarsi  ciò  che  prima  ben  s’ intendeva.  Questi  poeti  dram- 
matici, come  riputati  dannosi  da’  primi  padri  della  Chiesa, 
da  pochi  si  leggevano,  e dall’  incuria  de’  librai  facilmente 
erano  guasti,  lasciandosi  fuori  anche  ciò  che  talvolta  sarebbe 
stato  più  necessario:  quindi  non  era  che  gli  atti  non  vi  fos- 
sero in  Terenzio  ed  in  Plauto,  ma  era  solo  clic  non  si  potevano 
facilmente  distinguere  da  chi  non  era  molto  in  queste  cose  ver- 
sato. Di  ciò  nc  assicura  Elio  Donato,  antichissimo  gramatico,  il 
quale  nel  quarto  secolo  fu  precettore  in  lioma  di  san  Girola- 
mo, mentre  nell’  argomento  dell’  Andria  di  Terenzio  da 
lui  contentata  scrisse:  Divisionem  acluum  in  latini»  f abulia 
intemoscere  difficile  est.  Ecco  ciò  che  si  debba  rispondere  a 
questi  sofistici  che  acchetar  non  si  vogliono  alla  luce  del  vero. 
Ma  dall'  antichità  primiera  scendiamo  un  poco  ai  tempi  più 
prossimi  al  Poliziano,  e vediamo  so  di  questi  benedetti  atti 
si  conservasse  più  la  semenza.  Il  chiarissimo  signor  abate 
Girolamo  Tiraboschi  nella  seconda  sua  lettera,  che  io  indicai 
nella  prefazione,  a me  diretta,  scrive  : Questa  biblioteca  (del 
serenissimo  signor  Duca  di  Modena)  non  ha  edizioni  molto 
antiche  di  Terenzio  e di  Plauto,  ma  ne  ha  parecchi  codici 
manoscritti  ; e veramente  nella  più  parte  non  v’  è la  divi- 
sione, ma  pur  vi  è in  alcuni;  c uno  cartaceo  singolarmente 
vi  ha  di  TerenziOj  scritto,  come  si  legge  al  fine,  nel  1448, 
nel  quale  gli  atti  sono  chiaramente  divisi,  e le  scene  an- 


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DEL  PADRE  IUE>EO  AFFÒ. 


109 


coro;  benché  a queste  comunemente  non  si  ponga  in  fronte 
il  nome  di  scena,  ma  sol  si  distinguano  l' una  dall’  al- 
tra col  porre  nel  mezzo  i nomi  degli  attori  che  parlano 
in  ciascheduna.  Ne  abbiamo  un  altro  assai  bello  in  perga- 
mena dello  stesso  poeta,  in  cui  non  si  vede  segnato  V anno, 
ma  che  al  carattere  si  conosce  essere  certamente  del  secolo  XV, 
anzi  forse  ancora  più  antico,  perchè  è scritto  come  se  le 
commedie  fossero  in  prosa  e non  in  versi:  e in  questo  an- 
cora si  veggon  distinti  in  margine  collo  stesso  carattere  gli 
atti  e per  lo  più  ancora  le  scene  col  loro  proprio  nome. 

10  poi,  avendo  spesi  alcuni  giorni  del  carnevai  di  quest’anno 
in  Reggio  a visitar  1’  archivio  del  nobilissimo  signor  conte  Cri- 
stoforo Torello,  il  quale  si  è molto  cortesemente  degnato  d’in- 
fluire alle  mie  storiche  ricerche  sopra  Guastalla,  di  cui  ebbero 
già  i suoi  antenati  il  dominio,  ho  ammirato  tra  le  altre  rare 
c preziose  cose  possedute  da  lui  un  bellissimo  Terenzio  in 
pergamena,  che  a mio  giudizio  antecede  per  certo  l’anno  1450. 
Questo  è corredato  di  note  interlineari  e marginali  prese  da  vari 
antichi  comentatori  e specialmente  d’  un  certo  Iacopino  da 
Mantova,  del  quale  sono  ancora  i preludi  che  ad  ogni  com- 
media vanno  avanti  : e in  quello  che  va  a capo  di  tutta  1'  opera 
ho  letto  queste  parole:  Habet  autem  comcedia  certos  limites 
prolixitatis  et  brevitatis  ; non  f nini  debet  actibus  pluribus 
vel  paucioribus  constare  quam  quinque  : et  idem  de  trage- 
dia intelligendum  est  : unde  Horatius  in  Poetica : 

Mere  minor  ncu  sii  quinto  produclior  ariti 

Fabula  qua  potei  vull  el  spedata  rcponi.  . 

Est  autem  actus  illa  continua  recitatio  quee  sine  interpola- 
tione  et  temporie  intervallo  fiebat  in  scena  et  ad  populum 
in  theatro  congregatnm.  Ad  og’ni  commedia  poi,  sebbene  nel 
testo  il  quale  è in  bellissimo  e grande  carattere  non  siavi 

11  titolo  degli  atti,  le  postille  di  Iacopino  accennano  sempre 
dove  comincino  e dove  abbiano  fine.  Per  esempio,  al  primo 
verso  dell’  Andria,  che  comincia  lros  isteee,  la  postilla  dice  : 
Ilio  primus  actus,  ec.  ; e dove  leggesi  poi,  Quid  ais,  llyr- 
ria?  ec.,  la  postilla  soggiugne  : llic  incipit  secundus  actus, 
et  durat  usque,  Jubeo  Chremetem.  Siccome  poi  questo  postil- 
latore viene  qui  riferito  insieme  colle  postille  e note  di  altri 
che  aveano  lavorato  sopra  Terenzio  assai  prima  clic  scritto 
fosse  quel  codice,  così  dobbiamo  tenere  quel  Iacopino  per 
antico  scrittore  e alla  meno  del  secolo  XIV.  Intorno  a que- 
st’ uomo  ho  consultato  il  signor  abate  Saverio  Bettinelli,  dopo 
eh’  egli  ha  dato  in  luce  i suoi  due  Discorsi  Delle  Lettere  ed 
Arti  Mantovane  : egli  però  mi  ha  significato  con  sua  cortesis- 
sima lettera  de'  14  di  marzo  del  corrente  anno  1775  non  aver 


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170 


OSSEtlVAZtO.M 


di  lui  trovato  menzione,  ma  che  forse  e stato  equivoco  de’  pa- 
dri Quetif  ed  Echard  il  chiamarlo  Gioannino,  potendo  essere 

10  stesso  che  quel  Gioannino  da  Mantova  domenicano,  di  cui 
parlano  essi,1  il  Tiraboschi/  ed  egli  stesso/  come  d’  uomo  il 
qual  visse  fin  verso  il  1350  e poetò  e postillò  antichi  scrit- 
tori. Or  ecco  ben  nota  la  necessità  di  dividere  i drammi  in 
atti  prima  assai  che  nascesse  il  Poliziano.  Facciamoci  ora  a 
que’  tempi  ne’  quali  egli  scrisse  1’  Orfeo.  Chi  non  sa  quanti 
grammatici  vivessero  a quo’  dì  ? Io  tacerò  di  molti,  ma  non 
già  di  Giorgio  Menila  morto  contemporaneamente  al  nostro 
poeta  ma  assai  più  vecchio  di  lui  ì >1  quale  comentò  Plauto, 
e ben  vi  divise  e distinse  gli  atti  com'  era  d’  uopo  : lo 
che  ognuno  osservar  può  in  tante  ristampe  che  abbiamo  di 
que’ conienti.  Mirabil  cosa  per  altro!  che,  occorrendo  stam- 
par que’  comici  antichi,  anche  da  coloro  i quali  erano  per- 
suasi della  necessità  di  tale  divisione  questa  si  ometteva  per 
un  certo  genio  di  uguagliar  con  quelle  nobilissime  prime  edi- 
zioni la  fedeltà  di  qualche  manoscritto.  Io  posso  far  di  tal 
uso  apertissima  fede,  avendo  veduto  nella  libreria  di  San 
Francesco  di  mia  patria  un  testo  magnifico  di  Plauto,  stam- 
pato in  foglio  da  Uldarico  Scinzenzelcr  in  Milano  1’  anno  1490, 
senza  conienti  e senza  divisione  di  atti,  ma  con  una  lettera 
in  fine  di  Eusebio  Scutario  vercellese  a Giorgio  Menila  indi- 
rizzata, in  cui  somme  lodi  gli  attribuisce  per  aver  egli  sa- 
puto distrigar  gli  atti  nelle  commedie  di  tal  poeta,  dicendo 
ohe,  se  prima  era  difficile  il  saperli  distinguere,  era  avvenuto 
per  la  negligenza  ed  ignoranza  dei  librai  : Horum  inscitia 
quiòusddm  in  comcediis  actus  internoscere  divìsionemque , 
quarti  alarissimi  grammatici  existiinant  scita  inlellectuque  in 
hoc  genere,  prcecipuam,  qua;  per  prologum  prothasin  epi- 
thasin  et  catastroplien  fieri  sòlet,  vix  percipere  poteramus. 
Del  pari  ho  veduto  nella  nostra  libreria  della  Nunziata  di  Bo- 
logna un  bel  Terenzio  in  foglio,  stampato  in  Trevigi  per 
maestro  Paolo  Ferrari  ai  5 di  luglio  del  1481,  con  i commenti 
del  mentovato  antichissimo  Elio  Donato  che  accenna  ove  deb- 
bausi  gli  atti  distinguere,  senza  che  poi  lo  stampatore  abbiali 
’iel  testo  separati.  Anzi  vi  è di  notabile  in  quest’  opera,  che 

11  comentatore  deduce  motivo  di  distinguere  atto  da  atto  dal 
testo  medesimo  di  Terenzio.  Questi  nel  prologo  dell’  Hecyra 
si  lagna  che,  avendo  un’  altra  volta  messa  in  teatro  questa 
commedia  e rappreseutatosene  a pena  il  primo  atto,  sparsa 


1 Biblioth.  Scripiorum  onl.  pradicator.,  (oro.  I,  pag.  511. 
3 Storia  della  Letteratura  ital.,  toni.  5. 

1 Sole  ut  primo  dùcono,  pag.  28. 


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DKI.  l'AIiRE  IIIENEO  AFFÒ.  171 

voce  fra  gli  uditori  che  si  dava  in  quel  punto  a’  gladiatori 
la  mossa,  tutta  la  gente  si  partì  di  platea  : 

Primo  adii  placco  : cum  i ut  crea  rumor  venti 

Datimi  iri  gladiatores . Populus  convolai , 

Tumultua litui’;  clainant , pug nani  de  loco. 

Ego  interea  manti  non  potui  tutori  locum. 

Alle  quali  parole  Donato  prontamente  soggiugne:  Primo  actu 
placeo  : rationabiliter  dixit  primo,  quia  quinque  sunt  actus, 
partes  fabule.  Per  tal  modo  spiegò  anche  tali  parole  Gui-  ' 
done  ne’ commentari  suoi  che  ho  veduti  impressi  colla  comme- 
dia fn  Venezia  nel  1508  a spese  di  Lazzaro  de’  Soardi.  E 
queste  dunque  saranno  quelle  antiche  edizioni  e quegli  inap- 
pellabili esemplari  che  vengono  accennati  dal  padre  Bianchi 
a favor  della  stitica  opinione  e della  pedanteria  eli’  egli  cre- 
dette poter  essere  da  ragion  sostenuta  V Se  il  Trissino,  il  Illi- 
ceità!, il  Giustiniano,  e qualche  volta  il  Torelli  che  non  sem- 
pre trascurò  la  divisione  degli  atti,  e se  anche  lo  Sperone,  e 
tra’  moderni  lo  scrupolosissimo  e religiosissimo  Lazzarini,  eb- 
bero tale  distinzione  per  nulla  e non  ne  fecero  caso  ; pote- 
vano forse  per  questo  annullar  quelle  poetiche  leggi  che  1’  uso 
e 1’  autorità  o la  serie  de’  secoli  uveano  già  stabilite  ? Questi 
sì  non  curarono  la  distinzion  degli  atti,  ma  ne  furono  ancora 
da  Gregorio  Giraldi  giustamente  ripresi  : Quinque  sunt  actus 
fabularum  apud  Lalinos  ; tametsi  hodie  nonnulli  hoc  parum 
observant,  multo  contractiores  fabulas  actitantes,  et  preci- 
pue in  Hctruria.'  Ma,  per  non  diffondermi  più  che  non  cou- 
-vienc  in  cosa  tanto  chiara,  basti  l’ aver  provato  che  tanto 
prima  quanto  in  tempo  del  Poliziano  i drammi  in  cinque 
atti  si  dividevano  : la  qual  cosa  non  potendo  essere  da 
lui  ignorata,  dovette  benissimo  esser  mandata  ad  effetto 
nell’  Orfeo.  Tal  cosa,  ripiglio,  non  poteva  essere  da  lui 
ignorata  ; laonde  fece  poi  menzione  degli  atti  ove  lasciò 
scritto  aver  la  tragedia  origine  da’  poemi  d’  Omero  : Idem 
et  tragedie  summus  habelur  auctor,  cum  nihil  profecto 
videri  aliud  Homeri  poemata  possint  nisi  actus  quidam 
et  dramala.1  Divise  egli  dunque  1’  Orfeo  in  cinque  atti  ; e, 
per  servire  alla  varietà  e perchè  diversa  ne  riescisse  la  con- 
decorazione e la  musica,  fece  il  primo  atto  pastorale,  il  se- 
condo ninfale,  il  terzo  eroico,  il  quarto  negromantico,  e il 
quinto  baccanale.  Non  fa  ostacolo  il  veder  il  codice  Vitali 
privo  di  tal  divisione  ; primo,  perchè  non  è il  più  antico,  sic- 


1 Poti.  Antiq.,  dilli.  6,  pag.  241. 

! Pralecl.  in  Penium,  pag.  489  editionis  Episcopi i. 


e 


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OSSERVAZIONI 


m 

come  già  dimostrai;  secondo,  perchè  apparisce  tal  divisione 
ommessa  a bella  posta,  come  sono  in  esso  tralasciati  i due 
versi  dell’  Argomento  che  1’  accennano.  Tengasi  pur  dunque 
1’  Orfeo  in  cinque  atti  diviso  dall’  autor  suo  ; ed  abbiasi  per 
la  prima  delle  tragedie  volgari  di  tal  pregio  fornite. 


OSSERVAZIONE  IV. 

Della  Fistola. 

[Pag.  137,  v.  51.] 

Qui  nominata  veggiamo  la  fistola,  dove  prima  additavnsi 
la  zampogna.  11  peggio  nelle  stampe  dell’  Orfeo  si  è poi,  che 
una  volta  la  zampogna,  un’altra  volta  la  fistola  viene  indi- 
cata : cosa  che  non  va  bene  ; poiché  o che  Mopso  suonava 
la  zampogna,  e sempre  zampogna  chiamar  si  doveva  ; o che 
dava  fiato  alla  fistola,  e fistola  mai  sempre  aveasi  a dire  ; es- 
sendo questi  due  strumenti  in  realtà  tra  loro  diversi.  La 
fistola  si  è quell’  organetto  che  da  più  canne  dispari  di  mi- 
sura e di  suono  congiunte  insieme  risulta  ; onde  Virgilio 

Est  vólti  disparibus  septem  compacta  ciculis 
Fistiti n.* 

In  tal  maniera  fu  pure  da  Polluce  descritta:  Fistula  est  ca- 
lamorum  composito  lino  et  cera  coniuncta,  aut  tumultuario 
et  rudi  opere  Tibia;  multee,  singulm  paullatim  sub  singu- 
Us  desinentcs  a f naxima  ad  minim  am  arundinem,  ex  altera 
parte  sibi  invicem  propter  ineeqnalitatcm  suppositee  ; ut  res 
non  sit  absimilis  alce  avis  Qucmadmodum  euim  in  ala  pen 
ncc  superiores  sunt  longiores  quam  qua;  sequuntur,  earum 
orda  semper  decrescit  vsgue  ad  minimam  pennam  ; ila  et  in 
fistula  plures  sunt  calami,  impares,  cera  iuncti  per  ordinem  ; 
sensim  dccrcscunt,  ut  inferiores  semper  breviores  sintd  Lu- 
.crezio  ascrive  al  caso  l’ invenzion  della  fistola,  dicendo  che 
il  vento  soffiando  per  entro  le  canne  potè  far  conoscere  1’  ef- 
fetto armonico  che  avrebbero  prodotto.1  Apollonio  ne  fece  ri- 


* Eclog.  2,  vers.  30. 

! Presso  il  padre  Filippo  Donatali,  Gabin.  Annoti .,  num.  XXII  pag.  60. 
3 De  Natura  llerum , lib.  5. 


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DEL  PADRE  IRENEO  AFFÒ.  173 

trovatore  Mercurio  : 1 ma  più  comunemente  se  ne  dà  lodo  a 
Pan  dio  de’ pastori.  Il  sopraccitato  Virgilio  disse: 

Pai i prima»  calamo»  cera  coniungcrc  piare» 
fnitituit. 

E a lui  consentì  il  Molza  con  una  bellissima  stanza  della  sua 
Ninfa  Tiberina } La  zampogna  poi  è molto  diversa  dalla 
fistola  ; mentre  è istrumento  d’ una  semplice  canna  a vari  fo- 
ri, aprendo  o chiudendo  i quali  per  opera  delle  dita  si  ec- 
cita suonando  varia  modulazione.  Udiamo  Dante  in  testimo- 
nio del  vero  : 

E come  suono  al  collo  della  cetra 

Prende  sua  forma,  e siccome  al  pertugio 
Della  sampogna  vento  che  penetra.3 

Quindi  sentiamo  l’antico  suo  commentatore  Cristoforo  Landino 
che  fu  maestro  del  Poliziano  : Et  come  pe’  pertugi,  cioè,  ba- 
chi, della  zampogna  o zufolo  o piffero,  el  vento,  idest  el  fiato 
che  vi  mette  el  sonatore,  piglia  sua  forma  di  voce,  penetran- 
do, idest  trapassando,  per  delti  buchi.  Cosi  parimente  Ber- 
nardino Daniello  : Et  sì  come  al  pertugio  della  sampogna 
prende  sua  forma  il  vento,  cio&  il  fiato,  che  per  quello  pene- 
trando col  chiuder  colla  mano  e scoprir  del  piffero  forma 
il  suono.  Nè  meno  è da  considerarsi  un  passo  di  Lorenzo 
de’  Medici  : 

Sentirai  per  l’ ombrose  e verdi  valli 
Corni  e sampogne  fatte  d’  una  scorza 
Di  salcio  o di  castagno. 

Nè  manco  l’espressione  di  Iacopo  Sannazzaro  nel  discorso 
diretto  alla  sampogna  in  fine  della  sua  Arcadia,  ove  dice  : 
Conciossiachè  a me  conviene,  prima  che  con  esperte  dila 
sappia  misuratamente  la  tua  armonia  esprimere,  per  malva- 
gio accidente  dalle  mie  labbra  disgiungerti.  Ben  però  si  ap- 
pose il  Menagio,  quando  dedusse  la  voce  sampogna  da  sam- 
buca ; giacche  la  sambuca  non  era  diversa  per  nulla  dal- 
l’ istrumento  finora  descritto,  come  la  pittura  fattane  da  un 
certo  Damio  presso  Ateneo  nelle  Meccaniche  ci  manifesta.  So 
beuo  per  altro,  che  alcuni  hanno  pensato  che  la  sambuca  fosse 
strumento  da  corde,  derivandola  da  sambyce  voce  greca 


* De  Deor.  Origin.,  lib.  3. 
s Ninfa  Tiberina,  stali.  13. 

3 Parodilo,  cant.  20,  vera.  22. 


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171 


OSSERVAZIONI 


presso  Porfirio  : nel  quale  sentimento  concorrono  Celio  Ro- 
digino 1 cd  il  Calmet.'  Il  Quadrio  però  avverte  che  si  debbe 
esser  letto  negli  antichi  scrittori  non  di  raro  per  errore  sam- 
byce  in  vece  di  iatnbice.  E la  iamhice  era  realmente  un  istru- 
mento  da  corda,  come  da  Polluce  allegato  da  Giovanni  Ra- 
visio  si  apprende  : Julius  Pulliix  multa  instrumenla  ad  liane 
artem  Jacientia  enumerat.  Inter  ea  qua:  pulsantur , inquit, 
sunt  Lyra,  Cythara,  Darbiton,  Psalterium,  Phoenix,  Spa- 
dix,  Lyrophcenicium,  Clepsyambus,  Pariambus,  Jambice, 
Scindapsus , Epigoneum,  Ilypospadius ,3  Supposto  dunque  per 
indubitabile  che  la  sambuca  fosse  strumento  da  fiato  (che 
per  tale  anche  l’ Ariosto  la  ebbe,  come  veder  si  può  nel 
canto  17  del  Furioso  ove  parla  dell’Orco),  e veduto  come 
da  sambuca  venga  sampogna,  e indicata:  la  differenza  che 
passa  tra  questa  e la  fistola  ; conviene  tener  per  fermo  che 
fistola  e zampogna  non  è lo  stesso,  e che  non  si  può  una 
voce  per  1'  altra  adoperare  : laonde  con  multo  accorgimento 
il  padre  Filippo  Bonanni  le  distinse  nel  suo  Gabinetto  Ar- 
monico, parlando  della  fistola  al  num.  XXII  o della  zam- 
pogna al  num.  XXVII.  Ora  il  vero  testo  del  Poliziano  esser 
non  può  quello  che  si  è stampato  finora,  giacché  malamente 
vi  si  confondono  questi  due  istrumenti  : ma  sarà  bensì  quello 
che  noi  abbiamo  scoperto,  poiché,  sempre  la  fistola  accen- 
nandosi, non  s’ incorre  in  alcuna  disconvenienza  che  possa 
far  torto  alla  erudizione  dell’  autore. 


OSSERVAZIONE  V. 

Del  coro  delle  Dkiadi. 

[Pag.  U3,  v.  150-183.] 

Il  coro  delle  Driadi  da  Virgilio  accennato  egli  (il 
Poliziano)  eseguillo,  ma  con  arte  mirabile  ; compiacendosi 
d’imitare  in  esso  i canti  a ballo  de’ Greci.  Scrive  Galeno  che 
questi,  quolies  cantando  aram  a dextra  circuibant,  strophen 
v ocabant  ; cum  vero  redibant  a sinistra,  antistrophen:  de- 
mum,  cum  in  cospectu  dei  consistermi  et  cantici  reliquum 
peragerent,  id  epodon  dicebantS  Perchè  poi  il  ballo  tanto  a 


1 Lecitoli.  Anliq.,  lib.  9,  cap.  4. 

- Diclion.  Bibite.,  urtic.  .1  tunica. 

3 Officina , par.  2,  png.  38. 

4 Galciius,  de  Uiu  Parlinm,  lib.  ull. 


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DEL  PADRE  IRK.NEO  AFFO. 


175 

sinistra  quanto  a destra  era  di  ugual  tempo,  e la  posata 
d' un  altro;  così  la  strofe  e l' antistrofe  nel  canto  si  tesse- 
vano d’  un  egual  numero  di  versi  disposti  coll’  ordine  stesso, 
e nell’  epodo  tenevasi  un’  altra  legge  diversa.  Il  Poliziano  iu- 
tcndentissimo  delle  regole  poetiche  volle  comporre  questo 
coro  di  varie  comprensioni,  ognuna  delle  quali  avesse  strofe 
antistrofe  ed  epodo;  con  questo  però,  che  la  strofa  fosse  sem- 
pre la  stessa  e servisse  ad  un  tempo  d’ intercalare  e di  ripre- 
sa. Adunque  il  presente  coro  sul  teatro  dovette  essere  can- 
tato e ballato  insieme  ; giacché,  come  osserva  Dempstero,  di- 
cebatur  cliorus  multìtudo  canentium  et  saltantium  curri  tibi- 
cine.'  Ma,  se  il  coro  era  composto  da  una  moltitudine  di  at- 
tori, si  potrebbe  ricercare  da  quante  Driadi  potesse  questo 
essere  rappresentato.  Potrà  soddisfarci  di  questo  dubbio  lo 
stesso  Poliziano,  il  quale  altrove  lasciò  scritto  : Eranl  autem 
tragicÌ8  cornicia  satyriciaqne  poetis  communio,  queedam  : narri 
quadratum  habebant  chorum....  Chorus  item  tam  satyras 
quam  tragcedire  sexdecim  personis  constabat  ; cum  essent  in 
comcedia  quatuor  et  rigiriti .*  Sicché  converrà  credere  che  da 
sedici  Driadi  dovesse  questo  coro  cantarsi.  Oltre  a tutto  que- 
sto si  potrà  chiedere  se  tutte  cantassero  le  Driadi  del  coro 
alla  rinfusa  o con  qualche  ordine.  A questo  si  dice  che  non 
poteva  il  Poliziano  ignorare  la  legge  prescritta  da  Aristote- 
le, che  un  solo  attore  debba  sostenere  la  parte  principale  del 
coro  : Cliori  summam  p enea  unum  dumtaxat  ex  histrionibus 
esse  oportet 3 Una  sola  Driade  cantar  doveva  c la  turba 
tutta  poi  ripetere  nella  posata  l’ intercalare  : la  qual  legge 
tenuta  si  scorge  anche  nell'  ultimo  coro  delle  Menadi.  Per 
intender  meglio  ancora  come  si  distribuissero  talvolta  i cori 
dagli  antichi,  osserveremo  una  lettera  di  Filippo  Pigafetta, 
il  quale,  narrando  come  1’  anno  1585  si  recitò  nel  teatro  Olim- 
pico di  Vicenza  1’  Edipo  Tiranno  di  Sofocle  tratto  dal  greco 
da  Orsatto  Giustiniano,  dice  che  il  coro  era  formato  di 
quindici  persone,  sette  per  parte,  ed  il  capo  loro  nel  mezzo  ; 
il  qual  coro  in  piacerai  parlare  ed  armonia  adempì  V uffi- 
zio suo.'  Intanto  poi  volle  il  Poliziano  comporre  questo  coro 
di  Driadi,  in  quanto  che,  siccome  ben  dice  il  Quadrio,  i cori 
dovevano  sempre  esser  da  coloro  rappresentati  che  vcrisirnil- 
mente  erano  stali  presenti  e interessati  o verisimilmente  do- 
vevano o potevano  esser  presenti  e interessati  nell'  azione 


1 A ntiqnU.  Roman.,  lib.  5,  cnp.  9,  pag.  4<S3. 

! Pratici,  in  Persium,  pag.  513,  edit.  Episcopii. 
3 Potlie.,  cnp.  1 8. 

* Raccolta  Milanese  del  1V5G,  foglio  35. 


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176 


OSSERVAZIONI 


esposta  sulla  scena  : 1 nel  che  si  mostrò  assai  più  giudizioso 
di  Seneca  o di  qualunque  altro  si  fosse  l’ autor  di  quelle 
tragedie  clic  vanno  attorno  sotto  il  nome  di  Seneca  ; poiché 
in  esse  tal  legge  troppo  trascurata  si  scorge. 


OSSERVAZIONE  VI. 

Della  Ode  latina  che  leggevasi  nelle  stampe  del- 
l’  Orfeo,  di  Baccio  Ugolini,  e de’  versi  latini  in- 
tramessi ai  toscani. 

[Pag.  145,  v.  197-200.] 

L’ ode  che  in  vece  di  questo  tetrastico  si  leggo  nell’  edi- 
zion  di  Cornino  e nell’ altre  stampe  è la  seguente: 

0 fitto > languiti  modulala  lusu » ec.  > 

Nell’  opere  latine  del  Poliziano  stampate  per  Aldo  per 
l’Episcopio  pel  Gridio  e per  altri  quest’ oda  tiene  l’ultimo 
luogo  tra  gli  epigrammi  dell’  autore  con  questo  semplice  ti- 
tolo: In  laudem  Cardinalis  Mantuani:  nè  si  può  mettere  in 
dubbio  che  scritta  non  fosse  in  lode  del  Cardinal  France- 
sco Gonzaga,  a cui  richiesta  fu  anche  composto  1'  Orfeo. 
Ma  nell’  Orfeo  stampato  dal  Benedetti  e poscia  nelle  altre 
edizioni  fino  all’  ultima  cominiana  le  si  fanno  precedere  que- 
ste parole:  Orpheo,  cantando  sopra  il  monte  in  su  la  hjra  e’  se- 
guenti versi  latini,  li  quali  a proposito  di  messer  Baccio  Ugo- 
lino actore  de  dieta  persona  d’  Orpheo  sono  in  honore  del 
Cardinale  mantuano , fu  interrotto  da  uno  pastore  nuntia- 
torc  della  morte  de  Euridice.  Correggasi  primieramente  la 
stampa  cominiana,  ove  Braccio  in  vece  di  Baccio  mala- 
mente si  legge  ; e poi  si  osservi  come  abbiasi  quivi  per  certo 
che  1’  Ugolini  in  Mantova  si  ritrovasse  quando  fu  rappresen- 
tato la  prima  volta  1’  Orfeo  ; e di  più,  eh’  egli  fosse  il  prin- 
cipale attore  nella  tragedia  : la  qual  cosa  non  è certamente 
improbabile,  anzi  può  fiancheggiarsi  per  1’  apparenza  di  assai 
buona  ragione.  In  fatti  noi  abbiamo  per  certo  che  fosse  già 
famigliare  del  mentovato  cardinale,  come  raccogliesi  da  una 
lettera  di  Lodovico  Gonzaga  Eletto  mantovano,  da  noi  altre 
volte  citato,  la  quale  è data  a Ruffino  di  Gabbioneta,  suo 


t Voi.  3,  lib.  I,  pag.  35G. 

* Vedila  nella  prima  lezione  dell’  Orfeo  a png.  102  di  questa  edizione 
(fili  Edd.) 


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DEL  I’ADRE  IRENEO  AFFÒ. 


177 


agente  in  Roma,  il  giorno  10  di  gennaio  del  1485.  Eccone 
le  parole:  Quando  lo  Baccio  nostro  Ugolino,  al  quale,  per  le 
virtute  e meriti  suoi,  e per  essere  stalo  aff ectionatissimo  ser- 
vitore della  ho  : me  : del  reverendissimo  Cardinale  nostro  ob- 
servandissimo  fratello  e padre,  e de  tutta  la  casa,  com'  egli 
è etiam  de  presenti,  portiamo  singnlar  amore,  voglia  stare 
in  quella  casa  nostra,  et  bavere  una  camera  honorevolc  et  opta 
a se  per  allogiamento  suo;  senza  rcnitentia  e dilationc  veruna 
as8ignalegliene  una,  e fateli  buona  compagnia,  perchè  cosi  è 
totale  intentione  nostra.  Non  ripugna  dunque  che  nel  1472 
esser  potesse  in  Mantova  in  compagnia  del  Cardinal  Gonzaga. 
Da  ciò  si  convalida  il  parer  del  Menckenio  1 che  disapprova 
l’ opinione  del  Clausio,  dove  pretende  che  l’ Ugolino  fosse  disce- 
polo del  Poliziano:*  poiché,  se  il  Poliziano  in  età  d’anni  diciotto 
trovossi  in  compagnia  dell’  Ugolino  dietro  al  Cardinal  di  Man- 
tova, almeno  almeno  dovevano  essere  ambidue  della  stessa  età; 
e quantunque  più  giovine  1’  Ugolino  suppor  si  voglia,  non  era 
però  il  Poliziano  in  istato  di  essere  precettore  d’  altrui,  non  per 
mancanza  di  sapere,  ma  per  difetto  d’  età  e d’  autorità.  Questi 
veramente  chiamossi  Bartolommco,  ma  poi  fu  detto  Baccio 
all’uso  fiorentino,  giacché  di  Firenze  nato  egli  era:  e di  tal 
cosa  abbiam  testimonio  nelle  lettere  del  mentovato  Eletto 
mantovano,  ove  ora  all'  un  modo  ora  all’  altro  suol  nominarsi. 
Vari  elogi  di  lui  veder  si  possono  tra  le  epistole  di  Marsilio 
Ficino,  di  Giovanni  Pico  mirandolano,  e del  Poliziano  nostro, 
specialmente  in  una  che  scrive  a Francesco  Pucci,  ove 
tra’  molti  suoi  pregi  quello  si  annovera  d’ essere  stato  eccel- 
lentissimo improvvisatore. 5 Fu  molto  caro  al  Magnifico  Lo- 
renzo de’  Medici,  che  se  ne  servì  poi  in  varie  ambascerie  ed 
onorevoli  uffizi:  e di  lui  alcune  rime  si  trovano  in  qualche 
antica  raccolta  e ne’  manoscritti  ; avendosene  saggio  ancora 
in  quello  del  signor  dottor  Buonafede  Vitali,  nome  a me  ol- 
tremodo carissimo.  Stando  però  al  proposito  dell’  oda,  io  non 
dubito  che  scritta  non  fosse  nell’  occasione  in  cui  fu  scritto 
T Orfeo , nè  dubito  che  non  fosse  recitata  in  un  pieno  con- 
sesso davanti  al  cardinale  o da  Baccio  o da  chiunque  altro: 
ma  nego  bene  che  fosse  fatta  pronunziar  dalla  persona  di 
Orfeo  in  su  la  scena  nel  mezzo  della  tragedia.  Io  non  mi 
scorderò  mai  ciò  che  ho  letto  in  Aristofane  comico  greco  : 

Oporlet  padani  virum  ad  fabula» 

Qua»  oporlet  facere  et  reprtesenlare,  ad  ha»  more»  /iutiere.  * 


4 Sect.  I,  S »,  nota  (P),  P«g-  80. 

* Ditiert.  de  Angelo  Politiano,  cap.  9,  pag.  22. 

* Politiani  Spisi.,  lib.  6,  pag.  (mihi)  171. 

4 Cerco  h a , pug.  (mihi)  476. 

l‘OLUU.10.  ' 12 


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178 


OSSERVAZIONI 


11  costume,  parte  della  drammatica  non  mai  abbastanza  rac- 
comandata, è troppo  necessario.  Intendiam  per  costume,  cho 
gli  attori  su  le  scene  debbono  pensare  parlare  operare  come 
avrebbero  pensato  parlato  ed  operato  a que’  giorni  ne’  quali 
vivevano.  Se  un  attore  antico  si  fa  pensare  parlare  ed  ope- 
rare alla  moderna,  tutto  è sconvolto  il  buon  ordine  e il  veri- 
simile  : e facilmente  s’  adira  1'  animo  ben  formato  dello  spet- 
tatore, se  vegga  Achille,  in  vece  di  gran  targa  e di  lancia, 
armato  di  pistola  e di  moschetto.  Del  pari  è troppo  disaggra- 
devole che  un  uomo  vissuto  da  molti  secoli  addietro  veggasi 
venir  a parole  con  uno  de’  tempi  nostri  ; poiché  allora  com- 
mettesi  quell’  intollerabile  anacronismo  che  è sconvolgitor  non 
tanto  del  costume  quanto  d’  ogni  altra  buona  legge  di  poetica 
di  critica  e di  qualunque  cosa  si  voglia,  e che  troppo  meri- 
tevolmente vien  condannato  da  un  moderno  Francese.1  Molto 
più  ciò  è degno  di  biasimo,  se  quell’  attore  s’ induca  a favellar 
di  cose  delle  quali  nè  potè  nè  dovette  aver  idea  veruna.  Ora 
siamo  nel  caso.  Se  voglia  supporsi  che  l’ oda  riferita  fosse 
posta  in  bocca  d’  Orfeo,  eccoci  un  antico  il  quale  favella  ad 
un  moderno  qual  era  il  Cardinal  Francesco  : ecco  un  uomo 
che  parla  di  cose  che  al  suo  tempo  non  erano  aneora,  poiché 
dice  di  Virgilio  e indica  il  nome  di  Mecenate  e discorre  della 
famiglia  Gonzaga,  cose  tutte  recenti  al  paragone  de’  tempi 
d’ Orfeo  : ecco  finalmente  eh’  egli  accenna  il  cappel  rosso 
de’  cardinali,  che  non  fu  dato  loro  se  non  se  da  Paolo  II 
sommo  pontefice  morto  un  anno  prima  che  questa  tragedia 
composta  fosse  : 1 ecco  che  fa  menzìon  del  triregno  cui  augura 
al  Gonzaga  : cose  tutte  delle  quali  per  niun  conto  può  sup- 
porsi che  Orfeo  avesse  la  menoma  idea.  Quindi,  se  creder  si 
voglia  che  Orfeo  su  la  scena  condotto  recitasse  quest’  oda, 
non  possiamo  non  tacciare  il  Poliziano  d' inavveduto  e di  poco 
giudizioso,  e lo  dovremmo  confondere  colla  feccia  de’  più  ab- 
bietti componitori  di  favole  e di  rappresentazioni  : tra’  quali 

10  avrò  sempre  in  memoria  un  tale  Agostiniano,  di  cui  non 
mi  ricordo  il  nome,  essendomi  stato  gentilmente  rubato  quel 
libro  •,  il  qual  compose  in  ottava  rima  una  Passione  di  Cristo 
teatrale,  ove  indusse  Gesù  benedetto  a far  testamento,  il  qual 
si  legge  rogato  da  san  Giovanni  Evangelista,  con  dentro 
sparsivi  alcuni  testi  latini  ai  quali  ci  si  riporta,  ed  uno  spe- 
cialmente tolto  dal  Simbolo  di  santo  Atanasio.  Ma  no,  cho 

11  Poliziano  non  merita  d’  andar  a fascio  con  simil  razza  di 
poetastri  : e tanto  meno  lo  merita,  quanto  da’  nostri  due  co- 
dici viene  purgato  del  tutto  dalla  taccia  in  cui  debb’  essere 


1 Veggasi  la  Tclemacomania,  o sin  Critica  ul  Telemaco. 
s Platina,  in  Vita  I'nuli  II. 


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stato  finora  presso  degl’  intendenti  che  avranno  creduto  1’  Or- 
feo scritto  dal  Poliziano  come  si  è letto  finora.  Indusse  egli 
adunque  Orfeo  su  la  scena  in  atto  di  cominciare  un  inno  ad 
Ercole,  cosa  corrispondentissima  al  costumo  di  quell’  antico 
Trace  : il  qual  inno,  se  gli  fosse  stato  lasciato  finire,  sarebbe 
forse  stato  brevissimo,  non  dovendo  ignorare  il  Poliziano  ciò 
che  aveva  scritto  Pausania  degl'  inni  di  Orfeo  •,  giacché  Pau- 
sania,  come  ci  assicura  il-  Patrizi,  scrive  essere  stato  picciolo 
negl'  inni  suoi  e di  somma  brevità.'  Ma  e come,  dirà  taluno, 
fu  in  vece  di  questo  tetrastico  inserita  nell’  Orfeo  quell’ oda? 
Io  già  ne  ho  indicato  il  modo  nella  prefazione.  Questa  trage- 
dia fu  malamente  raccolta  a memoria  ed  accozzata  coi  fram- 
menti delle  distribuite  parti  o col  sussidio  di  qualcheduno 
che  vi  aveva  agito  in  rappresentarla.  Non  avendosi  tutto  a 
mente,  e restando  assai  cose  obbliate,  e tra  le  altre  il  pre- 
sente tetrastico  ; fu  creduta  bellissima  cosa  porre  in  bocca 
ad  Orfeo  1’  oda  riferita,  come  cosa  nata  in  quelle  medesime 
circostanze  in  cui  apparve  1’  Orfeo  : e fu  più  facile  il  riporvi 
questa,  come  cosa  più  nota  e di  cui  l’ autore  non  doveva 
essere  stato  tanto  geloso,  come  dell’  Orfeo  si  dimostrò.  Che 
se  non  piaccia  questo  sistema,  eccone  in  pronto  un  altro 
forse  più  plausibile.  Quell’  esemplare  che  die  norma  a tutte 
le  stampe  fatte  finora  era  stato  probabilmente  lacerato  in 
una  carta  che  tutta  mancava,  e nella  quale  tutta  la  passata 
azion  delle  Driadi  ed  il  tetrastico  dovessi  contenere.  I se- 
condi copiatori,  trovandovi  questa  laguna  nò  indovinar  sa- 
pendo ciò  che  esser  vi  dovesse  e ricordandosi  unicamente 
che  in  questo  luogo  cader  doveano  certi  versi  latini  cantati 
da  Orfeo,  cacciaronvi  l’oda,  come  quella  che  poteva  benis- 
simo. contenere  lo  spazio  d’  un’  intera  carta  ; e così  credettero 
d’  aver  supplito  al  difetto  dell’  esemplare.  Parmi  ora  dovere 
1’  accennar  qualche  cosa  intorno  a questo  miscuglio  di  latino 
e di  volgare.  Ad  alcuui,  i quali  con  occhio  più  indifferente 
del  mio  l’ osserveranno,  parrà  impropria  la  mistura  che  qui 
si  vede.  Io  non  darò  loro  il  torto  onninamente  ; ma  gli  esorto 
a riflettere  un  pochetto  a quel  secolo  non  ancora  dirozzato 
affatto  in  certe  cose  : sebbene,  riflettendo  io  alquanto  su  di 
questo,  trovo  onde  potere  il  nostro  autor  iscusare.  Io  mi 
figuro  eh’  ei  pensasse  così.  Quando  Orfeo  agisce  in  tutto  il 
dramma,  parla  non  meno  di  quello  che  parlino  gli  altri  ; e il 
parlar  suo,  benché  messo  dal  tragico  in  versi,  si  dee  però 
suppor  famigliare.  Qui  facendo  mestieri  guidar  Orfeo  su  la 
scena  agitato  dall'  estro  e in  aria  di  poeta  che  va  attualmente 
cantando,  bisogna  farlo  parlar  in  modo  che  si  conosca  esser 


1 Patrizi,  Poetica j Deca  hloriulè,  lib.  I,  pag.  l'J. 


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180 


OSSERVAZIO.M 


egli  veramente  sorpreso  dalla  sua  poetica  smania  : lo  che  non 
si  potrà  far  meglio  che  facendolo  verseggiare  latinamente. 
Di  tal  maniera  cred’  io  che  pensasse  il  Poliziano  quando 
scrisse  questa  poesia.  Anche  Dante  aveva  operato  così,  fa- 
cendo intuonar  un  canto  ad  uno  spirito  celeste,  al  principio 
del  canto  7 del  Paradiso,  in  lingua  latina  ; 

Osanna,  sanctus  Deus  sabaétli, 

Superillustrans  ciarliate  tua 
Felices  ignes  liorum  malaótli. 

Cosi  volgendosi  a la  nota  sua 

Fu  viso  a me  cantare  essa  sustanz* 

Sopra  la  qual  doppio  lume  s’  uddua. 

Matteo  Visconte  da  San  Canziano  ebbe  in  venerazione  questo 
miscuglio  di  latino  e volgare  fatto  dal  Poliziano,  e lo  addusse 
a propria  giustificazione,  perchè  innanzi  alla  Storia  Veneta 
d’ Antonio  Sabellico  da  lui  riportata  in  volgare,  scrivendo  a 
Oldrado  Lampuguano,  disse  : Ho  visto  molte  cose  latine  e 
vulqare  insieme  mixte,  e scrivendo  eziandio  a Niccolò  Gambo 
così  si  espresse  : Bidebis  f orsan,  Gambe  diserte,  quod  lati- 
num  miscuerim  vulgaribus  : sed  contine  risum,  amicorum 
lepidissime.  Legas  PoUtiani  ornatissima  dictata,  qnce  utro- 
que  stylo  mixta  reperies.  An  non  licet  mihi  facere  quod  illef 
Questa  traduzione  fu  certamente  veduta  in  sogno  dall’  Arge- 
lati  ; poiché  nella  sua  Biblioteca  de'  Volgarizzatori  scrisse 
aver  detto  il  traduttore  che  s’  era  inteso  d’ imitar  il  Poliziano 
nel  trasportar  le  opere  altrui  di  latino  in  volgare  ; cosa  nè 
da  lui  detta  nè  mai  fatta  dal  Poliziano. 


OSSERVAZIONE  VII. 

Della  duplicità  di  scena  nell’atto  IV. 

[Pag.  148.] 

Le  parole  che  sono  nel  testo  reggiano  e che  dicono, 
Etenim  duplici  actn  hcec  scena  utitur,  mi  paiono  alquanto 
stravaganti  ; e credule  errate  dall’  amanuense.  Tengo  che 
debba  leggersi,  Etenim  duplici  actus  hic  scena  utitur  ; vale 
a dire,  che  in  quest’  atto  fossero  rappresentate  allo  spettatore 
due  apparenze  di  scena  nello  stesso  tempo,  una  diversa  dal- 
1’  altra.  Non  aveva  già  l’ antico  teatro  un  solo  viale  in  cui 
sempre  si  vedessero  gli  attori  *e  in  cui  a forza  di  versatili 


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DEL  PADRE  IRENEO  AFFO. 


18f 

ordigni  potesse  farsi  disparire  la  scena  per  indurcene  un’al- 
tra, siccome  accade  nel  teatro  moderno.  Allora  lo  spettatore, 
in  qualunque  punto  si  fosse  messo,  aveva  il  piacere  di  vedersi 
aperti  allo  sguardo  tre  viali  •,  uuo  de’  quali  rappresentava,  a 
cagion  d’  esempio,  una  strada,  l’ altro  una  reggia,  1’  altro  una 
prigione.  Così  ce  li  dipinge  Lorenzo  Beyerlinck  : Dextra 
scena  parte  peregrini  et  hospites  egrediebantur  ; in  sinistra 
career  erat  ; medium  locum  regia  obtinebat ■ Media  parti 
duce  praterea  porta  adiuncta  erant  ; 1 e ciò  per  passar 
comodamente,  occorrendo,  da  un  luogo  all’  altro.  Anche 
Dempstero s così  descrive  l’ antico  teatro  : e i disegni  di  esso, 
che  abbiamo  in  Vitruvio  illustrato  da  Daniel  Barbaro  e ri- 
portati dal  Quadrio  e dal  Bianchì,  non  ci  lasciano  in  dubbio 
di  questa  verità.  Quindi  è che,  commemorando  Plinio,"  e con 
lui  Alessandro  degli  Alessandri,*  quel  teatro  che  Scauro  in 
adilitate  fecerat  triplici  scena,  intendiamo  subito  come  fosse 
costrutto.  Il  celebre  Palladio  volle  con  eguale  architettura 
innalzare  il  celebre  Teatro  Olimpico  di  Vicenza,  di  cui  veg- 
giamo  il  disegno  presso  il  Riccoboni  che  in  tal  guisa  ne 
parla  : Les  sfavane  ne  peuvent  pas  comprendre  comment 
dans  plusieurs  endroits  aes  comcdies  de  Plaute  des  acteurs 
se  trouvent  sur  la  scène  tous  les  deux  aree  empressement 
et  qti’il  disent  plusieurs  répliques  l’un  et  l’autre  sans  se  coir. 
Le  Thèàtre  Olympique  nous  met  au  fait  de  tout  cela*  Uno 
di  questi  luoghi  di  Plauto  ò certo  1’  atto  quinto  dell’ Asinaria, 
ove  Argirippo  Demeneto  e Filenia  si  veggono  far  tempone 
entro  una  casa,  c dall’altra  parto  si  scorge  Panfago  con 
Artemona  moglie  di  Demeneto  su  la  strada  venir  all’uscio 
della  casa  ed  osservar  ciò  che  dentro  si  faccia  ; reggendosi 
dall’  uditorio  in  un  tempo  stesso  operare  tanto  gli  uni  quanto 
gli  altri  \ inaino  a tanto  che  Artemona  soffrir  non  potendo  più 
le  dissolutezze  del  vecchio  marito  spingesi  dentro  la  casa, 
e sfoga  con  detti  amari  la  collera  sua.  Ciò  premesso,  io 
dico  che  il  teatro  ove  fu  recitato  1’  Orfeo  in  Mantova  do- 
vette essere  costrutto  in  modo,  che  giusta  i prescritti  esempi 
aprisse  in  questo  luogo  agli  uditori  due  rappresentazioni  di 
scena,  una  delle  quali  rappresentasse  la  via  che  faceva  Orfeo 
accostandosi  all’  inferno,  1’  altra  mostrasse  1’  inferno  stesso 
in  cui  si  veggono  agire  Pluto  e Proserpina  rapiti  dal  nuovo 
canto  che  vien  di  fuori.  E qui  bisogna  notare  che,  piacendo- 


1 Theal.  vita  Ai*»».,  tom.  7,  tit.  Tragedia,  pag.  191. 
* Antiquii.  Roman.,  lib.  5,  cap.  10,  pag.  461. 
s Lib.  36,  cap.  15. 

1 Din  Geniale »,  lib.  4,  cap.  25,  pag.  650: 

5 Hill,  du  Tliédl.  hai.,  Catalog.  iles  Trag.  pag.  175. 


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18-2 


OSSERVAZIONI 


assaissimo  in  quel  secolo  le  maravigliose  rappresentazioni  e 
le  macchine  sorprendenti,  delle  quali  abbiamo  descrizioni 
assai  vive  in  molti  scrittori  d’  allora,  si  dee  supporre  clic  nella 
scena  rappresentante  1*  inferno  vi  fossero  in  bell’  ordin  disposti 
ne’  loro  tormenti  e Sisifo  e Tantalo  e Tizio  ed  Iasione  c le 
Belidi,  che  poi  al  cominciar  del  canto  di  Orfeo  veggonsi  ar- 
restare da’  loro  martini,  siccome  pur  si  vede  che  la  porta 
d’ Averno  spalancasi  spontaneamente,  giusta  ciò  che  indicato 
viene  per  la  prima  parlata  di  Fiuto.  Lo  scorgere  come  Euri- 
dice venga  messa  fuori  del  regno  tartareo  e coinè  poi  di 
nuovo  sia  ad  Orfeo  rapita  per  non  aver  serbata  la  legge 
data,  sempre  più  mi  conferma  che  due  rappresentanze  di 
scena  in  quest’  atto  allettassero  la  vista  degli  spettatori.  Per- 
tanto le  indicate  parole  latine  sono  state  per  certo  malamente 
scritte  nel  codice  ; e legger  si  debbono  : Étenim  duplici  actus 
hic  scena  utitur. 

OSSERVAZIONE  Vili. 

Del  polimetro  usato  dal  Poeta  in  questa  Tragedia. 

[Pag.  148  e scg.,  v.  257-268.] 

I nostri  codici  ci  danno  questa  parlata,  come  anche  l’al- 
tra di  Proserpina,  in  foggia  di  madrigale  ; laddove  le  stampe 
ce  la  somministrano  in  ottava.  Potè'  benissimo  il  Poliziano 
in  questi  due  passi  cangiar  metro,  perchè  vi  avesse  luogo  un 
tuono  di  musica  più  patetico  e corrispondente  alla  qualità 
di  chi  parla.  Io  so  che  il  chiarissimo  signor  abate  Serassi 
non  approvò  troppo  il  consiglio  del  Poliziano,  scritto  avendo 
egli  nelle  Annotazioni  alle  Rime  di  Baldassar  Castiglione  : 
Nel  Poliziano  si  leggono  terze  rime,  canzonette,  ballate,  e 
per  sino  un’  ode  latina  ; che  se  non  fossero  così  belle  natu- 
rali e gentili  come  elle  sono,  certo  non  potrebbe  piacere 
tanta  varietà  di  metro  in  un  solo  componimento Ma  negar 
non  potendosi  che  questa  tragedia  non  fosse  alla  musica  ac- 
comodata, egli  è ben  chiaro  che  niuna  diversità  di  tuoni  si 
sarebbe  potuto  agevolmente  porre  in  uso,  se  tutta  fosse  stata 
legata  o in  ottava  rima  ; massime  allora  quando  la  musica 
era  semplice  ancora,  nè  avevano  pur  anche  i mastri  di  cap- 
pella imparato  a far  gorgheggiare  un  quarto  d’  ora  sopra  una 
sillaba  sola  ed  a guastar  i versi  de’  poeti  dimezzandoli  tras- 

1 Poct.  di  Daldatt.  Cailigl.,  pag.  58. 


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DEL  PADRE  IRENEO  AFFÒ. 


183 


portandoli  e ripetendoli  al  rovescio,  per  farli  servire  alle 
loro  capricciose  cantilene.  Tutti  i versi  e tutti  i metri  hanno 
la  propria  loro  armonia,  richieggono  il  loro  determinato  tem- 
po e fora’ anche  diverso  tuono.  Ma  questa  verità,  che  al  dì 
d’  oggi  non  si  vuol  da’  musici  intendere,  ben  si  capiva  in  al- 
lora, quando  1’  arte  prendeva  sua  norma  dalla  natura.  Allora 
il  musico  serviva  al  poeta  e secondava  col  canto  le  armo- 
niche note  del  linguaggio  poetico.  Al  Poliziano  adunque 
componitor  dell’  Orfeo  spettava  il  ritrovar  metro  vario,  ac- 
ciocché varia  e più  dilettevole  riuscisse  la  musica  ; e tanto 
egli  fece  lodevolissimamente  al  parer  mio.  lo  non  so  poi  per 
qua!  legge  abbiasi  a voler  un  dramma  tutto  d’ un  metro, 
quando  non  mancano  esempi  in  Euripide  in  Aristofane  ed  in 
altri,  che  approvano  chiaramente  la  pratica  della  sempre 
piacevole  varietà.  A'  nostri  giorni  lo  sciolto  ha  deciso  abba- 
stanza sul  modo  di  scriver  tragedie  ; ma,  quando  il  Poliziano 
viveva,  non  si  era  pensato  ancora  a questo  saggio  ripiego  : 
ond’  egli  dovevasi  attenere  a quanto  poteva  essere  giudicato 
migliore  nelle  circostanze  de'  suoi  tempi,  e specialmente  in 
occasione  di  tessere  un  dramma  applicabile  alla  musica. 


OSSERVAZIONE  ix!  . 

Della  intitolazione  dell’  Atto  V (Baccanale), 

Ll’ag.  lóó.] 


Il  Baruffaldi,  soggetto  notissimo  alla  repubblica  letteraria, 
non  ebbe  notizia  alcuna  del  titolo  che  il  Poliziano  mise  in 
fronte  a questa  ultima  porzione  dell’  Orfeo  : ciò  non  ostante, 
discostsndosi  alquanto  dal  Crescimbeni  che  1’  aveva  ricono- 
sciuta per  ditirambica, 1 egli  la  ripose  tra  le  bacchiche  o vo- 
gliam  dir  baccanali.  1 Alcuni  prima  di  lui  non  avevano  ben 
distinto  la  poesia  ditirambica  dalla  baccanale,  com’  egli  fece  : 
non  essendo  però  la  legge  eh’  egli  dà  rigorosa  di  modo  che 
non  si  possano  in  certa  maniera  confondere  queste  specie  di 
poesia,  io  la  considero  tanto  per  ditirambica  quanto  per  bac- 
canale, affine  di  uniformarmi  alla  dottrina  del  Poliziano  istesso, 
che  mostrò  l’ana  e P altra  poesia  aver  per  tutt’  uno  là  ove  scris- 
se: Athenienses  feslis  Liberi  patrie,  quee  Dionysia  illi,  nostri 


1 Comentari,  voi.  I,  lib.  cap.  Il  c tà. 
1 ProginnatiHO  avanti  a’  suoi  liaccanati. 


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184 


osseiiv  azioni 


Baccanalia  ae.u  Liberalia  vocitarunt,  ec. 1 Dico  che  qui  il 
Poliziano  tiene  che  ditirambo  e baccanale  sia  lo  stesso*,  giac- 
ché le  feste,  o sia  le  poesie  intorno  le  lodi  di  Bacco,  che  da 
Platone  furono  appellate  ditirambi,  ì egli  dice  che  da’  nostri 
si  chiamarono  baccanali.  Avendo  poscia  intitolato  baccanale 
quest’atto  ove  rappresentati  vengono  gli  stravizzi  delle  Me- 
nadi in  onore  di  Bacco,  apparisce  maggiormente  che  non  si 
diè  pena  di  mettere  distinzione  fra  ditirambo  e baccanale  ; 
giacché  il  titolo  di  baccanale  usato  da  lui  a caratterizzare 
le  saltazioni  e i canti  delle  Menadi  adoperollo  ancora  ad 
accennare  ciò  che  da  Platone  fu  distinto  col  titolo  di  di- 
tirambo. Ripetiamo  ora  l’ intero  senso  dell’  interrotte  parole 
già  allegate  dal  Poliziano,  e veggiamo  ciò  ch’egli  ne  insegni: 
Athenienses  festis  Liberi  patria,  qum  Dionysia  illi,  nostri 
Baccanalia  aeu  Liberalia  vocitarunt,  cum  poesia  alia  ge- 
nera, tum  in  primis  velerea  comccdias  in  queis  vitia  homi- 
num  sanarentur,  adhibuerunt,  quod  ltunc  prcecipue  deum 
purgandis  processe  sensibus  opinabantur.  I Greci  dunque 
nelle  feste  di  Bacco  rappresentavano,  giusta  il  nostro  au- 
tore, le  antiche  commedie,  le  quali,  come  a bella  posta  or- 
dinate ad  onor  di  quel  nume,  saranno  state  ditirambiche. 
Ma  cosi  avveniva  parimente  delle  tragedie,  le  quali,  giusta 
l’insegnamento  di  Martin  del  Rio,  erano  a’ primi  tempi  parte 
satiriche,  vale  ,a  dire  istruttive  e correggitrici  del  costume, 
parte  ditirambiche. 3 Saggiamente  però  il  Poliziano,  dopo  aver 
dato  alla  sua  tragedia  la  parte  istruttiva,  eompiacquesi  di 
compirla  colla  ditirambica,  onde  meritarsi  poi  la  gloria  d’ es- 
sere stato  il  primo  a scrivere  ditirambi  volgari.  Udiamo  ad 
onor  suo  ciò  che  ne  scrive  il  Menckenio  : Et,  ut  certius 
constet  quid  incrementi  Politianus  vernacuhe  poetices  studiis 
attulerit,  refert  Crescimbenius  in  Istor.  della  Volg.  Poes. 
lib.  1,  pag.  17  et  170,  et  in  Comentar.  intorno  l' iBtor.  della 
Volg.  Poes.  voi  1,  lib.  3,  cap.  14,  pag.  151,  omnium  pri- 
mum  a Politiano  ex  Grcecia  in  Italiam  accersitum  esse  illud 
carminis  genus,  quod  dithyrambum  vocatur,  nec  latinis  unquam 
nec  italici»  antehac  metri s accomodatum.  Dithyrambi  hanc 
constat  ralionem  esse,  ut  qucedam  in  co  omnium  metrorum  sit 
permixtio  ; in  verbis  et  actionibus  licentioe  locus  detur  ; non  co- 
hcereat,  nonadregulam  affida  sit  oratio  ; sed  quasi  dithyram- 
bico,  hoc  est  Bacchi,  affiata  concitatus  videatur  poeta.  Qum 
causa  est  cur  carminis  hoc  genus  in  Bacchi  maxime  hono- 
rem, aut  quod  rectius  cemas  de  rebus  quibusque  ludicris  et 


t Pralectio  in  Persimi). 

8 Plato,  de  Legibm,  lib.  3. 

3 Syntagma  Irayad.  latin.,  lib.  I,  cap.  3. 


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DEL  PADRE  IRENEO  AFFÒ.  185 

iocosis,  eff undi  soleat.  Hujusmodi  cantiunculas  patrio  ser- 
mone primus  condidit  Politianns,  etsi  hanc  ei  gloriam.  du- 
biam  facere  conatus  sit  Bencdictxis  Fiorettila,  solertissimws 
ille  sub  initium  scendi  XVII  italici  sermoni s emendator,  qui 
unum  ittum,  quem  libro  III  suorum  Progymnasmatum  Poe- 
ticorum  (Proginnasmi  Poetici)  sub  nomine  Udeni  Nisieli  edi- 
torum  attuili,  dithyrambum  omnium  primum  venditavit  qui 
intra  finca  • nati  sint  italicos.  Con/er  Crescimbenium  lib.  c. 
Sed,  huic  si  contigisset  esse  tam  felicem  ut  in  eorum  qua 
tot  annos  ante  ipse  cantaverat  Politianns  notitiam  venisset, 
nihil  ad  se  pertinere  inventionis  huius  laudem  intellexisset 
facile.  Idem  dicendum  adversns  Ptolorrueum  Notzolinum,  qui 
parum  gnarus  eorum  qua:  a Politiano  sunt  composita  dithy- 
rambicce  compositionis  gloriam  primus  perperam  Francisco 
Maria  Gualterotto  tribuit  in  carmine  italico.  Il  Verme  della 
Seta,  notatus  eo  nomine  a Josepho  Bianchirlo  in  Prmfatione 
libelli  Brindisi  di  Antonio  Malatesti  e di  Pietro  Salvetti,  et 
a Dominico  Maria  Mannio  in  Commentario  de  Florentinis 
Inventis,  cap.  45,  pag.  87.  Extant  enim  huius  generis  versiculi 
in  fabula  Politiani  Orfeo  inscripta.'  Questo  primato  di  poeta 
ditirambico  o baccanalesco  vien  conceduto  al  Poliziano  anche 
dal  Baruffaldi  e da  molti  altri  moderni.  Il  Crescimbeni  però 
fu  in  questa  parte  poco  avvertito  ; poiché,  dopo  aver  assegnata 
al  Poliziano  una  tal  gloria,  gliela  tolse  poi  senza  accorger- 
sene, battezzando  per  ditirambo  un  componimento  d’ incerto, 
da  lui  riscontrato  nella  Raccolta  dell’  Atanagi,  il  qual  co- 
mincia : 

Passando  con  pensier  per  un  boschetto; 

credendolo  egli  scritto  assai  dopo  i tempi  del  Poliziano  ; nel 
che  s’ inganno.1  Questo  componimento  fu  la  prima  volta  tratto 
dai  codici  della  Vaticana  da  Basilio  Zanchi  bergamasco,  il 
quale  sommistrollo  all’  Atanagi,'  da  cui  1’  anno  1566  fu  pub- 
blicato nella  detta  Raccolta.*  Ma  ventidue  anni  dopo,  cioè 
nel  1588,  comparve  alla  luce  in  Firenze  la  Storia  della  Fa- 
miglia Ubaldini,  scritta  da  Giambatista  di  Lorenzo  Ubaldini 
ed  impressa  dal  Scrinarteli!  ; ove  si  vide  prodotta  novellamente 
quella  poesia  sotto  il  nome  di  Ugolino  di  Azzo  Ubaldini,  il 
quale  boriva  circa  il  1240  c dolcissima  lingua  nelle  rime 
adoperò.  Frattanto,  capitata  essendo  alle  mani  del  Crescim- 


1 Loc.  cit.,  sect.  1,  S nolo  (“).  pag.  254. 

5 Consentavi,  voi.  I,  lib.  3,  cap.  ti. 

9 Sbizzoleni,  Rime  Oneste,  toni.  2.  pag.  402  ; c Atanagi,  nell'  Indice. 
* Atanagi,  Il  ime  di  diversi , par.  2,  cor.  171. 


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186 


OSSERVAZIONI 


beni  la  Storia  de’  Poeti  Toscani  scritta  a inano  dal  Zilioli, 
ed  essendo  per  esso  illuminato  del  tempo  in  cui  fiorì  1’  au- 
tore del  componimento,  non  volle  più  che  si  credesse  diti- 
rambo : 1 nel  che,  a mio  parere,  erro  non  poco  ; posciachè,  se 
quella  poesia  era  veramente  ditirambica,  doveva  dirsi  tale,  o 
foss’  ella  più  antica  o più  moderna,  non  dipendendo  la  natura 
d’ un  poema  dal  tempo  in  cui  fu  dettato.  Ma,  sebbene  ancora 
il  Quadrio  quasi  di  proprio  capriccio  fra  i ditirambi  la  collo- 
casse, non  parve  però  tale  all’  Atanagi,  che  1’  appellò  sempli- 
cemente piacevolissimo  scherzo  ed  ancor  gentil  f rottoletta  ; 
nè  parve  pur  ditirambo  al  Mazzoleni  che  nella  sua  pregevo-  * 
lissima  Raccolta  delle  Bime  Oneste  tra  gl’  idilli  la  collocò.  A 
me  pare  sanissimo  e prudente  il  consiglio  di  questi,  poten- 
dosene persuadere  chiunque  detta  poesia  legger  vorrà.  Con- 
siglio però  chi  leggere  la  volesse  con  vantaggio  a confrontar 
la  lezione  dell’ Atanagi  con  quella  dell’ Ubaldini  ; o,  se  non 
ha  1’  Ubaldini,  adopri  il  Quadrio  o il  Mazzoleni  ; poiché  vi  tro- 
verà notabilissime  varietà.  Vorrei  ancora  che  il  mio  osserva- 
tore non  omettesse  di  prendere  fra  le  inani  le  poesie  di  Bal- 
dassar  Castiglione  arricchite  di  note  dall’  abate  Serassi  ; 
poiché  nella  nota  XIII  al  Tirsi  vedrà  riprodotta  questa  cosa 
medesima  come  non  più  stampata,  benché  tante  e tante  volte 
veduta  si  sia,  e sentirà  come  intitolandosi  Caccia  di  Franco 
attribuita  venga  a Franco  Sacchetti.  11  libro  è stampato  in 
Roma  dal  Pagliarini  nel  1760.  Ora,  non  essendo  questo  com- 
ponimento nè  ditirambo  nè  baccanale,  non  toglie  al  nostro 
Poliziano  il  vanto  di  primo  Bcrittor  ditirambico  in  versi  volgari. 


OSSERVAZIONE  X. 

Di  alcuni  versi  espunti  dall’  atto  V 
nell’  edizioni  cosiiniane. 

[Pag.  t55,  v.  3SG.] 

Nelle  moderne  edizioni  reggiamo  espunti  qui  li  quattro 
primi  versi  di  questa  ottava;  e dopo  la  susseguente  veggiamo 
otto  stelluzze  che  ci  avvertono  esserne  ivi  stata  un’  altra  che 
viene  ommessa.  Chiunque  argomenterà  che  queste  siano  due 
lacune  rimaste  per  non  essersi  potuto  rilevar  le  parole  del 
testo.  Ma  no  : la  modestia  ha  voluto  che  tanto  questi  quattro 
versi  quanto  l’ altra  ottava  si  tralasciassero.  Nell’  edizione 

1 Comentari,  voi.  2,  par.  2,  lib.  1,  pag.  33. 


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DEL  DARRE  IRENEO  AFFO.  187 

del  Benedetti  e in  quella  del  Bazalieri  si  leggono  cosi  : 
Da  qui  innanzi  vo' córre  i fior  novelli,  ce.1 * 
• L’  ottava  poi  interamente  lasciata  è come  segue  : 

Fanne  <li  questo  Giove  intera  ferie,  ee. 

Ognuno,  senzach’  io  più  parli,  vede  l' infame  vizio  che  qui  a 
seguir  si  propone,  per  cui  gii  piovette  alla  sozza  Pentapoli 
fuoco  distruggitore  dal  cielo.  Prima  di  tutto  viene  a ricercarsi 
se  il  Poliziano  potesse  avere  scritto  tai  versi.  Io  tengo  che 
sì,  perchè  non  riconosco  troppo  perfetto  in  linea  di  virtù  mo- 
rali il  nostro  poeta  ; nè  potò  essere  del  tutto  finta  o maligna 
la  fama  che  di  lui  pervenne  al  Giovio,  che  eel  dipinge  di 
quel  costume  reo  che  negli  accennati  versi  viene  inculcato.” 
Per  quanto  lo  difendano  dalla  taccia  d’irreligioso  il  Vossio 
il  Menckeuio  ed  il  Serassi,  parla  abbastanza  del  corrotto  suo 
cuore  quel  prologo  da  preporsi  ai  Mentitimi  di  Plauto,  che 
«•gli  indirizzò  al  Comparino  ; 3 ove  mette  in  ridicolo  que’  re- 
ligiosi i quali  zelantemente  ^riprendevano  que'  vizi  ond’  egli 
si  dilettava.  Viene  poi,  oltre  di  questo,  a ricercarsi  se  tali 
versi  scrivesse  per  dare,  come  suol  dirsi,  nel  genio  al  suo 
Mecenate  ; quasi  che  per  la  corruttela  nniversal  di  quel  secolo 
fosse  portato  il  cardinale  a que’  laidi  trastulli.  Certamente 
abbiamo  scrittori  che  lasciate  ci  hanno  memorie  poco  vantag- 
giose al  Cardinal  Gonzaga  in  materia  di  costume  : ma  io  non 
ardirò  mai  di  credere  che  un  cardinale  e vescovo  di  Mantova, 
per  vizioso  che  esser  potesse,  volesse  sopra  un  pubblico  tea- 
tro alzato  a sua  requisizione  permettere  che  si  dicessero 
cose  offensive  della  pietà  e della  modestia  : laonde,  benché  il 
Poliziano  avesse  scritto  così,  dovette  poi  ordinargliene  la 
correzione  ; la  quale  consistette  nel  cangiamento  de'  primi 
quattro  versi  e nella  soppression  dell’  ottava,  come  si  vede 
ne’  due  nostri  codici.  Non  dovette  mal  volentieri  scendere  il 
Poliziano  a tale  cangiamento,  poiché  dovette  accorgersi  che 
facendo  parlar  Orfeo  di  tal  guisa  offendeva  il  costume  di 
quell’  antico  venerabile  personaggio,  di  cui  fu  scritto  che 
avesse  colla  voce  col  canto  e col'.' esempio  ritratti  gli  uomini 
dalla  vita  brutale*,  onde  Orazio  cantò  : 

Silvestre s liomincs  tacer  interpresque  denrum 

Ceedibut  et  vieta  fitdo  deterrai t Orpheus  ; 

Dictus  oh  hoc  lenire  ligret  rabidotque  leones. 

1 Vedi  questi  versi  e i «egg.  nella  prima  lezione  dell'Or/eo  a pag.  1 OD 
della  nostra  edizione  (Gli  Edd.  fior.) 

4 Elog.  Doclor.  Virar. 

3 Politiani  Epist.,  Iih  7,  pag.  (milii)  502. 


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188 


OSSERVAZIONI 


Rimasto  però  quei  pezzo  cotn’  era  stato  composto  prima  » 
conservato  in  memoria  da  chi  è solito  correre  con  troppa 
ansietà 

ove  più  versi 

Di  sue  dolcezze  il  lusingliicr  Parnaso  ; 

fu  poi  inserito  nell’  Orfeo  qual  nacque,  non  qual  fu  corretto  r 
cosi  che,  laddove  in  tutto  il  rimanente  molte  cose  furono 
ommesse  e molte  guaste  e corrotte,  qui  con  poco  decoro  si 
volle  conservato  intatto  in  una  parte  che  fu  rigettata  dal- 
l’ autor  suo.  A giustificar  poi  la  fama  del  Poliziano,  prova 
assai  bene  il  Serassi  come  contrito  delle  sue  colpe  morisse. 
Io  farò  lo  stesso  del  cardinale,  che  morì  in  Bologna  li  21  d’  ot- 
tobre del  1483,  per  mezzo  d’  una  lettera  di  Lodovico  Eletto 
mantovano  fratei  suo  diretta  a sua  sorella  Barbara  contessa 
di  Wittemberg  sotto  il  giorno  20  di  gennaio  del  1484.  Con- 
fessose  e communicose  piu  volte  in  quella  suoa  infirmiate. 
E pur  lo  dì  medesimo  che  piacque  a Messere  Domenedio 
de  chiamare  a se  la  benedeta  ottima  suoa  la  note  seguente 
circa  le  quatro  hore,  e fu  lo  vigesimo  primo  de  octoore,  in 
Bologna,  nel  palazio  de  la  residentia  de  suoa  reverendissima 
signoria,  tuolse  fra  li  altri  sacramenti  lo  corpo  de  Cristo 
gloriosissimo  cum  tanta  devotione,  cum  tanto  zelo  et  fervore, 
et  cum  tanta  demone tratione  de  mala  contenteza  de'  peccati 
commessi,  dimandandone  tuta  via  perdonanza  a V attissimo 
Idio,  che  ugnano  chi  era  lì  presente,  erumpeva,  vedendo 
tali  signi  et  acti  di  penitentia,  in  habundantissime  lacrime. 


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RISPETTI  CONTINVATI 

DI 

MESSER  ANGELO  POLIZIANO. 


/ 


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I.  ■ 

RISPETTI  D’  AMORE.1 


0 trionfante  donna  al  mondo  sola. 
Le  tua  belleze  poi  che  ne  farai? 


' Sono  stampati  in  fine  d'un  raris- 
simo libretto  in  quarto,  di  carte  36, 
senza  nota  del  luogo  e del  tempo  del- 
l’impressione, clic  contiene  ballatene 
di  Lorenzo  de'Mcdici  del  Poliziano  di 
Demordo  Giumbullari  e di  nitri  (Vedi 
il  Discorso  in  principio  del  volume.) 
Citi  cura  questa  edizione  gli  ripro- 
duceva nel  fascicolo  VI  del  Polizinno, 
giornale  letterario  clic  pubblicarsi 
in  Firenze  nel  1859-60,  con  questa 
nota:  • Degli  scrittori  i cui  versi 
leggonsi  nel  libro,  cbi  potrebbe  ri- 
vendicar per  suoi  questi  Rispetti? 
Bernardo  Gianibullari  no  certo:  il 
quale  clic  garbo  avesse  a compor- 
re ottave  vel  dica  la  continuazione 
a!  Ciri/fo  Culvimeo  di  Luca  Pulci: 
fra  la  ruvida  asprezza  la  rottura  ine- 
legante la  trivialità  di  quelle  e i Ri- 
spetti die  abbiamo  a mano  non  A 
parentela,  cred’  io.  G ni  pure  si  pos- 
sono sospettare  del  Medici.:  clic  il 
rude  piglio  delle  ottave  di  Lorenzo, 
benctiA  nuovo  e non  volgare,  troppo 
differisce  dalla  piuuezzu  di  queste. 
Il  die  A a dire  anche  per  Luigi 
Pulci.  Si  potrebbe,  uscendo  «lugli 


autori  nominati  nella  vecchia  rac- 
colta, pensare  a Serafino  Aquilano, 
se  al  fior  castigato  dell’  eleganza  e 
al  profumo  del  toscanesimo  desser 
mai  luogo  le  scapestrataggini  e i bar- 
barismi di  quel  pur  fucile  e ricco 
improvvisatore.  Cbi  altri,  in  fine, 
polca  su  lo  scorcio  del  secolo  XV 
comporre  di  questi  versi,  so  non 
I*  ameno  scrittore  de’  Rispetti  conti- 
nuati c spicciolati?  E die  di  lui  sieno 
ci  fu  sicuri  la  intonazione  spontanea- 
mente lirica,  I’  armonia  piena  variata 
famigliare,  la  forma  elegantemente 
popolare,  popolarmente  toscana  ; cc 
ne  fanno  sicuri  le  rimembranze  c ri- 
petizioni di  concetti  frasi  imagini 
ed  cinisticliii  e versi,  clic  sono  in 
altre  rime  da  tutti  riconosciute  del 
Poliziano;  ce  ne  fa  sicuri  lu  riprodu- 
zione d’  intiera  un’  ottava  eli’  A fru 
le  altre  spesso  ristampate  del  nostro. 
Che  se  ne'  codici  toscani  dove  si  sa 
essere  rime  del  Polizinno  non  si  rin- 
vengono queste;  anche  qualche  bal- 
lata non  A ne'  codici,  che  pure  A a 
stampa.  A ogni  modo,  le  si  possou 
credere  fattura  degna  del  Poliziano 


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192 


RISPETTI  CONTENTATI. 


Vedi  che  ’l  dolze  tempo  se  ne  vola 
E per  pentirsi  non  ritorna  mai  : 

Morte  crudele  ogni  piacere  imbola  : 

Ogni  diletto  al  fin  poi  torna  in  guai. 

Pentiti  adunche,  e non  voler  al  tutto 
Perder  di  giovaneza  el  flore  e ’l  frutto.  3 

Ascolta,  donna,  un  po’  le  mia  parole, 

Chè  d’ ogni  cosa  el  savio  pensa  al  fine. 

Le  tua  belleze  fuggon  come  il  sole 
Quando  s’ asconde  nell’  onde  marine  : 

Ove  le  son  testò  rose  e viole. 

Saranno  sterpi  e secche  poi  le  spine. 

Usa,  madonna,  tua  bella  età  verde: 

Chi  ha  tempo  e tempo  aspetta,  tempo  perde.  io 
Perù  quel  brieve  tempo  che  ti  resta 
Usalo,  donna,  accortamente  e bene; 


più  queste,  che  non  le  scempiate  e 
corrottissime  stanze  aggiudicate  a 
lui  dall’illustratore  del  cod.  riccar- 
diano  2723  c stampate  ultime  dagli 
Edd.  fior,  del  1S14  e 22  (incomin- 
ciano iUolli  hanno  già  nel  lor  prin- 
cipio detto,  e finiscono  Tu  pari  il 
sole  in  mezzo  delle  stelle).  * 

V.  i . Ne’  Dispetti  che  seguono  : 
« 0 trionfante  sopra  ogni  altra  bel- 
la. » — ti.  2.  Costruzione  irregolare 
che  i grammatici  direbbero  per  ana- 
coluto. Ne  abbondano  gli  esempi  la- 
tini e nostrali.  Terenz.  lice.  HI,  -1  : 

• ....  nos  omnes,  quibus  est  alicunde 
nliqnis  obiectus  labos,  Omne  quod 
est  interea  tempus  priusquam  id 
reseitumst,  lucrosi.  • Fr.  Giordano: 

• L’  uomo  al  comineiamenlo  gli 
diede  Iddio  ....  grandissimi  doni.  > 
Amm.  Ant.  « Quelli  che  ornati  di 
grande  signoria  menan  lor  vita  in 
nltezza,  1 loro  fatti  ognuno  li  sa.  > 
— v.  3-4.  Nell'  Orfeo:  ■ Digli ....  come 
via  fugge  Con  gli  anni  insieme  sua 


bcllezn  isnella,  ....  Nè  l’età  persa 
mai  si  riunovella.  • Ne’  citali  Di- 
spelli:  « Chè  T tempo  vola,  c non  s’ ar- 
restan  1’  ore,  E la  rosa  sfiorita  non 
s’ apprezza.  » — t>.  9.  mia  qui  e 
sopra  al  v.  2 tuo,  e altrove  in  que- 
ste rime  sua,  sono  terminazioni  che 
la  plebe  fiorentina  dà  ai  plurali  di 
•aio,  tuo,  suo  ; frequenti  negli  scrit- 
tori del  secolo  XV,  e anche  in  al- 
cuni del  XYi  che  non  seguivan  gram- 
matica, p.  e.  il  Cellini.  — ».  13-16. 
Nell’  Orfeo:  * Chè  sempre  mai  non 
son  rose  o viole  : > ne'Rispetli  : • E 
dove  formi  già  viole  e gigli  Son  fatti 
aridi  sterpi  pruni  e stecchi.  E guai 
a quel  che  si  rifida  al  verde  ! Quel 
che  speme  nutrica  il  tempo  perde.  » 
Altrove:  • ...  invan  trapassa  la  sta- 
gion  tua  verde.  In  fin  si  lascia  il 
tempo  che  si  perde.  ■ Testi  ,•  ora, 
adesso,  di  presente.  Cocchi,  Figi, 
prod.,  I,  i : « Madonna  si,  eli’  io  ve 
lo  dissi  : ma  testé  non  ve  ne  ricor- 
dale. • 


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RISPETTI  CO.NTINVATI. 


193 

Usalo  dolcemente  in  canto  e 'n  festa 
Per  cavar  te  e '1  tuo  servo  di  pene. 

Trarsi  una  voglia  par  pur  cosa  onesta. 

Nò  veggo  o penso  mai  quel  che  ti  tiene: 

Tu  sai  e puoi,  e mancati  cl  volere; 

Potra’ti  poi  di  te  stessa  dolere.  24 

Se  non  mi  vuoi  servir  per  conscienza, 

Maggior  peccato  fai  s’  un  per  te  muore. 

S’  all’  onor  tuo  vuo’  avere  avvertenza. 

Pigliati  un  saggio  et  onesto  amadore. 

Che  abbi  luogo  e tempo  e pazienza 
E che  ti  sappi  conservar  I’  onore. 

Se  per  viltà  lo  fai,  or  te  ne  spoglia 
E sappi  contentar  qualche  tua  voglia.  32 

Veggo  cambiare  el  tuo  vago  sembiante  : 

La  tua  belleza  come  un  fior  si  fugge: 

Tu  non  se’  quella  eh’  eri  poco  avante; 

11  tempo  tua  biltà  consuma  e strugge. 

Chi  felice,  non  fa  qualche  suo  amante 
Al  mondo  ò come  un  fior  eh’  è nato  all’  ugge. 

Che  lungo  tempo  sta  senza  far  frutto  : 

Chi  gode  un  tempo  non  lo  stenta  tutto.  40 

I’  ho  si  poca  grazia  con  Amore, 

Ch’  i’  non  m’ ardisco  addimandar  merzede; 

E son  sì  sventurato  servidore, 

Ch’  altro  che  morte  a me  non  si  richiede. 
l’ sento  tanta  pena  dentro  al  core. 


V.  21-22.  Altrove:  • Clic  ti  biso- 
gna aver  tanti  riguardi  Per  con- 
tentar un  tuo  disire  onesto  ? » — 
r.  23-24.  Altrove:  » Chi  non  fu  quando 
pud,  tardi  si  pente.  » — e.  25.  per 
ronicienza ; cioè  per  iscrupolo  di  co- 
scienza, per  timore  di  commetter 
peccato.  — v.  27-30.  Ne’  Rispelli 
segg.  • £ se  tu  pur  restassi  per  paura 
Di  non  perder  la  tua  perfetta  fama, 
Usa  qui  l’ arte  ; e poi  molto  ben 
POLIZIZSO. 


cura  Che  ingegno  o clic  cervello  lui 
quel  clic  t’  ama  : S’  egli  é discre- 
to, non  istar  più  dura.  » — 
r.  33-36.  Ne’  Risp.  spie.  « Lasso  ! 
mirando  nel  tuo  aspetto  fiso , La 
faccia  tua  non  è coni’  esser  suo- 
le : Dov’è  fuggita  tua  belleza  cu- 
ra ? » E » ....  beltà  come  un  fior 
s’ appassa  e strugge.  » — t>.  3S. 
all’  ugge,  all’  ombra  ; ombra  grave 
c fredda. 

13 


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194 


RISPETTI  CONTINVATI. 


Ch’  i’  maladisco  Amore  e chi  gli  crede  : 

Non  vai  nò  bestemmiar  nò  maladire, 

Chè  a mio  dispetto  me  '1  convien  seguire.  4S 

Vorre’  saper  quel  che  ragion  ne  vuole 
Furare  il  core  a un  fedele  amante 
E pascerlo  di  sguardi  e di  parole 
Sanza  pietà  delle  sue  pene  tante. 

Non  ti  maravigliar  s’ altri  si  duole, 

Ch’  i’  non  son  di  diaspro  o di  diamante. 

Se  non  vuoi  t’ accusi  innanzi  Amore, 

Fammi  contento  o tu  mi  rendi  il  core.  56 

Rendimi  lo  mio  cuor,  falsa  giudea, 

Chè  più  pietosa  donna  me’l  domanda. 

E s’ io  non  t’ amo  come  amar  solea. 

Amor  per  tua  dureza  me  ’l  comanda  : 

Per  van  pensieri  e per  tua  voglia  rea 
Amor  non  vuol  che  '1  tempo  indarno  spanda. 

Rendimi  il  cor,  che  me  ’l  furasti  in  prima. 

Che  dar  lo  voglio  a chi  ne  fa  più  stima.  C4 

Ingrata,  se  tu  m’ hai  furato  il  core. 

Non  sa’  tu  ben  che  render  te  ’l  conviene  ? 

S’  esser  isciolta  vuoi  del  tuo  errore. 

Rendimi  il  cuore  e fa’mi  qualche  bene. 

Non  sa’  tu  che  t’ è infamia  e disonore 
Tenere  il  servo  tuo  in  tante  pene? 

Rendimi  il  core,  e non  mi  far  penare; 

Che  troppo  dura  cosa  è l' aspettare.  72  ' 

Prendi  bel  tempo,  innanzi  che  trapassi. 

Gentil  fanciulla,  el  fior  degli  anni  tuoi  : 


V.  la.  Un  lìisp.  comincia  : « Vor- 
re’ saper  per  qual  ragion  si  sia.  * — 
».  51.  Ball.  « Poi  di  parole  c sguar- 
di lo  pascele.  » — u.  55.  Ne’  llitp. 
apice.  • Sai  tu  clic  ti  farò,  se  sarai 
cruda  ? Io  mi  dorrò  di  te  iuuanii 
Amore.  • Dall.  « L’  alma  afflitta  c 
sbigottita  Piange  forte  innanzi  a Amo- 
re. - — t>.  57-58.  Zìi»/),  tpicc.  « Rendi- 


mi il  core,  o giudea  dispietata,  Chè  a 
più  pietosa  donna  il  vo’  donare.  * — 
e.  63G4.  Hiip.  spiec.  - Rendimi  il 
cor;  che  (u  non  gli  dai  (iosa:  Che 
il  vo’ donare  ad  una  più  pietosa.  » 
— ».  73-74.  Altrove:  ■ Come  non 
pensi  al  dolce  tempo  ornai  ? Chè  in 
van  trapassa  In  stagion  tua  ver- 
de. • 


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RISPETTI  CONTI?! VATI. 


195 

Se  ’l  dolco  tempo  trapassar  lo  lassi, 

Prima  pentuta  tu  ne  s'ara’  poi 
E prima  piagneran  gli  occhi  tuoi  lassi  : 

El  pentirsi  da  sezo  non  vai  poi: 

Tristo  a colei  che  crede  ristorare, 

Quando  e’  capei  cominciono  a ’mbiancare.  so 

A che  ti  gioverà  tanta  belleza. 

Se  tu  con  altri  non  ne  tra’  diletto? 

Che  frutto  arai  di  tanta  tua  durcza. 

Se  non  pentirti  in  vano?  arai  dispetto. 

Non  ha  sempre  a durar  tua  gentileza  : 

Rammcntera’ti  ancor  quel  eh’  io  t’ ho  detto. 

Parmi  che  come  un  fior  tuo’biltà  caggia: 

Dunchc  prendi  partito  come  saggia.  ss 

V.  79.  ristorat  e,  riparare,  rimcl-  secolo  XV  ; tuo’  Lillà,  tuo'  fede, 

lere  il  tempo  perduto  in  gioventù.  mie’  core  o mie’  pena,  tuo’  col- 

— v.  81  e segg.  Son  ripetuti  con  pa  ec.  ; come  anello  oggi  il  po- 

qualclie  variante  ne'  Rispetti  clic  polo  fiorentino  dice  la  to'  donna, 

cominciano  * Da  poi  eli*  io  vidi  il  me’  babbo  o la  me'  mamma,  la 

il  tuo  leggiadro  viso.  • — v.  S7.  so'  casa,  cc.  Si  potrebbero  raolli- 

7*010  e fumo,  meo  c micio,  saio  plicare  gli  esempi i scritti;  ma  non 

e suoio,  per  tuo,  mio,  c sito,  sono  importa.  Ciò  valga  anche  per  gli 

dell’  antico  dialetto  fiorentino  ; onde  altri  luoghi  di  queste  rime  ne’ qua- 
gli accorciamenti  del  l'oliziano  e li  il  lettore  si  avverrà  in  simili  idio- 

il’  altri  poeti  non  grammatici  del  tismi. 


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19G 


RISPETTI  CONTESTATI. 


II. 

SERENATA 

OVVERO 

LETTERA  IN  ISTRAMBOTTI.1 


()  trionfante  sopra  ogni  altra  bella. 

Gentile  onesta  c graziosa  dama, 

Ascolta  cl  canto  con  che  ti  favella 
Colui  che  sopra  ogni  altra  cosa  t’ ama  ; 

Perchè  tu  sei  la  sua  lucente  stella, 

E giorno  e notte  el  tuo  bel  nome  chiama. 
Principalmente  a salutar  ti  manda. 

Poi  mille  volte  ti  si  raccomanda.  S 

E priègati  umilmente  che  tu  degni 
Considerar  la  sua  perfetta  fede  ; 

E che  qualche  pietà  nel  tuo  cor  regni. 

Come  a tanta  belleza  si  richiede. 

Egli  ha  veduto  mille  e mille  segni 
Della  tua  gentileza,  et  ogni  or  vede  : 


< Primo  ita  un  coti,  chigiuno  la 
pubblicò  P.  A.  Secassi  nella  Cominia- 
na  tlcl  1765,  monca,  per  iscrupolo, 
delle  ultime  sei  stanze;  intiera  la 
diede  dal  Lnurenz.  44  (plul.  40) 
W.  ttoscoe  nelle  Appendici  al  voi.  Ili 
della  Vita  rii  /.ornilo  tir’  Medici  ; 
poi  gli  cdd.  fior,  del  1814  dal  me- 
desimo Laur.  e dal  Rioc.  2723. 

V.  2.  Dama,  donna  amata  ; clic  i 
latini  domina,  c i trecentisti  e cin- 
quecentisti dissero  donna  ; è nel 
Pulci:  » Caduto  son  dirimpetto  alla 


dama,  P'  onde  ho  perduto  il  suo 
amore...  > (Morg.  VII);  ed  è comunis- 
sima al  popolo  toscano  di  città  e 
di  contado.  Rispetto  popolare:  « do- 
tine bella,  li  vorrei  per  dama  • 
— n.  3-4.  In  una  serenala  del  Monte 
Amiata:  « Ascolta  quel  che  dice  il 
tuo  diletto.  • — e.  7-8.  Nelle  Let- 
tere dei  montanini  pistoiesi  (Race. 
Tigri)  • Vi  do  tanti  saluti  immanti- 
nente » — ■ E di  saloli  ve  ne  mando 
io  Quanti  ve  ne  possiate  iuiagina-  > 
re.  • 


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RISPETTI  CONTIN'VATI. 


197 


Or  non  chiede  altro  el  tuo  fedel  suggetto. 

Se  non  veder  di  que’  segni  l’ effetto.  16 

Sa  ben  che  non  è degno  che  tu  1’  ami. 

Non  è degno  vedere  i tuo’  begli  occhi  ; 

Massime  avendo  tu  tanti  bei  dami. 

Che  par  che  ogn’  un  solo  el  tuo  viso  adocchi  : 

Ma  perch’  e’  sa  che  onore  e gloria  brami 
E stimi  poco  altre  frasche  e finocchi, 

E lui  sempre  mai  cerca  farti  onore. 

Spera  per  questo  entrarti  un  dì  nel  core.  21 

Quel  che  non  si  conosce  e non  si  vede. 

Chi  l’ ami  0 chi  l’ apprezi  non  si  truova  : 

E di  qui  nasce  che  tanta  suo’  fede. 

Non  sendo  conosciuta,  non  gli  giova  ; 

Che  troveria  ne'  belli  occhi  mercede. 

Se  tu  facessi  di  lui  qualche  pruova  ; 

Ogn’  un  zimbella,  ogn’  un  guata  e vagheggia. 

Lui  sol  per  fedeltà  esce  di  greggia.  32 


V.  19.  Dami.  - Nelle  dichiara- 
zioni della  Comm.  del  Moniglia, 
La  sema  nobile,  s’  osserva,  che, 
siccome  le  amate  giovani  furon 
chiamale  dame,  esse  vollero  con- 
traccambiare un  tale  onore  fatto 
da’loro  amanti  con  chiamargli  all’in- 
contro dami,  cioè  loro  «ignori  e don- 
ni, e che  dipoi  la  voce  damo  si  fece 
tra  noi  comune,  ma  più  nel  contado, 
dagli  antichi  non  usata.  » Murrini, 
note  al  Cecco  da  Varlungn.  « Non 
saprà  chi  gliela  manda.  È il  suo 
damo  si  pulito  » Lorenzo  de'  Me- 
dici. • A un  tratto  damo  e sposo 
mi  ti  fai  * Buonar.  Tane.  - Durasse 
tanto  la  foglia  agli  ulivi,  Per  quanto 
i dami  dureranno  a me  » Risp. 
toscani.  — ».  20.  al  tuo  viso: 
edd.  fior.  1814.  — ».  21.  glo- 
ria t‘  ami,  leggono  i Codd.  fior., 
il  Roscoe  e gli  editori  del  14: 
brami,  che  abbiam  riposto  nel  testo 


per  evitare  la  ripetizione  della  rima, 
è del  Cliig.,  seguito  dal  Strassi  c 
dal  Silvestri,  e del  Cod.  del  signor  G. 
Vanzolini.  — ».  22.  Frasche  e finac- 
chi : vanità,  apparenza,  bagattelle. 
Pandolfini.  • comunicare  con  voi  al- 
tro che  parole  e frasche.  • — ».  23. 
Ed  ei  sempre  mai,  leggono  gram- 
maticalmente il  Strassi  e il  Silve- 
stri : ma  l’ idiotismo  del  fui  soggetto 
piacque  al  Machiav.,  ni  dispiacque 
al  Giusti  « ...  servitore  ...  Che  suol 
fare  alla  roba  del  padrone  Come  n 
quella  di  tutti  ha  fatto  lui.  » — 
».  26.  mai  non  trova,  Cod.  Vau- 
zolini.  — ».  29.  troverrc' ...  menede, 
Cod.  Vanzolini.  — ».  31.  Zimbello. 
Qui  non  par  che  significhi  allctta, 
lusinga,  come  metaforicamente  in 
nitri  casi  ; ma  che  figuri  gli  atti 
e i modi  dell’  amante  leggiero  o 
instabile,  paragonato  all’  uccello  che 
serve  a uso  di  zimbellare.  — ».  32. 


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198 


RISPETTI  CONTINVATI 


E s' e’  potesse  un  dì  solo  soletto  , 

Trovarsi  teco  sanza  gelosia 
Sanza  paura  sanza  niun  sospetto, 

E raccontarti  la  suo’  pena  ria  ; 

Mille  e mille  sospiri  uscir  del  petto 
E’  tuo’  begli  occhi  lacrimar  faria  : 

E s’  e’  sapessi  aprir  bene  il  suo  core, 

Ne  crederebbe  acquistare  el  tuo  amore.  40 

Tu  sei  de’  tuo’  begli  anni  ora  in  su  T fiore, 

Tu'sei  nel  colmo  della  tua  belleza  : 

Se  di  donarla  non  ti  fai  onore. 

Te  la  torrà  per  forza  la  vecchieza  ; 

Che  ’l  tempo  vola,  e non  s’ arreston  l’ ore, 

E la  rosa  sfiorita  non  s’ appreza  : 

Dunque  allo  amante  tuo  fanne  un  presente  : 

Chi  non  fa  quando  può,  tardi  si  pente.  4S 

El  tempo  fugge,  e tu  fuggir  lo  lassi, 

Che  non  ha  ’l  mondo  la  più  cara  cosa  ; 

E se  tu  aspetti  che  ’1  maggio  trapassi. 

In  van  cercherai  poi  di  cór  la  rosa. 


Accettammo  nel  testo  questo  verso 
come  da  altri  codd.  riportarono  in 
nota  gli  edd.  fior,  del  U.  Il  Laur.  se- 
guito dal  Roscoe  legge  « /’  tol  per  fe- 
deltà eleo  ; ■ il  Scrassi  e il  Silvestri, 
pur  correggendo  il  lui,  stampano 
secondo  il  Cliig.  conformemente  a 
noi  Ei  10 1 ec.  Il  cod.  Vanioliui  ha, 
■ Che  tal  per  fedeltà  etee  di  greggia  : » 
non  chiaro.  Gli  edd.  del  14  stampano 
• Ha  fuor  che  lui  ogni  altri  ti  di- 
leggia, » com’  è nel  Rice.,  sebbene 
di  carattere  diverso  da  quello  degli 
altri  versi  e sebbene  in  vece  d' ogni 
altri  abbia  ogn’  uno.  — v.  34-35. 
lenza  ; le  stampe,  qui  e altrove  sem- 
pre. Ma  lama  era  comune  agli  an- 
tichi e al  popolo  fiorentino,  nè  è 
disparito  affatto  da  tutti  i dialetti 
toscani.  — f.  37.  Mille,  mille,  edit. 


del  4SI 4.  — ».  39.  Accettammo  nel 
testo  la  lei.  del  Ser.  e del  Silv.  deri- 
vata dal  cod.  chig.  e che  è pur  quella 
del  cod.  Vanz.  Il  Rice,  legge  : « È i‘  e’ 
tapeste  iene  el  tuo  core  ; » il  Laur. 
seguito  dal  Roscoe  : « E le  lapeisi 
bene  aprire  il  tuo  core  ; » gli  edit. 
del  14  credettero  aver  tutto  acconcio 
pel  meglio,  stampando  • E te  tapine 
bene  aprire  il  core.  • — e.  42.  del 
colmo,  codd.  Laur.  c Ricc.  — v.  43-44. 
Teocr.  id.  25:  • E bella  è la  forma 
puerile,  ma  breve  vive.  » (Edd.  del 
14.)  — o.  51-52.  Teocr.  id.  cit.  • E 
la  rosa  è bella,  e il  tempo  la  pu- 
trefà.  » Ausonio:  • Htec,  modo  qute 
loto  rutilnverut  igne  comarum.  Pal- 
lida collapsis  deseritur  foliis.  Mirntur 
celerem  fugitivu  retate  rapinai».  Et 
dum  nascuntur  cousenuisse  rosas.  • 


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RISPETTI  CONTINVATI. 


199 


Quel  che  non  si  fa  presto,  mar  poi  fassi  : 

Or  che  tu  puoi,  non  istar  più  pensosa  ; 

Piglia  el  tempo  che  fugge  pel  ciuffetlo. 

Prima  che  nasca  qualche  stran  sospetto. 

Egli  è nello  in  tra  due  pur  troppo  stato, 

E non  sa  s' e’  si  dorme  o s’ e’  s’ è desto 
0 s’ egli  è sciolto  o s’  egli  è pur  legato  : 

Deh  fa’  un  colpo,  dama,  e sic  per  resto. 

Hai  tu  piacer  di  tenerlo  impiccato  ? 

0 tu  l’ affoga  o tu  taglia  il  capresto. 

Non  più,  per  dio  : questa  ciriegia  abbocca  : 

0 tu  stendi  ornai  l’ arco  o tu  lo  scocca. 

Tu  lo  pasci  di  frasche  e di  parole. 

Di  risi  e cenni,  di  vesciche  e vento, 

(.Eli.  del  ti.)  Un  epigr.  dell’  Aulii.  I)i  lei  che  fugge  c poi  s’  altende 

lai.  del  Burmanno  - Die,  quid  agis,  in  vano.  • (Ed.  dèi  14.)  — ».  57. 

formosa  Venus,  si  ncscis  amanti  la  iba  dce.  Frase  anche  de’ greci: 

Ferie  vicern  ? perii  ornile  decus,  Cullili!.,  I:  ’en  (loie  nàia  lliymós  ; 

dum  deperii  ictus.  Marcent  post  ro-  clic  il  Sulvini  traduce  - in  due  è il 

rem  viola:  ; rosa  pcrilit  odorem  ; Li-  cuore.  » (Ed.  del  14.)  Petr.  « D’  ob- 
lia posi  vernimi  posilo  candore  li-  bnndonarmi  fu  spesso  in  Ira  due.  » 

quescunt.  Ilice  metnus  esempla,  prc-  Sostantivamente  I*  usò  anche  M.  Vili, 

cor:  tu  semper  amanti  Redde  vi-  « Stando  in  questo  in  tra  due.  » — 

cem  :...  » Seraf.  Aquilano,  ne’ suoi  e.  58.  se  ti  dorme  o se  s’ è detto,  Edd. 

Stranili .;  • Riguarda,  donna,  come  il  flor.  del  14.  — ».  (IO.  pel  resto , le  si. 

tempo  vola  Ed  ogni  cosa  corre  alla  Forse  i locuzione  simile  a fare  resto 

sua  fine:  In  breve  si  fa  oscura  ogui  che  vale  terminare,  finire ,•  o a far 

viola,  Cascai!  le  rose  e restali  poi  del  resto  che  per  melufora  tratta  dal 

le  spine  ...  Dunque  conosci  il  tuo  giuoco  vale  arrischiare  il  lutto.  Pare 

tempo  felice...  » — ».  53.  cosi  i Coild.  che  si  debba  intendere,  falla  finita. 

lior.  e quello  dei  Vantotini.  Le  st.  — ».  63.  imbocca,  cod.  rlcc.  o edd. 

inai  non  fassi.  — ».  55.  Pigliare  il  fior.  1S14.  questa  ciriegia  abbocca: 

tempo  pel  ciuffetlo,  vulc  goderlo:  pare  che  figuratamente  debba  signi- 

Orazio,  carpe  dicm.  Cosi  abbiamo  ficaie  : metti  mano  a quest’opera,  co- 

tener  la  fortuna  pel  ciuffetlo  per  mincia  l' impresa.  — ».  65  66.  Pasci 
averla  seconda , favorevole.  Ciuffetlo  di  frasche.  Vedi  sopra,  verso  22. 

si  dice  a’ capelli  che  soprasluono  Galateo:  « animi  nobili  che  nou 

alla  fronte  e che  sono  più  lunghi  si  pascono  di  frasche  e d'  apparen- 
dogli altri.  Iacopo  Soldani  nella  sai.  ze.  » vesciche,  ciarle.  Pascer  di 

contro  i filosofi  dà  questo  nomedi  vento  significa  dar  chiacchiere,  trai- 

ciuffo  alla  chioma  della  Fortuna  : tenere  con  cose  volle  (Edd.  fior. 

« Per  afferrar  lo  sventolante  ciuffo  del  14).  « Dietro  a queste  fra- 


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•200 


RISPETTI  CONTINVATI. 


E di’  che  gli  vuoi  bene  e che  ti  duole 
Di  non  poterlo  far,  dama,  contento. 

Ogni  cosa  è possibile  a chi  vuole. 

Pur  che  ’l  foco  lavori  un  poco  drento. 

Non  più  pratiche  ornai  ; faccisi  l’ opra, 

Prima  che  a fatto  questo  amor  si  scopra.  7-’ 

Ch’  egli  ha  deliberato  e posto  in  sodo. 

Se  gli  dovessi  esser  cavato  il  core, 

Di  cercare  ogni  via  ogni  arte  e modo 
Per  córre  e’  frutti  un  dì  di  tanto  amore. 

Scior  gli  conviene  o tagliar  questo  nodo  ; 

Pur  sempre  intende  salvarti  l’ onore. 

Ma  e’  convien,  dama,  che  anco  tu  aguzi. 

Per  venire  ad  effetto,  e’  tuo’  ferruzi.  so 

E se  tu  pur  restassi  per  paura 
Di  non  perder  la  tua  perfetta  fama, 

Usa  qui  l’ arte  e pon  molto  ben  cura 

Che  ingegno  o che  cervello  ha  quel  che  t’ ama. 

S’ egli  è discreto,  non  istar  più  dura, 

Chè  piu  si  scopre  quanto  più  si  brama  ; 

Cerca  de’  modi,  truova  qualche  mezo, 


selle  andarmi  pascendo  di  vento.  » 
Boec.  — ri.  70.  Pureliè  1’  amor  tuo 
sia  cosi  possente  c sentito  da  indur- 
ti a far  qualche  cosa  per  me.  La- 
vorare dicesi  di  ciò  che  ha  virtù 
cd  efficacia  ad  operare  : Cavale., 
• In  vano  s'  affatica  la  lingua...,  se 
lo  spirito  santo  non  lavora  dentro 
nel  cuore.  — i.  7t.  Non  più  maneggi, 
non  più  trattati  ; veniamo  al  fatto. 
Var.  Non  più  pratiche  : ornai , le  st., 
fuorché  la  Comin.  — t>.  72.  Egli  ha 
deliberalo,  Serassi  e Silvestri.  Poeto 
tu  rodo:  sinonimo  .di  ha  deliberato, 
secondo  il  Varchi  nell'  Ercnl.:  • avea 
deliberato,  o,  come  dicono  i villani, 
posto  in  sodo  di  voler  fare  alcuna 
tosa.  • — o.  79-80.  all'  effetto,  Ser. 


e Silvestri.  Aguzzare  i ferri  o i frr- 
ruzzi:  assottigliare  I'  ingegno  (lat. 
omnee  nervm  intendere)  : adoprar 
tutti  gli  strattagemmi,  tutte  lo  fi- 
nezze, tutte  le  astuzie.  Pule.  Morg. 
« Iscrisse  dunque  la  regina  a Gami 
Che  dovesse  aguzzar  tutti  i Terrazzi  » 
fEdd.  fior,  del  14).  — e.  83.  Correg- 
gemmo colla  lezione  dei  MSS.  Trivul- 
ziuni  recata  da  G.  A.  Maggi  nell’Ap- 
pendice al  voi.  Ili,  p.  Il  della  Propo- 
eta di  V.  Monti  e accolla  dal  Silvestri  ; 
Icz.  eh’  è pur  quella  del  cod.  Van- 
zolini.  I codd.  fior,  c gli  edd.  del  li 
leggevano  : e poi  mollo  ben  cura.  — 
v.  84.  e elle  cervello.  Silvestri.  — 
v.  87.  Ecco,  in  barba  ai  compilatori 
de'  cataloghi  di  francesismi  e modi 


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RISPETTI  CO.NTINVATI.  201 

E non  tener  troppo  el  cavallo  al  rczo.  és 

Se  tu  guardassi  a parole  di  frati, 
l’ direi,  dama,  che  tu  fussi  sciocca. 

E’  sanno  ben  riprendere  e'  peccati. 

Ma  non  s’  accorda  el  resto  colla  bocca  : 

E tutti  siam  d’  una  pece  macchiati. 

Io  ho  cantato  pur  ; zara  a chi  tocca. 

Poi  quel  proverbio  del  diavolo  è vero. 

Che  non  è,  come  si  dipigne,  nero.  oc 

E’ non  ti  diè  tanta  helleza  Iddio, 

Perchè  la  tenga  sempre  ascosa  in  seno; 

Ma  perchè  ne  contenti,  al  parer  mio, 

El  servo  tuo  di  fede  c d’ amor  pieno. 

Nò  creder  tu  che  sia  peccato  rio. 

Per  esser  d’altri,  uscire  un  po’  del  freno; 

Che,  se  ne  dai  a lui  quanto  è bastanza. 

Non  si  vuol  gittar  via  quel  che  t' avanza.  10* 

Egli  è pur  meglio  e più  a Dio  accetto 


errati  e di  tutti  i tirannelli  che  vor- 
rebber  ristringer  la  lingua  nei  li- 
mili della  loro  presuntuosa  igno- 
ranza, ecco  un  autorevolissimo  c 
fiorcntinissimo  esempio  di  mezzo 
nel  significato  di  modo,  espediente, 
parlilo  cc.  — ».  88.  Il  Monti  nella 
Prop.  interpetra  tenere  ni  rezzo  per 
tenere  in  ozio.  — v.  89-90.  Lorenzo 
de’  Medici  nella  burlesca  confessione, 
• Io  mi  ricordo  ancor  d’  altri  pecca- 
ti : Clic  per  ir  drieto  a parole  di  frati 
Molli  dolci  piaceri  ho  già  lasciali: 
Di  questo  ancora  i’  mi  fo  coscienza  » 
— o.  93.  Pelr.  • Che  tutti  siam  mac- 
chiati d’una  pece.*  (Edd.  fior. del  14.) 
Proverbialmente,  vale  onere  i mede- 
timi  difelli.  — v.  94.  conialo,  le  si., 
eccetto  Roscoe.  — zara  a chi  tocca. 
Proverbio  che  vale  n chi  ella  tocca , 
tuo  danno.  Potali'.  * Zara  a chi  tocca  : 
i’  ho  vóto  il  borsello.  • (Edd.  fior. 


del  14.)  Buti,  Comment.  Purg.  VI: 

• questo  giuoco  si  chiama  zara  per  li 
punti  divietati,  che  sono  in  tre  dadi, 
da  sette  in  giù  e da  quattordici  in  sn  : 
però  quando  veggonoquelli  puntigli- 
cono  li  giocatori  zara.  — ».  95-96.  Mo- 
do proverbiale  per  significare  che  la 
cosa  non  è poi  tanto  grave  come  si  dà 
a credere.  Cani,  carnesc.  con  maggior 
novità:  • E poi  chi  vede  il diavol dado- 
vero Lo  vede  con  men  corna  e manco 
nero.»  — v.  97.  E non  li  dii,  lesi.— 
e.  101-102.  Non  creder , cod.  fico,  e 
stampe.  Per  etter  d'altri,  cioè,  per- 
chè tu  sia  d’  altri,  quantunque  tu  ap- 
partenga ad  altri.  Arieggiano  a questa 
ottava  certi  versi  di  Serof.  Aquilano. 

• T’ ha  data  qualche  grazia  la  natura, 
Che  la  trionfi  e che  lu  stimi  cara  : 
Però  vendemmia  P uva  eh'  6 matura, 
E non  esser  di  te  a tc  stessa  avara.  • 
— ».  103.  è a bastanza,  cod.  Vanz. 


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202 


RISPETTI  CONTIKVATI. 


Far  qualche  bene  al  povero  affamato. 

Che,  appresentato  nel  divin  cospetto, 

Cento  per  un  ti  fia  remunerato. 

Dòtti  tre  volte  della  man  nel  petto* 

E di’  tuo’  colpa  di  questo  peccato. 

E’  non  vuol  troppo  ; e’  basta  che  ragruzoli 
Sotto  la  mensa  tua  di  que’  minuzoli.  H2 

E però,  dama,  rompi  un  tratto  el  ghiaccio. 

Assaggia  anche  tu  il  frutto  dello  amore. 

Quando  l’ argante  tuo  ti  arò  poi  in  braccio. 

D’aver  tanto  indugiato  arai  dolore. 

Questi  mariti  non  ne  sanno  straccio. 

Perchè  non  hanno  si  infiammato  el  core  : 

Cosa  desiderata  assai  più  giova; 

E se  noi  credi,  fanne  pur  la  pruova.  120 

Questo  mio  ragionare  è un  vangelo. 

Io  t’ ho  cantato  apertamente  tutto. 

So  che  nell’  uovo  tu  conosci  il  pelo, 


V.  107.  Il  Roscoe,  gli  edd.  fior, 
ilei  14  c lor  seguaci  leggano  in 
onta  alla  sintassi  ha  presentato,  e 
pretentato  poi,  quando  questa  ottava 
c ripetuta  in  un  de' seguenti  compo- 
nimenti. Col  Maggi  e Silvestri  e col- 
1'  autorità  de’  codd.  che  hanno  aprc- 
tenlato,  abbiamo  corretto.  Di  lor  ar- 
bitrio e male  gli  editi,  del  22:  Che, 
t'  hai  preitato.  il  cod.  Vani,  che 
prctcntato.  — ».  108.  ti  sia,  edd.  fior, 
del  li:  rimeritato , cod.  Vaiu.  — 
».  110.  di’  tua  colpa,  di’  quello  pec- 
cato, Edd.  fior,  del  14.  Correggemmo 
col  Silvestri.  Allude  profanamente  al 
confiteor,  e ricorda  quel  di  frale  Ri- 
naldo nella  n.  Ili,  g.  VII,  del  Dee. 
« Io  non  dico  eh’  e’  non  sia  peccato  : 
ma  de’  maggiori  perdona  Iddio  a chi 
si  pente.  » -—  ».  Ili.  Raggruzzolare : 
mettere  insieme,  ammassare.  (Edd. 
fior,  del  14.)  — ».  113.  donna,  Cod. 
laur  c si. — Rompi  un  tratto  el  ghiac- 


cio. Monosino,  lib.  5:  >Se  alcuno  mette 
mano  per  primo  a qualche  affare  e 
cosi  apre  in  un  certo  modo  la  via  agli 
nitri,  dicesi  di  lui  : Egli  ha  rotto 
il  ghiaccio.  • (Edd.  fior,  del  14.)  Di- 
cesi anche  rompere  il  guado,  c vale 
aprir  la  itrada  o il  patto  in  al- 
cuna congiuntura  difficile.  Ovidio 
consiglia  l’amatore  « cera  vadum 
lentet.  » — ».  115.  l’amante  tuo 
arai  poi  : cod.  Vani.  — ».  117. 
itraccio,  figuratamente  vale  nulla, 
punto,  massime  eoi  verbi  fare  e sa- 
pere. Remi,  Ori.  XXXlb  • Credeva 
il  pover  uom  di  saper  fare  Quello 
esercizio,  e uon  nc  sapea  straccio.  » 
— ».  119.  giova,  piuce.  — ».  121.  È 
un  vangelo,  dicesi  di  cosa  o sentenza 
che  sia  o si  creda  verissima.  — ».  122. 
t’ ho  contato  .*cod.  laur.  est.  — ».  123. 
Conatcere  o vedere  o trovare  il  pel 
nell'  uovo  vale  saper  considerare  ogni 
minuzia:  latinamente,  venturam  per 


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RISPETTI  CONTIfìVATI.  203 

E sapra’ne  ben  trarre  el  ver  construtto. 

E s’ io  arò  punto  di  favor  dal  cielo. 

Forse  ne  nascerà  qualche  buon  frutto. 

Fatti  con  Dio,  che  ’l  troppo  dire  offende  : 

Chi  è savia  e discreta  presto  intende.  iss 


III.1 

Oimò,  signora  mia,  perché  t' adiri 


dioptramprospiccrc.  Malmant.  Ili,  50  : 
« Ma  quella  elle  conosce  il  pel  nel- 
1’ uovo  S'accorge  clic  son  tulle  in- 
venzioni. • Giusti,  Sortii.  • ..un  ser 
Vicario  già  n’  era  avvisalo  Famoso 
per  trovare  il  pel  nell’  uovo.  ■ — 
v.  124.  Conslrulto,  qui,  il  sentimen- 
to, la  conclusione  vera.  — v.  125. 
punto  favor,  cod.  Rice,  e Vani.  — 
p.  127.  Fòlli  con  Dio,  formula  di  sa- 
luto c di  congedo  clic  gli  antichi 
usavano  volentieri  come  noi  oggi 
addio.  — p.  128.  lina  serenata  tose, 
popol.  finisce:  • Ascolta  quel  clic  dice 
e quel  che  vuole  : A buono  intendilo!' 
poche  parole.  Ascolta  quel  che  dice 
e quel  che  manda  : Al  buono  intcn- 
ditor  s’  arracomanda.  » 

« Furono  pubblicate  da  chi  cura 
questa  edizione  nel  primo  quaderno 
del  giornale  letterario  II  Poliziano , 
con  innanzi  (eseguenti  parole:  • Que- 
ste dirci  stanze  ho  copiato  da  un  co- 
dice cartaceo  in  foglio,  2723  de’  ric- 
cardinni,  scritto  negli  ultimi  anni  del 
secolo  XV;  dove  stanno  a c.  43  retro, 
dopo  ed  innanzi  ad  altre  che  sono 
conosciute  da  tutti  come  del  Polizia- 
no. Hanno  in  fronte  le  Iniziali  L.  M. 
Ma  nè  il  Roscoe  o chi  per  esso  cercò 
nelle  scritture  di  Lorenzo  de' Medici, 
nè  gli  edd.  fior,  del  1825  che  tanti 


e tanti  codici  di  esso  Medici  pote- 
rono agevolmente  vedere,  trovarono 
che  mai  fossero  attribuite  a lui 
queste.  Di  piò;  il  cod.  ricc.  è li- 
berale al  Medici  di  cose  non  sue; 
gli  dà  la  ballala  Quello  motivarli 
adirala  di  fare,  certamente  del  Poli- 
ziano e per  autorità  di  altri  codici  c 
per  somiglianza  di  maniera;  gli  dà 
altre  due  ballate,  Chi  non  ta  com'  è 
fallo  il  paradiso,  c lìenedetlo  ile  'l 
giorno  e l'  ora  c ’l  punto,  composte 
per  Ippolita  Leoncina  da  Prato,  la 
quale  non  si  sa  che  fosse  amoreg- 
giata c cantata  dal  Magnifico,  da 
messer  Angelo  sì  ; c di  fatto  col 
nome  di  Angelo  Poliziano  le  pub- 
blicò poi  du  un  manoscritto  del  semi- 
nario fiorentino  I’  accademico  Rigoli 
nel  suo  Saggio  di  rime  inedite  dal 
XIV al  XVIII  secolo  (Firenze,  Ron- 
chi, 1825).  Ciò  tutto  insieme  mi 
fe  sospettare  non  quelle  stanze  fos- 
sero del  Poliziano  ; tanto  piò  che 
la  maniera  efficace  e aspra,  la  forma 
rude  e scheggiala  del  Magnifico  io 
non  ci  trovavo  ; si  le  sentivo  piene 
fluenti  abbandonate,  e la  rosea  fa- 
cilità del  Poliziano  (talora  popolar- 
mente non  mai  rozzamente  e barba- 
rumente  scorretta)  mi  vi  splendeva 
dentro.  E il  sospetto  si  fe  certezza, 


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20i  RISPETTI  CONTINUATI. 

Col  tuo  servo  fedel  sanza  cagione? 

Perché  gli  dai  ognor  nuovi  martiri 
Sanza  difetto  c contra  ogni  ragione  ? 

Tu  tien  mia  vita  in  lacrime  e sospiri 
Per  poca  fede  e falsa  opinione  : 

Lascia,  li  prego,  ogni  ragion.  . . ; 

Chè  sola  al  mondo  t’ amo,  e tu  lo.  . . S 

Nè  morte  nè  mai  altro  potrà  fare 
Ch’  i’  non  t’ abbi  nel  cor  a tutte  l’ ore  : 

Nè  cosa  alcuna  potrà  mai  mutare 
Quel  voler  che  t’ elesse  per  signore. 

Nè  resterò  già  mai  di  lacrimare. 

Poi  che  sol  pianto  disia  el  mio  core  : 

Nè  cosa  alcuna  sia  che  mi  conforte, 

Sol  eh’  io  speri  trovarti  o in  vita  o in  morte.  16 
Quando  riveggo  el  tuo  leggiadro  volto. 

Vie  più  s’ infiamma  el  mio  misero  core. 

Io  mi  solevo  andar  libero  e sciolto. 

Or  nelle  forze  sue  mi  tiene  Amore. 


almeno  per  me  ; quando  ci  trovai 
tanti  concetti  e frasi  e forme,  tante 
intooaturc  c chiuse  ed  emistichi  di 
versi,  come  già  mi  si  erano  appresi 
alla  mente  dalla  lettura  delle  rime 
del  Poliziano;  e in  ultimo  anche 
un’ottava  ripetuta  fra  altre  del  no- 
stro  autore  e nel  codice  stesso  e 
nelle  stampe  dal  4814  in  giù.  E 
deliberai  pubblicarle  ; portando  in 
nota  certe  congetture  di  restituzione 
dove  per  guasto  del  codice  il  testo 
è manco,  e alcune  delle  somiglianze 
che  mi  6 avvenuto  di  osservorc  fra 
questi  e altri  versi  del  poeta  nostro 
a stampa.  • 

V'.  2.  Servo  fedel.  Spesso  I’  usa  il 
Poliziano:  Vedrette  questo  servo  ti 
fedele  : ....  nella  fotta  Vedrai  sepolto 
il  tuo  servo  fedele  : Il  servo  tuo  di 
fede  e d’ amor  pieno.  — e.  7 8.  Forse 


è da  restituire  cosi  : ogni  ragion  di 
lai  ; ....  e tu  lo  sai.  — v.  910.  Co- 
minciamenti  d’altre  stanze,  Ac  morte 
poiria  far  eh’  io  non  v’amassi,  e Aon 
potrà  mai  tanta  vostra  durezza  Dal 
petto  trarmi  l' amoroso  fuoco  : fine 
di  una  stanza,  £ non  potrà  però  mai 
fare  il  cielo  Ch’  io  non  l’ onori  ed 
ami  di  buon  zelo.  — «.12.  Signore. 
Spesso  il  Poliziano  da  questo  ipoco- 
rismo  alia  donna  amata  :£  se'  sem- 
pre il  mio  signore  : Deh,  pietà  di 
me,  signore,  e ....  penso  a te,  gentil 
signore.  Cosi  anche  gli  altri  autori 
contemporanci  di  canzoni  a ballo, 
per  uso  venuto  dai  provenzali  e 
da’  duecentisti  che  dicevano  dolce  men 
sire  a madonna.  Anzi  Cino  in  alcun 
luogo  chiama  bel  cavaliere  una  bella 
donna.  — c.  17-24.  E la  40  nella  serie 
di  stanze  che  nelle  altre  stampe  co- 


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RISPETTI  CONTINVÀTI.  205 

ben  creilo  eh’  i’sarù  prima  sepolto, 

Ch’  i’  esca  mai  di  tanti  affanni  foro  : 

Poi  che  questo  m’ è dato  in  dura  sorte. 

Disposto  sono  a portarne  la  morte.  24 

Per  dio,  madonna,  donami  soccorso. 

Perdi’  io  non  mora  giovinetto  amando  : 

Tu  hai  le  redini  in  man  del  duro  morso, 

E di  me  puoi  disporne  al  tuo  comando. 
l’ son  per  te  in  tal  dolor  transcorso. 

Che  son  per  dare  alla  mia  vita  bando  : 
ben  potrai  tener  cara  tua  belleza. 

Se.  . . l’ amante  che  tanto  t’ appreza.  02 

Soccorrimi  oramai,  prima  che  morte 
Chiuda  questi  occhi  e li  spiriti  lassi  ; 

Muta  la  voglia  dispietata  e forte, 

Che  le  mie  voci  avrian  già  mossi  i sassi. 

S’ a te  servire  il  ciel  mi  diè  per  sorte. 

Per  che  sanza  ragion  morir  mi  lassi  ? 

Soccorrimi  oramai  : merzò  chiamando 
Finir  mi  sento  il  core  in  te  sperando.  40 

Che  debbo  io  più,  meschino  !,  ornai  pensare 
D’  aver  riposo  in  questo  mondo  0 pace  “ 


niiucianu  l' seminai  il  campo:  il  ine- 
renti nelle  già  edile  gli  ultimi  due 
Tersi.  — ».  47.  Altri  Rispetti  comin- 
ciano, Da  poi  ch'io  vidi  il  Ino  leg- 
giadro viso.  — t.  23-24.  Nota  la 
rima  orlo  ripetuta  in  fine  a due  olia- 
re di  séguito.  Frequente  nel  Poli- 
ziano. specialmente  con  morie  e for- 
te : Dito  dal  ciel  mi  fa  questo  pi:n 
some  ; Ch ' i'  fusti  vostro  in  vita  e 
dopo  morte  (dove  tu  vedi  anche  somi- 
glianza di  parole  e modi)  : Che  questo 
è solo  a me  dito  rea  soiite,  Ni  scior 
mi  può  da  lei  se  non  la  morte  : E poi 
che  vuol  cosi  mia  duiu  soste,  Fermo 
son  di  servire  in  fino  a morte:  e 
altri  molli.  — v.  24.  Altrove,  /'  so n 
contento  morte  sofferire.  — e.  25. 


Altrove,  Soccorrimi,  per  dio  ...  Pietà, 
donna,  per  dio.  — r.  27.  Altrove, 
Morte  torri  dal  core  il  duco  aonsn. 

— t>.  29-30.  Quante  volte  anche  nelle 
rime!  Vedi  ediz.  Silvestri,  pag.  418 
e 119,  425  c 426,  435,  439  - r.  32. 
Forse  : se  muor.  — 0.  34.  Altrove, 
Questi  occhi  chiusi  Da  morte.  — - 
t>.  36.  Altrove,  lo  ho  mosti  a pietà 
già  questi  sassi.  — v.  37.  Vedi  sopra 
la  nota  al  verso  23  e 24  ; e nota 
la  rima  orle  nuovamente  a mezzo 
I’  ottava,  come  spesso  nei  versi  già 
editi.  — v.  39.  Nota  la  ripetizione 
soccorrimi,  e vedila  anche  a pag.  445 
e 446  dell’  ediz  Silvestri,  st.  49  e 20. 

— r.  44-48.  I concetti  di  questa  « 
della  seguente  stanza  sono  gran 


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20G 


RISPETTI  CONTINVATI. 


A chi  mi  (leggio,  lasso  !,  richiamare 
Di  tanto  foco  che  ’l  mio  cor  disface  ? 

A chi  verrà  pietà  del  mio  stentare  ? 

0 cruda  morte,  o lacrime  vivace, 

A voi  ritorno  ; poi  eh’  ogni  altra  cosa 
A me  meschino,  misero  1,  è noiosa.  4S 

In  mille  modi  io  ho  provato  e pruovo 
Volger  la  voglia  tua  ch’é  tanto  dura  ; 

Di  giorno  in  giorno  più  crudel  ti  truovo  : 

Languir  mi  vedi,  e di  me  non  hai  cura  : 

E1  mio  servire  e ’l  mio  pregar  t’ è nuovo, 

E1  mio  penar  con  te  non  ha  ventura. 

Donna  non  vidi  mai  sotto  le  stelle 
Più  bella  in  vista  c nel  cor  più.  ...  so 

Se  tu  sapessi  el  duol  che  l’ alma  attrista 
E mostrar  ti  potessi  el  tristo  core, 

So  che  saresti  più  dolce  in  vista 
E ti  dorresti  del  tuo  lungo  errore. 

Per  crudeltà  già  mai  gloria  s’ acquista 
Nò  per  far  consumare  un  servitore  : 

Benché  sie  mio  signore,  io  servo  umile. 

Quanto  più  umana  tanto  più  gentile.  C4 

Se  morte  o tua  merzò  non  viene  ormai 
A trar  quest’  alma  dall’  ardente  foco, 

Girò  disperso  per  sfogar  mie’  guai 
Piangendo  il  mio  destino  in  ogni  loco  : 

E tu,  donna  crudel,  cagion  sarai 


parte  delie  rime  del  nostro  autore  : 
e chi  ha  I’  orecchio  avvezzo  all’  ar- 
monia dell’  ottava  del  Poliziano  ne 
sentirà  qui  c nella  seguente  tutti 
i toni  e le  gradazioni.  Avvertasi  an- 
che al  v.  46  quel  vivace  femminile 
nel  numero  del  più;  sgrammatica* 
turu,  secondo  l*  odierno  rigorismo, 
in  cui  ei  siamo  già  avvenuti  e ci 
avverremodi  nuovo.  — v.  66.  Forse: 
più  ribelle.  — 1>.  57.  Intonazione  si- 


mile all’  altra  Se  hi  sapessi  guani’  è 
gran  dolcezza....  Tu  porresti  da  parie 
ogni  durezza.  — r.  59.  Il  verso  è 
monco  o almeno  inarmonico  : forse 
innanzi  al  più  era  un  vie  ; c chi 
scrisse  il  codice  lo  lasciò,  come 
spesso  altre  parole.  — t>.  60.  Altrove. 
Tu  li  dorresti  aver  tanlo  indugialo. 
— v.  63-G4.  Cosi  nel  codice  : né  su 
cavarne  costrutto.  Servo  umile  : Al- 
trove, Al  tuo  servo  lauto  umile. 


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RISPETTI  CONTINVÀTI.  207 

Ch’  i’  mi  consumi  e strugga  a poco  a poco. 

Però,  se  m’  ami  come  m’ hai  mostrato, 

Non  sia  cagion  eh’  i’  mora  disperato.  72 

Piangete,  occhi  dolenti,  e non  restate  ; 

Piangete  sempre,  accompagnate  il  core; 

Piangete  sempre,  per  fin  che  lasciate 
Li  spiriti  affannati  in  gran  dolore  : 

E quando  il  corpo  stanco  abbandonate. 

Piangendo  andate  bestemmiando  Amore  : 

E siate  esemplo  a chi  spera  merzede 
in  cui  non  è nè  fu  mai  fede.  80 


IV.1 

E’  mi  convien  da  te  spesso  partire, 

Poi  che  la  mia  infelice  sorte  vuole; 

E non  potendo  il  suo  voler  fuggire 
Son  sforzato  a far  quel  che  più  mi  duole 
Lassoti  il  cor  che  non  mi  può  servire. 


V.  72.  sia:  qui  seconda  persona 
singolare  dell*  imperativo.  — e.  73. 
Altre  stanze  cominciano  Piangete, 
occhi,  da  poi  ...  e Piangete,  occhi 
dolenti,  e il  cor  con  voi  Pianga.  — 
v.  71.  Altrove  gli  occhi  fanno  al 
cor  dolente  compagnia.  — v.  75-80. 
Gli  occhi  che  devono  lasciare  gli 
spirili,  abbandonare  il  corpo,  an- 
dare bestemmiando  amore,  essere 
esempio,  a molti  non  piaceranno: 
ed  io  non  darò  già  il  torto  a quei 
molti.  — v.  80.  Forse  diceva  Da  o 
In  donna. 

1 Dal  Cod.  riveardiano  2723.  Cre- 
diamo dover  inserire  queste  stanze 
fra  i Rispetti  continuali.  L'  ediz. 
(ior.  del  -1814  seguita  da  tutte  le 
posteriori  le  mescolò  (pag.  78-86) 


ad  altre  che  sono  evidentemente 
Rispetti  spicciolali.  Un  accenno  ti 
qualche  distinzione  l' abbiamo  an- 
che nel  cod.;  il  quale  dopo  la  ot- 
tava che  nella  serie  dell’ ediz.  fior, 
è IX  (pag.  81)  manca  di  due  car- 
te; ricominciando  poi  con  le  stan- 
ze. Quand’  io  ti  cominciai  e Non  so 
per  guai  ragion,  alle  quali  séguitu 
quella  che  è prima  di  queste  nostre. 
Ma  la  ottava  Quand' io  ti  cominciai 
è il  principio  di  altro  componimento 
che  riporteremo  per  innanzi:  l’al- 
tra non  ha  attenenza  alcuna  con 
l’argomento  di  queste  otto,  clic  è 
uu  lamento  in  occusione  di  par- 
tenza dalla  donna  amata  ; dunque  la 
riserbammo  pei  Rispetti  spicciolati. 

F.  2.  il  vuole , le  st. 


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208 


RISPETTI  CONTINVATI. 


Che  resta  incatenato  ove  si  suole. 

Cosi  parton  da  te  mia  membra  spesso  : 

Ma  lo  spirito  ogn’  or,  donna,  t’ è presso.  s 

Tu  pensi  eh’  i’  mi  sia  da  te  rimosso. 

Non  mi  vedendo  ; e pur  son  teco  ogni  ora  : 

E s’ i’  volessi  ben  fuggir,  non  posso. 

Nè  viver  sanza  te,  madonna,  un’  ora. 

Le  catene  crudel  eh’  i’  porto  a dosso 
Mi  terranno  prigion  per  fin  eh’  i’  mora  : 

Nè  so,  poi  che  la  carne  fia  sotterra. 

Se  lo  spirto  uscirà  di  tanta  guerra.  iò 

Tal’  or  il  corpo  mio  da  te  si  parte 
Seguendo  suo’  crudel  disavventura 
Contro  a cui  non  mi  vale  o ’ngegno  o arte. 

Si  è la  sorte  mia  spietata  e dura  : 

Ma  ti  resta  di  me  la  miglior  parte. 

Dunche,  com’  hai  del  mio  partir  paura  ? 

Se  alle  volte  da  te  il  cor  si  move, 

L' anima  sai  che  non  può  stare  altrove.  2* 

Perchè  hai  tu,  donna,  il  mie' partire  a sdegno? 

Chè  sai  pur  coni’  io  vo  contro  a mia  voglia, 

E per  sin  eh’  a vederti  non  rivegno 
Non  sarà  la  mia  vita  altro  che  doglia. 

Non  ha’  tu  di  mia  fede  il  cor  in  pegno 
Con  sicurtà  che  mai  da  te  si  scioglie»  ? 

Perch’  è ne’  lacci  tuoi  stretto  si  forte 


V.  9-16.  Si  noti  la  somiglianza  clic 
con  questa  e in  parte  con  le  ante- 
cedenti stanze  hanno  i seguenti  versi 
ti’  un  montanino  pistoiese  pubblicati 
tini  chiarissimo  prof.  Giuliani  per 
nozze  : benché  ne’  versi  del  monta- 
nino parrà  ad  alcuni  di  trovare  mag- 
gior gentilezza  d’afTelto  e di  nume- 
ro. Eccoli  : ■ Benché  lontano  sia, 
beuchè  distante  Dagli  occhi  vostri 
questo  cor  dolente,  La  lontananza 
non  sarà  bastante  Ch’  io  mi  scordi 


di  voi,  stella  lucicute:  Bencli’  io  non 
veda  il  vostro  bel  sembiante,  Dove 
l’occhio  non  può,  verrà  la  mente; 
Verrà  la  mente,  se  ■’  occhio  non 
puole.  A rivedere  voi,  tuciente  sole.  • 
— 0.22.  Dum/uc,  lesi.  — r. 23.  il  mio 
cor,  le  st.  Ma  l'aggiunta  è inutile; 
ehi  sappia  che  dopo  un  monosillabo 
l’elisione  della  sillaba  che  segue  co- 
minciarne per  vocale  non  è necessa- 
ria, anzi  non  è quasi  mai  fatta  dagli 
antichi.  — r.  21  I.' anima  hai  (u,le  si. 


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RISPETTI  CONTENTATI. 


50!) 

CU"  a pena  il  può  far  libero  la  morte.  ài 

Quando  penso,  amor  mio,  che  ’l  giorno  è presso 
Che  prender  mi  convien  si  lunga  via, 

E con  sospiri  abandonar  me  stesso 
Lassando  la  tuo’  dolze  compagnia, 

E che  il  ben  che  speranza  m’ha  promesso 
Come  polvere  el  vento  porta  via, 

Son  Costretto  a portare  invidia  al  core  ; 

Ch’  i’  parto,  o lui  rimane  al  mio  signore.  4j 

Già  non  m’ incresce  di  lasciare  il  core 
Che  resta  volentier  col  suo  disio  ; 

Ma  che  sic  poco  accetto  al  mio  signore 
Che  già  mi  si  mostrò  clemente  c pio. 

Questo  raddoppia  il  mio  grave  dolore. 

Questo  fa  troppo  acerbo  il  partir  mio. 

Questo  è cagion  che  mai  sarò  contento  ; 

Ch’  i’  vo  con  pena  e ’l  cor  sta  con  tormento.  4S 
Passo  senza  dormir  le  notti  tutte 
Mentre  te,  donna,  sospirando  chiamo  ; 

Nè  ho  del  pianto  mai  le  luci  asciutte, 

Perch’  io  lascio  i begli  occhi  eh’  i’  tanto  amo. 

Le  membra  sento  irtdebilite  e strutte, 

Tal  che  per  manco  mal  la  morte  bramo  : 

E certo  i’  non  sarei  vivo  quest’  ora. 

Se  non  eh’  i’  spero  rivederti  ancora.  co 

Se  non  fusse  che  spero  venir  presto 
Ov’  io  possa  vederti,  anima  mia, 

El  viver  sanza  te  m’ è si  molesto 


V.  40.  E lui  rima n tuo  servi- 
lare,  ediz.  fior.  1814.  La  dizione 
tuo  servitore  leggesi  in  margine  del 
coti.,  ma  d’altra  mano,  forse  di  qual- 
che sopracciò  in  grammatica,  cui 
pareva  sconcordanza  il  signore  ri- 
ferito a donna.  Il  grammaticale  Sil- 
vestri legge.  Ed  ei  riman  tuo  ser- 
vitore. — e.  48.  Nè  pur  questa  volta 
accettiamo  la  correzione  marginale 

l’OUZIAKO. 


del  cod.  elle  porta  resta  in  tormento, 
perchè  è evidente  che  sta  con  tormen- 
to è detto  per  contrapposizione  a vo 
con  pena  : ma  I'  accettarono  le  altre 
stampe.  — t>.  49-52.  Il  montauiòo 
sopra  citato  : « Alla  mattina  appena 
fatto  giorno  Mi  venne  l’ ora  di  dover 
partire  : La  notte  non  potei  dormire 
un  sonno,  Cliè  la  mia  vita  sentivo 
languire.  • — t>.  53.  indebolite,  le  st. 

14 


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•210 


RISPETTI  CONTINVATI. 


Che  già  sol  di  dolor  morto  saria. 

Pur  col  bene  sperar  contento  resto. 

Nè  credo  sempre  aver  sorte  sì  ria  : 

Le  gravi  pene  e ’l  gran  foco  ov’  io  ardo 

Mi  può  levare  un  tuo  benigno  sguardo.  C4 


V.1 

Poi  che  in  pianto  in  sospir  passo  il  di  tutto. 

La  sera  al  men  mi  riposassi  un  poco, 

E stessi  un’  ora  sol  col  viso  asciutto 
Non  sentendo  l’ ardor  dell’  empio  fuoco. 

Che  m’ ha  si  consumato  il  core  e strutto 
Che  non  mi  vale  or  mai  tempo  nò  loco. 

Ma  ogni  grazia  in  vano  ad  Amor  chieggio  : 

Sto  male  il  giorno  e poi  la  notte  peggio.  0 

Godi,  donna  crudel,  poi  che  tu  m’ hai 
Condotto  amando  in  miserabil  loco  ; 

Trionfa  or  delle  pene  che  mi  dai. 

Del  dolor  che  ini  strugge  a poco  a poco  ; 

Prendi  gloria  e diletto  de’  mie’  guai  ; 

Pasci  ben  gli  occhi  tuoi  del  mio  gran  foco  : 

Quando  l’ animo  «arai  del  mio  mal  sazio. 

Forse  t’ increscerà  di  tanto  strazio.  to 

Merzede  or  mai,  eh’  i’  mi  consumo  et  ardo 
Aspettando  al  mie’  mal  qualche  conforto  ; 

Che  s’ è per  mia  disgrazia  a venir  tardo. 


K.  63.  e'I  grave  fuoco  ov'ardo, 
le  st. 

1 Queste  ottave  stanno  nel  coi), 
lice,  tutte  di  séguito,  si  veramente 
die  sono  unite  all'  ultime  due  del 
componimento  antecedente;  clic  6 
manifesto  errore  di  chi  molto  dopo 
al  tempo  in  cui  il  cod.  fu  scritto 
volle  c non  seppe  distinguere  i ri- 


spetti copiati  da  prima  senza  niun 
segno  distintivo. 

V.  4.  Non  so  come  gli  edd.  fior, 
del  1 S (4  leggessero  Non  s'accendi 
l' ardor  dell'  empio  foco.  Il  Maggi 
indovinò  la  vera  lezione  del  codice, 
che  fu  ammessa  nella  stampa  del 
Silvestri.  — e.  49.  Accettammo  hi 
correzione  del  Silvestri  : il  cod.  e 


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RISPETTI  CONTIN'VATI. 


211 


El  viver  mio  sarà  doglioso  e corto. 

E se  non  fusse  alcun  soave  sguardo 
De’  tuo’  begli  occhi,  i’  mi  sarei  già  morto  : 

Con  questo  a stento  si  mantien  mia  vita  ; 

Però  conviemmi  aver  maggior  aita.  24 

Ben  saria  tempo,  Amore,  avere  scosso 
Dal  collo  il  giogo  tuo  molesto  e grave  ; 

Poi  che  ’n  tanti  martir  piegar  non  posso 
Quella  a cui  détti  del  mio  cor  la  chiave. 

Ma  so  che  pria  sarò  da  me  rimosso 
Che  ’l  mal  eh’  i’  ho  per  lei  non  sia  suave  : 

Cosi  dura  come  è nel  cor  la  porto  : 

Di  lei  son  vivo  e suo  voglio  esser  morto.  52 

Se  di  questo  erudel  strazio  e dispetto 
Ti  risultassi  commodo  et  onore. 

Arei  tanto  piacer  del  tuo  diletto 
Che  mi  parria  suave  ogni  dolore  : 

Ma  perché  a torto  uccidere  un  subietto 
È iattura  et  infamia  del  signore, 

M’ increscc  assai  del  mio  mortale  affanno 
Ma  molto  più  di  tuo’  vergogna  e danno.  40 

Vinto  dalla  dureza  del  tuo  petto 
Ov’  io  non  seppi  ancor  trovar  merzede. 

Ho  cerco  in  altra  trasferir  l’ affetto 
La  mia  devota  servitute  e fede  : 

\ 

Ma  è ne’  lacci  tuoi  mio  cor  sì  stretto 
Che  di  spiccarsi  alcuna  via  non  vede  : 

E poi  che  vuol  cosi  mie’  dura  sorte. 


te  st.  fior,  del  1814  leggono  Clte  se 
per  ec.  — v.  20.  Accettammo  la  cor- 
rezione del  Silvestri:  il  cod.  e l’ediz. 
fior,  isti  leggono  venir  mio.  — 
v.  25.  E qui  pure  accettammo  la 
correzione  proposta  dal  Maggi  c pas- 
sata nell’ ediz.  Silvestri:  il  cod.  c 
l’ediz.  fior.  1814  leggono  Hai  torà 
tempo.  . — v.  29.  Gli  cdd.  fior.  1814 
stampavano  fi/a  se  pria  tari  cc.  : il 


Silvestri  riparava  ai  danni  del  metro 
ma  non  del  senso,  correggendo  fila 
se  prima.  E por  la  lezione  nostra 
bella  e chiarissima  è quella  del  co- 
dice. — v.  34.  Il  cod.  legge  Tu  risul- 
tassi commollo  el  onore:  gli  cdd.  fior. 
1814  stamparono  Tu  risultassi  con 
modo  cd  onore  : onde  le  querele  della 
Critica  in  quella  farsa  del  Monti  clic  è 
nel  voi.  HI,  parte  li,  della  Proposta , 


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RISPETTI  CONTI.NVATI. 


Fermo  son  di  servire  in  sino  a morte.  4S 

Foss’  io  pur  certo  nella  morte  al  meno 
Poter  1’  aspra  catena  all’  alma  tórre, 

Ch’  io  ardirei  con  ferro  o con  veneno 
Queste  languide  membra  in  terra  porre  1 
Ma  ehi  sa  se  morendo  Amor  vien  meno 
0 se  può  stringer  l’ alma  e ’l  corpo  sciorre  ? 

Vivendo  il  ciel  mi  sforza  esser  tuo’  preda  : 

Nè  so  dopo  el  morir  quel  eh’  io  mi  creda.  so 


VI.1 

Da  poi  eh’  io  vidi  el  tuo  leggiadro  viso. 
Tutta  la  vita  e’  mie’  gensier  cangiai. 
Da’  tuo’  begli  occhi  usci  si  dolce  riso 
Ch’ altra  dolceza  al  cor  non  senti’ mai; 


V'.  50.  I’  aspre  catene,  le  si.  Que- 
sta c la  stanza  2*  del  presente  com- 
ponimento trovansi  con  qualche  va- 
rietà anche  Ira  gli  Strambotti  del- 
T Aquilano. 

i Queste  ottave,  che  furono  prima 
pubblicate  dagli  cdd.  fior,  del  4814, 
le  troviamo  cosi  di  séguito  tanto 
nel  cod.  laurenz.  44  come  nel  rie 
car.  2723  : se  non  che  nel  laurenz. 
innanzi  alle  ultime  due  ne  sono 
interposte  due  altre  (lo  Ito  sentilo 
cl  tuo  duro  lamento  c lo  bcncdisco 
ogni  benigna  stella)  che  non  legano 
colle  precedenti.  1,’ordiuc  nel  qua'c 
le  diamo  noi  è quello  stesso  del  ric- 
cardiano  ; salvo  che  ivi  si  aggiunge 
un’ottava  in  fine,  eh’ è fuor  di  mate- 
ria (Allor  che  morte  ara  nudata  e 
scossa).  A questa  serbiamo  luogo  più 
opportuno  fra  i Rispetti  spicciolati  : 
le  due  del  cod.  laur.  le  vedremo 
al  suo  posto  nel  seguente  componi- 


mento. Piotiumo  anche  che  le  si.  2 
e 3 sono  le  stesse  che  la  13  e 14 
della  Serenala  o Lettera  in  istram- 
botti  ripetute  con  qualche  piccola 
varietà;  c lo  stesso  è della  terza, 
che  abbiamo  già  trovato  ultima 
nei  Rispetti  d‘  amore.  Ma  ambe- 
due i codd.  fiorentini  le  hanno, 
e noi  le  riproduciamo  fedelmente. 
Nulla  di  più  facile  clic  l'autore  trat- 
tando un  argomento  consimile,  per 
servire  alle  richieste  e agli  spassi 
de’ suoi  giovani  amici,  senza  nessuno 
intento  letterario,  si  giovasse  del  già 
fatto  ultra  volta. 

V.  1-8  Questa  stanza  è anche 
nel  cod.  Vanzolini  : il  quale  ul 
v.  3.  ha  la  var.  E de’  begli  occhi. 
— v.  4.  Il  Laur.  e gli  edd.  fior, 
del  44  leggono  Altra  dolcezza  : ma  il 
cod.  ricc.  e quello  del  sig.  Vanzo- 
lini hanno  Ch’  altra  dolcezza,  insie- 
me col  Trivulziano  cit.  nell’Append. 


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P.ISPETTI  COXTINVATI. 


Tanto  di’  io  fui  (la  me  stesso  diviso^, 

E mille  volte  Amor  ne  ringraziai. 

E fu  tanto  soave  ogni  tormento, 

Ch’  i’  arsi  et  ardo  e son  d'  arder  contento.  $ 

Tante  belleze  non  t’ ha  dato  Iddio 
Perchè  le  tenghi  sempre  ascose  in  seno. 

Ma  perchè  ne  contenti  al  parer  mio 
1/  amante  tuo  che  di  gran  doglia  è pieno. 

Nè  creder  tu  che  sia  peccato  rio. 

Poi  che  se’  d’ altri,  uscire  un  po’  del  freno  : 

Che  se  ne  dai  a lui  quant’  è a bastanza. 

Non  si  vuol  gittar  via  quel  che  t’ avanza.  io 

Egli  è pur  meglio  et  a Dio  più  accetto 
Far  qualche  bene  al  povero  affamato. 

Che  presentato  nel  divin  cospetto 
A cento  doppi  fia  remunerato  : 

Dòtti  tre  volte  con  le  man  nel  petto, 

E di’  tua  colpa  d’  ogni  tuo  peccato. 

Troppo  non  chieggio  : e’  basta  s’ i’  raggruzolo 
Sotto  la  mensa  tua  qualche  minuzolo.  24 

A che  ti  gioverà  tanta  bclleza. 

Se  tu  0 altri  non  ne  trae  diletto  ? 

Che  frutto  arai  di  tanta  tuo'  durcza 
Se  non  pentirti  in  vano  ira  e dispetto  ? 

Non  ha  sempre  a durar  tuo’  giovineza  : 
Rammentera’ti  ancor  quel  eh’  io  t’ ho  detto. 

Parmi  che  come  un  fior  tuo’  biltà  caggia  : 

Dunque  prendi  partito  come  saggia.  32 

Deh,  vogli  un  po’  che  Amor  me’  ti  consigli 
Di  tanta  tua  dureza  anzi  che  ’nvecchi. 

Veduti  ho  bianchi  fior  gialli  e vermigli 
In  brieve  tempo  farsi  passi  e secchi  : 


a!  voi.  Ili,  parte  II,  della  Proporla  di 
V.  Monti.  — e.  9-10.  Tanta  bellezza 
...  la  ...  ascosa,  le  gl.  — ».  ti.  dal 
freno,  le  st.  — ».  15.  quanto  è bazlan- 
ta,  cod.  laur.,  confonde  alla  lezione 


della  Serenata.  — ».  20.  zia  rimunera- 
to, cdd.  fior.  14.  — ».  22.  tua  colpa 
ed,  le  st.  — ».  23.  e bazla,  le  st.  — 
».  26.  trai  diletto,  cod.  laurenz.  — 
r.  30.  Hommenteratli,  cdd.  fior.  li. 


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21  i 


RISPETTI  CONTINVATI. 


E dove  furon  già  viole  e gigli, 

Son  fatti  aridi  sterpi  pruni  e stecchi. 

E guai  a quel  che  si  ridda  al  verde  ! 

Ciò  che  speme  nutrica,  el  teuipo  perde.  40 

£>’  i’  ti  credessi  mai  esser  nel  core, 

1’  sare’  degli  amanti  il  più  contento  : 

Ma  quel  eh’  è drento  non  si  par  di  fore, 

E questa  è la  cagion  del  mio  tormento. 

Tu  sai  eh’  io  ti  amo  con  perfetto  amore  ; 

Ma  se  tu  ami  me,  questo  non  sento  : 

E benché  i’  creda  in  te  esser  clemenza, 

I’  vorre’  pur  vederne  esperienza.  4S 

E’  tuo’  begli  occhi  m’ han  furato  el  core  : 

La  tuo’  dureza  il  fa  da  te  partire. 

S’ i’  piango,  tu  non  senti  il  mio  dolore  : 

Sanza  speranza  non  si  può  servire. 

Che  vai  belieza  adunque  sanza  amore, 

Se  non  tuo  danno  a far  altrui  morire? 

Per  tanti  prieghi  Amor  facci  un  cosa,  • 

0 che  tu  sia  men  bella  o più  pietosa.  66 

I’so  ben  che  tu  ’ntendi  el  cantar  mio, 

E so  ben  che  tu  sai  quel  eh’  io  vorrei  : 

Ma,  se  '1  tuo  core  intendessi  un  po'  el  mio. 

Le  pene  eh’  i’  ho  tante  non  l’ arci. 

So  ti  piacessi,  caro  signor  mio. 


».  39.  Hi  fidarti,  aver  fidanza,  confida- 
re. lEdd.  fior.  4814.)  — ».  41  -48.  Que- 
sta stanza,  clic  è pure  stampata  fra 
gli  strambotti  di  Serafino  Aquilano,  è 
con  qualche  variante  in  meglio  anche 
ripetuta  fra  altri  Rispetti  spicciatali 
del  nostro  autore  nel  cod.  ricc. ; 
e cosi  ristampata  dagli  edd.  fior, 
del  4814.  Noi  accettiamo  o accen- 
niamo le  varianti,  c non  la  ripete- 
remo. — ».  44.  credesti  pure.  — 
».  43.  non  ti  par  di  fare.  Abbiamo 
accettato  questa  variante  nel  testo  : 
i due  codd.  portavano,  non  ti  vedi 


fore.  — ».  44.  la  ragion.  — ».  45. 
Tu  sai  ch'io  t'amo.  Abbiamo  ac- 
cettato questa  variante  : i due  codd. 
leggevano,  l' so  ch'io  t’amo.  — ».  4G. 
E te  tu.  — ».  47.  Hcnchè  conosca.  — 
».  4S./';ic  correi  pur  vedere  esperien- 
za.— ».  54  A.  M.  Maggi  nella  cit.  Ap- 
pendice della  Proposta  consiglia  di 
emendar  questo  verso  così  : Se  sol 
tuo  danno  è fare  altrui  morire*  — 
».  55.  faccia  una,  le  st.  : ...  preghi, 
amor,  fammi  una,  cod.  laur.  — ».  59. 
intendesse,  le  st.  : ...  intendessi  et  min, 
cod.  laur.  * 


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RISPETTI  CONTINVÀTl. 


•213 


D’ esser  tuo  servo  mi  contenterei. 

Se  vuoi  alleggerir  queste  mie  pene, 
Deli,  fammi  certo  se  tu  mi  vuoi  bene. 


VII.» 

AMANTE. 

E’  dolci  accenti  del  cantar  eli’  io  sento 
AI  pianto  mio  raddoppiano  el  vigore  : 

Et  ogni  festa  a chi  non  è contento 
A chi  sanza  speranza  è del  suo  amore 
È come  raddoppiare  el  suo  lamento: 

Et  io  di  pianto  sol  pasco  il  mio  core 
Ma  solo  una  speranza  mi  conforta  ; 

Che  ’l  core  ancor  sì  v’  amerebbe  morta.  s 

DONNA. 

Io  ho  sentito  el  tuo  crudo  lamento, 

E veggio  ben  quanto  li  sforza  amore  : 

E s’ i’  ti  fu'  mai  cruda  me  ne  pento, 


1 Le  quattro  ottave  qui  sopra,  le 
quali  nell’  ediz.  fior,  del  14  e del  22 
e nella  milanese  del  25  sono  il 
principio  d’  una  congerie  informe  e 
discorde  a cui  venne  appiccato  il 
nome  di  Stanze,  nel  cod.  ricc.  2725, 
chi  sappia  ben  guardare  e vedere, 
sono  disgiunte  dalle  altre,  elle  nelle 
stampe  le  seguono,  per  la  diversità 
della  mano  di  scritto  e pel  cessare 
della  numerazione.  Anche,  chi  sap. 
pia  ben  vedere  nula  che  in  esso 
codice  a lato  delle  due  ottave  di 
mezzo,  la  2*  e 3",  è segnato  in  mar- 
gine un  D,  che  ci  sembra  dover 
significare  Dossi.  Ne  sospettarono 
anche  gli  edd.  del  14  ; i quali  in 
ana  nota  alla  2*  ottava  avvertirono 
Pare  che  risponda  l’ amala,  e ili 
altra  alla  4*  Riprende  l’amante.  Il 


codice  del  sig.  Vanzolini  ha  le 
due  stanze  intermedie,  e ad  am- 
bedue la  rubrica  Gostaszisi  (che  è 
il  nome  della  donna  introdotta  in 
questa  tenzone d'  amore).  Con  siffatti 
indizi,  c con  l’ aiuto  d’ una  bella 
variante  del  cod.  laur.  44  nell’  ul- 
timo verso  della  prima  stanza,  ab- 
biamo creduto  dover  ridurre  queste 
quattro  ottave  nella  forma  d' un 
dialogo  : e che  la  seconda  ottava' 
sia  una  risposta  alla  prima,  ce  io 
fa  vedere  anche  1’  esser  riprese  in 
questa  le  rime  di  quella. 

1’.  8.  Cosi  il  cod.  laur.  44,  pi.  40  : 
il  riccard.  2723  seguilo  da  tutte 
le  st.  Che  il  core  è in  del  con  la 
sua  donna  morta,  con  iscupito  del 
senso  per  le  seguenti  stanze.  — 
ti.  10.  ti  sforzi,  Cod.  Vanzolini. 


\ 


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210 


RISPETTI  CONTINVATt. 


Benché  di  dolce  fiamma  ardessi  el  eore. 

Io  spero  ancor  che  tu  sarai  contento, 

E sarà  conosciuto  il  nostro  onore. 

Amante,  poni  al  tuo  pianto  silenzio  ; 

Che  più  si  gusta  il  mèl  dopo  l’assenzio.  te 

Io  benedisco  ogni  benigna  stella 
Sotto  la  qual  felice  al  mondo  nacqui. 

Poi  che  tra  tante  donne  io  fui  sol  quella  • 

Che  tanto  agli  occhi  tuoi  benigni  piacqui. 

E non  essere  stata  assai  più  bella 
Per  tua  cagione  a me  sempre  dispiacqui  : 

E s’ i’  credessi  sol  sarei  beata 

Che  quant’  io  t’ amo  da  te  fussi  amata.  24 

AMANTE. 

Non  creder,  donna,  per.  esser  crudele 
E per  tenermi  in  pianti  e in  sospiri. 

Che  io  non  t’  ami  e non  ti  sia  fedele  ; 

Pur  che  vèr  me  un  tratto  gli  occhi  giri. 

Gli  occhi  che  son  duo  stelle  alle  mie  vele. 

Clic  fanno  dolci  tutti  e’  mie’  martiri  : 

Volgi  quegli  occhi  a me  benigni,  e ridi  ; 

E poi  contento  son,  se  ben  m’ uccidi.  32 


Vili.1 

l’ t’ ho  donato  il  core  ; e non  ti  piace, 


V.  12  «refesse,  le  si.  — e.  14.  ono- 
re: così  il  cod  laur.  e quello  del  sig. 
Yanzolini.  Il  Riccurdiaiio  seguilo  da 
I olle  le  stampe,  amore.  — e.  21.  £ 
di  «oli  esser  naia,  cod.  laur.  : E ili 
non  esser  tuia,  cod.  Vanz.  — e.  24. 
rare’  amala,  cod.  laur.  — ».  29.  due, 
le  si.  — ».  30.  £ fanno,  cod.  ricc. 
e stampe  : fanno  /ieri,  cod.  Vanz. 

1 Queste  venti  stanze  dagli  eilil. 


(ìor.  del  14, che  primi  le  pubblicarono 
di  sul  cod.  ricc.  2724,  furono  riunite 
o meglio  confuse  ad  altre  con  cui  non 
lianno  attinenza  veruna  nella  serie 
die  incomincia  l’teminai  il  campo  ec. 
Non  è difficile  scorgere  che  in  queste 
si  continua  un  ordine  di  pensieri, 
mentre  le  ultre  die  nelle  stampe  le 
precedono  sono  Ritpttti  spicciolati. 

V.  1.  l' l' ho  dato,  il  cod.  — » 1-2 


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RISPETTI  CONTINYATI.  *217 

F.  per  isdegno  1’  hai  gettato  in  terra. 

Nello  ardente  disir  che  lo  disface 
Amor  per  tua  beltà  lo  stringe  e serra. 

E se  non  debbo  aver  tregua  nè  pace. 

Meglio  è l’ uccida  che  tenerlo  in  guerra. 

E ’l  maggior  fallo  che  mai  il  mio  cor  tene 
È d’ averti  voluto  e voler  bene.  s 

F son  costretto  a dimandar  merzede 
E discoprir  quest'  amorosa  fiamma. 

F mi  consumo,  donna,  ognun  se  '1  vede  ; 

I!  tristo  core  altro  che  te  non  brama  : 

Amor  mi  sforza  e stringe  a tanta  fede. 

A tua  belleza  che  ogni  ora  m' infiamma, 

A te  m’  arrendo  ; e prego  il  tuo  valore. 

Che  non  ispregi  e strazi  il  lasso  core.  io 

I’son  più  fermo  e più  constante  e saldo 
Al  dolce  amor  eh’  io  t’ ho  portato  e porto 
Che  mai  non  fussi  e del  voler  più  caldo. 

Ogn’  or  mi  trovo  al  disperar  conforto  ; 

E mille  fiate  ogn’  or  più  mi  riscaldo. 

Altro  non  voglio,  in  sin  eh’  io  sarò  morto. 

Se  non  servirti  e farti  cosa  grata. 

Benché  i’  ti  pruovo  ogn’  or  più  dispietata.  2+ 


Ricordano  due  versi  d'  un  sonetto 
del  Petrarca  • V’  aggio  donato  il 
cor,  ma  a voi  non  piace  Mirar  si 
basso  con  la  mente  altiera.  • E v’è 
uno  stornello  popolare  toscano  che 
dice  • Viole  a mazzi  : Mi  chiedesti 
il  mio  core,  io  te  lo  detti  : Ora  che 
tu  I’  ha'  avuto,  lo  strapazzi.  - — 
r.  3.  Il  cosi,  c le  stampe  leggono 
Quelli)  arderne  ditir.  La  nostra  cor- 
rione i semplicissima  ed  evidente. — 
»>.  4.  Amor  per  tua  bella,  il  cod.  e 
la  ediz.  fior.  1814.  Accettammo  la 
correzione  del  Silvestri.  — o.  7. 
L'  ediz.  Silvestri  corregge,  E il  mag- 
gior falla  che  il  mio  cor  tuoi  lene. 


Non  ce  n’era  bisogno. — 1>.  12.  bram- 
tua,  le  st.:  cioè,  in  vece  d'un'  assonan- 
za, clic  non  sarebbe  la  prima  nelle  ri- 
me del  Poliziano,  una  licenza  di  pro- 
nunzia non  punto  toscana.  — v.  19. 
Ho  accolto  la  correzione  proposta 
dal  Maggi  c passata  nella  ediz.  Sil- 
vestri : il  Cod.  e le  stampe  leggono 
lì  che  mai  fatti.  Gli  edd.  fior, 
del  1814,  non  mettendo  punto  fermo 
o altro  segno  di  distinzione  in  fine 
di  questo  verso,  c con  ciò  legandolo 
pel  senso  al  seguente,  rendono,  par- 
mi,  oscurissimo  e incerto  il  significa- 
to ; che  emerge  chiaro  dalla  interpun- 
zione del  Silvestri  da  me  adottala.  — 


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218 


RISPETTI  CONTI?» VATI. 


Quant’è  maggio  il  trionfo  e l’ allegreza, 

Tanto  più  doverresti  esser  pietosa  : 

Altro  non  manca  alla  tua  gran  belleza. 

Se  non  esser  benigna  e graziosa  : 

Non  regnò  in  niuna  mai  tanta  dureza. 

Se  tu  ti  tieni  al  tuo  servo  nascosa. 

Se  altro  in  questo  mondo  non  puoi  darmi. 

Puoi  di  buone  parole  contentarmi.  32 

Tu  se’  bella  leggiadra  e giovanetta, 

Vaga,  gentil  vie  più  che  in  ramo  fiore. 

Di  gentileza  e di  beltà  perfetta. 

Ben  che  non  sai  che  cosa  sia  amore. 

E quando  ha  da  ferir  la  sua  saetta 
11  tuo  siccome  ogn’  altro  gentil  core. 

Assai  più  bella  c più  gentil  sarai, 

E de’  miei  pianti  non  ti  riderai.  40 

Che  ti  bisogna  aver  tanti  riguardi 
Per  contentare  un  tuo  disirc  onesto  ? 

Mentre  che  a questa  e quella"  cosa  guardi. 

Il  tempo  passa  e vassene  via  presto. 

Tu  te  ne  pentirai,  ma  e’  sarà  tardi  ; 


V.  25.  Il  cod.  ha  maggior  : noi  con 
gli  edd.  fior,  del  ti  stampiamo  mag- 
gio, che  fu  proprio  in  antico  de’  fio- 
rentini ed  ha  molti  e illustri  esempi. 
— • p.  26.  doveretti,  le  st.  — 1>.  27.  Nel 
cod.  manca  gran,  che  è delle  stampe. 
— ».  30.  altro  terrò  legge  il  cod.  e 
l'ediz.  fior,  del  ti.  Noi  accettammo  la 
correzione  dell’  ediz.  fior.  1822,  pas- 
sala anche  nell’  ediz.  Silv.  — ».  32. 
E qui  accettammo  la  correzione  del 
Maggi  e dell’  ediz.  Silvestri  : il  co- 
dice e gli.edd.  fior,  leggono  Sol  di. — 
V.  36.  Il  cod.  legge  : Vira  che  In 
non  sai  che  cola  sia  amore.  Gli 
edd.  fior,  del  ti  crederono  di  cor- 
reggere. leggendo:  VVcn  perchè  tu 
non  lai  che  caia  è amore  ; e furono 
seguiti  da  tutte  le  stampe.  La  inia 


correzione,  mentre  restituisce  il  sen- 
so, clic  nelle  stampe  è per  lo  meno  in- 
certissimo, è forse  meno  arbitraria. 
Facilissimo  che  il  copista  scam- 
biasse il  ben  in  eteri  : chi  poi  ha 
esperienza  dei  manoscritti  di  rimo 
antiche  sa  come  spesso  i pronomi 
personali  sovrabbondano  a danno 
della  misura  del  verso.  — o.  37. 
Il  Maggi  corresse,  e il  Silvestri  stam- 
pò ila  quando  ferirà.  Se  non  inop- 
portuna, mi  par  troppo  ardita  emen- 
da. — ».  40.  di  mici  pianti  : il  cod. 
e l’ediz.  fior.  14.  — ».  42.  Per 
coniervare , il  cod.  e l' ediz.  fior.  : qui 
la  correzione  del  Maggi  e del  Sil- 
vestri ( contentare ) è richiestd  dalla 
logica.  — ».  43.  a quella  a quella , 
il  cod. 


Bigi'izcd '[?/"•€  oogle 


RISPETTI  CONTINVATI. 


219 


Nè  gioverà  se  ti  fla  poi  molesto. 

Amar  chi  t’  ama  fòra  onesta  cosa, 

Perchè  ogni  gentil  donna  è graziosa.  4S 

Come  non  pensi  al  dolce  tempo  ornai  ? 

Chè  in  van  trapassa  la  stagion  tua  verde  ; 

E lacrime  e sospir  e tèner  guai 


Tardi  dell’  error  tuo  te  ne  avvedrai  ; 

Chè  in  fin  si  lascia  il  tempo  che  si  perde  ; 

Chè  beltà  come  un  fior  s’  appassa,  e strugge 
Il  buon  voler  clic  per  vecchiaia  fugge.  to 

Lasso,  quanti  sospiri  e quanti  omei 
Escon  del  miser  petto  per  tuo  amore  ! 

Ogn’  or  più  sorda  al  mio  gridar  tu  sei. 

Mostrando  non  udir  mio  tanto  ardore  : 

• Ah  ! che  non  vedi  Amor  negli  occhi  miei 
Che  t’ appresenta  l’ alma  e ’l  tristo  core  ? 

A te  m’ ha  dato  ; e tuo  convien  che  sia 
In  vita  e dopo,  se  possibil  fia.  64 

Io  ho  amata  tua  cara  belleza 


V.  47.  tara  onesta  cosa,  le  si.  — 
v.  52.  Il  v.  mancante  è nel  cod.  e nel- 
1’  eilii.  fior.  1S14  lo  stesso  clip  il  54  : 
che  certo  fu  dal  copista  trascritto  qui 
per  errore,  non  essendo  questo  il  suo 
luogo.  — v.  53.  accorgerai , le  si.  — 
v.  55.  Dilla  che,  il  cod.  Il  Maggi,  nella 
cit.  Appendice,  crede  che  nel  v.  54 
al  ti  lascia  vada  al  sicuro  sosti- 
tuito si  piungc,  e che  quanto  al 
verso  perduto  non  andrebbe  forse 
lungi  dal  vero  chi  lo  supplisse  con 
quello  che  poniamo  qui:  • Come  non 
pensi  al  dolce  tempo  ornai,  Clic  in- 
van  trapassa  la  stagion  tua  verde  ? 
Per  lacrime  e sospiri  e Iratjgcr 
guai  Più  non  ritorna  indietro  nè 
riaver  de.  Tardi  dell’  error  tuo  t'ac- 
corgerai, Chè  infin  si  piange  il 
tempo  che  si  perde  » ec.  Il  Sil- 


vestri accolse  nella  sua  cdii.  la 
correzione  si  piange.  — r.  55.  Escon 
dal,  le  st.  — v.  61.  Questo  Alt  è 
aggiunto  nelle  stampe  : nel  cod. 
manca,  e manca  con  esso  la  misura 
del  verso.  — t>.  62.  Il  cod.  legge 
l' appresenta  : e gli  cdd.  fiorentini 
del  1814,  che  pur  altre  volte  avean 
messo  le  mani  ove  non  importava, 
per  conservare  questa  lezione  errata, 
leggevano,  seguiti  da  tutte  le  altre 
edizioni:  • Ali  che  non  vedi,  Amor,  ne- 
gli occhi  miei  Che  s’ appresenta  l’al- 
ma e ’l  tristo  core  ? » E il  senso  7 l.a 
nostra  corrrzionc  ci  par  ragionevo- 
lissima e appoggiata  dal  verso  che  se- 
gue. — e.  63.  eppur  convien  che  sia 
leggono  il  cod.  e l’ediz,  fior,  del  181 4. 
Ilo  accettato  la  correzione  del  Maggi 
passala  anche  nell’  ediz  Silvestri. 


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2'20  RISPETTI  COXTINVATI. 

Tanto  eh’  io  posso  annoverar  moli’  anni  : 

Col  cor  fcdel,  che  è quel  che  più  si  spreza, 

Sofferto  ho  molte  ingiurie  e molti  inganni  : 

Cresciuto  ho  i pianti  e ....  la  tua  dureza 
Quanti  sdegni  ho  sofferti  e quanti  affanni  ! 

E pur  con  questi  affanni  e questi  guai 
Sarai  ancora  a tempo,  se  vorrai.  72 

Io  isperar  vo’,  quando  tu  ni’  arai 
Fatto  di  me  lo  strazio  che  tu  vuoi. 

Che  ancor  pietosa  in  vèr  di  me  sarai, 

E pentira’ti  de’  peccati  tuoi, 

E che  in  te  stessa  poi  tu  pensarai 
Ch’  i’  t’ aggi’  amato  tanto  tempo,  poi 
Dello  istraziarmi  aver  fatto  gran  torto  : 

E con  questa  speranza  mi  conforto.  so 

Se  tu  prendi  piacer  del  mio  morire, 

Convien  che  piaccia  a me  quel  che  a te  piace  : 
l’ son  contento  morte  ■sofferire. 


V’.  66. Gli  edd.  fior,  del  14  non  pon- 
gono alcun  segno  di  distinzione  in  fine 
di  questo  verso.  — ».  67.  Il  Maggi  per 
onore  della  fedeltà  vorrebbe  si  mu- 
tasse ti  spreta  in  s'appreza;  e il 
Silvestri  mette  a effetto  il  consiglio. 
Non  ce  n’  i bisogno,  cbi  guardi  al 
verso  seguente.  — ».  69.  c ...  la  tua 
durezn.  Non  si  legge  altrimenti  die 
rosi  nel  codice.  È evidente  elle  dopo 
la  congiunzione  manca  una  preposi- 
zione, cagli  edd.  fior,  piacque  leggere 
entro:  e tulle  le  stampe  gli  hanno 
seguiti.  Non  era  meglio  e per  la  tua 
(/lirica?  — ».  73.  lo  i speravo,  il  cod. 
e l’eiliz.  fior.  Come  rispondente  al  re- 
sto della  stanza  in  cui  le  cose  sperate 
sono  significate  col  futuro,  accettam- 
mo la  correzione  del  Maggi  c degli 
edd.  fior,  del  SS,  passntu  nell’  ediz. 
Silv.  Se  non  clic  il  Maggi  e gli  altri 
leggono,  lo  sperar  vo’  che  : ma  quel 


che,  oltre  essere  arbitrario,  è inutile 
alla  sintassi,  perchè  ripetuto  al  ».  7à; 
ed  è inutile  alla  prosodia,  perchè 
la  sillaba  clic  vuoisi  con  esso  dare 
a compier  la  misura  del  verso  è 
rappresentata  nel  codice  dell’  i efe- 
Iustico  di  ispcravo.  Dopo  ciò,  le 
stampe  leggono  in  questo  stesso 
verso  »'  arai.  — ».  76.  penliraiti, 
le  st.  — ».  7S.  Adottammo  l' inter- 
punzione del  Silvestri.  Gli  edd.  fior, 
mettono  punto  e virgola  in  fine  del 
verso  dopo  poi.  Ma  un  sospetto  mi 
nasce,  non  si  contenga  forse  ili 
questo  verso  una  strana  trasposizio- 
ne, escusata  in  parte  dallu  fretta  con 
che  il  pucta  scriveva  se  non  anche 
dalla  foga  onde  improvvisava  ; e clic 
insomma  si  debba  crdinarc  e inten- 
der cosi:  ....  penserai,  poi  ch’io 
t’  aggio  amalo  tanto  tempo,  aver 
fatto  gran  torlo  dello  istraziarmi. 


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RISPETTI  CONTINVATI. 


221 

Pur  che  per  questo  i’  m’ abbia  loco  pace. 

0 signor  mio,  mudo  altro  desire. 

Se  non  seguirti,  dentro  al  mio  cor  diace  : 

Nò  posso  creder  che  si  bella  cosa 
Non  sia  ancor,  più  che  non  ò,  pietosa.  ss 

S’ i’  non  ti  veggo  ogn’  or,  donna  giuba, 
l’ ho  una  morte  con  molto  tormento  : 

E,  quando  giungo  poi  dove  tu  sia, 

Per  amor  de’  tuoi  occhi  i’  ne  fo  cento  ; 

Che  quanti  amanti  passan  per  la  via 
Tutti  gli  guardi  per  maggior  mio  istento  ; 

E già  non  pensi  che  non  t’ò  onore 
Di  pigliare  ogni  giorno  un  amadore.  03 

T veggo  ben,  signor,  eh’  io  non  son  degno 
D'  amar  nò  riverir  ia  tua  biltade  : 

Ma  pur  la  grave  pena  eh’  io  sostegno 
Mi  fa  pigliare  in  te  gran  sicurtade. 

0 lasso  a me  I che  riverente  i’  vegno 
Sol  per  pregar  la  vostra  umanitade. 

Che  a compassione  tu  ti  muova  ! 

Chò  in  ogni  cor  gentil  pietà  si  truova.  tot 

Quando  riveggo  il  tuo  leggiadro  volto. 

Vie  più  s’ infiamma  lo  mio  miser  core. 

I’  mi  solevo  andar  libero  e sciolto, 

Or  nelle  forze  sue  mi  tiene  Amore. 


V.  Si.  i*  »»*  abbia  è delle  si.  Il 
codice  legge  per  quello  abbia.  — 
r.  S5.  Accettammo  la  correzione 
del  Maggi  passala  nell’  ediz.  Silve- 
stri. Il  cod.  e gli  edd.  fior,  leggono 
noi»  /io  altro  dilire.  — e.  86.  diace. 
Il  Maggi,  come  quegli  clie  scriveva 
nella  Propoila,  naturalmente  cor- 
resse giace  : e giace  stampò  I’ edi- 
tor milanese.  E in  vero  perché  un 
lombardo  avrebbe  tatto  grazia  » 
questa  sguaiataggine  della  plebe  to- 
scana 7 Ma  il  popolo  del  nostro  con- 
tado dice  tuttavia  diacere  e diacente. 


E tanto  è naturale  lo  scambio  del  g 
nel  rf,  clic  in  rime  non  plebee  del 
see.  XIII  e XIV,  cioè  in  una  canzone  di 
Pucciandoue  Martelli  e nella  balla- 
ta su  la  rotta  di  Montecatini,  si  legge 
redina  per  regina.  — e.  89.  Accettam- 
mo la  correzione  del  Maggi  adottata 
pur  dal  Silvestri  : il  cod.  e gli  edd. 
fior,  leggono  Se  non  ti  reggo  ancor.  — 
».  98.  D' amare  e,  le  st.  — t>.  99. 
Adottammo  la  emenda  dei  Silve- 
stri: il  cod.  e gli  edd.  fior,  leg- 
gono Ila  per  la.  — r.  306.  il  mio 
mirerò,  le  si 


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222 


RISPETTI  CO.NTINVATI. 


I’  credo  eh’  io  sarò  prima  sepolto, 

Ch’  io  esca  mai  di  tanti  affanni  fore. 

E non  ti  gioverà  I'  essermi  ingrata, 

Nè  per  questo  sarai  in  ciel  beata.  112 

Et  dì  che  Amor  ne’  suoi  lacci  mi  prese 
Mi  fe  cangiar  di  mia  vita  sembiante. 

E quando  Amor  per  forza  1’  arco  istese 
Non  vale  a’  colpi  suoi  cor  (fi  diamante  : 

Fugge  la  maraviglia  a chi  lo  intese. 

Poi  che  mi  feci  al  suo  signor  costante. 

Poi  che  m’ ebbe  fedito  col  suo  strale. 

Ben  par  che  la  si  goda  del  mio  male.  120 

Amor  non  vie»  se  non  da  gentileza. 

Nè  gentileza  regna  sanza  amore. 

Ogni  altra  cosa  si  divide  e speza. 

Salvo  costei  eh’  io  porto  drento  ai  core. 

A che  ti  può  giovar  tanta  belleza  ? 

Per  esser  sciupi  e ingrata  al  servidore? 

Deh,  moviti  a pietà,  di  me  t’ incresca. 

Poi  eh’  io  ardo  d’ amor  per  tua  dolc’  esca.  128 

Or  eh’  è l’ età  più  bella  e più  fiorita 
E che  la  tua  belleza  più  s’appreza. 

Pensa  che  un  giorno  sparirà  la  vita 
E morte  torrà  via  la  tua  belleza. 

Cosi  la  faccia  tua  lieta  c pulita 
Piangerai  forse  ancor  nella  vecchieza; 

E vedrai,  cruda,  quanto  è bella  cosa 
Al  suo  servo  fedele  esser  pietosa.  136 

Sai  tu  che  mi  farò  se  sarai  cruda? 
l’ griderò  dinanzi  al  mio  signore 


V.  113.  K'I,  edd.  nor.  del  14: 
il,  ediz.  Silvestri.  — t>.  117.  Gli 
edd.  fiorentini  pongono  una  virgola 
in  fine  di  questo  verso,  e in  fine 
del  seguente  due  punti.  Noi  segui- 
tiamo l’ interpunzione  deli'  ediz.  Sil- 
vestri. — v.  118.  suo  signor.  Cile 
il  poeta  scrivesse  mio  signor  ? Soli, 


non  osiamo  in  questo  punto  cor- 
reggere. — 0.  119.  ferito,  le  st.  — 
t>.  125-126.  Seguitiamo  I*  interpun- 
zione del  Silvestri.  Gli  edd.  fior, 
pongono  una  virgola  in  fine  del  125, 
riserbando  l’ interrogativo  al  126.  — 
o.  137.  Cosi  le  stampe:  ma  il  cod. 
Sai  di'  io  che  mi  farà  tu  tarai  cruda. 


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RISPETTI  C0NT1NVÀTJ. 


•2-23 


E dirò  quanto  se’  di  pietà  ignuda. 

E lasceronne  far  vendetta  Amore. 

Orsa  crudele  che  in  selva  s’ inchiuda 
Non  tien  sì  aspro  e si  maligno  core, 

Come  tu  fai  quando  tu  parli  o ridi: 

Co’  tuo’  begli  occhi  ridendo  m’  uccidi.  H4 

Dolce  isperanza  mia,  fido  sostegno. 

Quanto  sarian  felici  i nostri  amori, 

S’ i’  fussi  istato  dello  amore  degno 

E d’ un  pari  voler  fussin  due  ‘cori  1 

Ma  '1  mio  cor  generoso  e ’l  troppo  sdegno, 

Questo  mi  scaccia  dal  tuo  albergo  fuori. 

Ben  mi  ricorda  già,  donna,  più  volte. 

Che  ne’  boschi  lontan  le  rose  ho  colte.  152 

E se  tal  volta  un’  amoroso  isguardo 
Contro  a tua  voglia  t’ è furato  e tolto. 

Non  è minore  il  foco  donde  i’  ardo 
Nè  per  minor  pietà  chinato  ho  il  volto: 

Ma  spesso  il  tuo  furor  fa  il  tuo  cor  tardo. 

Per  non  lasciarti  il  fren  libero  e sciolto. 

S’ i’  t’ amo  o se  non  t’ amo  sallo  Amore, 

Che  in  pegno  tien  per  sicurtà  il  mio  core.  teo 


IX.1 

Miser’ame  ! quando  ti  vidi  in  prima, 


V.  140.  vendetta  a Amore,  le 
stampe.  — e.  442.  Nel  coti,  manca 
il  li  dinanzi  ad  atpro.  — v.  44(3. 
Cosi  le  slampe:  il  cod.  tarebbe  fe- 
lice i.  — t>.  450.  Pretto,  le  st.  — 
v.  455.  Nel  cod.  manca  i‘  innanzi 
ad  ardo:  ma  è in  tulle  le  «t.  — 
v.  459.  Il  codice  veramente  Ita 
S’ i'  t"  amo  e te  non  l‘  amo  : ma  per 
cavarne  un  senso  bisogna  leggere  o 
con  tutte  le  stampe. 

1 Cod.  ricc.  2723  : edd.  Hor . 


4844.  Queste  quattro  ottave  nelle 
stampe  vanno  unite  ad  altre  dieci 
clic  le  seguitano,  e che  per  I’  argo- 
mento e per  lo  stile  son  ben  diffe- 
renti {Molti  hanno  già  nel  lor  prin- 
cipio detto):  vedi  il  componimento 
seguente.  Nelle  presenti  parla  una 
donna  : quelle  altro  non  sono  che  una 
serenata  a una  donna.  Nel  codice 
sono  distinte  anche  pel  carattere. 

V.  1.  Mitcro,  aliimi!  le  st.  Quc- 
stn  stanza  si  trova  pur  in  altro 


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224 


RISPETTI  COXTUi  VATI. 


I‘  non  sapea  che  cosa  fussi  amore  ; 

I’  non  facea  del  mio  inimico  stima, 

In  fin  che  giunse  drente  al  freddo  core. 

Ma  poi  che  fu  della  mia  vita  in  cima. 

L’ho  riverito  come  mio  signore: 

Ben  che  faccia  di  me  cotanto  strazio, 

Ben  mille  volle  il  di  ne  lo  ringrazio.  s 

l’ ti  mando  il  mio  cor,  dolze  mio  bene. 

Da  poi  che  sol  con  teco  si  contente, 

S’ a parlar  teco  alcuna  volta  viene, 

Da  eh’  io  te  l’ ho  donato  interamente  ; 

Chè  sol  questa  speranza  lo  mantiene, 

E sai  che  vita  suo  amor  m’ acconsente. 

Tu  lo  puoi  ben  lasciar  libero  e sciolto, 

Ch'  è a te  fedele  e mai  ti  sarà  tolto.  io 

Siccome  Tisbe  già  piangendo  forte 
Volse  morir  pel  suo  fedele  amante. 

Non  mi  saria  per  te  grave  la  morte  ; 

E so  eh’  io  non  sarei  manco  costante. 

Poi  che  tu  fusti  a me  dato  per  sorte. 


luogo  del  codice  fra’  Rispetti  spic- 
ciolati: e ci  giova  per  correggere 
1’ una  con  l’altra  lezione.  Nell’ al- 
tro luogo  il  primo  verso  leggesi  : 
(tunnel'  io  li  eominrtW  autore  tu 
prima.  Trovasi  anche  nel  cod.  del 
sig.  Vanzolini  e pur  fra  i Rispetti 
spicciolati;  e il  primo  verso  vi  si 
legge  Tapino  a me  ec.  — ».  3.  E 
non  facea,  altra  lezione:  E non  face’, 
cod.  Vanz.  — ».  4.  Fin  che  non 
r/iunse  nel  mio  freddo  core,  altra 
lezione,  c cod.  Vanz.  — t>.  5.  Le 
stampe  insieme  col  codice  in  que- 
sto luogo  leggono  Ma  poi  eh’ io  fui  ; 
e addio  il  senso.  Noi  potemmo  cor- 
reggere con  l’altra  lezione  c col 
cod.  Vanz.  clic  legge  Ma  quando 
c’  fu.  — e.  7.  E ben  che  faccia  di 
vie  tanto,  cod.  Vanz.  — r.  9.  dolce. 


le  st.  — ».  10-12.  Le  st.  mettono 
punto  e virgola  o punto  fermo  dopo 
il  decimo  verso,  e legano  l’ undi- 
cesimo col  dodicesimo  ; leggendo  in 
vece  di  Da  ch’io,  Di  ch'io.  Ma  il 
codice  ha  chiaramente  Dal  che , clic 

10  correggo  in  Lia  eh'  : e intendo  : 
ti  mando  il  mio  cuore,  dappoi  che 
esso  si  contenta  solo  con  te,  se  qual- 
che volta  può  venire  a parlarti.  — 
».  li.  Cosi  leggo  con  lu  ediz.  lìor.  del 
1822  : quella  del  12  ha  E sai  clic  vita 
per  suo  amor  m'acconsente:  il  codi- 
ce, E sai  che  la  vita  per  suo  amor  ec. 

11  Silvestri  andò  troppo  oltre  cor-  * 
reggendo:  E sol  clic  viva  per  tuo 
amor  consente.  Pur  questa  è In 
sola  lezione  onde  si  cavi  qualche 
costrutto.  — ».  19.  [fon  mi  sarebbe, 
il  cod. 


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RISPETTI  CONTINVATI.  225 

Non  t’  amando  i’ sarei  di  diamante: 

Ben  mi  si  può  fortuna  contrapporre, 

Ma  eh'  io  non  t’ ami  non  mi  potrà  tórre.  n 

Se  mille  volte  Amor  me  '1  comandassi, 

Che  può  far  di  me  istrazio  quanto  vuole; 

Tanto  potrebbe  far  eh’  io  non  t’  amassi, 

Quanto  potrebbe  far  fermare  il  sole  ; 

E se  mille  altri  amanti  mi  mostrassi, 

Sarebbon  tutte  in  van  le  lor  parole. 

Tu  mi  chiedesti  il  core,  i’  tei  donai; 

Nò  d’ altri  che  di  'te  non  sarà  mai.  sa 


X.1 

Molti  hanno  già  nel  lor  principio  detto 
— Dàtti  la  buona  sera,  gentil  dama.  — 

Ma  già  questo  principio  io  non  aspetto, 

Chò  maggior  foco  istrugge  quel  che  t’ama; 

E ’l  medesimo  foco  iscalda  il  petto  > 

Di  te,  o donna,  e di  chi  tace  e chiama. 

EI  nome  di  costui  mia  lingua  dice  : 

Ascolta  e odi  un  po’,  donna  felice.  s 


V'.  24.  non  mi  potrai,  le  si. 
i Questi  Rispetti  a modo  di  sere- 
nata nel  cod.  ricc.  2723  stanno  con 
altre  poesie  d’ incerti  e d’ ignoti  dopo 
quelle  del  N.  A.,  ma  senza  ninno  argo- 
mento a crederli  di  lui,  se  non  un 
dubbio  dell'illustratore  del  codice  il 
quale  con  un  forse  nomina  IH.  Angelo. 
Ad  A.  M.  Maggi,  autore  de\V  Appendice 
alla  p.  II,  ti  III  della  Proposta , que- 
ste ottave  non  sembrano  cosa  del  Po- 
liziano. Lo  stesso  ne  pare  agli  cdd. 
milanesi  del  1 825,  che  di  più  aggiun- 
gono : certamente  son  corrottissime. 

V*.  2.  Datti  la  buona  sera.  Vale, 
datti  bel  tempo  (Edd.  fior.  1SU). 

Ponzino. 


Ma  die  dovesse  leggersi  : ciotti  la  buo- 
na sera  ? È saluto  ebe  nelle  serenate 
de’  nostri  campagnoli  non  di  rodo 
-si  sente  : « La  buona  sera,  o stella 
mattutina  Desiderata  da  tutti  gli 
amanti  ! • Race. Tigri,  Barbèra,  4 856. 

— u.  3.  Il  già  è aggiunto  nelle  st. 

— v.  0.  Cosi  la  ediz.  fior,  del  1822 
presso  Filippo  .Marebini  : gli  edd. 
del  ISi-4  fedeli  al  cod.  mancante 
leggevano  Di  te  Donna....  ehi  tace 
e chiama  : i milanesi  del  ISSÒ  cor- 
reggevano liberamente  Per  le,  don- 
na, a colui  che  tace  e brama.  — 
v.  8.  Sercn.  popol.,  Uacc.  Tigri 

« Statemi  ad  ascoltar,  persona  cara: 
13 


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22G  RISPETTI  CONTENTATI. 

% 

S' alcuna  cosa  eh’  io  dicessi  in  rima, 
l' non  sono  io,  ma  egli  ò sol  colui. 

Che  di  te,  donna,  ne  fa  tanta  istima, 

Che  tutti  i visi  e’ chiama  ispecchi  sui. 

Destati,  donna  delle  donne  prima,  r t 
Ecco  il  servo  eh’  è messo  in  forza  altrui; 

Chè,  se  pur  servo  a quel  servo  sono  io. 

Ora  incomincia  c odi  nel  dir  mio.  is 

Se  mai  gran  cosa  al  mio  animo  venne 
Parlando  per  oggetto  o per  figura, 

I’  prego  Apollo  che  sia  il  dir  solenne 
Quanto  esser  può  con  ordine  e misura. 

Come  un  uccel  che  ha  tarpato  le  penne. 

Che  vuol  volar  come  gli  dà  natura. 

Così  son  io;  e ogni  basso  ingegno 
È pure  alcuno  aiuto  al  mio  disegno.  21 


Però  mestier,  donna,  trovar  saria 
Più  alto  istile  e virtù  che  ’l  distingua. 


Per  mia  consolazione  guanto  l’ aria. 
Siatemi  ad  ascoltar,  persona  pura  : 
Per  mia  consolazlon  guardo  le  mu- 
ro. » — ».  II.  fanne  Ionio, le  si.  — 
».  12.  sui.  Parrebbemi  meglio  lui:  è 
delle  st.,ch«  nel  cod.  manca.  — ».  13- 
14  In  una  seren.  popol.  (Race.  Tigri) 
che  non  par  recente  « Risvegliati  un 
pochino,  e sentirai  Tuo  servo  che  per 
te  fa  un  gran  lamento:  Risvégliati, 
madonna.  ..  • Più  affettuosi  questi: 
« Svégliuli,  core  mio,  chè  sentirai 
I)’  un  dolce  canto  c d'  un  fiero  la- 
mento» — •Rizzatevi  dal  letto  e usci- 
te fuorn.  Venite  a vcde’il  cielo  quanto 
è bello!  • — .Se  dormi  o se  non  dor- 
mi, viso  adorno.  Alza  la  bionda  c deli- 


cata testa  -,  Ascolta  lo  tuo  amor  che  tu 
bai  d'intorno....»  — ».  -15.  io  è delle 
st. — ».  d 6.  incomincia  : forse  incomin- 
cio. — ».  25-28.  I due  secondi  versi 
dcll’ott.  si  desiderano  anche  nell'ediz. 
fior. del  181 4;  ed  è notato  • i versi  che 
mancano  si  liovnno  corrottissimi:  » 
i primi  due  vi  si  leggono  cosi  : Quale 
ajulo  chieggo  guai  misura  fin,  Che 
ajulo  prete  la  mia  roca  lingua;  nè 
altrimenti  posson  leggersi  nel  cod. 
Con  miglior  consiglio  la  fiorentina 
del  1S22  e la  milanese  del  25  tra- 
lasciarono pur  questi.  — e.  30.  e 
virtù.  L'  e fu  aggiunta  nelle  st., 
come  pure  le  innanzi  a tue  bclleze 
nel  v.  32. 


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niSPETTI  COXTINVATI. 


227 


Dunche  prestate  a me  la  voce,  o cieli, 

'Sicché  le  sue  belleze  a voi  non  celi.  32 

Or  chi  fusse  venuto  per  udire 
Alla  distesa  sue  beltà  cantare 
Può  dar  la  volta  indreto  e puossene  ire, 

Chè  Apollo  nè  Orfeo  noi  potrà  fare. 


E guai  altrui  lo  dovean  sopportare. 

La  vita  degli  amanti  aspra  e pietosa 
È quando  ogni  animai  dormendo  posa.  40 

E1  giorno  i’  penso  qual  sarà  quell’  anno 
Che  Amor  collo  istrale  ultimo  il  cor  tocchi. 

E allor  le  mie  pene  fine  aranno 

Che  il  mar  si  secchi  0 nell’  alpe  trabocchi. 

Tu  porti  in  man  duo  saetto  che  vanno 
Nel  cor  a chi  risguarda  e’ tua  begli  occhi 
Lucenti  più  che  non  in  cielo  stella, 

Nè  so  se  tu  ti  sai  quanto  se*  bella.  4S 

Bella  se’  tanto  che  l’ Italia  grida: 

Lieta  famosa  e gloriosa  terra 
Una  si  bella  donna  drento  annida. 

Ove  tanto  bellezze  il  mio  cor  serra. 


V.  33.  Or  è delle  si.  — ».  38  le 
dovean,  le  st.  — v.  41.  Il  giorno  pen- 
so, le  st.  — ».  43.  E allora, 
le  st.  — ».  44.  Gli  edd.  fior,  del  1814 
c del  23  leggevano  col  cod.  Che  il 
mar  li  lecchi  nell’  alpe  tra’  boichi : 
di  clic  la  Critica  in  quella  farsa  filo- 
logica del  Monti  intitolata  I poeti  dei 
primi  secoli  della  lingua  italiana 
(Proposta,  voi.  Ili,  p.  di)  gridava 
• Pollar  Dio  ! rimar  boichi  con  tocchi 
e con  occhi,  e non  saper  leggere 
Che  il  mar  ti  lecchi  o nell ’ Alpe 
trabocchi,  per  indicare  che  le  tue 
(la  Critica  parla  al  Poliziano)  pene 
amorose  non  avranno  mai  termine 
coll’  ipotesi  di  due  cose  impossibili, 
il  seccarsi  del  mare  e il  suo  traboc- 


carsi sulla  cima  delle  Alpi  ! • La 
correzione  del  Monti  passò  nel  testo 
dell’ ediz.  milanese  4825  : e anche 
noi  l’ abbiamo  accettata  ; non  già 
per  amor  della  rima;  che  non  sa- 
rebbe questa  la  prima  assonanza  di 
cui  si  fosse  giovato  il  Poliziano. 
— ».  48.  « tuoi  begli,  le  st.  — 
».  49-52.  Quel  grida  intendo,  ri- 
suona della  fama  di  tua  bellezza  : 
e il  v.  50  lo  prendo  non  per  un- 
aggiunto  d’  Italia,  ma  si  per  og- 
getto d’  una  seconda  proposizione, 
intendendo  terra  per  città.  Cosi  un 
senso  da  questi  quattro  versi  si  cava  ; 
ma  nulla  venivano  a dire  punteg- 
giali com’  erano  nelle  st.  Bella 
le’ tanto  clic  l’ Italia  grida  ( Lieta ,. 


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223  RISPETTI  C0XT1NVATI. 

Matt’  è colui  che  in  sua  forza  si  fida 
Guardar  negli  occhi  tuoi  sanza  aver  guerra  ; 

Che  hai  uno  strai  di  foco,  e sanza  altr’  armi 
Andar  faresti  gli  uomini  di  marmi.  56 

Lo  marmo  bianco  è gelido  a scaldarsi. 

Armata  contro  Amor  col  pronto  iscudo, 

E’  raggi  del  tuo  viso  bene  isparsi 
Furon  di  foco,  e ritrovàrmi  ignudo; 

E la  tua  esca  si  m’ ha  arso,  ed  arsi  : . 

Pietà  non  ebbe  il  vostro  animo  crudo. 

S’ io  potrò  dir  vostre  belleze  in  brieve, 

Il  dirò,  donna,  le  son  sol  di  neve;  64 

Dove  ò mischiato  con  perle  e rubini 
Il  tuo  bel  viso  d’ immortai  figura  : 

Le  bionde  trecce  e’  dorati  confini  ! 

Di  sopra  istanno,  come  fé  natura. 

E Febo  quaudo  isparse  e’ sua  be’  crini. 

Pungono  i raggi  suoi  contro  a misura. 

Chi  ode  tue  bellezze  o può  vederle. 

Vede  insieme  rubili  neve  oro  perle.  72 

La  bocca  è di  rubin,  e perle  e’  denti; 

E ’l  viso  è neve,  e le  trecce  son  d’ oro  ; 

Gli  occhi  duo  stelle  per  modo  lucenti 
Che  perde  il  sole  al  paragon  di  loro. 

Dunche  natura  e '1  cielo  e gli  elementi 
Mostroro  quanta  forza  ebbono  in  loro 
A formar  cosa  sopra  all’  altre  belle. 

Tu  pari  il  sole  in  mezzo  delle  stelle.  so 


famosa  e gloriosa  terra),  Una  si 
bella  donna  dentro  annida  ec.  — 
».  54.  E poco  si  raccapezzava  da  que- 
sto v.  leggendo  come,  a dispetto  del 
ccd.  qui  chiaro,  le  st.  Guardando 
gli  occhi  tuoi.  — v.  56.  faresti , così 
leggo  coll’  ediz.  milanese  del  25  : 


le  altre  st.  e il  cod.  hanno  face- 
ti*. — v.  60.  a ritrovarmi  : le  st. 
— ».  61.  la  è delle  st.  — ».  64. 

Dirò,  donna,  le  son  sole , le  st.  

».  69.  quando  sparge,  le  st.  — 
».  72.  e perle,  le  st.  — ».  78.  mo- 
straro,  le  st. 


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RISPETTI  SPICCIOLATI 

DI 

MESSER  ANGELO  POLIZIANO.  . 


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PAN  ED  ECO. 


I, 

Che  fai  tu,  Eco,  menti-’  io  ti  chiamo?  — Amo. 

Ami  tu  dua  o pur  un  solo  ? — Un  solo. 

Et  io  te  sola  e non  altri  amo  — Altri  amo. 

Dunque  non  ami  tu  un  solo?  — Un  solo. 

Questo  è un  dirmi  : Io  non  t’ amo  — Io  non  t’ uiw». 

Quel  che  tu  ami  amil  tu  solo?  — Solo. 

Chi  t’ha  levata  dal  mio  amore?  — Amore. 

Che  fa  quello  a chi  porti  amore  ? — Ah  moro-! 

E nei  codd.  ricc.  2723  c 771  e nel  le  tal,  alcune  delle  vecch.  stampe: 

laurenz.  li  (pi.  40)  tea  i Rispetti  E io  te  solo.  Cornili,  e Silvestri  : 

spicciolali.  È pure,  iu  tutte  le  nuli-  Ed  io  te  tnlo,  editori,  fiorentini, 

clic  stampe  delle  Stame  e dell’  Or-  1814.  — ti.  7.  I’  ha  levato,  riccar- 

feo, posto  immediatamente  dopo  que-  diano  771  e le  stampe.  — Imitò  il 

st’  ultimo,  ma  con  la  rubrica  Stanza  Poliziano  questo  ingegnoso  compo- 

ingeniotiuima  del  prefitto  autore  nimenlo  da  un  esempio  antico  di 

fuor  di  materia.  L'intitolazione  noi  Gaurada  poeta  greco,  cli’ei  cita  nei 

I'  abbiamo  accettata  dalla  rarissima  cap.  XXII  della  prima  centuria  Jfi- 

edizione  di  Bergamo  procurata  dal  ecellaucorum.  Dove  anche  definisce 

Serassi.—  V.  1.  Alcune  delle  vecchie  gli  echi  « vcrsiculi  quidam  sic 

stampe,  le  cominiane,  gli  cdd.  fior.  Cacti,  nt  in  extremis  responsi  talio- 

del  14  leggono:  Che  fai  tu.  Eco,  men-  nes  ex  persona  ponantui*  Eeliùs, 

tre  eh’  io  li  citiamo  } — Amo  : che  fa  sententiain  explentes  et  morem  tuen- 

e.-escere  il  verso  d'una  sillaba.  I co-  tes  itlius  ultima  rcgercndi.  ■ Ed  ag- 

dlci  ricc.  ed  alcune  stampe  leggono  giunge  « Quulcs  etiain  vernaculos 

qui  come  nelle  Stanze  Ecco  in  vece  ipsi  quospiam  fecimtis,  qui  mine  u 

di  Eco.  — v.  2.  duo,  ricc.  771,  alcune  musicis  celebranturHenrici  modula- 

delle  vecch.  st.,  Coni.,  Silvestri:  minibus  commendali,  quosque  etiam 

due,  cdd.  fior.  181 V. — • v.  3.  Et  lo  abbine  annos  ferme  dccctn  Pett  o 


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232 


RISPETTI  SPICCIOLATI. 


Contarono  veneto  patritio  non  inc- 
legantis  ingenii  viro  mire  tuin  de- 
sideranti nonnnllisque  aliis  lilcra- 
rnm  studiosis  dedimus.  » Con  che 
il  Poliziano  si  asserisce  la  gloria 
d’  aver  primo  trasportato  nella  poe- 
sia italiana  questi  siffatti  ingegnosi 


trastulli.  Fu  presto  imitalo  da  Se- 
rafino Aquilano  ; c da  molti  poi 
dopo  In  prima  metà  del  seco- 
lo XVI,  a muno  a mano  che  1’  a- 
mor  delle  arguzie  cresceva  : nè  il 
Tasso  e il  Guarini  sdegnarono  gli 
echi. 


PER  MADONNA 

IPPOLITA  LEONCINA 

DA  PfUTO. 


II. 


Amor  bandire  e comandar  mi  fa. 

Donne  belle  e gentil  che  siete  qui. 

Che  qualunque  di  voi  un  cor  preso  ha 
Lo  renda  o dia  Io  scambio  in  questo  dì: 
Se  non,  eh’  uua  scomunica  farà. 

Quest’  è un  cor  che  pur  ieri  si  smarrì  ; 
E fu  veduto,  quando  qui  calò, 

Ch’  una  di  voi  col  canto  l’ allettò. 


Cod.  riccard.  2723:  ediz.  fior. 
1S1A.  — ».  t-8.  Questo  smarrimento 
e ruhamento  del  core  i cantato  anche 
nella  ballata  di  Lorenzo  de’  Medici 
che  incomincia  « Donne  belle,  i’  ho 


cercato  Lungo  tempo  de!  mio  co- 
re  ec.  • e nell’  altra  del  N.  A. 
• Donne,  di  nuovo  il  mio  cor  s’  è 
smarrito.  » — v.  7-8.  La  metafora 
è presa  dalla  caccia  al  paretaio. 


III. 

Chi  vuol  veder  lo  sforzo  di  natura 
Venga  a veder  questo  leggiadro  viso 
D’ Ipolita  che  ’l  cor  cogli  occhi  fura, 
Contempli  el  suo  parlar,  contempli  el  riso. 
Quand’  Ipolita  ride  onesta  e pura, 

E’  par  che  si  spalanchi  el  paradiso. 


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RISPETTI  SPICCIOLATI. 


233 


Gli  angioli,  al  canto  suo,  sanza  dimoro, 
Scendon  tutti  del  cielo  a coro  a coro. 


Cod.  ricc.  2723.  Questo  ed  altri 
sei  Rispetti  ; Solevon  già  col  canto.../ 
l'er  mille  colle  ben  trovala...  / Co- 
lici per  certo  i...  / Gli  occhi  mi  cad- 
de r giù...  / Pielà,  donna, per  Dio.../ 
lo  arei  già  un'  area  ; da  noi  distri- 
buiti sotto  i numeri  IV,  VI,  X,  XV, 
XXV,  L1V  ; nel  cod.  ricc.  vengono 
di  séguito,  e sono  da  mano  poste- 
riore distinti  con  la  intitolazione  Di 
L.  de'  Ucd.  Onde  gli  'edd.  fior,  del 
4 £14  gli  omisero  nella  loro  stampa. 
Del  resto  cosi  questo  come  i cinque 
seguenti  con  altri  furono  pubblicati 


prima  dal  Sernssi  di  sul  cod.  chig. 
nella  st.  coni,  del  1766;  poi  dal  Ri- 
geli, che  li  credeva  inediti, di  sur  una 
copia  moderna  nel  Saggio  di  Rime  di 
diversi  buoni  autori , Firenze,  1825\ 

— V.  1-2.  Rammenta  il  petrarchesco 
« Chi  vuol  veder  quantunque  può  na- 
tura E ’l  ciel  tra  noi,  venga  a mirar 
costei.  • — o.  7.  Dimoro,  in  grazia 
della  rima,  in  vece  di  dimora,  indu- 
gio, trattenimento  (Rig.)  Voce  antica, 
eli’  è anche  di  Dante  « Dimandò  ’l 
duca  mio  senza  dimoro  > lnf.  XXII. 

— e.  8.  dal  cielo,  Cornin.,  Rig. 


IV. 


Solevon  già  col  canto  le  sirene 
Fare  annegar  nel  mar  e’  navicanti  : 
Ma  Ipolita  mia  cantando  tiene 
Sempre  nel  foco  e’  miscredi  amanti. 
Sol  un  rimedio  D’uovo  alle  mie  pene, 
Ch’ un’altra  volta  Ipolita  ricanti: 

Col  canto  m’ ha  ferito  e poi  sanato. 
Col  canto  morto  e poi  risucitato. 


"Cod.  ricc.  2723  : Cornili., Rigoli. — 
V.  1.  Solerai i,  le  stampe....  serene, 
cod.  Vanz.  — v.  2.  naviganti,  le  st.  — 
«>.  3.  Il  cod.  ricc.  legge  con  errore 
che  sempre  tiene.  — ».  4.  miseri  gli 


amanti,  cod.  Vanz.  — ».  5.  E truovo  un 
sol  rimedio  alle,  cod.  Vanz.  Come  stu 
nel  nostro  testo,  ricorda  il  petrar- 
chesco «Sol  un  riposo  truovo  in  tanti 
affanni.  > — ».  8.  risuscitato,  le  si. 


V. 

Che  meraviglia  è,  s’ i’  son  fatto  vago 
D' un  sì  bel  canto  e s’ i’  ne  sono  ingordo? 
Costei  farebbe  innamorare  un  drago. 

Un  bavalischio,  anzi  un  aspido  sordo. 


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-23i 


RISPETTI  SPICCIOLATI. 


1’  mi  calai  ; et  or  la  pena  pago, 

Ch’  i’  mi  trovo  impaniato  com'  un  tordo. 
Ogn’  un  fugga  costei  quand’  ella  ride: 
Col  canto  piglia,  poi  col  riso  uccide. 


Codd.  ricc.  2723  e Mnukc  Inceli.  : 
Cornili.. cild.  fior,  del  1 814,  Rigidi. — 
V.  4.  Basauscdio:  basilisco,  specie  di 
serpente  velenoso  dello  anche  regolo 
(Rig.).  Astino  sonno  : specie  di  ser- 
pente velenoso.  Credevano  (gli antichi) 
che  per  non  udir  I’  incanto  metteva 
l' aspide  un’  orecchia  ili  terra  e I’  al- 
tra la  si  turava  con  la  coda.  Onde  il 
nostro  proverbio  : far  come  l’ aspide 
sordo,  turarsi  gli  orecchi  per  non 


sentire.  Il  Petr trovò  pietà 

sorda  com’aspe  » (Edd.  del  1814).  — 
v.  5.  I’  mi  calai  : presa  la  similitu- 
dine dagli  uccelli  che  calano  nelle 
reti  (Edd.  del  1814).  Var.  cd  or,  le 
stampe.  — v.  6.  • Ili  ci  han  trovato 
i vostri  occhi  amatori,  E mi  hauno 
preso  come  *ii  tordo  al  laccio.  • 
Canti  popolari  toscani.  — o.  7.  fug- 
gì, cod.  Moukc,  Rig.  — b.  8.  e poi, 
cod.  Moukc  e st. 


VI. 

Per  mille  volte  ben  trovata  sia, 

Ipolita  gentil,  caro  mio  bene. 

Viva  speranza,  dolze  vita  mia. 

Deh  guarda  quel  che  a riveder  ti  viene  ; 

Deh  fàgli  udir  la  tuo’  dolce  armonia; 

Dà  questo  refrigerio  alle  suo’  pene. 

Se  ’l  tuo  bel  canto  gli  farai  sentire, 

Allor  allor  contento  è di  morire. 

Cod.  ricc.  2723  : Comin.,  Rigoli.  — V.  2.  Qui  c altrove  le  stampe  hanno 
sempre  Ippolita.  — b.  3.  dolce,  le  st. 


VII. 

Io  mi  sento  passar  in  fin  nell’  ossa 
Ogni  accento  ogni  nota  ogni  parola  : 

E par  che  d’ altro  pascer  non  mi  possa, 
Ch’  ogni  piacer  questo  piacer  imbola  : 

E crederrei,  s’ io  fussi  entro  la  fossa. 
Risultare  al  suon  di  vostra  gola: 


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RISPETTI  SPICCIOLATI. 


23d 


Crederrei,  quando  io  fussi  nello  inferno. 
Sentendo  voi,  volar  nel  regno  eterno. 


Cod.  laur.  4-1,  pi.  40:  Coinin., 
celti,  lìor.  del  1814,  Rigoli.  — V'.  I. 
intin,  Com.  Rig.  — » 3.  Il  cod.  laur. 
la  cornili,  e gli  edd.  fior.  14  leg- 


gono per  errore  nateer.  — ».  4. 
m’  invola,  le  si.  — ».  5 e sotto  e.  7. 
crederei,  le  st.  — v.  6.  rituscilare, 
le  st. 


Vili. 


Non  m’ò  rimaso  dal  cantar  più  gocciola: 

L’  amor  mi  rode  come  el  ferro  ruggine. 
Canti  costei  che  ben  te  la  disnocciola, 

Che  pare  Iusignuol  fuor  di  caluggine. 

EH’  è la  cerbia,  et  io  sono  una  chiocciola  : 
EH’  è il  falcone,  i’  sono  una  testuggine. 
Della  matassa  non  ritruovo  el  bandolo: 
Però  dipana  tu,  eh’  i’  farei  scandolo. 


Cod.  riec.  2723  e Mouke  Inceli.: 
Comin.,  edd.  fior,  del  1814,  Rigoli. 
. — V.  1.  rimatto,  edd.  fior.  14:  di 
cantar , cod.  Monte.  — Più  cocciou. 
Forse  più  lena,  forza,  fiato.  (Rig.) 
Gocciola,  per  metafora,  e nella  lin- 
gua scritta  e in  qualche  dialetto 
italiano,  vale  nulla,  punta.  — ».  2. 11 
cod.  ricc.  Il  Monte  c gli  edd.  fior.  14, 
con  manifesto  errore,  leggono  la  mo- 
glie rode.  — ».  3.  te  la,  cod.  Mouke: 
dinocciola,  Comin.e  Rig.  Il  Rigoli  an- 
notò : Dinocciolarc  manca  al  Vocabo- 
lario : forse  tpianare,  tpiegare,  di- 


chiarare. — ».  4.  V utignni,  edd. 
fiór.  14  : ii»  utigmiol,  le  altre  st.  — 
Cu.iigci.ve:  quella  prima  pcluiache  gli 
uccelli  cominciano  a mettere  nel  nido 
(edd.  fior.  14).  — ».  6-7.  Ella  la.... 
Ella  il,  cod.  Monte.—».  7-8.  Metafo- 
ricamente : lo  non  so  come  seguitare 
nel  canto,  non  so  come  cominciarmi, 
come  trarmenc  ftiora  ; sono  imbro- 
gliato. Però  (rivolgendosi  a un  al- 
tro cantore  o improvvisatore,  o 
forse  alla  fanciulla  stessa  che  can- 
ta) séguita  pur  tu,  eli’  io  farei  ri- 
dere. 


IX. 

Se  non  arai  a sdegno  il  nostro  amore, 
Ippolita  gentil,  fior  delle  belle. 

Farotti  co’  mie’  versi  un  tale  onore 
Che  tutto  il  mondo  n’  udirà  novelle. 

Ma  sie  contenta  conservarmi  il  core 
Co’  tuo’  begli  occhi,  anzi  duo  vive  stelle. 


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236 


RISPETTI  SPICCIOLATI. 


Contentami  del  canto  e del  bel  riso; 

Et  abbisi  chi  vuole  el  paradiso. 

Dal  cod.  del  signor  Giuliano  Vanzolini  dov’i  intestato:  Ang.  Politiano. 


BELLEZZA. 

X. 


Costei  per  certo  è la  più  bella  cosa 
Che  ’n  tutto  ’l  mondo  mai  vedesse  il  sole; 
Lieta  vaga  gentil  dolce  vezosa. 

Piena  di  rose,  piena  di  viole. 

Cortese  saggia  onesta  e graziosa. 

Benigna  in  vista  in  atto  et  in  parole. 

Cosi  spegne  costei  tutte  le  belle. 

Come  ’l  lume  del  sol  tutte  le  stelle. 


Cod.  ricc.  2723:  Cornili.,  Rigoli. 
Vedi  nota  al  Risp.  III. — V.  2.  vedeste 
sole , cod.  ricc.  — v.ò.e  graziosa  : l’ e 
die  manca  nel  ricc.  e nelle  st.  ce  la  dà 
, il  cod.  Vanz.  — v.  7.  Spf.gse.  Spegne- 
re, cioè  oscurare,  estinguere  (Rig.) 


Bonagiunta  Urbiciani  : «...  il  suo  vi- 
saggio Che  ammorza  ogni  altro  viso  e 
fa  sparere.  • — ».  7-8.  Pelr.  « Col 
suo  bel  viso  suol  dell’  altre  fare 
Quel  che  fa  il  sol  delle  minori  stel- 
le. » 


XI. 


Costei  ha  privo  el  ciel  d’ ogni  belleza 
E tolti  e ben  di  tutto  el  paradiso. 
Privato  ha  il  sol  di  lume  e di  chiareza 
E posto  l’ ha  nel  suo  splendido  viso. 
Al  mondo  ha  tolto  ogni  suo’  gentileza 
Ogni  atto  e bel  costume  e dolce  riso. 
Amor  l’ ha  dato  il  guardo  e la  favella 
Per  farla  sopra  tutte  la  più  bella. 


Cod.  ricc.  2723  : ediz.  fior.  1814. 
— V.  1-5.  Giusto  de’  Conti,  canz.  2 : 
■ E ’l  ciel  d’  ogni  bellezza  Fu  privo 
e di  splendore  D’  oliar  che  nelle  fa- 
sce fu  uudrila  • c più  sotto  * Negli 


occhi  il  sol  s’  ascose.  » Un  rispetto 
toscano:  « Bella,  c’  hai  tolto  le  bel- 
lezze al  sole,  Hai  fatto  in  terra  un 
nuovo  paradiso;  Ed  hai  tolto  alla 
luna  lo  splendore.  Agli  angeli  del 


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niSPETTI  SPICCIOLATI.  5237 

ciel  l’incanto  e ’l  riso.  • • — r.  7.  le  fior.  14.  Accettammo  la  correzione 
si.  : ciato  hjuurdo,  cod.  ricc.  e ediz.  dell’  edizione  Silvestri. 


XII. 

l’ ho  veduto  già  fra’  fiori  e l’ erba 
Seder  costei  che  non  par  cosa  umana, 

E in  vista  sì  isdegnosa  e superba 
Ch’  i’  ho  creduto  che  la  sia  Diana 
0 ver  colei  eh’  al  terzo  ciel  si  serba. 

Tanto  sopra  dell’  altre  s’ allontana  : 

Et  ho  veduto  al  suon  di  sue  parole 
Fermarsi  già  per  ascoltarla  il  sole. 

Cod.  ricc.  2723:  ediz.  fior.  1814.  — V.  1.  Irò',  le  si.  — r.  3.  ti  ic le- 
gnata e ti  luperba , le  si. 


XIII. 

Non  è ninfa  si  gaia  in  questi  boschi 
Si  destra  si  leggiadra  si  pulita; 

Nò  quanto  gira  questi  fiumi  tòschi 
Donna  non  fu  mai  come  te  gradita. 

Diana  temo  non  ti  riconoscili, 

Perchè  tu  se’  dal  suo  coro  fuggita. 

Oh  chi,  vedendo  si  leggiadre  prede, 

Arebbe  in  ciel  rapito  Ganimede? 

Cod.  ricc.  2723  : ediz.  fior.  1814.  — Albioni  creduto  dover  sacrificare  il 
V.  2.  Si  delira , leggiadre  Ita,  le  st.  Il  diminutivo  alla  ripetizione  del  ti  die 

cod.  ba  Si  delira,  il  leggiadretla.  aggiunge  tanta  grazia  a questo  verso. 


AMORE. 

XIV. 

Visibilmente  mi  s’ è mostro  Amore 
Ne’  be’  vostr’  occhi,  e volea  morte  darmi: 
Ma  sbigottito  si  fuggi  el  mio  core 
Gittando  in  terra  tutte  le  sue  armi. 


t 


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RISPETTI  SPICCIOLATI. 


m 

Perchè  Amor  lancia  con  tanto  furore 
Che  '1  ferro  speza  e’  diamanti  e marmi. 

• Ma  pur  la  vista  vostra  è tanto  vaga. 

Che  ’l  cor  ritorna  aspettar  questa  piaga. 

Cod.  laur.  44,  pi.  40  : Corniti.,  ediz.  fior.  1814,  Rigoli. — V.  C.  e i dia- 
manti e i marini,  le  st.  — e.  8.  a spettar,  ediz.  fior.  1814. 


XV. 

Gli  occhi  mi  cadder  giù  tristi  e dolenti, 

Com'  i’  vidi  levarsi  in  alto  el  sole  : 

La  lingua  morta  s’ addiacciò  fra’  denti 
E non  potè  formar  le  suo’  parole  : 

Tutti  mi  furon  tolti  e’  sentimenti 
Da  chi  m’ uccide  e sana  quand’  e’  vòle  : 

E mille  volte  el  cor  mi  disse  in  vano 
— Fatti  un  po’  innanzi  e toccagli  la  mano.  — 

Cod.  ricc.  2723:  Coiuin.  Rigoli.  Vedi  nota  al  Uisp.  III.  — F.  3.  tu' ad- 
diacciò, Rig. 


XVI. 


Questa  fanciulla  è tanto  lieta  e frugola. 

Che  a starli  a Iato  tutto  mi  sminuzolo. 

Ciò  che  la  dice  o fa  mi  tocca  l’ ugola  : 

Ogni  suo  atto  ogni  suo  cenno  aggruzolo. 

I’son  tutto  di  fuoco,  c ’l  mio  cor  mugola: 
Vorrei  della  sua  grazia  uno  scamuzolo. 

Tant’  ho  scherzato  come  pesce  in  fregola, 

, Che  tu  m’  hai  ’ntinto.  Amor,  pur  nella  pegola. 


Cod  ricc.  2723:  ediz.  fior,  del  1814, 
Rigoli.  — V.  4.  Fnccot»,  fem.  di 
frugolo,  c diccsi  di  chi  è continua- 
mente in  moto  come  i bambini  : qui 
forse  vivace  (Rig.)  — e.  2. starle,  le  st. 
— v.  3.  Ciò  ch’ella,  le  st  :..  rintocca 
l’  ugola,  cdd.  fior,  del  1 4 ; i quali  di- 
chiararono. piace  estremamente.  — 


*>.4.  AccnrzoLO.  Aggruzzolare  manca  al 
Vocabolario  : forse  da  gruzzolo,  rau- 
namenlo  di  denaro  ed  anche  di  qua- 
lunque altra  cosa:  onde  aggruzzolare 
per  rauimre  insieme.  tRig.)  — ti.  6. 
Scavizzolo.  Minima  parte  di  che 
clic  sia,  quasi  un  minuzzolo  (.Edd. 
fior.  14).  — v.  7.  come  il  pesce. 


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RISPETTI  SPICCIOLATI.  23'J 

Rig.*—  Frecou  è quell’ atto  che  fanno  Rigoli:  il  coti.  ricc.  e gli  edd.  fior, 
i pesci  nel  gettar  I'  uova  fregandosi  leggono,  Minore,  tirila  pegola.  — Pt- 

su  pe’  sassi  (Rig.)  — ».  ì.  Cosi  col  eoi.*  vale  pece  tRig  ) 


XVII. 

0 singular  beltà  che  agli  occhi  miei 
Mostrasti  in  un  momento  il  paradiso, 

E del  bel  sangue  principio  tu  sei 

Che  nacque  allor  che  vidi  el  tuo  bel  viso  : 

Qual  grazia  in  ciel,  qual  altro  ben  vorrei, 

Se  non  morte,  da  te  stando  diviso? 

Chè,  solo  un  giorno  ov'  è eh’  io  non  ti  veggio. 
Bestemmio  il  cielo  e mille  morti  chieggio 

Cod.  ricc.  2733  ; ediz.  fior.  1814.  tinta  la  lezione  ni  sapremmo  indo- 
— I'.  3.  bel  è delle  st.,  ma  nel  cod.  vinare  la  interpctrazionc.  — p.  fi. 

manca.  Di  questo  e del  seguente  Cosi  le  st.  ; il  cod.  legge  : Se  non 

verso  nou  vorremmo  affermar  legit-  sul  morie  istando  da  le  diviso. 


XVIII. 

Il  primo  giorno  che  ti  vidi  mai, 

E disposi  d’ amarti  fedelmente. 

Se  tu  «vai,  io  vo;  sto,  se  tu  stai; 

E quel  che  fai  tu  fo  similmente: 
l’sou  contento,  se  tu  letizia  hai; 

E se  tu  hai  mal,  ne  son  dolente  ; 

Se  piangi,  i’  piango;  e se  tu  ridi,  i’  rido. 

E questo  me  ’l  comanda  Amor  Cupido. 

Cod.  ricc.  2723  : ediz.  fior. -1814.  disposi  pure,  d’ amarti  fedelmente. 

— V.  4-2.  Dal  primo  giorno  ch'io  — p.  3.  Se  tu  vai,  donna,  io  vo  ; 

ti  rimirai,  le  st.  ; e pongono  una  sto  se  Ut  stai,  le  st.  Il  eod.  vera- 

virgola  in  fine  del  secondo  v£rso.  mente  Ita  Se  tu  vai  i'  vo,  e sio  se 

Crediamo  non  siavi  bisognò  di  cam-  lit  stai.  Conoscendosi  un  poco  della 

liiare  P il  del  primo  verso  in  un  dal  c prosodia  antica,  si  vede  l’ inutilità 

far  un  solo  periodo  di  sette  versi  ; dell’aggiunta,  donna.  Lo  stesso  di- 

purché  I’  E del  secondo  si  prenda  casi  del  v.  4.  dove  le  st.  leggono 

per  intensiva,  spiegando  : Il  primo  E quel  che  tu  fai  In.  — v.  7.  Qui 

giorno  che  ti  vidi,  anche  disposi,  abbiamo  accettato  la  lezione  dell* 


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RISPETTI  SPICCIOLATI. 


si.  : il  coti,  legge  E se  piangi, 
i’ piango,  e se  ridi,  i’  rido.  — v.  8. 
Amor  Cupido.  Modo  preso  dai  Greci, 


i quali  iinnno  detto  Pho’tbos  ’Apàl- 
loon,  Pallàs’Athcnc  (Edd.  (ìoreiiliui 
«li). 


XIX. 


S’ i’  vo,  s’  i’  sto,  o in  qual  modo  mi  sia. 
Sempre  mai  penso  a te,  gentil  signore; 
E hotti  sempre  nella  fantasia, 

Che  me’  non  ne  farebbe  un  dipintore; 
E parmi  parlar  teco  tutta  via 
E raccontarti  in  parte  il  mio  dolore. 
Dicendoti  — l’ sto  mal,  come  tu  vedi; 
E tu  non  te  ne  curi  e non  me  ’l  credi. 


Cod.  ricc.  2723  : ediz.  fior.  «li. 
— V.  2.  gentil  signore,  vedi  llisp. 
rontin.  Ili  ; v.  42  — K.  3-A.  Iacopo 
da  Lcntino:  • Coni' uomo  clic  tìn  la 
mente  In  altro  esemplo  e pinge  La 


simile  pintura,  Cosi,  bella,  facc'eo: 
Dentro  allo  core  meo  Porto  la  tuu 
figura.  » Petrarca  : « Aver  dentr’  a 
lui  (core)  parmi  Un  che  madonna 
sempre  Dipinge  e di  lei  parla.  • 


XX. 


Bramosa  voglia  che  ’l  mio  cor  tormenta 
Mi  fa  presuntuoso  a voi  venire. 

L’ ora  eh’  i’  non  vi  veggo  è ’1  par  eh’  i’  senta 
Amara  doglia  che  mi  fa  morire: 

E sol  si  truova  1’  alma  mia  contenta 
Dove  e vostri  occhi  debbono  apparire. 

In  questa  voglia  sempre  starò  forte. 

Fin  che  mia  vita  dura,  et  alla  morte. 


Cod.  ricc.  2723  : ediz.  fior.  1814. 
— V.  3.  è al  par  chi  senta,  ediz. 
fior.  1814:  è al  par  eh’  i’  senta, 
ediz.  fior.  «22.  Il  Maggi  nella  citata 
Appendice  propose  clic  si  leggesse 
el  par  eh’  i’senta,  c il  Silvestri  nella 
sua  ediz.  del  1823  stampò  e’  par 
eh’  i’  senta.  Il  cod.  ricc.  legge  chia- 
ramente come  abbiamo  stampato 
noi:  e pare  che  si  possa  spiegare: 


Quando  io  non  vi  vedo  i come  s’ io 
sentissi,  è lo  stesso  Che  io  senta,  tal 
doglia  da  morirne.  Il  por  eh’  i’  senta 
del  critico  e dell’  editore  milanese 
ci  apparisce  freddacelo  anzi  che 
no.  — v.  8.  In  margine  del  cod.  ricc. 
è d’ altro  carattere  questo  verso,  Fin 
ette  la  vita  mia  serra  la  morte,  che 
è pur  riportalo  col  titolo  di  varia 
lezione  nel  cod.  moukiano  di  Lucca. 


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RISPETTI  SPICCIOLATI. 


«il 


XXI. 


lino  amoroso  sguardo  un  dolce  riso 
Mi  fanno  un  tempo  star  lieto  c contento: 
Ma,  se  tal’  ora  disdegnosa  in  viso 
Vi  véggio,  resta  il  cor  tristo  e scontento. 
Così  or  sono  in  vita  ed  ora  ucciso. 
Siccome  veggio  in  voi  far  mutamento: 

E in  questi  duo  contrari  è dubbio  il  core 
Qual  maggior  sia  o ’l  piacere  o ’l  dolore. 


Coi),  ricc.  2723  : ediz.  fior,  i 8 1 -i. 
Fu  coll  Mire  Stanze  del  N.  A.  pub- 
blicato prima  di  su  ’l  ricc.  da  G. 
Poggiali  in  Serie  dei  lesti  di  liuguii 


(Livorno, Masi, -ISIS, 1. 1, p.  2G1-2C6). 
— V.  1.  In  un  risp.  popolare  tosca- 
no: • Un  dolce  riso,  un  amoroso 
sguardo.  • — v.  8.  il  piacere,  le  St 


XXII. 

Occhi  leggiadri  e grazioso  sguardo 
Che  fusti  i primi  che  m’ innamoraro  ; 

Occhi  sereni  d’ onde  usci  quel  dardo 
Che  passò  il  core  e non  valse  riparo , 

Occhi,  cagion  del  foco  in  qual  sempre  ardo, 

Sanza  li  quali  il  viver  non  m’ è caro; 

A voi  ne  vengo  a dimandar  se  mai 
Sperar  debbo  merzè  di  tanti  guai. 

Cod.  ricc.  2723:  Poggiali:  ediz.  sguardo,  ediz.  Silv.  Ho  ncccttato  In 

fior.  1SI4.  — V.  I.  Occhi  leggiadri,  lezione  del  Poggiali  — t>.  2.  faste, 

a,  ricc.  : Occhi  leggiadri,  grazioso  le  st.  — v.  ó.  in  cui  sempre , Silv. 


XXIII. 

Occhi  che  sanza  lingua  mi  parlate 
L’ onesta  voglia  di  quel  santo  core, 

E sanza  ferro  in  pezi  mi  tagliate, 

* E sanza  man  mi  tenete  in  dolore, 

E sanza  piedi  a morte  mi  guidate 
Lieto  sperando  c cicco  per  amore  ; 

Pouzuso.  lo 


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RISPETTI  SPICCIOLATI. 


m 

So  voi  siete  occhi  e l’ altre  forze  avete. 

Perchè  del  foco  mio  non  v’  avvedete? 

Ciul.  ricc.  2723:  edi*.  fior.  1814. 

XXIV. 

0 conforto  di  me  che  ti  mirai 
E del  mio  tristo  cor  pace  e riposo, 

0 rimedio  solenne  de'  mie’  guai, 

0 viso  pellegrino  e grazioso; 

0 tu  che  sempre  sospirar  mi  fai. 

Perchè  di  chiamar  te  già  mai  non  poso; 

Pietà  per  dio,  pietà,  pietà  ; eh’  i’  moro, 

Se  non  m’ aiuti,  o caro  mio  tesoro. 

Coil.  ricc.  2723  : edii.  fior.  1814.  fior.  1814).  — t>.  6.  Il  te  che  è in 
— V.  3.  solenne  : grandissimo  i.Edd.  tulle  le  st.  manca  nel  codice. 

XXV. 

Pietà,  donna,  per  dio  ! deh,  non  più  guerra. 

Non  più  guerra,  per  dio  1 eh’  i’  mi  t’ arrendo. 
l’ son  quasi  che  morto,  i’  giaccio  in  terra: 

Vinto  mi  chiamo,  e più  non  mi  difendo. 

Legami,  e in  qual  prigion  tu  vuoi  mi  serra  ; 

Chè  maggior  gloria  ti  sarò  vivendo. 

Se  temi  eh’  io  non  fugga;  fa’  un  nodo 
Della  tua  treza,  e legami  a tuo  modo. 

Cod.  ricc.  2723:  Cornino,  Rigeli.  le  sue  mura  si  fa  forte?...  Ni  son  di- 
vedi nota  al  Risp.  111. — V.  1.  deh,  sposto  di  moverli  guerra....  Arrenditi, 
manca  nel  ricc.  — v.  1-2.  Anche  in  umor  mio  • Mi  son  arresa..»  — v.  3. 
una  serenata  popolare:  « Dov’è  co-  io  iacio,  ricc.  — u.  6.  ti  farò,  Rig. 
stei  che  si  rinchiude  e serra  E dentro  — v.  8.  treccia , Rig. 

XXVI. 

Acqua,  vicini  chè  nel  mio  core  io  ardo. 

Venite,  soccorretelo,  per  dio. 


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IWSPETTt  SPICCIOLATI. 


Chè  c’  è venuto  Amor  col  suo  stendardo, 

Che  ha  messo  a foco  e fiamma  lo  cor  mio. 

Dubito  che  l’ aiuto  non  sia  tardo: 

Sentomi  consumare  : oi  me,  oh  dio  ! 

Acqua,  vicini!  e più  non  indugiate; 

Chè  il  mio  cor  brucia,  se  non  l’ aiutate. 

Cod.  ricc.  2723  : edii.  fior.  I SI 4.  — V.  I.  ricini...  core  ardo , le  st.  — 
u.  5.  fin  tordo,  Edd.  fior.  1814;  — v : 0 : ohimè.  Silvestri. 


AMMONIMENTI 

XXVII. 

Deh,  non  insuperbir  per  tuo'  belleza, 

Donna;  eh’  un  breve  tempo  te  la  fura. 

Canuta  tornerà  la  bionda  treza 
Che  del  bel  viso  adorna  la  figura. 

Mentre  che  il  fiore  è nella  sua  vagheza. 

Coglilo;  chè  belleza  poco  dura. 

Fresca  è la  rosa  da  mattino,  e a sera 
EH’ ha  perduto  suo’ belleza  altera. 

Coti.  ricc.  2723  : ediz,  fior.  1814.’  cani  venient,  farinose,  capi I li.  * Ovili. 
— V.  t-2.  « Non  superbire;  thè  Art.  am.  II.  (Edd.  fior.  1814).  — v.  7. . 
presto  ti  passerà,  siccome  sogno,  di  mattino,  le  st.  — t>.  7 8.  luco- 

la  gioventù.  ■ Teocr.  id.  27.  (Edd.  |>«ne  da  Tòdi  : • Lo  fior  la  mane 

lior.  1814.)  — v.  3.,  • Et  libi  iam  . è nato,  La  sera  il  véi  seccato.  » 


XXVIII. 

Mentre  negli  occhi  tuoi  risplende  il  sole, 
Dispensa  ii  tempo  che  ’ngannato  ha  molti. 
Prima  ch!>e’  freschi  gigli  c le  viole 
Caschin  dal  giardin  tuo  sanza  esser  còlti. 
E chi  del  fallo  suo  tardi  si  dòte 
Den  si  può  lamentar  fra  gli- altri  stolti. 


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RISPETTI  SPICCIOLATI. 


A bella  donna  crudeltà  non  piace  ; 

E ’l  perder  tempo  a chi  più  sa  più  spiace. 

Dal  codice  ilei  signor  Vnnzolini,  ilov’è  fra  allri  Rispetti  di  iiicssit  An- 
gelo. — e.  8.  È verso  di  Dante,  Purg.  Ili,  78. 


XXIX. 

Se  tu  sapessi  quanto  è gran  dolceza 
Un  suo  fedele  amante  contentare. 
Gustare  e’  modi  suoi  la  gentileza. 

Udirlo  dolcemente  sospirare  ; 

Tu  porresti  da  canto  ogni  durcza, 

E diresti  — Una  volta  i’  vo’  provare.  — 
Quando  una  volta  l’ avessi  provato. 

Tu  ti  dorresti  aver  tanto  indugiato. 

('.od.  vice.  2723:  ediz.  Cor.  dStl. 


XXX. 

Che  crudeltà  sarebbe  eh’  i*  t’ amassi 
E fedelmente  ti  donassi  el  core, 

E tu,  donna,  la  morte  mie’  cercassi 
Et  odio  mi  rendessi  per  amore. 

Vorrei  che  qualche  volta  ci  pensassi  ; 

E vederesti  se  tu  se’  in  errore. 

Non  vedi  tu  che  la  giustizia  offendi, 

Se  per  fedele  amore  odio  mi  rendi? 

Dal  cod.  del  sig.  Vanzolini,  dove  sin  fra  allri  Rispetti  del  Poliziano. 


ACCORGIMENTI  E ARTI  AMOROSE. 

XXXI. 

Voi  vedete  eh’  io  guardo  questa  e quella, 

E forse  ancor  n’  avete  un  po’  di  sdegno. 

Ma  non  possa  io  veder  mai  sole  o stella, 

S’ io  non  ho  tutte  l’ altre  donne  a sdegno. 


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RISPETTI  SPICCIOLATI. 


Voi  sola  agli  occhi  miei  parete  bella. 
Piena  di  grazia,  piena  d’ alto  ingegno. 
Abbiatene  di  questo  mille  carte  : 

Ma  per  coprire  el  vero,  uso  quest’  arte. 


Questo  e i due  segg.  furono  pri- 
ma pubblicali  dal  Strassi,  di  sopra 
un  cod.  elogiano,  nella  Coininiana  del 
■1765;  poi  dagli  edd.  fior,  del  1S14, 
di  sul  cod.  laur.  li,  pi.  40;  c anche 


dal  Rigoli  di  sur  una  copia  moderna 
nel  Saggio  di  liime.  Noi  seguitiamo  la 
lezione  del  laur.  — V.  <4  grazia  c 
piena  : le  st.  — ».  7.  Abbiate  di  que- 
sto mille  assicurazioni  (edd.  fior.  14). 


XXXII. 


lo  vi  debbo  parere  un  nuovo  pesce 
Tal  volta,  donna  : e forse  ne  ridete. 
Ma  chi  non  fa  cosi  nulla  riesce  : 

E mille  esperienzie  ne  vedete. 

A me  d’  esser  gufato  non  m’ incresce, 
Pur  che  la  pania  poi  tenga  o la  rete. 
E per  vedervi  sol  ridere  un  tratto 
Sarei  contento  esser  tenuto  matto. 


V.  1.  Nuovo  pesce.  ■ Si  dice 
d’ uomo  semplice  e che  agevolmente 
lasci  ingannarsi  ; tratta  la  metafora 
da’  pesci  che  noi  chiamiamo  nuaii- 
uotli,...  cioè  nati  dell’anno  che  si 
pigliauo,  che  sono  pesciolini  e age- 
voli a esser  presi.  • V.  C.  — V.  4. 
esperienze , le  st.  — ».  5.  non  incre- 
sce,\c  st. — Gufzto.  Intenderci  : dileg- 
giato con  ammicchi  e con  cenni  della 
testa  (v.  Risp.  seg.  e.  4-5),  come  quelli 


che  fa  il  gufo.  Il  nostro  nelle  Cauz.  a 
ballo  : « A te  pur  toccar  il  cielo, 
Quando  un  po’  mi  gufi  e gabbi.  » 
— V.  6.  Tese».  Della  pania,  della 
pece,  della  colla,  c d’  altre  materie 
silTatte,  dicesi  con  special  significato 
che  tengano , quando  appiccicali  bene 
e sono  (cuoci.  Qui  metaforicamente, 
come  nel  Caro,  Leti.  ined.  « Veggo 
che  questa  pania  non  tiene,  per  ti- 
rar questo  bruco  fuuru.  • 


XXXIII. 

Non  son  però  si  cicco  eh’  io  non  vegga 
Che  voi  mettete  tutti  e’  vostri  ingegni 
Per  far  che  dello  amor  vostro  m’ avvegga, 
E fatene  a ogni  ora  cento  segui. 


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ITISI1  ETTI  SPICCIOLATI. 


5>iG 

Tanto  che  nella  fronte  par  si  legga. 

Ma  voi  sapete  eh’  i’  n’  ho  mille  pegni  : 

Dunque  operate  discrezione  e senno 
In  ogni  vostra  guatatura  e cenno. 

V.  4.  ad  ognora,  le  si.  — rv.  5.  colla  fronte,  ediz.  fior.  1814. 


FUGA. 


XXXIV. 


Non  so  per  qual  ragion,  donna,  si  sia, 

0 s’ egli  è pur  disgrazia  o mio  difetto. 

Che  quand’  io  passo,  donna, -per  la  via, 

Che  tu  fuggi  dinanzi  al  mio  conspetto 
E non  vuoi  eh’  io  ti  vegga  come  pria. 

Se  tu  m’ avessi  per  altro  a dispetto 
E eh’  i’  non  sia  di  questo  amor  ben  degno, 
Se  non  me  lo  vuoi  dir,  fammene  un  segno. 


Cod.  ricc.  2723  : edit.  fior.  1814. 
Tiri  codice  c nuovamente  trascritto 
più  avanti,  con  qualche  varietà 
nella  seconda  lezione;  della  qua- 
le ci  gioviamo  per  la  correzione. — 
V.  d-2.  Vorrei  saper  per  qual  ra- 
gione e' aia,  S’ egli  i per  mia  disgru- 
zia  e aio  difetto,  seconda  lezione. 
— tt.  4.  tu  ti  fuggi  innanzi,  le  stampe 
c il  cod.  nella  prima  lezione.  Noi  acco- 
gliemmo nel  lesto  la  seconda  lezione. 
Il  secondo  che  par  superfluo:  ma  è of- 
ficio di  siffatti  pleonasmi  d'impedire 
che  si  dimentichi  la  relazione  fra  due 


proposizioni  congiunte  da  una  par- 
ticella, quando  un’  altra  proposizio- 
ne secondaria  intercede  fra  loro.  Ve 
ne  lui  di  belli  ed  efficaci  nel  Boc- 
caccio c in  Dante  : cosi,  Inf.  XXVI. 
23:  «Si  che,  se  stella  buona  o miglior 
sorte  M'ha  dato 'I  ben,  eh’  io  stesso 
noi  m’  invidi.  » — e.  6-7.  Abbiamo 
accettato  nel  testo  la  seconda  lezio- 
ne : la  prima  è 0 te  m' avessi  per 
altro  a sospetto  E s’ io  non  fusai 
ilei  tuo  amor  ben  degno,  — v.  8. 
Se  tu  non  me  ’l  vuoi  dir,  secondo 
lezione. 


XXXV. 

l’ non  ebbi  già  mai  di  tuo’  belleza 
Se  non  tal  volta  poterti  vedere. 

E se  questo  me’l  to’  la  tua  dureza. 
Al  mondo  non  mi  resta  altro  piacere: 
E morte  il  filo  di  mia  vita  ispeza. 


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niSPETTI  SPICCIOLATI. 


Poi  eh’  io  non  posso  questo  bene  avere. 

Tu  fuggi,  donna,  e col  fuggir  m’ uccidi  ; 

E per  mio  maggior  mal  tu  te  ne  ridi. 

Co<l.  ricc.  2723:  ediz.  fior.  1814.  — V.  3.  To’:  toglie  (cdd.  fior.  IS14). 


XXXVI. 

Che  credi  tu  di  farmi  per  fuggire, 

0 me  !,  crudel  che  abbandonato  m’  hai? 
l’ voglio  amarli  in  fino  al  mio  morire 
A tuo  dispetto;  e fuggi,  se  tu  sai. 

Rincresce  e duoimi  che  il  mie’  ben  servire 
A te  non  piace  : e,  se  pur  grato  è assai, 

Sie  quel  che  vuole,  i’  mi  starò  pur  forte, 

E sempre  voglio  amarti  in  fino  a morte. 

Cod.  ricc.  2723  : ediz.  fior.  1814.  piaccia  il  mio  servire),  Si>  quel  che 
— V.  2.  Oìmi,  le  st.  — r.  6.  Pare  vuole.  (Nota  dell' ediz.  Silvestri).  — 
che  la  vera  lezione  dovrebb’ essere,  v.  7.  Cosi  le  stampe  : il  cod.,  ti  itarà 
e sebben  grave  è attui  (cioè,  cbe  non  pur. 


SPERANZA. 

XXXVII. 

I’  non  ardisco  gli  occhi  alti  levare. 

Donna,  per  rimirar  vostra  adorneza  ; 

Ch’  io  non  son  degno  di  tal  donna  amare 
Nè  d’ esser  servo  a sì  alta  belleza. 

Ma  se  degnassi  un  po’  basso  mirare 
E fare  ingiuria  alla  vostra  grandeza. 

Vedresti  questo  servo  sì  fedele 
Che  forse  gli  sareste  men  crudele. 

Cod.  ricc.  2753:  ediz.  fior.  1814:  adornamento  [Rig.]  — v.  4.  di  lauta 

cod.  lucch.  Mouke.  Fu  edilo  prima  bellezza , cod.  Moukc.  — v.  5.  de- 
dal  Serassi  nella  Cornili.,  poi  anche  gnaele,  edd.  fior.  14,  Rig.  e Silv.  — 
dal  Rigeli  nel  cit.  Saggio.— *-  V.  {.alto,  v.  7.  Vedreste , le  st.  — ti.  8.  saresti , 
,Rig.  — v.  2.  Adobjezz».  Adoi  natura.  Cornili. 


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*213  RISPETTI  SPICCIOLATI. 

XXXVIII. 

Non  son  gli  occhi  contenti  o consolati, 

Ma  fanno  al  cor  dolente  compagnia; 

Perchè  d’ ogni  lor  ben  gli  hanno  privati 
Amor  fortuna  invidia  e gelosia. 

Ma  tòr  però  non  ny  potranno  e fati 
In  alcun  tempo  la  speranza  mia: 

Chè  s’ altro  aver  del  mio  amor  non  spero, 

N’  arò  pur  la  dolceza  del  pensiero. 

Coil.  laiir.  44:  ediz.  fior.  4814,  nella  Cominiana,  poi  dal  Rigoli  nel 
Fu  edito  la  prima  volta  dal  Serassi  , cit.  Saggio. — V.  4.  e coma  lóti*  le  al. 

XXXIX. 

S’ i’  non  credessi  il  tuo  viso  turbare. 

Ben  mille  volte  il  dì  ci  passerei. 

Ma  pens’  a quanto  è duro  il  sopportare 
Di  non  amarti,  e so  che  non  potrei; 

Se  non  eh’  io  spero  al  fine  per  ben  faro 
Avrai  qualche  pietà  de’  sospir  miei. 

Ragion  vuol  che  punito  sia  il  peccato 
Et  ogni  ben  -servir  remunerato. 

Cod.  ricc.  2733:  ediz.  fior.  1814.  inunca  il  che:  lo  prendiamo  dalle  st. 
— V.  2.  Ci  patterei,  cioè  avanti  la  — v.  7-8.  Così  leggiamo  con  le  si.  Il 
tua  casa.  (edd.  fior.  4814.) — P.  3.  cod.  ha:  l.n  ragion  vuol  che  punito 
pensa  guanto,  le  si.  — o.  4.  Nel  cod.  il  peccato  Ut  cc. 

XL. 

Io  son  la  sventurata  navicella 
In  alto  mar  tra  l’ onda  irata  c bruna, 

Tra  le  secche  e gli  scogli,  mescili  nella, 

Combattuta  da’  venti  c da  fortuna, 

Sanza  àlbore  o timon;  nò  veggio  istella, 

E il  ciel  suo  isforzo  contro  mi  rauna  : 

Pure  il  cammin  da  tal  nocchier  m’ è scorto, 

Ch’  i’  spero  salvo  pervenire  in  porto. 

Cod.  ricc.  2723:  ediz.  fior.  44. — V.  5.  arbore,  le  st.  — V.  G.  suoi  sfarzi, Sii». 


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RISPETTI  SPICCIOLATI. 


2'»L> 


XLI. 

Pietà  vi  prenda  del  mio  afflitto  core. 

Pietà;  se  pietà  alcuna  in  voi  si  serba: 

Muovavi  1’  csserv’  io  stato  amadore 
Dal  dì  che  vostra  etade  era  anche  in  erba. 

Or  che  nell’  arbor  aprire  ogni  fiore 
Veggio  e già  ’l  frutto  che  si  disacerba, 

Del  bell’  arbore  aspetto  il  frutto  córre. 

Se  vostra  crudeltà  non  me  ’l  vuol  tórre. 

Cod.  ricc.  2723:  eiliz.  fior.  1811.  oggetto  di  muovavi.  — r.  3.  !'  et- 
— V.  2.  Accettiamo  l’ interpunzione  «crei  sialo,  edd.  fior. — v.  4.  li  ecb». 
dell’ediz.  Silv.  e della  fior.  1822  : Eru  anche  giovane  e fresca  (edd. 

gli  edd.  fior,  del  1814  fanno  Pietà  fior.  14). 


XLII. 

Dopo  tanto  aspettar  verrà  mai  l’ ora, 

Verrà  mai  il  giorno  tanto  desiato? 

Che  se  mai  venir  deve,  tempo  fóra 
Venisse  avanti  i’  fussi  sotterrato. 

Il  mio  servir  non  conosciuto  ancora 
Sarà  cagion  eh’  io  mora  disperato  ? 

Nè  troverrà  pietade  el  mio  lamento  ? 

0 pure  al  fin  mi  farà  amor  contento? 

Cod.  ricc.  2723:  ediz.  fior.  1814. — richiesti  dal  senso,  il  quale  nelle  altre 
V.  7.  troverà,  le  st.  Gl’  interrogativi  stampe  che  sono  di  quelli  prive  è mal 
da  noi  messi  ai  vv.  6,7  c 8 ci  paiono  chiaro  c non  senza  contraddizione. 


XLIII.  v 

Questi  tanti  sospir  eh'  al  cor  si  stanno 
Amor  forse  porrà  tosto  lor  fine; 

Chè,  s’ io  ben  veggio,  pietose  si  fanno 
In  vór  di  me  quelle  luci  divine. 

Gli  occhi  che  ancora  speranze  mi  danno 
Ch’  io  corrò  cl  fiore  in  mezo  a tante  spine 


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RISPETTI  SPICCIOLATI. 


'250 


£ clic  tosto  sarò  lieto  e contento 
D’ aver  sofferto  tanto  di  tormento. 

Coil.  ricc.  2732:  Poggiali,  Serie  ec.  che  ancor  sperono  in  mio  danno,  le 
ciliz.  fior.  1814.  — V.  a.  E gli  occhi  st.  : e addio  il  scuso. 


XLIV. 


Contento  in  foco  sto  come  fenico, 

E come  cigno  canto  nel  morire; 

Però  eh’  i’  spero  diventar  felice. 
Quando  sofferto  arò  pena  e martire. 
Amore,  tu  vedrai  quanto  non  lice 
Esser  crudele  allo  mio  ben  servire; 
Chè,  conosciuta  la  mia  pura  fede. 
Spero  che  arai  di  me  qualche  merzede. 


Cod.  ricc.  2723:  Poggiali,  Serie  ec. 
ediz.  fior.  1814.  — • Canterò  in  frigii 
numeri  come  alcun  cigno  di  'Cai-* 
stro  > Anacreonte.  Ovid.,  Mei.,  ■ Car- 
mina jam  moriens  canit  exequilia 
evenus.  » Quest’  augello  sacro  ad 
Apollo  prevedendo  il  momento  della 
sua  morte,  secondo  che  ce  ne  hanno 
lasciato  scritto  gli  antichi,  manda  un 


soavissimo  canto.  I cigni  de’  nostri 
giorni  sembrano  aver  cangiato  natu- 
ra. Delille  nei  suoi  Giardini,  c.  Ili,  ha 
detto  « Le  cygne  à qui  l’errenr  pròto 
des  chants  aimables.  » (edd.  fior.  1 4.) 
— V.  8.  avria,  il  cod.  : mercede,  le  st. 
T rovasi  questo  Risp.  pur  fra  gl  i Stram- 
botti (leH'Aquìlano:dove  al  v.  6 leggesi 
ai.  mio  leal  tervire  ; al  7 E,  conosciuta. 


COSTANZA. 


XLV. 

Non  potrà  mai  tanta  vostra  dureza 
Del  petto  trarmi  l’ amoroso  foco; 

Chè  l’ alma  è già  si  ne’  tormenti  avveza. 
Che  il  sospirar  per  voi  gli  è festa  e giuoco. 
1/  amor  d’ ogni  altra  donna  il  cor  dispreza, 
11  cor  eh’  a tal  piacer  mai  non  dà  loco  ; 
Anzi  gli  è in  odio  quel  che  a voi  dispiace 
Et  ama  sol  quel  che  a’  vostri  occhi  piace. 

Cai  ree.  2723:  ediz.  fior.  1814. 


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RISPETTI  SPICCIOLATI. 


251 


XLVI. 


Nò  morte  potria  far  eh’  io  non  v’  amassi  : 

Che,  poi  che  ’l  spirto  fussi  uscito  fora, 
Converria,  donna,  cly}  con  voi  restassi 
Per  fin  venisse  di  voi  l’ utim’  ora, 

E poi  nell’altro  mondo  seguitassi 

L’ ombra  mia  sempre  la  vostra  ombra  ancora. 

Dato  dal  ciel  mi  fu  questo  per  sorte, 

Ch’  i’  fussi  vostro  in  vita  e dopo  morte. 


Coil.  ricc.  2723:ediz.fior.l8I4. — 
V.  4.  l’ ullim’  ora,  le  st.  Acce! lamino 
l'aggiunta  dell’  articolo  dagli  edd. 
fior.  Del  resto,  ulimo  per  ultimo  è 
idiotismo  comune  nelle  scritture  fio* 


rcntine  del  quattrocento  c tultor 
vivo  nelle  bocche  del  popolo  toscano. 
».  5-6.  Cu  Rispetto  popolare  : « E 
dopo  morte  gli  spiriti  miei  Ti  ver- 
ranno a cercar  dove  tu  sci.  » 


XX  VII. 

Fammi  quanto  dispetto  far  mi  sai. 

Dammi  quanto  tu  vuoi  pena  e tormento. 

Riditi  del  mio  male  e de’  mie’  guai, 

Guastami  ogni  disegno  ogni  contento, 

Móstramiti  nimica  come  fai, 

Tienmi  sempre  in  sospetto  in  briga  e stento; 

E’  non  potrà  però  mai  fare  el  cielo 
Ch’  io  non  ti  onori  et  ami  di  buon  zelo. 

Cod.  laur.  44:  ediz.  fior.  14.  Fu  Cominiana,  poi  anche  dal  Rigoli  nel 
pubblicalo  prima  dal  Serassi  nella  cit.  Saggio. 


XLYIII. 

Fanne  quanto  tu  vuoi  dispregio  c strazio, 
Che  ti  s in  più  contento  d-  ubbidire. 
l’ non  ti  chieggo,  amor,  tregua  nè  spazio 
Nò  brevilegio  del  mio  ben  servire. 


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RISPETTI  SPICCIOLATI. 


Se  non  che  faccia  solo  il  tuo  cor  sazio; 

Chè  per  constante  amore  è bel  morire. 

Ma  guarda  ben  quel  che  tu  cerchi,  amore; 

Chè  chi  perisce  per  virtù  non  more. 

Coti.  ricc.  2723:  cdiz.  Goi\  1814.  — V.  3.  E non  li,  le  st.  — v.  i,  òri- 
vilegio,  le  st.  - 


XL1X. 

Non  ara  forza  mai  tuo’  crudeltadc, 

Donna,  che  sempre  i’  non  ti  sia  suggctlo  ; 

Già  mai  non  mancherà  mie'  fedeltade. 

Mentre  che  l’ alma  fia  nel  miser  petto. 

Forse  che  ancor  ti  moverà  piatade 
Di  tuo’  belleze  e di  me  poveretto, 

Del  mio  fedel  servire  in  van  perduto, 

E del  tuo  fior,  quando  sarà  caduto. 

Coil.  ricc.  2723:  cdiz.  fior.  13 li.  — V.  5.  pitladc,  le  si.  — v.  8.  por 
ch’ullor  tj  tinnito , il  cod. 


L. 


Se  gli  occhi  son  contenti  e consolati. 

Tutto  lo  resto  del  mio  corpo  istenta. 

Se  l’ alma  afflitta  e dolorosa  paté. 

Che  gaidio  o che  piacer  vuo’  tu  eh’  i’ senta? 
S’ i’  sto  in  prigione  o fuor  di  libertate. 

Amor  lo  vuole,  e tu  ne  se’  contenta. 

Ma,  sia  che  vuol,  con  tutto  il  suo  potere. 

Io  son  tuo  servo,  e cosi  vo’  morcre. 


Cod.  ricc.  2723  : cod.  magi.  [cl.  VII] 
735  : eiliz.  fior.  1814.  — V.  3. 
a frìtta  dolorosa,  cod.  magi.  — 
v.  4.  0 che  goldio  o piacer,  cod. 
magi.  : gaudio , le  si.  — v.  5.  S’i’son 
prigione,  cod.  magi...  c fuor,  le  si. 
— v.  6.  Così  le  si.,  ma  i due  codd. 


leggono  : Amor  lo  vuole,  c io  ne  ton 
contenta.  Accettammo  la  lezione  dell-» 
stampe  in  ossequio  al  riccardiano, 
clie  all'  ultimo  verso  ci  dà  chiara- 
mente per  maschio  il  personaggio 
che  parla.  — v.  7.  Ma  perché  vuol, 
le  st.  — v.  8.  I no  serva  sono,  e cosi. 


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RISPETTI  SPICCIOLATI. 


coil.  magi.:  Co sì  son  tuo  servo,  coil. 
vice.,  con  danno  del  verso.  Noi  delle 
due  lezioni  ili  verse  ne  abbinili  fatta 
ima  clic  ci  par  la  migliore  possibile: 
le  st.  leggono,  lo  snn  tuo  servo  e per 
le.  — Montile  per  Morire.  Gli  antichi 


solevun  ilare  ai  verbi  della  terza  !j 
piegatura  di  quei  della  seconda  coniu- 
gazione. Pentire  è in  Dino  Compagni 
e nel  XXVI  dell’  Inf.  : tenére  nel  Te- 
snretto  del  Latini.  « ....  degnò  velière 
La  maestà  sovrana.  > 


LI. 


I'  possa  rinnegar  la  vera  fede 
E morir  come  cane  in  Barberia, 

E Dio  non  abbia  mai  di  me  merzede. 
Se  mai  ti  lascio  per  cosa  che  sia  : 

E giuro  per  lo  Iddio  che  tutto  vede, 

S’ io  t’ abbandon,  sia  allor  la  fine  mia. 
E se  il  tuo  duro  cor  non  me  lo  crede. 
Sappi  nessun  si  salva  sanza  fede. 


Cod.  ricc.  2723  : ediz.  (ior.  1814. 

— f.  t-2.  Un  rispetto  popolare  to- 
scano : * E se  credessi  turco  diven- 
tare. Passar  Io  mare  e andare  in 
Turchia,  Davanti  al  Turco  mi  vo’ in- 
ginocchiare E la  vo’  rinnegar  la  fede 
mia....  Ho  rinnegato  la  fede  per  voi.» 

— v.  3.  mercede,  le  st.  — c.  4.  lasci. 


cdiz.flor.ISt4. — o.  C.  Il  troncamento 
del  verbo  abbandon  fatto  qui  da  scrit- 
tore toscano  valga  contro  la  Crusca  u 
difesa  dell’io  li  per  doli,  clic  è una 
medesima  cosa,  del  tanto  perseguitato 
epico  italiano.  (Nola  dell'ediz.  Silvi  Se 
pure  non  v».  letto  col  cod.  Mouk.  luccli., 
i’i'o  Cab  ’ a odono,  sia  allor  la  fin  mia. 


L II. 

F griderò  tanto  misericordia. 

Che  la  mia  voce  sarà  in  cielo  udita. 
Tanto  eh’  io  faccia  con  costei  concordia 
Per  sempiterno  e fermo  istabilita. 

E di  metter  nessun  fra  noi  discordia 
Guardi,  per  quanto  egli  ha  caro  la  vita. 
Che  questo  è solo  a me  dato  per  sorte, 
Nò  sciòr  mi  può  da  lei  se  non  la  morte. 

Cod.  l ice.  2723:  ediz.  fior.  1SÌ4. 


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RISPETTI  SPICCIOLATI. 


*2òi 


PREMIO  BELLA  COSTANZA. 
LUI. 


Fra  tutte  F altre  tue  virtù,  Amore, 

Questa  si  legge  manifesto  e scorto  : 

Colui  che  face  sempre  al  mondo  onore 
Ella  insegua  ad  amar,  non  che  sia  morto, 
Nè  che  troppo  costante  al  suo  signore 
Sia  di  sua  corte  isbaudeggiato  a torto. 

Tu  che  miei  versi  dolorosi  canti. 


Sappi  che  questo  è il 

Coti.  riec.  3723:  cdiz.  fior.  1314. 
V.  1.  virludi , le  SU  — t).  2-6. 
Per  cavare  un  senso  da  questa 
ottava,  corrottissima  nel  codice  c 
nelle  st.,  abbiamo  accolto  le  corre- 
zioni messe  innanzi  dal  Monti  nella 
sua  Farsa  / Poeti,  pBusa  IV,  se.  I. 
[Proposta,  voi.  Ili,  p.  II]  e passate  an- 
che nell'  edi*.  Silvestri.  Nel  cod.  e 
nella  stampa  fior,  del  14  ul  v.  2.  leg- 
gasi Questo  ; al  u.  4.  amar  uè  dir 
eli’ è morto/  al  v.  5.  E che;  al  6. 
Fu  di.  Ecco  pò;  la  spiegazione  che 
fa  il  Monti  nel  I.  c.  : « Amore,  fra 
altre  virtuose  tue  leggi  manifesta- 
mente e scortamente  dettata  si  os- 
serva questa,  che  insegnu  ad  amare 


premio  degli  amanti. 

l'amante  che  fa  onore  al  mondo  colle  * 
sue  opere,  non  a volere  che  per  la 
crudeltà  della  sua  donna  sia  con- 
dotto a morire,  nè  che  a torto  sia 
sbandito  dalla  corte  del  suo  signore 
per  essere  stato  troppo  costante.  > 
— V.  4.  Nel  cod.  Mouke  Inceli,  leg- 
gisi così,  E l'  insegna  d'  amor  ne 
diede  è morto,  sottolineate  le  ultime 
quattro  parale  : accanto  nel  margine 
è scritto,  «Forse:  di  che  si  c morto.  • 
Altri  vegga  di  cavarne  costrutto,  a 
me  pare  impossibile,  — t>.  7-8.  Par 
che  Amore  risponda:  quando  pur 
non  debbasi  intendere  che  il  poeta 
si  rivolge  al  cautorc  del  suo  ri- 
spetto. 


RIMPROVERI. 

LIV- 

IO arci  già  un’  orsa  a pietà  mossa  ; 

E tu  pur  dura  a tante  mie  querele. 

Ch’  ara’  tu  fatto,  poi  che  nella  fossa 
Vedrai  sepolto  el  tuo  servo  fedele? 
Ecco  la  vita,  ecco  la  carne  e F ossa  ! 
Che  vuo’tu  far  di  me,  donna  crudele? 


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niSPETTI  SPICCIOLATI. 


È questo  el  guidardon  delle  mie  pene? 
Donque  m’  uccidi  perchè  ti  to’  bene  ? 


Coti.  ricc.  3723  : Comm.,  Risoli. 
Vedi  nota  al  Risp.  III.  — V.  3.  £ 
hi  pur  dura ; modo  efficace  del  par- 
lar familiare  toscano,  clic  resulta 
in  questo  e in  casi  consimili  dal- 
l' dissi  della  seconda  persona  del 
verbo  estere,  tiare,  rimanere,  o si- 
mili. Per  citare  un  esempio  moderno, 
nella  novella  di  A.  Guadagnoti  La 
\ 


lingua  d'  una  donna  alla  prova  il 
t curato  si  affanna  a predicare.  « Ve- 
di? e principi  c ducili  e cavalieri  Al 
pardi  chi  sta  in  umile  abituro  Devoti 
morire  ignudi.  — E Costo,  duro.  » 

— v.  ó-6.  Anclic  in  una  Ball.  • Ecco 
Possa,  ecco  la  carne,  Ecco  il  core,  ecco 
la  vita:  0 crudel.che  vuoi  tu  farne?  » 

— t>.  8.  Dunque...  perch'io , le  si. 


LV. 

Or  credi  tu  eh’  io  sempre  durar  possa 
A tante  villanie  a tanto  strazio? 

0 pur  deliberato  hai  nella  fossa 
Di  tuo’  man  sotterrarmi  in  poco  spazio? 

Vuo’mi  tu  mangiar  crudo  in  sino  all’  ossa 
Per  far  de’  miei  tormenti  el  tuo  cor  sazio? 

Vuoi  tu  berti  el  mio  sangue  per  le  vene? 

Vivi  tu  d’ altro  che  delle  mie  pene  ? 

Cod.  luti r.  44:  ediz.  fior.  4844.  del  4765,  poi  anche  dal  Rigoli  nel 

E fu  prima  pubblicato  dal  Sernssi  cit.  Saggio  di  rime.  — V.  2.  villa- 

di  su’l  cod.  chig.  nella  Couiiniann  aie  e,  cdd.  fior.  4814. 


LVI. 


Rendimi  il  cor,  giudea  e dispietata; 

Chè  a più  pietosa  donna  il  vo’  donare. 
Non  vo’  che  il  goda  donna  tanto  ingrata 
Che  piacer  piglia  di  farlo  istentare: 

E se  l’ anima  mia  i’  t’ ho  ben  data. 

Non  ti  piacendo,  non  dovei  accettare. 
Rendimi  il  cor,  che  tu  non  gli  dai  posa, 
Chè  il  vo’  donare  a una  più  pietosa. 


Cod.  rlce.  2723  c Moukc  lucch.: 
ediz.  fior.  4814.  — V.  4.  Cosi  il  cod. 
Inceli.  : il  ricc.,  core,  o giudea  e di- 


spietata,  con  soverchio  iato  : o cruda 
c dispietata,  le  st.  I poeti  antichi  usa- 
vano con  crudele  c incivile  metafora 


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RISPETTI  SUCCIÒ  LATI. 


2Ù6 

giudeo  per  incredulo  (Messe»  Ciao,  faccia,  come  fa,  penare  «).  Tanto  e 

ile-li  ocelli  della  sua  donna,.  0 voi  clic  vero  die  la  letteratura,  e la  poesia 

siete  vèr  me  si  giudei  Che  non  crcdclc  in  specie,  è,  più  clic  lo  specchio,  il 

il  mio'  dir  sema  pi-uova  •),  e per  otti-  serbatoio  puro  ed  Impuro  cosi  delle 

nulo,  feroce  (Cecco  Angiolicri  • Oimè,  . credenze  e delle  aspirazioni  nobili  e 

il  suo  cor  coni’  è tanto  giudeo!  » M.  onorevoli,  come  delle  superstizioni  e 

Krescobaldi,  in  caso  consimile  a quel  degli  odii  parziali  e selvaggi  dei 

del  nostro  poeta,  • Amanti  e donne,  tempi  a cui  ella  appartiene.  — ».  2. 

correte  a pregare  Questa  giudea  che  dare,  il  cod.  ; con  evidente  errore, 

rendami  il  cor  mio,  Cile  non  mi  — r.  8.  ad  una,  le  st. 

LAMENTI  E PREGHIERE. 

L VII. 

Io  ho  maggior  dolor,  ben  che  stia  cheto, 

Ch’  altri  che  getta  suo’  parole  al  vento: 

Perchè  non  cresca  il  duol  sto  mansueto, 

Perchè  poco  mi  vai  s’ i’  mi  lamento. 

Per  non  manifestar  quel  c’  ho  segreto, 

Tal  volta  rido,  non  eh’  i’  sia  contento; 

Ghè  chi  palesa  c’  sua  segreli  affanni 
Non  sminuisce  il  duol  ma  cresc’  e’  danni. 

C»d.  ricc.  2T23  : ediz.  fior.  ti.  È al  3 E erri  soa  crescer  duol,  al  5 
nuche  Ira  i Rispetti  dell’Aquilano  con  ho  is  secreto,  al  7 i scoi  secreti  af- 

queslc  varietà  : al  ».  I elio  quieto,  funai. 

lviu. 

E’  non  fu  al  mondo  mai  più  sventurato 
Amante  o più  di  me  tristo  e scontento; 

Ch’  io  porto  pazienza  del  peccato 

Ch’  altri  ha  commesso  con  mio  detrimento. 

Ecci  chi  crede  di  farsi  beato 
Con  tener  me  in  infernal  tormento. 

Nè  sa  ben  quanto  a Dio  dispiace  forte 
Colui  che  cagione  è dell’  altrui  morte. 

Cod.  ricc.  5723  ; ediz.  fior.  U.  — pag.  40]  vale  patimento,  dolore  in  qne- 

V.  3.  pazienza,  cosi  il  cod.  c le  st.  sto  v.  e nel  peli,  del  X Purg.  « E qual 

Sospetto  debba  leggersi  penitenza.  — più  pozlenza  uvea  negli  atti  Piangen- 
Secondo  P. Fontani  [fife. /!/.,  1847, III,  do  parea  diccr  : Più  non  posso.  • 


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HISPETTI  SPICCIOLATI. 


257 


LIX. 

Ogni  donna  di  me  pietosa  fassi 
Et  ogni  fera  eh’  oda  el  mio  lamento: 

Io  ho  mossi  a pietà  già  questi  sassi 
Ne*  quali  or  poso  il  mio  corpo  scontento. 

E non  fu  mai  alcun  che  donna  amassi 
Che  stessi  com’  io  fo  all’  acqua  al  vento  : 
In  voi  sol,  donna,  e’  mie’  pianti  non  ponno 
Rompere  el  vostro  dolce  e leggier  sonno. 

Cod.  ricc.  2723:  Poggiali,  Serie  ec. : ediz.  fior.  1814. 


LX. 


Se  ’l  vostro  cor  pietà  non  mostra  or  mai 
Agli  occhi  che  più  lacrime  non  hanno; 
De’  mie’  prieghi  pietosa  e de’  mie’  guai 
Si  facci  morte,  e traggami  d’ affanno. 

E ben  che  io  creda  che  piacere  assai 
Arete  del  mio  strazio  e del  mio  danno. 
Non  sia  però  non  si  dica  che  a torto 
l’ sia  da  voi  sol  per  amarvi  morto. 


Cod.  ricc.  2723  : Poggiali,  Serie  ec. 
cdii.  fior.  1814.  — V.  3.  Abbiamo 
aggiunto  un  e dopo  pietosa  secondo  la 
proposta  di  A.  M.  Maggi  e con  l’ediz. 
Silv.  — v.  4.  Il  cod.  e gli  edd.  del  1814 
hanno  trarraami:  abbiamo  accettato 


la  lezione  proposta  dal  Maggi  e se- 
guita dall’  ediz.  Silvestri. — v.  7.  non 
si  dirà,  leggono  gli  edd.  del  1814.  Il 
Maggi  proponeva  e il  Silvestri  stam- 
pava nè  dicasi.  Noi  seguitiamo  la  le- 
zione vera  del  codice. 


LXI. 

Mentre  eh’  ogni  animai  dormendo  posa, 
Raddoppio  e pianti  e rinnuovo  e sospiri  : 

E sol  priego  eh’  Amor  facci  una  cosa, 

Ch’  alquanto  delle  fiamme  el  cor  respiri. 

Né  tu  ti  fai  però  di  me  pietosa, 

Polizuso.  17 


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RISPETTI  SPICCIOLATI. 


Mentr’  io  piango  cantando  c mie’  martiri; 
Anzi  nascondi  el  tuo  amoroso  volto  : 

Bendi  agli  occhi  mie’  i lumi  c’  hai  lor  tolto. 


Coil.  ricc.  2723:  ediz.  fior.  1814. 
— V.  8.  Cosi  il  cod.;  miei,  gli  edd. 
fior.  Il  Moggi  nella  cit.  Appendice 
osservava  : • La  collocazione  delle 
parole,  cerluniente  sconvolta  dai  co* 
pisli,  rende  aspro  questo  verso.  Poi 
il  dire  rendi  agli  ocelli  i lumi  i lo 
stesso  clic  se  detto  si  fosse  rendi 
agli  occhi  gli  occhi  ; poiché  lumi 
plurale  è presso  i poeti  sinonimo 
di  occhi.  Vuoisi  però  correggere  il 
lume , cioè  la  villa:  e il  Poliz.  stesso 


più  avanti,  si.  9,  [*  in  questa  ediz., 
rispetto  LXIII],  ci  addita  questa 
correzione,  dicendo:  Piangete,  ocelli, 
da  poi  clic  Amor  ci  ha  tolto  La 
dolce  vista  di  Madonna  nostra.  Ed  il 
soprannoiato  verso  deve  stare  al 
sicuro  cosi  : Rendi  a'  miri  occhi  il 
lume  che  hai  lor  tolto.  » Noi  non 
vediamo  questa  necessità,  e non  ci 
spiace  il  rendere  gli  occhi  agli  oc- 
chi. Ma  la  lezione  proposta  dal  Maggi 
passò  nell’  ediz.  Silvestri. 


Lxn. 


E’  non  è mai  sì  carco  di  tormenti 
El  mio  afflitto  e ’ndebilito  core. 

Che,  se  rivede  e begli  occhi  lucenti. 

Non  riprenda  le  forze  e ’l  suo  valore. 

Ma  tu  glie  ne  se’ avversa  e no  ’l  contenti. 

Che  per  non  rivederli  sol  si  more. 

Al  cor  la  vista  de’  begli  occhi  rendi. 

Tanto  che  dalla  morte  si  difendi. 

Cod.  ricc.  2723:  Poggiali,  Serie  ec.  : ediz.  fior.  1814.  — V.  5.  noi  con- 
senti, le  st. 


LXIII. 

Donna,  s’ i'  debbo  mai  trovar  merzede 
Ne’  be’  vostri  occhi  o punto  di  pietade. 

Se  mai  esser  pagata  la  mia  fede 
Debbo  con  altro  che  con  crudeltade; 

A’  be’  vostri  òcchi  il  cor  questo  sol  chiede. 
Che  venga  pria  che  morte  usi  impietade. 


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RISPETTI  SPICCIOLATA. 


2ó'J- 


Al  giusto  priego  non  gli  siate  avara, 

Che  per  servirvi  sol  la  vita  ha  cara. 

Codice  li  ce  a rii  inno  2723:  edizio-  st.  — o.  5.  il  cor  tota  vi  c!ìì  ab , 
no  fiorentina  1811.  — V.  1.  mer-  edd.  fior,  ti;  il  cor  tuia  richiede 

cede,  le  st.  — o.  2.  Nelli  vostri,  le  ediz.  Sii v. 


LXIV. 

Piangete,  occhi,  da  poi  eh’  Amor  n’  ha  tolto 
La  dolce  vista  di  madonna  nostra  : 

Tristi  piangete,  poi  che  si  bel  volto 
Pietade  alcuna  vèr  di  voi  non  mostra  : 

Piangete,  poi  eh’  Amore  in  pianto  ha  vólto 
Il  riso  e ’l  canto  c la  speranza  nostra. 

Deh  sospira,  cor  mio,  tua  crudel  sorte. 

Fin  che  pietà  di  te  vegna  alla  morte. 

Cod.  ricc.  2723:  Poggiali,  Serie  ec.  ispira,  il  cod.  c gli  cdd.  fior.  Accct- 
ediz.  fior.  1814.  — V.  t.  ci  ha,  le  tammo  hi  correzione  del  Maggi  pas- 
si.— u.  6.  il  canto,  le  si.  — v.  7.  Deli  sala  puite  nell’ ediz.  Silv. 


LXV. 

Piangete,  amanti,  insieme  al*  mio  dolore  ; 

Piangete  (in  che  a pietà  lei  si  muova  : 

E se  pietà  non  ha,,  prega  te  Amore 
Non  voglia  far  di  me  più  lunga  pruova 
Ma  che  mi  renda  libero  el  mio  core 
0 che  da  lei  tal  crudeltà  rimuova, 

E che  or  mai  e’  sia  contento  e sazio 
Di  veder  tanto  mio  crudele  strazio. 

Cod.  ricc.  2723  : ediz.  fior.  1814.  eh' ella  a pietà  ti  mova.  Noi,  clic  nò- 

— V.  2.  Nell' ediz.  Silvestri  si  corre»-  pure  in  grammatica  vogliano  despo- 

sc  grammaticalmente:  Piangete  /tu  listili,  lasciamo  conte  legge  il  codice. 


LXVI. 

Io  mi  dorrò  di  te  innanzi  Amore,. 
Dicendo  come  tu  mi  fai  morire:. 


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RISPETTI  SPICCIOLATI. 


U'-ÌD 

V gli  dirò  eh’  i’  sor  tuo  servidore, 

E fai  mie’  vita  per  pianti  finire  : 

Dirògli  che  tu  m' hai  ferito  il  core, 

E i mie’  prieghi  non  gli  vuoi  udire. 

Io  so  che  ti  sarà  dato  ogni  torto. 

Veduto  al  tutto  che  per  te  son  morto. 

Infililo  finora:  è fra  altri  Risp.  del  Poliziano  nel  cod.  del  signor  Yan/oliui. 


LXVII. 


Soccorrimi,  per  dio;  che  il  tempo  passa. 

Vedi,  madonna,  crudeltà  mi  sfida: 

Soccorri  all’  alma  mia  misera  e lassa 
Che  nella  pietà  tua  sola  si  fida: 

Soccormi  *,  che  costei  morir  mi  lassa. 

Poi  che  mi  vede  al  mondo  sanza  guida: 
Soccorrimi  per  dio,  non  esser  tardo; 

Che  in  vita  può  tenermi  un  sol  tuo  sguardo. 


Cod.  ricc.  2723:  ediz.  fior.  1814. 
— r.  2.  Pare  che  faccia  una  sot- 
tile astrazione  fra  madonna  e la 
crudeltà  di  lei  della  quale  si  ri- 
chiama: astrazione  di  cui  abbondano 
esempi  nei  poeti  antichi.  Cosi  il 
Cavalcanti  : « Se  mercè  fosse  amica 
il’ miei  desiri,  E ’l  movimento  suo 
fosse  dal  core  Di  questa  bella  don- 
na...; » e Dante  « Cotivcuemi  chia- 
mar la  mia  nemica,  Madonna  la 


pietà  che  mi  difenda.  • — V.  8.  Co- 
me accorda  questo  tardo  con  Ma- 
donna? Veggano  i grammatici  se 
potesse  tenersi  per  usato  a modo 
di  avverbio.  Potrebbesi  supporre 
che  il  poeta  s’ indirizzasse  ad  Amo- 
re: e allora  al  v.  2 bisognerebbe 
leggere,  madonna  e crudeltà,  o, 
ironicamente,  madonna  crudeltà ; 
come  Dante  disse  Madonna  la  pie- 
tà. 


LXVIII. 

Soccorrimi,  per  dio;  eh’  io  son  condutto 
rresso  ati’  estremo  punto  di  mia  vita: 
Amor  raddoppia  in  me  suo’ forza  in  tutto. 
Tal  eh’  io  non  posso  alla  crudel  ferita. 
Vedi  il  mio  corpo  doloroso  e strutto: 

Che,  se  la  tua  merzede  or  non  l’ aito, 


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RISPETTI  SPICCIOLATI. 


56 1 

Morte  sarà  che  mi  trarrà  di  guai  : 

E più  mi  duci  che  te  ne  pentirai. 

Cod.  rioc.  2723:  odi*,  fior.  liti.  — V.  A.  Jio.1  rosso.  Non  reggo  più. 
— ».  0.  mercede,  le  si. 


LXIX. 

0 sacra  iddea  col  tuo  figliuol  Cupido, 

Che  collo  strai  fedisti  Giove  c '1  Sole 
E ’l  cor  passasti  alla  reina  Dido 
Udendo  del  troian  l’ alte  parole; 

Disserra  l’ arco  in  cui  solo  mi  lido, 

E ferisci  costei  che  udir  non  vuole 
D’ amor  favella  e me  conduce  a morto. 

Se  non  provvedi  alla  mia  trista  sorte. 

Cod.  ricc.  2723:  ediz.  fior.  1814. — ».  3.  ferini,  le  si.  — ».  6.  Gli  cdd. 
fior,  del  14  mettono  una  virgola  in  fine  di  questo  verso. 


LXX. 


I’  non  ti  chieggo,  Amor,  altra  vendetta 
Di  questa  cruda  tua  nemica  e mia. 

Se  non  che  lei  tu  nelle  mie  man  metta 
Sola  soletta  e sanza  compagnia. 

Al  petto  i’  la  terrei  serrata  e stretta. 
Tanto  eh’  io  la  farei  vèr  me  più  pia  ; 

E per  vendetta  degli  oltraggi  ed  onte 
La  bacerei  ben  mille  volte  in  fronte. 


Cod.  ricc.  2723:  ediz.  fior.  1814. 

— V.  2.  nemica.  Cosi  le  si.  : il  codice, 
umica.  — ».  4.  • Taciti,  soli,  e senza 
compagnia  • Dante  (edd.  fior.  14). 

— ».  C.  Accolsi  la  correzione  proposta 
dal  .Maggi  nella  cit.  Appendice  e pas- 
sata ucU'cdiz.  Silvestri,  fi  cui.  legge 


Tanto  eh’  in  ver  di  me  t"  la  farei 
più  pia;  l’ediz.  fior,  del  1814  ....  in 
ver  me  i*  la  farei.  — ».  7.  vendetta . 
Ilo  preso  questa  parola  dall’ ediz.  fior. 
22.  e da  quella  Silvestri,  nella  quale 
passò  dalla  cit.  Append.  Nel  codice  si 
legge  viltà  : l'cdiz.  fior.  Iia  viltade. 


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RISPETTI  SPICCIOLATI. 


.2(5-2 


lxxi. 


Prima  eh’  io  mi  conduca  a disperare. 
Vorrei  saper  di  voi  l’ utima  voglia  ; 

E,  s’ i’  non  veggo  in  voi  pietà  regnare. 
La  morte  poi  al  fin  non  mi  fia  doglia. 
Dimmi,  madonna,  quel  che  deggio  fare 
A non  voler  che  la  morte  mi  doglia; 
Degnate  a’  prieghi  mia  farmi  risposta. 
Un  grazioso  riso  poco  costa. 


Cod.  ricc.  2723:  ediz.  fior.  18'44. 
— V.  2.  ultima,  le  st.  — v.  3.  che 
morte  mi  tia  doglia,  gli  edd.  fior, 
•ilei  li.  Il  Moggi,  netta  cit.  Appcnd., 
■scrisse:  « Poiché  doglia  nel  secondo 
verso  è nome,  fon*  è clic  sia  verbo 
nel  quarto,  » e propose  si  correg- 
gesse A non  voler  che  morte  sì  mi 
doglia  : la  qual  correzione  passò  nel- 
•l' ediz.  Silvestri.  A noi  delle  lume 


per  1u  vera  correzione  la  lezione  del 
codice  che  ha  A non  voler  chela  morte 
mi  tia  doglia  : dove  è evidente  che 
sìa  è un  errore  di  sovrabbondanza 
pel  ricordo  del  v.  4.  — ».  8.  Accet- 
tammo la  correzione  del  Maggi  pas- 
sata nell’ediz.  Silvestri:  il  codice  e 
gli  editori  fiorentini  del  14  leggono 
IV  un  graziato  rito  che  poco  co- 
lta. 


ASPETTAR  TEMPO. 

LXX1I. 

La  notte  è lunga  a chi  non  può  dormire. 

Ma  ancora  è breve  a chi  contento  giace: 

Se  ’l  giorno  è grande  a chi  vive  in  sospiro, 

Presto  trapassa  a chi  il  possiede  in  pace  : 

Vero  è che  la  speranza  e lo  desire 
Più  volte  a ogn’  un  di  lor  torna  fallace; 

Ma,  quando  l’ aspettare  al  fin  poi  viene. 

Già  mai  non  giunge  tardi  il  vero  bene. 

Cod.  ricc.  2723:  ediz.  fior.  1814.  st. — e.  5;  Veramente  il  cod.  ha  loro 
— V.  2.  chi  in  contento,  le  st.  — delire:  ci  parve  meglio  seguitare  le 
3.  Lo  giorno  i ...  in  martire,  le  stampe. 


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RISPETTI  SPICCIOLATI. 


201! 

LXXHI. 

Non  sempre  dura  in  mar  grave  tempesta. 

Nè  sempre  folta  nebbia  oscura  il  sole  : 

La  fredda  neve  al  caldo  poco  resta, 

E scuopre  in  terra  poi  rose  e viole  : 

50  eh’  ogni  Santo  aspetta  la  sua  festa, 

E eh’  ogni  cosa  il  tempo  mutar  suole  : 

Perù  d’ aspettar  tempo  è buon  pensiero, 

E chi  si  vince  è ben  degno  d’ impero. 

Coti.  ricc.  2753:  edi*.  fior.  1814.  — Questo  rispetto  trovasi  pur  negli 

— V.  1-2.  ilorat.  carni.  Il,  9 : ■ fiun  Strambotti  tli  Serafino  Aquilano  con 
scinper  imbres  nubibus  hispidus  la  piccola  differenza  che  al  verso  \ 
Manant  in  agros,  aut  mare  Caspium  legge  Che  «ritorce  tu  terra,  cc.,  e al 
Xexant  iuxqualcs  procella:  Usque.  * v.  8,  Che  chi  sè  vince  oe.v  hecso  è. 

LXX1V. 

Ogni  pungente  e venenosa  ispina 

51  vede  a qualche  tempo  esser  fiorita  : 

Crudel  veneno  posto  in  medicina 

Più  volte  torna  l’ uom  da  morte  a vita: 

E ’l  foco  che  ogni  cosa  arde  e ruina 
Spesso  risana  una  mortai  fedita: 

Così  spero  il  mio  mal  mi  sia  salute, 

Chè  ciò  che  nuoce  ha  pur  qualche  virtute. 

Coil.  rice.  1723  : edit.  fior.  18  H.  • — • Silv.  1823.  Anche  questo  Risp.  è fra 
V.  t.  spino,  le  st.  — e.  8.  Il  cod.  legge  gli  Strambotti  dell'  Aquilano  ;se  non 
Che  non  che  nuoce.  Ho  accettato  la  cor-  che  al  v.  3 legge  patio  t,  al  A Tal 
regione  del  Maggi  nella  rit.  Append.:  voti»,  al  7 Fu  salute,  all' 8 Cn’ocst 

correzione  passata  nel  testo  dcll'ediE.  cosa  che  nuoce  ha  pur  virtute. 

CONSIGLIO  PRUDENTE. 

LXXV. 

Chi  si  diletta  in  giovenile  amore. 

Compera  la  ricolta  in  erba  verde; 


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RISPETTI  SPICCIOLATI. 


264 

Chè  sempre  il  frutto  non  risponde  al  fiore, 

E spesso  la  tempesta  la  disperde. 

Tristo  a chi  si  confida  in  bel  colore. 

Che  dalla  sera  alla  mattina  perde  1 
' Però  laudi  ciascuno  il  mio  consiglio, 

S’ io  disprezo  le  fronde  e ’l  frutto  piglio. 

Coil.  ricc.  2723:  Poggiali,  Serie  ec.  : ediz.  fior.  1S14.  — V.  3.  « Ni  in  iti  in 
nc  creile  colori.  » Yirg.  ecl.  2 (edd.  fior.  14). 


I VOTI  COMPITI. 


LXXVL 


l’ ti  ringrazio,  Amor,  d’ ogni  tormento 
Che  io  soffersi  e di  tanti  mie’  affanni. 


E sono  in  fra  gli  amanti  il  più  contento 
Che  fussi  mai  alcun  già  fra  mille  anni; 

Poi  che  mia  nave  spinta  da  buon  vento 
Il  porto  prende,  requie  a tanti  danni. 
Reggi  la  vela.  Amor;  chè  il  vento  spinga. 
Mentre  che  ancora  intorno  il  mar  lusinga. 


Cod.  ricc.  2723:  ediz.  fior.  1814. 
— V.  I.  Il  nostro  poeta  ha  comin- 
ciato una  ballala  • Io  ti  ringrazio, 
Amore,  D’  ogni  pena  e tormenlo  • 
(edd.  fior.  1814.)  — V.  2.  Che  in, 
così  stampiamo  per  la  migliore  ar- 


monia del  verso;  ma  il  cod.  e le  st., 
Ch‘  in  i offerti.  — V.  4.  fotte,  le  st. 
— 1>.  5.  « Siccome  nave  pinta  da 
buon  vento  » Dante,  (edd.  fior. 
1814.)  — v.  6.  Il  porto  vede , le 
stampe. 


DISGRAZIA  IN  AMORE. 

LXXVII. 

II  buon  nocchier  sempre  parla  de’  venti, 
D’ arme  il  soldato,  il  villan  degli  aratri, 
L’ astrologo  di  stelle  e d’  elementi, 

L’ architetto  di  mole  e di  teatri. 

Di  spirti  il  mago,  il  musico  d’ accenti, 
D’ oro  gli  avar,  d’ eresia  gl'  idolatri. 


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mSPF.TTI  SPICCIOLATI. 


205 


Di  bene  il  buon,  di  fede  l’alme  fide; 

E io  d’ amore,  perchè  amor  m’ uccide. 

Cod.  ricc.  2723:  ediz.  fior.  1814.  et  miles  vulnera,  paslor  oves  » 

— V.  1 e segg.  ■ Novità  de  venlis,  Tibullo,  (edd.  fior.  14.)  — ».  8.  EU 

de  tauris  narrai  aralor;  Numerai  io,  le  st. 


LXXVIIL 

Rida  chi  rider  vuol,  eh’  a me  conviene 
Per  forza  per  ragion  1*  angoscia  e ’l  pianto  : 
Canti  chi  vuol  cantar,  eh’  alle  mie  peno 
Non  è conforme  l’ allegreza  e ’l  canto  : 

Speri  chi  vuol  sperar,  chò  sanza  ispenc 
Ogni  pensiere  mio  posto  ho  da  canto. 

Come  rider  cantare  o sperar  voglio. 

Se  perso  ho  il  ben  d’ onde  allegrar  mi  soglio  ? 

Cod.  ricc.  2723:  ediz.  fior.  1814.  — V.  5.  zpcne,  le  st. 


LXX1X. 


Delle  fatiche  mie  el  fiore  e ’l  frutto 
Ogni  altri  coglie,  e io  ne  son  di  fora: 

El  seme  eh’  i’  ho  sparso  è perso  tutto 
In  questa  terra  ingrata,  che  ristora 
Al  suo  cultore  acerba  doglia  e lutto. 

Questo  interviene  a chi  in  fede  adora  : 

E questo  è quel  per  che  ’l  mio  cor  si  spoglia. 
Che  il  seme  eh’  i’  ho  sparso  ogni  altri  el  coglia. 


Cod.  ricc.  2723:  ediz.  fior.  1814. 
— V.  2.  ed  io,  le  st.  — ».  4.  Risto- 
ri: nel  significato,  pare,  di  renile 
in  cambio.  Vedi  Rispetto  LXXXIII, 
v.  5 G.  — ».  6.  Il  Maggi  nella  cit. 
Appendice  proponeva  si  correggesse: 
• a chi  di  fede  adora;  • ovvero: 


• a chi  con  fede  adora.  » Il  Silve- 
stri accettò  il  primo  concierò.  In 
verità  non  ce  n’  era  bisogno.  — ».  7. 
Si  simiglia.  Strano  uso  di  questo  ver- 
bo : pare  debba  sottintendersi  qual- 
che cosa  ; come  di  gioia , di  spe- 
ranza ; o simili. 


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200 


RISPETTI  SPICCIOLATI. 


LXXX. 


l’ seminai  il  campo,  c altri  il  miete  ; 
Aggiorni  spesa  la  fatica  in  vano  : 

Altri  lia  gli  uccelli,  e io  tesi  la  rete; 

Solo  la  piuma  m’ è rimasto  in  mano: 
Altri  è nell’  acqua,  e io  moro  di  sete: 
Altri  è salito,  e io  disceso  al  piand. 
Pianger  dovrian  per  me  tutte  le  priete  ; 
Ch’  i’  seminai  il  campo,  e altri  il  miete. 


Cod.  ricc.  2723:  cdix.  fior.  4814. 
— V.  I ■ e d altri,  le  st.  — ».  3.  td 
io,  le  st.  — t>.  4.  Solo ...  m’  è rimana, 
le  st.  — ».  5 e 6.  td  io,  le  st.  — t>.  7. 
priete  in  vece  di  pietre,  per  meta- 
tesi (edd.  flor.  14).  L’ iperbole  è or- 
dita, ma  non  come  quella  di  Dante, 


che  d' un  tremore  amoroso  soprav- 
venuto gli  dice  • E per  la  ebrietà 
del  gran  tremore  Le  pietre  par  che 
gridio  : muoia,  muoia.  • — r.  8.  ed 
dltri,  le  st.  — Questo  Rispetto  tro- 
vasi poi  ripetuto  nel  codice  con  qual- 
che varietà.  Eccolo  qui  sotto. 


LXXXh 

P seminai  il  campo,  un  altro  il  miete; 

E aggio  ispeso  la  fatica  in  vano  : 

Altri  è nell’  acqua,  e io  moro  di  sete  : 
Altri  è salito,  e io  rimasto  al  piano  : 

Un  altro  ha  preso,  c io  tesi  le  rete, 

E sol  la  piuma  è a me  rimasto  in  mano. 
Fortuna  a torto  fa  sua  voglie  liete  ; 

Chè  per  voi  ardo,  e non  mi  soccorrete. 

Cod.  ricc.  2723  : cdix.  fior.  4814. 

— V.  4.  e un  altro , le  st.  — ».  2-3. 
ed,  le  st.  — ».  4.  L’  edix.  Silv.  legge 
col  Maggi  ed  io  rimati  al  piano.  — 

».  5.  ed  io,  Silv.  Questo  verso  è una 
rimcmbranxa  del  petrarchesco  « E la 
rete  tal  tende  che  non  piglio.  - — 

».  6.  La  ficai  è * me  rimasto.  Qui  il 
participio  non  accorda  col  nome,  ri- 


manendo quasi  indeclinabile:  come 
di  rado  avviene  quando  va  unito  al 
verbo  ettcre.  Petrarca,  Coni.  1 : « . . 
sentendo...  Infin  allor  percossa  di  suo' 
strale  Non  essermi  passato  oltre  la 
gonna  » e Bocc , Dee.,  g.  IV.  u.  VI 
« Nè  perciò  cosa  del  mondo  più 
nè  meno  me  n’  è intervenuto.  » — 
rimatlo,  Silv, 


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RISPETTI  SPICCIOLATI. 


2(>7 


LXXXII. 

El  bel  giardìn  cbe  tanto  cultivai 
Un  altro  il  tiene,  e sì  ricava  il  frutto: 

E la  preda  eh’  io  presi  e guadagnai 
Un  altro  a torto  me  n’  ha  privo  in  tutto: 
E pascomi  di  pianti  e doglie  e guai. 
Perchè  chi  può  mi  vuol  cosi  distrutto: 

E ho  perduto  il  tempo  e la  fatica, 

E sono  in  preda  della  mia  nemica. 

CoJ.  ricc.  2723:  e<liz.  fior.  1814.  — V.  t.  coitimi , le  si. 


LXXXill. 


Del  bel  campo  eh’  arai  con  sudor  tanto 
Un  altro  ha  preso  le  ricolte  in  erba  : 

Della  vite  eh'  io  posi  all’  alber  santo 
Un  altro  ha  vendemiato  l’ uva  acerba  : 

E ’l  frutto  eh*  io  ricolgo  è doglia  e pianto 
Che  lo  ’ngrato  terreno  al  cultor  serba. 

Or  di  rabbia  si  strugge  el  cor  e rode: 

Un  altro  ha  il  fruito  e del  mio  stento  gode. 


Coil.  ricc.  2723:  cili*.  fior.  1814. 
— V.  1 .El  bel  rampo,  il  codice.  Accet- 
tammo Iti  lezione  delle  stampe.  — 
r.  7.  li  tir  ugge  e’I  cor  ti  rode,  le  st. 
É pure  tra  i Rispetti  dell’  Aquil.  con 
queste  varietà:  al  t>,  1.  Il  boo.v  campo 


clic,  al  2 Un  altro  a pievo  l’  ni  ni- 
colto,  al  3 La  vili  eh'  in  già  posi  al- 
I’  » raion,  al  4 ha  vesDeuaiATO,  al  5 II 
frutto,  al  7 e 8 Cosi  passando  la  mia 
vita  rode,  Cne  va  altbo  i.adlc.ao  li  gnu 
stetti  gode. 


DISPERAZIONE. 

LXXXIV. 

Madonna,  e'  saria  dolce  la  mia  pena. 

Dolce  il  pianto  i sospir,  dolce  il  tormento, 
S’ i’  fussi  certo  che  questa  catena 
Sciogliessi  un  giorno  per  farmi  contento. 


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RISPETTI  SPICCIOLATI. 


26* 

Ma  perchè  il  corpo  si  sostiene  a pena 
E’  be’  vostri  occhi  non  fan  mutamento, 

Sciorrà  questa  catena  un  giorno  morte 
E porrà  fine  alla  mia  trista  sorte. 

Coti.  ricc.  2723:  Poggiali,  Strie  ec.:  quella  catena. — r>.4.  Scioglieite , Silv. 

cdiz.fior.l  t. — g.  3.  Il  cod.  legge  : di  — t.  6,  E be’  , ed.  fior.  14;  e i bei,  Silv. 


LXXXV. 

Se  pure  il  vostro  cor  non  è ancor  sazio 
Di  veder  tanto  mie’  crudel  tormento, 
l’ prego  morte  mi  die  tanto  spazio 
Ch’  io  possa  far  vostro  disio  contento. 

E,  se  non  basta  ciò,  per  più  mio  strazio 
Mora,  e sia  data  la  polvere  al  vento: 

Chè  più  dolceza  mi  saria  morendo 
Per  contentarvi,  donna,  che  vivendo. 

Cod.  ricc.  2723:  ediz.  fior.  1814.  — V.  3.  ni  dia,  le  si. 


LXXXVI. 

0 me  ! chè  ’l  troppo  amore  a morte  mena 
Il  cor  sanza  speranza  di  soccorso. 

Morte  sciorrà  l’ amorosa  catena. 

Morte  torrà  dal  core  il  duro  morso. 

Nè  so  però  se  mancherà  la  pena 
Allor  eh’  i’  sarò  in  braccio  a morte  corso. 
Nè  saria  questo  già  contro  a mia  voglia. 
Se  per  amarvi  stessi  sempre  in  doglia. 
Cod.  rice.  2723:  ediz.  fior.  1814.  — V.  1.  Ohimè,  le  si. 


LXXXVII. 

Creduto  io  non  arei  crudeltà  tanta 
Regnar  potessi  in  si  gentile  aspetto: 

Ma  or  bene  me  n’  accorgo,  e veggio  quanta 
È vana  la  speranza  eh’  io  aspetto. 


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RISPETTI  SPICCIOLATI. 


-2U'J 

E bene  è vero  che  ogni  bella  pianta 
Non  tutta  volta  fa  il  pomo  perfetto. 

Cosi  iutervien  a qual  di  noi  non  crede: 

Ma  savio  è quel  che  tosto  se  ne  avvede. 

Cod.  ricc.  2723:  ediz.  fior.  14.  — spetto  inferri;»  qual  di  noi  non  ere- 
V.  I . avrei,  le  si.  — p.  5.  elle,  manca  de  : abbiamo  acceduto  la  correzione 
nel  eod.  — t>.  7.  Nel  cod.  legge*!  Cosi  delle  stampe. 


LXXXVIH. 


Come  può  lo  mio  cor  mai  rallegrarsi? 

Se  possedessi  quanto  el  ciel  possedè. 

Solo  alla  pena  che  ha  di  ricordarsi 
Di  quanto  ben  si  vede  o mal  si  vede. 
Pericoloso  sta  per  pricolarsi: 

Se  già  per  grazia  ci  ciel  non  mi  provede 
Che  la  fortuna  or  mai  mi  concedessi 
Che,  perso  un  tanto  ben,  morte  mi  dessi. 


Cod.  ricc.  2723:  ediz.  fior.  I Si  4. 
— V.  1.  Accettiamo  la  interpun- 
zione dell' ediz.  lìor.  4814:  la  fio- 
rentina del  4822  e quella  del  Silve- 
stri 4825  mettono  una  virgola  in 
fine  del  primo  verso  e l' interro- 
gativo in  fine  del  secondo.  — v.  2-5. 
> Dal  secondo  al  quinto  verso,  nota 
il  Maggi  nella  citata  Appendice, 
Ravvi  tale  stravolgimento  che  non 
si  può  sanare  nemmeno  per  pro- 
babile congettura.  Era  però  dovere 
dell'editore  il  notarlo.  • Al  v.  3 
nell’ ediz.  Silvestri  si  nota:  • Que- 


sto e i due  segg.  versi  sono  vera- 
mente enigmatici.  Pericolato  sla  per 
pericolarti  pare  che  sia  un  modo 
volgare,  il  quale  in  sostanza  si  ri- 
solva nel  dire  è pericoloso.  Il  passo 
trovasi,  cosi  com’  è stampato,  nel 
cod.  ricc.  donde  gli  edd.'fior.  tras- 
sero queste  stanze.  • Noi  notiamo 
che  al  v.  4 nel  cod.  leggesi  or  mal 
in  vece  di  o mal  che  hanno  le 
stampe.  — v.  6.  Cosi  gli  editori  fio- 
rentini del  44  : il  eodice  è errato  e 
ridondante.  — t>.  7-8  concedeste  . . . 
dette,  le  st. 


LXXX1X. 

Vedete,  ornanti,  a quale  estrema  sorto 
l’ son  ridotto  sol  per  donna  amare, 
i Ch’  i'  sento  al  cor  già  vicina  la  morte 
Nè  posso  a tanto  danno  riparare. 


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RISPETTI  SPICCIOLATI. 


ilo 

Merzè  chieggio  a colei  piangendo  forte. 

Che  d’ este  pene  lo  voglt  cavare  : 

E lei  che  vede  die  morte  m‘  uccide 
Non  se  ne  cura  e del  mio  mal  si  ride. 

Cod.  ricc  5723:  Poggiali,  Serie  ec.  st.  — ».  6.  lo  voglia,  ediz.  Sitv. 

ediz.  fior.  1814.  — V.  5.  Merci,,  le  v.  7.  Ella  che  vede,  ediz.  Silv. 


xc. 

Lasso  me,  lasso  f o me  ! che  deggio  fare 
In  questa  vita  sanza  alcun  conforto? 

0 deggio  sempre  al  mondo  lacrimare 
Nè  mai  uscir  di  questo  orribil  porto? 

0 sorda  morte,  ornai  piu  non  tardare  : 

Soccorri  a'  priegbi  miei,  non  mi  far  torto. 

Ch’  altro  rifugio  a me  non  si  richiede. 

Poi  che  per  me  non  è pietà  nè  fede. 

fini  codrca  deli  signor  Vanzolini,  ov’  c fra  altri  Rispetti  del  Poliziano. 


XCI. 

Piangete,  occhi  dolenti,  e’1  cor  con  voi 
Pianga  suo’ libertà  eh’ Amor  gli  ha  tolta: 

Piangete  el  dolce  e ’l  bel  tempo  da  poi 
Ch’  Amor  nostra  letizia  in  pianto  ha  volta  : 

Piangete  le  lusinghe  e’  lacci  suoi 
Ond’  io  preso  mi  trovo  e ella  è sciolta  : 

Piangete,  ocelli  dolenti,  alla  fin  tanto 
Che  morte  stagni  el  vostro  amaro  pianto. 

occhi a/fHHi,.et  mio  darti  tanto.  Acciò ■ 
che  piali  Iraovi  el  vostro  pianto.  — 
È pure  fra  gli  Strambotti  dell’  Aqui- 
lano con  queste  varietà  : al  v.  4 Amor 
vostra  fortuna,  al  6 ed  ella  sciolta: 
il  7 e 1'  8 accordano  col  magliai).,  se 
non  che  leggono  il  mio  male  c It  oli 

P..ETADE  IL  NOSTRO. 


Cod.  ricc.. 2723  : Poggiali,  Serie cc. 
ediz. fior. t4: magi.  735. — V.  2.  l’ha, 
cod.  ricc..  e I*  edic.  fior.  14.  — e.  6. 
ella  disciolta,  ediz.  Silv.  Noi  accet- 
tammo la  lezione  del  magliabechia- 
no.  Col  riccardiano  leggevano  gH  edi- 
tori fiorentini  del  14,  e lei  disciolta. 
— t>.  7-8.  LI  magliab.:  Piangete,  o 


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RISPETTI  SPICCIOLATI. 


• 271 


XCIl. 


Voglio  morir,  se  morte  mi  vuol  tórre. 

Da  poi  che  1 mio  disio  non  può  aver  loco. 
Meglio  è morir  che  sempre  con  dolore 
Irsi  struggendo  come  cera  al  foco. 

Chi  mi  può  sovvenir  non  mi  soccorre 
Anzi  si  piglia  i miei  martiri  in  gioco. 

Però  la  morte  per  soccorso  chieggio. 

Po’  che  mi  vedo  andar  di  male  in  peggio.. 


Coil.  ricc.  2723  : cili/.  fior.  1814. 
— V'.  3.  ■ Qui  non  liavvi  rima  ma 
semplice  assonanza.  Nelle  noie  del- 
I’ ediz.  fior,  del  1814  si  riporta, 
come  variarne  del  quarto  verso  sus- 
seguente, il  verso  del  Petrarca  Come 
ni  sol  neve,  come  cera  al  foco:  quindi 
l’autore  della  Proposta  [*cioè  l’uuto- 
re  dell’ apponi,  al  voi.  Ili  pari.  Il' 
della  Proposto],  tenuta  ferma  que- 
sta lezione,  emenda  per  congettura 


• Meglio  è morir  che  sempre  il  cor 
diteiorre  Come  al  sol  neve  eec.  » 
tNota  dell’  ediz.  Silvestri).  Il  vero 
è che  gli  cdd.  fior,  del  14  riportano 
quel  verso  del  Petrarca  non  come 
variante,  ma  per  confronto  al  verso 
del  Polii.  Ma  I’  emendazione  potea. 
cercarsi  negli  Strambotti  dell’  Aqui- 
lano, fra  i quali  questo  è riportato,  e 
dove  al  v..  3-4  leggesi:  Meglio  è li 
sfasci  cinse  i*  tinnì  nonne  Che  cin... 


PENSIERI  E IMMAGINI  DI  MORTE. 

XC1II. 


Quando  tu  mi  vedrai  questi  occhi  chiusi 
Da  amore  eh’  a tu»’  ora  al  fin  mi  sprona, 
Tutta  affannata  da  pensier  confusi 
Dirai  — Per  me  questa  alma  s’ abbandona  ; — 
E,  se  arai  chi  T tuo  peccato  accusi. 

Nessuno  troverrai  che  te  ’l  perdona  : 

Cosi  andrai  piangendo  in  ogni  lato 
Dolente  di  me’  morte  e tuo  peccato. 


Cod.  ricc.  2723:  ediz.  fior.  1814. 

— V.  2.  Da  morte  che  talora,  le  si. 

— Al  vi.v.  Intendi  della  vita.  — e.  4. 
Cli  cdd.  fior,  del  181 1 annotano: 
« Ai  versi  2,  4,  6 trovatisi  nel 
margine  del  uis.  delle  correzioni, 


ma  in  cosi  miserabile  stato  clic 
anche  le  persone  più  perite,  da 
noi  consultale  per  decifrarne  il 
senso,  si  sono  dichiarate  incapaci 
di  riuscirvi.  Dopo  di  ciò  noi  ci 
siamo  presi  I’  arbitrio  ben  piccolo 


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RISPETTI  SPICCIOLATI. 


e non  imitile  affatto  di  leggere  l'ab- 
bnndona  in  luogo  di  sbandonata 
come  sta  scritto.  > Le  correzioni, 
Leu  posteriori  all’età  del  Polizia- 
no. sono  per  tòr  via  la  rima  in  ona 
e mutare  al  congiuntivo  la  secon- 
da dell’  indicativo,  perdona , che  non 
parca  buona  concordanza.  — v.  8. 


Il  Maggi  nella  citata  Appendice  met- 
teva innanzi  la  correzione  il  tuo 
peccalo,  clic  il  Silvestri  accoglieva 
poi  nella  sua  edizione.  Non  ve  n'  è 
bisogno,  sol  che  s'  intenda  : dolente 
della  mia  morie  c del  Ino  peccato, 
cioè  della  morie  mia  che  è tuo  pec- 
calo. 


XCIV. 

Quando  questi  occhi  chiusi  mi  vedrai 
E ’l  spirito  salito  all’altra  vita. 

Allora  spero  ben  che  piangerai 
E1  duro  fin  dell’  anima  transita  : 

E poi  se  l’ error  tuo  conoscerai, 

D’ avermi  ucciso  ne  sarai  pentita: 

Ma  ’i  tuo  pentir  fia  tardo  all’  utima  ora. 

Perù  non  aspettar,  donna,  eh’  i’  mora. 

Cod.  vice.  2723:  ediz.  fior,  -t 814.  gine:  tradita.  • A noi  in  quella  rnr- 
— V.  2.  E lo  spirto,  le  st.  ■ — v.  A.  reziouc  parve  dover  leggere  partita. 

Oli  cdd.  fior.  14  annotano:  « nel  mar-  — v.  7.  ultim' ora,  le  st. 


xcv. 


AUor  che  morte  ara  nudata  e scossa 
L’  alma  infelice  delle  membra  sue 
E eh’  io  sarò  ridutto  in  scura  fossa 
E sarà  ombra  quel  che  corpo  fue, 

Verran  gl’  innamorati  a veder  l’ ossa 
Ch’  Amor  spogliò  con  le  crudeltà  sue; 

— Ecco,  diran  tra  lor,  come  Amor  guida 
A strazio  e morte  chi  di  lui  si  fida.  — 


Cod.  rieeard.  2723,  laurenz.  4t 
[pi.  40],  ediz.  fior.  1814.  — V.  2. 
dalle,  cod.  ricc.  e stampe.  — e.  3. 
errò,  c e.  4.  sera,  cod.  laur.  — ».  5. 
Il  riccard.  legge  temili  gli  amanti 
a veder  l'  ossa.  Gli  edd.  fior,  del  1 4 


corressero  Verran  gli  amanti  a ri- 
veder quest' ossa,  (e  la  correzione 
passò  in  tutte  le  st.)  senza  notare  che 
qui  non  era  luogo  al  rivedere  ; per- 
chè il  povero  poeta,  per  quanto  tra- 
vagliato da  quella  forca  d’  Amore, 


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RISPETTI  SPICCIOLATI. 


273 


non  sarà  stalo  proprio  uno  scheletro,  ma  il’  esser  ridullo  in  scura  fossa.  Il 

tlie  gli  si  vedessero  1'  ossa  nude,  pri-  cod.  laur.  ei  Ita  porlo  la  leziou  vera. 


XCVI. 

— Requiescat  in  pace / in  pace  posi 

(Dica  ciascun  che  mi  passa  davante), 

Costui  eh’  è morto  ne’  lacci  amorosi 
E patito  ha  dolor  c pene  tante.  — 

Sopra  me  pianti  tristi  e dolorosi 
Facci  ciascun  che  si  può  dire  amante, 

E dica  — Tu  che  morto  in  terra  giace 
Vinto  dal  crudo  Amor,  riposa  in  pace.  — 

Cod.  rice.  2723:  ediz.  fior.  tSIA.  Icco  menarmi,  Le  sentirai  cantarle 

■ — V.  t.  Ricorda  In  fine  d’ un  risp.  requie  e i salmi.  » — t.  5.  Faccia  eia- 

?opol.  tose.  • Se  non  mi  prendi  per  scun,  Silvestri. 


xcvn. 


Venite  insieme,  amanti,  a pianger  forte 
Sopr’  al  mio  corpo  morto  e steso  in  terra  ; 
E vederete  la  mia  crudel  sorte 
E quanto  è tristo  el  fin  della  mia  guerra. 
Per  troppo  amore  i’  son  condotto  a morte. 
Tristo  a colui  eh’  Amor  crudele  afferra  ! 
Quest’  è del  mio  servir  sola  merzede. 

Che  mortai  cosa  amai  con  tanta  fede. 


Cod.  ricc.  2723:  ediz.  fior.  tSli. 
— I'.  2.  Sopra  il,  le  si.  — te.  8. 
Tristo  c colui,  le  st.  — È questo 
Rispetto  una  iscrizione  bella  e buo- 
na da  mettere  su  la  porta  della 
chiesa  ove  si  fuecsse  il  mortorio  del 


povero  poeta.  E trovasi  parte  fra  gli 
Strambotti  di  Serafino  Aquilano,  con 
queste  varietà: — VA.  Venite, aman- 
ti, insieme  ; — e.  2.  Sopra  il  ; — t>.  fi. 
Tristo  colui  ; — v.  7-8.  Questo  del . . . 
E mortai  cosa  ixar  con  troppi... 


XC  Vili. 

Pigliate  esemplo,  voi  eh’  Amor  seguite. 

Dalla  mie’  morte  tanto  acerba  e dura  ; 

foLizirvo.  18 


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274 


RISPETTI  SPICCIOLATI. 


Chè  ’I  traditor  con  suo’  crudel  ferite 
M’ ha  fatto  diventare  un’ombra  scura: 
E ben  che  l’ ossa  mie  sien  seppellite, 
Non  è ancor  l’ alma  dal  martir  secura. 
Fuggite  Amor,  per  dio,  miseri  amanti; 
Chè  dopo  morte  ancor  restate  in  pianti. 


Coti.  ricc.  2723:  eiliz.  fior.  1814. 
— V.  4.  esempio,  le  si.  — ».  4.  peti, 
le  st.  — Questo  Rispello  £ come  un 
cpitafio  da  iscriver  su  la  tomba  d’  un 


amante  disperato:  e trovasi  por  fra 
gli  Strambotti  dell’Aquilano,  con  que- 
sta sola  notevole  varietà  al  verso  8, 
Clic  da  poi  morte  ancor  si  utili... 


VECCHIEZZA. 


XCIX. 

Dove  appariva  un  tratto  el  tuo  bel  viso. 

Dove  s’  udiva  tuo’  dolce  parole, 

Parca  che  ivi  fusse  el  paradiso  ; 

Dove  tu  eri,  pare’  fussi  il  sole. 

Lasso!,  mirando  nel  tuo  aspetto  fiso. 

La  faccia  tua  non  è com'  esser  sólo. 

Dov’è  fuggita  tua  belleza  cara? 

Trist’  a colui  eh’  alle  sue  spese  impara. 

Cod.  ricc.  2753  : Poggiali,  Serie  ec.  ».  3.  Pareva  che  ivi,  le  st.  — ».  4.  pa- 
ediz.  fior.  14.  — V.  2.  lue  dolci,  lesi. — rea 4u,,ej  te  **•  — v-  *>•  Trist'  è,  le  st. 


C. 

Già  collo  sguardo  facesti  tremare 
L’amante  tuo  e tutto  scolorire: 

Non  avea  forza  di  poter  guardare, 

Tant’  era  el  grande  amore  e ’l  gran  disire. 
Vidilo  in  tanti  pianti  un  tempo  stare 
Ch’  i’  dubitai  assai  del  suo  morire. 

Tu  ridevi  del  mal  che  s’ apparecchia. 

Or  riderai  di  te  che  sarai  vecchia. 

Cod.  ricc.  2723:  ediz.  fior.  1814.  — V.  4.  il  gran  disire,  le  st. 


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1 


CANZONI  A BALLO  E CANZONETTE 

DI 

MESSER  ANGELO  POLIZIANO. 


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[LEGITTIME.] 


I.1 

Non  potrà  mai  dire  Amore 
Ch’  io  non  sia  stato  fedele. 

Se  tu,  donna,  se’  crudele, 

Non  ci  ha  colpa  il  tuo  amadorc.  4 

Non  0/  è niun  maggior  peccato 
Nè  che  più  dispiaccia  a Dio, 

Quanto  è questo,  esser  ingrato, 

Come  tu,  al  parer  mio. 

Ogn’  un  sa  quanto  tempo  io 
T’ ho  portato  e porto  fede  : 

Se  non  hai  di  me  merzede. 

Questo  è troppo  grande  errore.  yj 

lo  non  vo’,  gentil  fanciulla. 

Da  te  cosa  altro  che  onesta;. 

Che  chi  vuol  per  forza  nuHa 


1 È,  col  titolo  di  canzonella  e in- 
sieme alla  stanza  intjcniou'ttima  del- 
l’eco, in  (ine  di  tutte  le  edizioni 
delle  Stanze  e dell’  Off  co  che  prece- 
dono l’Aldina  del  I SM;  dalle  quali 
fu  poi  riportata  nelle  corniciane  del 
•1751  et765  c via  via  nelle  posteriori. 
Ed  é anche  fra  altri  versi  latini  e ri- 
me toscane  del  IS.  A.  nelcod.  fico.  771. 

V'.  II.  mercede,  stampe  recen- 


ti. — b.  +4.  Altro  che:  qui,  le  non. 
Dream.,  g.  Il,  n.  2.  « ...  giammai  non 
in’ avvenne  elio  io  perciò  altro  ette 
bene  albergassi.  — » o.  i 5.  Nulli  : qui 
Ita  senso  uHermalivo,  come  (piando 
si  usa  per  via  di  domandare  ricer- 
care c simili  casi.  Boccaccio,  Dee:, 
g.  Il, il.  5^.»  clic  mostrasse  se  egli  vo- 
lesse nulla:  » M.  Franco,  Son.  « E. 
sono  al  tuo  piacer,  se  tu  vuoi  mi  Ila. 


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BALLATE. 


Senza  nulla  poi  si  resta. 

Da  me  non  sarai  richiesta 

D’ altro  mai  che  gentileza;  , 

Gli’  io  non  guardo  tua  belleza. 

Basta  sol  la  fede  e ’l  core.  "0 

Sempre  ’l  fren  delta  mia  vita 
Terra’  sol  tu,  donna  bella  ; 

Ch’  io  son  fatto  calamita. 

Tu  se’  fatta  la  mia  stella. 

Per  Cupido  e suo’  quadreikt 
Pel  suo  arco  affermo  e giuro, 

Ch’  io  t’ ho  dato  el  mio  amor  puro 
E se’  sempre  il  mio  signore.  ss 


IL* 

l’ non  mi  vo’  scusar  s’ i’  seguo  Amore, 

Chè  gli  è usanza  d' ogni  gentil  core.  2 


V.  47.  Son  sarai  da  me,  Sitv.  — 
».  22.  ferrai,  st.  ree.  — ».  25-8. 
« Questi  quattro  versi  in  tutte  le 
ediz.  [*  cioè,  nelle  «lue  corniti,  c nel- 
le altre  clic  seguirono  alle  corni».] 
sono  staccati  ila’  precedenti  e porta- 
no in  fronte  il  seguente  avvertimen- 
to : Pare  che  risponda  l’amala.  Ma 
elle  ciò  non  sia  vero  viene  dimostra- 
to nel  IH  voi.  par.  II  della  Proposta.., 
pag.  CLXXIX,  ove  sta  cosi  scritto 
[Mota  dell*  ediz.  Silvestri]:  • Egli 
è I’  amatore  che  séguito  le  sue  amo- 
rose proteste  c chiama  suo  siijnore 
la  sua  donna,  secondo  l’ uso  degli 
antichi  nostri  poeti  ad  imitazione 
de’  Provenzali.  Cosi  lue.  da  Lenti- 
no:  • Dolce  mio  sir,  se  intendi, 
Or  io  clic  (leggio  fare  ? » Cosi  Dante 
da  Maiano  : • Per  deo,  dolce  mio 
sir,  non  dimostrale.  » E cosi  il  me- 
desimo Poliziano,  parlando  sempre 
alla  sua  donna  : • Deh  pietà  di  me, 


signore.  Per  lu  tua  molla  bellezza  » 
• Se  ti  piacessi,  caro  signor  mio, 
D’ esser  tuo  servo  mi  contenterei  > 

■ Sempre  mai  penso  a te,  gentil  signo- 
re • • I’  veggo  ben,  signor,  eli’  i’  non 
son  degno  D’ amare  e riverir  la  tua 
beltadc.  ■ (G.  A.  Maggi,  Append.  cit.]  — 
».  25.  sue,  le  st.  ree.,  eccetto  le  comi- 
niauc  c quella  del  Molinari.  — ».  26. 
Del  sua,  stamparono  gli  edd.  fior, 
del  44,  ricopiando  un  errore  di  al- 
cune delle  vecchie  stampe  ; e furono 
seguiti  dalla  ediz.  fior,  del  22  e da 
altre. 

1 Fu  primieramente  pubblicata  dal 
Poggiali  nella  Serie  dei  testi  di  lingua 
[Livorno,  Masi,  4843.  tomo  1,268]  di 
su’)  cod.  laur.  44  [pi.  40];  e ripub- 
blicata su  cotesta  stampa  in  Lugu 
per  nozze  dai  fratelli  Ferracci,  e 
nell’ ediz.  fior.  44:  6 anche  nel  rie- 
cardiuno  2723.  Parla  una  donna. 

V'.  2.  Ch'  egli,  Pogg.  : Che  egli. 


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BALLATE. 


270 

Con  chi  sente  quel  fuoco  che  seni’  io 
Non  convien  fare  alcuna  escusazione. 

Che  ’l  cor  di  questi  è sì  gentile  c pio 
Ch’i’so  ch’ara  di  me  compassione: 

Con  chi  non  ha  sì  dolce  passione 
Scusa  non  fb,  che  non  ha  gentil  core.  S 

r non  mi  vo’  scusar.  . . 

Amore  et  onestate  c gentileza 
A chi  misura  ben  sono  una  cosa. 

Parmi  perduta  in  tutto  ogni  bellcza 
Ch’  è posta  in  donna  altera  e disdegnosa. 

Chi  riprender  mi  può,  s’ io  son  pietosa 
Quanto  onestà  comporta  e gentil  core?  ti 

l’ non  mi  vo' scusar.  . . 

Riprendami  chi  ha  si  dura  mento 
Che  non  conosca  gli  amorosi  rai. 
l’ priego  Amor  che  chi  amor  non  sento 
No  ’l  faccia  degno  di  sentirlo  mai; 

Ma  chi  lo  serve  fedelmente  assai 
Ardagli  sempre  col  suo  fuoco  el  core.  so 

I’  non  mi  vo'  scusar.  . . 

Sanza  cagion  riprendami  chi  vuole  ; 

Se  non  lia  ’l  cor  gentil,  non  ho  paura  : 

II  mio  costante  amor  vane  parole 
Mosse  da  invidia  poco  stima  o cura: 


le  nltre  stampe.  — ».  5.  cor  tfi 
questa,  laur.  : cor  di  quoto,  Pogg. 
— ».  6.  Che  to,  Pogg.  : ChJ  io  to,  le 
altre  si.  — ».  9.  eU  onestate,  le  sL 
eccetto  Pogg.  — ».  IMO.  Rimem- 
branza del  dantesco  « Amore  e cor 
gentil  sono  una  cosa.  • — ».  11. 

perduto,  laur in  tutta,  cdd.  fior. 

14. — ».  14.  Quando  onestà,  ricc.  — 
».  15-10.  Riprendermi  chi  ha  si  dura 
mente  Che  non  conosca  gli  amorosi 
rai ? Cosi  gli  cdd.  fior.  14  seguili 
dal  Molinari  e dalla  seconda  ediz. 
fior.  1822.  Il  Maggi  (Appendice  cit.) 


mise  innanzi  la  vera  lezione  (quella 
dei  codd.  fior,  da  noi  restituita  nel 
testo)  anche  con  1’  autorità  d*  un 
cod.  trivulziano  e della  rara  edi- 
zione di  Bergamo  del  Serassi  : ed 
essa  lezione  fu  ammessa  nell’ ediz. 
Silvestri.  Rii  : qui  gli  splendori, 
gli  ardori.  Il  Casa,  alla  sua  donna. 
• Danno  ...  Fuggir  mi  fora  il  vostro 
nrdeulc  raggio,  Bcnch’  io  n’  avvam- 
pi. » — ».  17.  prego  Amore,  laur. 
c Pogg.  — ».  18.  Non  faccia,  laur. 
e Pogg.  — ».  21.  Sama  ragion,  Pogg. 
— ».  22.  ha  cor , laur.  e Pogg. 


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BALLATE. 


■2  SO 

Disposta  son,  mentre  la  vita  dura, 

A seguir  sempre  si  gentile  amore.  se 

r non  mi  vo’  scusar.  . . 


m.' 

I'mi  trovai,  fanciulle,  un  bel  mattino 
Di  mezo  maggio  in  un  verde  giardino.  2 

Eran  d’ intorno  violette  e gigli 
Fra  l’erba  verde,  e vaghi  fior  novelli 
Azurri  gialli  candidi  e vermigli  : 

Ond’io  pòrsi  la  mano  a cór  di  quelli 
Per  adornar  e’ mie’  biondi  capelli 
E cinger  di  grillando  el  vago  crino.  3 

l’mi  trovai,  fanciulle.  . . 

Ma  poi  eh’ i’ ebbi  pien  di  fiori  un  lembo, 

Vidi  le  rose  c non  pur  d’  un  colore  : 

Io  corsi  allor  per  empier  tutto  el  grembo, 

Perch’  era  sì  soave  il  loro  odore 
Che  tutto  mi  senti’  destar  el  core 
Di  dolce  voglia  e d’ un  piacer  divino.  U 

I’mi  trovai,  fanciulle.  . . 
l’ posi  mente:  quelle  rose  allora 
Mai  non  vi  potre’  dir  quant’  eran  belle  : 


V.  25.  Disposto  suo , lanr.  e ricc. 
i Publicnta  prima  dal  Pogg.  nella 
eil.  Scric  ec.,  I.  269,  di  su  ’l  cod.  ricc. 
2723;  e,  come  la  precedente  c nella 
stessa  occasione,  ripubblicata  dai  fra- 
tetti  Ferrucci  ; poi  nell'  ediz.  fior.  ti. 
È anche  nel  laur.  Ai  [pi.  401.  n<S  ntagl. 
4034  [cl.  VII], e nel  vani.  Nel  quale  ul- 
timo Ita  questa  rubr.:  Canzono  d'Ang. 
Politiano.  confortando  le  fanciulle  a 
córre  la  rosa  quand'  ella  è fiorila . 

V’.  2.  mezo  aprile , vanz.  — v.  3. 
Erano  intorno , codd.  laur.  c ricc , 
e Pogg.  Eron , magi.  — ».  4.  Per 
l ‘ erba,  vanz.  — ».  5.  Azzurri  e gialli , 


magi.,  vanz.  e st.,  eccetto  Pogg.  — 
v.  7.  adornarne,  laur.,  vanz.  e Pogg.  : 
e'  mia,  magi.  — ».  8.  grillando,  vanz.  : 
ghirlanda,  magi,  e le  st.,  eccetto 
Pogg.  — ».  9.  Da  poi,  ricc.  — ».  tO. 
rose  non,  vanz.  — No.v  rv«  : non  sola- 
mente. Boccaccio,  Fi  lue.,  Il  : • Non  pur 
le  forti  braccia  vincono  le  battaglie, 
ma  i buoni  e sani  provvedimenti.  » 
— ».  41.  lo  colsi,  ricc.  e laur.  : Se 
colsi,  Pogg.  — ».  42.  soave,  Pogg. 
— ».  13.  senni,  le  st. — Desti*  : eom- 
moverc.  — ».  44.  di  dolce  voglie , 
vani.  — ».  45.  lo  posi  mente  a quelle 
rose  allora , le  st.  — ».  46.  Ala  non , 


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BALLATE.  281 

Quale  scoppiava  della  boccia  ancora  ; 

Qual’  erano  un  po’  passe  e qual  novelle. 

Amor  mi  disse  allor:  — Va’, co'  di  quelle 
Che  più  vedi  fiorite  in  sullo  spino.  — 20 

I’  mi  trovai,  fanciulle.  . . 

Quando  la  rosa  ogni  suo’  foglia  spande. 

Quando  è più  bella,  quando  è più  gradita  ; 

Allora  è buona  a mettere  in  ghirlande. 

Prima  che  sua  belleza  sia  fuggita: 

Sicché,  fanciulle,  mentre  è più  fiorita, 

Cogliàn  la  bella  rosa  del  giardino.  26 

1’  mi  trovai,  fanciulle.  . . 


vati/.:  croi,  ricc.  — v.  17.  Quale 
scoppiava» , vani.  : dalla  boccia,  laur. 
e Pogg. — Scormv»  : è propriamente 
I’  erompere  ilei  Ialini.  Boccia:  il  bot- 
tone del  fiore  ; che  in  Toscana  di- 
cesi delle  rose  più  gentilmente  boc- 
cinolo. Quel  clie  il  Poliziano  in  un 
verso,  V Ariosto  lo  disse  in  due,  ma 
degni  di  lui  : « Come  rosa  che  spunti 
allora  allora  Fuor  della  boccia  e col 
sol  nuovo  cresca  • Pur.,  X,  II. — 
V.  18.  Quale  crono,  magi.:  Qua!  eran 
poste  e qual  eran  novelle,  vonz.  — 
Passe.  Dicesi  dell’ erbe  clic  patiscono 
per  soverchio  calore  ( * L’ erbe  per  lo 
sole  passe  » Boccaccio,  Am.),  e anche 
de’  fiori  e de’  frulli  quando  hun  pas- 
sala il  punto  della  loro  floridezza 
o la  stagione  della  maturila;  c al- 
lora più  che  di  patire  crederci  fosse 
participio  accorciato  di  pattare.  — 
v.  19.  Allor  mi  ditte  Amor,  vanz.  : eòi, 
magi,  e le  si.  Có’,  cogli  (edd.  fior.  14) 
— r.  20.  Che  più  fiorite  vedi , vanz.  : 
fiorir,  ricc.  — ».  22.  quanto  è ...  tan- 
to è ...,  vanz.  — t>.  23.  n metterla  in 
grillando,  vanz.  — v.  24.  Kami  che 
tuo'  bilia  ti  tic,  vanz.  — r.  25.  men- 
tre eh’  è fiorita,  vanz.  — v.  26.  co- 
glioni, le  si.  Ma  è vezzo  fiorentino 


il  terminare  in  ano  le  prime  per- 
sone plurali  del  presente  indicativo 
e congiuntivo.  N'abbiamo  esempi  in 
rima  c prosa,  frequentissimi  ne’Canli 
carnescialcschi  e ne’ Comici  del  cin- 
quecento; non  radi  ne’  trecentisti. 
Volgari/.  Guido  Delle  Colonne:  • Ab- 
biano dati  loro  tanti  termini  dan- 
nosi... > Bocc.  Nini.  > ...  noi  abbiano 
Andar  ciascun  di  qui  molto  lontano.  - 
— • Coglioni  le  rose  in  sul  mudino 
adorno  * Tasso,  Gcr.  XVI,  15  (Edd. 
fior.  li).  E Lor.  de' Medici  : • Cogli  la 
rosa,  0 ninfa,  quando  è il  tempo.  » 
E vedi  pure  le  ultime  terzine  del  ca- 
pitolo di  esso  Lorenzo,  La  luna  in 
mezzo  alle  minori  stelle,  clic  hanno 
molta  somiglianza  e con  la  presente 
ballata  e con  la  st.  78  del  I della 
Giottra.  Ma  il  concetto  c la  forma 
di  questi  versi  è ben  più  antica. 
Scelgo  da  certi  epigrammi  della  bas- 
sa latinilù  clic  sono  nell’  Anth.  la- 
tina del  Burmanno  : • 0 qualcs  ego 
mane  rosns  procedere  vidi  ! Nasee- 
bantur  adhuc,  ncque  erat  par  om- 
nibus tetas...  Dum  levai  una  caput 
dumque  explieat  altera  nodum,  Huic 
dum  virgineus  pudor  extenuatur 
amichi,  Ne  pereant,  lege  mane  ro- 


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282  BALLATE. 

t 

IV.* 

l' mi  trovai  un  di  tutto  soletto 
In  un  bel  prato  per  pigliar  diletto.  2 

Non  credo  che  nel  mondo  sia  un  prato 
Dove  sien  1*  erbe  di  si  vaghi  odori. 

Ma  quand'  i’  fu’  nel  verde  un  pezo  entrato. 

Mi  ritrovai  tra  mille  vaghi  fiori 
Bianchi  e vermigli  e di  mille  colori  ; 

Fra’  qual  senti’  cantare  un  augelletto.  s 

* l’ mi  trovai  un  di.  . . 

Era  il  suo  canto  si  soave  c bello, 

Che  tutto  ’l  mondo  innamorar  facea. 
l’ m’ accostai  pian  pian  per  veder  quello  : 

Vidi  che  ’I  capo  e l’ale  d’ oro  avea: 

Ogni  altra  penna  di  rubin  parea , 

Ma  ’l  becco  di  cristallo  e ’l  collo  e ’l  petto.  14 

l’ mi  trovai  un  di.  . . 
l’ lo  volli  pigliar,  tanto  mi  piacque  : 

Ma  tosto  si  levò  per  l’ aria  a volo, 

E ritornossi  al  nido  ove  si  nacque  : 
l’ mi  son  messo  a seguirlo  sol  solo. 


sas:  cito  virgo  senescit  • e - .Ve- 
nmmt  aliquando  roste.  Proli  veris 
uma’iii  Ingenium  ! una  ilies  osten- 
ilit  spicula  florum,  Alierà  pyrami- 
«las  no«to  majore  tumentes,  Tertia 
jara  calathos,  lotum  lux  quarta  pe- 
regit  Floris  opus.  Pereunl  hodie,  oisi 
mane  leguntur.  • 

1 Fu  pubblicala  la  prima  volta  dal 
Poggiali  nella  cil.  Serie  ec.,  1.  268, 
di  sul  cod.  ricc.  2723,  collazionato  col 
ciiigiano  ove  dicesi  « fatta  a Prato;  » 
è ristampata  poi  nell' ediz.  fior. del  14. 
È anebe  nel  magi.  1034,  e nel  vanzo- 
liuiaiio  con  questa  intestazione:  Can- 


zona d’A  u g.  Poi  ilio  no  : nella  q noie  rle- 
icrive  l’ Ippolita  Leoncina  cantante. 

V.  3.  tic,  vanz.  e magi.  — v.  4. 
di  più  soavi  odori,  vanz.  : sian 
erbe  di  si  vaghi,  Pogg.  — v.  i. 
quand'  io  fui,  le  st.,  eccetto  Pogg. 
che  legge  Quando  fn‘  nel  verde  im- 
pero (!)  — e.  7.  een/o  colori,  ricc., 
vanz.  e Pogg.  — e.  8.  Fra’  guai  sen- 
tii, le  st.:  ugel  letta,  magi,  e vanz.  — 
ti.  10.  innamora’  ficea, \aaz. — 1>.  14. 
il  collo,  vanz.  e Pogg.  — v.  là.  Volli 
per  desiderai,-  come  in  greco  thcloo, 
volo  et  desidero  (Edd.  fior.  1811).  — 
v.  17.  dove  nacque,  magi,  e stampe. 


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BALLATE. 


283 


Ben  erederrei  pigliarlo  a un  lacciuolo, 

S' i’  lo  potessi  trar  fuor  del  boschetto.  £0 

l’ mi  trovai  un  dì.  . . 
l’ gli  potrei  beu  tender  qualche  rete  : 

Ma  da  poi  che  ’l  cantar  gli  piace  tanto, 

Sanz’  altra  ragna  o sanz’  altra  parete 
Mi  vo’  provar  di  pigliarlo  col  canto. 

E quest’  è la  Ragion  per  eh’  io  pur  canto, 

Che  questo  vago  augel  cautando  alletto.  £3 

1*  mi  trovai  un  di.  . . 


V.1 

Or  toi  s’ Amor  me  l’ ha  bene  accoccato, 

Ch’  i’  sic  condotto  a ’nnamorarmi  a Prato  ! 
Innamorato  son  d’  una  fanciulla 
Ch’  a’  giubilei  si  vede  alcuna  volta  ; 

Sì  eh’  arte  o prieghi  con  lei  non  vai  nulla. 


I".  19.  crederci  ...  ad  un,  ricc. 
c st.  — ».  20.  te  la  paletti,  slum- 
1*'.  . — ».  22.  Ma  da  po'  che  con- 
iar, Pogg.  — ».  23.  Rtau.  ■ Sono 
olire  reli  che  si  chiamano  ragne, 
mollo  sottili  sicché  nell’  aria  appena 
si  veggono,  colle  quali  si  pigliano 
molti  uccelli  e tcmlonsi  ritte  in  aria 
legate  a due  pertiche  in  luogo  donde 
gli  uccelli  soglion  passare.  > (Cresc. 
X,  19).  — PtinTE.  Rete  che  si  distende 
in  sur  un’  aiuola  del  paretaio,  con 
la  quale  gli  uccellatori  pigliano  gli 
uccelli  coprendogli  (Edd.  iìor.  1814). 
— U..25.  per  che  pur,  Pogg.  — ».  26. 
E quello,  mugliali,  e stampe. 

1 Eu  primieramente  pubblicala  dal 
Poggiali  nella  cil.  Serie,  pug.  267, 
di  su  ’l  cod.  ricc.  2723  : esso  Poggiali 
afferma  clic  è pur  nel  cliigiano,  dove 
ti  dice  che  quella  l/ullata  fu  falla 
a Prato.  Ed  è nel  mugliub.  1031 


[et.  VII]  e nel  cod.  del  sig.  Vanzolini, 
dove  ha  questa  intitolazione,  Can- 
zona d’ Ang.  Politiano  eonlra  l’a- 
more. 

V.  1.  Toi,  togli  : a modo  d’ interie- 
zione, come  dire  : Or  vedi,  Mira  un 
po’,  Scnli  cc.  Lasca,  Gelot.  Ili,  Il 
« Togli  : ci  brava  anche.  • Accoc- 
carla ad  uno  vale  fargli  danno  o 
beffa  : v’  è un  proverbio  che  dice 
• Tal  ti  ride  in  bocca  Che  dietro 
te  1’  accocca.  — ».  2.  Ch'io  sia  con- 
dono a innamorarmi,  le  stampe. 
— ».  4.  Gli  edd.  Iìor.  del  14  seguili 
da  tutte  le  posteriori  edizioni  slam* 
parano  Che  giubbilar  ti  vede,  c met- 
tevano in  nota  « Alcun  codice  legge 
Ch ’ a giubbilco  ti  vede  alcuna  volta.  • 
Noi  in  vece  di  quell’  insensato  a giub- 
bilar accettaihmo  la  lezione  del  ma- 
gliab.  e del  vanzoliuiuno  a’  giubilei. 
Il  riccard.  legge  a giubileo. 


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2U 


BALLATE. 


Invidia  c gelosia  me  l’ hanno  tolta  : 

Però  sanza  speranza  di  ricolta 
Mi  veggio  avere  il  campo  seminato.  s 

Or  toi  s’ Amor.  . . 

Se  tal’  or  cerco  di  vederla  un  poco 
0 di  pigliar  del  cantar  suo  diletto 
Per  ammorzare  alquanto  il  crudel  foco. 

Ogni  cosa  mi  par  pien  di  sospetto. 

0 canto  di  Serena  maladetto 
Che  fra  sì  duri  scogli  di’  hai  tirato  ! u 

Or  toi  s' Amor.  . . 

Sie  maladetto  il  giorno  e l’ ora  e ’I  punto 
Ch’  i’  mi  condussi  della  morte  a rischio. 

0 sciagurat’  a me,  che  ben  fu’  giunto 
Al  dolce  canto  come  ’l  tordo  al  fischio  ! 

Miser’  a me,  che  ’n  sì  tenace  vischio 
Sanza  rimedio  alcun  sono  impaniato  ! 2J 

Or  toi  s’  Amor.  . . 

S’ almen  non  fussi  constretto  al  partirmi, 

Cangerei  di  mie’  vita  el  duro  stilo. 

Poi  ch’i’  non  spero  più,  farò  sentirmi, 

Che  troppo  mi  trafigge  questo  assilo  : 

Se  ’l  mondo  si  tenessi  per  un  filo, 

Convien  che  sie  per  le  mie  man  troncato.  20 

Or  toi  s’ Amor.  . . 

Io  metterò  la  mia  fama  a sbaraglio. 

Non  temerò  perieoi  nò  sciaura: 


V.  7.  Si  che  senza,  vnnr.. — u.  10.  del 
canto  sito,  riec.  — t'.  12.  Ocm  cosa  ... 
ime*.  Non  concorda  apporentemente  : 
ina  qui  ogni cpsa  Ita  senso  nctit.  Boec. 
« Veggendo  ogni  cosa  così  disorre- 
volc  c cosi  disparulo.  * — ti.  13. 
Sirena,  le  st.  — v.  14.  dnhii  scogli, 
vantol.  — o.  15.  sia,  le  st.  — v.  16, 
« l rischio , ricc.  e st.  — «•  Mi- 
sero me,  le  st.  : che  a si,  Pogg. — 
ti.  SI.  a partirmi,  ricc  c si.  — r.  24. 


Assito  : assillo:  insetto  che  tormenta 
i bestiami  e vive  del  lor  sangue  : 
qui,  per  metafora,  travaglio,  pena.ee. 
Usasi  in  questo  senso  in  molte  parti 
di  Toscana,  specialmente  nel  senese. 
Un  anonimo  senese  del  sec.  XIII.  Conti 
morali:  «...  infermo  là  ove  è malvagi 
vanno  ad  assillo.  • — v.  25.  si  tenesse, 
le  st.,  eccetto  Pogg.  che  legge  si  venis- 
se. — v.  26.  che /Sa,edd.fior.  14:  che 
si«,  le  altre  st.  — v.  28.  sciagura,  le  st. 


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BALLATE. 


285 


Far  mi  convien  per  forza  qualche  staglio  : 
Chi  nulla  spera  di  nulla  ha  paura. 

Io  mosterrò  quanto  suo’  vita  cura 
L’ amante  offeso  a torto  e disperato. 

Or  toi  s’ Amor.  . . 


VI.1 


Questo  mostrarsi  adirata  di  fore. 

Donna,  non  mi  dispiace. 

Pur  eh’  i’  stia  in  pace  poi  col  vostro  core.  3 

Ma,  perch'  io  son  del  vostro  amore  incerto. 

Con  gli  occhi  mi  consiglio  ; 

Quivi  veggio  il  mie’  bene  e ’l  mie’  mal  certo  : 

Che,  se  movete  un  ciglio. 

Subito  piglio  speranza  d’ amore.  s 

Se  poi  vi  veggio  in  atto  disdegnosa. 

Par  che  il  cor  si  disfaccia  ; 

E credo  allor  di  non  poter  far  cosa. 


V.  29.  sbaglio,  le  st.,  eccello  Pogg. 
die  legge  quello  staglio.  — Staglio  è 
nell’  uso  comune  un  computo  fallo 
»!la  grossa,  da  stugliare  che  vale 
tagliare  alla  grossolana.  Ma  qui  pare 
che  abbia  un  significato  particola* 
re;  come  di  colpo  decisivo  o simili. 

— v.  30.  Chi  in  nulla,  vanz.  — e.  31. 
moslrerrò,  vanz.  : mostrerò , le  si. 

— Mosterrò  per  mostrerò  : catacresi 
propria  del  dialetto  fiorentino  : ne 
abbondano  gli  esempi  negli  scrittori 
popol.  dei  scc.  XV  e XVI  ; nè  mancano 
degli  anteriori.  Cavalca,  Volg.  Fati. 
Apost.  • mosterrò  segni  e prodigi.  > 

1 Fu  pubblicata  la  prima  volta  dal 
Poggiali  nella  Serie  ec.,  I,  266,  di 
sul  cod.  laur.  33  [pi.  41]  colia- 
zionato col  chigiano  dov’è  intitolata 
Canzonetta  intronata  ; e fu  poi  ripub- 
bl.  nell’ ediz.  fior.  14.  Ed  è pure  sen- 


za nome  d’  autore  nel  cod.  magliub. 
733  |cl.  VII]  ; e nel  vanzoliniano  dove 
ha  questa  rubrica  : Canz.d’Ang.  Poli- 
timi o : dicendo  che  non  si  cura  che  la 
dama  gli  faccia  buono  viso  : purché 
l'ami  col  core  ; e nel  cod.  Mouke  27 
della  pubblica  bibliot.  di  Lucca;  non 
che  in  un  codice  del  Magliubechi  da 
cui  la  ricopiò  Salvino  Salvini  nelle 
giunte  mss.  al  Negri  che  si  conser- 
vano nella  bibliot.  marne,  di  Firenze. 

V.  3.  Purché  sia , copia  del  Salv.  : 
stia  in  pace  drenlo  nel  vostro  core, 
magliab.  : sia  in,  vanz.  — v.  4.  del 
vostro  core , vanz.  — v.  5.  Cogli  occhi 
i'  mi,  vanz.  — ».  6.  Ivi  veggo  'l  mio, 
cod.  luccli.  c vanz.  ...  il  mio  bene  o 
il  mio  mal,  le  st.  — v.  7.  se  movessi, 
cod.  luccli.  — v.  9.  Poi  s‘  i’  vi  veg- 
go, vanz.:  tanto  disdegnosa,  magi. 
— ».  li.  allora  di  non  fare,  magi. 


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28G 


BALLATE. 


Donna,  che  mai  vi  piaccia  : 

Cosi  s’addiaccia  et  arde  a tutte  I’orc. 
Ma,  se  tal’  or  qualche  pietà  mostrassi 
Negli  occhi,  o diva  stella. 

Voi  faresti  d’ amore  ardere  e’  sassi  : 

Pietà  fa  donna  bella. 

Pietà  è quella  onde  amor  nasce  e muore. 


V.  -12.  Che  mai,  donna,  vuiu.  : mai 
che j eod.  Inetti. — ».  43.  t’ uggitine- 
eia,  vauz.  : carde,  coti.  Inceli,  e le 
si.,  eccclto  gli  eilit.  fior.  14.  — »•  44. 
pia/à,  magi. — ».  45.  o viva  eletta,  co- 
pia del  Salvini  e si.  — ».  4G.  farcele, 
magi.  : li  cassi,  lane.  : i tatti,  vani.: 
farcite  d’ amore  andare,  edd.  (lor.  44, 
certamente  per  errore  tipografico  : 
cliè  ardere  hanno  lutti  i codd.,  com- 
presi i trivulziani  citali  dall’ auto- 
re t\e\V Appendice  alla  Proposta,  dove 
Tu  primamente  messa  innanzi  la 
emendazione.  — ».  47.  Piata,  vane. 
— ».  4S.  Vietate,  vana.  : Pietade,  le 
st.,  eccetto  Poggiali. 

Nel  citalo  cod.  moukiano  della  bi- 
blioteca lucchese  hannovi  alcune  can- 
zoni a ballo,  che  riprendono  le  rime 
d'  altre  del  Poliziano  e contrastano 
loro  net  coucelti.  Fra  queste  la  se- 
guente, che  è come  una  palinodia 
della  stampala  nel  testo  e che,  a giu- 
dizio del  sig.  Bongi,  * potrebbe  benis- 
simo essere  dello  stesso  Poliziano  : • 
'benché  dal  maggior  numero  di  stan- 
ze onde  si  compone  la  palinodia  non 
vorremmo  eoi  signor  Bongi  con- 
chiudere clic  la  già  stampata,  a cui 
la  inedita  risponde,  sia  • incompiuta 
e mozza.  • Nulla  le  manca  nel  con- 
cetto e nella  condotta  : e I’  enfasi 
sentenziosa  degli  ultimi  due  versi 


mostra  la  chiusa.  E,  quel  che  più 
monta,  i codici  concordano  nel  dar- 
cela quale  anche  noi  ora  ultima- 
mente I’  abbiamo  stampata.  Ecco  in- 
tanto la  palinodia  del  codice  luc- 
chese : 

Questo  mostrarsi  lieta  a tutte  l'oro 
Non  so  se  si  mi  piaco, 

Perch’  io  non  trovo  paco 

In  essi  sguardi  e ’n  quel  ch'appar  di  fóro. 

Ma,  se  di  me,  qual  mostrale,  vi  cale. 
Datene  un  vero  segno. 

Et  vedervi  senz'  altro  a me  che  vale  ? 

Io  non  uso  già  sdegno, 

Ma  questo  sol  non  basta  a chi  arde  e more. 

10  cosi  ardo  e moro,  ogn’  un  se  ’l  vede  ; 
Tanto  è grande  cl  mie’  foco  ; 

Ben  che  maggiore  è la  mia  pura  fede, 
Quale  in  ciò  non  ha  loco. 

Perchè  non  regna  ove  non  arde  el  coro. 

11  core  unite  colla  lingua  vostra  ; 
Perchè  gli  è gran  difotto 
Portare  scritto  nella  fronte  vostra 
Quel  che  non  è poi  ’n  petto, 

E ’1  tener  1’  uom  fra  la  speme  e ’l  timore. 

Gli  occhi  il  volto  e' sospiri  e le  parole 
Vi  fanno  fede  assai 

Del  mie'  core,  ov'  i'  ardo,  ove  mi  duole 
E dorrà  sempre  mai, 

Fin  vi  mutiate  o i’  cangi  altro  amore. 

Canzonetta  d’  amor,  non  far  partita, 
Ch’  accetta  non  saresti 
A madonna  ov’  alberga  la  mia  vita  : 
Altrove  gir  potresti  ; 

Ma  i’  non  cerco  e bramo  altro  signore. 


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BALLATE. 


287 


Vii.1 

Io  ti  ringrazio.  Amore, 

D' ogni  pena  e tormento, 

E son  contento  ornai  d’ ogni  dolore.  3 

Contento  son  di  quanto  ho  mai  sofferto. 

Signor,  nel  tuo  bel  regno; 

Poi  che  per  tua  merzè  sanza  mio  merlo 
M’ hai  dato  un  sì  gran  pegno. 

Poi  che  m’ hai  fatto  degno 
D’ un  si  beato  riso. 

Che  ’n  paradiso  n’  ha  portato  il  core.  io 

Io  ti  ringrazio.  Amore. 

In  paradiso  el  cor  n’  hanno  portato 
Quc’  begli  occhi  ridenti, 

Ov’  io  ti  vidi,  Amore,  star  celato 
Con  le  tue  fiamme  ardenti. 

0 vaghi  occhi  lucenti 
Che  'I  cor  tolto  m’ avete, 

Onde  traete  si  dolce  valore  ? i7 

Io  ti  ringrazio,  Amore. 
l’ ero  già  della  mia  vita  in  forse  : 

Madonna  in  bianca  vesta 

Con  un  riso  amoroso  mi  soccorse. 

Lieta  bella  et  onesta  : 

Dipinta  avea  la  testa 
Di  rose  e di  viole. 

Gli  occhi  che  ’1  sole  avanzan  di  splendore.  24 
Io  ti  ringrazio.  Amore. 


1 Fu  pubblicala  prima  dal  Ser.  di 
su  ’l  cod.  ehig.  nella  Comin.  del  i 705, 
eoi  litoio  di  Canzonetta  intonala  ; poi 
dagli  edd.  lior.  del  4814  di  su  ’l  cod. 
ricc.  2723.  È anche  nel  cod.  del  sig. 
Yanzoiini  senza  veruna  intestazione. 

V.  6.  tuo'  merzi,  vani.  : tua  mer- 
cè, st.  recenti.  — o.  7.  M'  ha"  da- 
to, vanz.  — v.  17.  zi  dolce  splen- 


dore, vnnz.  — ».  19.  Ma  donna, 
vanz.  — ».  21.  ed  onesta,  st.  recenti. 
— e.  24.  Cu  occhi  ciif..  È oggetto  retto 
dal  verbo  avea  del  v.  22.  Il  Maggi 
nella  citata  Appendice  emendava, 
portando  anche  l’autorità  de’ eodici 
trivulziani,  Gli  occhi  il  sole  avan- 
zo va  n ; e hi  emendazione  passò  nel- 
l’cdiz  Silvestri.  — avanzo »,  ricc. 


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288 


HA.LL.VTC. 


Vili.1 

Chi  non  sa  come  è fatto  el  paradiso 
Guardi  Ipolita  mia  negli  occhi  fiso.  ; 

Dagli  occhi  della  Ipolita  discende 
Cinto  di  fiamme  uno  angiolel  d’amore, 

Ch’  e’  freddi  petti  come  un’  esca  accende 
E con  tanta  dolcezza  strugge  il  core 
Che  va  dicendo  in  mentre  eh’  e’  si  more 
— Felice  a me,  eh’  i’  sono  in  paradiso.  — s 

Chi  non  sa  come.  . . 

Dagli  occhi  della  Ipolita  si  move 
Virtù  che  scorre  con  tanta  fiereza 
Ch’  i’  l' assomiglio  al  folgorar  di  Giove, 

E rompe  il  ferro  e ’l  diamante  speza  : 

Ma  la  ferita  ha  in  sé  tanta  dolceza 
Che  chi  la  sente  è proprio  in  paradiso.  ti 

Chi  non  sa  come.  . . 

Dagli  occhi  della  bella  Leoncina 


1 È cil.  dal  Poggiali  nella  Serie  ec., 
I,  270,  come  esistente  col  nome 
del  Pi.  A.  nel  cod.  cliigiano;  e fu 
pubblicata  dal  Rigoli  di  su  copia 
moderna  nel  Saggio  di  rime  ec.,  con 
questo  titolo:  Ballala  falla  per  Ip- 
polita !■  ronfimi,  di  Angiolo  Poli- 
ziano. È nel  cod.  ricc.  2723  fra  le 
ballate  del  Pi.  A.,  ma  attribuita  contro 
ogni  ragione  a Lorenzo  de’Medici  con 
nota  |L.  AL]  di  mano  che  par  poste- 
riore al  tempo  del  ms.  : ed  è,  con 
la  rubrica  Cam.  d’ Ang.  Volitiamo, 
nel  codice  del  signor  Vanzolini.  — 
I"  4.  Asciolel:  qui  (e  di  nuo- 
vo, XIII,  v.  36)  è lo  stesso  che  An- 
gioletto. Non  è usato,  quanto  il  suo 
femminile  Angioletto,  dagli  scrittori 
antichi  toscani.  A M.  Agnolo,  nato  in 
Montepulciano,  questo  vocabolo  dovè 
souare  alle  orecchie  dal  dialetto  dcl- 


P Umbria  ove  tuttora  è vivo.  Ed  è 
vivo  pur  nei  Canti  popolari  dei  Mar- 
chigiani : e gli  reset*  vita  letteraria 
ai  di  nostri  due  pesaresi,  il  Perticari 
c il  Mnmiani.  Pici  cinquecento  non  di- 
spiacque al  Varchi:  Rime,  261.  — 
v.  5.  Che  i,  Rig.  — v.  7.  dicen- 
do mentre,  Rig.  Ma  in  mentre  [men- 
tre che]  è frequente  nell’uso  toscano: 
e piacque  al  Bocc.  ■ in  mentre  che  ’l 
vedeo  > Piiuf.  Fics.  ; e al  gentilis- 
simo Firenzuola  « In  mentre  clic  io 
cosi  sospeso  aspettava  » Asino.  — 
t>.  1316.  Più  sensualmente  il  Tasso 
• E pare  un  lieto  raggio  Arder 
ne’  bei  vostr’ occhi,  Onde  pace  e dol- 
cezza e gioia  Hocchi.  • Ala  il  mi- 
stico amatore  di  Beatrice  > E da’ suoi 
raggi  sopra  ’l  mio  cor  piove  Tanta 
paura  clic  mi  fa  tremare.  • Il  Monte- 
magno  « Pioggia  di  rose  dal  bel  viso 


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BALLATE. 


289 


Piove  letizia  tanto  onesta  e grave 
Ch'  ogni  mente  superba  a lei  s’ inchino, 

£ par  la  vista  sua  tanto  soave 
Che  d’ ogni  chiuso  cor  volge  la  chiave; 

Onde  l’ anima  fugge  in  paradiso.  20 

Chi  non  sa  come.  . . 

Negli  occhi  di  costei  biltà  si  siede 
Che  seco  stessa  dolce  parla  e ride  : 

Negli  occhi  suoi  tanta  grazia  si  vede, 

Quanta  nel  mondo  mai  per  uom  si  vide: 

Ma  qualunque  costei  cogli  occhi  uccido 
Lo  risucita  poi  guardandol  fiso.  25 

Chi  non  sa  come.  . . 


IX.1 

Deh  udite  un  poco,  amanti, 

S' i’  son  bene  sventurato. 

Una  donna  m’ ha  legato. 

Or  non  vuole  udir  mie’  pianti. 
Una  donna  el  cor  m’  ha  tolto. 

Or  no  '1  vuol  e non  me  ’l  rende  ; 
Dammi  un  laccio  al  collo  avvolto; 
Ella  m’arde,  ella  m’incende: 
Quand’io  grido,  non  m’intende; 
Quand’  io  piango,  ella  si  ride  : 


piove  Di  questa  ...  » E nota  il  verbo 
piovere  che  mollo  piacque  in  metafora 
ai  poeti  antichi,  massime  al  Cavale.  : 
• Pur  che  nel  cor  mi  piova  Un  dolce 
amor; ...»  »...  E’  piove  Fuoco  d’amore 
in  nui  » ec.  — v.  16.  Inula  onesta, 
vaiti.  — v.  18.  snaiie,  vani.  — ».  24. 
Quanto  nel,  vani.  — ».  25.  qualunclie, 
ricc.  eRig. — ».  26.  risuscita,  Rig.  Ma 
risucilnre  per  risuscitare  è degli  an- 
tichi (■  per  lo  calore  di  quel  sangue 
risucitano  » Volgari!.  Tes.  Lai.),  ed 
PoLtmao. 


è comune  al  popolo  di  Toscana. 
• 1 Cod.  ricc.  2733  e magi.  1034 
[cl.  Vii)  ; Ballottile  del  magnifico 
Lorenzo  de*  Aledici  e di  messere 
Agnolo  Patinano  ec.,  edii.  anonima 
del  sec.  XV,  dove  £ però  sema  nota 
particolare  d’autore;  e Canzone  a 
ballo  ec.  del  4562  e 68. 

V.  6.  or  non  me  ' l rende , ricc.  — 
».  7.  al  cor  avvolto,  Ballai,  sec.  XV 
e Cani,  a b.  1562  e 68.  — ».  10. 
quando  piango,  ricc. 

19 


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BALLATE. 


Non  mi  sana  e non  m’  uccide  ; 

Tienmi  pure  in  dolor  tanti.  12 

Deli  udite  . . . 

È più  bella  assai  che  ’l  sole. 

Più  crudele  è eh'  un  serpente  : 

Suo'  be’  modi  e suo’  parole 
Di  dolceza  empion  la  mente  : 

Quando  ride,  immantenentc 
Tutto  il  ciel  si  rasserena. 

Questa  bella  mie’  sirena 

Fa  morirmi  co’  suo’  canti.  20 

Deh  udite  . . . 

Ecco  P ossa,  ecco  la  carne. 

Ecco  il  core,  ecco  la  vita  : 

0 «rudel,  che  vuo’  tu  farne  ? 

Ecco  l’ anima  smarrita. 

Perchè  innovi  mie’  ferita, 

E del  sangue  mio  se’  ingorda  ? 

Questa  bella  aspida  sorda 
Chi  verrà  che  me  la  incanti?  2$ 

Deh  udite  . . . 


V.  il.  ni’  ancide,  cdcl.  fior.  14. 
— ».  12.  Nel  cod.  ricc.  sopra  la 
voce  pure  è scritto  d’  altra  miftio 
pene.  — ».  13.  eh'  un  iole,  le  stam- 
pe. Peti1.  • Una  donna  più  bella 
assai  clic  ’l  sole*  (edd.  fior.  14). — 
».  16.  Di  piacer  m’ empiali.  Ballai, 
sec.  XV  e Canz.  a b.  1562  e 6S, 
Molinari  e Silv.  : le  mente,  magi.  — , 
v.  17.  immantanente,  Ball.  sec.  XV 
e Molinari  : immantinente , edd.  Gor. 
14  e Silv.  — ».  18.  cielo  ti  serena. 
Ballai,  sec.  XV.:  cielo  l’ asserena, 
edd.  fior.  14.  — ».  19.  Questa  mia 
bella,  Molinari  e Silv.  : sereno,  Ballai, 
sec.  XV,  Canz.  a b.  1562  e 68.  — 
t.  20.  con  suo'.  Ballai,  sec.  XV  e 
Canz.  a b.  1562  e 68:  con  suoi, 


Molinari.  — ».  21.  le  carne.  Ballai, 
sec.  XV.  — ».  25.  Perchè  riminovi , 
Ballai,  sec.  XV’  e Canz.  a b.  1562  e 
68,  con  pregiudizio  del  verso.  — 
».  27-28.  Credevano  gli  antichi  ebe 
l’aspide  crepasse  per  via  d’incanto. 
Virg.,  ccl.  Vili.  * Frigidus  in  prutis 
cantando  rumpitnr  onguis;*  ed  Ovi- 
dio lidie  SIctain.  lib.  VII:  * Vipereas 
rompo  et  verbis  et  cannine  fauces.  * 
Di  questa  credenza  degli  antichi, cosi 
Plinio,  XXVIII,  2 : . Non  pauci  eliam 
serpentes  ipsos  recantari  credunt,  et 
bulle  unum  esse  illis  intellectum, 
contrahique  Marsorum  cantu  etiam 
in  nociamo  quiete.  • (edd.  fior.  14.) 
Della  sordità  attribuita  agli  aspidi 
vedi  llisp.  spicc.  V,  v.  4. 


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BALLATE. 


291 


X.‘ 

l’ conosco  el  gran  disio 
Che  ti  strugge,  amante,  il  core  : 

Forse  che  di  tanto  amore 

Ne  sarai  un  di  giulio.  4 

Ben  conosco  la  tuo’  voglia. 

So  eh’  i’  son  da  te  amata  : 

Tanta  pena  e tanta  doglia 
Sarà  ben  remunerata. 

Tu  non  servi  a donna  ingrata  : 

Provat’  ho  d’ amor  la  forza  : 

I’  non  nacqui  d’ una  scorza, 

Son  di  carne  e d’ ossa  anch’  io.  !2- 

I’  conosco.  . . 

Tu  non  perdi  in  vano  el  tempo, 

Toccherai  bene  un  di  porto  : 

Ci  sarà  ben  luogo  e tempo 
Da  poterti  dar  conforto. 

Non  ti  sarà  fatto  torto, 

Chè  conviene  amar  chi  ama 
E rispondere  a chi  chiama  : 

Sta’  pur  saldo  e spera  in  Dio.  20- 

l’ conosco.  . . 

A chi  può  rne’  eh'  all’amante 
Questo  amore  esser  donato  ? 

Che  se  gli  è fermo  e constante, 


1 Cod.  ricc.  2723  e magi.  1034 
(el.  VII]  : Ballatene  del  scc.  XV  c 
Canzone  a ballo  1362  e OS.  In  questa 
ballateti»  s’ introduce  la  donna  ama- 
ta a rispondere  all*  amatore. 

V.  2.  li  stringe, ricc.  — ».  6.  so  eh'  io 
so  ho,  Canz.  a b.  1362  e 68,  Molinai!  c 
Silv.  — ».  9.  servi  donna,  le  st.  eccetto 
gli  edd.  fior.  14.  • — > ».  11.  Cfr.  Gio- 
stra, I.  II,  si.  9,  v.  1.  — ».  12.  Bocc. 
giorn.  Il,  nov.  9 : • clic  la  moglie  tua 


è femmina  c die  ella  è di  carne  c 
d’ossa  come  sono  le  altre.  • (Edd. 
fior.  14).  — ».  45.  Vi  sarà,  edd.  fior. 
14.  — ».  16.  a poterti,  Ballai,  scc. 
XV  e Canz.  a b.  1562  e 68,  Mol.  c 
Silv.  — ».  18.  Petr.  « Proverbio- 
ama  chi  t’ ama  è fatto  antico.  > 
— ».  20.  pur  forte.  Ballai,  scc. 
XV  c Canz.  a b.  1562  c 68,  Mol. 
e Silv.  — ».  23.  s’ egli  è,  edd  flou, 
14. 


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BALLATE. 


Col  suo  prezo  l' ha  comprato. 

Slatti  pur  così  celato 
E ritocca  el  tuo  zimbello  : 

Calerà  ben  qualche  uccello 
Alla  rete,  amante  mio.  2$ 

l’ conosco.  . . 

Non  t’ incresca  l’ aspettare  ; 

Ch’  i’  non  sono,  amante,  il  corbo  ; 

Quando  è tempo,  i’  so  tornare  ; 

Nè  formica  i’  son  di  sòrbo. 

Non  ò ver  eh’  Amor  sia  orbo. 

Anzi  vede  in  fino  a’  cuori  : 

Non  vorrà  che  questi  fiori 
Sempre  mai  stieno  a bacio.  3à 

l’ conosco.  . . 


V.  24.  Co » suo,  Ballai,  sec.  XV  e 
Canz.  a b.  45C2  c 68,  Mol.  e Sitv.  — 
v.  25.  colà  celato,  cibi.  fior.  14.  — 
25-28.  Zimbello  ilicesi  • quell’  uc- 
cello clic  si  lega  per  un  piede  al  lato 
al  boschetto  ile’  paretai  o altri  luoghi 
dove  si  tende  per  pigliare  uccelli, che, 
tirandogli  quella  cordicella  che  ha 
legata  al  piede,  si  fa  svolazzare  pce 
incitare  gli  altri  uccelli  a calarsi  (Mi- 
netti,  annotaz.  al  Mahnanlile , st.  76, 
canto  VII.)  Qui  dunque  dee  valere 
presso  a poco:  Séguita  ad  accennare 
e richiamare,  chè  il  momento  d’es- 
sere esaudito  pur  qualche  volta  ver- 
rà. — ».  30  31.  È dello  con  allu. 
sione  al  racconto  del  Genesi,  che  il 
corvo  mandato  da  Noè  fuor  dell’  arca 
a prender  segno  del  come  si  met- 
teva il  tempo  non  tornò  più.  b fre- 
quente negli  scrittori  toscani,  mas- 
sime antichi,  il  modo  figur.  ■ Aspri-  ^ 
tur  il  corbo  » detto  di  chi  aspetta 
invano.  * Aspettavano  il  corbo;  chè, 
quanto  più  aspettavano  l’amico,  più 
*i  dilungava  • Sacchetti,  nov.  154. 
— e.  31.  Quando  ho,  Ballai,  sec.  XV, 


Canz.  a h.  1562  e G8,  Mol.  — ».  32. 
formica  son,  magi.,  edd.  fior.  44,  Mol. 
eSilv.  — Formica  ...di  sorbo.  Le  formi- 
che stanno  ne’  tronchi  e ceppi  d’  al- 
beri vecchi,  e,  percuotendoli,  escono 
fuori  ; salvo  però  quelle  che  vivono 
ne’  sorbi.  Da  ciò  è nato  il  proverbio 
fare  la  formica  o il  formicoli  di  sor- 
to, che  equivale  a fare  il  sordo. 
« Questi  tali  che  stanno  sodi  al  mac- 
chione si  chiamano  formiche  di  sor- 
bo. • Varchi,  Ercol.  (Edd.  fior.  4 814). 
Lasca. Sonetti:  « Simon,  voi  siete  un 
formicon  di  sorbo  Che  non  isbucan 
mai  cosi  per  fretta.  » Sacrif.,  Comm. 
degli  Intron.  • Voi  sete  formiche  di 
sorbo,  che  non  uscite  per  bussare.  > 
— t>.  33.  sic  orbo,  magi,  e Ballai,  sec. 
XV.  — ».  35-38.  Bacìo.  Nome  di  sito 
o piaggia  vòlta  a tramontana  o ripa- 
rata dal  sole  : contrario  di  solatio, 
Voc.  Cr.  Questi  dde  versi  vengono 
allegoricamente  a significare:  Non 
vorrà  che  l’ afretto  che  tu  mi  porti 
rimango  senza  le  sue  conseguenze; 
Questo  fior  dell' amore  pur  una  volta 
produrrà  il  suo  fruito. 


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BALLATE. 


"20? 

XL‘ 

Benedetto  sie  ’}■  giorno  e l’ ora  e ’l  punto 
Che  dal  tuo  dolce  amor,  dama,  fu'  punto.  2 

l’ non  ho  invidia  a uom  eh’  al  mondo  sia,.  * 
l’ non  ho  invidia  in  cielo  alli  alti  dèi. 

Poi  eh’  i’  ti  sono  in  grazia,  anima  mia. 

Poi  che  tutta  donata  mi  ti  sei; 

Anzi  contento  nel  foco  morrei 
Vedendo  el  tuo  bel  viso  in  su  quel  punto.  s 

Benedetto  sic  ’l  giorno.  . . 

E’  non  ha  ’l  mondo  uom  più  di  me  felice, 

E’  non  ha  ’l  mondo  uom  più  di  me  contento. 

Son  come  fra  gli  augelli  la  fenice, 

Son  come  nave  pinta  da  buon  vento. 

Di  dolcezza  disfar  tutto  mi  sento, 

Quand'  io  penso  a colei  che  ’l  cor  m’ ha  punto.  « 
Benedetto  sie  ’l  giorno  . . 

Quand’  io  penso  a quegli  ocelli  a quel  bel  viso 
Del  qual  m’ ha  fatto  degno  el  mio  signore, 

L’ anima  vola  in  sino  in  paradiso 
E fuor  del  petto  vuol  fuggire  el  core. 

Ond’  io  ringrazio  mille  volte  Amore 
Che  si  ben  ristorato  m’ ha  in  un  punto.  20 

Benedetto  sie  ’l  giorno.  . . 


1 Quello  stesso  che  dicemmo  della 
Cullata  Vili  è da  ripetersi  per  intiero 
di  questa  XI.  La  quule  è anche  nel 
lice.  771  con  altri  versi  di  M.  An- 
giolo ; e nel  cod.  del  sig.  Vanzolini 
ha  questa  rubrica,  Cam.  d’Ang.  Po- 
liticato, lodando  tm  altro  amore  che 
guello  clt’  egli  aveva. 

V.  1.  eia  el,  vanz.  e ricc.  771  : '/ 
giorno,  l' ora,  ricc.  2723  e Rigoli.  — 
v.  3.  ad  uom,  Rig.  — ».  3-1.  Catullo, 
traduccndo  da  SalTo  * I Ile  mi  par  esse 
deo  videtur.  lite,  si  fas  est,  superare 
divos  Qui  sedens  adversus  idcnlidcm 


te  Special  et  audit.  • — ».  11.  fra 
gli  augelli  o la  fenice , ricc.  771. 
— ».  12.  spinta  da,  Rig.  : piena  di, 
ricc.  Noi  seguitammo  la  lezione  del 
vanzoliniano  c del  ricc.  7rl,  per- 
chè conforme  al  verso  dantesco  SI 
come  nave  pinta  da  buon  vento,  di 
cui  questo  del  Poliziano  non  è che 
una  riproduzione.  — ».  13.  luti’  i’  mi, 
ricc.  771.  • — ».  li.  Quando  pento , 
ricc.  c Rig.  — »\  15  . Quando  pento, 
ricc.  771.  — ».  16.  Ei.  mio  sicvoiie. 
Cioè  Amore.  — ».  20.  mJ  Ita  ’n  un 
punto,  vanz.  c ricc.  771.  — Ristorato 


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20-1 


BALLATE. 


Amor,  tu  m' hai  ristorato  in  un  tratto 
Di  si  lungo  servir,  d’ ogni  fatica  ; 

Tu  m'hai  d’ un  uomo  vile  uno  dio  fatto: 

Onde  sempre  convien  eh'  i’  benedica 
Et  tuo  bel  nome  e con  voci  alte  dica 
— Sia  benedetto  Amor  che  'I  cor  ni’  ha  punto.  — 2f 
Benedetto  sic  '1  giorno.  . 


XII.1 

Dolorosa  e moschincfla 
Sento  via  fuggir  mia  vita. 

Che  da  voi,  lucente  stella. 

Mi  convien  pur  far  partita. 

L’ alma  afflitta  e sbigottita 
Piange  forte  innanzi  Amore  : 

Sospirando  par  che  ’l  core 
Per  gran  doglia  si  consumi.  8 

Occhi  miei  che  pur  piangete. 

Deh  guardate  quel  bel  volto. 

De’  begli  occhi  vi  pascete  : 

0 me,  tosto  ci  fia  tolto  ! 

Or  fuss’  io  di  vita  sciolto. 


m’  ii«.  Mi  Ita  risarciti),  ricompensato, 
rimeritato  delle  pene  sonerie.  De- 
cani., g.  IV,  n.  9:  • Io  son  venuto 
a ristorarli  de'  danni,  li  quali  tu 
liai  già  avuti  per  me.  • — ».  21. 
ristoralo  un  tratto,  cod.  ricc.  2723: 
'n  un  trailo,  ricc.  771  : a un  trailo. 
Big.  - o.  23.  tl'  un  noni  ben  vile 
uno  din,  ricc.  2723:  tl'un  uom  ben 
vile  un  dio,  Rig.  — V.  25.  i’dica , Rig. 

> Tolta  dal  cod.  1031  magi.:  c 
trovasi  scritto  sopra  ad  essa  : D. 
Ang.  Po.  che  si  canta  carne  Lacri- 
mosa. [Edd.  fior.  14.}  E anche  nelle 
Eallalcttc  del  sec.  XV  fra  quelle  com- 


prese sotto  la  rubrica  di  M.  Ah.  Poli. 
e nelle  Canzoni  a ballo  del  1562  e 68. 

V.  2.  Senio  già,  Cunz.  a b.  1562 
e 68,  Molinari  e Silv.,  edd.  fior.  1822. 
— v.  3.  Se  da  voi,  le  st.,  eccetto  gli 
edd.  fior.  14.  — ».  6.  a Amore,  edd. 
fior.  14.  — ».  7.  pure  al  core,  edd. 
fior.  14.  — ».  8.  mi  consumi.  Cane,  a b. 
1562  e 68.  — ».  9.  Occhi  mia.  Ballai, 
see.  XV.  — ».  10.  Di,  sguardale, 
magi. — ».  12.  Orno,  tosto  vi  fie,  Ballai, 
sec.  XV  : 0 me,  presto  vi.  Cani,  a b. 
1562  e 68  e Mol.  : Oimi,  presto  vi, 
Silv.  : 0 me,  tosto  vi,  edd.  fior.  14i 
Oimc,  tosto  vi,  edd.  fior.  22- 


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BALLATE.  295 

0 morissi  or  qui  piangendo. 

Prima  che  da  voi  partendo 
Per  gran  doglia  mi  consumi.  10 

Ogni  spirto  in  foco  ardente 
S’ andrà  sempre  lamentando. 

0 mio  cor  tristo  dolente, 

Rivedremia  ? e come  ? e quando  ? 

Converrà  che  'n  vano  amando 
Lacrimoso  ti  distempre, 

Converrà  che  ardendo  sempre 

Per  gran  doglia  ti  consumi.  21 


XIII.1 

Ren  venga  maggio 
E ’l  .gonfalon  selvaggio  : 


IMA.  Or  moristi  qui,  Cam.  a b. 
A 562  c 68,  Mol.  e Silv.  — V.  15.  Prima 
di'  io,  magi,  e edd.  fior.  14  e 22.  — 
».  16.  io  mi  consumi,  Cam.  a b.  1562  c 
68,  Mol.c  Silv.  — o.l 7. Spirto.  È dif- 
ficile definire  questi  spirili  clic  lian 
lumi  movimenti  e ollìcii  diversi  nella 
poesia  psicologica  de'  nostri  antichi, 
massime  del  finienle  secolo  XIII,  e 
massime  di  Dante  c del  Cavalcanti. 
Quest’  ultimo,  per  lontananza  dcl- 
I'  amata,  diceva  aneli’  egli  : • Pien 
d’ogni  angoscia  in  loco  di  paura  Lo 
spirilo  del  cor  dolente  giace.  • Porse 
colesti  spirili  e spiritelli  altro  non 
sono  che  personificazioni  della  parte 
immateriale  della  sensazione  e della 
percezione.  — r.  19.  0 ime’  cor, 
Cullai,  sec.  XV  : 0 me  cor,  Canz.  a 
b.  1562  e 68  e Mol.:  tristo  e dolen- 
te, le  st.  — t>.  20.  Hivedrc  mia  ? come 
e,  le  st.,  eccetto  gli  cdd.  fior.  14  e 22. 

* È nel  cod.  vanzolin.  con  questa 
rubrica,  Consona  d'Ang-  Poliliano  di 


maggio : la  quale  t’  avevo  a cantare 
per  donne  nell’  entrare  de'  giostranti 
in  campo,  et,  coronandogli,  per  loro 
amore  giostravano.  Ed  è anche  nelle 
Dallnlette  ec.  del  sec.  XV  sotto  la 
rubrica  di  HI.  A.  Poliliano;  come 
pure  fra  altre  del  N.  A.  nelle  Canzone 
a ballo  1562  c 68.  Anzi  gli  cdd.  fior, 
del  1814  notano  che  in  un  esemplare 
dcll'cdiz.  1568,  di  cui  ha  fatto  uso 
la  Crusca,  questa  ballata  viene  altri- 
baita  al  .V.  A.  ed  avanti  alla  me- 
desima trovasi  scritto  a penna  d' an- 
tico carattere.  Arselo  Poliziaro.  Ciò 
non  ostante  in  alcune  stumpe  mo- 
derne è attribuita  a Lorenzo  de’  Me- 
dici. 

V.  2.  Gorfalor  selvagcio.  È il  maio 
(i maggio  a’  nostri  giorni),  cioè  quel 
ramo  di  alloro  o di  altra  pianta  che 
in  certe  parli  di  Toscana  attaccasi 
tuttavia  il  primo  giorno  di  maggio 
dinanzi  alle  porte  o alte  finestre 
delle  ragazze  dai  giovanotti  amatori 


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BALLATE. 


'2% 

Ben  venga  primavera 
Che  vuol  l’ uom  s’ innamori. 

E voi,  donzelle,  a schiera 
Con  li  vostri  amadori. 

Che  di  rose  e di  fiori 

Vi  fate  belle  il  maggio,  8 

Venite  alla  frescura 
Belli  verdi  arbuscelli. 

Ogni  bella  è sicura 
Fra  tanti  damigelli  ; 

Chè  le  fiere  e gli  uccelli 

Ardon  d’ amore  il  maggio,  t-t 

Chi  è giovane  e bella 
Deh  non  sie  punto  acerba, 

Chè  non  si  rinnovella 
L’ età,  come  fa  1*  erba  : 

Nessuna  stia  superba 

All’  amadorc  il  maggio.  23 

Ciascuna  balli  e canti 
Di  questa  schiera  nostra. 

Ecco  che  i dolci  amanti 
Van  per  voi,  belle,  in  giostra  : 

Qual  dura  a lor  si  mostra 
Farà  sfiorire  il  maggio.  20 

Per  prender  le  donzelle 
Si  son  gli  amanti  armati. 

Arrendetevi,  belle, 


o anche  solamente  cortesi.  È detto 
dal  N.  A.  gonfaton  selvaggio  con 
bella  metafora:  quasi  bandiera  o in- 
segna della  selva  fiorita.  — v.  4. 
Ch ’ ognun  par  che.  Cani,  a b.  1562 
e 68,  st.  ree.  — v.  8.  Gli  edd.  fior. 
LI,  seguendo  le  st.  del  1562  e 68, 
mettono  in  fine  di  questo  verso  un 
punto  fermo;  con  ette  guastano  la 
sintassi.  — v.  10.  arboscelli,  edd. 
fior.  14  c 22.  - - r.  12.  DiNuìelli.  Gio- 


vinetti amatori.  Pecor.  • con  quanta 
allegrano  Mi  veniva  a veder  quel  da- 
migello * Iterili,  Ori.  inn.  • Fu  Nar- 
ciso al  suo  tempo  un  damigello  ■ 
— v.  16.  aia,  edd.  fior.  14.  — v.  23* 
24.  Ecco  c‘  dodici  amanti  Che  per  voi 
vanno,  Cam.  a b.  1562  c 68  e st. 
recenti  ; se  non  che  Mol.  e Silv.  leg- 
gono » dodici.  — t).  25.  dura  aliar, 
Cunz.  a b.  1562  c 68,  edd.  fior.  14 
c 22,  Mulinal  i.  — v.  29.  o belle,  edd. 


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BALLATE. 


297 

A’  vostri  innamorati; 

Rendete  e’  cuor  furati. 

Non  fate  guerra  il  maggio.  32 

Chi  l’ altrui  core  invola 
Ad  altrui  doni  el  core. 

Ma  chi  è quel  che  vola  1 
È l’ angiolel  d’ amore. 

Che  viene  a fare  onore 

Con  voi,  donzelle,  al  maggio.  3S 

Amor  ne  vien  ridendo 
Con  rose  e gigli  in  testa, 

E vien  di  voi  caendo. 

Fategli,  o belle,  festa. 

Qual  sarà  la  più  presta 

A dargli  e’  fior  del  maggio  ? 44 

Ben  venga  il  peregrino. 

Amor,  che  ne  comandi  ? 

Che  al  suo  amante  il  crino 
Ogni  bella  ingrillandi  ; 

Che  le  zitelle  e graudi 
S’ innamoran  di  maggio. 


XIV.1 

Donne,  di  nuovo  el  mio  cor  s’è  smarrito; 

E non  posso  pensar  dove  sie  ito.  2 


lior.  ti  e 22,  Silv.  — ».  34.  Ad  al- 
tri, Cani,  a b.  1562  e 68  e st.  ree. 
— ».  38.  a maggio,  vaili.  : il  maggia, 
edd.  fior.  14.  — 1>.  41.  Cvetido.  Cer- 
cando. Voce  antiquata  : forse  dal  lat. 
quiertndo.  — v.  44.  ri  por.  Cani,  a 
b.  1562  e 68  : il  por,  edd.  fior.  14  : 
i por,  st.  ree.  — ».  46.  ne  domandi , 
Cani,  a b.  1 562  e 68.  — ».  49.  li  zitelli 
e grandi,  vaili.  : le  zitelle  e i grandi , 
edd.  fior.  14  c 22  e Silv. 


1 Fu  pubblicala  prima  dal  Serassi  di 
su  1 cod.  chig.  nella  Coniin.  del  1765, 
poi  dagli  edd.  fior,  del  1814  di  su  ’I 
ricc.  2723  c di  su  ’l  mogi.  1034  [et. 
VII],  Lo  smarrimento  o il  rubamenlo 
del  core  fu  tema  di  grniiosc  allegorie 
ai  poeti  popolari  del  quattrocento  ; 
comepoi  di  stucchevoli  rifritture  agli 
Arcadi.  Qui  l'allegoria  6 presa  dai  fal- 
coni che  si  allevavano  per  la  caccia. 

V.  2.  zia  ilo,  le  st. 


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-298' 


BALLATE. 


Era  tanto  gentil  questo  mio  core. 

Che  ad  un  cenno  solca  tornar  volando; 

Perch’  i’  ’l  pascevo  d’ un  disio  d’ amore: 

Ma  una  donna  1’  allettò  cantando; 

Pur  poi  lo  venne  tanto  tribolando. 

Che  s’ è sdegnato  e da  lei  s’ è fuggito.  s 

Donne,  di  nuovo.  . . 

Questo  mio  core  avea  sommo  diletto 
Di  star  sempre  fra  voi,  donne  leggiadre: 

Però,  fanciulle,  io  ho  di  voi  sospetto, 

Ch’  i’  non  dubito  già  di  vostre  madre  ; 

Ma  voi  solete  de’  cuori  esser  ladre. 

Per  quant’  io  n’  ho,  fanciulle  mie,  sentito.  14 

Donne,  di  nuovo.  . . 

Se  pur  voi  lo  sapessi  governare, 
l’ direi  — Donne,  fra  voi  si  rimanga  : — 

Ma  voi  lo  fate  di  fame  stentare, 

SI  eh’  e’ s’ impicca  e dibatte  alla  stanga; 

Onde  convien  che  poi  tutto  s’infranga: 

E,  s’ egli  stride,  mai  non  è udito.  so 

Donne,  di  nuovo.  . . 

Poi  di  parole  e sguardi  lo  pascete, 

Ch’,  a dire  il  vero,  è un  cattivo  pasto; 

Di  fatti  a beccatene  lo  tenete: 

Tanto  che  mezo  me  l’ avete  guasto. 

Datcl  qua,  ladre  : e se  ci  fia  contrasto. 

Alla  corte  d’ Amor  tutte  vi  cito.  26 

Donne,  di  nuovo.  . . 


V.  4.  C/i' a un  cenno,  magi.  — t>.  7. 
tanto  lo  venne  tributando , mogi.  Gli 
cilil.  ilei  14  annoiano:  Tribolando, 
affliggendo,  travagliando.  — 1>.  9.  cor 
ave,  Comin.  — t>.  10.  tra  voi,  rice. 
Coni.  Mol.  Silv.  — ti.  12.  vostra  ma- 
dre, cdd.  1814.  — V.  14.  Per  r/uanto 
io  lio,  le  st.  — o.  15.  Se  voi  pur , 
magi.  — t>.  18.  Sì  clic  *’  impicca, 
cdd.  flor.  14.  — Sia.vga.  La  pertica  su 
la  quale  si  tengono  i falconi.  Decani. 


g.  IV,  n.  9 : • il  suo  buon  falcone,  il 
quale  nella  sua  saletla  vide  sopra  la 
stanga.  » — v.  19.  convien  poi  che, 
cod.  rice.  — o.  22.  C/i’a  dirvi,  cod. 
magi,  c cdd.  fior.  14  e 22.  — v.  23. 
Beccatella : piccol  peizuol  di  carne 
ebe  si  getta  per  aria  al  falcone  quan- 
do gira  sopra  la  ragnaia.  (Edd.  fior. 
14).  — o.  25.  Date  qua,  cdd.  fior. 
14:  ci  fie,  magi.:  ci  sia,  cdd.  fior. 
14  e Silv. 


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BALLATE. 


2'J'J 


XV.' 

In  mezo  d’ una  valle  è un  boschetto 
Con  una  fonte  piena  di  diletto.  2 

Di  questa  fonte  surgon  si  dolce  acque. 

Che  chi  ne  gusta  un  tratto  altro  non  chiede: 
l’ fu’  degno  gustarne,  e sì  mi  piacque 
Ch’  altro  non  penso  poi;  che,  alla  mia  fede. 

Questa  dolceza  ogni  altro  dolce  eccede, 

Per  chi,  d’ ir  sia  a tanto  bene  eletto.  s 

In  mezo  d’  una  valle.  . . 

Già  non  voglio  insegnarvi  ov’  ella  sia. 

Che  qualche  animai  bruto  non  v’  andassi  : 

Son  ben  contento  di  mostrar  la  via. 

Onde  chi  vuole  andarvi  avanzi  e’  passi. 

Per  duo  cammini  a questa  fonte  vassi. 

Chi  non  volessi  far  certo  tragetto.  a 

In  mezo  d’ una  valle.  . . 

Vassi  di  sopra  per  un  certo  monte 
Che  quasi  par  di  bianca  neve  pieno: 

Truovasi  andando  dreto  in  verso  il  fonte 
Da  ogni  parte  un  monticello  ameno, 

E in  mezo  d’ essi  un  vago  e dolce  seno 
Che  adombra  1’  uno  e l’ altro  bel  poggetto.  £0 

In  mezo  d’ una  valle.  . . 


1 Cod.  ricc.  2723:  cdii.  fior.  1814. 

V.  3.  dolci  acque,  le  stampe.  — 
t>.  6.  Il  cod.  ha,  con  guasto  del  verso, 
pelli  mia  fede.  Gli  edd.  fior,  del  14 
e 22  leggevano,  Che  altro  non  penso 
poi  che  alla  mia  fede.  Noi  abbinino 
accettato  la  interpunzione  proposta 
dal  Maggi  nella  cit.  Appendice  c 
adottata  dal  Silvestri.  — v.  8.  Il  cod 
e gli  edd.  fior,  del  14  e 22  leg- 
gono : Purché  a dirvi  sia  a tanto 
bene  eletto.  Il  Maggi  credè  che  a 


mettere  in  chiaro  la  buia  sentenza 
fosse  d’ uopo  emendarlo  per  con* 
gellura  così,  Per  chi  sia  d’ ire  a,  ec.: 
c la  emendazione  passò  nell'  edizione 
Silvestri.  Noi  l’ accogliemmo,  pur 
tenendoci  più  stretti-  alta  lettera. 
Tfochè  ad  altri  potrebbe  anche  pia- 
cere di  leggere  Parchi  a dir  sia 
di  ec.  — o.  9.  brutto  , le  st.  — v.  12. 
i mole  andare,  le  st.  Il  eod.  ha,  em- 
darti  anzi  c’.  — ».  14.  volesse, 
le  st. 


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300 


BALLATE. 


Seguitando  el  cammin  di  mano  in  mano 
Si  passa  per  un  vago  monticello 
Un’  erta  che  è si  dolce  che  par  piano, 

E ’l  poggio  è netto  e riunito  e belio: 

Nascon  poi  duo  vallette  a’  piè  di  quello, 

E in  mezo  a questo  è ’l  luogo  eh’  i’  v’  ho  detto.  2J 
In  mezzo  d’ una  valle.  . . 


XVI.1 


E’ m’interviene,  e parmi  molto  grave. 

Come  alla  moglie  di  Pappa  le  fave  ' 2 

Ch’  a fare  un  bottoncin  sei  dì  penò  : 

Venne  un  galletto  e si  gliele  beccò. 

E come  quella  chioccioletta  fo 
Che  voleva  salire  a una  trave  : c 

Tre'  anni  o più  penò  la  poveretta. 

Perchè  la  cosa  riuscissi  netta  : 

Quando  fu  presso,  cadde  per  la  fretta. 

E’  m’ Intervien,  come  spesso  alle  nave  io 

Che  vanno  vanno  sempre  con  buon  vento. 

Poi  rompono  all’  entrar  nel  porto  drento. 


V.  21.  tifilo  riunito j le  si.  — Netto  : 
forse,  senza  macchie  o non  sassoso. 
— Rhjsito.  Yeram.  il  ccd.  legge  rtmu- 
itilo  e non  riunito:  ma  rimuuito  qui 
che  vuol  dire  2 Più,  questo  participio 
e il  suo  verbo  non  sono  nei  vocab., 
almeno  per  ora.  — o.  25.  due,  le  st. 

1 Cotld.  ricv.  2723  c laur.  44  [pi.  40]: 
di  su  i quali  fu  prima  pubblicata 
dagli  cdd.  fior,  del  1814,  che  non 
seppero  pur  distinguerne  le  stanze 
e le  dettero  l' intercalare,  che  tal 
maniera  di  ballate  generalmente  non 
hanno.  È anche  nel  codice  del  sig. 
Vanzolini;  dove  ha  questa  rubri- 
ca, C.anz.  d' Ang.  Polititi  no,  dolen- 
doti delle  cittadine,  promettendo  di 
dare  opera  alle  ichinve. 


V.  4.  gliel , ricc-  — Gliele.  Coni  posto 
dal  pronome  j/i,clie  qui  rappresenta 
il  dativo  vuoi  maschile  o femminile 
ma  sempre  singolare,  e dal  suffisso  le, 
che  rappresenta  l’accusativo  sì  del- 
l’uno che  dell’ altro  genere  e nume- 
ro. Piacque  agli  antichi  («  quello  che 
puoi  prestare  ad  altrui,  non  gliele 
promettere  due  volte  * Libro  di 
Calo),  e fu  usitatissimo  dal  Bocc.  (ec- 
colo in  posizione  eguale  alla  nostra  : 
■ i denari  che  I’  alte'  ieri  mi  pre- 
stasti non  m’  ebber  luogo  ; e perciò 
io  gli  recai  qui  di  presente  alla  tua 
donna,  e si  gliele  diedi.  » G.  VI,  n.  4.1 

— ».  6.  volèa,  laur ad  una,  le  st. 

— ».  8.  riuscì  ite,  vanz.  c Silv.  — 
v.  12.  del  porto,  vanz. 


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BALLATE. 


301 


Di  queste  cittadine  me  ne  pento: 

E (la  qui  innanzi  attender  voglio  a schiave.  1-t 


xvi:.‘ 


Donne  mie,  voi  non  sapete 
Ch’  i’  ho  el  mal  eh’  avea  -quel  preto.  2 

Fu  un  prete  (questa  è vera) 

Ch’  avea  morto  el  porcellino. 

Ben  sapete  che  una  sera 
Gliel  rubò  un  contadino 
Ch’  era  quivi  suo  vicino 
(Altri  dice  suo  compare)  : 

Poi  s’ andò  a confessare, 

E contò  del  porco  al  prete.  io 

El  messer  se  ne  voleva 
Pure  andare  alla  ragione: 

Ma  pensò  che  non  poteva, 

Che  l’ aveva  in  confessione. 

Dicea  poi  tra  le  persone  : 


V.13.  i'  me  ne  pento,  vunz. — «.-li. 
Et  a qui  innanzi , laur. 

* É citala  dal  Poggiali,  Serie  ec., 
I,  270,  come  esistente  col  noine  del 
Poliziano  nel  coi),  elogiano  di  Ro- 
ma ; ed  è fra  ultre  rime  del  Pi.  A. 
nei  cod.  riccardiano  771,  non  die 
a stampa  nelle  lìallatelle  ec.  del 
scc.  XV  sotto  la  rubrica  di  metter 
An.  Poli  e nelle  Cani,  a ballo  1562 
e 6S.  E in  un  esemplare  di  questa 
ultima  ediz.  del  68,  del  quale  ba 
fatto  uso  la  Crusca,  notano  gli  edd. 
fior,  del  1814  che  innanzi  alla  pre- 
sente ballata  • trovasi  scritto  a 
penna  d’ antico  carattere,  Angelo 
Poliziano.  » 

V.  2.  Che  ho,  cod.  ricc.  771.  — 
v.  8.  e questa,  ricc.  771.  — v.  8. 


Alcun  dice,  ricc.  771.  — v.  12.  Ai- 
dire  alla  ragione:  Andare  a chie- 
der ragione  [giustizia]  dove  ella 
s’amministra:  andare  al  tribunale. 
L’ antico  volgarizzatore  di  Valerio 
Massimo  traduce  il  forum  del  suo 
originale  in  corte  della  ragione, 
VI,  1.  Nel  Voe.  Cr.  è riportato  questo 
esempio  del  Poliziano;  ma,  come 
tulli  gli  altri  cavati  dalle  Ballate 
del  N.  A.,  sotto  il  nome  di  Loren- 
zo de’ Medici.  — ».  13.  fi  pentò, 
ricc.  771. — e.  1*.  area,  st.  ree. 
Avere  in  confessione  è detto  elegan- 
temente d’  una  notizia  che  i sacer- 
doti tengano  dal  sacramento  della 
confessione  e non  possono  rivela- 
re. — v.  15.  Dice  poi,  ricc.  771  c 
Ball.  sec.  XV.  : fra  le,  st.  ree. 


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302 


BALLATE. 


— Oimè,  eh’  i’  ho  un  male, 

Ch’  io  noi  posso  dire  avale.  — 

Et  anch’  io  ho  il  mal  del  prete.  *s 


XVIII.  ‘ 

Egli  è ver  eh’  F porto  amore 
Alla  vostra  gran  belleza  ; 

Ma  pur  ho  maggior  vagheza 
Di  guardare  el  vostro  onore.  4 

Egli  è ver,  donna,  eh’  i’  ardo  ; 

Ma  per  tema  del  dir  male, 

Non  pur  altro,  i’  non  vi  guardo. 

E’  ci  son  certe  cicale 
Che  F acconcion  sanza  sale 
E vi  tengon  sempre  a loggia  : 


V.  17.  non  fiotto , etici,  fior.  li.  — 
Avne.  Aw.  di  tempo  che  signif.  ora, 
alletto.  Lor.  de’  Mcd.,  Neneia,  XIV  : 
• Io  1’  ho  recato  un  marzo  di  spru- 
neggi  Con  coccole  eh’  io  colsi  avalc 
avole.  » — v.  18.  A'  anch’  io,  st. 
ree. 

1 È citata  dal  Poggiali,  Serie  ce., 
come  esistente  fra  altre  rime  di  m. 
Angelo  nel  cod.  cbigiano.  È nel  cod. 
magliai).  1034  [et.  VII]  e nel  ricc. 
2723.  Ed  è a stampa  nelle  Balla- 
Ielle  del  sec.  XV  sotto  la  rubrica 
</•'  in.  A.  Polilia no,  c nelle  Canzoni 
a ballo  1362  e 68. 

V.  4.  talvare  el,  Ball,  del  sec.  XV  c 
Com.  a b.  1362  e 68.,  Molin.  e Silv.  : 
guardare  al,  edd.  flor.  li  c 22.  — 
Goardarf  Preservare  da  ogni  mala 
voce.  — v.  7.  Se  per  altro,  le  st.  ec- 
cetto le  Ball,  del  sec.  XV.:  io  non  ri- 
guardo,Cam.  a b.  1362  cOSeMolina- 
ri. — u 8.  Clic  ci  son  ,’lesl.  — Cicale: 
cicala  e cicalone  dicesi  d’  uomo  e di 


donna  clic  ciarli  con  importunità  cu- 
riosa dei  fatti  e degli  affari  altrui. 
Lor.  de’Med.,  6.  Cani.  * L’  altrui 
bene  hanno  in  dispetto  Gl’ invidiosi 
c le  cicale  : Poi  si  sfogan  con  dir 
male  Le  cicale  che  vedete.  » — t>.  9. 
V acconciali.  Cani,  a b.  1562  e 68  c 
st.  ree.  — L'  accoscio*  sesza  sale,  la 
tiran  giù  senza  riguardo  o conside- 
razione veruna,  e,  forse,  anche  sen- 
za fondamento.  — v.  10.  Vi  tesgos... 
a loggia.  Tenere  a loggia  vale  pro- 
priamente tenere  n bada  o in  disa- 
gio, come  in  quel  luogo  del  Berni 
(Ori.  inn.,XIX):  « A loggia  m’Iia  co- 
stui tre  di  tenuto,  Ed  è un  solo  e non 
è già  gigante.  • Ma  secondo  il  Varchi 
(Ercol.  54)  significa  anche  gabbarti 
d' alcuno;  cioè  beffarlo;  come  s’in- 
tende chiaramente  in  questo  versa 
del  Poliziano  c in  quel  dei  Cecchi 
(Dole,  I,  1):  « ....  Certi  guaton  che  ti 
ghignano  in  bocca  Poi  ti  tengono  a 
loggia.  . 


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BALLATE.  303 

Tutti  son  popon  da  Chioggia, 

D’  una  buccia  e d’ un  sapore.  12 

Egli  ò ver.  . . 

Costor  son  certi  be’  ceri 
C'  han  più  vento  eh’  una  palla  : 

Pien  d’ inchini  e di  sergeri 
Stanno  in  bruco  et  in  farfalla, 

Col  benduccio  in  su  la  spalla, 

Tutta  via  in  zazera  e ’n  petto. 

Sempre  a braccia  c dirimpetto. 


V.  11-12.  Come  i poponi  Ha  Chiog- 
gia, tutti  d’  una  buccia  e fi'  un 
taporc  ; si  dice  in  proverbio  per 
denotare  somiglianza  e conformi- 
tà di  costami  (Edd.  fior.  14).  Al- 
legri, Rime  piacevoli:  « Li  cicala  e 
Marchili  son  per  I’  appunto,  Come 
si  dice  de’  popon  da  Cliioggiu,  D’ua 
sapor,  d’  una  buccia  e d’ una  fog- 
gia. • — t>.  13.  Be’  ceri.  * Bel  cero... 
dicesi  di  tal  fantoccio  senza  garbo 
o die  si  vanagloria  d'  uu  affettato 
portamento  della  persona.  E questo 
modo  di  dire  viene  dall’  uso  del- 
I’  adornare  i ceri  da  portarsi  in  of- 
ferta alle  chiese  o santuari  con  bei 
lavori  di  pittura  c oro,  e con  nastri, 
orpello  e fiori  e simili  cose  ; i quali 
vengono  portati  pari  e con  ogni  ri- 
guardo, acciocché  siano  bene  osser- 
vati e non  si  guastino.  > Biscioni, 
annotaz.  al  Malmant.,  c.  I,  st.  31.  — 
v.  14.  Ariosto,  Cass.  I,  5:  « ...  più 
gonfi  Di  vento  eli’  una  palla.  » — 
v.  15.  Il  Maggi  nella  cit.  Appendice 
con  un  lungo  discorso  propose  si 
mutasse  la  lezione  di  questo  verso 
cosi,  Pien  d’  inchini  da  ter  Gerì/ 
e la  mutazione  passò  nell’  ediz.  Sil- 
vestri, sol  di  tanto  modificata  che 
vi  si  leggesse  tergevi.  Noi  abbiamo 
stampato  come  portano  i codici  e le 
vecchie  edizioni  (eccetto  quelle  delle 


Canzoni  a balio  1562  e 68  che  certo 
per  error  tipografico  leggono  e di 
tcgreli  ;)  intendendo  sorgeri  por  os- 
sequi leziosi  o,  come  oggi  popolar- 
mente direi  besi,  salamelecchi.  Nel- 
l’ etimologia  di  questo  nome  non 
entriamo,  contenti  ad  arrecare  un 
paso.i  del  Machiavelli  (Mandr.  prol.) 
che  basti  a interpelrarc  il  verso 
del  Poliziano  : « Non  istimn  persona. 
Ancor  che  facci  c’  sergeri  a colui 
Che  può  portar  miglior  mante!  di 
lui.  » Perocché  in  questo  passo  del 
Machiavelli  io  credo  debba  con  le 
antiche  edizioni  leggersi  e’ sergeri 
e non  con  le  più  recenti  el  set - 
gieri.  Dopo  sergeri  le  edizioni  Mol. 
Silv.  e fior.  1x22  mettono  due  pun- 
ti. — v.  16.  Bnuro  diccsi  d’  uomo 
che  stia  male  in  arnese  ;c  Pirfiel», 
d’uotno  di  poco  cervello,  volubile, 
leggiero.  Ma  questa  forma  stare  in 
bruco  e in  farfalla  è un  po’ nuova 
e oscura  : quando  non  volesse  dire 
tbe  sono  miseri  c a un  tempo 
vani  ; o vero,  che  hanno  il  pen- 
siero qui  e iò,  tratta  la  metafora 
dalle  varie  forme  di  sviluppo  di 
certi  insetti.  — v.  17.  Besduccio- 
Propriamente  piccola  striscia  di  pan- 
no lino  che  si  tiene  appiccata  alla 
spalla  o cintola  de'  bambini  (Edd. 
Gor.  14). 


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BALLATE. 


E talor  fiutando  ’l  fiore. 

Egli  è ver.  . . 

Giovanastri  anzi  pieroni, 

Nessun  sa  quel  eh’  e’  si  pesca  : 

Van  con  gli  occhi  a procissioni. 
Vagheggiando  alla  pazesca. 

Ti  so  dir  che  la  sta  fresca 
Chi  con  lor  non  è sai  valica-: 

E’  non  sanno  uscir  di  pratica. 

Poi  salmeggion  di  lei  fore. 

Egli  è ver.  . . 

P per  me  so’  innamorato, 

E ’l  color  mio  ne  fa  fede  : 

Ma  chi  m’ abbi  a sè  legato 
Quella  ’l  sa  che  ’l  mie’ cor  vede. 

Ecci  ben  chi  d’altra  crede, 

Perdi’  or  questa  or  quella  adocchio: 
Ma  sottecchi  ho  sempre  1’  occhio 


n. 


Zi 


V’.  20.  itti  fiore,  magliai).,  Canz.  a b. 
t.iG’2  c 08  e „t.  posteriori.  — ».  21. 
P'Eiio.11:  forse,  vanareili,  bufioncelli. 
JLuca  ne’  Dizionari  ; e non  nc  cono- 
sco dllri  esempi.  — v.  22.  quel  che, 
ubi.  fior.  14.  — Quel  che  si  fesca  : in 
questi  e simili  casi  vale,  Quel  che  si 
l'accia.  Ne  abbondano  gli  esempi.  — 
v.  23.  Vale  andar  guardando  in  quu 
e in  là  (Edd.  fior.  14).  — ».  25.  L» 
st*  fresca.  Maniera  ironica  : la  è con- 
cia bene,  è condotta  a buon  partito  ! 
Celli,  Capr.  Coti.  • Io  ti  so  dire  che 
chi  si  piglia  affanno  di  tutto,  sta  fre- 
sco. » — ».  20.  Saivatica:  non  affa? 
bile,  non  gentile.  É d*l  fioco,  e 
della  lingua  popolare:  • Tancia, 
tu  se'  salratica  e mnlea  > Buonar., 
Tane.,  II.  3.  — ».  27.  El  non  tan- 
no, Bull,  del  ree.  XV  e Canz.  a b. 
1562  e 68  : E non  sanno,  edd.  fior. 
14  e 22  e Molinnri.  — Pratici,  coi 
versi  tenere,  mantenere,  si  dice  an- 


che d’ un  trattato  o negozio  amo- 
roso — ».  28.  talmeggian,  edd.  fior. 
14  e 22,  Silv.  : forte,  lessero  per 
errore  passato  dall’  una  nell’  al- 
tra tutte  le  stampe;  eccetto  la  sil- 
vestriuna  del  1825,  dietro  l'av- 
vertenza del  Alaggi  nella  cit.  Appen- 
dici. E il  Maggi  annota  « talmeggiur 
fetore  vorrà  dire  lo  stesso  che  ta- 
gliare i panni  dietro  le  spalle.  • — 
».  29.  So’  per  tono,  usato  altre  volte 
dall’  autore  c da  altri  (Edd.  fior.  14>. 
I codd.  c le  antiche  st.  con  pregiu- 
dizio del  verso  leggono  tono.  — ».  30. 
Ovidio  ha  detto:  « Palleat  omnis 
arnans  • (Edd.  fior.  14).  Il  color, 
edd.  fior.  14  e 22,  Mol.  Silv.  Nelle 
Canz.  a b.  1562  e 68  leggesi,  for?c 
per  errore  tipografico,  El  cor  min. 
— ».  35.  ioti’  occhi,  Canz.  a li  1 562 
c 68,  edd.  fior.  14  e 22,  Muliuuri  ; 
ioli'  occhio,  Silv.  — Sottecchi  o Sol- 
tecche  (c  usasi  quasi  generalmente 


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BALLATE. 


305 

A colei  che  m’ arde  il  core.  03 

Egli  è ver.  . . 

Ben  vi  prego,  0 donna  cara. 

Che  coll’  occhio  onesto  e cheto 
Non  vogliate  essermi  avara 
D’  uno  sguardo  mansueto 
0 d’ un  risolin  discreto. 

Che  per  or  mi  tien  contento  : 

Et  io  sempre  sarò  intento 
A guardare  el  vostro  onore.  44 

Egli  è ver.  . . 


XIX.  ‘ 

Già  non  siàn,  perch’  e’  ti  paia. 
Dama  mia,  così  balocchi: 
Conosciàn  che  c’  infinocchi 
E da  tutti  vuoi  la  baia. 


con  verbi  die  significhino  azione  di 
guardare  o simili)  vale  furtiva- 
mente,  di  nascono,  cautamente,  qua- 
si con  occhio  socchiuso.  Luigi  Pul- 
ci, Deca,  XIX  : « ....  un  fancello  Che 
ti  gaveggia,  Buca,  di  sottecchi.  » 
— t>.  37.  priego,  donna  : le  si.  — 
v.  38-42.  « E quando  c’  è la  gente, 
non  parlare:  Solo  mi  basta  uno 
sguardo  segreto  » Risp.  popolare.  — 
».  43.  Ed  io,  st.  ree.  : Et  tempre, 
Canz.  a b.  1582  e 68.  — ».  44. 
A salvare,  vice,  e st. 

1 È citata  dal  Poggiali  in  Serie  ec. 
come  esistente  fra  altre  del  N.  A. 
nel  cod.  chigiano.  E nel  cod.  ricc. 
2723,  e in  quello  del  signor  Vanzo- 
lini  con  questa  rubrica,  Canzona 
d'Ang.  Polizia  no,  dicendo  che  l’  ha 
troppi  dami  e che  l’  è la  favola  e V i 
dileggiata.  Ed  è a stampa  nelle  Balla- 
Ielle  del  sec.  XV  sotto  la  rubrica  di 
Pouzuzo. 


IH.  A.  Politiano  c nelle  Canzoni  a hallo 
4362  e 68. 

V.  1.  siam,  Cunx.  a b.  1562  c 68 
e le  st.  posteriori  : per  clt’a  te,  vani  : 
perche  li,  Canz.  a b.  1562  c 68  c edd. 
fior.  14. — PencnÈ.  Benché  (Edd.  fior. 
14).  — Sùs  per  siamo;  e più  sotto 
Conosciàn  per  conosciamo  : vedi 
nota  alla  Ball.  Ili,  v.  26.  — ».  2. 
donna,  ricc.  — Balocchi.  Balordi,  che 
si  lasciano  baloccare,  tenere  a ba- 
da con  parole  senza  effetto.  — 
».  3.  conosciam,  le  st.  — C’isfisoccui. 
• Quando  alcuno  vuol  mostrare  a 
chicchessia  di  conoscere  che  quelle 
cose  le  quali  egli  s’ingegna  di  far- 
gli credere  sono  ciance  bugie  c ba- 
gattelle, usa  dirgli:  Tu  m' infinoc- 
chi, o Non  pensare  d’ infinocchiar- 
mi. » Vurchi,  Ercol.  — ».  4 .E  di 
tulli,  Canz.  a b.  1562  c 68,  Mulinuri, 
edd.  fior.  22,  Silv.  — Vcoi  la  bau. 

20 


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300 


BALLATE. 


Già  credetti  essere  il  cucco. 

So  che  ’n  gongolo  ti  tenni  : 

Ma  tu  m’ hai  presto  ristucco 
Con  tuo’  ghigni  attucci  e cenni. 

Pur  del  mal  tosto  rinvenni, 

E son  san  com’  una  lasca. 

Anch’  i’  so  impaniar  la  frasca. 

Ben  che  forse  a te  non  paia.  52 

Già  non  siàn.  . . 

Tu  solleciti  el  zimbello, 

E col  fischio  ogn'  uno  alletti  ; 

Tireresti  a un  fringuello  : 

Ma  indarno  ornai  ci  aspetti. 

Quanto  più,  per  dio,  civetti. 


• Quando  uno  cerca  pure  di  vo- 
lerci persuadere  quello  che  non 
volcmo  credere,  per  levarloci  dinan- 
zi e tòrci  quella  seccaggine  dagli 
orecchi,  usiamo  dire  : Tu  vuoi  la 
baia  o la  berla  ec.  » Varchi,  Ercol. — 
v.  5.  Mirre  «<>  il,  vani.  — Cecco,  voce 
puerile  (k  il  cucco  della  mamma,  lui. 
malrii  delicia).  Estere  il  cucca  vale 
essere  il  prediletto  (Edd.  fior.  44). 

• Fingeva  Esdram  che  questo  sia  ’t 
suo  cucco.  » Cir.  Calv.  III.  99.  — 
v.  6.  clic  in  gongon,  Ball.  sec.  XV, 
Canz.  a b.  4562  e 88,  Molinori  : in  li 
lenni,  le  st.  — Goncoio.  Da  gongolare, 
che  è - giubbilare  strabocchevol- 
mente, tutto  commosso  da  interna 
gioia  : onde  dicendosi  o uno,  come 
usa,  in  qualche  felicità  : Tu  gon- 
goli, non  può  dirsi  di  più.  • Co- 
si un  comenlo  inedito  al  Pataffio 
cit.  dal  Biscioni  nelle  note  al  Mal- 
inani.,  VII,  100.  Secondo  i Deputali 
al  Decumcronc,  annoiai.  LXXXV,  è 
voce  « che  par  finta  da  suono  : c 
non  manca  chi  crede  che  sia  presa 
da  un  certo  mormorio,  più  che  vo- 
ce, di  galline:  il  che  sarebbe  secondo 


la  natura  di  colai  voci  finte  e da 
cosa  nota  e dimestica,  e donde  la 
lingua  ancora  hu  cavato  schiamaz- 
zare e galloria.  » Negli  antichi  te- 
sti del  Decani,  è scritto  gngolare.  — 
t>.  7.  Ristucco.  Stuccare  e Ristuccare  ,- 
nauseare,  o saziare  fino  alla  nausea 
(Edd.  fior.  4 V)  : siccome  fanno  i cibi 
troppo  grassi  c i discorsi  prolissi  e 
di  poca  o punta  conclusione.  Mi- 
nucci, N.  al  Malm.,  VII,  45.  — v.  8. 
Attucci.  Diminutivo  di  atti,  in  signi- 
ficato di  lezii  (Edd.  fior.  44).  — 1>.  9. 
rinvienili,  ricc.  : pretto  rivenni,  Canz. 
4562  e 68,  edd.  fior.  44  e 22;  pretto 
rinvenni.  Mot.  e Silv.  — v.  40.  S»v 
com’  uva  lasca.  D’  intiera  e perfetta 
sanità.  Giovenale  « pisce  sanior,  » più 
sano  d’  un  pesce  (Edd.  fior.  44).  — 
v.  41.  Preso  dalla  caccia  alle  panie. 
E par  che  voglia  dire:  Anch’io  so 
burlare  chi  crede  di  burlar  me.  — 
u.  48-45.  Preso  dalla  caccia  al  pare- 
taio. Vedi  Ball.  X,  v.  26-28.  — v.  15.  a 
un  fringuello,  vanz.  : ad  un,  edd.  fior. 
44  e 25,  Silv.  — u.  46.  ormai , Canz.  a 
b.  4562  c 68  e st.  posteriori  — e.  47. 
altri  civetti,  Canz  a b.  4 562  e 68  c st. 


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BALLATE. 


307 

Tanto  più  d’  ogn’  un  se’ gufo. 

Deh,  va’  ficcati  in  un  tufo 
Cheta  ; e fa’  eh’  e’  non  si  paia.  20 

Già  non  siàn.  . . 

Tutti  questi  nuovi  pesci 
Hanno  un  po’ del  dileggino; 

E pur  priegan  eh’ i’ rovesci 
Del  sacchetto  il  pellicino  : 

Ma,  s’ i’  scuoto  un  pochettino. 

Tanta  roba  n’  uscirebbe, 

Ch’  ogn’  un  poi  se  n’  avvedrebbe  ; 

E megli’  è eh’  e’  non  si  paia.  ss 

Già  non  siàn.  . . 

Tant’  è,  dama,  a parlar  chiaro  : 

Tu  vagheggi  troppo  ogn’ uno, 

Sanza  fare  alcun  divaro 

Se  gli  è bianco  0 verde  0 bruno  : 

Me'  faresti  a tòrtene  uno 


posteriori.  — Civetti.  Civettare,  fare 
atti  di  vanità  e di  leggerezza,  imitare 
i moti  clic  fa  col  capo  la  civetta  al- 
lettando gli  uccelli  (Edd.  fior.  14). 
— v.  18.  Se’  cefo.  Sci  lo  scherno,  lo 
scherzo  (Edd.  fior.  14)  ; come  il  gufo 
pe’  suoi  golfi  movimenti  è lo  scherno 
degli  altri  uccelli.  — e.  Iti.  Tiro.  Spe- 
cie di  terreno  arido  c sodo  (Edd.  fior. 
14),  prescelto  dalle  civette  a nidifi- 
carvi c abitare. — t>.22.  DaEcci.vo.Clie 
dileggia  ; clic  si  piglia  gusto  di  fare 
l' innamoralo  e non  r è (Edd.  fior.  l i). 
Tancia,  III,  2:  • Ma  tu  da  quali- 
d’in  qua  le  vuo’  tu  bene?  Tu  eri 
gin  tenuto  un  dileggino.  • — v.  23. 
priegon  eli'  io  rivcsci,  vanz.  — v.  23- 
24.  Rovesciare  o vuotare  il  pellicino 
del  sacchetto  e simili,  vale  Dire  ad  al- 
trui senza  rispetto  e ritegno  tutto 
quello  che  l' uom  sa  (Edd.  fior.  14.) 
« Pellicini  sono  quei  quattro  come 


quasi  orecchi  (l’asino  clic  si  cu- 
ciono nella  sommità  delle  balle,  dui; 
da  ogni  parte,  alfine  che  elle  si 
possano  meglio  pigliare  e più  age- 
volmente maneggiare:  il  che  si  fa 
ancora  molte  volte  nel  fondo  dei 
sacchi.  E perciò  si  dice  non  solo 
rotare  e scuotere  il  tacco,  ma  an- 
cora i pellicini  del  sacco,  ne' quali 
entrano  spesse  volte  e si  racchiuggo- 
no  delle  granella  del  grano  o d’  altro, 
di  che  il  sacco  sia  pieno.  • Varchi,. 
Ercol.  Màlteo  Franco,  son.  : * I' pi- 
glierò pe’ pellicini  il  sacco  E scuo- 
terò si  le  costare  c’I  fondo,  Ch’ i’ so 
che  n’uscirà  polvere  un  mondo.  ■ — 
v.  28.  meglio  è,  Canz.  a b.  1562  c 68  e 
st.  post.  — u.  29.  donna,  rice.  — v.  31. 
Divano  per  divario.  Usavano  gli  anti- 
chi levare  Pi  ad  alcune  voci:  cosi  i 
varo  per  vario  usato  da  Dante  (Edd. 
fior.  J4).  — t>.  32  bianco,  (Tivù), vana.-. 


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BALLATE. 


3J3 

(E  sarei  proprio  buono  io), 

A quest’ altri  dire  a dio  ; 

E saresti  fuor  di  baia.  so 

Giù  non  siàn.  . . 


XX.1 

Canti  ogn’  un,  eh’  io  canterò, 

Dondol  dondol  dondolò.  2 

Di  promesse  io  som  già  stucco. 

Fa’  eh’  ornai  la  botte  spilli. 

Tu  mi  tieni  a badalucco 
Con  le  man  piene  di  grilli. 

Dopo  tanti  billi  billi 

Quest’  anguilla  pur  poi  sdrucciola. 

Per  dir  pur  — lucciola,  lucciola, 


V.  31.  buon  io,  le  si.  — v.  35.  « 

dire,  rìcc. 

i È citala  dal  Poggiali,  Serie,  ec., 
come  esistente  fra  altre  del  N.  A. 
nel  cod.  elogiano;  ed  è nel  cod.  del 
sig.  Yanzolini  con  questa  rubrica, 
Canzona  d'Ang.  Politiano  alla  da- 
ma, thè  fatei  falli  el  no»  dimostra- 
zioni. È pure  a stampa  nelle  Battatene 
del  scc.  XV  sotto  la  rubrica  di  M.  Aa. 
Puli,cncl\e  Canzoni  a ballo  1562  e OS. 

V.  2.  Dondolo,  dondolo,  dondolò  ; 
le  stampe  con  oltraggio  alla  mi- 
sura del  verso.  — t>.  4.  Spilli.  Spil- 
lare 6 trar  per  }p  spillo  il  vino  dalla 
botte  : qui  è metafora  ma  sen- 
za equivoco  osceno,  come  vorreb- 
bero gli  cdd.  fior,  e i compila- 
tori del  Vocab.  Tramalcr:  significa, 
Fa’ die  si  venga  a qualche  conclusio- 

_.  ai  badalueeo,  vanz.  — B,i- 

DiLicco.  Trastullo,  trattenimento  pia- 
cevole, passatempo.  |Edd.  fior.  1 4. J 
Qui  tenere  a badalucco  è lo  stesso 
ebe  tenere  a bada.  — ».  6.  Con  le 


mane  pien  de'  Cani,  a b.  1562 c 68: 
Con  le  mane  pien  di,  edd.  fior.  14 
e 22.  — Pifjie  di  grilli.  Cioè  vuote. 
Grilli  diconsi  metaforicamente  le 
fantasie  e i ghiribizzi  senza  con- 
sistenza. — ».  7-8.  Billi  Billi.  Il 
Vocab.  della  Crusca,  che  sotto  que- 
sta voce  cita  i due  versi  presenti, 
sempre  col  nome  di  Lorenzo  defe- 
dici e leggendo  all’  ottavo  pur  m 
sdrucciola,  che  non  è in  niun  testo 
da  me  veduto,  spiega  Billi  Bilu 
per  moine  carezze  e simili.  Io,  al- 
meno in  questo  luogo,  per  dedu- 
zione dal  contesto,  e in  quel  del 
Morg.  XXII,  101  [-  Rispose  Astol- 
fo: tanti  billi  billi,  Che  noi  di' tu 
che  Gali  l’ Ita  imburiassata?  • ] in- 
tenderei cliiaechere,  cicalecci , di- 
scorsi senza  effetto.  Il  ».  8.  signi- 
fica : Non  si  viene  mai  al  fatto: 
La  conclusione  sfugge,  come  l’an- 
guilla sdrucciola  fuor  delle  mani 
a chi  la  tiene.  — ».  9-10.  Ltcc.o- 
u,  Luccioli  ec.  Sun  parole  d’ una 


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BALLATE.  309 

Vieni  a me,  — a me  che  prò?  io 

Pur  sollecito  pur  buchero 
Per  aver  del  vino  un  saggio. 

Quando  tutto  mi  solluchero. 

Egli  è santo  Anton  di  maggio. 

Tu  mi  meni  pel  villaggio 
Per  lo  naso  come  el  bufolo  ; 

Tu  mi  meni  pure  a zufolo 
E tamburo  : or  non  più,  no.  is 

Tanto  abbiàn  fatto  a cu  cu, 

Che  quale’  un  già  ci  dileggia  r 
E,  se  ’l  gioco  dura  più. 


canzoncina  de’ bambini,  quando,  net- 
te belle  serate  di  giugno  che  l’aria 
luccica  tatto  di  quegli  unimnlelti, 
essi  corrono  sporgendo  cappelli  e 
berretti  per  acchiapparli,  e come 
per  allettamento  cantano  : Luccio- 
la, lucciola,  vieni  a me  ; Ti  durò 
del  pan  del  re,  cc.  Mirate  fin  dove 
si  ficcano  i re  e lu  pagnotta  ! — 
t>.  11-12.  Séguito  alla  metafora  del 
v.  4.  — Hi.ciiF.no.  Intendi  del  forac- 
chiare e succhicllinare  per  tare  spil- 
lar la  bolle.  — v.  13.  Mi  sollichebo. 
Mi  commuovo,  m’intenerisco:  voca- 
bolo del  contado  (Edd.  fior.  14).  — 
v.  15.  per  villaggio,  Canz.  a h. 
1562  e 68.  — v.  16.  Pollo,  Ball, 
scc.  XV  : Per  el.  Cani,  a b.  1562 
e 68  : per  il,  le  st.  ree.  : coni * un  bu- 
folo, vani.  Questi  due  versi  vengono 
u dire  : Tu  mi  aggiri  c conduci  con 
finzioni  c promesse  a fare  quel  ch'io 
non  vorrei,  e mi  rendi  spettacol  ri- 
dicolo alle  genti.  Ambra,  Cof.  IV,  15  : 
- M'  hanno  aggiralo  com’  un  arco- 
laio, E menato  pel  naso  coni'  un  bu- 
folo. • — v.  17-18.  Zuffolo,  come 
al  verso  di  sopra  buffalo.  Cuoi,  a b. 
1562  e 63,  edd.  fior.  14  e 22.  E 
questi  mettono  un  puuto  c virgola 


sul  fine  cfcl  verso.  — To  si  «ehi.... 

» zcr.  e t»»b.  Preso  forse  dai  gioco- 
lieri e altri  siffatti  che  menano  le 
bestie  strane  su  per  le  fiere  e i 
mercati,  e a suon  di  zufolo  c tam- 
buro le  rianiio  ballare  e ragunan 
gente  a vederle.  — i>.  19.  obbiam 
follo  cu  cu,  Canz.  a I».  1562  c 68  e st. 
ree.  Annua  fatto  a cu  cu.  Buonarr. 
Tane.  Ili,  11:  « ,...  Tane,  lo  sto: 

Clic  guardi  tu?  Cecc.  Guardo  se 
Preio  intorno  fa  cu  cu.  » Dove  il  * 
Salvini  annota  : « Cioè,  fa  la  civet- 
ta. alzandosi  e abbassandosi  e spa- 
lancando tanti  d’occhi;  dal  verso 
della  civetta.  > E cosi  spiega  il 
vocab.  Tramatcr  questo  luogo  del 
Poliziano.  Dove  io  però  crederei 
che  s’alluda  a certo  giuoco  di  ra- 
gazzi, che  uno  od  alcuni  si  rim- 
piattano, altri  vanno  cercandoli, 
e i rimpiattati  melton  alcun  po- 
co fuori  il  capo  facendo  cu  cu  c 
ne  lo  ritraggon  poi  subito,  inci- 
tando quasi  e dileggiando  al  tem- 
po stesso  i ricercatori.  E tale  è 
fare  a cu  cu,-  voce  questa,  non 
imitativa  della  civetta,  come  leg- 
gasi in  alcuni  Dizionari,  ma  del 
cucilo. 


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BALLATE. 


•310 


Vedrai  bella  cuccuveggia. 

Tu  sai  pur  che  non  campeggia 
La  viltà  ben  con  l’ amore  : 

Che  l’ è dentro  e che  1’  è foro 

Fa’  da  te;  eh’  i’  non  ci  fo.  26 


XXI.1 


l’ son,  dama,  el  porcellino 
Che  dimena  pur  la  coda 
Tutto  ’I  giorno  e mai  l’ annoda  : 

Ma  tu  sarai  l’ asinino.  •! 

Che  la  coda  par  conosca 
L’ asinin,  quando  non  l’ ha  : 

Se  lo  morde  qualche  mosca. 

Gran  lamento  allor  ne  fa.' 

Questo  uccello  impanierà. 


V.  22.  Cocccveeci»  : Civetta.  Vedrai 
die  bella  civetta  farai  ! Civetta  dicesi 
anche  * una  specie  di  giuoco,  dove 
quegli  che  sta  nel  meno  non  può 
esser  percosso  quand’  egli  tocca 
terra  con  mano  ; e però  ora  alzan- 
dosi ora  abbassandosi  batte  or  l’uno 
or  Poltro,  e questi  n vicenda  s’in- 
gegnano colle  percosse  di  fargli 
cascare  con  un  colpo  il  cappello  o 
la  berretta  dalla  testa,  che  t il  fine 
del  giuoco.  • Voc.  Tramatcr.  — 
v.  23.  CtupeGcu.  Sta  d’ accordo. 
Si  dice  anche  de’  colori,  quando 
sono  spartiti  talmente  che  spic- 
chino con  vaghezza  I’  uno  dall'altro. 
tEdd.  fior.  -14.) 

1 ÈcitatadalPogg.  nella  Serie,  ee., 
come  esistente  col  nome  del  N.  A. 
nel  chigiano  : è nel  cod.  rice.  2723, 
nel  laurenziano  44  [pi.  40] e in  quello 
del  sign.  Vanzolini.  Ed  è a stampa 
nelle  Ballatene  del  sec.  XV  sotto  la 
irubrica  di  M.  A.  Politxano  e nelle 
■Cauaoui  a ballo  1562  e 63. 


V.  1.  son,  donna, rice.  Come  l’ani- 
male nominato  dal  poeta  pur  dime- 
nando sempre  la  coda  non  giunge  mai 
ad  annodarsela,  cosi  il  poeta  adope- 
randosi a venire  all’  effetto  delle  sue 
intenzioni  non  vi  riesce.  — v.  4.  l'asi- 
no, ricc.  — ».  6.  1‘asin,  rice.  e laur... 
quand’  e’  non,  Ball.  sec.  XV.  — e.  S. 
allor  fa,  ricc.  Con  questo  paragone 
dell’  asinino,  non  certo  galante,  vien- 
si  a dire  alla  dama  che  ella  conoscerà 
il  suo  bene  quando  ella  ne  sarà 
priva  e non  potrà  più  ottenerlo. 
Così  nel  Morg.  XXII,  118,  Astolfo, 
rimproverando  Carlo  Magno  che 
cacci  via  Orlando  e ponga  tutta  la 
sua  fiducia  nel  traditore  Oano,  gli 
dice  : • E fai,  come  si  dice,  1'  asi- 
nelio, Che  sempre  par  clic  la  coda 
conosche,  Quando  e’ non  I' ha,  che 
se  ’I  mangiati  le  mosche.  • — ».  9. 
(«risicai.  Intransitivo.  E intendi  : 
Questo  uccello  che  ora  dileggia  la  ci- 
vetta pure  alla  fine  darà  nelle  panie, 
rimarrà  preso  alla  pania. 


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BALLATE. 


dii 

Ch’  or  dileggia  la  civetta. 

Spesse  volte  el  fico  in  vetta 
Giù  si  tira  con  l’ uncino.  12 

I’  son,  dama.  , . 

Tu  se’  alta,  e non  iscorgi 
Un  mio  par  qua  giù  tra’  ciottoli, 

E la  mano  a me  non  porgi 
Ch’  i’  non  caggia  più  cimbottoli. 

Or  su  dianla  pe’  viottoli 
A cercar  d’ un’  altra  dama  : 

Perchè  un  oste  è che  mi  chiama, 

Ch’  ancor  lui  mesce  buon  vino.  20 

l’ son,  dama.  . . 

Del  tuo  vin  non  vo’  più  bere  ; 

Va’,  ripon’  la  metadella  ; 

Perchè  all’  orlo  del  bicchiere 
Sempre  freghi  la  biondella. 


V’’.  il. Il  f.co  in  vett».  Il  fico  clic  è 
in  cima  dell’  albero.  — ».  12.  ondilo, 
le  st.  moderne.  — ».  13.  none  scorgi, 
laur.  c Bull.  sec.  XV.  — ».  14.  un 
uiie' par,  vani.  :par  fra  dotali,  ricc.  ; 
e dopo  fra  v'è  scritto  d’  altra  mano, 
di  sopra,  giù.  — v.  15,  le  moni,  Canz. 
a b.  1562  c 68  c st.  post.  — e.  16. 
raggi  più  ciamboltali , edd.  fior.  14 
e 22.  — Ciubottou.  Cascate  : colpi  che 
dà  in  terra  citi  casca.  Varchi,  Ercol.  : 
• cadendo,  fa  un  tombolo,  o vero 
un  cimboltolo.  » — ».  17.  andini» 
là  pe‘  viottoli,  legge  il  Silv.  su  1’  au- 
torità dell'ediz.  di  Bergamo  curata 
dal  Secassi. — Diasla  pe’viottoli  vale, 
mettiamoci  pe‘ viottoli, andiampe’ viot- 
toli: ed  è costruzione  figurata  simile 
al  darla  o dartela  a gambe.  — v.  18. 
di  qualche  damo,  Canz.  a b 1562  e 68 
e st.  post.  — ».  19-20.  Metnforicu- 
menle:  C'è  altra  donna,  e bella,  che 
cerca  di  trarmi  a sè.  — ».  20.  Clt’ an- 


cor ci,  Silv.  — ».  21.  Séguita  la  meta- 
fora dell' oste.  — ».  21.  i"  non  vo’ be- 
re, laur.  e ricc.  — ».  22.  .Metadella. 
Misura,  clic,  quando  serve  per  le 
cose  liquide,  tiene  la  metà  del  boc- 
cale: e dicesi  in  Toscana  più  co- 
munemente mezzetta.  — ».  23.  Bioh- 
della.  Leggiamo  in  un  Diz.  di  scien- 
ze naturali,  Firenze,  Balelli,  1832, 
voi.  Ili,  pug.  533:  « Biondella.  In 
Toscana  ha  questo  nome  volgare 
la  genziana  eentaurinm , L.,  o erg- 
troia  centaurium,  Rich.  ; detta  co- 
si, secondo  il  Dulecbampio,  per 
essere  stata  usata  per  render  bion- 
di i capelli.  Vi  son  pure  indicale 
con  questo  nome  la  daphne  gui- 
dium  e la  reseda  luteola,  capaci 
di  dare  una  tinta  gialla.  » Redi  : 
• La  centaurea  minore...,  percioc- 
ché colta  nella  liscia  fa  biondi  i ca- 
pelli, chiamiamo  noi  in  Toscana  iion- 
della.  » 


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31-2 


BALLATE. 


Non  intingo  in  tua  Scodella, 

Che  v’  è dentro  l’ aloè. 

Ma  qualcun  per  la  mia  fè 
Farà  più  d’  un  pentolino.  £S 

l’ son,  dama.  . . 

Tu  mi  dicevi  — Apri  bocchi,  — 

Poi  m’  hai  fatta  la  cilecca. 

Or  mi  gufi  e fami  bocchi. 

Ma  c’  è una  che  m' imbecca 
D’  un  sapor,  che  dii  ne  becca 
Se  ne  succia  poi  le  dita  : 

Con  costei  fo  buona  vita 
E sto  come  un  passerino.  33 

l’ son,  dama.  . . 

A te  par  toccare  il  cielo, 


V.  25.  dre  alo,  ricc.  — ».  2S.  Fare 
pcnloUnio  de' pentolini  il  Vocali,  spie- 
ga con  Vivere  sottilmente,  venire  in 
miseria.  In  questo  luogo  del  Poli- 
ziano e in  quello  de’ Cani.  Curncsc. 
citato  nel  Vocab.  « Ma  chi  lo  [■'/  tem- 
po] perde,  come  molte  [donne]  fan- 
no. Convien  che  faccia  poi  de’  pen- 
tolini • parrebbe  che  s'  avesse  a 
intendere  cosi,  Se  ne  avrà  a pen- 
tire, Gli  toccherà  a vivere  in  di- 
fetto di  quel  che  potea  overc.  — 
».  29.  Apri  bocchi.  Qui  leziosamente 
per  bocca.  — ».  30.  Cilecca.  Beffa 
che  si  fa  altrui  mostrando  di  dar- 
gli che  che  sia  c non  glie  ne 
dando.  Del  proverbio  far  la  cilecca 
cosi  il  Varchi  nell’  Ercol.:  * Quando 
si  mostra  di  voler  dare  qualche 
cosa  a qualcuno  e fargli  qualche  ri- 
levato benefìzio  e poi  non  se  gli  fa, 
si  dice  avergli  fallo  la  cilecca;  la 
quale  si  chiama  ancora  nafta  e tal- 
volta vescica  o giarda.  • (Edd.  fior. 
14).  — ».  31.  Mi  cupi.  Mi  beffi.  Uc- 
cellar aomc  un  gufo:  Plauto:  • Ai- 


bis  dentibus  irridere.  • — Favi  pernii 
fai.  Alcune  voci,  quando  non  sono 
intere,  come  osserva  il  Bartoli,  ma 
tronche,  pèrdono  nell’  affìsso  la  vo- 
cale ultima.  Cosi  abbiamo  in  Dante 
levami,  cedranti,  che  vogliono  mi 
levai  ec.  : nel  Passavanli  dati,  ha  la, 
per  ti  dai,  I'  hai:  e nel  Boccaccio 
vuoti,  fimi,  per  vuoi  tu,  mi  fai. 
Far  bocchi,  aguzzar  le  labbra  in 
verso  uno  in  segno  di  dispregio,  a 
guisa  che  fa  la  bertuccia  (Edd.  fior. 
44).  — ».  32.  E'  c’  è una,  laur.: 
c‘  è uno,  ricc.  — Imbeccare,  propria- 
mente mettere  il  cibo  nel  becco 
agli  uccelli  che  non  sanno  per  laro 
stessi  beccare  (Edd.  fìor.  14).  — 
».  34.  Se  me  succia  poi  le  dita.  È)  lo 
stesso  che  il  più  usitalo  Leccartene 
le  dila  ; che  dicesi  d’  ogni  cosa  che 
piaccia  molto,  anche  metaforicamen- 
te.— ».36.Cobe  uh  passerino.  Per  ri- 
spetto alle  blandizie  amorose.  Pianto, 
Asin.,  III.  3 : « Die  me  tuoni  passercu- 
lum.  • — ».  37.  Qui  vuol  dire,  Ti  par 
d’essctc  fortunata  e contentissima. 


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BALLATE. 


313 


Quando  un  po’  mi  gufi  e gabbi  : 

Ma  nessuno  ha  del  mio  pelo, 

Ch’  i’  del  suo  anche  non  abbi. 

E’  ci  Ila  poi  pien  di  babbi 
Dove  credi  sia  el  pastacck». 

Tutta  via  la  lepre  traccio. 

Mentre  lei  fa  il  sonnellino.  44 

l' son,  dama.  . . 


XXII.1 

l’ ho  rotto  el  ruscellino  -. 

Pur  un  tratto  e sciolto  il  gruppo  ; 


V.  38.  m' uccelli  o gabbi,  vnnz.  : mi 
gup  0 gabbi,  le  si.  — v.  30-40.  F.’  non 
mi  fu  filila  ingiuria  che  io  non  me 
ile  vendicassi.  • Memo  impune  abiit, 
qui  me  nusus  sit  ledere  : • • Non 
mi  morse  mai  cane  eli’  io  non 
avessi  del  suo  pelo.  • t,Edd.  lìor.  14). 
Anche  questi  due  versi  sono  nella 
Crusca  attribuiti  a Lorenzo  de' Me- 
dici. Al  ».  40  il  vanzoliniono  legge 
C'  ancor  io  del  tuo  non  abbi.  — 
».  41-42.  Nei  Vocabolari  manca 
Babri  usato  coni’  è in  questo  luogo 
dal  N.  A.,  e Pasticcio  v’  è nel  senso 
di  uomo  materiale  e semplice.  Qui 
pare  che  voglia  dire:  Nella  pasta 
che  credi  agevole  a dimenare  o 
ben  dimenata,  e’  vi  sarà  più  d'  un 
bioccolo:  cioè  Vi  saranno  delle 
difficoltà  in  quel  che  credi  agevole, 
il  burlarmi  : in  somma,  Non  son 
pastricciano  come  ti  dòi  ad  in- 
tendere. — ».  43.  Tracciare  vale 
teguìlar  la  traccia  (Edd.  fior.  14). 
— ».  44.  la  fa,  rice.  Questi  due 
versi  vengono  metaforicamente  a 
significar  questo:  lo  sèguito  pure 
nella  mia  impresa,  mentre  altri 


non  ci  bada  più,  credendo  che  io  me 
ne  sia  rimasto. 

i È citata  dal  Pogg.,  Serie  ec.,  co- 
me esistente  tra  altre  del  N.  A.  nel  cod. 
elogiano;  è nel  rice.  2723,  e in  quello 
del  sig.  .Vanzolini,  con  questa  intito- 
lazione, Canzona  d'Ang.  Poliliano  : 
come  dice  alla  dama  che , poi  che  no 
le  vuol  più  bene , che  gli  ila  meglio. 
Ed  è a stampa  nelle  Ballatene  del 
sec.  XV  sotto  la  rubrica  di  II.  A.  Po- 
liliano e nelle  Canz.a  hallo  {obi  e 68, 

V.  1.  Oggi  direbbesi,  L,'  ho  rotta. 
Ci  siamo  rotti  ; sottintendendo  del* 
I’  amicizia  o famigliarità  o dell’amo- 
re. E il  modo  del  nostro  poeta,  che  è 
solo  citato  nel  Dizionario,  al  solito 
sotto  nome  di  Lorenzo  de’  Medici,  sta 
come  a significare  clic  si  vuol  divisa 
al  tutto  quella  comunanza  d'affetti 
ed  interessi  che  prima  si  aveva, sino 
n un  ruscellino.  — ».  2.  Per  un  trat- 
to, Canz.  ab.  1 5G2  e 68, edd.  fior.  14, 
Molinari.  — Poh  O.v  tratto:  Pur  una 
volta.  Pur  al  fine.  I Dizionari  hau 
solamente  <1*  un  tratto,  a un  tratto, 
e simili;  che  spiegano  per  di'  tubi- 
lo, subitamente.  Sciolto  il  en.  — Con 


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314 


BALLATE. 


l’ son  fuor  d’ un  gran  viluppo, 

E sto  or  com’  un  susino.  4 

Una  certa  saltanseeeia, 

Fatta  come  ìa  castagna 
C’  ha  ben  bella  la  corteccia 
Ma  l’ ha  drento  la  magagna, 

Fe  insaccarmi  nella  ragna 
Con  suo’  ghigni  e frascherie  ; 

Poi  di  me  fe  notomie. 

Quando  m’  ebbe  a suo  dimino.  12 

Io  ho  rotto 

Ella  m’ ha  tenuto  un  pezo 
Già  colla  ciriegia  a bocca  ; 


olirà  metafora  viene  a dire  quello 
atesso  che  al  ».  4 : ho  sciolto  il 
nodo  dell’  amore.  — «.3.  E ton, 
Cam.  a b.  15G2  e 68  e le  st.  post. 
Significa:  Son  fuor  d'  un  grande 
intrigo.  — Viluppo  materie  date, 
come  lano,  seta  ec.,  ravvolte  in- 
sieme in  confuso  (Edd.  fior.  li). 
Il  Bocc.  pur  parlando  dell'amore, 
« quando  fuori  di  questo  viluppo 
sarai  dislacciato  » Lalicr.  — t>.  4. 
come  ansino,  edd.  fior.  44.  — 1>.  5. 
Saitaitseccia  : Uccelletto,  di  quelli 
che  vivono  di  bacherozzoli  : meta- 
foricamente si  dice  di  persona  vo- 
lubile e leggiera  (Edd.  fior.  44). — 
».  5-8.  Modo  proverbiale  tultorvivo 
[dicesi  • ....  come  la  castagna  : 
Di  fuori  è bella  e dentro  bu  la 
magagna],  allusivo  all’  ipocrisia  e 
alla  simulazione.  — ».  7.  Che  ha 
bella,  Cunz.  a b.  4562  e 68  e le 
st.  post.  — ».  8.  Poi'  ha,  vani.  : 
dentro,  Canz.  a b.  e st.  post.  — 
».  9.  Insaccarmi.  Intaccare  • si  pi- 
glia propriamente  per  entrare  in 
tm  luogo  con  pericolo  di  non  poterne 
uteire  : e creilo  venga  dall’  entrare 


che  fanno  gli  uccelli  ne’  sacchetti 
della  ragna;  poiché,  quando  ciò 
succede  ad  alcuno,  si  suol  dire:  Egli 
b intaccato.  > Cosi  il  Biscioni  nelle 
annolaz.  al  Malm.  VI,  20  ; e cita  il 
presente  verso  del  Poliziano  sotto 
il  nome  di  Lorenzo  de’  Medici.  — R»- 
c.v»  : qui  metaforicamente  rete  d’ amo- 
re (Edd.  fior.  44):  vedi  sopra  IV,  23. 

— e.  40.  e fratcheria,  edd.  fior.  44.  : 
e tmancerie,  vanz.  — Frascherie  : qui 
scherzi  graziosi  ma  leggieri  e vani. 

— ».  44.  no  tamia . edd.  fior.  14.  — Fe 
notorie  : fece  strazio.  Male  i Voca- 
bolari riportano  questo  verso,  al 
solito  eoi  nome  di  L.  de’ Medici,  al 
vocabolo  Notami a sotto  la  rubrica 
Contidcrare  'minutamente  e fra  altri 
esempi  in  cui  il  far  notomia  è usato 
nel  senso  di  quella  rubrica.  — ».  12. 
Diruto  e diminio,  lo  stesso  che  do- 
minio (Edd.  fiorentini  14).  — ».  43- 
14.  Mi  ha  tenuto  colla  sperami!  pre- 
sente di  sodisfare  a’ miei  desiderii: 
a quel  modo  che  si  tiene  a’  bambini 
una  ciriegia  a fior  delle  labbra,  fa- 
cendo mostra  di  dargliene,  e non  se 
gli  dà.  — ».  14.  in  bocca,  ricc. 


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BALLATE. 


315 


/ 

Ma  pur  poi  mi  son  divezo, 

Tal  che  mai  più  me  l' accocco  : 

Mille  volte  in  cocca  in  cocca 
Ha  condotto  già  la  pratica  ; 

Poi  fantastica  e lunatica 

Piglia  qualche  grillolino.  20 

Io  ho  rotto.  . . 

Sempre  mai  questa  sazievole 
È in  su'  lezi  e smancerie. 

Una  cosa  rincrescevole 
In  suo’  borie  in  suo’  pazzie  : 

Paga  altrui  di  villanie. 

Quando  tu  gli  fai  piacere. 

Or  su,  il  resto  vo’  tacere 
E serbar  nel  pellicino.  £S 

Io  ho  rotto.  . . 


XXIII.» 

Una  vecchia  mi  vagheggia 
.Vira  e secca  in  sino  all’  osso  : 


V.  15.  Ma  pur  or,  vani.  — r.  17. 
li  cocci  m cocci.  In  cima  in  cima  : 
figuratamente,  presso  al  termine.  — 
v.  1S.  Ma  condotta , Canz.  a b.  1562 
e 68  e st.  posteriori.  — ».  19.  Lu- 
natico, colui  il  cui  cervello  patisce 
alterazione  secondo  il  variar  della  lu- 
na tEiid.  fior.  14).  — 1>.  SU.  Grilloliso. 
Capriccetto:  funtasiucciu  di  sdegno. 
— e.  21-22.  Sempre  ila  guata  intie- 
ro! c la  in  borie  e tmancerie,  cod. 
Vani.  — Sazievole.  Fastidiosa,  impor- 
tuna, increscevole;  quasi  che  generi 
sazietà;  che  anche  diciamo  stucche- 
vole. — Le».  Attucci  c gesti  svenevoli 
che  si  funno  per  lo  più  dulie  donne 
col  viso  e con  la  bocca,  che  si  chia- 
mano anche  smorfie.  — Sxa.icehie.  Le- 


zio, leziosaggine,  alto  increscevole  e 
noioso  (Edd.  fior.  14).  — t>.  23.  coni 
tlomachevolc , vanz.  Sottintendi  I’  È 
del  verso  di  sopra:  l’ediz.  Sil- 
vestri arbitrariamente  legge  È una 
coia  — ».  24.  Cosi  leggiamo  eon  i 
due  codd  (io  tuo  lezi,  vanz.)  : mala- 
mente lest.,/n  ni  borie,  in  «u  pazzie  ; 
eccetto  Silv.  che  ita  In  tue  borie,  in 
tue  pazzie.  — ».  26.  le  fai,  vanz.  e 
Silv.  — ».  27.  f*  po',  vanz.  — 
».  28.  Pelliciso.  Qui  lerbar  nel  pelli- 
ciao  vuol  significare  lo  stesso  che  ta- 
cere, non  vuotare  il  sacco.  (EiliL 
fior.  14).  Vedi  Ball.  XIX,  v.  23-24. 

» Cod.  ricc.  2723  e magi.  1034 
[ci.  VII]  : ed  i a stampa  nelle  Hal- 
lo tetti  del  sec.  XV  sotto  la  rubricu 


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316 


BALLATE, 


Non  ha  tanta  carne  a dosso. 

Che  sfamasse  una  marmeggia.  * 

Eli’  ha  logra  la  gingiva  ; 

Tanto  biascia  fichi  secchi, 

Perchè  fan  della  scili  va 
Da  ’mmollar  bene  e’  pennecchi: 

Sempre  in  bocca  n’ha  parecchi; 

Che  ’1  palato  se  gl’  invisca  : 

Sempre  al  labbro  ka  qualche  lisca 
Del  filar  eli’  ella  morseggia.  12 

Una  vecchia.  . . 

Ella  sa  proprio  di  cuoio 
Quand’  è 'n  concia  o di  can  morto 
0 di  nidio  d’avvoltoio. 

Sol  col  puzo  ingrassa  l’ orto 
(Or  pensate  che  conforto  !); 

E fuggita  è della  fossa. 

Sempre  ha  1*  asima  e la  tossa, 

E con  essa ‘mi  veleggia.  so 

Una  vecchia.  . . 

Tutta  via  el  naso  le  gocciola  : 

Sa  di  bozima  e di  sugna  : 

Più  scrignuta  è eh’  una  chiocciola. 

Poi,  s’un  tratto  el  fiasco  impugna, 

Tutto ’l  succia  come  spugna: 


di  metter  A ng.  Politiano  e nelle 
Canz.  a ballo  4562  e 68. 

V.  4.  Marueccia.  Piccolissimo  ver- 
micello clie  nasce  nella  carne  secca  c 
la  rode.  Voc.  Cr.  — V.  5.  ha  lognr 
la,  mogi.:  logora  la,  Ball.  sec.  XV. 
Noi  accettammo  logra  del  cod.  ricc.  : 
che  è sincope  usata  anche  dal  Ca- 
ro, Ere.  VII,  449.  Il  ricc.  Im  in 
margine  d’ altra  mano  le  gingia 
e al  v.  7.  tcilia.  — ».  7.  Schi- 
va. Idiotismo  per  taliva.  — ».  8. 
PessEccnt  • quella  quantità  Ai  lino 


0 lana  o cosa  simile  che  si  mette 
in  sulla  rócca  per  filarla.  > Minucci, 
annoi,  al  Maini.  X,  23.  — ».  9.  ri  ha, 
cdd.  fior,  li.:  ed  è forse  error  tipo- 
grafico. — ».  12.  che  la  morseggia , 
Canz.  a b.  1562  e 68  e cdd.  fior.  14. 
— ».  15.  nido,  magi,  e cdd.  fior.  14 
c 22.  — ».  18.  dalla  fotta,  edd.  fior. 

1 i.  — ».  21.  gli  gocciola,  Canz.  a b. 
1562  c 68  e st.  post,  eccetto  Silv.  — 
».  23.  ScRicsvTA.  Che  ha  lo  scrigno: 
(•oblia  (Edd.  fior.  14).  d'ano,  cdd. 
fiore  14. 


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BALLATE. 


317 


E vuole  anco  eh’  i’  la  baci. 

Io  le  grido  — Oltre,  va’  giaci  : — 

Ella  intorno  pur  m’  atteggia.  SS 

Una  vecchia.  . . 

Non  tien  l' anima  co’ denti, 

Chè  un  non  ha  per  medicina  : 

E’  luccianti  ha  quasi  spenti, 

Tutti  orlati  di  tonnina. 

Sempre  la  virtù  divina 
Fin  nel  petto  giù  gli  cola. 

Yiza  e secca  è la  suo’  gola, 

Tal  eh’  un  becco  par  d’ acceggia.  33 

Una  vecchia.  . . 

Tante  grinze  ha  nelle  gote 
Quante  stelle  sono  in  cielo  : \ 

Le  suo’  poppe  vize  e vote 
Paioli  proprio  ragnatelo  : 

Nelle  brache  non  ha  pelo. 

Della  peccia  fa  grembiule  : 


V.  27.  la  sgrido,  magi.  c Ball, 
sce.  XIV:  la  grido,  le  altre  si.:  va 
a giaci,  etili,  fior.  14.  — e.  29-30. 
Si  ilice  £'  lieti  V anima  co'  denti  ili 
chi  è si  rifinito  di  carne  c di  fonte, 
che  par  ch’esalerebbe  l’anima  se 
non  la  ritenesse  collo  stringere  i 
denti.  Ma  la  vecchia  della  ballala 
non  può  pure  far  ciò,  perchè  non 
non  ita  nè  meno  un  dente  che  gli 
serra  di  medicina,  di  rimedio,  cioè, 
a non  esalar  1’  anima.  — v.  30.  non 
n'  ha,  Silv.  — p.  31.  Leccumi.  Oc- 
chi : cosi  detti  per  gergo  ! Etiti,  fior. 
14.)  — r.  32.  Si  dissimula  con  la 
metafora  quel  che  sarebbe  poco 
piacevole  e agevole  a dir  chiara- 
mente. Cosi  anche  l’ Ariosto  nel 
prol.  della  Cass.:  • gli  occhi  che  le 
fodere  Rivcscinn  di  scarlatto.  • — 
v.  33.  Vituti  Dittai.  Giuoco  di  parole: 


il  vino.  — vt  31.  le  cola,  Silv.  — 
p.  36.  Accecgu.  Uccello  noto,  di  becco 
lungo,  c di  penne  simili  alla  starna: 
dicesi  anche  beccaccia  (Edd.  fior.  14). 
v.  40.  un  ragnatelo,  ricc.,  edd. 
fior  14.  c Silv.  — p.  42.  Ptccu.  Pan- 
cia (Edd.  fior.  14):  « sebbene  (,av- 
verle  il  Minucci  nelle  annotar,  al 
Mulin.,  VI,  101),  della  parte  che  è 
dallo  stomaco  al  pettignone,  pecchi 
pare  piò  verso  lo  stomaco,  panròi 
più  verso  il  pettignone.  » — A cui 
regga  lo  stomaco  può  vedere  un  si- 
mile di  questa  ballata  nell’altra  at- 
tribuita comunemente  a Lorenzo 
de’  Medici,  c che  è ili  Bernardo 
Giambullari,  la  quale  incomincia 
• Questa  vecchia  rimbambita  » e 
trovasi  nelle  raccolte  da  noi  spes- 
so citate  di  Ballatene  e Canzoni  a 
ballo. 


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313 


BALLATE. 


E più  biascia  che  le  mule, 

. Quando  intorno  mi  volteggia.  <4 

Una  vecchia.  . .. 


XXIV.' 

Io  vi  to’  pur  raccontare 
(Deli,  udite,  donne  mie) 

Certe  vostre  gran  pazzie: 

Ma  pur  vaglia  a perdonare.  4 

Se  voi  lussi  più  discrete 
Circa  al  fatto  dell’  amore. 

Ne  saresti  assai  più  liete 
Pur  salvando  el  vostro  onore. 

1 Non  si  vuole  uno  amadore 
Sempre  mai  tenere  in  gogna  : 

Che  al  meschino  al  fin  bisogna 
Le  suo’  pene  appalesare.  12 

Io  vi  vo’  pur.  . . 

Quando  e’  vede  che  tu  impeci 
Pur*gli  orecchi,  e’  grida  forte; 

Che  non  può  coprire  e ceci 
Chi  fa  ’l  dì  ben  mille  morte. 

Voi  dovresti  essere  accorte 
A stralciare  e sciorre  el  nodo, 


1 È nei  codi!,  ricc.  2723  c ma- 
gi. 1034,  c,  mancante  de’  primi 
versi,  in  quello  del  signor  Vanzo- 
Uni:  ed  è a stampa  nelle  bulla- 
Ielle  del  sec.  XV  sotto  la  rubrica  di 
metter  Ang.  Polis,  nelle  Canz.  a ballo 
del  1562  e 68. 

V.  3.  nostre,  Ball.  sec.XV,Caii7..  u b. 
1 562  c 68,  edd.  Cor.  1 8 1 4.  — c.  7.  sa- 
reste, edd.  fior  14  c 22,  Silv. — v.  8. 
con  servando,  magi.,  edd.  fior.  14.  — 
v.  10.  Coesi.  Vedi  Giostra,  1,  12.  — 
r.  11.  Al  meschino  olfio,  magi,  e edd. 


fior.  14  c 22. — v.  12.  sua  pene,  magi.  : 
sue  pene,  Cam.  a b.  1568  c st.  ree.  — 
v.  13.  Quando  vede,  magi,  e edd.  fior. 
14.  — Impeci  „.  cu  orecchi  non  vuoi 
ascoltare,  fai  la  sorda.  — v.  16. 
Così  leggiamo  con  i codd.  magi,  c 
ricc.:  il  vanz.  e le  stampe  tutte 
bulino  Che  fa....  — r.  17.  Voi  do- 
verresti.  Bali.  sec.  XV.  : Doperesti 
Canz.  a b.  1562  e 68,  edd.  fior. 
1814  e 22:  Dovereste,  Silv. — r.  18. 
metaforicamente:  diminuire  c to- 
glier 'via  le  difficoltà. 


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BALLATE. 


319 

A mostrare  il  tempo  e ’1  modo 
Ch’  e’  vi  possi  un  po'  parlare.  20 

lo  vi  vo’  pur.  . . 

Quando  poi  siate  alle  strette,  * 

Ordinate  el  come  e ’l  quando, 

Sanza  far  tante  civette, 

Sanza  avere  a metter  bando. 

Non  bisogna  ir  poi  toccando 
Fra  le  gente  piede  0 mano  : 

La  campana  a mano  a mano 
In  un  gitto  si  può  fare.  ss 

Io  vi  vo’  pur.  . . 

Sonci  mezi  ancor  da  mettere. 

Se  voi  fussi  sospettose. 

Chi  sa  legger,  con  le  lettere 
Potre’  far  di  molte  cose. 

Ma  ci  son  certe  leziose 
C’  han  paur  della  fantasima. 


V.  20.  Che  vi  potata,  ricc.,  Cani,  a 
1>.  1562  e 68,  edd.  fior  14.:  Ch’  e ’ e» 
porrà,  Mol.,  edd.  fior.  22.  Silv.  — 
V.  21.  siale  pai,  cod.  Vanz.  : poi  fiele, 
ricc.  c st.  — Siate  alle  strette:  cioè, 
in  su  lo  stringere  il  trattato,  in  su'l 
conchiudere.  — r.  22.  come  e quando, 
cod.  Vanz.:  tl  ehc  c’I  quando,  le  vece, 
st.,  Mol.  c Silv.  — r.  23.  Civette.  La 
spiegazione  di  questo  verso  è nelle 
note  che  facemmo  al  vocabolo  coc- 
coveggia della  ball.  XXI,  v.  22.  — 
o.  24.  averne,  ricc. — Metter  basco. 
Farlo  sapere  a tutti,  pubblicarlo; 
come  si  facea  delle  leggi,  dei  de- 
creti o bandi,  che  si  notificavano 
pubblicamente  in  su  le  piazze  o in 
su  le  vie  dai  banditori  a stion  di 
tromba  — v.  26.  Tra  le  genti 
piedi,  ricc.  : Tra  la  gente  0 piedi, 
Ball.  scc.  XV  : Tra  le  gente  o piedi, 
Canz.  a b.  1562  c 68,  Mol.,  SiN.: 
Tra  la  gente  o piede,  cdd.  fior.  1814 


c 22.  — v.  27-28.  Forse  questo 
modo  allegorico  è imitato  dal  pro- 
verbiale far  la  campana  d’  un  pezzo 
che  vuol  dire  finir  mi  tuo  fatto 
trnza  intermiftione.  Non  ne  ho 
trovato  altri  esempi.  — v.  29.  Sonci 
ancor  mezzi,  cod.  Vanz.  — t>.  31. 
Chi  fa  leggere,  con  lettere:  Canz. 
a b.  1562  e 68,  cdd.  fior.  1814 
e 22,  Mol.,  Silv.  — v.  32.  patria, 
Canz.  a b.  1562  e 68,  edd.  fior. 
14  c 22,  Mol..  Silv.  — t>.  33.  E’  ci 
son,  magi,  e vanz.  — v.  34.  Tron- 
chiamo paur  con  le  stampe  del  1562 
c 68  e con  tolte  le  moderne.  I inss. 
e le  vecchie  st.  I’  hanno  intera,  a 
scapito  del  metro.  Del  resto  certi 
troncamenti  non  eran  poi  tanto 
inusitati  agli  antichi.  Iacopo  da 
Lenlino  ha  madon’  per  madonna. 
E in  un  poemetto  di  Angiolo  Clau- 
dio Tolomci  sancse  in  lode  delle 
donne  di  Bologna  stampalo  nel  1514, 
t 


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323 


BALLATE. 


\ 


Ch’a  vederle  mi  vien  l'asima. 

Nate  proprio  per  filare, 
lo  vi  vo’  pur.  . . 

Una  donna  eh’  è gentile 
Sa  ricever  hen  lo  ’nvito: 

Quand’  eli’  è da  poco  e vile, 

Non  sa  mai  pigliar  partito; 

Poi  si  morde  in  vano  el  dito, 

Quand’  eli’  ha  viza  la  pelle. 

Sicché,  mentre  siate  belle. 

Attendiamo  a trionfare. 

Io  vi  vo’  pur.  . . 

XXV.‘ 

Io  vi  vo’,  donne,  insegnare 
Come  voi  dobbiate  fare.  2 

Quando  agli  uomin  vi  mostrate, 

Fa  te  d’ esser  sempre  acconce  ; 

Benché  certe  son  più  grate, 

cioè  posteriore  al  Poliziano  e coni-  fior,  del  li  c 22  c dal  Silv.:  il 

posto  nel  più  bel  fiore  della  cui-  magi,  e il  Vanz.  hanno  tutt’  altro 

tura  classica,  si  legge  « Slan  tre  verso,  Si  vuol  bene  il  tempo  usure. 

sculptur  di  lucido  berilo.  * Il  ma-  — Tmosfaiie.  Qui  godere,  darsi  bel 

•gliab.  ha  fantasma  e nel  v.  srg.  tempo  ; per  metafora  tratta  dalla 

asma.  E'  vien  l’  asma  a vedere..,  gioia  de'  trionfi  : cd  è usato  spesso 

a fare..,  ec.,  o Fa  venir  l'asma,  in  questa  significazione  ne’ Canti 

si  dice  delle  persone  lente  indù-  Carnescialeschi  nelle  Commedie  ec.  ; 

gevoli  sospettose  o degli  ulTuri  lun-  sebbene  dicasi  più  spesso  del  man- 
ghi incerti  intralciati.  — ».  39.  giare  e bere. 

da  poea,  magi.  — v.  40.  La  non  1 Cod.  laur.  44  [plut.  40]  e ricc. 

*a,  magi.  — v.  4i.  Allo  di  chi  si  2723.  Ed  è a stampa  nelle  Balla- 

pentc  con  rabbia  o dolore  di  non  tette  ec.  del  sec.  X\  sotto  la  rubrica 

aver  fatto  clic  che  siasi.  — ».  43.  di  metter  Ang.  Poliz.  e nelle  Cani, 

in  mentre,  ricc.:  liete,  st.  ree.  ec-  a ballo  del  1562  c 68. 

cello  Mol.  — ».  44.  Così  leggo  con  V.  4.  Acconce.  Bene  assetto,  hen 
le  antiche  stampe  seguite  anche  vestite;  con  bella  accomodatura  di 

dal  Molinari.  Il  ricc.  legge  Al-  capo;  linde  e adorne.  (Edd. fioroni. 

tendete  a,  ed  è seguito  dagli  cdìl.  44).  — ».  ó.  sien  più,  ricc. 


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BALLATE. 


321 


Quando  altrui  lo  vede  sconce. 

Non  si  vuol  colle  bigonce 
Porsi  el  liscio,  ma  pian  piano  : 

Quando  scorre  un  po’  la  mano. 

Una  cosa  schifa  pare.  10 

Fate  pur  che  ’ntorno  a’  letti 
Non  sien,  donne,  mai  trovati 
Vostre  ampolle  e bossoletti  ; 

Ma  tenetegli  serrati  ; 

E’  capei  ben  pettinati. 

Se  son  biondi,  me'  ne  giova  : 

Che  non  paia  fatto  in  pruova 
Di  vedergli  un  po’  sconciare.  is 

State  pur  sempre  pulite, 

I’  non  dico  già  strebbiate  : 

Sempre  el  brutto  ricoprite  : 

Ricci  e gale  sempre  usate. 

Vuoisi  ben  che  conosciate 
Quel  eh"  al  viso  si  conviene  : 

Che  tal  cosa  a te  sta  bene. 

Che  a quell’  altra  ne  dispare.  24 

V.  6.  Scosce.  Lat.  inorna/ce,  incon-  lar  significato  non  liu  esempi  nei  vo- 

cinte  (Etiti,  fior.  44V.  cioè  il  contro-  cabolari.  E intornierei:  clic  i capelli 

riodi  acconce.  Giambullari,  Sonaglio  biondi,  per  qucllorocolorepiùvi- 

deffe  rfonne,  «Se  tu  vedessi  una  donna  vaee  e risplendente,  piaccion  più  a 

per  casa,  Quand’  ella  è sconcia  e non  vedergli  sciolti  e negletti,  purché  non 

è rassettata,  L’ è verde  c gialla  ed  è paia  fatto  apposta  ec.  In  un  Risp. 

pelala  e rasa,  Che  pare  una  ver-  popol.  del  Monlamiata  : • Se  vuoi 

siera  scatenata.  • — o.  9.  corre,  etiti.  vedere  il  tuo  servo  morire,  Testi  ca- 

fior.  44.  — v.  43.  buttnlelli,  edd.  pelli  non  te  li  arricciare;  Giù  per  le 

fior.  44  e 22.  — t>.  45.  E’ capei.  Cioè,  spalle  lasciateli  ire,  Che  paion  fila 

e tenete  ben  pettinati  i capelli.  L’ etlix.  d’ oro  naturale.  » — v.  20.  Stuedbute. 

Silv.  ha  punto  fermo  alla  fine  del  Strebbiare , stropicciare,  pulire  : ed 

v.  44,  e punto  e virgola  alla  line  di  è proprio  quello  che  fanno  le  donne 

questo.  — v.  46.  Me’  se  ciova  : più  in  lisciandosi  (Edd.  fior.  44).  Bocc. 

piacciono.  Le  st.  hanno  me  ne  giova.  Laber.  : • S’  era  il  viso  c la  gola 

— r.  47.  la  prbova.  A posta,  volontà-  e ’l  collo  con  diverse  lavature  streb- 

riamenle.  Passav.  : • cose  fatte  dagli  biuta.  • — t>.  24.  Che  gue II' altra,  • 

uomini  studiosamenteed  in  pruova.  » Ballai,  .sec.  XV.  — Dispute,  fa  brut- 

— ti.  48.  vedegli , luur.:  vedetti,  ricc.  ta  visto,  scomparisce,  non  sta  bene. 

— scosciare:  usalo  in  questa  posi-  Castiglione.  Corteg.  Il:  «Non si  edi- 
zione intransitiva  c in  questo  portico-  viene  e dispare  assai  vedere  un  uo- 

POLIZIARO.  21 


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;{'22  BALLATE. 

Ingegnatevi  star  liete 
Con  be’  modi  et  avvenenti  : 

Volentier  sempre  ridete. 

Pur  eh’  abbiate  netti  e’  denti  : 

Ma,  nel  rider,  certi  accenti 
Gentileschi  usate  sempre. 

Certi  tocchi,  certe  tempre. 

Da  fare  altrui  sgretolare.  w 

Imparate  e’  giuochi  tutti 
Carte  e dadi  e scacchi  e tavole. 

Perchè  fanno  di  gran  frutti. 

Canzonette  versi  e favole. 

Ho  vedute  certe  diavole. 

Che  pel  canto  paion  belle  : 

Ho  vedute  anche  di  quelle, 

Che  ogn’  un  l’ ama  per  ballare.  <2 

E1  sonar  qualche  stormento 
Par  che  accresca  anche  belleza  : 

Vuoisi  al  primo  darvi  drento, 

Perch’  eli’  è più  gentileza  : 


mo  di  qualche  grado,  vecchio, 

cantare  in  mezzo  d’ una  compagnia 
di  donne  • — ».  32.  Gentileschi  : 
qui  graziati,  con  gentilezza.  — 
v.  33.  tocchi  e,  le  si.  — Tempre:  qui 
maniere.  — v.  34.  altri , Canz.  a b. 
1562  c 68  e st.  post.  — Scretolare  : 
è il  confringere  dei  latini  ; usato 
qui  metaforicamente  per  far  sdi- 
linquire altrui  di  dolcezza.  — 1\  36. 
Carte,  dadi,  scacchi , Canz.  a b. 
1562  e 68  e st.  moderne.  — ».  37. 
Perch’  e’  fanno,  ricc.  — ».  38.  Ho 
veduto,  Canz.  a b.  4562  e 68  e st. 
moderne.  — Diavole.  Il  Vocab.  luscia 
questa  voce  : ha  bensì  diavolessa  per 
donna  oltre  misura  impertinente  e 
riottosa.  Il  Cecchi  nella  Moglie,  4.  4 : 
. Oh  che  ne  dice  mona  diavola  7 » e 
nel  Corredo,  4,  4:  ■ Clic  ’l  capitan 


ci  messe  il  fuoco  in  casa  A darci 
questa  diavola  • e nel  Donzello,  4 : 
4.  • Che  vorrà  far  questa  diavola  7 « 
E il  Moniglia  nel  dramma  Tacere  ed 
amare,  5.  20  : • ...  questa  dia- 
vola In  terra  me  la  getta  c la  smi- 
nuzzola • (Edd.  fior.  44).  — ».  41. 
Ho  veduto  ancor,  Canz.  a b.  4562 
e 68  c st.  moderne.  — ».  42  pel 
ballare,  le  st.  — ».  43.  strumento, 
Canz.  a b.  4562  e 68  e st.  moderne. 

— ».  44.  anco,  Canz.  a b.  1562  e 68, 
Molinari,  Silv. : ancor,  edd.  fior.  44. 

— ».  45.  Al  fruo  : sottint.  invito  o 
cenno.  — Darvi  drento:  cominciare: 
e dicesi  più  volentieri  dei  suoni  e 
canti:  Cant.  Cani.  • Su,  tamburi  e 
trombette,  Datevi  dentro.  • — ».  46. 
Perchè  I’ è,  Canz.  a b.  4562  e 68. 
edd.  fior.  44  e 22,  Noi. 


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BALLATE.  323 

Molto  veggo  che  s’appreza 
Una  dama  c’ha  el  piacevole  : 

Io  per  me  queste  sazievole 
Non  le  posso  comportare.  £0 

Le  saccente  e le  leziose 
A vederle  par  eh’  i’  muoia  : 

Le  fantastiche  e le  ombrose 
Non  le  posso  aver  più  a noia. 

A ogni  un  date  la  soia, 

A ogni  un  fate  piacere  : 

EI  sapere  entrattenere 

Sempre  stette  per  giovare.  n 

Non  mi  piace  chi  sta  cheta, 

Nè  chi  sempre  lei  cinguetta. 

Nè  chi  tien  gli  occhi  a dieta. 

Nè  chi  qua  e là  civetta. 


V.  48.  Una  donna,  le  st.  — t>.  60. 
Nolte,  laur.  — ».  51.  Le  laccenti, 
Cani,  a b.  1562  e 68  e st.  mo- 
derne. — « Saccente:  die  sa:  ciar- 
liera : die  pretende  di  parlare  e di 
saper  meglio  d’  ogni  altro  qua- 
lunque cosa.  Dall’antico  verbo  lac- 
cio, fatto  dal  latino  lapin,  si  forma 
il  participio  saccente  cioè  inpiente  ; 
e in  questo  sentimento  trovasi  sac- 
ernie  appresso  antichi  scrittori.  Pren- 
desi per  aituto,  lagace  ; ma  per  lo 
più  per  preiontuoio,  impertinente , e 
per  quello  ancora  clic  i Latini  dicono 
iciolui.  [Dichiarazioni  al  Polcilà  di 
Cotognate  di  Gio.  Andr.  Coniglia.]  • 
(Edd.  flor.  14). — p.  53.  fantastiche  et, 
Ball.  sec.  XV  e Canz.  a b.  1562  c 68  j 
faniailiche ed.  Mal.  e Silv. — Ombrose  : 
sospettose.  Così  diciamo  s’è  ombralo, 
cioè  t’c  inioipetlito  .Ae'cntiMi  sospet- 
tosi che  hanno  paura  dell’ombra  (Edd. 
lìor.  14).  Dante,  Inf.,  Il  : • ...  lo  rivol- 
ve,  Come ....  falso  veder  bestia  quan- 
d'ombra. — v.  54.  Piti  non  posto 


averle,  Canz.  a b.  1562  c 6S  e Slot. 

— ».  55-6.  Ad  ognun,  Canz.  a li. 
1562  c 68  e st.  moderne.  — Date: 
la  soia.  Dar  la  iota,  adulare,  piag- 
giare, lodare  smodsraiamente  o per 
adulazione  o per  beffe  (Edd.  fior. 
14).  Ma  il  Sulvini  nelle  annotar, 
alla  Tancia,  IV,  4,  spiega  la  loia 
ti  dà  per  li  fa  le  carezze.  E pioce- 
rebbemi  meglio.  — v.  57.  Che  7 
saper  ben,  Canz.  a b.  1562  e 68 
e st.  moderne.  — Estrattesere.  Qui, 
tenere  a bada  con  speranze  e lusin- 
ghe. — ».  58.  Sempre  isti,  ricc.  — 
Stette.  Stare,  usato  qui  in  signifi- 
cazione di  essere.  — v.  60.  E chi, 
laur.:  tempre  mai,  Canz.  a b.  1562 
e 68  c st.  moderne.  — Ci  accetta,  Cin- 
guettare, il  parlare  dei  fanciulli,, 
quando  e’ cominciano  a favellare; 
ciarlare  istucebevolmente  di  bagat- 
telle e di  cose  vauc  (Edd.  fior.  14), 

— v.  6I.Tie.v  cu  occhi  a dieta  : fa  a ri- 
sparmio di  occhiale  e di  sguardi.  — 
v.  62.  Civetta.  Ci'rc/fai  fj.qui  nel  scm- 


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BALLATE. 


Sopra  tutte  mi  saetta 
Quello  eh’  usa  qualche  motto, 

Che  vi  sia  misterio  sotto 
Ch’  io  lo  sappia  interpretare.  C6 

Se  tu  vai  o stai  o siedi. 

Fa’  d’ aver  sempre  maniera  : 

Muover  dita  e ciglia  e piedi 
Vuoisi  sempre  alla  smanziera. 

Fa’ a tutti  buona  cera. 

Fa’  che  mai  disdica  posta  : 

Ma  di  quel  che  non  ti  costa 
Fanne  ogn’  un  contento  andare.  - 74 

Fatti  sempre  partigiani. 

Dove  sei,  fino  alle  gatte. 

Fino  a’  topi,  fino  a’  cani  : 

Non  far  mai  volentier  natte. 

Lascia  farle  a certe  matte. 

Abbia  sempre  una  fidata. 


60  di  volger  gli  occhi  intorno  con 
curiosità  c vanità  e con  allettative 
femminili  : a quel  modo  che  il  Pulci 
nel  Slargante,  XXIV,  41,  usò  far  In 
civetta  (dagli  alinoci  che  suol  fare 
col  capo  cotesto  uccello)  « Non  ti 
vid’  io  parlar  con  Bianciardino  Nel* 
l'orto  c in  qua  c in  là  far  la  civetta?  > 
L’ uno  e T altro  modo  son  vivissimi 
nell’  uso  toscano.  — ».  63.  Hit  saet- 
ta. Oggi  giorno  direbbesi,  con  mcn 
d’ efficacia  e alquanto  di  barbarie, 
mi  colpi  tee,  mi  fa  un’  imprcstionc. 

— ».  67.  vai,  Hai,  Canz.  a b.  1562 
e 68  e Mol.  — ».  69.  dila,  ciglia, 
Canz. .a  b.  1562  e 68  e st.  moderne. 

— ».  70.  Alla  smanzieua.  Da  iman- 
xiere,  vago  di  fare  all’  amore  o 
drudo  (Edd.  fior.  14).  Le  stampe 
moderne  hanno  una  virgola  o un 
punto  e virgola  alla  fine  di  questo 
verso,  e leggono  insieme  con  le  an- 
tiche Fare  in  principio  del  v.  se- 


guente, dopo  il  quale  mettono  un 
punto  fermo.  — ».  71.  Buona  cebi. 
Burnì  viso.  Cera  per  volto,  usato  da- 
gli antichi  anche  in  alto  stile,  è 
comunissimo  nel  parlar  famigliare 
toscano.  — ».  72.  Posta,  Occasione, 
opportunità:  o meglio  forse,  quella 
somma  di  denaro  che  i giuocatori 
c incordano  che  corra  volta  per  volta 
nel  giuoco;  usato  però  metaforica- 
mente. E il  disdire  è rifiutare  qui, 
clic  che  ne  dicano  certi  linguaioli 
maestri  nostri.  — ».  76.  Dove  tir, 
ricc.  — ».  78.  Fab  baite::  secondo 
il  Varchi,  nell’  Ercnl.,  è lo  stesso 
che  far  le  cilecche.  Salta  dicesi  per 
beffa  o burla,  metaforicamente,  da 
una  specie  di  tumore,  a quel  modo 
che  adoperasi  nello  stesso  senso  os- 
trica. Cirif.  Culv.  Ili,  79  : « ....  nes- 
suno Guarda  non  ne  facesse  Irti  (fa 
o natta.  • — ■ ».  80.  Abbi  tempre, 
Canz.  a b.  1562  e 68  c st.  moderne. 


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BALLATE. 


Che  ti  sappi  una  imbasciata 
Una  lettera  portare.  $2 

Fuggi  tutti  questi  pazi, 

Fuggi  fuggi  gli  smanzieri  : 

Fa'  la  casa  te  ne  spazi  : 

Non  ber  mai  con  lor  bicchieri. 

Oggi  qui  e colà  ieri,  , 

N’  hanno  a ogni  stringa  un  paio  : 

L’ asinin  del  pentolaio 

Fanno:  e santi  anche  rubare.  io 

Pigliate  uomin  eh’ abbin  senno 
E che  sien  discreti  e pratichi 
E che  ’ntendino  a un  cenno 
E non  sien  punto  salvatichi  : 

Come  veggo  ta’  lunatichi 
Muffaticci  goffi  e rozi. 

Certi  guadi,  certi  ghiozi 


V.  81.  sappia...  ambasciala , lanr. 
— t).  SA  : fuggi  o gli  smanzieri,  coti, 
laur.  — ».  86.  co'  lor  : le  stampe.  E 
questo  verso  viene  a dire  : Non  volere 
aver  che  fare  nulla  con  loro. — ».  87. 
quivi,  le  st.  — ».  88.  I codd. 
leggono  Hanno:  noi  abhiam  cre- 
duto dover  seguire  le  stampe  tulle 
che  leggono  N'hanno,  cioè  delle 
dame,  delle  amate.  Gli  edd.  fior, 
del  14  ritano  un  verso  del  Ber- 
ta nell’  Orlando  innarn.  « Ogni 
crislian  n'  ara  cento  per  stringa.  • Il 
Baldovini  nel  Cecco:  « Che  de' dami 
ne  vuoi  quattro  per  tasca.  > — 
».  89.  L’asin  del,  laur.  c ricc. 
Far  come  l’asino  (o  V asinino)  del 
pentolaio  dicesi  di  chi  si  ferma 
n cicalare  con  chiunque  trova  : per- 
chè l’ asino  del  pentolaio  si  ferma 
ad  ogni  uscio.  Voc.  Cr.  Ma  qui  è 
applicato  propriamente  agli  sman- 
zieri  che  si  mettono  a occhieggiare 
c civettare  con  oguuua  : che  è an- 


che più  chiaro  in  questo  esempio 
del  Donzello  di  G.  M.  Cerchi  : «...  E 
colcst’  altro  Che  non  islà  contento 
a venti  donne?  L’asin  del  pento- 
laio: anco  che  questo  E vizio  della 
nazione.  « — ».  93.  ad  un,  edd. 
fior.  14  e 32  e Silv.  — ».  95. 
Come  io  veggo,  le  st.  — ».  96.  Muf- 
faticci. Muffaticcio,  metaforicamen- 
te, mal  complessionato  (Edd.  tìor. 
14).  — e.  97.  ignoffì,  Ball.  sec.  XV, 
Canz.  a h.  1562  e 68,  Mol.  Nè  gnaffo 
nè  ignaffo  sou  registrali  per  ora 
nei  Vocabolari  : dove  perù  abbiamo 
gna/fli:  che  secondo  l' Alberti  vale 
birba , secondo  l' Amati,  di  naso 
schiaccialo,  sima  ; ma  per  il  Ce- 
sari è meretrice  : nel  qual  senso 
per  vero  è adoperalo  anche  dal 
Varchi  nella  Suocera,  a.  1,  4,  3. 
— Ghiozzi  : uomini  di  grosso  in- 
gegno cd  ottuso,  delti  cosi  dalla 
gran  testa  di  questo  pesce  (EdiL 
lìor.  14). 


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BALLATE. 


Buoni  a punto  a sbavigliare.  is 

Vuoisi  ancor  la  industria  mettere 
Nello  scriver  bene  e presto 
E ’n  saper  contraffar  lettere. 

Che  la  cosa  vada  a sesto. 

Sarà  forse  anche  buon  questo. 

Ch’io  v’insegni  un  certo  inchiostro 
Che  fie  proprio  el  caso  vostro 
Se  ’I  vorrete  adoperare.  103 

Nello  scriver  sie  pur  destra 
Si  che  ’l  giuoco  netto  vada. 

Chi  è pratica  e maestra 
Tiene  un  po’  el  brigante  a bada, 

Che  non  paia  che  alla  strada 
La  si  gitti  al  primo  tratto  : 

Poi  conchiude  pure  affatto 
Sanza  troppo  dondolare.  m 

Sopra  tutto  tieni  a mente 
D’ andar  sempre  a ogni  festa 


VI  tOl.  E saper , Canz.  u b.  1 562 
c 68.  In  taper,  cdd.  fior.  14.  — 
«*.  102.  radia,  ricc.  — Vada  a sesto. 
Vaila  in  ordine,  bene  (Edd.  fior. 
14).  Caro,  Leu.:  « Non  potrebbe 
Tur  cosa  che  tornasse  più  a sesto.  > 

— r.  104.  Che  v'  intrgni.  Cani,  a 
b.  1562  e 68  e st.  post.  — ».  105. 
/fa,  Cinz,  o b.  1562  e 68  est.  po- 
steriori : al  calo,  edd.  fior.  14  e 22. 

— Eie  PRorn'o  ’l  caso  vostro.  Sarà 
proprio  quel  che  vi  bisogna.  — 
v.  107.  tia  pur,  Ball.  sec.  XV.  Noi. 
e Silv.  : fia  più.  Cane,  a b 1562 
c 68  e edd.  fior.  14.  — e.  110. 
Tic-vc.  ..  A bada.  Trattenere  e ritardar 
uno  dal  suo  pensiero  e dalla  sua 
Impresa  (Edd.  fior.  14).  Bricaute: 
qui  forse  colui  che  si  briga  che  si 
dà  faccenda  per  ottenere  il  suo  de- 
siderio : se  pure  non  è da  prendersi 


per  uomo  di  bel  tempo,  come  di 
Frate  Cipolla  dice  il  Boccaccioch'c’fu 
• il  miglior  brigante  del  mondo.  » 

— ».  111-12.  Alla  strada  la  si  cittì. 
Gettarti  alla  strada,  assassinare,  ru- 
bare i passeggieri  per  le  strade: 
qui,  appigliarsi  a che  che  sia  che 
si  presenti  dinanzi  (Edd.  fior.  li). 

— 0.112.  el  primo  tratto,  laur. — 
».  114.  Dovdolare:  consumare  il 
tempo  senza  far  nulla,  stare  fra  il 
sì  e il  no  (Edd.  fior.  14).  Onde 
il  Dond  d diodo l dandoti)  della 
Canr.  a ballo  XX.  — ».  115.  ti  sin 
a mente,  laur..  Canz.  a b.  1562  c 68, 
cdd.  fior.  11.  — ».  116.  ad  ogni, 
edd.  fior.  14  e 52.  — ».  115-18.  Ovid. 
Art.  am.  I : « Sic  ruit  in  re!ebr*s 
ci:  tlissi  ma  feiniua  ludos  ..  Spedatimi 
veniunl. veniunt  spectentur  ut  ipsa:: 
llle  locus  casti  dumna  pudoris  ha- 


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BALLATE.  327 

Bene  in  punto  fra  la  gente, 

Perchè  quivi  amor  si  desta. 

Se  qualcuno  el  piè  ti  pesta. 

Non  dà  briga  ; sta’  pur  soda  : 

Chi  ti  serve  onora  e loda 
Si  vuol  sempre  carezare.  122 

È ben  buona  a dar  la  salda 
Qualche  po’  di  gelosia  : 

Una  fredda  et  una  calda 
Fa  eh’  amor  non  si  disvia. 

Non  dir  più,  canzona  mia, 

Ch’  elle  son  cattive  troppo  : 

Or  su,  el  mio  cavallo  è zoppo 
E non  può  più  camminare.  430 


XXVI.' 

Donne  mie,  io  potre’  dire 
Assai  mal  eh’  io  non  vo’  dire. 
Potre’  dir  che  non  sapete 
Contentare  e'  vostri  amanti 
E che  voi  non  la  ’ntendete 
A scacciarli  tutti  quanti. 


bet  : » e * Mcns  crii  api»  capi  lune 
quum  latissima  rerum  Ut  segei  in 
pingui  luxuriabit  liumo;  Pectora 
cium  gaudent  nec  sunt  adslricta  pu- 
dore, lpsa  palent  : blonda  tum  su- 
bii arie  Venus  • — ».  417.  Boe 
io  pneo  : in  assetto,  in  acconcio: 
ben  messa.  Di  questo  modo  avver- 
biale per  signillcure  l’ acconciamento 
massime  del  vestire,  che  è vivissimo 
ancora,  manca  uu  esempio  aliuen 
cosi  chiaro  nei  Vocab.  — e.  420.  dar 
briga,  edd.  fior.  1 i e st.  post.  — Non 
Dt  briga  : cioè  non  è cosa  che  ti 
debba  dar  molestia  o dispiacere. 
— ».  422.  accarezzare,  Cani,  a 


b.  4562  c 68  c edd.  fior.  44.  — 
».  423.  buona,  le  st.  — Dar  la  sal- 
da : qui,  metaforicamente,  mantener 
l’amore  (Edd.  flor.  14).  — ».  425. 
E una  fredda  e,  Canz.  a b.  4562 
e 68  c st.  moderne.  — Darne  una 
fredda  e una  calda,  dir  la  cosa 
ora  in  uu  modo  ora  in  un  altro, 
dare  una  buoua  nuova  c una  catliru 
(Edd.  fior.  44).  — ».  428.  Che  le, 
stampe  — ».  429-30.  Metaforica- 
mente : sono  stanco  di  più  trattare 
queslo  argomento,  mi  comincia  a 
mancar  la  vena. 

< Cod. riccardiano  2723:  tiiz.  fior. 
1SI4. 


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328  BALLATE. 

Se  voi  dicessi  — E’  son  tanti 
Cli’  io  non  so  come  mi  fare,  — 

Io  vi  potrei  insegnare  : 

Ma  io  no  ’l  vo’  però  dire.  ic 

Quando  son  tanti  manzieri 
Che  in  persona  vanno  e in  petto, 

Ch’  oggi  non  son  dove  ieri 


V.  7.  diceste,  edtl.  fior.  1 4.  A que- 
sto verso  il  Maggi  nella  eil.  Ap- 
pendice osserva  : « Tulli  i versi  deb- 
bono essere  ottonari;  ma  ne’ versi 
ottonari  !’  accento  deve  battere  sulla 
terra  sillaba  : dunque  : Se  diceste, 
c’  sono  tanti.  ■ E la  correzione  passò 
nell’  ediz.  Silvestri.  Ma  il  vero  è 
che  nella  poesia  cantata  degli  anti- 
chi, come  in  quella  del  popolo  di 
tutti  i tempi,  v’è  gran  libertà  nella  di- 
sposizione degli  accenti,  i quali  ven- 
gon  più  presto  determinati  dall’  in- 
flessione della  voce  nel  canto  che  da 
una  regola  certa  di  prosodia.  Pai, 
Uggendo,  una  breve  posa  su  la  ter- 
za sillaba,  di,  e scorri  leggero  sulla 
quinta,  si-c’  ; e sentirai  iutiera  l’ar- 
monia dell’  ottonario  — o.  10.  Ila  io 
noi  voglio  però,  Maggi  e Silvestri,  qui 
e al  t>.  1S.  Ma  nò  pur  qui  vi  era  bi- 
sogno di  concieri  ; chi  ripensi  che 
gli  antichi  non  solevano  elidere  i 
monosillabi,  e chi  Taccia  una  posa  su 
la  terza  sillaba,  no  ‘l,  scorrendo  lieve 
lieve  su  la  quarta,  vu‘  — «.11.  tan- 
to smanzieri,  le  st.  — Mazzieri:  qui 
intenderei,  strettamente  all’  etimolo- 
gia, cercatori  o scguitalori  di  manze 
o amanze,  amatori.  — v.  12.  in  per- 
sona v‘  hanno,  edd.  fior.  11.  Su  la 
qual  lezione  cosi  ò introdotto  a par- 
lare il  Poliziano  stesso  nella  Par- 
sa l Poeti  che  è nella  Proposta: 
• Ti  è nota  la  frase  Stare  0 Andare 
in  petto  eia  rsona  per  Andare  o 


Star  ritto  della  per  sona, c suolsi  dire 
di  quelli  clic  vanno  pettoruti  e stan- 
no sulla  bella  vita.  Io  feci  uso  di 
questa  dizione  nella  Ballata  Donne 
mie  cc.  ; c alla  seconda  strofa,  par- 
lando dei  damerini,  dissi  : Quando 
son  tanto  smanzieri  Che  in  persona 
vanno  c in  petto  ec.  Ora  questa 
frase  toscana  dal  toscano  mio  illu- 
stratore non  è stata  punto  compre- 
sa. Egli  ha  sostituito  al  v.  andare 
il  v.  onere,  ed  ha  letto  »'  /mano  in- 
vece di  vanno.  • Così,  in  persona 
del  Poliziano,  V.  Monti.  Ma  è da 
avvertire  che  più  comunemente  si 
legge  e si  dice  Andare  in  sulla 
persona  (Sigoli,  Viaggio,  « Come 
vanno  bene  in  sulla  persona  >),  c 
clic  di  andare  id  petto  veramente 
non  ci  sono  altri  esempi  che  questo 
del  Poliziano  : v’  è però  la  frase  Stare 
in  petto  e in  persona  per  Star  fermo 
e immollile  in  un  luogo:  cosi  il  Firen- 
zuola, amenamente,  nella  questione 
delle  lettere  col  Trissino  : « A me 
pare  che  senza  far  cosa  del  mondo 
egli  [il  k]  si  stia  in  mezzo  dello  alfa- 
beto in  petto  e in  persona  a ridersi 
di  color  ee.  • — • v.  13.  Oggi  non, 
edd.  fior.  14.  E da  tale  falsa  lezioue 
proccdea  I’  incertezza  nell’  intendi- 
mento di  questa  stanza  : onde  il 
Maggi  proponeva  di  cambiare  l’ E 
che  del  v.  seg.  in  Poiché  (c  fu  fatto 
nell’ ediz.  Silvestri)  c di  porre  un 
punto  fermo  nel  fine  del  v.  14. 


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BALLATE.  320 

E che  v’  hanno  pel  ciuffetto; 

Bigna  allora  girar  netto 
E saper  tener  la  pratica 
E mostrarsi  lor  salvatica. 

Ma  io  noi  vo’  però  dire.  là 

Ch’  e’  son  tanti  civettoni 
Che  l’han  sopra  la  berretta; 

Vagheggiano  a’  gonfaloni, 

Van  dove  el  pazo  gli  getta. 

Sovvi  dir  eh’  è pazia  pretta 
A mostrar  loro  un  buon  viso. 

Che  no  lievon  poi  un  riso 
Che  io  no  ’l  potrei  ma’  dire.  26 

Dar  bisogna  lor  di  pala 


V.  1 4.  V’  muso  pel  ciuffetto.  Non 
è chiarissimo  ; come  non  voglia  si- 
gnificare, Vi  tengono  in  lor  balia 
in  lor  potere.  Di  questa  locuzione  i 
Vocabolari  portano  esempi  solo  nei 
modi  figurati,  Aocrc  il  Icone  o la 
fortuna  0 il  tempo  pel  ciuffclto.  — 
n.  15.  Bisogna  allora  girar  retto, 
eild.  fior.  14.  Il  Maggi  nella  cit.  Ap- 
pendice proponeva  si  leggesse  Uopo 
è in  vece  di  Bisogna,  e nello  I’  ul- 
tima parola  del  verso  : dove  però 
afferma  che  il  cod.  trivulziano  leg- 
ge con  miglior  lezione  giurar  nello. 
i Sello  legge  pure  il  riccardiano.  La 
prima  correzione  non  accettammo  ; 
e leggiam  meglio  Bigna,  accorcia- 
mento clic  fa  il  popolo  fiorentino 
della  terza  persona  indicativa  di 
bisognare , di  cui  si  trovano  esempi 
negli  scrittori  borghesi  del  quattro 
e cinquecento  e che  è sempre  vivo 
nella  parlata  del  contado  fiorentino. 
Vedi  le  Commedie  del  Fagiuoli.  — 
v.  19.  Civettoni.  Mctaf.  Civettone  di- 
cesi di  amator  finto  che  vagheggia 
le  dounc  anzi  per  vanità  c per  po- 

\ 


terlo  ridire,  che  per  amore  (Edd. 
fior.  14).  — v.  20.  L’ tua,  cioè  il 
cervello.  Avere  il  cervello  sopra  la 
berretta  significa  Procedere  inconsi- 
deratamente e con  poco  senno  (Edd. 
fior.  14).  Nei  Vocabolari  non  è ri- 
portata questa  dizione  come  I’  usa  il 
Poliziano,  Averlo  sopra  la  berretta. 
— 21.  Vagheggiano  i,  edd.  fior.  14. 
Il  Maggi  propose  e il  Silv.  nella  sua 
ediz.  corresse  : Vagheggiando  i.  E 
qui  dee  voler  dire  : Guardano  al- 
l’ aria  spavaldi  e inconsiderati.  — 
».  22.  Dove  la  loro  pazzia  li  trasporla 
(Edd.  fior.  14).  Il  Maggi  propose  e 
il  Silv.  nella  sua  ediz.  corresse  : 
Vanno  dove  il  pazzo  getta.  — 
v.  21-25.  Lievov,  cioè  levano.  Qui 
gli  edd.  fior,  del  14  ebber  la  va- 
lentia di  saper  leggere  nel  codice. 
Che  c nell'  istrioni  (!!!)  poi  un  riso. 
Se  ne  scandalizzava  il  da  ben  Mag- 
gi, c per  mera  congettura  propo- 
neva d’  emendare  : E ne  fanno  isto- 
rie c riso  Tal  eh’  io  noi  potrei  mai 
dire.  — t>.  27.  Bisogna  dar  lor  di 
pala,  cod.  ricc.  e edd.  fior,  del  1 i. 


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330 


BALLATE. 


E mandarli  al  generale  ; 

Chò  si  può  chiamar  cicala 
Chi  non  dice  altro  che  male. 

Ma  gli  è cosa  naturale 
Aver  un  che  tu  più  ami. 

Per  me  lascia  gli  altri  dami, 

Fa’  quel  eh’  io  non  posso  dire.  34 


XXVII.1 

Io  vi  voglio  confortare. 

Voi  che  avete  a maritarvi. 

Di  voler  prima  provarvi 

Con  colui  che  avete  a stare.  4 


Qui  accettammo  la  correzione  del 
Maggi  passata  nell’  ediz.  S:lv.  : tali 
trasposizioni  di  parole  a danno  dellu 
misura  del  verso  erano  arbitrii  non 
infrequenti  degli  antichi  copisti.  — 
D»r  di  pala  : cacciarli,  spazzarli  via  : 
o,  come  oggi  direbbesi,  pigliar  la  gra- 
nata. — v.  28.  Mandarli  al  generale. 
Non  saprei  spiegarlo,  se  non  pren- 
dendolo per  una  variante  della  lo- 
cuzione Spacciare  pel  generale  (equi- 
valente all’  altra  tuttora  viva,  Stare 
su  le  generali)  cosi  interpetruta  dal 
Varchi  nell’  Ercol.:  • Si  dice  di  co- 
loro che  dimandati  o richiesti  d’  una 
qualche  cosa  rispondono  finalmente 
senza  troppo  volersi  ristrignere  e 
venire,  come  si  dice,  a’  ferri.  » — 
v.  32.  dorr  uno,  Silv.  — ».  33. 
Ma  lascia  per  me  gli  altri  tua  da- 
mi, il  cod.  e gli  edd.  fior.  14.:  ila 
lascia  gli  altri  tuo'  dami,  edd.  fior. 
22.  Accettammo  la  correzione  del 
Maggi  passata  neli’ediz.  Silvestri. 

t Questa  Ballata  trovasi  in  un  li- 
bretto di  poesie  di  diversi  autori 
dove  ha  luogo  il  Mantellaccio , ed  è 


attribuita  al  Poliziano  (Edd.  fior.  Ut. 
È pure  nelle  Ballatene  ec.  del  se- 
colo XV  e nelle  Canz.  a ballo  1562 
e 68,  notata  in  ambedue  le  stampe 
d’  un  P.  nel  principio. 

V.  4.  Che  Avere  ec.  In  lingua  aulica 
dovrebbe  dire  Con  che  o con  cui  ave- 
te ec.  Ma  il  popolo  toscano  non  mai, 
o rado,  mette  i segni  e le  preposi- 
zioni che  la  grammatica  richiede 
per  la  declinazione  del  pronome 
che,  il  quale  da  esso  popolo  è usato 
come  indeclinabile  e assoluto  E di 
questo  uso  abbondano  esempi  clas- 
sicissimi e nobilissimi.  Bocc.,  Dee. 
X,  8:  « Alla  qual  cosa  forse  così  libe- 
ral non  sarei,  se  cosi  rude  o con 
quella  difficolti  le  mogli  si  trovas- 
ser  che  si  trovan  gli  amici.  • e In- 
trod.  : • panni  l’ ombre  di  coloro  che 
sono  trapassati  vedere  e non  con 
quegli  visi  che  io  soleva  : » in  am- 
bedue i quali  passi  grammatical- 
mente doveasi  dire  Con  che.  Ed  al- 
tri esempi  molti  di  questo  uso  del 
che  in  posizioni  diverse  potrebbonsi 
recare  dal  Boccaccio  e dal  Petrarca. 


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BALLATE.  331 

l’ so  ben  eh’  i’  me  ne  pento, 

Ch’  io  non  presi  tal  partito  : 

Non  arei  tanto  tormento 
Quanto  sempre  i’  ho  sentito. 

Quand’  i’  presi  il  mio  marito, 
l’ credetti  aver  ben  fatto  : 

Or  io  trovo  che  gli  è matto. 

Nè  con  lui  posso  durare.  a 

Io  vi  voglio.  . . 

Se  la  sera  io  gli  ricordo 
Che  provvegghi  da  mangiare. 

Dice  — Tu  hai  dell’  ingordo, 

Né  ti  posso  mai  saziare.  — 

Vo’  la  borsa  trassinare 
Per  aver  de’  mie’  bisogni, 

Trovo  eh’ è piena  di  sogni; 

Nè  mi  vale  il  lusingare.  20 

Io  vi  voglio.  . . 

Pur  se  fossi  almen  discreto 
Che,  trovandosi  isvogliato, 

S’ io  mangiassi,  stessi  cheto, 

Ch’ogni  assai  m’ha  contentato  ! 

Ho  perduto  mezo  il  fiato 


V.  7.  aerei,  edd.  fior,  t A e si.  re- 
centi. — e.  li.  Ora  i'.  Cani,  a b. 
1562  e 68,  e st.  recenti:  ch'egli 
è,  edd.  fior.  14  e st.  ree.  — p.  13 
e segg.  Metaforicamente.  — v.  14. 
provvegga,  Cam.  a b.  1562  e 68,  e 
st.  recenti. — v.  15-16  E' mi  dice, 
ho  dell'  ingordo  Nc  mi  posto  mai 
•aliare,  Ball.  sec.  XV.  — p.  17. 
Tbassiiure,  Maneggiare.  — v.  18. 
De’  bei  Bisoc.ii.  Cioè  di  quel  clic  mi 
bisogna  : eleganza  popolare  tuttora 
viva  in  Toscana.  Anche  il  Bocc., 
Dee.,  IV,  8.  « ...possa  ...  pe’  nostri 
bisogni  a Firenze  andare.  • — c.  19. 
Trovala  piena,  Canz.  a b.  1562  c 63 


e edd.  fior.  14  e 32.  Il  Maggi  pro- 
poneva di  leggere  Piena  trovola  : 
e la  correzione  passò  nell’ ediz.  Silv. 
Noi  accettammo,  togliendo  via  la 
ridondanza  del  la,  la  lezione  delle 
Ballatene  del  sec.  XV:  Trovala  eh'  c 
piena.  Pier*  di  sogri.  Vuota,  senza 
nulla.  Cosi  viver  di  sogni  e oion- 
giar  sogni  dicesi  di  chi  non  ba  di 
che  vivere  o mangiare.  — v.  22.  tro- 
vandosi isveglialo,  Ball.  sec.  XV, 
dove  isveglialo  è certamente  error 
tipografico  invece  di  isvogliato  : tro- 
vandolo svegliato.  Canzoni  a ballo 
1562  e 68,  edd.  fior.  14  c stampe 
recenti. 


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332 


BALLATE. 


Per  gridare  e zuppa  e pappa. 

Sciagurata  a chi  v’incappa, 

Che  bisogn'  ire  accattare.  ss 

Io  vi  voglio.  . . 

Quand’  io  vo’  certe  tre  lire 
Che  più  volte  mi  ha  promesso, 

Di  contar  non  può  finire 
Che  non  facci  uno  interesso  : 

Quand’  egli  ha  contato,  appresso 
E’nc  vien  moneta  falsa. 

Per  savore  e’  mi  dà  salsa  : 

E conviemme!  sopportare.  36 

Io  vi  voglio.  . . 

Non  ponete  troppa  cura. 

Se  vedete  sien  garzoni  ; 

Chè  faran  buona  misura  : 

Sempre  pagon  di  grossoni  ; 

Per  levar  via  le  quistioni. 

Conteranno  sette  volte  ; 

Nò  macinano  a raccolte  ; 

Nò  bisogna  lusingare.  44 

Io  vi  voglio.  . . 


V.  27.e' incappa, edit.  fior.14.ViN- 
cappa.  S’ inco» Ira,  si  avviene  in  simil 
, condizione  o in  simili  persone.  — 
v.  29.  quando  vo,  Ball.  sec.  XV.  — Tue 
lire.  Di  questa  metafora  o allegoria,  di 
cui  si  trovano  altri  esempi  nelle  Canz. 
a ballo  e ne’ Canti  curnescialeschi, 
io  non  saprei  dare  spiegazione  si- 
cura : ma  certo  è di  senso  inde- 
cente. — t>.  40.  pagan,  edd.  fior,  14 
e si.  ree.  — Grossoni.  Moneta  antica 
fiorentina  die  valeva  venluu  quat- 


trini. Qui  è detto  con  equivoco; 
continuando  alla  metafora  delle 
ire  lire.  — e.  41.  levare  le  gue- 
elioni,  edd.  fior,  e st.  ree.  — 
».  43.  Macinano  a raccolte.  Si  dice 
de’  mulini,  clic  macinano  a raccolta, 
« quando  per  mancunza  d’ acqua 
non  possono  continuo  macinare  ma 
aspettano  la  colla.  • Voc.  Cr.  Qui 
però  è allegoria  boccaccia»»  clic  non 
importa  spiegare.  — v.  44.  il  lusin- 
gare, Ball.  sec.  XV. 


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BALLATE. 


333 


[INCERTE.] 


XXVIII.1 


E’  non  c’  è niun  più  bel  giuoco 
Nò  che  più  piaccia  a ciascuno 
Ch’  esser  dua  e parer  uno  : 

Chi  noi  crede  pruovi  un  poco.  4 

Chi  non  Io  sapessi  fare 
Venga  a me  che  gliele  insegni. 

Non  bisogna  adoperare 
A ’mpararlo  molti  ingegni  ; 

Pur  che  da  natura  vegni. 

Come  viene  all’  asinino 
Che  non  è mai  si  piccino 
Che  non  sappi  fare  un  poco.  12 

Già  ne  viddi  una  che,  v’  era 
Nel  principio  poco  destra, 

E poi  la  seconda  sera 
Diventò  buona  maestra. 

A un  gambo  di  ginestra 


« La  presente  ballata  non  trovasi 
nei  codici  da  me  conosciuti  nè  in 
veruna  moderna  raccolta  delle  poe- 
sie di  M.  Angelo.  Ma  è nelle  Bal- 
latene ec.  del  sec.  XV,  con  in  fronte 
la  iniziale  P.  (la  quale  è il  segno 
che  contraddistingue  le  ballate  del 
Poliziano,  come  L.  quelle  di  Lorenzo 
de’ Medici)  fra  le  contenute  sotto  la 
* prima  rubrica  Ballatale  del  magn. 
I.orcnzo  de'  Medici  e di  m.  Angiolo 
Poliziano  e di  Bernardo  Giambtir - 
lari  e di  molti  altri  : è anche  nelle 
Canzoni  a ballo  4562  e 68,  vera- 
mente senza  la  iniziale  P,  ma  posta 
subito  dopo  l’ altra  lo  vi  voglio  con- 
fortare [XXVII  in  questa  edizione] 


che  ha  quel  segno.  Onde  le  ragioni 
di  autenticità  vengono  ad  esser 
presso  a poco  le  stesse  cosi  per 
quella  come  per  questa. 

V.  1.  Aon  e’  è,  donne,  il  più, 
Canz.  a b.  1562  e 68.  -■■  0.  3.  due , 
Cuuz.  a b.  1562  e 68.  Il  Voliera  di 
L.  de’  Medici  dice  alla  Mencia,  st.  29, 
• Vietitene...,  Ch’  io  metta  le  mie 
bestie  fra  le  tua,  Che  parremo  uno  c 
pur  saremo  dua.  » — r.  6.  X'cnghi... 
glie  lo  ’nsegni,  Canz.  a b.  1562  c 68. 
— Por.  Cosi  le  st.  Ad  alcuno  potrebbe 
parere  clic  si  dovesse  leggere  Par.  — 
v.  9.  Vecsi.  Venga.  — v.  12.  Sappia, 
Canz.  a b.  1562  e 68.  — t),13.  Vidi 
già  una  che  era.  C inz,  a b.  1562  c 68. 


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334 


ballate. 


Le  ’nsegnai  la  prima  volta  : 

Non  mi  fu  fatica  molta 

A ’nsegnarle  sì  bel  giuoco.  £J 

E’  bisogna  sofferire. 

Lasciar  far  quel  che  l' è fatto 
E lo  ’ngegno  bene  aprire. 

Chi  imparar  vuol  a un  tratto. 

Non  è niun  sì  sciocco  e matto. 

Che,  se  ’l  giuoco  punto  dura. 

Non  gl’  insegni  la  natura  ; 

Chè  s’ impara  a poco  a poco.  2S 

Par  da  prima  un  po’  fatica 
Fin  che  1’  uom  si  sia  avvezo: 

Non  è niun  poi  che  non  dica 
Contento  esser  po’  da  sezo  : 

Chi  la  danza  mena  un  pezo 
Fin  che  vien  quel  che  altri  vuole. 

Nulla  prima  e poi  gli  duole  ; 

Nè  vorre’  fare  altro  giuoco.  36 

Un  maestro  c’  è di  scuola 
Che  bottega  di  ciò  tiene: 

Chi  avessi  una  figliuola 
Che  ’mparar  volessi  bene. 

Se  l’ è sana  delle  rene. 

Saprà  presto  il  giuoco  bello  : 

Fia  come  un  arrigobello. 

Come  arà  imparato  un  poco.  « 

E’  ci  è bene  un  altro  modo, 


Vr.  tS.  Gl'  insegnai.  Cani,  a b. 
1562  e 68.  — ».  20.  A insegnar- 
li, Cam.  a b.  1562  e 68.  — ».  24. 
Chi  imparare , Cam.  a b.  1562  e 
68.  — e.  25.  Non  è alcun,  Cam. 
a b.  1562  c 68.  — ».  30.  F uomo, 
Cam.  a b.  1562  e 68.  — ».  31.  al- 
ni» che  poi,  Cam.  a b.  1562  e 68. 
— ».  35.  1/  esser  lardi  assai  gli 
duole,  Cum.  a b.  1562  e '-8.  — ».  36. 


vorria,  Cam.  a b.  1 562  e 68.  — ».  37. 
Uno  maestro,  Cam.  a b.  1562  e 68. 
— ».  39.  avesse,  Cam.  a b.  1562 
c 68.  — ».  40.  volesse,  Cam.  n b. 
1562  e 68.  — ».  42.  Farà  presto, 
Cam.  a b.  1562  e 68.  — ».  43.  An- 
mcoBEU.0  • Colai  che  scontorcen- 
dosi e facendo  tanti  giuochi  suona 
la  cassetta...  si  chiama  arrigobello.  » 
Varchi,  Ercol. 


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pallate. 


335 


Ma  gli  è più  pericoloso; 

E per  ciò  i’  non  lo  lodo. 

Per  eh’  è troppo  faticoso. 

Pur,  se  c’  è niun  voglioloso. 

Venga  a me  che  son  maestro. 

I'  gl’  insegnerò  sì  destro. 

Che  non  guasterà  ma’  giuoco.  cj 

E non  c’  è niun  . . . 


XXIX.» 

Passerà  tuo’  giovinezza 
Come  cosa  transitoria  ; 

Di  quei  eh’  or  fai  tanta  boria 
Presto  fia  brutta  vecchiezza.  4 

Poco  tempo  può  durare 
Questa  tua  felicità  : 

Però  vuoisi  accompagnare 
La  bellezza  e la  pietà. 


V.  47.  E però,  Cani,  a b.  4562 
e 68. — 1>.  49.  niun  voglialo,  Cimi, 
a b.  4562  e 68.  — v.  52.  mai  gioco, 
Cani,  a b.  4562  e 6S 
1 Questa  e le  cinque  seguenti  bal- 
late e canzonette  non  si  trovano  nei 
codd.  fiorentini  nè  nel  vanioliniano 
e nè  pure  nelle  Ballale  ec.delsec.XV. 
Sono  però  nelle  Canz.  a ballo  4 562 
c 68  su  la  fine  e lontan  dalle  al- 
tre già  riconosciute  del  N.  A.,  come 
pure  in  simili  raccolte  minori  che 
verremo  a mano  a mano  indicando, 
ma  senza  nome  d’ autore,  senza 
1’  argomento  dell’  iniziale  od  altro 
onde  si  possano  con  le  più  consuete 
norme  della  critica  assegnare  a M. 
Angelo.  Primi,  credo,  gli  edd.  mila- 
nesi dei  Classici  italiani  le  impres- 
sero, eccetto  la  XXXII,  fra  altre 
poesie  del  Poliziano  [4808],  avver- 
tendo : • Questa  e le  seguenti  Can- 


zoni a ballo  si  crede  che  siano  del  Po- 
liziano, poiché  il  brio  e l’eleganza  con 
cui  sono  scritte  erano  in  quel  tem- 
po forse  solamente  proprie  del  su- 
blime poetico  genio  di  lui  : » gl’  imi- 
tarono gli  edd.  fior,  del  44,  notando 
anch’  essi  che  • vengono  general- 
mente attribuite  al  Poliziano  : > dopo 
di  che  niuno  ha  più  dubitato  che 
le  sinn  fattura  di  Ini.  Pur,  chi  ben 
guardi,  gli  parrà  ben  di  sentire  in 
qualche  luogo  un  che  di  più  mo- 
derno. Questa  prima  intanto  è nelle 
Canz.  a ballo  4562  e 68;  nelle  Canz. 
belliitime  a ballo  nuovamente  com- 
poste, Firenze,  Simbeni,  4644;  in 
Stanze  ed  altre  poesie  di  A.  Poli- 
ziano, Milano,  4808  ; nell'  ediz.  fior. 
4844  ee. 

K.  2.  Or  n’  i,  Canz.  a b.  4562  e 
68  e st.  moderne, eccetto  gli  edd.  fior. 
44  che  leggono  or  vi  è 


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33G 


BALLATE. 


Sempre  verde  non  sarà, 

Com’  è or,  tuo’  giovinezza.  io 

Già  gran  tempo  è trapassato 
Ch’  io  mi  fe’  tuo  servitore  : 

Or  mi  vedo  abbandonato 
Senz’  aver  mai  fatto  errore  : 

Deh  pietà  dì  me,  signore. 

Per  la  tua  molta  bellezza.  16 

P fui  pur  già  degli  eletti 
Nel  più  alto  e degno  stato; 

Or  mi  trovo  fra’  negletti, 

Meschinello  isventurato. 

Troppo  Amor  certo  è ingrato. 

Dando  a te  tanta  bellezza.  22 

Non  voler  senza  cagione 
Cosi  tutto  abbandonarmi  : 

Tu  non  hai  però  ragione 
A voler  cosi  lasciarmi  : 

Lieva  ormai  per  consolarmi 
Dal  tuo  cuor  tanta  durezza.  23 

Nulla  cosa  è sì  fallace 
Quanto  il  tempo  giovinile: 

Però  rendi  oggi  mai  pace 
Al  tuo  servo  tanto  umile. 

Non  suol  mai  ’n  un  cor  gentile 

Com’  è ’l  tuo  regnare  asprezza.  3-i 


XXX.‘ 


Che  sarà  della  mia  vita. 


12.  Che  mi  fe’,  Canz.  a b.  1562 
e 68  : Ch'  «’  mi  fe’,  st.  moderne,  -r- 
t>  19.  ira  i,  Canz.  a b.  1562  e 68.  — 
v.  20.  tventuraio,  et.  moderne  eccetto 
Moi.  — t>.  21.  Amore, Siili b.  — v.  27. 
Leva,  si.  moderne  eccetto  Mol.  — 
t.  30.  giovanile,  Canz.  a b.  1562  e 


68  ; come  sopra  al  v.  1 c 10.  gio- 
vanezza, Simb.  — v.  34.  Come  il 
tuo,  ediz.  mil.  1808  c lior.  1814. 

1 È nelle  Frollale  di  pili  autori, 
Firenze,  Pocavanza,  1562  -,  c nella 
ristampa  del  Simbeni,  1614  ; e in 
altra  senza  nota  alcuna  tipografica: 


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BALLATE. 


Se  ti  parti,  o car  mio  bene  ? 

Viverò  scontenta  in  pene, 

Poi  che  fai  da  me  partita. 

Che  sarà.  . . 

Se  sforzato  è ii  tuo  partire, 

M’ è noioso  aspro  et  amaro  ; 

Ai  sospiri  al  pianto  al  dire 
Et  al  viso  mostra  chiaro  : 

Ma  il  tuo  onor  m’ è tanto  caro. 

Che  mi  sforzo  con  prudenza 
Sopportar  la  tua  partenza. 

Che  m’ è al  cuor  grave  ferita.  i5 

Che  sarà.  . . 

Ben  mi  duol,  se  tu  ti  parti, 

Che  io  non  possa  seguirti. 

Perchè,  Amor,  si  mi  disparti 
Dal  mio  cuore  l’alma  c i spirti  ? 

Pur  non  posso  contraddirti. 

Perchè  so  che  andar  ti  è forza  : 

La  ragion  mia  voglia  smorza 
Ben  che  al  cuor  sia  gran  ferita.  20 

Che  sarà.  . . 

cd  è untile  nelle  Canzone  a ball " inoltro.  Sul  che  inoltra  s’  11111*110» 

del  1 562  e 68;  poi  nelle  Stanze  <■  usato  impersonalmente  per  appa- 

altre  poesie  di  Angelo  Poliziano,  Mi  ritee,  ti  mostra  (del  che  abbon- 
lano,  1808,  e nell’  ediz.  fiorentina  dano  gli  esempi  nei  classici),  il  sen- 
181i  ec.  so  corre  limpidissimo.  Tutte  poi 

V.  2.  » caro  iene,  le  stampe  mo-  le  stampe  al  v.  10-11  ...  si  sfor- 
derne.  — v.  3.  scontento.  Cani,  a za...  sopra  la...  — v.  li.  Tutte 

b.  1562  e 68,  e st.  recenti.  — v.  7-12.  le  stampe,  a dispetto  dell’ordine 

Per  questi  versi  molto  guasti  acce!-  delle  rime  richiesto  in  queste  slro- 

tamino  con  una  leggiera  modifica-  fe,  leggono,  Ch’  io  non  possa  se- 
zione le  ragionevoli  correzioni  del  gnilarli.  Ed  ero  pur  facile  il  cor- 

Monti  ( Proposta , voi.  III.  P.  Il),  pas-  reggere.  Nè  parrà  tanto  strana  cosa 

sale  anche  nell’  ediz.  Silvestri.  Le  il  verso  com’  è stato  corretto  da 

vecchie  stampe  seguite  dalla  mila-  noi,  chi  ripensi  qual  libertà  nalla 

nese  del  1808  leggevano  al  v.  8.  Et  disposizione  degli  accenti  usavauo 

il  viso  mostra  chiaro  ; la  fior,  del  14,  gli  antichi  in  questa  maniera  di 

ed  il  viso  mostro  chiaro.  In  questo  canzonette.  — t>.  15.  me  disparii, 

verso  non  accettammo  la  mutazio-  Pocav.  c Simb.  — ».  19.  I.a  ragion, 

ne  che  il  Monti  fa  di  mostra  in  il  Canz.  a b.  1562  e 68. 

I'oi.izuso.  22 


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338 


BALLATE. 


Vanne,  vale  : dico  a Dio. 

E la  fò  che  dato  m’ hai 
Serva,  e fa’  che  sempre  mai 
Nel  tuo  cor  sia  stabilita.  24 

Che  sarà.  . . 


XXXI.1 

Io  non  l’ ho,  perche  non  l’ ho. 

Quel  che  or  mai  aver  vorria. 

S’io  l’ avessi,  l’ averia  ; 

Ma  l’ arò  quando  1*  arò.  4 

Io  non  l’ ho.  . . 

Lungo  tempo  son  vivuto 
Aspettando  d’ aver  bene 
Da  chi  sempre  m’ ha  tenuto 
In  speranza  e ancor  mi  tiene  : 

Ma  tal  bene  mai  non  viene. 

Et  incerte  ogn’  or  promesse 
Vo  pigliando  ad  interesse 
Da  chi  dice  — Io  te  ’l  darò.  — <2 

Io  non  l'ho.  . . 

Mille  volte  dico  meco  : 

— Tu  l’ arai,  non  ti  curare.  — 

Poi  rispondo,  e dico  : — Cieco, 

Tempo  perdi  in  domandare  : — 

E cosi  con  tal  variare 
In  pensier  mi  strùggo  e rodo  ; 

E per  me  mai  non  v’  è modo 


V.  21.  tìnte  e,  Simli. 

1 E nelle  Frùttole  di  più  autori, 
olir.  Pocuvanza  4562,  edÌ7..  senza 
alcuna  nota  tipografica,  ed  cdiz. 
Sinibeni  4614;  poi  nelle  Stanze  e 
oltre  poesie  di  A.  Poliziano,  Milano, 
4808,  e nell’  ediz.  fior  4814. 

V.  2.  ornai,  editori  fior.  484  4. 


— ».  4.  auro,  edd.  milanesi  4808 
e fiorentini  44.  — ».  5.  Molto  tem- 
po, Canzoni  a ballo  4562  e 68. 

— ».  8.  in  speranza  ancor,  editori 
fiorentini  4814.  — ».  44.  Ed  incerte, 
st.  moderne.  — e.  44.  avrai,  editori 
fior.  44.  — ».  47.  in  tal  variare, 
Simb. 


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BALLATE.  339 

D’ aver  quel  che  aver  si  può.  20 

Io  non  F ho.  . . 

Orsù  dunque,  alla  buon’  ora  ! 

10  F arò,  ma  non  so  il  di  ; 

Che  d' aver  non  veggio  ancora 
Se  non  ciance  in  sino  a qui. 

Ma,  se  effetto  avesse  il  sì 

Che  ogni  giorno  ho  in  pagamento. 

Darei  fine  al  vecchio  intento 
Che  sospeso  ò tra  si  e nò.  CS 

Io  non  F ho.  . . 

Io  pur  penso  ; e non  riesce 
L’ importuno  mio  pensiero  : 

11  desir  tanto  più  cresce. 

Quanto  men  d’ averlo  spero  : 

Tal  che  son  dal  dolor  fiero 
Aspettando  vinto  e stanco. 

E di  fede  pur  non  manco 
Sin  che  vivo  Io  sarò.  na 

Io  non  F ho.  . . 


XXXII.’ 

La  non  vuol  esser  più  mia, 

La  non  vuol  la  traditomi 
L’ è disposta  al  fin  eh’  io  mora 
Per  amore  e gelosia.  4 

La  non  vuol  esser  più  mia. 

La  mi  dice,  — Va’  con  Dio, 

Ch’  io  t’ ho  posto  ormai  in  oblio 

Nò  accettarti  mai  potria.  — s 


V.  2.5.  veggo,  edd.  fior.  14.  — v.  28. 
Tra  ’l  li  e ’t  no,  Simb.  — t>.  31-2. 
Terenzio  nell’  Eu ittico  : « Quanto  spei 
est  minus,  tanto  magis  amo  » (Edd. 
fior.  14).  — v.  36.  Finche , edd.  fior.  14. 

t È nelle  Frottole  di  più  untori, 
Firenze.  Pnravanza,  1562  ; altra  ediz. 


senza  nota  alcuna  tipografica  ; c Sim- 
bcui,  1614  ; e nelle  Canzone  a ballo 
del  1562  c 6$  ; poi  nelle  Stanze  e altre 
poesie  di  Angelo  Poliziano,  Milano. 
1808,  c nell’ ediz.  fiorentina  1814  ee. 
— e.  7.  ornai.  Conz.  a b.  1562  e 6S, 
edd.  milan.  1808  c fior.  11,  llok 


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BALLATE. 


3-iO 

La  non  vuol  esser  più  mia. 

La  mi  vuol  per  uomo  morto  ; 

Nè  già  mai  le  feci  torto. 

Guarda  ino’  che  scortesia  ! 12 

La  non  vuol  esser  più  mia, 

La  non  vuol  che  più  la  segua. 

La  m’ ha  rotto  pace  e tregua 
Con  gran  scorno  e villania.  io 

La  non  vuol  esser  più  mia  : 

Io  mi  truovo  in  tanto  affanno. 

Che  d’ aver  sempre  il  malanno 
Io  mi  credo  in  vita  mia.  ' 20 

La  non  vuol  esser  più  mia  : 

Ma  un  conforto  sol  m’ è dato, 

Che  fedel  sarò  chiamato, 

Lei  crudel  spietata  e ria.  54 

La  non  vuol  esser  più  mia. 

XXXIII.1 

La  pastorella  si  leva  per  tempo 
Menando  le  caprette  a pascer  fora. 

Di  fora  fora 
La  traditore. 

Co’  suoi  begli  occhi  la  m’ innamora. 

r.  11.  li  feci,  Pocavauxa  : gli  feci,  autori,  Pocavaiiza,  1562;  Simbeni. 
Siinb.  — v.  14.  segui,  a malgrado  1614;  e altra  «dii.  senza  nota  alcu- 
della  rima,  le  st.  antiche  — ».  24.  nn  tipografica;  poi,  fra  altre  rime 

Cosi  il  Pocavanza,  il  Simbeni  e l’ediz.  del  Poliziano  net  tomo  VI  [Lirici 

anon.:  ma  la  stampa  cruscbcvolc  antichi,  Venezia,  Zalta,  1784]  de! 

del  1562  e 68  corresse  per  amore  Parnaso  italiano  raccolto  dal  Rubbi  ; 

di  grammatica.  Sarai  tu  spietata  c c quindi  nctl'ediz.  fiorentina  1814. 

ria  : e fu  seguita  da  tutti  gli  edd.  più  V.  6-4.  Le  stampe  moderne,di  que- 
recenli.  Veramente,  che  c’entri  quel  sii  due  quinarii, così  nella  presente 

In,  dopo  die  per  tutta  la  canzonetta  stanza  come  nelle  seguenti,  fanno  un 

s’ è parlalo  d’  una  terza  persona,  non  verso  solo  composto.  Abhium  ripu- 
lì’ intende.  tato  bene  seguire  le  st.  antiche  clic 

i K in  Cantoni  a ballo.  Scrinar-  li  distinguono.  — V.  5.  bei  occhi, 

lelli  1562  c 08  ; e in  Frottole  ili  più  Canz.  a b.  1562  e 68,  Pocav.,  Silv.  : 


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BALLATE. 


311 


E fa  di  mezza  notte  apparir  giorno.  c 

Poi  se  ne  giva  a spasso  alla  fontana 
Calpestando  l’ erbette  oh  tenerelle. 

Oh  tenerelle  0 

Galante  e belle, 

Sermolin  fresco,  fresche  mortelle  ; 

E ’l  grembo  ha  pieno  di  rose  e viole.  12 

Poi  si  sbraccia  e si  lava  il  suo  bel  viso 
La  man  la  gamba  il  suo  pulito  petto. 


Pulito  petto  15 

Con  gran  diletto, 

con  bianco  aspetto, 

Che  ride  intorno  intorno  oh  la  campagna.  fS 

E qualche  volta  canta  una  canzona, 

Che  le  pecore  balla  e gli  agnelletti  : 

E gli  agnelletti  2 \ 

Fanno  scambietti. 

Cosi  le  capre  con  gli  capretti  ; 

‘E  tutti  fanno  a gara  oh  le  lor  danze.  2* 

E qualche  volta  in  sur  un  verde  prato 
La  tesse  ghirlandette  oh  de’  bei  fiori  ; 

Oh  de'  bei  fiori,  27 

De’  bei  colori  : 


/irgli,  Simb  , ediz.  anonima,  edd.  con  esse  il  Kubbi  e il  Sii v.  leggono 
fior.  ti.  — e.  8.  Quest’  oh  sovente  le  campagne  : la  ediz.  anon.  intorno 

ripetuto  pare  una  inflessione  che  a la. campatala  : gli  edd.  fior,  del  14 

noi  canto  auclie  ai  nostri  giorni  vide  inlorno  inlorno  o le  campagne. 

usano  i contadini  (Eiid.  fior.  1814.)  — t>.  20.  Alla  maniera  de’ Greci  clic 

— v.  12.  pieno  di  rote  e di  viole,  accordano  il  plurale  de’ nomi  col  sin- 
Canz.  a b.  1562  e 68  : pica  di  rote  golarc  de’  verbi.  L'  ediz.  del  1578  (?) 

e di  viole,  st.  moderne.  — v.  14.  le  però  Ita  ballano,  ma  offende  la  ini- 

timn,  le  gambe,  Simb.:  le  man,  la  suro  del  verso  (Edd.  fior.  1814).  Dal- 

/ynmfta,  edd.  fior.  14. — o.  17.  Pare  elio  lana  leggono  in  generale  tulle  le  ani. 

■nanchino  alcune  parole,  elio  dovean  st.  Lorenzo  de’  Medici  : • E ’l  lieto 

formare  il  primo  quinario  compo-  gregge  che  ballando  in  torma  Torna 

nenie  questo  verso,  secondo  la  legge  all' alte  montagne  alle  frescb’acquc.  ■ 

delle  altre  stanze.  — e.  18.  Accct-  — t».  22.  Fanno  i,  (bibbi. — e.  24.  co» 

tiamo  la  lezione  dell’  ediz.  Simbcni,  le  lor  dame,  Simb.  con  guasto  del 

la  qaalc  ci  pare  più  propria.  Le  Canz.  verso.  — v.  25.  volta  tur,  Siinb.  — 

a b.  1562  e 68  e I’ ediz.  Pocav.,  e r.  26.  27,  28.  di  bri,  Simb.  e st.  mod. 


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312 


BALLATE. 


Così  le  ninfe  con  gli  pastori  ; 

E tutti  imparan  dalla  pastorella.  so 

Poi  la  sera  ritorna  alla  sua  stanza. 

Con  la  vincastra  in  man,  discinta  e scalza: 

Discinta  e scalza  55 


Ride  e saltella  per  ogni  balza. 

Così  la  pastorella  passa  il  tempo.  53 


XXXIV.  ' 


La  hruncttma  mia 
Con  l’acqua  della  fonte 
Si  lava  il  dì  la  fronte 

E ’l  seren  petto.  4 

In  bianco  guarnelletto 
Umilmente  conversa, 

Solimato  nò  gersa 

Non  adopra.  s 


Non  porta,  che  la 


V.  30.  imparon,  Cam.  a b.  4562 
c 68.  — v.  31-32.  Qui  le  si.  si 
auliche  clic  moderne  guastano  l'or- 
dine dei  versi.  Le  prime  leggono. 
Con  la  vincastro  in  mano , Discinta 
r scalzo,  discinta  e scalza  : le-  se- 
conde Con  la  vincatlra  in  mano. 
Discinta  c scalza , Ride  c saltella  ec. 
È chiaro  che  il  settenario  c il  primo 
<]uinario  debbon  formare  un  verso 
solo,  clic  6 il  secondo  cndecasilhibo 
richiesto  dalla  legge  delle  altre  stan- 
te : e di  questo  erosi  accorto  il  Rub- 
ili, che  infatti  lo  restituì  nella  sua 
ed».  Pare  poi  che  manchi  il  secondo 
quinario  : c questo  il  Ruhbi  non  avevu 
notalo.  — Disc.  e sc*u*.  Pclr.  son.  62: 
• Levata  era  a film*  In  vecchiurelln, 
Discinta  e scalza  » (Edd.  fior.  14.)  — 
r.  35.  Ride,  saltella , Sintb.,  cibi.  fior. 


copra. 


14.  — v.  36.  si  passa,  con  guasto  del 
verso,  leggono  tutte  le  si.  antiche. 

1 É nelle  Frottole  ee.,  ediz.  anon., 
l’oeav.,  Simb.  ; c nelle  Canz.  a ball" 
1562  e 68;  poi  nelle  Stanze  e altre 
poesie  di  Angelo  Poliziano,  Milano. 
1808  ; e*  nella  edizione  fiorentina 
1814  ec.  — ».  6.  Cosvkrs»  : si  dipor- 
ta, dimora.  Cavalca,  Alt.  ap.  : ■ inno- 
cente... sono  conversato  con  voi  - 
Malesp.  : • Itulia,  dove  noi  conver- 
siamo. > Ma  non  mi  è avvenuto  di 
trovar  mai  questo  verbo  cosi  asso- 
luto e senza  relazione  di  oggetto, 
di  compagnia,  di  luogo.  — ».  7.  So- 
lo» io  : sublimato  (cliiin.)  — Gens*  : 
specie  di  liscio.  Lorenzo  ile’  Medici, 
Cani.  : • E,  per  far  la  faccia  Mia 
Bianca  più  che  un  ermellino,  Sob- 
illato e frassinella,  Biacca  ed  oriento 


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BALLATE.  3i3 

Balzi  scuffie  e gorgiere, 

Come  voi,  donne  altiere 

E superbe.  i > 

Una  ghirlanda  d'  erbe 
Si  pone  all’  aurea  testa  ; 

E va  leggiadra  e presta  # 

E costumata  : io 

E spesso  ne  va  alzata 
Per  sin  quasi  al  ginocchio  : 

E con  festevol  occhio 

Sempre  ride.  so 

S'i’la  guardo,  non  stride 
Come  queste  altre  ingrate  : 

È piena  d’  onestate 

E gentilezza.  24 

Con  tal  delicatezza 
Porta  una  vettarella 
Di  sopra  la  cappella. 

Che  m' abbaglia.  ss 


fino.  ■ (Etiti,  fior.  14).  — ».  to.  Balzi 
[balzi,  cdd.  milan.  1808  c fior.  14.. 
Silv.]  lo  stesso  clie  balze:  estremili 
di  vesti  c adornamenti  femminili  ; 
o,  come  oggi  direbbesi,  guarnizioni. 
— Gorcieri  : collaretti  o simil  cosa  da 
tenere  intorno  al  collo  o alla  gola 
o gorgiera.  Buonarr.  Tane.  IV,  I : 

- Porterà  al  collo  una  gran  gorgiera 
E un  baver  alto  come  unu  spalliera.  • 

— ».  1S.  Alle  e superbe,  Pocav.,  edrz. 
anon.,  Simb.  — ».  13.  grillando, 
Canz.  a ballo  1565  c 08,  Simb.,  edd. 
milan.  1808  e fior.  14,  Silv. — ».  14. 
Si  pan  su  i aurea,  rdiz.  anon.  e 
Simb.:  Se  pone  l'aurea,  Pocav.  — 
».  17.  ra  intaccata,  Pocav.:  «a  seni- 
zala,  ediz.  anon.  e Simb.  — ».  26. 
Vettirei.ii.  Alcun  Dizionario  vuol 
che  in  questo  verso  s’  ubbia  a leg- 
gere re  Uccella  (clic  ninna  stampa 
Ita)  e a'  abbia  a intendere  piccola 
benda  dal  latino  villa,  e pretende  che 
nel  verso  dopo  non  la  cappella  scri- 


vesse l' autore  ma  le  capello,  cioè 
i capelli  (!!!).  Ma  r marcila  è pic- 
cola vetta  ; un  ramoscellino,  cioè, 
e qualche  fronde  che  la  brunettinu 
poneva  al  suo  cappello  come  poneva 
una  ghirlanda  d’  erbe  all’  aurea  le- 
sta. — ».  27.  De  sopra  la  ca/iella, 
Pocav.:  Che  copra  la  capello , ciYu. 
an.  : Che  sovra  la  cappella,  Simb.  — 
Cappella  : per  Cappello.  E vezzo  della 
lingua  toscana  il  trasmutare  al  fem- 
minile certi  nomi  che  nella  lingua 
comune  son  maschili.  Il  Malispini  c 
il  Villani  hanno  cimiero  per  cimiero 
(dell'  elmo).  In  certe  parli  del  senese 
dicesi  la  staccia  per  lo  slaccio  : che 
non  dispiacque  al  Petrose  è sua  certa 
frottola  attribuitagli  da  qualche  cod. 
e dal  Fiacchi  nella  Scelta  di  rime  anti- 
che: • Fra  compare  e comare  Non  si 
usa  prestar  staccia . » E il  Pulci  uellu 
Deca,  st.  Vili,  ha  la  pifferino.  La  cap- 
pella poi  del  l’oliz,  non  dispiacque  ut 
Salvini,  che  nel  volger,  delle  Sirant- 


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BALLATE. 


Alcuna  fiata  scaglia 
Da  me,  non  per  fuggire. 

Ma  per  farmi  languire  ; 

E poi  ritorna.  02 

Oimè  ! eh’  è tanto  adorna 
La  mia  dolce  bambina. 

Che  pare  un  fior  di  spina 

A primavera.  . se 

Beato  chi  in  lei  spera 
E chi  la  segue  ogn’  ora  ! 

Beato  quel  eh’  adora 

Le  sue  guance  ! 4u 

Che  dolci  scherzi  e ciance 
Porgon  quei  duo  labbretti 
Che  paion  rubinetti 

E fraganelle  1 « 

Le  picciole  mammelle 
Paion  due  fresche  rose 
Di  maggio,  gloriose 

In  su  ’l  mattino.  /.s 

E1  suo  parlar  divino 
Spezzar  farebbe  un  ferro  : 

So  certo  eh’  io  non  erro, 

E dico  el  vero.  62 

Dà  luce  all’  emispero 
La  mia  brunelluccia, 

E con  la  sua  boccuccia 

Piove  mèle.  56 


xanc  ili  Teocrito  ha:  « ...  Recami  il 
drappo,  E lu  cappella  potimi  sopra  a 
modo.  • E cappellina  per  piccolo  cap- 
pello è nello  Novella  del  Grano  Le- 
gnatola. — v.  29.  Se  a cui  : Scappa  via, 
sguizza.  E la  forma  attiva  col  signifi- 
cato neutro;  il’  uso  non  raro  nei  clas- 
sici. M.  Villani,  IX,  4 : « ...  in  Bologua 
alzò  tanto  le  nevi  : • liberti.  Diti.  1.21: 
• La  terra  aperse  non  molto  ila  poi;» 
Crescenzio,  v.  33  : • Se  ne  fanno  ... 
taglieri  e bossoli,  i quali  radissime 
volle  fendono.  » — t>.  34.  Cosi  le  tre 


stampe  dello  Frottole,  Pocav..  ediz. 
nnoo.,  Simb.  Le  Canz.  a b.  1562  e 6S 
leggono  La  dolce  brunettina,  c sono 
seguite  dalle  st.  moderno.  Ma  avemmo 
altre  riprove  che  quegli  editori  met- 
tevano troppo  bravamente  le  mani 
nelle  cose  antiche.  — e.  41.  0 
dolci,  ediz.  anon.,  Pocav.,  Simb.  — 
v.  42.  que'  due,  edd.  milan.  1805 
e fior.  14.  — o.  43.  paron,  Pocav. 
e Canz.  a ballo  1563  e 68;  e cosi 
più  sotto  al  v.  46.  — v.  51.  So  a 
certo,  edd.  milan.  1808  e fior.  14. 


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BALLATE.  315 

È saggia  e ancor  fedele. 

. Non  si  corruccia  e sdegna. 

Qualche  fiata  s' ingegna 

Per  piacere.  co 

Quand’  io  la  sto  a vedere. 

Parla  ride  e motteggia  : 

Allor  mio  cor  vaneggia, 

E tremo  tutto.  e» 

Oimè,  che  m’ ha  condutto 
Che,  s’ i’  la  sento  un  poco. 

Divento  un  caldo  fuoco 

E poi  m’agghiaccio.  ts  ' 

E molto  più  disfaccio, 

S’ i’  veggo  le  sue  ciglia 
Minute  a maraviglia: 

0 ciel,  eh’  io  moro  ! 7 2 

I suoi  capelli  d’ oro, 

1 denticelli  mondi 
Bianchi  politi  e tondi 

Mi  fan  vivo.  7c 

Io  son  poi  del  cuor  privo, 

S’ io  la  veggio  ballare  ; 

Che  mi  fa  consumare 

A parte  a parte.  so 

Non  ho  ne  ingegno  nè  arte 
Ch’  io  possa  laudarla. 

Ma  sempre  voglio  amarla 

In  fin  a morte.  sa 


V’.  57.  Ed  c loggia  ancor  fiUclc, 
Simb.  E laggiù  et  è fedele,  Canz.  a b. 
1562  c 68  e,  mutalo  et  in  ed,  le  st. 
moderne.  — ».  58.  Non  le  corroccia, 
l’ocav.  : o sdegna,  Canz.  a b.  1562 
c 68  e edd.  milan.  1S08  c fior.  14.  — 
».  59.  te  ingegna,  ediz.  anon.,Pocav., 
Canz.  a b.  1562  c 68:  me  insegna, 
Simb.  — ».  60.  Di  piacere,  Canz.  a b. 
1562  e 68  e si.  moderne.  — ».  61. 
la  vo,  Canz.  a b.  1562  e 68  e $1.  ree. 


— ».  65.  Al’ 11»  cosDono  : sotliul.  : a 
tale  estremità.  In  senso  morale:  Dan- 
te, Purg.  XI,  158.  - Si  condusse  a 
tremar  per  ogni  vena.  • — ».  68. 
m'  addiaccio,  Simb.  — ».  69.  Dispàc- 
cio. lutransit.  ussol.  per  w»  disfac- 
cio (ini  struggo,  mi  consumo).  Peti-, 
Tr.  Div.  « ..  veder  mi  parve  un  mon- 
do Nuovo...  E ’l  sole  e tutto  'I  ciel  di- 
sfare a tondo.  — ».  73.  Li  suoi,  ediz. 
fior.  1814  e 22. — ».  79.  me  /ii,Poca\. 


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BALLATE. 


3il> 


[APOCRIFE.] 

XXXV. 

Voghe  le  montanine  e pastorelle. 

D’onde  venite  sì  leggiadre  e belle?  — 2 

— Vegnam  dall’alpe  presso  ad  un  boschetto  : 

Picciola  capannella  è ’l  nostro  sito, 

Col  padre  e colla  madre  in  picciol  letto. 

Dove  natura  ci  ha  sempre  nutrito: 

Torniam  la  sera  dal  prato  fiorito, 

Ch’  abbiam  pasciuto  nostre  pecorelle.  — s 

— Qual’  è il  paese  dove  nate  siete  ? 

Che  si  bel  frutto  sopra  ogni  altro  luce. 

Creature  d’ amor  voi  mi  parete, 

Tant’  è la  vostra  faccia  che  riluce  : 

Nè  oro  nè  argento  in  voi  non  luce  ; 

E mal  vestite,  e parete  angiolelle.  14 

Den  si  posson  doler  vostre  bellezze. 

Poi  che  fra  valle  e monti  le  mostrate; 

Chè  non  è terra  di  sì  grandi  altezze 
Che  voi  non  fussi  degne  et  onorate. 

Ora  mi  dite  se  vi  contentate 

Di  star  nell'  alpe  così  poverelle.  — ' 20 

— Più  si  contenta  ciascuna  di  noi 

Gire  alla  mandria  drieto  alla  pastura. 

Più  che  non  fate  ciascuna  di  voi 
Gire  a danzare  dentro  a vostre  mura  : 


V.  1.  Vi  Ila  qualche  coti,  elle  poeta 
0 vaglie  montanine  (Etiti,  fior.  14). 
E cosi  leggesi  nelle  Canzoni  a bal- 
lo, Sinibcni,  Firenze,  1G 14.  — ».  3 
a un,  Siink.  — ».  5.  tetto,  etiti,  lior. 
14.  Silv.  — ».  8.  pasciute  j editori 
milnn.  1808.  — ».  10.  sovra  ogni  ul- 
tra adduce,  etili,  fior.  14,  Silv.:  jo- 
pra  ogni  altra  luce , Cam.  a b. 


1802  e 08  e Simb.  — ».  1 ò.  posson 
vestir , Simb.  — ».  16.  fra  valli. 
le  si.  moderne.  — ».  17.  terre  di 
si  grande,  Cani,  a b.  1562  e 68  e 
Mol.  ; terra  di  sì  granile,  Simb.  — 
».  18.  foste,  Rubbi  e edtl.  iniluii.  1808 
c fior.  14  : e onorate, Simb.  : ed  ono- 
rateci. moderne  — ».  22.  di: tro,  edtl. 
fior.  11,  Silv. 


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BALLATE, 


347 


Ricchezza  non  cerchiaio  nè  più  ventura. 

Se  non  be’  fiori,  e facciam  grillandelle.  26 


V.  26.  ghirlandelle,  edd,  fior.  24. 

Questa  ballata  uon  trovasi  in  al- 
cuno dei  manoscritti,  da  me  cono- 
sciuti, che  ha n rime  del  Poliziano  e 
uè  pure  nella  raccolta  di  Ballale  del 
secolo  XV  : si  ben  trovasi  nelle  due 
raccolte  di  Canzoni  a balla  del  Sor- 
martelli  (1562  e 68)  e nell’  altra  del 
Simbeni  (1614),  non  però  col  nome 
del  Poliziano;  che  anzi  l’ediz.  Sirn- 
lieni  I’  attribuisce  al  Magnifico,  e va 
nelle  stampe  Sermartelli  fra  quelle 
die  non  lian  nome  d’  autore.  Trovasi 
però  nei  codici  die  bau  rime  di 
Franco  Sacchetti  e col  noine  di  lui  ; 
c a Franco  Sacchetti  è data  in  parec- 
chie ruccoltc  di  II  lai  e auliche:  nei 
codici  c nelle  stampe  che  l'attribui- 
scono al  Sacchetti  ha  molte  varietà 
di  lezioni  e una  stanza  di  più.  Con 
tutto  ciò  fin  dal  secolo  passato  Tu 
in  alcune  raccolte  (per  es.  nei  Li- 
rici antichi , tomo  VI  del  Parnaso 
italiano  raccolto  dal  Rubbi)  attri- 
buita al  Poliziano  ; e gli  è attribuita 
da  tutte  le  moderne  edizioni  delle 
poesie  di  lui,  incominciando  dalla 
milanese  dei  Classici  italiani  (1808). 
Potrebbe  credersi  clic  il  Poliziano 
l’avesse  ralTuzzonata  per  uso  di  qual- 
che mascherala  o festa  del  tempo 
suo;  e che  du  ciò  procedesse  la  voce 
che  al  Poliziano  l’attribuisce.  Potreb- 
be credersi,  dico;  se  nella  lezione, 
con  la  quale  vico  data  a inesser  An- 
giolo. non  fosse  più  irregolare  c 
scorretta  clic  non  in  quella  clic  ha  il 
nome  dell’  antico  novelliere  e poeta. 
Ocl  quale  io  In  credo,  c per  I’  auto- 
rità dei  codici,  c per  la  somiglianza 
che  ha  con  altre  ballale  pastorali 
di  Franco,  e per  In  semplicità  e in- 
genuità di  stile  maggiore  che  non 


sia  nei  versi  del  Poliziano.  For- 
se questa  ballata  di  Franco  rimase 
lungamente  nelle  bocche  del  popo- 
lo; e di  qui  certe  mancanze  e scor- 
rezioni che  ravvisiamo  nella  secon- 
da lezione.  Fu  quindi  ammessa,  culi 
altri  canti  che  sono  evidentemente 
popolari  e della  popolarità  hanno 
anche  i guasti,  nelle  raccolte  del  Ser- 
martclli  : dove  il  trovarla  cosi  grazio- 
sa e candida,  a comparazione  d’  altre 
un  po’rozzette  c artificiate,  fece,  a chi 
le  rime  del  Sacchetti  non  conosceva, 
attribuirla  al  più  grazioso  e candi- 
do poeta  del  secolo  XV.  A ogni  modo, 
pongo  qui  sotto  la  lezione  con  la 
quale  è data  al  Sacchetti  dai  codici  c 
du  molte  stampe,  seguitando  l’edizio- 
ne lucchese  delle  llime  di  HI.  Franco 
Sacchetti,  presso  Franchi  c Maioli- 
chi, 1855.  Gli  editori  saviamente 
avvertono  : • Questa  graziosissima 
composizione  si  legge  anche  frallc 
Canzoni  a Ballo  di  diversi,  edizio- 
ne 1562,  1568  ee.,  ma  con  molte 
varietà.  Fu  spesso  attribuita  al  Po- 
liziano ed  a Lorenzo  de’ Medici  e 
stampata  come  cosa  loro,  con  ma- 
nifesto errore  e con  peggior  lezione. 
Una  parodia  spirituale  se  ne  trovo 
nel  Libro  delle  Laudi  di  diversi,  e 
comincia:  0 vóghe  di  (iiesù  o ver- 
ginelle, Dove  n*  andate  si  leggiadr'  c 
belle  ? Vedi  l’ ediz.  del  Bonardo  a 
carta  52.  • 

0 vaghe  montanine  paslurello, 

Dando  venite  si  leggiadre  e belle? 

Qual  ò il  paese  dove  nato  sete. 

Che  si  bel  frutto  più  che  gli  altri  adduce? 
Creature  d’  amor  vo’  mi  parete, 

Tanto  la  vostra  vista  adorna  luco  I 
Nè  oro  nè  argento  in  voi  riluco, 

E mal  vestito  parete  angiolcllc. 


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348 


BALLATE. 


XXXVI.1 


Buona  roba  abbiano,  brigata, 

E faccianne  gran  derrata.  2 

No’  siàn  buon’  rivenditore 
E di  bella  roba  e nuova. 

Da  averne  sempre  onore 
Quando  altrui  po' ne  fa  pruova. 

Cioppe  vecchie  a noi  non  giova 
Gir  vendendo  mai  nè  stracci  ; 

Chè  nessuno  è a chi  piacci 
Una  cosa  stazonata.  «5 

Noi  abbiàn  cioppe  a dovizia 
E gamurre  e gamurrini  ; 

Ma  più  bella  masserizia 


Noi  stiamo  io  alpe  presso  ad  un  bo- 
schetto : 

forerà  capannetta  è 'I  nostro  sito  : 

< iol  padre  e con  la  madre  in  picciol  letto 
Torniam  la  sera  dal  prato  fiorito, 

Doro  natura  ci  ha  sempre  nodrito, 
Guardando  il  di  lo  nostre  pecorelle. 

Assai  si  de'  doler  vostra  bellezza, 
Quando  tra  monti  e valli  la  mostrate  ; 
Chè  non  è terra  di  si  grande  altezza 
Dove  non  foste  degne  et  onorate. 

Deh,  ditemi  se  voi  vi  contentato 
Di  star  ne'  boschi  cosi  poverello  ? 

Più  si  contenta  ciascuna  di  noi 
Andar  dietro  alle  mandre  alla  pastura, 
Che  non  farebbe  qual  fosse  di  voi 
D’  andar  a foste  dentro  vostre  mura. 
Ricchezza  non  cerchiam  nè  più  ventura 
Che  balli  canti  e fiori  o ghirlandelle. 

Ballata,  s' i'  fosse  come  già  fui. 
Diventerei  pastore  o montanino  ; 

E prima  eh'  io  il  dicesse  altrui. 

Sarei  al  loco  di  costor  vicino  ; 

Et  or  direi  Biondella  et  or  Martino  * 
Seguendo  sempre  dov'  andasson  elle. 

1 È nel  cod.  lane.  33,  pi.  il,  col  ti- 
tolo di  Canzona  delle  rivenditore 


facta  dal  Poliliano  ; e di  su  quello  fu 
pubblicata  fra  le  rime  di  m.  Angelo 
dagli  edd.  fior,  del  -1814.  Ma  era  già 
a stampa  fra  i Canti  caro,  di  Loren- 
zo de’  Medici  nella  Raccolta  di  Tutti i 
trionfi, Carri,  Matcherhte  e Canti  ear- 
nescialeechi  cc.,a  cura  di  Anton  Fran- 
cesco Grazzini,  Firenze,  MDLVIIll  ; c 
nell’altra  edizione  a cura  del  con. 
Bracci,  Cosmopoli,  1750. 

V.  3.  Noi  siam,  edd.  fior,  li:  ben 
rivenditore,  Canti  caro.  1559  c 1750. 

— v.  4.  e nuova , leggiamo  coi  Canti 
carn.  1559  c 1750:  il  cod.  seguilo 
dagli  edd.  fior.,  ha  buona.  — v.  5. 
E d"  averne.  Canti  carn.  1559  e 1 750. 

— V.  6.  altrui  ne  fa  la  prova. 
Canti  carn.  1559  e 1750.  — ».  8. 
Di  rivender  mai , Cauli  carn.  — 
».  11-18.  Questa  stanza  nelle  cit.  edi- 
zioni de’Canti  carn.  è messa  terza 
di,  numero,  c seconda  quella  che  in- 
comincia Chi  ‘l  vecchiume  comprar 
vuole.  — ».  11.  Noi  abbiam,  le  st.  : 
cappe.  Canti  carn.  — ».  13.  Mai  più, 


* Soprannomi  di  pecore  (Editori  lucchesi). 


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BALLATE. 


34!) 


Abbiàn  poi  in  panni  lini, 

0 vuo’  grossi  o vuo’  de'  fini, 

D’  un  serrato  lavorio  : 

E chi  avessi  anche  desio 

D’  una  coda,  (la  trovata.  is 

Tra  più  code,  ben  sapete 
Coste’  una  n’  ha  riposta  : 

Ed  in  ordin,  se  vorrete. 

Sarà  sempre  a vostra  posta. 

Eli*  è grande,  e poco  costa  : 

Ogni  fanciulla  l’ aocchia. 

Perchè  l' ha  una  pannocchia 
Grossa  e sta  bene  appiccata.  co 

Chi  '1  vecchiume  comprar  vuole 
Per  vantaggio  e ’n  su  civanzi. 

Quando  poi  l’ adopra,  suole 
Volger  lo  drieto  dinanzi  : 

Pur  non  credo  se  n’avanzi, 

Tanto  spesso  si  ricuce  ; 

Ch’  ogni  di  si  stianta  e sdrueo 
Una  cosa  trassinata.  3* 

Cuffie  abbiàn  di  più  maniere, 

(Chi  ne  vuol  die  danar  su) 

A bendoni  e a testiere  : 

Pur  le  tonde  s’ usan  più. 

Acque  abbiàn  di  gran  virtù 


Canti  carn.  — t>.  14.  Abbiala  tini 
eh’  è 'mpanni.  Canti  carn.  1559 : Ab- 
bia tn  noi  che  è in.  Canti  carn.  1750. 
— ».  1 5.  Un  de ’ grotti  o un  di  fini, 
edd.  fior.  11:0  volete  grotti  o fini. 
Canti  carn.  cil.  — » 17.  Chi  avene. 
Canti  carn.  — e.  21.  Pur  in  ordin, 
te  volete.  Canti  carn.  — ».  24.  adoc- 
chia, st.  — ».  25.  Per  eh'  eli’  ha  buo- 
nai,  Canti  carn.  — ».  26.  bene  ap- 
puntata, Canti  carn.  — ».  27.  Chi 
vecchiume.  Canti  cani.  — ».  28.  « 


suoi  acanzi.  Cauli  eurn.  — ».  29-60. 
Quando  poi  l’  atloprar  mole.  Volga 
’l  drieto  dinanzi,  edd.  fior.  14: 
Quando  poi  l'  adopra,  vuole  Volger 
drieto  quel  dinanzi.  Canti  carn.  — 
».  31.  ce  n’avanzi,  *dd.  fior.  14: 
Pur  non  crediam  te  ne.  Canti  carn. 
— e.  33.  ogni  dì  ti  tiracela  e,  Cauli 
carn.  — ■ ».  36.  dia  danar.  Canti 
carn.  — ».  37.  ed  a lettiere,  le  st. 
eccetto  quella  del  1559,  che  loppe 
e a.  — ».  39.  di  più  rei  tà.  Canti 


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350 


BALLATE. 


Per  chi  non  può  ingravidare  : 

Peze  rosse  usiàn  portare 
Per  chi  fussi  un  po’  attempata.  42 

Sì  che,  se  vo’  comperrete. 

Donne  ed  uomin,  ciò  che  abbiamo, 

Porteréllo  ove  vorrete  : 

Questo  spesso  lo  facciamo  : 

E ne’  luoghi  ove  usiamo 
Facciàn  l’ anno  cento  accordi. 

Dando  mille  buon  ricordi 

Alla  parte  più  ostinata.  so 


XXXVII.' 

— Crudel  donna,  poiché  lasciato  hai  me 
Per  un  altro  amadore, 


caro.  — v.  40.  tgravidare,  Cauli 
carn.  — v.  41.  Pezza  rotta  utiam. 
Canti  caro.  — v.  42.  finte.  Canti 
carn.  — e.  43.  Se  da  noi  eoi  com- 
perretc,  Canti  carn. — ( comprerrcte , 
1750).  — v.  43.  quel  eli’  abbiamo. 
Canti  carn.  — e.  44.  Porlerenlo, 
Canti  corn.  1750:  porterollo,  edd. 
fior.  14,  con  errore  incompatibile, 
avvertito  in  nota  e non  corretto  nel 
testo  dagli  cdd.  milanesi  1825  che 
più  emendarono  ove  meno  era  biso- 
gno. — v.  47.  E nel  luogo  ove  abitia- 
mo, Canti  carn.  — v.  48.  Qui  il  cod. 
laur.  legge  centi  : gli  edd.  fior,  cre- 
derono dovere  stampare  certi:  noi 
con  le  ediz.  dei  Canti  carnesc.  ab- 
biam  reputato  meglio  leggere  cento, 
' Fu  ultimamente  data  alle  stampe 
come  opera  di  A.  Poliziano  dal  sig. 
Domenico  Bonanni  in  uu  fascicolo 
per  nozze  Corsini-Barberini  intito- 
lato: Due  Canzoni  a ballo  di  Angelo 
Poliziano  tratte  da  un  manoscritto 
della  Conintana  [N.  94]  ed  ora  pub- 


blicale per  la  prima  volta,  Firenze, 
Barbèra,  1858.  Ma  in  vero  nè  era 
quella  la  pr.ima  volta  che  questa 
canzone  a bullo  fosse  pubblicala,  uè 
essa  è del  Poliziano.  Non  è del  Po- 
liziano: e ognuno  lo  può  sentire  allo 
stile  un  po’  più  diffuso  e assai  me- 
no elegante  di  quel  di  M.  Angelo  : e 
ognuno  dee  crederlo,  avvertendo  l'er- 
rore di  mitologia  che  è nei  r.  63  e 
61,  nel  quulc  è impossibile  supporre 
cadesse  mai  l'autore  della  Centuria. 
Era  poi  a stampa  nelle  Canzoni  a 
ballo  dell'cdtz.  Sermarlclli,  1562  e 
68.  E chi  abbia  veduto  in  questa 
stampa  e nell’altra  quattrocentisti- 
ca delle  Ballatene  le  canzoni  u ballo 
di  Bernardo  Giambullari,  per  la 
gmn  somiglianza  dello  stile  e de’con- 
cetti  e per  I’  ordine  delle  stanze  e 
per  I’  andamento  del  dialogo,  inchi- 
nerà molto  ad  attribuirla  a quel  ri- 
matore. Nella  ediz.  del  Sermarlclli 
il  dialogo  è meglio  partito,  son  me- 
glio distinte  le  stanze  e i versi,  ed 


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BALLATE. 


351 


Fatto  t'hai  poco  onore 

Lasciare  il  servo  tuo  senza  mercè.  < 

Tenera  di  anni  e bella  agli  occhi  miei 
Apparisti  nel  mondo  : 

E con  lo  core  e con  l’ alma  mi  diei 
Al  tuo  stato  giocondo. 

Non  credendo  io  che  mi  mettessi  al  fondo 
Dove  ’1  tuo  cor  dimora. 

Quel  che  più  mi  martora 

È che  ingannato  ogn’ora  i’son  da  tc.‘  i: 

Se  tu  sei  libera,  io  soggetto  sono 
Con  onestà  servire. 

Partendomi  da  te,  guidardon  buono. 

Deh  non  mi  far  morire  : 

Piacciati  alle  mie  voglie  consentire. 

Perchè  promesso  m’ hai  : 

Ch’  io  sono  in  tanti  guai  solo  per  te.  — so 

— Io  non  ti  tolsi  mai  tua  libertà 
Nè  soggetto  notrito  : 

Osservar  voglio  mia  verginità 
Ad  un  novel  marito. 

Però  ornai  tu  puoi  pigliar  partito. 

Se  ciò  tua  mente  agogna. 

Questo  a me  non  bisogna  : 

Non  far  vergogna  a chi  onora  me.  27 

Creder  non  vuò  che  tu  fossi  nè  sia 
Di  me  sola  servente. 

Ma  io  che  ho  libra  la  persona  mia 
Viver  vuò  onestamente: 

Io  non  son  sottoposta 


è più  regolare  la  lezione  che  nel- 
l'edizione del  sig.  Ronnnni  : la  quale 
olla  sua  volta  può  servire  a emen- 
dare alcune  scorrezioni  delta  Ser- 
inartelliana.  lo,  non  volendo  ingros- 
sare il  mio  gii  troppo  grave  lavoro 
con  la  inutile  illustrazione  di  quel 


che  tengo  per  Termo  non  essere  del 
Poliziano,  mi  contento  di  riprodurla 
nella  lezione  del  codice  corsiitiano 
che  a M.  Angelo  I’  attribuisce. 

V.  ii.  Nel  manoscritto:  • guidur- 
do. * — ». 2t.  Nel  manoscritto:  • sog- 
getta. » [Note  dell'ediz.  1858.] 


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BALLATE. 


A te  nè  ad  uom  vivente. 

Però  non  ti  dolere  ; 

Sappiti  ritenere. 

Che  in  parte  fa  ’l  dovere,  e tienti  fè.  — se 

Misericordia,  pace,  e non  vendetta  ! 

Se  mai  fusti  pietosa, 

Leva  da  me  questa  crudel  saetta 
Che  ne!  mio  cor  si  posa. 

Deh  non  istar  da  me,  donna,  nascosa  ! 

Deh  mostrami  ’l  bel  viso. 

Qual  par  del  paradiso  ! 

Venuta  al  mondo  se'  senza  mercè.  — 44 

Non  isperar  mai  più  veder  mio  volto 
Sì  leggiadro  e pulito  : 

11  ben  eh'  io  ti  voleva,  i’  te  l’ ho  tolto  : 

Altro  amor  m' ha  ferito. 

I’  spero  di  pigliar  nuovo  partito 
D’ un  giovane  amadore  : 

Per  marito  e signore 

Lui  voglio  al  mondo  : ed  ogn’  un  sia  per  sé.  — 52 

0 crudel  donna  iniqua  e dispietata, 

Considera  quant’  anni 
Tenuta  hai  la  mia  vita  soggiogata 
A’  tuoi  infelici  inganni  : 

Ed  ora  in  tante  pejie  e tanti  affanni 
Mi  lasci,  e fai  partita: 

Ch'  i’  mi  torrò  la  vita 

Per  te,  giudea  ; che  vuò  morir  per  te.  — 62 

Non  son  Medusa  o Medea  che  i figliuoli 
Détte  al  padre  cibare  : 

Hotti  tenuto  in  tanti  affanni  e duoli 
Per  volerti  provare. 

Disposta  son  volerti  contentare, 

S’ i’  dovessi  morire, 

Nè  mai  da  te  partire  : 

E sì  non  voglio  al  mondo  altr'  uom  che  te.  — 70 


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RIME  VARIE 

DI 

MESSER  ANGrELO  POLIZIANO. 


Pulizia.™. 


a 


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[LEGITTIME]. 


I.' 

Io  son  eonstretto,  poi  che  vuole  Amore 
Che  vince  c sforza  tutto  l’ universo. 


i Questa  canzone  fu  primieramen- 
te stampata  fra  altre  poche  cose  del 
Poliziano  dopo  le  Stanze  e 1’  Or/co 
da  Caligula  de’  Bazuleri  in  Bologna 
nel  -1503,  e poi  in  Venezia  nel  1506 
da  Marchio  Sesso  e Pietro  di  Rovani, 
v da  Donato  di  Monferrato  più  tardi, 
che  fedelmente  riprodussero  l'ediz. 
Bazuleri  ; e quindi  venne  senza  più 
ristampata  fra  le  Rime  del  N.  A.  da- 
gli editori  fiorentini  del  1814  e lor 
seguitatoli.  E già  il  p.  AITÒ,  che 
1'  uvea  letta  nella  stampa  del  Buza- 
leri,  mostrò  non  dubitare  dell’  au- 
tenticità di  lei,  quando,  nell’  ultima 
osservazione  suli'Or/ro  tralasciata  iu 
questa  edizione  perchè  oggimai  af- 
fatto inutile,  dui  tr.  124-111  di  essa 
canz.  trasse  argomento  che  il  Poli- 
zi n no  non  fosse  di  sì  misera  e igno- 
bil  condizione  come  il  Ynrillas  vo- 
leva. Ma  certo  quei  versi  non  son 
da  riferire  alla  persona  propria  del 
Poliziano.  E quel  legno  che  renile 
onore  ulto  ) latria  si  deve  intendere 
del!'  insegna  dei  Medici:  • il  profes- 
sarsi cosi  animoso  dispensalorc  dei 
beni  della  fortuna  è parlare  da  prin- 


cipe non  inai  da  poeta.  > Quest’ ul- 
tima osservazione  è del  Maggi,  nel- 
l'altrc  volte  cit.  Appendice  al  voi.  Ili, 
p.  II,  della  Propoila.  Il  quul  Maggi, 
ammettendo  che  allo  stile  la  canz. 
potrebbe  credersi  del  Poliziano , ri- 
conoscendovi espressioni  che  molto 
s lotoso  di  quelle  che  leggami  nelle 
Stanze  per  la  giostra,  s’ indusse  a 
congetturare  • o che  il  Poliziano 
I’  avesse  scritta  a nome  del  mngnif. 
Giuliano  fratello  di  Lorenzo,  o ch'ella 
fosse  lavoro  di  Giuliano  medesimo.  • 
Troppo  rapido,  a dir  vero,  è il  pas- 
saggio dall’  una  congettura  nell'  al- 
tra. La  si  trovò  poi  in  un  codice  del 
march.  Trivulzio  sotto  il  nome  di 
Giuliano  de'Medici  il  giovane:  e sotto 
questo  nome  e con  altre  due  canzoni 
di  lui  fu  stampata  dal  Silvestri  in 
fine  alle  Poesie  del  Poliziano.  Mu  io 
non  vorrei  correr  troppo  donando 
al  duca  di  Nemours  la  canzone  lo 
son  eonstretto.  Vero  è eli'  egli  è uno 
degl’  interlocutori  nelle  Prose  del 
Bembo  e nel  Cortegiano  del  Casti- 
glione : vero  è eh’  ebbe  nome  a’suoi 
giorni  di  buon  rimatore.  Ma  le  can- 


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35G 


RIME  VARIE. 


Narrar  con  umil  verso 

La  gran  letizia  che  m’abonda  al  core.  4 


zoili  c i sonetti  conosciuti  di  lui, 
nella  raccolta  in  morte  di  Serafino 
Aquilano,  nel  Crcscimbeni,  nel  Poli- 
grafo  [Anno  IV],  nella  Vita  di  Leon  X 
del  Roscoe,  nell’  appendice  del  Sil- 
vestri, son  troppo  volgari  c trop- 
po a questa  elegantissima  morbida 
c colorita  canzone  inferiori,  si  die 
questa  e queUe  s’  abbiano  a ripu- 
tar figliuole  d’ un  solo  padre.  Di 
più,  vivo  e verde  esso  Giuliano  che 
pur  la  pretendeva  a poeta  c come 
potente  signore  polca  farsi  por- 
tar rispetto  auclie  in  poesia,  sardi- 
besi  ella  stampata  una  cosi  bella  co- 
sa tra  le  opere  d'  un  altro  uutorc 
senza  che  egli  o gli  amici  suoi  lo 
rivendicassero  al  poeta  inolio  magni- 
fico? A ogni  modo,  il  Maggi  e l’au- 
tore (forse  lo  stesso  Maggi)  dell’ de- 
riso  posto  innanzi  alle  tre  canzoni 
clic  sotto  il  nome  di  Giuliano  defe- 
dici seguitano  nella  edizion  Silvc- 
strinna  le  poesie  del  Poliziano,  in- 
chinano a credere  la  canzon  in  di- 
scorso piuttosto  del  Giuliano  ucciso 
dal  llimlmi  che  del  Giuliano  duca 
di  Nemours.  E a ciò  li  spinge  • il 
sapere  dal  Contentano  sulla  congiu- 
ra de’ Pazzi  eli’ esso  pure  quel  Giu- 
liano faceva  de’  versi  : scripsil  non- 
nulla carmina  mire  grafia  cl  sellici i- 
tiarum  piena;  e mollo  piu  l’affer- 
marvisi  ch’egli  era  magni  roboris  et 
tirlutis  ; il  che  riscontrasi  con  quel- 
lo che  dice  la  canzone:  Robusto  gnau- 
lo per  prava  s' intende.  » Del  valore 
poetico  di  Giuliano  il  maggiore  non 
avanzano,  oltre  In  testimonianza  di 
in.  Angelo,  monumenti  che  ci  dicn 
saggio:  c la  presente  canzone,  di 
morbidissimo  stile  e di  molli  uffelti, 
non  risponderebbe  a punto  ulla  lo- 


de, mire  grafia  et  sententiarum  pie- 
na. E se  fosse  veramente  sua  la  can- 
zone, come  mai  il’  un  si  grazioso 
poeta,  che  aiuterebbe  fra  i più  ele- 
ganti del  tempo,  che  sorpasserebbe 
anzi  in  eleganza  il  fratei  suo  Loren- 
zo c pareggerebbe  il  Poliziano,  come 
d'un  si  fatto  poeta  non  avremmo 
altri  saggi,  quando  ne  abbiamo,  ol- 
tre che  dei  minor  Giuliano  e di  Pie- 
ro, anche  di  Cosimo  il  vecchio?  Io 
creilo  adunque  clic  Angelo  Poliziano 
componesse  questa  canzone  in  nome 
e in  servigio  del  giovine  signore  col 
quale  aveva  strettissima  domesti- 
chezza. E non  sarebbe  la  prima  volta 
questa  che  il  Poliziano  avesse  pre- 
stalo i suoi  versi  a Giuliano  de’ Me- 
dici : poiché  fra  gli  epigrammi  la- 
tini del  N.  A.  havvene  uno  in  Simo- 
ncttam,  ove  notasi:  * Julii  est  scn- 
tentiu  a me  versibus  inclusa.  » E ehi 
sa  clic  alla  Simonetta  stessa,  cantata 
poi  cosi  leggiadramente  nella  Giostra , 
non  sia  la  canzone  indirizzata  ? E 
quelle  lodi  che  l’amatore  si  larga- 
mente si  dà,  di  nobiltà,  di  ricchez- 
za, di  formosità,  di  vigore,  parrebbe 
più  conveniente  crederle  scritte  da 
un  terzo  : chè  il  lodarsi  cosi  grossa- 
mente in  faccia  all’  amata  è permesso 
soltanto  a Poliremo  ciclopo  nella 
poesia  pastorale.  Finalmente;  poi- 
ché questi  versi  somiglian  tanto  per 
eleganza  e morbidezza  e colorito  ai 
migliori  di  m.  Angelo  ; finché  dell'  uno 
c I’  altro  Giuliano  non  mi  si  mostri 
cosa  che  almen  lontanamente  possa 
esser  loro  paragonata;  io  seguiterò 
a ritenerli  per  opera  del  Poliziano. 

V.  I.  costretto  poiché,  st.  moderne. 
— e.  2.  « Questo  signor  che  tutto ’l 
mondo  sforza.  • Petr.  Tr.  Am,  III. 


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RIME  VARIE. 


357 


Perchè,  s’ io  non  mostrassi  ad  altri  foro 
In  qualche  parte  il  mio  felice  stato. 

Forse  tenuto  ingrato 

Sarei  da  chi  scorgessi  la  mia  pace.  s 

Poco  sente  piacer  chi  ’l  piacer  tace, 

E poco  gode  chi  si  gode  in  seno; 

Chi  può  tenere  il  freno 

Alla  timida  sua  lingua,  non  ama.  12 

Dunque,  salvando  et  accrescendo  fama 
A quella  pura  onesta  saggia  e bella 
Che  matutina  stella 

Par  tra  le  stelle  anzi  par  vivo  sole,  ic 

Trarrò  del  core  ardente  le  parole  : 

Ma  fugga  invidia  e fugga  gelosia 
E la  discordia  ria 

Con  quella  schiera  eh’  è d' amor  nimica.  23 

Era  tornata  la  stagione  amica 
A’  giovenetti  amanti  vergognosi. 

Che  ’n  varie  foggio  ascosi  * 

Gli  suol  mostrar  sotto  mentite  forme  : sa 

Quand’  io,  spiando  di  mia  preda  l’ orme 
In  abito  straniero  e pellegrino. 

Fui  dal  mio  buon  destino 

Condotto  in  parte  ov’  era  ogni  disio.  2S 

La  bella  ninfa,  vita  del  cor  mio, 

In  atto  vidi  accorto  puro  umile 
Saggio  vago  e gentile 

Amoroso  cortese  onesto  e santo  ; 32 

Benigna  dolce  e graziosa  tanto 
E lieta  si,  che  nel  celeste  viso 
Tutto  era  il  paradiso 


V.  8.  scorgesse,  si.  moil.  — v.  9. 
c Itel  piacer,  St.  antiche  — e.  -10. 
Al  contrario,  Tibullo:  • Qui  sopii, 
tacito  gnudeal  illc  sinu.  • — »>.  17. 
dal  care,  ediz.  fior.  14  e 22.  — 
».  22.  giovinetti,  st.  moti.  — t>.  25. 
Qaaud'io  spiando.  Leggo  così  con 


l’ eriiz.  Silvestri,  che  potè  seguire 
anche  un  ms.  trivolziano:  le  al- 
tre st.  hanno,  Quando  spiando.  — 
e.  35. Questo  verso  fu  riportalo  di 
sopra  un  ms.  trivolziano  nella  Ap- 
paiti. al  voi.  Ili,  p.  II.  «Iella  Proposta, 
e quindi  nella  ediz.  Silv.:  in  tutte  le 


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358 


RIME  VARIE. 


Tutto  el  ben  che  per  noi  mortai  si  spera  • 53 

A lei  d’ intorno  una  gentile  schiera 
Di  belle  donne  in  atto  si  adorno, 

Ch’  i’  mi  credetti  il  giorno 

Fussi  ogni  dea  di  ciel  discesa  in  terra.  40 

Ma  quella  eh’  al  mio  cor  dà  pace  e guerra 
Minerva  in  atto  e Vener  parea  in  volto  : 

In  lei  sola  raccolto 

Era  quant’  è d’ onesto  e bello  al  mondo.  44 

A pensar,  non  che  a dire,  io  mi  confondo 
Di  questa  mai  più  vista  maraviglia  ; 

Che  qual  più  lei  somiglia 

Tra  le  altre  donne  più  si  onora  e stima.  4$ 

Un’altra  sia  tra  le  belle  la  prima  : 

Costei  non  prima  chiamesi,  ma  sola  ; 

Che  ’l  giglio  e la  viola 

Cedono  e gli  altri  fior  tutti  alla  rosa.  £2 

Pendevon  dalla  testa  luminosa 
Scherzando  per  la  fronte  e suoi  crin  d’ oro. 

Mentre  ella  nel  bel  coro 

Movea  ristretti  al  suono  e dolci  passi  : £c 

E benché  poco  gli  occhi  alto  levassi. 

Pur  qualche  raggio  venia  di  nascoso  ; 

Ma  el  crino  invidioso 

Subito  el  ruppe,  e di  sé  mi  fe  velo.  co 

Di  ciò  la  ninfa  nata  e fatta  in  cielo 
Tosto  s’ accórse,  e con  sembiante  umano 
Mosse  la  bianca  mano, 

E gli  erranti  capelli  in  dreto  volse  ; 64 


altre  stampe  mancava.  — ».  37.  gen- 
til schiera,  st.  ani.  Nota  clic  una  gen- 
tile schiera  è oggetto  dipendente  dal 
verljo  vidi  del  v.  30  : o pure  il  pe- 
riodo è dittico,  e sotlintcndesi  il  ver- 
bo era,  stava,  o simile.  — v.  39.  Il 
ornavo.  Cioè  : quel  giorno,  in  quel 
giorno.  Dante,  V.  Nuova,  V:  « Allora  mi 
confortai  molto,  assicurandomi  che  il 


mio  segreto  non  era  comunicato  il 
giorno  altrui  per  mia  vista.  » — n.  40. 
Fusse . Sii v.  — v,  hi.  guanto  d‘  onesto  e 
bello  ha  il  mondo,  Silv.  — V.  48.  Fra, 
st.  mod.  — v.  50.  chiamasi,  st.  mod.  — 
r.  53.  Pendcvan,  st.  mod. — ■ v.  Sa. 
Cono:  alla  greca,  dama.  — ».  59.  il 
crine,  st.  mod.  — ».  64.  indietro,  st. 
mod. 


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RIME  VARIE. 


359 


Poi  da’  bei  lumi  tanti  spirti  sciolse. 

Spirti  dolci  d’ amor  cinti  di  foco, 

Ch’  io  non  so  come  in  poco 
Tempo  non  arsi  e.  cener  non  divenni.  68 

Questi  son  gli  amorosi  primi  cenni, 

Ch'  al  cor  m’ han  fatto  di  diamante  un  nodo  : 

Quest’ è ’l  cortese  modo, 

Che  sempre  agli  occhi  miei  starà  davante  ; 72 

Questo  il  cibo  soave,  eh’  al  suo  amante 
Porger  gli  piacque  per  farlo  immortale  : 

Non  è l’ ambrosia  tale 

0 il  nettar  di  che  in  ciel  si  pasce  Giove.  76 

Ma  per  darmi  più  segni  e maggior  prove, 

Per  darmi  del  suo  amore  intera  fede. 

Mentre  con  arte  il  piede 

Leggiero  accorda  all’  amorose  tempre,  so 

Mentr’  io  stupisco  e priego  Dio  che  sempre 
Duri  felice  l’ angelica  danza. 

Subito,  oh  trista  usanza  !, 

Indi  fu  rivocata  al  bel  convito.  84 

Ella,  col  volto  alquanto  impallidito. 

Poi  tinta  d’  un  color  di  ver  corallo, 


T.  68.  o cener,  si.  antiche.  Carmi 
conveniente  t’ emenda  delle  mod.  st. 
che  leggono  e.  — v.  73.  Questo  il  cibo 
soave,  leggo  cosi  con  r ediz.  fior. 
1822  : tutte  le  anteriori  hanno  Que- 
sto cibo  soave.  Il  Maggi  nella  cit. 
Appetiti  propose,  Questo  è il  cibo  ,• 
e addusse  I’  autorità  del  cod.  trivnl- 
ziano  : e questa  terza  lezione  passò 
nella  ediz.  Silv.  — v.  74.  Le  piacque, 
Maggi  nella  cit.  Appendice  con  I’  au- 
torità del  trivulziano,  e ediz.  Silv.  — 
v,  76.  Ho  accettato  l'aggiunta  del- 
l' articolo  innanzi  a nettar,  che  manca 
in  tutte  le  altre  edizioni,  dal  Maggi  e 
dal  cod.  trivulziano  onde  passò  nella 
stampa  del  Silv.  — t>.  78.  darmi  più, 


con  oltraggio  alla  misura  del  verso, 
le  st.  antiche  ; c quella  del  Sessn 
poi,  in  terra  fede.  — v.  84.  Così 
leggiamo  col  Maggi  c col  Silv.,  che 
seguirono  il  trivulziano.  Le  due  st. 
ant.  portavano,  • Onde  fa  rivocata  al 
bel  colalo  (I).  » Gli  edd.  fior,  del  13 
congetturarono  in  nota  si  dovesse 
legger  convito ; e convito  restitui- 
rono nel  testo  i lor  successori  del  22. 
E gli  uni  e gli  altri,  per  spiegare 
in  qualche  modo  la  particella  onde, 
fecero  interrogativa  la  sentenza.  Al 
fine  la  vera  le.zionc,  da  noi  aceoltu 
nel  testo,  fu  di  sopra  il  cod.  trivul- 
ziano data  dal  Maggi  nella  cit.  Ap- 
petiti. c quindi  passò  nella  ediz.  Silv, 


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360 


RIME  VARIE. 


— Più  grato  m’ era  il  ballo  — 
Mansueta  rispuose  e sorridendo. 

Ma  degli  occhi  celesti  indi  partendo 
Grazia  mi  fece  : e vidi  in  essi  chiuso 
Amor,  quasi  confuso 
In  mezzo  degli  ardenti  occulti  sguardi. 
Che  accendea  dal  bel  raggio  e lievi  dardi 
Per  triunfar  di  Pallade  e Diana. 

Lei  fuor  di  guisa  umana 
Mosse  con  maestà  l’ andar  celeste, 

E con  man  sospendea  l'ornata  veste 
Regale  in  atto  e portamento  altero. 

10  non  so  di  me  il  vero. 

Se  quivi  morto  mi  rimasi  o vivo. 

Morto  cred’  io,  poi  eh’  ero  di  te  privo, 

0 dolce  luce  mia  ; ma  vivo  forse 
Per  la  virtù  che  scórse 
Da’  tua  begli  occhi  e in  vita  mi  ritenne. 
Ma  se  al  fedele  amante  allor  sovvenne 

11  valoroso  tuo  beato  aspetto, 

Perchè  tanto  diletto 

Sì  rade  volte  o sì  tardo  ritorna  ? 

Due  volte  ha  già  raccese  le  sua  corna 
Co’ raggi  del  fratei  l’errante  luna. 


83 


92 


se 


100 


104 


10S 


1 . 89.  vidi  partendo,  le  stampe 
ant.,  certo  per  error  tipografico. 
— v.  90-91.  Le  st.  antiche  leggo- 
no, vidi  memi  chiuso  Amor  qual  ec.  : 
gli  edd.  fior,  del  14  crederon  ac- 
comodare sciogliendo  messi  in  me 
sì  : i loro  successori  del  22  restau- 
rarono la  misura  del  verso  seg. 
leggendo  quale  in  vece  di  qual : ma 
nè  dall’ una  nè  dall’altra  correzione 
acquistò  punto  di  chiarezza  la  sen- 
tenza. Il  Sloggi,  I.  c.,  tolse  dal  cod. 
trivulziano  la  correzione  bellissima 
che  passò  poi  nell’  ediz.  Silv.  e clic 
noi  abbiamo  accettato.  — t>.  93.  del 
bel  raggio,  ediz.  Silv.  — p.  94.  Per 


trionfo  di,  ediz.  fior.  1822.  — v.  90. 
maieslà,  st.  ant.  — v.  97.  l'amo- 
rosa veste,  certo  per  errore,  la  st. 
Sessa.  — v.  98.  in  alto  o,  st.  ant. 
• Regalmente  nell’atto  ancor  proter- 
va » Dante,  purg.  XXX.  — t>.  104. 
Da  tuoi , st.  mod.  La  congiuntiva 
e poi  l’abbiamo  accettala  dal  cod. 
trivulziano,  secondo  V append.  del 
Maggi  e r ediz.  Silv.  — v.  105. 
il  fedele,  tutte  le  stampe.  Per  to- 
gliere l’ambiguità  del  costrutto,  ac- 
cettammo dalla  cit.  Append.  nel  lesto 
la  variante  al  del  trivulziano.  — 
v.  109.  tue,  st.  mod.  — v.  110. 
Co’razi,  st.  ani. 


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RIME  VARIE. 


3(1 1 


Nè  per  ancor  fortuna 

A sì  dolce  piacer  la  via  ritrova.  112 

Vien  primavera,  c il  mondo  si  rinnova  : 

Fioriscon  1*  erba  verde  e gli  arbuscelli  : 

Gli  innamorati  augelli 

Svernando  empion  di  versi  ogni  campagna  : ne 

L’  una  fera  con  l’ altra  si  accompagna  : 

El  toro  giostra  e ’l  lanoso  montone. 

Tu  donzella,  io  garzone. 

Dalle  leggi  d’ amor  sarem  ribelli  ? 120 

Lascerem  noi  fuggir  questi  anni  belli  ? 

Non  userai  la  dolce  giovineza  ? 

Di  tanta  tua  belleza 

Quel  che  più  t' ama  non  forai  contento  ? im 

Son  io  forse  un  pastor  che  guarde  armento, 

0 di  vii  sangue,  0 per  molti  anni  antico, 

0 deforme,  0 mendico, 

0 vii  di  spirto  ; onde  tu  m’ abbi  a sdegno  ? iss 
No  : ma  di  stirpe  illustre  il  guì  bel  segno 
All’  alma  patria  nostra  rende  onore  ; 

In  su  T mio  primo  flore  ; 

E qualcuna  per  me  forse  sospira.  132 

De’  ben  che  la  fortuna  attorno  gira 
Posso  animosamente  esserne  largo  ; 

Che  quanto  più  ne  spargo, 

Lei  col  pien  grembo  indrieto  più  ne  tira.  136 


V.  111.  per  ancor,  cosi  leggiamo 
col  trivulziano  cit.  dal  Maggi  e scg.  dal 
Silv.  Le  altre  st.  per  amor.  — e.  1 12. 
dohe.  Sessa.  — o.  116.  Servando 
in  più  diverti  ogni  campagna , st. 
ani.  e ediz.  flor.  1814:  Servano  in 
più  diversi  ogni  compagna,  ediz. 
Molinari  e fior.  1822.  La  bellissima 
correzione,  da  noi,  come  già  dal 
Silv.,  accolta  nel  testo,  fu  indovinata 
dal  Monti,  Propolla  [V.  HI,  p,  11, 
/ Poeti'],  e autenticala  dal  cod.  tri* 
vulziano.  — v.  118.  il  lanoto,  st. 


niod.  Nell’  ediz.  Silv.,  parendo  che 
restasse  in  sospeso  la  seconda  parte 
del  verso,  si  corresse  e il.  Scioglien- 
do 1’  et  delle  st.  antiche  in  e ’l,  co- 
me facemmo  noi,  ubbiam  la  vera  le- 
zione. — v.  121.  Latsercm,  Sessa.  — 
o.  124.  non  cl  farai,  con  danno  del 
verso,  le  st.  ani.  Forse:  no'l  farai. 
— v.  133.  De'  beni  che  la  fortuna,  st. 
ant.  — v.  136.  con  pien  grembo  indie- 
tro, le  st.  mod.  ; eccetto  Silv.,  il  quale 
col  suo  consueto  amore  alla  gramma- 
tica legge  : Ella  a pien  grembo. 


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RIME  VAKIE. 


m 


Robusto  quanto  per  pruova  s' intende. 

Cerchiato  di  favor,  cinto  d’ amici. 

Ma  benché  tra’  felici 

Da  tutto  ’l  mondo  numerato  sia,  no 

Pur  senza  te,  dolce  speranza  mia, 
l'armi  la  vita  dolorosa  e amara. 

Non  m’  esser  dunque  avara 

Di  quel  vero  piacer  che  solo  è il  tutto, 

E fa’ che  dopo  il  fior  i’  coglia  el  frutto.  145 


II.’ 

Vergine  santa  immaculata  e degna  ; 
Amor  del  vero  Amore  ; 

Che  partoristi  il  re  che  nel  ciel  regna, 
Creando  il  creatore 
Nel  tuo  talamo  mondo; 

Vergine  rilucente. 

Per  te  sola  si  sente 
Quanto  bene  è nel  mondo  : 


V.  t37-38.  Periodo  elittico:  sot- 
tintendi sono,  o simile.  — v.  141, 
Dolze.  Sessa.  — v.  1 42.  dolomia, 
amara,  ediz.  fior.  4 4,  Mot.,  ediz.  fior. 
22.  — t>.  443.  iVon  esser,  tutte  le 
si.  ; eccetto  Silv.  che  accettando  una 
variatile  del  trivulziano,  citata  dal 
Maggi,  lesse  Non  m'  esser  ; clic 
piacque  più  anche  u noi.  — «>.  445. 
« fiori,  Silv,:  io  colga  il,  st.  mod. 

1 È nella  Scella  di  Laudi  spirituali 
di  diverti  eccellentissimi  e divoli  au- 
tori ce.  impressa  in  Firenze  pe'  Giun- 
ti nel  4578,  in-4°;  c I’  accennò  il 
Crescimbeni  nel  voi.  Il,  parte  II. 
liti.  VI,  pag.  335,  della  Volgar  Poesia. 
Primi  fra  gli  editori  moderni  la  ri- 
stamparono i fiorentini  del  4844.  ma 
non  di  su  la  scelta  giuntina;  clic  anzi 
dolgonsi  in  nota  di  non  aver  potu- 


to per  mancanza  di  quella  edizione 
assicurarsi  se  I'  inno  da  loro  stam- 
pato fosse  una  cosa  con  la  lauda 
citata  dal  Crescimbeni.  E la  ristam- 
parono con  qualche  varietà  in  peg- 
gio ; non  dicono  su  quale  esemplare, 
ma  forse  su  qualche  manoscritto  ; 
sebbene  i codici  fiorentini  che  da 
me  son  conosciuti  aver  rime  del 
Poliziano  non  portino  questa  lauda. 
La  quale  fu  poi  riprodotta  di  su  la 
Scella  giuntimi  nell’  edizione  veneta 
del  Molinari  [4819],  nella  fiorentina 
del  Marchini  [4822]  c nella  mila- 
nese del  Silvestri  [4825]. 

V.  4.  immacolata,  degna,  edd. 
fior.  44.  — v.  3.  nel  ciel  regge,  gli 
stessi.  — v.  5.  Manca,  senza  che  se 
ne  avverta  il  lettore,  nell’  ediz.  fior, 
del  4844. 


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RIME  VARIE. 


363 

Tu  sei  degli  affannati  buon  conforto, 

Ed  al  nostro  navil  se’  vento  e porlo.  io 

0 di  schietta  umiltà  ferma  colonna  ; 

Di  carità  coperta  ; 

Ricetto  di  pietà,  gentil  madonna, 

Per  cui  la  strada  aperta 

Insino  al  ciel  si  vede  ; 15 

Soccorri  a’  poverelli 
Che  son  fra'  lupi  agnelli. 

E divorar  ci  crede 
L' inquieto  nimico  che  ci  svia. 

Se  tu  non  ci  soccorri,  alma  Maria.  20 


HI.1 


Monti  valli  antri  e colli 
Pien  di  fior  frondi  ed  erba. 

Verdi  campagne,  ombrosi  e folti  boschi  ; 

Poggi,  eh’  ognor  più  molli 

Fa  la  mia  pena  acerba,  5 

Struggendo  gli  occhi  nebulosi  e foschi  ; 

Fiume,  che  par  conoscili 


V.  9.  nei,  etili,  fior.  44  e 22. 

— v.  40.  E liti,  gli  slcssi.  — t>.  43. 
Accolliamo  la  lezione  dell’  etliz.  Silv_, 
e ne  riportiamo  la  nota:  « Tutte 
le  si.  leggono  Accetta  di  pietà  cc. 
Ma  t|iii  non  può  correre  Accetta , nè 
come  verbo,  nè  come  nome  sustan- 
tivo  in  significato  di  scure,  nè  come 
adiettivo  per  caro,  accettevole,  rice- 
vuto, cc.  L’  emendazione  pianissima 
e naturale  ci  viene  somministrata 
dalla  Proposta.  » [cit.  Appendice.] 

— r.  17.  fra  lupi,  edd.  fior,  del  14 
e ilei  22. 

t Questa  canzone  è una  delle  già 
impresse:  etl  il  Poliziano  scriven- 
dola ha  preso  norma  da  quella  ce- 


lebratissima del  Petrarca,  Chiare 
fresche  e dolci  acque  cc.  Trovasi  nel 
tomo  I del  Crescimbcui,  pag.  32 
[*  Dell'  isl.  della  volgar  poesia,  li- 
bro primo,  Venezia,  Bascgio,  4734]  ; 
c nell’  ediz.  ilei  Poliziano  per  Giu- 
seppe Cornino  del  4751.  [Edd.  fio- 
rentini del  4814].  Il  Crescimbeni 
la  pubblicò  di  sul  coti,  chigiano  4295 
(a’  suoi  tempi)  con  questa  avverten- 
za : - Comecché  nel  codice,  onde  ella 
è cavala,  sia  scritta  con  barbara  orto- 
grafia giustu  il  costume  degl’  igno- 
ranti trascrittori  di  que’  tempi  in  ciò 
infelicissimi,  nondimeno  io  voglio 
renderla  alla  vera  usata  dai  buoni 
scrittori.  - 


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361 


RIME  VARIE. 


Mio  spietato  dolore. 

Si  dolce  meco  piagni  ; 

Augel,  die  n’  accompagni  io 

Ove  con  noi  si  duol  cantando  Amore  ; 

Fiere,  ninfe,  aer  e venti  ; 

Udite  il  suon  de’  tristi  miei  lamenti. 

Già  sette  e sette  volte 

Mostrò  la  bella  aurora  ts 

Cinta  di  gemme  orientai  sua  fronte; 

Le  corna  ha  già  raccolte 
Delia,  mentre  dimora 

Con  Teti  il  fratei  suo  dentro  il  gran  fonte; 

Da  che  il  superbo  monte  20 

Non  segnò  il  bianco  piede 
Di  quella  donna  altera. 

Che  ’n  dolce  primavera 

Converte  ciò  che  tocca  aombra  0 vede. 

Qui  i fior  qui  l’ erba  nasce  20 

Da’  suoi  begli  occhi,  e poi  da’  miei  si  pasce. 

Pascesi  del  mio  pianto 
Ogni  foglietta  lieta, 

E vanne  il  fiume  più  superbo  in  vista. 

Ahimè,  deh  perchè  tanto  so 

Quel  volto  a noi  si  vieta. 

Che  queta  il  ciel  qual’  or  più  si  contrista  ? 

Deh,  se  nessun  l’ha  vista 
Giù  per  l’ ombrose  valli 


V.  13.  * D.ile  udienza  insieme  Alle 
dolenti  mie  parole  estreme  » Petr., 
eanz.  27.  (Edd.  fior.  14). — ».  làcera- 
mente il  Crescimi),  legge  Mastra.  — 
».  16:  « Di  gemme  orientali  incorona- 
ta » Petr.  (Edd.  fior.  14)  — ».  17-18. 
• Cornila  cuin  lume  pieno  simili  orbe 
coissent  • Ovidio  (Edd.  fior.  14). — 
».  19.  Giuji  foste:  qui  per  more.  Non 
mi  sovvengono  esempi  antichi:  ma 
su  1'  autorità  del  Poliziano  usò  que- 


sta figura  il  Cesarotti  nella  tradu- 
zione del  iteralo  d’ Ossian:  « Come 
luna  che  scende  entro 'I  gran  fonte,  » 
e il  foscolo  ne’ frammenti  dell’. 1/eeo; 
• ...  la  nuotante  per  I’  icario  fonte 
Isola  » — ».  26.  de'  miei,  edd. 
fior.  14  e 22  e Silr.  Ma  che  I*  erba  si 
pasca  del  pianto,  delle  lacrime,  sta; 
degli  occhi,  no.  Qui  il  da  fa  sentire 
la  derivazione  del  taciuto  umore 
onde  si  posceano  I’  erbe  e i fiori. 


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RIME  VARIE. 


365 


Sceglier  tra  verdi  erbette,  35 

Per  tesser  ghirlandette, 

I bianchi  e rossi  fior  gli  azzurri  e’  gialli. 

Prego  che  me  la  insegni  ; 

S' egli  è che  ’n  questi  boschi  pietà  regni. 

Amor,  qui  la  vedémo  40 

Sotto  le  fresche  fronde 
Del  vecchio  faggio  umilmente  posarsi  : 

Del  rimembrar  ne  tremo. 

Ahi  come  dolce  l’ onde 

Facean  i bei  crin  d’oro  al  vento  sparsi  ! 45 

Come  agghiacciai,  eom’  arsi, 

Quando  di  fiori  un  nembo 
Vedea  rider  intorno 
(0  benedetto  giorno  !) 

E pien  di  rose  l’ amoroso  grembo  ! ;,o 

Suo  divin  portamento 

Ritrai  tu,  Amor  ; ch’i’  per  me  n’  ho  pavento. 
l’ tenea  gli  occhi  intesi. 

Ammirando,  qual  suole 

Cervetto  in  fonte  vagheggiar  sua  imago,  55 

Gli  occhi  d’ amore  accesi, 

Gli  atti  vólto  e parole 
E il  canto  che  facea  di  sè  il  ciel  vago. 

Quel  riso  ond’  io  mi  appago, 

Ch’  arder  farebbe  i sassi,  eo 

Che  fa  per  questa  selva 
Mansueta  ogni  belva 

E star  l’ acque  correnti.  Oh  s’ io  trovassi 
Dell’  orme  ove  i piò  muove  ! 


V.  37.  c gialli , Cresc.  : e i gial- 
li, le  altre  stampe.  La  nostra  le- 
zione cerca  accordare  ambedue  le 
parli.  — v.  40.  Vedéuo  per  vedem- 
mo. — ».  45.  * Erano  i bei  crin 
d’oro  all’aura  sparsi  • Pctr.  (Edd. 
fior.  14).  — ».  52.  Pavento,  timo- 


re. Dante:.  « ...  i’ Ito  pavento  Di 
Malebranche.  * tEdd.  fior.  14).  — 
».  C3.  « Che  furia  gire  i monti  e 
stare  i fiumi.  • Peti'.  (Edd.  fior.  14). 
».  63-C4.  « Cosi  aveslu  riposti 
De’ bei  vestigi  sparsi  Ancor  tra’ fiori 
e l’ erba  -,  Chè  la  mia  vita  acerba 


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31)6 


RniE  VARIE. 


l’ non  avrei  del  cielo  invidia  a Giove.  65 

Fresco  ruscel  tremante 
Ove  ’1  bel  piede  scalzo 
Bagnar  le  piacque,  o quanto  sei  felice  ; 

E voi,  ramose  piante 

Che  ’n  questo  alpestro  balzo  70 

D’  umor  pascete  l’ antica  radice, 

Fra  quai  la  mia  beatrice 
Sola  talor  se  ’n  viene  ! 

Ahi  quanta  invidia  Faggio, 

Alto  e muschioso  faggio,  75 

Ohe  siei  stato  degnato  a tanto  bene  ! 

Ben  dè’ lieta  godersi 

L’ aura  eh’  accolse  i suoi  celesti  versi  ! 

L’ aura  i bei  versi  accolse, 

E in  grembo  a Dio  gli  pose  so 

Per  far  goderne  tutto  il  paradiso. 

Qui  i fior  qui  l’ erba  colse. 

Di  questo  spin  le  rose  : 

Quest'  aer  rasserenò  col  dolce  riso. 

Ve'  l’ acqua  che  '1  bel  viso  s* 

Bagnolle.  Oli,  dove  sono? 

Qual  dolcezza  mi  sface  ? 

Com'  venni  in  tanta  pace  ? 

Chi  scorta  fu  ? con  chi  parlo  0 ragiono  ? 

Onde  si  dolce  calma  ? 90 

Che  soverchio  piacer  via  caccia  l’ alma  ? 


Lugrimando  trovasse  ove  acquetar- 
si. » Petr.  — e.  G9.  E voi:  sottin- 
tendi per  contrazione,  quanto  siete 
felici.  — t).  72.  « Prego  elle  appa- 
ghi il  cor  vera  beatrice.  ■ Petr.  (Edd. 
fior.  14).  Fra'  quai,  leggono  gli  edd. 
Ilor.  14  e 22  con  una  sconcordanza 
di  genere  ; perchè  fra’  non  può  es- 
sere se  non  elisione  di  fra  i,  e l’ an- 
tecedente t piante.  Del  resto  si  sa, 
c ne  abbiamo  avuto  più  esempi  in 


questo  volume,  die  i quattrocentisti 
volentieri  tralasciavano  l’ articolo 
innanzi  al  relativo  quale  e quali. 
— v.  76.  « ...  haud  cquidem  tali 
me  dignor  bollore.  • Virg.  Enei- 
de, I.  « ...  fosti  a tanto  onor  degnala 
allora.  • Petr.  (Edd.  fior.  14).  — 
v.  79-80.  * 0 quoties  et  quae  no- 
bis  Galatea  lodila  est!  Partem  ali- 
quota, venti,  divùm  referatis  ad 
aures  ■ Virg.  ecl.  Iti. 


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RIME  VARIE. 


307 


Selvaggia  mia  canzone  innamorata. 

Va'  sicura  ove  vuoi  ; 

Poiché  ’n  gio’son  conversi  i dolor  tuoi.  9+ 


[INCERTE]. 

IV.1 

Venite  al  ballo,  giovinetti  e donne, 

Intrate  in  questa  stanza. 

Dove  balla  Speranza, 

La  cara  iddca  degl’  infelici  amanti.  ì 

» E ballerem  cantando  tutti  quanti 
Le  doglie  e gran  dolori 
Che  soffron  gli  amadori. 

Che  gentilezza  li  fa  ire  stolti.  s 

E voi  che  senz’amor  vivete  sciolti. 

Troppo  beati  !,  udite 
L’ aspre  nostre  ferite, 

Che  ci  son  date  senz’  aver  pietade.  12 

Felice  un  tempo  io  vissi  in  libertade. 


V’.  U4.  Poiché  in  gioia,  leggono 
gli  edd.  fior,  ilei  4814. 

i Questo  è la  prima  delle  Due  Can- 
zoni a ballo  di  A.  Poliziano , pubbli- 
cate coi  tipi  di  G.  Barbèra,  nel  1858, 
per  none  Corsini  e Barberini,  dal 
sig.  Domenico  Bonanui,  die  la  trasse 
dal  cod.  94  della  Biblioteca  Corsini 
ove  è copiata  di  sur  un  perduto  co- 
dice cbigiuno.  Ad  esser  riputata  au- 
tentica, Ita  presso  a poco  le  stesse  ra- 
gioni ebe  la  cuuzone  precedente,  la 
quale  fu  pur  essa  cavata  ila  un  codi- 
ce elogiano.  A più  d’  uno  farà  caso 
la  soverchia  lunghezza  e la  profu- 
sione non  sempre  elegante  e lo  sti- 
le non  sempre  vivo  e di  rado  gra- 
zioso, che  veramente  non  sono  le 


proprietà  delle  liriche  di  M.  Angelo  : 
altri  poi  potrebbe  fare  riscontri  e pa- 
ragoni fra  quelle  e questa  ed  in  que- 
sta sorprendere  qualche  rimembran- 
za di  quelle.  Qui  si  riproduce  dal- 
l ediz.  fiorentina  con  qualche  muta- 
mento nella  Iciione  che  parve  non 
alTatto  inopportuno. 

V.  3.  Questo  invito  alla  danza  è 
ripetuto  più  volte  con  versi  con- 
formi a modo  d’  intercalare,  e sem- 
pre nel  secondo  verso  delle  strofe 
leggesi  in  quella  danza.  Non  è im- 
probabile che  anche  qui  danza  abbia 
a leggersi  in  vece  di  stanza.  — 
t>.  13.  Ricorda  quel  della  Gio- 
tlra , I,  8:  • Vivessi  lieto  in  paco 
e in  liberiate.  » 


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3GS 


Rine  VARIE. 


Fuggendo  quelle  cose 
Che  io  vedea  noiose 

Al  viver  lieto  e ’n  pace  ed  in  riposo.  nj 

Allegro  sempre  givo  e motteggioso 
A veder  balli  e canti. 

Feste  in  piazza  e’  n santi, 

Dove  assai  gente  potessi  vedere.  20 

Di  gir  tal  volta  prendevo  piacere 
Dov’  eran  le  più  belle  ; 

Assai  donne  e pulcelle. 

Or  questa  ora  quell’  altra,  rimirando.  21 

Spesso  al  compagno  dicea,  motteggiando, 

— Questa  mi  par  più  bella:  — 

Egli  a me  : — Anzi  quella  : 

Eli’  è gran  donna,  e di  gentile  aspetto.  2S 

Mira  il  fronte  la  gola  il  busto  il  petto  : 

Poi  que’  modesti  e tardi 
De’  vezzos’  occhi  sguardi 

Quanto  la  fan  parer  più  bella  assai  ! 32 

Guarda  quella  da  canto  : e‘  non  fu  mai 
Più  sozza  0 brutta  fera  : 

Gioia  ! guarda,  e sta  intera 
E fa  dell’  occhiolin  come  la  capra.  3S 

EH’  è pallida,  nera,  vecchia  e macra. 

Piccola  : ma  quel  velo 


V*.  16.  Il  ms.  Ita:  G 'l  viver 
lieto  cc.  [Nota  dell’  edizione  fio- 
rentina 185$].  — e.  17.  Momc- 
cioso.  Pieno  di  molti  e facezie,  di- 
cendo  molli  ec.  — ».  19.  Suiti. 
• Il  nome  di  tanto  si  diede  per  suo 
proprio  alle  chiese,  che  lungamente 
durò.  » Borgh.  Vesc.  Fior.:  Lor. 
de’  Med.,  Ncncia : • Io  ti  veddi  tor- 
nar, Mencia,  dal  santo  : Eri  si  bella 
che  tu  mi  abbagliasti.  • — v.  22. 
L’ediz.  fior.  1868  non  mette  niun 
segno  distintivo  in  fine  di  questo 
verso:  quasi  facendo  deli' oggetto  che 


è nel  verso  seguente,  un  soggetto 
del  verbo  eraii  che  è in  questo.  — 
v.  33.  Nel  ms.  mancano  queste  pa- 
role {quelle,  intendi,  in  corsivo).  [Nota 
dell’  ediz.  fior.  1858],  — ».  35.  Gioii. 
Esclamazione  ironica.  Cosi  la  mo- 
glie di  Vitale  da  Pietrasanta,  nella 
nov.  CX XIII  del  Sacchetti:  » Guatan- 
do a St/uarciasaeco  il  figliastro  che 
tagliava  il  cappon  per  grammatica , 
dice  : Guatate  gioia.  » E forse  an- 
che in  questo  verso  il  Gioia  guarda 
è un  errore  di  trasposizione  del  copi- 
sta e dee  leggersi:  Guarda  gioia! 


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RIME  VARIE.  369 

Ricopre  il  suo  mal  pelo, 

Mostrando  sol  la  bocca  il  naso  e ’l  mento  — 40 

Cosi,  scoceoveggiandone  ben  cento, 

Facevam  dipartita, 

Prendendo  nostra  gita 

Dove  s’addirizzava  l’appetito.  44 

Tal  volta  ancor  riandavam  lungo  il  lito. 

Parlando  di  gran  cose 
Sempre  a noi  dilettoso. 

Virtù  sempre  lodando  ed  onorando.  4S 

E s’ io  veduto  avessi  un  che,  cercando, 

L’orme  della  sua  manza 
Vedesse,  dimoranza 

Far  gli  facevo,  e arrestavolo  un  poco.  52 

— Sciocco,  dicea  : tu  ardi,  e non  sei  in  foco  : 

Che  pazzia  è cotesta  ? — 

Così  prendevo  festa, 

Cagion  fingendo  di  suo  cor  doglioso.  66 

Ahimè,  eh’  or  sono  a mio  danno  piatoso, 

E sono  intrato  in  ballo 
Che  al  mio  mal  grado  ballo  ! 

Seguiam  la  nostra  dolorosa  danza.  CO 

Sdegno  o ragione  in  me  non  han  possanza 
Di  tèrmi  cotal  noia, 

Dove  pers’  ho  mia  gioia 

E trovat’  ho  quel  che  sempre  mi  nuoce.  64 

Guardatevi  da  questo  aspro  e feroce. 


V.  41.  ScoccovFcr.iAXDOiE.  Il  Var-  apocope  il  'amanza,  donna  amala, 

chi  nell’  Eruttano  scrive  elle  »coc-  In  questi  versi  v’  è una  ricordanza 

careggiare  s’  osa  dire  - per  vilipen-  dei  rimproveri  che  Giulio  fa  agli 

dere  o pigliare  giuoco  ridendo  d'ai-  amanti  nella  Giostra,  I,  12  c segg. 

cuno  > e che  è » più  tosto  senese  — ».  55-6.  Cosi  mi  prendevo  giuoco 

che  fiorentino.  ■ Deriva  da  cocco-  di  lui,  mi  sollazzavo,  pigliando  oc- 

frigia,  come  dicesi  in  alcuni  dia-  casione  dalla  doglia  del  cuor  suo. 

letti  la  civetta  c anche  un  certo  Prender  festa  e finger  cagione  di 

giuoco.  Vedi  Dall.  XX,  v.  22.  — non  hanno  csempii  nei  Vocabolario 

e.  43.  Cioè:  prendendo  il  cammino,  — o.  59.  Che.  In  tal  ballo,  cioè,  in 

incamminandoci.  — • ».  50.  Miszi  : che,  nel  quale ... 

Poliimso.  3-1 


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370 


RIME  VARIE. 


0 gentil  giovanetti  ; 

Prendete  altri  diletti, 

Che  questi  non  son  mai  senza  veleno.  es 

Ahimè  ! eh’  i’  mi  consumo  e vengo  meno  t 
l’ vorrei  pur  morire, 
l’ non  posso  finire 

La  vita  mia  : a questo  modo  spasmo.  72 

E tu  pur  cruda  : ed  è pur  un  gran  biasma 
Che  in  questo  modo  stenti, 

E che  tu  non  ti  penti 

Straziar  chi  tanto  t’ ama  e tanto  onora.  7G 

Ahimè  1 eh'  amore  e sdegno  pur  mi  accora. 

Due  colpi  maledetti 
A’  gentil  giovanetti 

Che  per  disgrazia  sono  in  questi  lacci.  so 

Uscirò  io  mai  di  questi  impacci 
E di  tanto  dolore  ? 

Ahimè,  crudele  Amore, 

Per  che  cagion  se’  sol  senza  mercede  ? $4 

L’ onestà  tua  mi  ti  fa  portar  fede, 

E fammi  in  te  sperare  : 

Chè  chi  si  sente  amare 

Come  può  star  ched  e’  non  ami  ancora  ? ss 

Stolto  ! io  sapea  ben  che  chi  s’ innamora 
Si  priva  d’ ogni  bene. 

Po’  raddoppia  le  pene 

Se  non  raffrena  in  lui  ogni  sua  voglia.  9? 

Io  sempre  pur  cerco  ogni  mia  doglia 
Ed  ho  in  odio  me  stesso  : 

Chi  è meco  d’ appresso 

Che  insieme  non  si  duol  de’  miei  gran  danni  ? 96 

Ahi,  dispietato  Amor,  con  quanti  inganni 


V.  73.  E tu  pur  crudi.  Eliss! 
enfatica.  Cosi  nei  lìisp.  spicc.:  • Io 
arei  già  un’orsa  a pietà  mossa:  E 
tu  pur  dura  a tante  tnic  querele.  » 
— r.  SI.  Mercfde:  Pietà.  Nei  Ritp. 


spicc.  : • Vinto  dalla  ditrcza  del 
tuo  petto  Ov’  io  non  seppi  ancor  tro- 
var mercede.  • — t>.  87-8.  • Amor 
eli’ a nullo  amato  amar  perdona.  • 
Dante. 


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RIME  VARIE. 


371 


Raddoppi  le  mie  pene  ! 
l’ pur  or  vedo  in  mene 

Quel  che  ho  beffato  in  altri,  e ben  mi  sta.  100 

Quest’  è quel  che  m’  uccide  e che  mi  sfa, 

Ch’  io  vorrei  pur  uscire 
' D’  esto  crudel  martire, 

• Ma  io  non  posso  in  me  quant’  io  vorrei.  t(u 

Vorrei  d’ amore,  amando,  i pensier  miei 
E le  voglie  privare  : 

Vorrei  potere  odiare 


Chi  m’ inimica  : e non  ne  posso  niente.  tOS 

Ch'  è a dir  che  sdegno  in  me  non  sia  potente 
E non  abbia  possanza 
Ch’  io  non  segua  speranza 

Che  ogn’  ora  più  accende  in  me  la  face  ? ti2 

Questo  sperar  pur  mi  consuma  e sface, 

E la  mia  intera  fede. 

Deh  ! sciocco  è chi  si  crede 
Pietà  trovare  ove  alberga  dispetto  1 116 

Sciocco  chi  sempre  a figlio  sta  soggetto 
Per  aspettarne  merto  t 
Io  pur  porto  coperto. 

Per  arder  più,  questo  colpo  mortale.  <20 

Odierò  io  mai  chi  gode  in  farmi  male  ? 

E chi  mi  sdegna  sempre 
Ed  aguzza  sue  tempre 

In  darmi  doglia  pene  e gran  martire  ? 124 


V.  90.  .1 lene:  me.  Idiotismo  dei 
toscani,  che  a ine  e ad  altri  sif- 
fatti monosillabi  usarono  nei  pri- 
mi secoli  di  aggiungere  un  e o 
la  sillaba  ve,  e dissero  mee,  me- 
te, per  me;  dal  quattrocento  in 
poi  aggiunsero  più  comunemente 
il  ne.  Del  che  però  non  mancano 
esempi  fin  del  duecento:  lacopone 
ha:  « Cristo  c’  invita  a sene,  E dice: 
Venite  a mene.  » — ■ v.  40J-412.  Per 


cavar  un  senso  da  questa  strofe  nb- 
biam  creduto  dover  leggere  Ch'  c n, 
ponendo  l’ interrogazione  in  fine  del- 
la sentenza.  L'ediz.  fior.  4858  legge 
Che  a dir,  senza  segno  d’ interro- 
gazione.— v.  Ili.  Sottintendi  a fe- 
de soggetto  i verbi  mi  eoniumn  e 
sface.  — v.  415.  Abbiam  creduto 
dover  mutare  cosi  la  lezione  del 
l'ediz.  fior.  1S58  che  è,  Deh  sciocco- 
a chi. 


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372 


RIME  VARIE. 


Troverà  mai  mercede  il  mio  servire, 
li  mio  fedele  amore. 

Ed  anco  il  mio  dolore 

Ch’  io  porto  sol  per  te,  caro  mio  bene  ? 123 

Io  pure  spero  allentar  le  mie  pene 
Pereh'  io  pur  amo  te  : 

E tu  devi  amar  me. 

Quel  sospirar  non  è senza  cagione  : 132 

Que’  dolci  sguardi  voglion  con  ragione 
Ch'  io  speri  del  servire 
E spetti  aver  desire 

Da  te,  perchè  tu  sei  pur  la  mia  donna.  iss 

Tu  sei  della  mia  vita  pur  colonna  ; 
l’ t’ adoro,  i’  ti  prego  : 

Oh  dio,  che  pur  anniego 

Nel  gran  dolor  che  m' urta  e mai  non  resta  1 no 
Legno  non  ebbe  mai  maggior  tempesta 
In  mar  per  forza  o venti. 

Come  i miei  sentimenti 

Ch’escori  per  rabbia  de’ lor  luoghi  sciolti.  144 

Convienci  pur  soffrire,  chè  siam  stolti. 

Or  pigliam  miglior  via: 

Forse  diverrà  pia. 

Ripigliando  T usata  gentilezza  ; us 

Perocché  ’l  mio  servir  non  merta  asprezza. 

Non  venga  mai  beltà. 

Nè  mai  senza  pietà 

Bellezza  vidi  : adunque  io  vuò  sperare.  152 

Disperi  dunque  ogn’  un  che  vuol  ballare 
Nella  dolente  danza. 


V.  134.  Il  ms.  CA'  io  operi  del  min 
servire.  [Nota  deli’ ediz.  lìor.  1858.] 
— v.  135.  Cosi  ha  il  ms.  [Itolo  del- 
fedii,  fior.  1858.]  Intenderei:  lo 
aspetti  di  conseguire  il  mio  desiderio 
da  te.  — i>.  144.  Il  ms.  Ch’  etcon  per 
rabbia  de’ lunghi  iciolti.  [Nota  del- 
l’cdiz.  fior.  1858].  — »».  145.  L’  ediz. 


fior.  1858  ha,  soffrire  che  sin m stolti. 

— e.  148.  In  fine  di  questo  v.  fedii, 
fior.  58  mette  punto  fermo  e nini» 
segno  poi  su  la  fine  del  seguente. 

— v.  150.  Cosi  ha  il  ms.  [Nolo 
dell’ ediz.  fior.  58].  — v.  153.  Di- 
sferi:  cosi  la  cit.  ediz.  fior.  Forse 
Isperif 


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RIME  VARIE. 


373 


Dove  balla  Speranza 

1 Che  tempo  ci  fa  perder  senza  fratto.  tic 

Ilo  io  a viver  sempre  in  pianto  e in  lutto. 

Misero  a me  dolente  ? 

Che  io  non  trovi  niente 

Pietà  nè  in  me  nè  in  altri  al  mio  dolore?  ico 

Troppo  beati  o voi  che  senza  amore 
Vivete  in  gioco  e in  festa, 

Senza  questa  tempesta 

Dove  non  valse  mai  forza  nè  ingegno.  ic+ 

Guardatevi  dall’  aspra  ira  e disdegno 
Di  questo  dio  feroce. 

Che  sempre  ivi  più  nuoce 

Dove  più  gentilezza  alberga  e trova.  ICS 

Tristo  colui  in  cui  sue  forze  prova  ! 

Che  gl’  insegna  far  cosa 
Sempre  a lui  dispettosa 

E fuggir  ogni  sua  salute  e bene.  172 

Amor  soffrir  gl’  insegna  mortai  pene. 

Amor  gli  dona  doglie, 

E privalo  di  voglie 

Che  sien  rimedio  ai  suoi  colpi  mortali.  176 

Amor  sempre  gl’  insegna  e suo’  gran  mali. 

Ed  aver  in  piacere 

Quel  che  gli  è in  dispiacere  ; 

Poi  gl’  insegna  a sperare  ove  più  teme.  ISO 

Amor  gl’  insegna  ogni  sua  cara  speme 
Con  parole  coprire  ; > 

Vorrebbela  scoprire: 

A questo  modo  gl’  insegna  stentare.  1S4 

Amor  gl’ insegna  le  sue  voglie  amare 


t'.  160.  Nell’  edizione  fiorentina 
58  questa  proposizione  non  lia  se- 
gno interrogativo.  — e.  164.  Petr. 
« Morte...  Contea  la  qual  non  vai 
forza  nè  ingegno.  » — t>.  168.  Ges- 
tilezzs  qui  per  arditissima  irrego- 


larità di  sintassi  fu  da  soggetto  di 
alberga  e da  oggetto  a un  tempo  di 
Irava.  — ».  183.  Cornine:  nasconde- 
re, dissimulare.  Esempio  assai  spic- 
cato, e più  che  non  altri  citati  tiei 
Vocali. 


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374 


RIME  VARIE. 


Parer  piene  di  mòle, 

E son  colme  di  fòle  ; 

E insegnagli  cruciar  sempre  a suo  danno.  iss 

Amor  gl’  insegna  allegrar  del  suo  inganno 
E d’  ogni  suo  dispetto  ; 

Insegnagli  diletto 

Soggetto  stare  ov’  egli  ha  libertade.  192 

Amor  gl’  insegna  sempre  aver  pietadc 
Del  mortai  suo  nemico. 

Riputarselo  amico, 

E seguir  sempre  chi  lo  fugge  e sdegna.  198 

Amor  cantando  lagrimar  c’  insegna, 

E celar  la  tristezza 
Con  la  falsa  allegrezza  ; 

C’  insegna  mille  volte  il  dì  morire.  200 

I suoi  piacer  non  son  senza  martire  : 

Fuggite  questo  ingrato  ; 

Ch’  egli  è troppo  beato 

Chi  senno  impara  alle  spese  d’ altrui.  204 

Prendete  asscmpro  da  me,  eh’  ora  in  lui 
Ho  posto  ogni  mio  bene  : 

Trovomi  in  mortai  pene 

Con  un  dolor  che  mai  non  mi  disserra.  20S 

Oh  Dio  ! che  non  son  io  di  marca  terra 
l’n  rappator  tracano. 

Un  caterchio  villano. 


r.  188-189.  Cui  AuEcnin 

sono  qui  usati  senza  l’ affisso  co- 
me intransitivi  assoluti.  Così  dolere 
in  Guittone  [teli.  XIV]  : • Uomo  che 
di  vostra  perla  perde,  e dote  di  vo- 
stra doglia:  • affannare  in  Bore.  [Fi- 
loc.  Vili]  : - Per  niente  affannar  vo- 
gliamo: • dilellare  spesso  ne’dn- 
gcnlisli  ; p.  e.,  Nov.  ani.  XII  « ehi 
dee  regnare  in  virtude  e diletta  in 
lussuria.  ■ Rimase  più  lungamente 
in  questo  uso  mostrare  : Uherli 
[Diltam.  I,  cap.  XI]:  • ....  voi  Che 


negli  atti  mostrate  si  gentile.  > — 
v.  191-2.  Cioè  gl’  insegna  esser  cosu 
dilettoso  lo  star  soggetto  quand’  uno 
c pur  di  natura  sua  libero.  — t>.  205. 
Ricorda  il  principio  d’ un  Ritp.  tpicc. 
• Prendete  esemplo,  voi  eh’ Amor 
seguile,  Dalla  mia  morte.  » — v.  208. 
Mai  nos  ai  disserri,  da’ suoi  vincoli, 
dalla  cattività  in  che  mi  tiene.  — 
I'.  210-11.  R>PP*TOR  r inciso...  C»- 
terchio.  Queste  voci  non  sono  regi- 
strate nel  Vocabolario,  se  già  non 
fossero  mal  copiate  nel  ms.  invece 


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RIME  VARIE.  375 

0 suo  parente  senza  coscienza  ! 212 

Non  a chi  vede  tocca  tal  sentenza  ; 

E chi  m’ intende,  intenda. 

Perch’  io  più  non  mi  stenda, 

A buon  intenditor  basta  dir  poco.  216 

Usciamo  ormai  di  questo  ardente  foco. 

Perchè  morte  c’  invita 
A finir  nostra  vita 

Più  tosto  che  servir  senza  mercede.  220 

Den  è sciocco  colui  che  in  altri  crede 
Trovar  di  sè  pietà  : 

Egli  usi  crudeltà 

Pur  di  sè  stessi,  e faccisi  più  male.  224 

Stolt’  è colui  che  tal  colpo  mortale 
Vuol  portar  con  diletto, 

E crede  star  soggetto 

Con  libertà  : costui  è troppo  stolto.  228 

E se  mai  valse  alcun  vivere  sciolto. 

Vincendo  pur  sè  stessi  . 

0 l’ amor  ben  rendessi. 

Costui  è stato  come  un  iddio  in  terra.  232 

Fuggite  1’  aspra  e tanto  mortai  guerra 


di  altre.  [Nota  dell’  ediz.  fior  18 58].' 
Invece  di  rap/ialur  probabilmente  ha 
da  leggersi  zappalor  : e b acano  o 
torcano  non  è forse  diverso  da  tor- 
chiano, che  nell’uso  di  Toscana  dicesi 
a’ contadini,  e vale  zotico.  Catcrchio 
sarà  una  corruzione  di  terchio,  voce 
antiquata  nello  stesso  significato  ; se- 
condo il  Bianchini,  Vacab.  lucchese , 
cit.  da  P.  Fontani  nel  Vocab.  dcl- 
l' uso  toscano.  E marea  terra  ? forse 
terra  della  Marea  o di  Marca?  ovvero 
è da  leggere  marca  a terra,  inten- 
dendo marca  per  possesso,  territorio, 
contado?  (vedi  Ducangc.) — 0.215. 
PtRcn’.  Qui  vale,  Benché.  — o.22i.  SÉ 
stessi  per  se  stesso  ; qui  e al  v.  230 
in  riina.  E pare  che  questa  termi- 


nazione in  i si  usasse  specialmente 
quando  stesso  si  riferiva  a perso- 
na ; come  nel  medesimo  caso  si  se- 
guitò a usure  egli,  quegli,  questi  in 
vece  di  elio,  quello,  questo.  Dante, 
Inf.  IX.  28  : • Cosi  disse  il  maestro  : 
ed  egli  stessi  Mi  volse.  > Lorenzo 
de’ Medici,  Ball.:  - Non  mi  dolgo  di 
te  nè  di  me  stessi.  • Ma  Dante 
[Par.  V.  133]  lo  riferisce  anche  al 
sole  : • SI  come  il  sol.  che  si  cela 
egli  stessi  Per  troppa  luce.  ■ — o. 
226.  Portar.  Sopportare  : come  più 
sopra,  al  v.  128,  porlo,  lacopone  : 
• A te  non  fu  pauroso  Per  me  pena 
portare.  • — v.  231.  Cosi  ha  il  ms. 
(Nota  dell’edizione  fiorentina  1858.) 
Forse  al  v.  225  è da  leggere  Volse. 


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37G  RIME  VARIE. 

Di  questa  ingrata  gente. 

Che  mai  sazia  si  sente 

Di  straziar  chi  l’ onora  teme  ed  ama. 

E se  alcun  bel  figlio  amar  pur  brama. 

Non  gli  scuopra  la  fede  ; 

Che  qui  certo  si  vede 

Che  la  beltà  non  è rimunerata. 

Preghi  '1  poco,  ed  ara  maggior  derrata  : 

E se  vi  mostrerete. 

Sciogliete  allor  la  rete  ; 

Ed  elle  aràn  di  voi  sempre  gran  voglia. 
Nissuno  scopra  già  mai  la  sua  doglia 
Nè  la  sua  passione  ; 

, Perchè  niuna  ragione 

Regna  fra  loro,  e poi  pigliano  il  peggio. 

Ahimè  ! eh’  i’  mi  consumo  e pur  me  ’l  veggio; 
l’ so  dar  buon  consiglio, 

E per  m»!  non  lo  piglio: 

Ahi  legge  iniqua,  a che  m’  hai  tu  condutto  ! 
lo  t’ amo  pure,  e spero  averne  frutto  : 

Pur  però  il  mio  amore. 

Ahimè  !,  con  grand’  ardore 
A pregarti  m'invita  ctye  m’ascolti. 

Convienci  pur  ballar,  chè  siamo  stolti. 

Or  segui tiam  Speranza, 

Che  guida  questa  danza, 

E già  non  resta  di  straccarci  mai. 

Sarai  tu  sazia  mai  de’  nostri  guai 
E della  nostra  doglia  ? 

Verratti  sempre  voglia 

Straziar  chi  tanto  t’ ama  c tanto  onora  ? 

Deh  ! guarda  un  poco  al  dolor  che  m’ accora  ; 
Pensa  eli’  egli  è chi  t’ ama. 

Che  ogni  tuo  bene  brama. 

Quel  che  tu  fai  in  duol  morire  a torto. 

K.  2G1-64.  Il  lellore  ricorderà  il’ a-  questu  stanza  già  ripetuti  a 
ver  trovato  i sentimenti  e te  frasi  iti  nei  Itisp.  tpicc.  cil  altrove. 


256 


£40 


£44 


245 


252 


250 


200 


204 


26S 

sazietà 


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RIME  VARIE. 


377 


Porgi  all’  angustie  mie  un  po’  conforto; 

Gli’  egli  è pur  tempo  ornai 
Uscir  di  tanti  guai 

Che  ne  sare’  pietà  venuta  a'  cani.  272 

E,  se  tu  vuoi  eh’  io  mora,  al  men  le  mani 
Distendi  e tràmmi  il  core; 

Chè  mi  fia  grande  onore 

Potermi  gloriar  di  cotal  morte.  276 

Ma,  se  le  dolorose  aspre  mie  sorte 
Non  ti  movono  il  core. 

Movati  quello  amore 

Che  t’ ho  portato  con  tanta  onestà.  2S0 

Deh  1 moviti  in  vèr  me  ora  a pietà 
Della  mia  pura  fè. 

Acciocché  siano  in  te 

Tutte  virtù  e bellezze  raccolte.  2S4 

Movati  ’i  mio  servir,  che,  quante  volte 
L’ orme  tue  sante  vede, 

Tante  volte  si  crede 

Esser  beato  senza  andare  in  cielo.  2SS 

La  bilia  ancor  ti  muova  che  con  zelo 
Portata  t’ho  tant’anni. 

Non  senza  miei  gran  danni. 

Deh  1 increscati  di  me,  caro  signore.  292 

Se  il  ciel  degna  t’ ha  fatta  in  tant’  onore. 

Deh  ! non  essere  ingrata  : 

Perocché  non  t’  ò data 

Bellezza,  perchè  tu  la  perda  in  vano.  296 

Cruccio  non  tenga  in  te  pensier  villano, 

Chè  sai  che  un  dolce  riso 


V 279-80.  « Movavi  !'  esserv’  io 
alato  amatore  Dui  di  clie  vostra  elude 
era  anco  in  erba  : » Risp.  tpice.  — 
e.  285-87.  Questa  astrazione  per- 
sonificata del  servire  parrà  senza 
discrezione  non  clic  senza  gusto  : 
ma  io  tengo  che  s’  abbia  a leggere 
vedo  al  v.  287  e mi  credo  al  seguente. 


• — ».  289.  L»  b i.tìl.  Cosi  lia  il  ms. 
[Nota  dell’ ediz.  fior.  1858].  — ».  292. 
Sicsore,  parlando  alla  donna  amata, 
l'abbiamo  trovato  spesse  volte  nei 
Rispetti  e nelle  Ballate  del  N.  A.  — 
».  295-6  - E'  non  ti  diè  tanta  bellezza 
Iddio,  Perchè  la  tenga  sempre  ascosa 
in  seno  ec.:  » Leu.  in  islr.;  c altrove. 


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378 


RIME  VARIE. 


w 

_ 4' 


Qual  ésca  del  tuo  viso 

Mi  fa  dimenticare  ogni  mio  sdegno.  300 

Poi  la  modestia  tua  pur  mi  fa  segno 
D’ esser  tutta  pietosa  : 

Deh  1 non  sia  si  sdegnosa 

In  chi  sue  voglie  in  te  sempre  tien  tese.  304 

Quella  allegra  tua  fronte,  onde  si  accese 
Il  mio  fedele  amare 
Che  or  mi  fa  lagrimare. 

Deh  ! lasci  l’ ira  che  a morte  mi  sferza.  30S 

Que’  vezzos’  occhi,  eh’  amor  sempre  sberza, 

Con  quei  soavi  sguardi 
Sempre  modesti  e tardi. 

Deh  ! sian  pietosi  al  dolor  che  m'aspreggia.  312 
Quell’aspetto  gentil  che  falconeggia 
Sotto  quel  turchin  manto. 

Che  dà  forza  al  mio  canto. 

Ornai  si  porga  a me  benigno  e fiso.  sic 

Un  bel  grato  vezzoso  e vago  riso 
Sempre  lodato  è suto. 

Deh  ! sia  riconosciuto 

Una  volta  da  te  ’l  mio  duro  fato.  320 

Increscati  del  mio  misero  stato  : 

Vedi  eh’  io  sono  in  ballo. 

Dove  dolente  ballo  : 

Or  si  muova  a pietà  ’l  bel  viso  adorno.  324 


V.  308.  • ...  il  vostro  sangue  piove 
Più  largamente,  eli’ altra  ira  vi  sfer- 
za. » Petr.  — ».  309.  Sacrai.  Sbcrzarc 
manca  nel  Vocab.,  ma  è forse  una 
cosa  con  Bcrzurc  di  cui  si  recano 
due  esempi!  dalla  falsa  Storia  di  Se- 
mi fante  c clic  è interpell  alo  : • Colpi- 
re, ferire  con  saellamento  o nltr’  ar- 
me da  lanciare  : • certo  son  della  stes- 
sa radice  clic  Bersaglia.  Qui  credo 
clic,  per  un  modo  di  costruzione  ir- 
regolare frrijuentissimu  nei  quat- 


trocentisti, il  soggetto  di  «terni  sia 
occhi  e l’oggetto  amore,  e debba 
intendersi  : Quegli  occhi  vezzosi  clic 
sempre  saettano  o lanciano  amore, 
ec.  — ».  313.  Fàlcokzggia:  si  mostra 
altiero  e orgogliosetto,  a modo  di 
falcone.  Manca  nel  Vocab.:  ma  di 
donna  che  sin  o paia  ordita  oltre 
il  termine  femminile  soglion  dire 
le  oltre  donne.  Che  aria  di  falco  ! 
o anche  •peggio,  Ila  un’  aria  di  fal- 
cacelo. 


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• RIME  VARIE. 


379 


Deh  ! porgi  a me  un  sol  minimo  giorno 
Di  pace  e di  riposo. 

Da  poi  che  m’  è nascoso 
Ogni  piacer  al  mio  viver  beato. 

Voi  altre  donne  che  lo  innamorato 
Vostro  amante  vedete. 

Deh  ! pietà  un  po’  prendete 
Di  sua  infelice  vita  e de' suoi  pianti. 

Prendete  un  po’  pietà  de’  vostri  amanti  : 
Non  state  ingrate  mai 
In  chi  sente  gran  guai 
Per  voi  servire  : ornai  non  siate  acerbe. 

Non  divenite  mai  troppo  superbe 
Per  aver  gran  bellezza  ; 

Perocché  gentilezza 
È molto  più  lodata  che  un  bel  viso. 

Non  ebbe  già  mai  luogo  in  paradiso 
Un  animo  crudele  : 

Porgan  dolci  medele 

L’ onestà  di  una  donna  e le  bellezze. 

Lasciate  ornai  l’ usar  cotante  asprezze  : 
Deh  ! prendete  or  piacere. 

Che  lo  potete  avere  ; 

E forse  che.  diman  vi  fie  negato. 

Quale  aspettate  voi  tempo  più  grato? 

Se  non  quel  eh’  io  vuò  dire, 

Quand’  empie  ’l  suo  desire 
L’ amante  con  l’ amato  in  gran  diletto. 

Non  pensate  che  quel  gentile  aspetto 
In  voi  sempre  dimori  ; 

Perocché  visto  ho  fiori 

Cangiar  colore  in  un  corcar  di  sole. 

Rose  vidi  incarnate  gigli  e viole 
In  poco  farsi  brutte, 


32S 


532 


530 


540 


344 


34S 


352 


350 


V.  335.  I*:  verso.  - Il  suo  amore 
in  lei  si  raddoppiò  : • Rocc.  Dee.  II. 
7.  — v.  343.  Mkoele  : latinismo: medi- 


cine, rimedii.  — t>.  345-360.  I senti- 
menti le  imagini  le  frasi  qui  verseg- 
giate si  riscontrano  tutte  nei  Ritpelli 


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380 


RIME  VARIE  • 


Po’  ’n  terra  star  distrutte  : 

Consuma  il  tempo  ogni  cosa  terrena.  soo 

li  tempo  passa  in  men  che  non  balena, 

Come  il  proverbio  dice. 

Quant’è  colei  felice 

Che  non  perde  ’)  piacer  o sullo  usare  ! so+ 

Miser  eh’  indarno  quel  vuol  consumare. 

Pensando  che  ritorni  ! 

Perchè  i passati  giorni 

Render  non  ci  può  mai  forza  nè  ingegno.  ócs 

Ben  è sciocca  colei  che  ha  a sdegno 
Di  tòr  quel  che  gli  è dato  : 

Gran  tempo  1’  ha  cercato; 

Prender  no  ’l  vuole,  e poi  troppo  si  pente.  572 
Deh  ! se  alcuna  c’  è qui  che.  amar  si  sente. 

Non  perda  i giorni  suoi  ; 

Ch’  ella  si  pente  poi, 

E ’l  pentirsi  da  poi  niente  gli  vale.  370 

Non  faccia. a sè,  per  far  ad  altri,  male; 

Chè  poi  troppo  si  pente, 

E non  le  vai  niente  ; 

E ’l  penter  poi  le  raddoppia  la  doglia.  sso 

Ami  chi  l’ ama,  e segua  ogni  sua  voglia  ; 

Non  lasci  i piacer  suoi  : 

Se  felice  esser  vuoi; 

E ’l  penter  poi  non  si  può  ristorare.  3S4 

Amate  i vostri  amanti  a voglie  pare  ; 

Prendete  de’  diletti 
Co’  gentil  giovanetti. 

Che  sien  discreti  c di  beltà  famosi.  3$$ 


e nelle  Canzoni  a ballo  del  N.  A.  — lire.  Ne  vedemmo  altri  esempi  nei 

r.  36ó.  Quei  : riferiscilo  a tempo  del  Riepetti.  — ».  383.  Cosi  nell’  cdii. 

v.  361.  — v.  380.  Pe.vteh  per  pen-  lior.  Ì858. 


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RIME  VARIE. 


38) 


[APOCRIFE]. 

V.1 


Dalla  più  alta  stella 
Discende  a celebrar  la  tua  letizia. 

Gloriosa  Fiorenza, 

La  dea  Minerva  agl’  ingegni  propizia  : 

Con  lei  ogni  scienza 
V’  è,  che  di  sua  presenza 

Vuole  onorarti  a ciò  che  sia  più  bella.  7 

Poco  ventura  giova 
A chi  manca  el  favor  di  queste  donne  : 

E tu,  Fiorenza,  el  sai  ; 

Chè  queste  son  le  tua  ferme  colonne  : 

La  gloria  che  tu  hai 
D’ altronde  non  la  trai 

Che  dall’ingegno  di  che  ogn’or  fai  pruova.  14 
Le  stelle  sono  stiave 
Del  senno,  e lui  governa  le  fortune. 

Or  hai,  Fiorenza,  quello 


1 Di  su'l  cuti,  magliabechiano  735, 
cl.  VII.,  ove  sta  con  questa  intitola- 
zione,  Canzona  composta  per  M.  Agno- 
lo da  Montepulciano  quando  el  cardi- 
nale de’  Medici  ebbe  il  cappello,  la 
pubblicarono  primi  fra  le  Rime  del 
Pi.  A.  gli  editori  fiorentini  del  1814; 
e quindi  passò  in  tutte  le  posteriori 
edizioni.  Ma  era  già  a stampa  nella 
Raccolta  di  Tutti  i trionfi,  Carri',  Ma- 
scherate e Canti  carncscialcschi  ec., 
a cura  di  A.  F.  Grazzini,  Firenze, 
MDLVIII,  e nell’altra,  fatta  dal  can. 
Bracci,  colla  data  di  Cosmopoli  1750: 
e vi  era  col  titolo  di  Trionfo  della 
Dea  Minerva,  sotto  il  nome  di  M. 
Agnolo  Divizio  da  Bibbiena.  Al  quale 


la  rendiamo  volentieri,  anche  perchè 
non  ha  punta  somiglianza  collo  stile 
del  Poliziano,  e perchè  poco  autore- 
vole ci  pare  il  bruito  cod.  magliaie 
che  al  Pi.  A.  I’  attribuisce. 

V.  I.  più  chiara,  var.  d’ un  cod. 
Bracci  nelle  note  ai  Canti  carnesciale- 
schidel  1750.  — e.  3.  0 gloriosa,  cod. 
Br.,  ibidem.  — v.  A.  alle  Vi'r/ù  pro- 
pizia, Cani.  Cam.  155$  e 1760.  — 
v.  5.  E con  lei,  cod.  Br.  in  C. 
Carn.  1750.  — ».  6.  V’ir»,  C.  Carn. 
1558  e 1750.  — ».  14.  ingegno  lor, 
ch'or  ne  fai,  C.  Carn.  1 558  e 1 750.  — 
r.  1 5.  schiave,  C.  Carn.  1 558  e 1 750.  — 
».  16.  ed  ei,  ediz.  Silv.  : et  ci  governa 
la  fortuna,  C.  Carn.  1558  e 1750. 


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w 

RIME  VARIE. 

Che  desùmi,  è tante  e tante  lune, 

Onorato  cappello. 

Verrà  tempo  novello 

Ch'  arai  le  tre  corone  e le  due  chiave.  21 


VI.1 

IN  MORTE 

DEL  MAGNIFICO  LORENZO  DE’  MEDICI. 

I. 

Morte,  per  tórre  il  più  ricco  tesauro 
Che  fussi  sotto  il  ciel,  superba  svelse 


V.  18.  Il  codice  magi,  c l’ edi- 
zione fiorentina  4814  leggono,  Che 
desiavi  è tante  lune:  ma  il  verso 
deve  esser  endecasillabo,  onde  il 
Maggi  nella  più  volte  cit.  Appendice 
propose  I’  emenda,  Che  tutti  desiam- 
olo, è tante  lune.  Già  l’ediz.  Mulinaci 
c la  fior.  1822  avevan  corretto,  ma 
fuori  dell'  ordine  delle  rime,  Che  de- 
siata, è tante  lune  e tante.  .Meglio  fece 
I’  ediz.  Sii v..  Che  desiammo,  è tante  e 
tante  lune.  Le  due  raccolte  di  C.  Carn., 
clic  al  t>.  1G  leggono  la  fortuna,  qui 
senza  senso  hanno,  Che  desiavi  tanto 
e tanto:  Cuna.  Noi  accettiamo  remen- 
da Silv.,  senza  però  mutare  il  desiata. 
— n.  -19.  L'onorato,  C.  Carn.  1558 
e 1750.  — c.  21.  Ch’avrai,  ibid. 

t Questo  c il  capitolo  seguente  e 
il  terzetto  a modo  di  epitafio  furono 
pubblicati  dagli  cdd.  fior,  del  1814 
di  su  ’l  cod.  riec.  2599  scorrettissimo 
(dove  Giovanni  Mazzuoli  detto  lo 
Stradino  raccolse  parecchie  compo- 
sizioni riguardanti  casa  Medici),  e 
riprodotti  poi  dal  Molinari  (1 819]  e da 
altri  ; finché  il  Silvestri  gli  escluse 
dalla  sua  ediz.  [1825]  con  questa 


avvertenza:  . Ho  rifiutato  i due  ca- 
pitoli in  morte  di  Lorenzo  de’  Me- 
dici inseriti  nelle  edizioni  anteriori 
alla  mia, perchè,  a giudizio  degl’in- 
telligenti, sono  cosi  meschini  c vi- 
tuperati, che  sarebbe  far  grande  in- 
giuria al  Poliziano  il  tenerli  per  cosa 
sua  : ed  un  ms.  trivulziano  gli  as- 
segna a Giuliano  figlio  di  Lorenzo 
de’ Medici.  » Anche  noi  non  ripu- 
tiamo questi  versi  opera  del  Poli- 
ziano, ma  non  possiam  concedere 
che  sien  fattura  di  Giuliano  figliuo- 
lo di  Lorenzo.  Ben  sentirà  il  let- 
tore che  è un  aderente  e un  fa- 
vorito di  casa  Medici,  e non  un 
figliuolo  e fratello  che  parla.  Di 
più,  quando  Lorenzo  mori,  nel  1492, 
Giuliano  non  avea  che  tredici  an- 
ni. Che  che  sin  di  ciò,  nel  ripro- 
durli, se  non  altro  come  documen- 
to storico,  noi  abbiamo  tenuto  a 
riscontro  il  codice  riccardinno;  ci 
siam  giovati  di  alcune  poche  corre- 
zioni dell’  edizione  Molinari  ; e ne 
abbiamo  osate  di  nostre.  Non  sono 
a’  fisici  permesse  le  esperienze  in 
anima  vili? 


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RIME  VARIE. 


383 


Un  si  famoso  e prezioso  lauro.  3 

Ben  fra  tutti  e mortali  il  fiore  scelse. 

Per  riportar  le  più  onorate  spoglie 
Che  mai  fussino  in  terra  e più  eccelse  ; 6 

E non  pensò  lasciare  in  pianto  e doglie 
La  sua  città  dolente,  per  tór  quello 
Che  ’n  ciel  di  sua  bontà  buon  frutto  coglie;  0 
Che  forse  per  pietà  l' aspro  coltello 
Aria  rimesso  o la  falce  affilala 
Per  far  sempre  di  noi  crudel  macello.  12 

Ma  qual  vita  fu  mai  tanto  onorata  ? 

Qual  gloriosa  prole,  ornata  e franca  ? 

D’onde  è ogni  virtù  nutrita  e nata  ? 15 

Ogni  lingua  ogn'  ingegno  ogni  stii  manca 
A cantar  di  suo’  laude  senza  fine. 

Dove  ogni  tuba  risonante  è stanca.  ìs 

Tutte  le  grazie  immortale  e divine 
Sempre  drento  a quel  petto  albergo  forno 
Di  mille  arti  e infinite  discipline  ; si 

Della  sua  patria  uno  amor,  e un  governo 
Di  carità  di  zelo  inestimabile, 

Che  han  fatto  il  nome  suo  sempre  eterno.  24 


Mentre  fìe’l  mondo  agli  animai  durabile. 

Mentre  del  ciel  le  stelle  luceranno. 

Durerà  tanta  fama  inviolabile.  27 

Prima  e’  fiumi  a’  lor  fonti  torneranno  ; 

Prima  mancheran  1’  onde  al  salso  Egeo 

E’ pesci,  e i cervi  in  aria  pasceranno,  so 


V.  ó.  spoglia,  c,  sotto,  doglia , co- 
glia ; il  cod.  — ».  6 c le  più  eccelse, 
le  st.  — v.  8.  Alla  (ine  dì  questo  v. 
le  st.  hanno  un  punto  e virgo- 
la ; c al  v.  seg.  leggono  insie- 
me col  cod.,  Che  ’l  ciel.  — ».  ti. 
Qcal  gloriosi  prole  : Soli,  : fu  mai 
tanto  ec.  Ma  questa  prole  che  vuol 
dir  qui  ? forse  famiglia?  .0  non  piut- 
tosto dovrebbe  leggersi  Qual  gloriosa 


prode  ornala  e franca  ? riferendo  a 
vita  del  verso  di  sopra  tutti  questi 
attributi.  — ».  22,  un  amore,  un: 
le  st.  — ».  24.  suo  mai  sempre , le 
st.  — ».  25.  Mentre  col,  ediz.  lìor. 
4814  col  cod.:  Mentre  eh'  i'I  mondo, 
ediz.  Mol.  e fior.  22.  — ».  30.  Le 
st.,  posta  una  virgola  in  fine  del 
verso  prcced.,  leggono,  E pesci  c 
cervi  cc.  Secondo  la  nostra  intcr- 


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Mi 


RIME  VARIE. 


Elicona  Parnaso  e Pegaseo 
Saranno  al  monte  ove  Chimera  imbruna. 

Le  selve  e’  monti  drieto  al  tracio  Orfeo  ; 33 

Prima  il  sole  arà  lume  dalla  luna, 

E muterassi  in  ciel  nuovo  consiglio. 

Stabile  arà  suo’  rote  la  fortuna  y 06 

Crederrà  prima  ogn’  un  Dedalo  e il  figlio, 

Confise  al  vento  le  incerate  penne. 

Aver  trattata  l’ aria  in  tal  periglio  ; 39 

Prima  esser  avvenuto  quel  che  avvenne 
Di  Gerion  dell’  idria  e del  centauro, 

E quel  che  dicon  già  che  il  ciel  sostenne  ; 42 

E’  denti  del  serpente  al  vello  d’ auro 
Fatti  semenza  dell’armata  prole. 

Fiamma  anelanti  1’  uno  e l’ altro  tauro,  43 

Con  arte  finta  c magiche  parole 
Della  famosa  maga  infuriata, 

Ed  oscurar  per  forza  i raggi  al  sole  ; 4S 

Che  mai  la  tua  virtù  sia  obliata, 

0 lampa  0 lume  a tutto  el  cristianesmo, 

Padre  alla  patria  tua  c’  hai  tanto  amata  ! 51 

Ahimè  eh’  in  sino  al  vulgo  paganesmo 
T’ amava  in  terra,  e il  barbaro  tributo 
Mandò  per  gloria  di  tutto  il  battesmo  ; 54 

Genere  d' animai  mai  più  veduto 
Nel  bel  paese  esperio,  orrendo  e grande. 

Dove  ogni  uman  iudizio  era  perduto.  57 


petizione  la  sentenza  risponde  me- 
glio a’  due  versi  di  Virgilio  [ccl.  I] 
ond’  è imitala  : « Ante  leves  ergo 
puscentur  in  selliere  cervi,  Et  freta 
destitucul  nudos  in  litore  pisces.  * 
— e.  33.  Le  selve  e’ «osti.  Sotlint., 
saranno,  ovvero  si  crederà  che  tiensi 
moni  dietro  ec.  — t>.  40.  Di  qui  a 
tutto  il  v.  50  le  diverse  senten- 
ze dipendono  dui  Crederrà  prima 
ogn’  un  del  v.  37.  — Al  vello  d’iuuo. 


Cioè,  nell’  impresa  del  vello  d'  auro. 
— v.  49.  Sua  virtù,  il  cod.  c l’ ediz. 
fior.  1814.  — v.  52.  in  sino  il,  st.  Vul- 
go pigvsesso:  volgo  del  paganesimo, 
dei  pagani.  Come  non  di  rado  nei  tre- 
centisti e dugentisti  nostri  e nei  Pro- 
venzali, è qui  lasciata  la  preposizione 
del  secondo  caso  : Guitt.,  Leti.  « Madon- 
na madre  dco  : » e il  die  giudicio  è 
comune  negli  nnt.  per  il  di’  del  giudi- 
zio. — u.  56-57.  Accenna  al  Camelu- 


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IUME  VARIE. 


385 


I)i  questi  tanti  versi  ogn’  ora  scande 
Il  bel  coro  ninfale  : in  ogni  chiostro 
I'endon  le  fronde  delle  suo’  grillande.  uo 

El  mar  la  terra  e ’l  cielo  ha  ben  dimostr.» 

Per  l’ arco  d’ Iris  per  mille  colori 
Che  mancava  la  gloria  al  secul  nostro.  63 

La  pompa  e il  fasto  degl'  incliti  onori 
Perturbò  il  sol,  persegui  il  ciel  con  pluvia, 

Con  tristi  auguri  <f  inccndii  e vapori.  cs 

Era  già  presso  ove  il  Tevere  alluvia 
Alla  città  di  Marte  e di  Minerva 
La  santa  prole  ; quando  il  ciel  diluvia  ca 

Con  tanta  pioggia,  che  la  suo’  caterva 
Cogitabunda  e stupefatta  disse 
— Qualche  trista  novella  il  ciel  riserva.  — 72 


Aimè  che  pochi  giorni  al  mondo  visse 
Di  poi  tanto  splendor  fulgente  c darò 
In  sin  dove  quel  greco  i segni  misse  I 75 

E cosi  di  allegrezza  in  pianto  amaro 
In  un  punto  fortuna  ogn’  un  rivolta 
A deplorare  il  suo  parente  caro.  78 

0 vanagloria  della  gente  stolta  ! 

0 fallace  speranza  1 0 viver  vano  ! 

Quanto  il  cielo  ha  dimostro  questa  volta  si 


parilo  mandato  in  dono  con  altri  rari 
animali  dal  Sultano  a Lor.  nel  1487. 
v.  58.  Di  questi  : cioè  di  Lorenzo.  — 
i\  59.  li  bel  cobo  risfale:  Il  coro  delle 
Muse.  — v.  01.  E'I  mar,  le  st.  Si  al- 
lude a certi  fenomeni  accidentali  da 
cui  si  volle  prenunziala  la  morte  del 
Magnifico,  come  già  quella  di  Ce- 
sare: un  fulmine  cadde,  due  giorni 
avanti,  su  la  cupola  di  Santa  Maria 
del  Fiore:  per  tre  notti  di  sèguito 
si  videro  nel  cielo  strisce  di  fuoco 
clic  partendo  da  Fiesole  andavano 
a terminare  su  San  Lorenzo,  ove 
erano  le  tombe  di  casa  Medici.  — 

l'OLIZIA.VO. 


o.  67.  Alluvia.  11  versificatore  to- 
scano con  questo  brutto  verbo,  di 
cui  niuno  gli  vorrà  invidiare  la 
creazione,  ha  creduto  ili  dire  quel 
che  i poeti  latini  in  simil  caso  si- 
gnificavano con  adluil.  Una  piog- 
gia grandissima  turbò  il  22  mar- 
zo 1192  l’entrata  in  Roma  di  Gio- 
vanni de'Medici  figliuolo  di  Lorenzo, 
che  insignito  della  porpora  cardi- 
nalizia veniva  a prender  luogo  nel 
concistoro.  Lorenzo  moriva  il  di 
8 d’  aprile  1492.  — t>.  78.  Pares- 
te: padre  comune,  padre  dilla  pa- 
tria. 


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38G 


RIME  VARIE. 


. . SA 

Esser  un  fummo  d’  una  vanagloria. 

Al  sole  neve  ; già  tanto  esclamato 
C’  hanne  ripieno  ogni  poema  e storia.  S7 

Bene  questo  uman  vivere  ostinato, 

Senza  stimare  chi  è retto  o regge, 

Dette  sempre  a ciascun  la  morte  a lato.  so 

0 protettor  della  tuo’  santa  legge, 

Medice  nato  in  pietra,  a te  ben  piove 
La  dolce  manna  eh’  ogni  savio  elegge.  93 

Del  ciel  delizie  e del  tonante  Giove, 

Ambrosia  e nettar  gustare  non  pèriti 
Per  ovviar  le  tuo’  celesti  pruove.  gs 

Nè  di  tanti  gran  fatti  e lunghi  meriti 
Ti  curi  più  ; ma,  come  fussi  vile 
Tra  tante  fame  de’  tempi  preteriti,  99 

Sol,  se  mai  fusti  pietoso  et  umile 
Quando  eri  in  terra,  in  ciel  ti  dai  conforto, 

0 amator  del  popul  tuo  gentile.  102 

Lo  ardente  tuo  desir  condotto  a porto 
Avevi,  fatto  del  sacro  concilio 
Il  dolce  frutto  di  tua  pianta  esorto.  105 

0 fortunato  e glorioso  filio. 

Inclito  erede  e vero  successore 

Delle  virtù  di  quel  Numa  Pompilio  ; ios 


V.  81-84.  Manca  una  terzina:  e 
da  queste  difetto  procede  forse 
1’  oscurità  della  terzina  seguente, 
versi  85-7.  — - 0.  87.  Al  iole  neve , 
cosi  leggiamo  con  tutte  le  stampe: 
il  codice  ha,  Al  lol  di  neve.  — 
v.  88.  Ben  quello  umano,  le  st.  — 
».  89.  ehi  ha  retto,  ediz.  fior.  14 
insieme  col  cod.  Ci  par  ragione- 
vole l’ emendazione  che  è in  tutte 
le  altre  st.  — ».  92.  Medice  alla  la- 


tina: i latinanti  del  tempo  chiama- 
vano il  magnifico  Laurentiui  medi- 
cei. Nato  m pietra.  Bisticcio  simboli- 
co: Lorenzo  era  figliuolo  di  Pietro. 
— e.  94.  Dal  ciel...  dal  tonante,  il 
cod.  — ».  95.  di  gustar , le  st.  — 
».  98.  fusti  a vile,  il  cod.  — e.  105. 
Del  tuo  pianto  esorto,  leggono  il 
codice  e tutte  le  stampe.  La  emen- 
dazione parventi  ovvia  e ragione- 
vole. — ».  106-H5.  Comprendono 


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RIME.  VARIE. 


387 


Inradi'ato  di  supremo  onore; 

Fulgente  stella  alla  religione  ; 

Diamante  in  un  purpureo  colore,  ili 

Dove  appare  il  vessillo  e ’l  gonfalone 
Della  fede  di  Cristo,  ove  risplende 
Castità  santimonia  e divozione  ! 114 

Dunque  l’ anima  sua  contenta  ascende 
Al  regno  santo  del  monarca  eterno 
Che  di  somma  dolceza  el  cor  gli  accende,  117 

Come  gl’  incliti  padri  dello  inferno. 


II.' 


Pietra  è restata  in  terra  per  memoria 
Eterna,  patria,  del  tuo  gran  parente. 

Trionfo,  fama,  onor,  iattanza  e gloria.  5 

Questo  è ’l  diamante  anzi  il  piropo  ardente 
di’  e gran  proceri  tua  amavon  tanto. 

La  plebe  il  vulgo  e la  patrizia  gente.  e 

Ben  puoi  riporre  il  tuo  funereo  pianto 
E più  che  mai  felice  alzar  la  testa 
Ilare  e lieta  sotto  il  negro  ammanto;  9 

Poi  che  tanto  tesoro  ancor  ti  resta. 

Si  preziosa  gemma  corruscante, 

A mostrar  la  tua  gloria  manifesta.  12 

Osserva  già  le  legge  tutte  quante. 

Pace,  fede,  alma  concordia  e iustizin, 

Sorelle  amate  da  lui  tutte  quante.  ia 

Superbia  in  fuga  al  centro  precipizi 


un’  apostrofe  al  card.  Giovanni,  tutta 
fuori  dell’  argomento.  — v.  tt6. 
Su*  : di  Lorenzo. 

1 Morto  un  papa,  se  ne  fa  un  al- 
tro. Questo  secondo  capitolo  £ in 
lode  di  Piero  de’ Medici,  che  suc- 


cesse al  padre  nella  signoria,  ma 
non  nella  prudenza.  Pietiu  £ bi- 
sticcio simbolico  di  Pietro,  come 
lauro  di  Lorenzo. 

V.  ó.  luoi  amaron,  le  st.  — v.  Ili. 
Precipizi*  : precipita  : senza  esempli. 


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38» 


RIME  VARIE. 


Del  baratro  infernal  d’ ira  c di  sdegno  ; 

Discordia,  invidia,  a casa  di  malizia  ; 18 

Tutte  scacciate  nel  tartareo  regno. 

Figliole  della  notte,  ove  Acheronte 
Discorre  il  vecchio  sempre  d' ira  pregno  ; 21 

Le  virtù  sante  al  glorioso  monte 
Ristrette  insieme  tutte  ad  una  ad  una 
Di  pietra  intorno  al  tuo  limpido  fonte.  a-r 

Ornata  d’ un  tant’  uomo  la  fortuna 
E iattabunda  par  si  glori  e rida 
Non  esser  come  loi  regina  alcuna.  27 

Florenzia  bella  tutta  si  confida 
E dà  nelle  tuo’  braccia,  alma  colonna 


D’  Alcide  ove  di  nuovo  il  ciel  si  fida  : 30 

E viene  allegra  in  oscurata  gonna 
Per  amor  di  tuo  padre,  e datti  il  pondo 
Che  tiene  in  man,  questa  stellante  donna.  33 

Or  vorre’  ben  Bruto  vivere  al  mondo 
Nella  riva  dell’ Arno,  il  buon  Fabrizio 
Succumbere  e’  Caton  che  andorno  al  fondo.  30 
Or  pare  un  campo  lato  un  chiaro  indizio 
Agli  animi  gentili,  a’  divi  ingegni 
Materia  eccelsa  senza  labe  e vizio  39 


V.  l~.  Baratro  leggiamo  con  lutto 
le  stampe:  il  codice  ha  barbero. — 
r.  18.  Discordia,  invidia:  sottintendi 
precipitano.  — v.  29.  Si  dà,  le 
stampe:  Adda,  il  codice.  — t>.  33. 
Il  cod.  par  legga  ^ bene  in  man. 
— v.  35-36.  Intendi:  Il  buon  Fa- 
brizio c i Catoni  che  andarono  al 
fondo  vorrebbono  soccombere  per 
questa  patria  cosi  ben  retta  da  Pie- 
tro de’  Medici.  Du  vero  eh  ? Clic 
sotto  la  scapestrata  signoria  di  Pie- 
ro avrebbe!'  voluto  tornare  a vive- 
re i Catoni  c Fabrizio  e llruto,  è 
non  so  se  più  stupida  o stomache- 
vole adulazione  del  tristo  versifica- 


toro  : ma,  a farla  a posta,  quando 
costui  scriveva  siffatti  spropositi,  era 
già  nato  Filippo  Strozzi  che  negli 
ultimi  anni  suoi  doveva  parere  c 
vantarsi  Catone  in  rispetto  a Cosi- 
mo, nasceva  su  quel  torno  France- 
sco Ferrucci  che  fu  in  parte  il  Fa- 
brizio e in  tutto  il  Decio  della  glo- 
riosa repubblica  figliuola  di  Roma, 
c dovrà  nascer  più  tardi  colui  « che 
diè  con  braccio  forte  II  primo  duen 
di  Fiorenza  a morte.  • — e.  36.  B 
Caton,  le  st.  — e.  37.  In  cupo  lato, 
le  st..:  il  ms.  non  è chiarissimo:  ab- 
biali) creduto  ragionevole  la  fatta 
emendazione.  — e.  39.  Alla  fine  di 


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RIME  VARIE. 


389 


Clic  per  sè  stessa  sé  laudare  insegni  : 

Pare  per  la  memoria  dolce  e grande 
De’  tuo’  proceri  patri  antiqui  e degni.  42 

Sai  del  lauro  tuo  quante  grillande 
La  poetica  tuba  canta  e suona. 

Glie  tante  Atena  0 Grecia  non  ispande.  4 s 

Ma  io  ti  metto  solo  una  coróna. 

Che  posta  alla  tua  chioma  rutilante 
Ti  porterà  dove  el  gran  Jove  tona.  4S 

Nè  creder  tu  che  T paese  africante 
Facessi  sol  famoso  Scipione 

E nè  Lavina  un  di  Turno  0 Fallante  : 6t 

Credi  che  fu  la  tuba  di  Marone. 

E sarebbe  Pompeo  forse  men  darò, 

Se  non  fussi  Lucano  0 Cicerone.  • a* 

Cato  a cui  parve  già  il  vivere  amaro. 

Se  non  fussi  Plutarco,  ancora  ancora 
Li  costerebbe  il  suo  stran  pensier  caro.  57 

Marte  e la  spada  che  tanto  si  onora. 

Se  non  fussi  la  toga  di  Minerva, 

Non  durere’  suo’  fama  al  mondo  un’  ora.  co 

Doma,  sol  Tito  il  paduan  conserva,  • 

Iustin,  Valerio  del  superlativo, 

Immortale  la  sua  nobil  caterva.  6"> 

Cesare,  ’l  di  che  fu  di  vita  privo. 


questo  verso  le  st.  portano  un  punto 
fermo  e niun  segno  d’  interpun- 
zione ovvero  sol  una  virgola  hanno 
alla  fine  del  v.  seg.  — ».  41.  Paiie: 
qui,  e sopra  [li.  371,  vale  ; apparisce. 

— ».  ài.  E nè  Lavinia  di , codice 
c stampe:  Turno,  Pattante,  stumpc. 

— V.  53-4.  È presso  a poco  quello 
stesso  ette  I’  Ariosto  ili  ben  altri 
versi  cantò  : « Non  fu  si  santo  ni 
benigno  Augusto,  Come  la  tuba  di 
Virgilio  suona  : L’  aver  avuto  in 
poesia  buon  gusto  La  proscrizione 


iniqua  gli  perdona;  > ed  è quel  ebe 
avvenne  ai  più  dei  Medici.  — ».  55. 
Dante,  pur».  1,  di  Catone:  « ...  non  ti 
fu  per  lei  ( libertà ) amara  In  Utica  la 
morte.  » — v.  62.  Valerio  del  superla- 
tivo : cioè,  Valerio  Massimo.  Ammira 
il  nuovo  trovato.  La  costruzione  par 
clic  deliba  esser  questa:  In  quanto 
a Roma,  sol  Tito  il  padovano,  Giu- 
stino, Valerio  Massimo  conservano 
immortale  la  sua  nobil  caterva,  il 
gran  numero  de’  gloriosi  figli  di 
lei. 


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390 


RIME  VARIE. 


? 


Era,  se  non  avea  la  penna  seco, 

A rispetto  del  mar  un  piccol  rivo.  06 

Tu,  Grecia,  se  non  era  Omero  teco. 

Non  sarebbe  non  eh’  altro  nominato 
Achille  o conosciuto  mai  per  greco.  co 

E ’l  barbaro  Annibài  non  sare’  andato 
A perder  l’ occhio  su  ’l  freddo  Apennino 
Nè  si  vittorioso  a Canna  stato,  72 

S’egli  avessi  creduto  in  un  mattino 
Perder  la  vita  e ’l  nome,  quando  prese 
L’ anello  a bocca  e ’1  velen  serpentino.  75 

E quel  che  superò  tanto  paese. 

Dico  Alessandro,-arebbc  fatto  in  vano 
Si  grande  sforzò  di  si  grandi  imprese.  78 

Però  l’ amava  il  suo  Poliziano 
Il  tuo  buon  padre,  perchè  conescea 
Che  tenea  sol  per  lui  la  penna  in  mano.  si 

Ama  ancor  tu  questa  immortale  iddea. 

Gloriosa  virtù,  luce  diurna 

Latina  greca  arabica  e caldea.  8+ 

Ogni  uman  morto  suscitar  dell’  urna 
Ti  può  per  sempre  c la  Toscana  nostra 
Revocar  dalla  gente  ima  e notturna.  ' s; 

Tutti  operate  colla  virtù  vostra 


V.  82.  immortale  idea , le  st.  Per 
questa  iddea  par  clic  debba  inten- 
dersi la  letteratura  in  generale,  ov- 
vero la  gloria  la  virtù  degli  studii 
e delle  erudizioni.  Come  si  vede,  il 
da  ben  versificatore  credevasi  di  pre- 
dicare prò  domo  sua  e di  pugnare 
prò  aris  et  foci t:  ma  egli  avea  tanto 
che  tare  con  la  poesia  e col  Poli- 
ziano, quanto  il  suo  Valerio  del 
superlativo  con  la  storia  e con  Li- 
vio. — 85.  uman  merlo,  le  st.  Leg- 
gendo, come  io  fo,  strettamente  al 
codice,  morto , abbiamo  nel  vocabolo 


precedente  1’  aggettivo  sostantivalo 
umano  per  ente  umano,  il  cui  plu- 
rale, gli  umani,  £ riprovato  dai  pu- 
risti come  d’ uso  francese.  Latino, 
dovean  dire:  l’esempio  del  nostro 
versificatore,  che  pure  in  lingua  può 
avere  qualche  autorità,  è da  aggiun- 
gere come  più  spiccato  ai  due  del 
Morgante  Maggiore,  che  il  .Damiani, 
reo  di  leso  purismo  per  avere  scritto 
gli  umani,  recò  a sua  difesa  nella 
prefazione  alle  Poesie,  Firenze,  4857. 
— o.  88-93.  Si  rivolge  a tutti  in- 
sieme i figliuoli  di  Lorenzo  o a tutta 


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RIME  VARIE.  3!)l 

Egregia  e tanta,  che  mai  non  ci  manca 
Materia  ; tanto  lume  el  ciel  vi  mostra  ! ; so 

0 divina  propago  invitta  e franca. 

Destinata  a gran  fatti  nome  e pruovc. 

Di  vita  prima  che  di  ben  far  stanca  ! 93 

Trofei  colossi  templi  a Roma  a Jove, 

Aquedutti  colonne  anfiteatri, 

E stagni  e terme  non  più  visti  altrove,  93 

E simulacri  statue  e teatri 
Non  han  potuto  conservare  in  fine 
La  prisca  fama  degli  antiqui  patri.  co 

Tutte  cose  alte  immortale  e divine. 

Ciò  che  mai  fatto  fu  ne’ sette  monti. 

Pur  è converso  in  cenere  ? ruine.  102 

Ma  chi  le  Muse  esaltano  a’  lor  fonti 
Fiorisce  sempre  pullulante  c verde; 

E manca  porti  scetri  ostri  archi  c ponti.  ios 

Vedi  : il  làuro  tuo  sempre  rinverde 
Al  monte  ove  tu  ancor  potrai  ascendere  : 

Che  chi  crede  altrimenti  il  tempo  perdi*.  ios 

Io  ti  potrei  con  mille  esempli  accendere; 

Ma,  perdi’  io  ti  chiamai  piropo  ardente. 

So  che  tu  ardi  ancor  tuo  conio  spendere.  m 

Altro  già  non  sperava  questa  gente 
Di  te.  Dimostra  dunque  tanto  ardore 
Di  superar  di  fama  il  tuo  parente.  i!4 

La  terra  c ’l  mare  e '1  ciel  ti  dan  favore. 


la  famiglia  dei  Medici.  — ».  93. 
Sciupa  il  magnifico  verso  del  Pctr. 
a proposito  di  Cammillo,  • Di  vi- 
ver prima  che  di  ben  far  lasso.  • 


— o.  -105.  E «uscì:  e vengon  meno. 
Le  st.,  Nè  mancati.  — p.  HI.  Ben 
finisce  con  conio  il  panegirico  da 
conio. 


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392 


Rialti  VARI  lì. 


iir.» 

Morte  crudel  che  in  questo  corpo  venne  ! 
Che  dopo  morto,  il  mondo  andò  sossopra  : 
Mentre  che  visse,  tutto  in  pace  tenne. 


‘ Questo  epitaffio  mostra  essere 
stato  scritto  qualche  anno  dopo  la 
morte  del  Magnifico,  quando  la  con- 
cordia fra’  signori  italiani  era  di- 
sciolta, e la  ruina  barbarica  sovra- 
stava al  bel  paese.  Non  la  vide,  co- 
me non  vide  la  cacciata  di  Piero 
■le' Medici,  M.  Angelo  Poliziano,  morto 
quasi  due  mesi  innanzi  all’entrata 
di  Carlo  Vili  in  Firenze.  E qui, 
dopo  cinque  anni  di  stndii,  più 


d'  una  volta  interrotti  dalla  tre- 
pida aspettativa  e dal  tumulto  di 
maravigliosi  avvenimenti,  non  ul- 
timo de* quali  la  cacciata  da  Fi- 
renze della  signoria  straniera  suc- 
ceduta alla  medicea,  levando  final- 
mente la  mano  da  queste  povere  il- 
lustrazioni, oggi  31  maggio  18G3. 
non  senza  un  sentimento  come  di 
dolore,  mi  congedo  da  te,  o glorioso 
padre  del  gloriosissimo  rinascimento. 


F I N E. 


9 6 3 i G 4 

9 

\ 


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INDICE  ALFABETICO 


DEI  COMPONIMENTI  POETICI  CONTENUTI  IN  QUESTO  VOLUME. 


Acqua,  vicini  chè  nel  mio  core  io  ardo Pag.  242 


Allor  die  morte  a'rà  nudata  e scossa 272 

Amor  bandire  e comandar  mi  fa 232 

Benedetto  sie  !1  giorno  e 1’  ora  e ’l  punto 293 

Ben  venga  maggio 295 

Bramosa  voglia  che  ’l  mio  cor  tormenta 240 

Buona  roba  abbiam,  brigata 348. 


Canti  ogn’  un,  eh’  io  canterò 

Che  credi  tu  di  farmi  per  fuggire 

Che  crudeltà  sarebbe  eh’  i’  t’  amassi 

Che  fai  tu,  Eco,  mentr’  io  ti  chiamo  ? — Amo 

Che  meraviglia  è,  s’ i’  son  fatto  vago 

Che  sarà  della  mia  vita 

Chi  non  sa  come  è fatto  el  paradiso 

Chi  si  diletta  in  giovenile  amore 

Chi  vuol  veder  lo  sforzo  di  natura 

Come  può  lo  mio  cor  mai  rallegrarsi? 

Contento  in  foco  sto  come  fenice 

Costei  per  certo  è la  più  bella  cosa 

Costei  ha  privo  el  ciel  d’ogni  bellcza 

Creduto  io  non  arei  crudeltà  tanta 

Crudel  donna,  poiché  lasciato  hai  me 

Poliziano.  2£ 


308 

247 

244 

231 
233 
330 
288 
2fì3 

232 
209 
250 
230 
ivi 
208 
350 


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INDICE  ALFABETICO. 


394 

Dalla  più  alta  stella Pag-  381 

Da  poi  eh’  io  vidi  el  tuo  leggiadro  viso 212 

Deh,  non  insuperbir  per  tuo’ belleza  t 243 

Deh  udite  un  poco,  amanti 289 

Del  bel  campo  eh’  arai  con  sudor  tanto 297 

Delle  fatiche  mie  el  fiore  e ’l  frutto 265 

Dolorosa  e meschinella 294 

Donna,  a.’  i’  debbo  mai  trovar  merzede 258 

Donne,  di  nuovo  el  mio  cor  s’  è smarrito 297 

Donne  mie,  io  potre’  dire 327 

Donne  mie,  voi  non  sapete 301 

Dopo  tanto  aspettar  verrà  mai  1’  ora 249 

Dove  appariva  un  tratto  el  tuo  bel  viso 274 

Egli  è ver  eh’  i’  porto  amore 302 

E’  dolci  accenti  del  cantar  eh’  io  sento  . . . . 215 

E’  mi  convien  da  te  spesso  partire 2117 

E’  in’  interviene,  e panni  molto  grave  300 

E’  non  c’  è niun  più  bel  giuoco 333 

E’ non  è mai  sì  carco  di  tormenti 258 

E’  non  fu  al  mondo  mai  più  sventurato 25li 

El  bel  giardin  che  tanto  cultivai 267 

Fammi  quanto  dispetto  far  mi  sai 251 

Fanne  quanto  tu  vuoi  dispregio  e strazio 251 

Fra  tutte  l’ altre  tue  virtù,  Amore 254 

Già  collo  sguardo  facesti  tremare 274 

Già  non  siàn,  perch’  e’  ti  paia 305 

Gli  occhi  mi  cadder  giù  tristi  e dolenti 238 

11  buon  nocchier  sempre  parla  de’  venti 264 

Il  primo  giorno  che  ti  vidi  mai 239 

In  mezzo  d’  una  valle  è un  boschetto .' . . . 299 

l’ conosco  el  gran  disio 291 

P griderò  tanto  misericordia 253 

l’ho  rotto  el  fuscellino 313 


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INDICE  ALFABETICO. 


395 


l’ ho  veduto  già  fra’  fiori  e l’ erba Pag-  237 

I’mi  trovai,  fanciulle,  un  bel  mattino . 280 

I’  mi  trovai  mi  dì  tutto  soletto 282 

F non  ardisco  gli  occhi  alti  levare 247 

F non  ebbi  già  mai  di  tuo’  belleza 24(1 

F non  mi  vo’  scusar  s’i’  seguo  Amore,. 278 

I’  non  ti  chieggo,  Amor,  altra  vendetta 2(11 

F possa  rinnegar  la-  vera  fede 253 

l’ seminai  il  campo,  e altri  il  miete 2(lt> 

F seminai  il  campo,  un  altro  il  miete ivi 

F son,  dama,  el  porcellino 31Q 

1!  ti  ringrazio,  Amor,  d’  ogni  tormento 2(14 

l’ t’  ho  donato  il  core  ; e non  ti  piace 21(1 

F vi  vo’  pur  raccontare 318 

Io  arei  già  un’orsa  a pietà  mossa 254 

Io  ho  maggior  dolor,  ben  che  stia  cheto 25(1 

Io  mi  dorrò  di  te  innanzi  Amore 259 

Io  mi  sento  passar  in  fin  nell’  ossa 234 

Io  non  1’  ho,  perchè  non  1’  ho 338 

Io  son  constretto,  poi  che  vuole  Amore.  . . 355 

Io  son  la  sventurata  navicella 248 

Io  ti  ringrazio,  Amore 287 

Io  vi  debbo  parere  un  nuovo  pesce 245 

Io  vi  voglio  confortare 330 

Io  vi  vo’,  donne,  insegnare 320 

La  brunettina  mia 342 

La  notte  è lunga  a chi  non  può  dormire 202 

La  non  vuol  esser  più  mia 339 

La  pastorella  si  leva  per  tempo 34Q 

Lasso  me,  lasso!  o me!  che  deggio  fare 270 

Madonna,  e’  saria  dolce  la  mia  pena 2fil 

Mentre  eh’  ogni  animai  dormendo  posa 257 

Mentre  negli  occhi  tuoi  risplende  il  sole 243 

Miseri  a me  ! quando  ti  vidi  in  prima 223 

Molti  hanno  già  nel  lor  principio  detto 225 


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396  INDICE  ALFABETICO. 

Monti  valli  antri  e colli.  . . . Pag  363 

Morte,  per  tórre  il  più  ricco  tesauro 382 

' Morte  crudel  che  in  questo  corpo  venne  . . . . t 392 

Nè  morte  potria  far  ch’io  non  v’amassi 251 

Non  ara  forza  mai  tuo’ crudeltade ■n 252 

Non  è ninfa  sì  gaia  in  questi  boschi 237 

Non  m’ è rimasto  dal  cantar  più  gocciola  . .■ 235 

Non  potrà  mai  tanta  vostra  dureza 250 

Non  potrà  mai  dire  Amore 277 

Non  sempre  dura  in  mar  grave  tempesta  . , 263 

Non  son  gli  occhi  contenti  o consolati 248 

Non  son  però  sì  cieco  eh’  io  non  vegga 245 

Non  so  per  qual  ragion,  donna,  si  sia.  246 

Occhi  leggiadri  e grazioso  sguardo 241 

Occhi  che  sanza  lingua  mi  parlate 241 

0 conforto  di  me  che  ti  mirai 242 

Ogni  donna  di  me  pietosa  fassi  257 

Ogni  pungente  e venenosa  ispina 263 

Oimè,  signora  mia,  perchè  t’ adiri ' 203 

0 me  ! chè  ’l  troppo  amore  a morte  mena 268 

Or  credi  tu  ch’io  sempre  durar  possa 255 

Or  toi  s’ Amor  me  1’  ha  bene  accoccato 283 

O sacra  idea  col  tuo  figliuol  Cupido  .• 261 

0 singoiar  beltà  che  agli  occhi  miei 239 

O trionfante  donna  al  mondo  sola. 191 

0 trionfante  sopra  ogni  altra  bella  ....;. 196 

Passerà  tuo’  giovinezza 335 

Per  mille  volte  ben  trovata  sia 234 

Piangete,  amanti,  insieme  al  mio  dolore 259 

Piangete,  occhi,  da  poi  eh’  Amor  n’  ha  tolto 259 

Piangete,  occhi  dolenti,  e ’l  cor  con  voi 270 

Pietà,  donna,  per  dio!  deh,  non  più  guerra 242 

Pietà  vi  prenda  del  mio  afflitto  core 249 

Pietra  è restata  in  terra  per  memoria..  . 387 


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INDICE  ALFABETICO.  31)7 

Pigliate  esemplo,  voi  eh’  Amor  seguite Pag.  273 

Poi  che  in  pianto  in  sospir  passo  il  di  tutto 210 

Prima  eh’  io  mi  conduca  a disperare 262 

Quando  tu  mi  vedrai  quest’ occhi  chiusi *271 

Quando  quest’  occhi  chiusi  mi  vedrai 272 

Questa  fanciulla  è tanto  lieta  e frugola 238 

Questi  tanti  sospir  eh’  al  cor  si  stanno • . 249 

Questo  mostrarsi  adirata  di  fore 285 

Rendimi  il  cor,  giudea,  e dispietata 255 

Iìequiescat  in  face!  in  pace  posi 273 

Rida  chi  rider  vuol,  eh’  a me  conviene 265 

Se  gli  occhi  son  contenti  e consolati 252 

Se  ’l  vostro  cor  pietà  non  mostra  or  mai 257 

Se  non  arai  a sdegno  il  nostro  amore 235 

Se  pure  il  vostro  cor  non  è ancor  sazio 268 

Se  tu  sapessi  quanto  è gran  dolceza 244 

S’ i’  non  credessi  il  tuo  viso  turbare 248 

S' i’  vo,  s’ i’  sto,  o in  qual  modo  mi  sia 240 

Soccorrimi,  per  dio-,  chè  il  tempo  passa 260 

Soccorrimi,  per  dio;  ch’io  son  condutto ivi 

Solevon  già  col  canto  le  sirene 233 

Una  vecchia  mi  vagheggia 315 

Uno  amoroso  sguardo  un  dolce  riso 241 

Vaghe  le  montanine  e pastorelle 346 

Vedete,  amanti, %a  quale  estrema  sorte 269 

Venite  al  ballo,  giovinetti  e donne 367 

Venite  insieme,  amanti,  a pianger  forte 273 

Vergine  santa  immaculata  e degna 362 

Visibilmente  mi  s’è  mostro  Amore 237 

Voi  vedete  ch’io  guardo  questa  e quella 244 

Voglio  morir,  se  morte  mi  vuol  tórre  271 


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INDICE, 


Delle.I’oesie  Toscane  di  m . Angelo  Poi-iziano.  Pag.  vii 
EMENDAzioiff  e Giunte clxiii 

STANZE. 

Libro  primo 3 

Libro  secondo 71 

LA  FAVOLA  DI  ORFEO 

[secondo  la  lezione  dei  codici  chigiano  e riccardiano 
e delle  stampe  d'  innanzi  al  1776.] 

Angelo  Poliziano  a inesser  Carlo  Canale 95 

La  favola  di  Orfeo 97 

ORFEO 

[secondo  la  lezione  del  Padre  Affò.] 

Prefazione  del  Padre  Ireneo  Affò llf> 

Orpbei  Tragoedia 133 

Osservazioni  del  Padre  Ireneo  Affò  aopra  varii  luoghi  del- 
V Orfeo . 163 


RISPETTI  CONTINVATI. 

Rispetti  d’ Amore 191 

Serenata  ovvero  lettera  in  istrambotti lilfi 

Rispetti  di  vario  argomento,  III-X 203 


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ilio 


I.MHCK. 


RISPETTI  SPICCIOLATI 

Pan  cd  Eco ■ Pag.  231 

Per  Madonna  Ippolita  Leoncina  da  Prato 232 

Bellezza 236 

Amore 237 

Ammonimenti 243 

Accorgimenti  e arti  amorose 241 

Fuga 240 

Speranza 247 

Costanza 250 

Premio  della  costanza 254 

Rimproveri ivi 

Lamenti  e preghiere 256 

Aspetar  tempo  . . . 262 

Consiglio  prudente 263 

I voti  compiti 264 

Disgrazia  in  amore  ivi 

Disperazione 267 

Pensieri  e immagini  di  morte 271 

Vecchiezza.  . . ■ . • 274 

CANZONI  A BALLO  E CANZONETTE. 

Legittime 277 

Incerte 333 

Apocrife 346 


RIME  VARIE. 

Legittime  > . » 355 

Incerte»  . • : ± ■ » ■ • » ■ ■ • ■ ■ ■ » ■ » » » ■ ■ t ■ » ■ ■ i • 367 

Apocrife 381 


Indice  Alfabetico.  . . . . ...  393 


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